Sonya Rykiel. Et je la voudrais nue… (*)

 Il 25 agosto è scomparsa la stilista che negli anni sessanta interpretò da protagonista una delle tappe leggendarie dell’evoluzione della moda occidentale.

 

  1. Tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta la moda occidentale cambiò di paradigma. Per comprendere il cambiamento epocale conosciuto dai più con etichettature tipo “i rivoluzionari anni sessanta”, sono state scritte delle biblioteche. Mi limiterò quindi a segnalare un dato poco studiato e forse sconosciuto al lettore. Se durante il periodo definito New Look erano stati stilisti maschi a dominare la scena (1), il decennio lungo, i rivoluzionari o favolosi sessanta, scegliete voi, videro ritornare protagoniste anche le stiliste: Mary Quant, Biba e Zandra Rhodes a Londra, Emmanuelle Khanh e Sonya Rykiel a Parigi, Krizia e Mila Schon in Italia.

Sonya Rykiel

 

Tra queste leggendarie creative, Sonya Rykiel si distinse per l’inizio di carriera a dir poco bizzarro. Non aveva una preparazione da stilista, non sapeva disegnare, non amava la moda come l’intendeva la maggioranza delle persone, non era una accanita rivoluzionaria, non era una femminista. Amava i bambini e i libri. Aveva propensioni intellettuali che esibiva con molto tatto e giustezza. Non dovrebbe sorprendervi troppo dunque, la notizia che le sue prime creazioni furono banali pullover, sino a quel momento considerati capi d’abbigliamento di secondo piano nelle gerarchie del guardaroba/moda. In molte interviste che pubblicò dopo essere divenuta famosa, Sonya Rykiel insisteva sull’importanza delle sue vere passioni che erano la lettura e la scrittura, probabilmente per invitare il lettore a indovinare un percorso di senso diverso rispetto al rapporto allucinato soggetto/oggetto moda, che evidentemente non la interessava. Comunque mi piace ricordare che dopo essere divenuta una delle stiliste più amate dal pubblico femminile, scrisse diversi libri e per decenni fu una delle creatrici di moda più ascoltate, rispettate e riverite non solo dal pubblico femminile ma anche da tutti quelli che pensano la moda come un processo simbolico che plasma stili di vita (oltre a vendere abiti più o meno belli o di tendenza).

Come arrivò Sonya Rykiel alla moda? Suo marito aveva aperto una boutique nel 1962. Un giorno una rappresentante italiana le fece vedere dei maglioni. Sonya Rykiel non li trovava affatto di suo gusto. Le sembravano ineleganti e inappropriati per il tipo di ragazza che immaginava come cliente ideale. Gli chiese allora se poteva farne fare uno come sarebbe piaciuto a lei, per poterlo indossare. La rappresentante inoltrò la richiesta al titolare dell’azienda veneziana e dopo poco Sonya Rykiel ebbe il pull. Qualcosa non la convinceva e così lo fece rifare, una volta, due volte…Al settimo tentativo il pullover le sembrava perfetto. Finalmente la futura stilista poteva indossare la maglieria che aveva sognato, ma al tempo stesso, senza rendersene conto, aveva dato inizio alla sua luminosa carriera nella moda.

Cosa avevano di così empatico i suoi pull da fare perdere la testa alle clienti della sua boutique?

Per evitare di dare risposte banali alla domanda, dobbiamo inserirla nel contesto evolutivo della maglieria nel settore moda.

Sonya Rykiel

2 I tessuti a maglia sono elastici e possono retroagire con il corpo in modo completamente diverso da quelli di un abito. Questa caratteristica li ha resi particolarmente preziosi per alcuni grandi stilisti che a partire dagli anni sessanta, attraverso un raffinato gioco percettivo maglia/corpo hanno trasmesso alla gente valori sensibili particolarmente idonei a rappresentare una significanza strategica per la moda: la sensazione di sentirsi più liberi, informali, decontratti nei movimenti, per esempio; e al tempo stesso il piacere di vedersi eleganti e giustamente sexy (apparire sexy nei sessanta aveva un significato che trascendeva la sceneggiata erotica).

I nomi da non dimenticare sono Krizia, Missoni e ovviamente Sonya Rykiel. Va ricordato che già verso la fine degli anni trenta, la maglieria di qualità aveva fatto la sua comparsa nei quartieri alti della moda. Si trattava di versioni da “sera”, ornate di Chiffon e Crêpe. Sembra che la prima a valorizzare la particolare significazione percettiva implicata nella maglieria, sia stata Chanel.

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Dopo il secondo dopoguerra si fece largo “dal basso” una tendenza poco frequentata dagli storici della moda, per pullover con maniche larghe e informi. Non fu mai una moda conclamata. Per le donne che aderivano al New Look, la maglieria rappresentava complementi dell’abbigliamento assolutamente secondari. Possiamo azzardare questa ipotesi: la maglieria in commercio a disposizione delle donne mancava di eleganza, creatività. Esistono testimonianze che ci invitano a congetturare che le giovani donne preferissero comprare i maglioni fatti per i maschi, per indossarli nei momenti e negli spazi lasciati liberi dall’ideologia debole ma in qualche modo vincolante della moda.

A questo punto, immagino, sarete già arrivati da soli a dare una risposta alla domanda che avevo lasciato in sospeso sopra. Immagino stiate pensando qualcosa come: Sonya Rykiel ha avuto l’intuizione giusta al momento giusto ovvero nel decennio in cui la moda doveva rispondere a una domanda incalzante di libertà, di riavvicinamento al corpo vissuto secondo un registro di ascolto diverso dal passato, la sua sublime maglieria è stata una risposta dalla valenza che va aldilà delle significazioni superficiali dell’oggetto. L’eleganza,la finezza, la gioiosità erotica un po’ ribelle ma in definitiva molto per bene dei suoi maglioni, ne hanno fatto una sorta di protesi del corpo per tantissime donne e al tempo stesso un innocuo ma virale simbolo di partecipazione a una stile di vita percepito secondo il registro di una proattiva corporeità ( insomma, donne che avevano la sensazione scegliendo quell’oggetto di agire verso un futuro e non semplicemente di adattarsi a situazioni imposte).

La scrittrice e raffinata conoscitrice di grandi protagoniste della moda, Madeleine Chapsal (di passaggio, vi raccomando il suo appassionante libro “Madeleine Vionnet, ma mère et moi; Éditions Michel Lafon, 2010), che conobbe Sonya negli anni in cui cominciava la sua avventura nella moda, diceva che le intuizioni creative dell’amica nascevano a stretto contatto con il suo corpo e del suo modo di vivere. Io credo che con queste parole volesse dire che la stilista non si rifaceva a calcoli modaioli, bensì a un sentimento di eleganza percepita di grande portanza empatica. Ecco perché in brevissimo tempo le donne e le ragazze più celebri quindi influenti sulla scena della moda ( Francoise Hardy, Audrey Hepburn, Brigitte Bardot, Silvie Vartan…) si innamorarono dello stile Sonya Rykiel, una questione di pelle, di fluidità, di leggerezza.

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  1. Tra il 1962 e la fine della decade Sonya Rykiel si impegna in un tour de force creativo che si concretizza in centinaia e centinaia di proposte di pull dei più svariati colori e con forme ricche di dettagli innovativi. Nel ’68 inventa la configurazione che diverrà la sua immagine di marca: Les Rayures (maglione a striscie colorate) che secondo la stilista darebbero musicalità al movimento del corpo. Oltre ai colori la stilista conferisce alla tenuta in nero per la donna, un supplemento di senso che nessun creatore di moda aveva mai azzardato (ad eccezione forse, di Chanel, sempre presente in classifica; in questo caso con la sua petite robe noir). Il successo delle sue creazioni si moltiplica con tuniche, pantaloni che partecipano e si dimostrano conformi alla sete di libertà che caratterizza la generazione della Swinging London, proiettando Sonya Rykiel a fianco dei grandi protagonisti di quell’epoca: in questo momento suoi pull valgono le mini di Mary Quant e Courreges, le sue tuniche corte hanno l’impatto che ebbe la sahariana di Yves Saint Laurent. Il codice da borghese elegantissima ma ingessata alla Dior veniva fatto a pezzi, e Sonya Rykiel inflisse colpi dolcissimi a look ammirevoli per bellezza ma che avevano perso l’aura di freschezza e di autenticità reclamate dalle giovani generazioni.

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Sempre nel ’68 inaugura la sua Maison di moda e con Emmanuelle Khanh, Kenzo, Jean-Charles de Catelbajac, Chantal Thomass compone un gruppo di creativi che griffano i propri abiti e fanno impennare il mercato del prêt à porter d’avanguardia. Apre una boutique in Rue de Grenelle in Saint-Germaine-de-Près sede anche delle sue prime frequentatissime sfilate. La sue modelle si presentano gioiose, sorridenti, libere, in sintonia con il fascio di valori espressivi coerenti con la filosofia che la stilista ha sempre difeso.

Sfruttando l’intelligenza operativa del marito crea un franchising che porta la sua visione della moda, con notevole successo, in tutto il mondo. Verso la metà dei settanta l’Allure Rykiel diventa un punto di riferimento per i più giovani colleghi e si può dire che eserciti una influenza che va aldilà dei pur importanti fatturati. Come succede spesso nella moda la stilista diviene un piccolo mito celebrato nei musei e corteggiato dai media più importanti. Se negli anni ottanta grandi creativi come Jean Paul Gaultier, Yamamoto, Vivienne Westwood, Comme des Garsons, Azzedine Alaia, trovano ispirazione nella maglieria per le loro collezioni più celebrate, ebbene, dicono gli esperti, tutto questo è stato possibile grazie alla strada aperta da Sonya Rykiel. Difficile contestare una evidenza che sembra ormai scolpita nella storia della moda.

  1. Quale è la specificità che possiamo ascrivere a Sonya Rykiel? Viene spontaneo rispondere facendo riferimento alla maglieria raffinata, spesso teneramente sexy, quasi una seconda pelle capace di far invecchiare di colpo il tailleur borghese pur interpretato dalla immensa Chanel. Io preferisco marcare un altro aspetto: Sonya Rykiel appartiene a quel genere di creativi che resistendo ai fantasmi della propria soggettività senza negarli, hanno evitato di perdersi nei stravaganti labirinti di una soggettività senza porte e finestre, inaugurando così una sorta di silenzioso dialogo con i bisogni delle donne, creando la potente illusione che semplici abiti potessero avvicinarle al mistero (e al piacere) di un corpo che gode senza perdersi, libero dalla foresta di segni che lo vincolerebbero a un discorso già scritto, già dato. Sonya Rykiel era anche una brava scrittrice e, lavorando le parole come aveva fatto con il celeberrimo Tricot (lana grossolana che lei volle trasformare in una seconda pelle) trovò un termine col quale concettualizzare il senso del suo fare moda: démodé, parola che per lei significava possibilità per ogni donna di essere libera nelle sue scelte anche al costo di sconfinare nell’angosciante fuori moda.

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Note:

(*): è il titolo di uno dei libri più conosciuti di Sonya Rykiel;

1) : Mi riferisco al contesto parigino, considerato negli anni del New Look il centro della moda-mondo. Nel nostro Paese la situazione era molto diversa. Le grandi sarte come le sorella Fontana, Fernanda Gattinoni, Simonetta, la principessa Galitzine, solo per fare qualche nome, avevano una notorietà pari se non superiore dei colleghi maschi.

Sonya Rykiel

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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2 Responses to "Sonya Rykiel. Et je la voudrais nue… (*)"

  1. Clara   8 settembre 2016 at 13:10

    È sempre bello scoprire cose nuove. Non pensavo che Sonia Rykiel fosse stata così importante. E non pensavo nemmeno che avesse anticipato Missoni nella trasformazione della maglieria in abiti moda importanti quanto gonne, calzoni e giacche.

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  2. Annamaria   8 settembre 2016 at 15:14

    Un bel affresco dei passati anni sessanta

    Rispondi

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