A rievocare Ravel, a Parigi, in scena le coreografie di Millepied e Béjart

A rievocare Ravel, a Parigi, in scena le coreografie di Millepied e Béjart

PARIGI – Fino al 24 marzo, Daphnis et Chloé di Benjamin Millepied e Boléro di Maurice Béjart rivivono, nel nome di Ravel, in scena all’Opéra.

Daphnis et Chloé, coreografato da Millepied nel 2014 e Boléro, nella leggendaria versione del 1961 di Béjart, ritornano in scena in questi giorni all’Opéra Bastille, in una soirée dedicata a Maurice Ravel. La freschezza, il colore, la natura dei personaggi e le vicende narrate nel primo balletto sono distanti anni luce dall’atmosfera rouge et noir in cui l’intrigante Boléro getta i suoi spettatori, eppure sono tante les liasons che creano un fitto dialogo tra i due lavori.

Benjamin Millepied, Maurice Béjart all'Opéra National de Paris
Benjamin Millepied, Maurice Béjart, Opéra National de Paris

Entrambi nati sulle note di Ravel, i due balletti risentono del ricco e profondo background di Millepied e Béjart, coreografi uniti dalla stessa sete di ricerca. Nel 1977 Béjart apriva la scuola Mudra-Afrique a Dakar mentre Millepied nello stesso anno veniva alla luce e in quella città avrebbe trascorso la sua infanzia. Bizzarra quanto rivelatrice coincidenza per due autori così aperti al multiculturalismo e ricettivi alle questioni del mondo; il primo nel suo lavoro trae ispirazione dalle proprie radici africane e il secondo si scopre ballerino grazie alla madre, insegnante di danza africana e contemporanea. Millepied mette in campo parte del suo spirito innovatore nella stessa Opéra tra il 2015 e il 2017 quando, ricoprendo l’incarico di direttore del balletto, investe le sue energie in progetti sensibili al benessere dei suoi danzatori e all’avanguardia tecnologica (il docufilm “Reset, storia di  una creazione“, recentemente uscito nelle sale italiane, lo racconta), così come Béjart nelle sue rappresentazioni rivoluziona il ruolo della danza, facendo subentrare nelle pieghe del repertorio tracce della nostra epoca, basti pensare al suo Roméo et Juliette che nel ‘66 racconta l’orrore della guerra in Vietnam, e muta il senso dello spazio, aprendosi alla vastità di luoghi ariosi, immensi e non elitari come il cortile d’onore del Palazzo dei Papi di Avignone, l’Arena di Verona, le rovine di Baalbek in Libano e di Persepolis in Iran, le gigantesche sale giapponesi e gli stadi dell’America Latina.

Daphnis et Chloé - Photo by Agathe Poupeney - ONP
Daphnis et Chloé – Photo by Agathe Poupeney – ONP

Attraverso una sorta d’immersione sognante ritorno all’Opéra di Parigi, durante la serata Ravel del 10 marzo, quella alla quale ho avuto la fortuna di partecipare.

Ispirandosi al romanzo mitologico del greco Longo Sofista, Ravel compose Daphnis et Chloé, opera che venne messa in scena per la prima volta nel 1912 dai Balletti Russi, con la coreografia di Michel Fokine. La ripresa dell’opera da parte di Maurice Millepied estrapola le vivaci vicende dei due pastori innamorati dall’ambientazione bucolica immergendole in una scenografia che, ideata da Daniel Buren, riporta alla mente il cubo di Mondrian. Forme geometriche colorate e trasparenti appaiono come per magia dall’alto dei cieli, alternando la loro presenza simultanea o individuale all’assenza. Lo sfondo è un cielo cromaticamente mutevole che entrando in umana empatia con i protagonisti si tinge di rosso-conquista, giallo-gelosia e di sfumature pastello nel noto lieto fine in cui a trionfare è l’amore. Il movimento è l’idea che ha generato una così perfetta rappresentazione: musica, danza e scenografia si vengono incontro, si spostano nello spazio, nell’etere, nella mente degli spettatori che non percepiscono distacco tra le diverse parti che compongono la messa in scena. All’unisono i gesti del corpo di ballo seguono i suoni e s’intrecciano alle tinte cangianti del cielo e delle forme che si lasciano quasi attraversare per la loro trasparenza. Movimento e colore rappresentano gli ingredienti principali di questa creazione poetica che, come in una dolce rêverie, assorbono il pensiero degli spettatori come accade nel Paradiso della “Divina Commedia”. “Vid’i sopra migliaia di lucerne un sol che tutte quante l’accendea”, in questi versi danteschi ritrovo il cerchio giallo, sospeso nell’azzurro dello sfondo della scena di Daphnis et Chloé, che illumina i danzatori vestiti di bianco. Il bianco è la somma di tutti i colori, a dimostrarlo è l’arcobaleno dei nuovi costumi dei ballerini che nel finale, inondando la scena di blu, verde, giallo e rosso, narrano coralmente la vittoria di un amore così grande che, pur essendo laico, “move il sole e l’altre stelle”.

Daphnis et Chloé - Photo by Agathe Poupeney - ONP
Daphnis et Chloé – Photo by Agathe Poupeney – ONP

E dal caleidoscopio ideato da Millepied e Buren, la seconda parte della serata all’Opéra Bastille, lascia spazio al celebre Boléro di Maurice Béjart che, messo in scena per la prima volta nel 1961 dal Balletto di XXe siècle al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles, è entrato nel repertorio della famosa istituzione parigina nel 1970. La solista femminile in questo caso è l’étoile Amandine Albisson, sinuosa nei movimenti ed elegante nel portamento; nel tempo ad interpretare questo ruolo numerose talentuose ballerine, come Duska Sifnios, Maya Plissetskaya, Suzanne Farell, Luciana Savignano e Sylvie Guillem, e a partire dal 1979 anche danzatori, quali Jorge Donn (che danzerà il Boléro anche nel film “Les Uns et les Autres” di Claude Lelouch), Patrick Dupont, Nicolas Le Riche e in questi giorni anche il nostro Roberto Bolle al Teatro alla Scala di Milano. Béjart, pur riprendendo dalla versione precedente dell’opera di Bronislava Nijinska l’utilizzo di un tavolo all’interno della scenografia e il coinvolgimento di un gruppo d’interpreti uomini nella coreografia, libera il Boléro dal folklore scenico conferendogli un significato più universale. Nonostante ciò, impossibile non ricordare che la creazione di Béjart respirò l’aria degli accesi anni ’60, artefici del mutamento della fisionomia della nostra società, e mise in atto una vera e propria rivoluzione dei corpi in scena. La rappresentazione divenne però nel tempo, una sorta di pietra miliare, un rito tra il sacro e il profano, un mito atemporale, un momento di essere, struggente e catartico. Una donna è come posseduta da una partizione senza musica, da un ritmo ripetitivo e quasi claustrofobico che Ravel compose, alla fine degli anni ’20, ispirandosi alle catene di montaggio delle fabbriche. Sul grande tavolo rosso il corpo della ballerina traduce il reiterato suono orientaleggiante con movimenti anch’essi ripetitivi ma sensuali ai quali si aggiungono altre movenze che uscendo dagli schemi stimolano l’attenzione del folto di gruppo di uomini che la circonda e che gradualmente passa dall’immobilità all’animosità. L’esaltazione della sensualità, già presente nel precedente lavoro del coreografo marsigliese, Le Sacre du Printemps (1959), diventa qui estasi, abbandono della ragione e affermazione dei sensi. L’orchestra riproduce i suoni e l’aumento graduale del volume accompagna il crescente, ancestrale e ipnotico incedere dei piedi nudi della danzatrice in calzamaglia nera. Il finale, quasi cannibalico, decreta la vittoria dell’irrefrenabile smania di possesso sul logorio del desiderio.

Boléro © Laurent Philippe : OnP
Boléro, Photo by Laurent Philippe : OnP

Il est l’heure de s’enivrer! Pour n’être pas les esclaves martyrisés du Temps, enivrez-vous sans cesse! De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise” scriveva Charles Baudelaire, caro anche a Béjart, ed è così che ci si sente al termine di una serata come questa, ubriachi di vino, di poesia e di danza, quella libera e potente di Millepied e di Béjart.

DAPHNIS ET CHLOÉ
Musica: Maurice Ravel | Coreografie: Benjamin Millepied (2014) | Scenografie: Daniel Buren | Costumi: Holly Hynes | Luci: Madjid Hakimi | Interpreti principali: Myriam Ould-Braham (Chloé), Marc Moreau (Daphnis), Aurélia Bellet (Lycénion), Allister Madin (Dorcon) e François Alu (Bryaxis)

BOLÉRO
Musica:
Maurice Ravel | Coreografie, scenografie e costumi: Maurice Béjart (1961) | Luci: Clément Cayrol | Interpreti principali: Amandine Albisson, Florian Magnenet e Pierre-Arthus Raveau

Orchestra e Coro dell’Opéra national de Paris: Direttore d’orchestra – Maxime Pascal | Maestro del coro: Alessandro Di Stefano

Lo spettacolo Benjamin Millepied, Maurice Béjart andrà in scena all’Opéra Bastille il 19, 21, 22 e 24 marzo alle ore 19.30. Per maggiori informazioni consultare il sito web dell’Opéra national de Paris.

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Elisabetta Severino

Instancabile viaggiatrice e inguaribile iperattiva si concede raramente del puro relax e nella frenesia delle sue giornate convulsive da ufficio stampa di due teatri l’otium di cui sente più la mancanza è quello letterario. Rimbaud, Verlaine e Baudelaire sono tre delle tante ragioni che l’hanno spinta diverse volte a trasferirsi oltralpe. È cresciuta in una casa piena di libri e si è convinta che la vita è troppo breve per poterli leggere tutti. Lealtà, giustizia e umiltà sono i valori in cui crede e quando esce di casa la mattina spera di poterci ritornare avendo imparato qualcosa di nuovo. Un’enorme coppa di gelato all’amarena, un bel libro, un concerto di Ludovico Einaudi e un biglietto aereo acquistato la rendono la persona più felice del mondo.
Elisabetta Severino

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