Agosto con Renzo Arbore e i successi evergreen de L’Orchestra Italiana

Agosto con Renzo Arbore e i successi evergreen de L’Orchestra Italiana

ITALIA – Renzo Arbore e L’Orchestra Italiana hanno da poco dato il via alla loro tournée estiva, che ha già fatto tappa all’Auditorium Parco della Musica di Roma e che promette di infiammare il Teatro Ariston di Sanremo e Villa Bertelli a Forte dei Marmi, rispettivamente il prossimo 17 e 19 agosto. L’artista foggiano, ormai napoletano di adozione per portato a un successo internazionale la canzone napoletana grazie a sapienti contaminazioni musicali, ha scelto come banco di prova, per scaldare i motori del suo vulcanico gruppo, alcuni concerti di impronta “popolare”. Siamo stati spettatori, lo scorso 22 luglio, di quello tenutosi a Sora (FR) in uno stadio Panico che ha oltrepassato la mezzanotte con un pubblico dai vent’anni in su completamente in delirio

80 anni compiuti lo scorso giugno, su cui ironizzare con la classe e la disinvoltura di uno showman che ha calcato le scene di tutto il mondo reinventando i repertori tradizionali italiani dopo decenni di successi in radio e in tv. Così Renzo Arbore, accompagnato dagli altri 15 talentuosissimi artisti che compongono L’Orchestra Italiana, ha dato il via alla tournée estiva che ha già fatto tappa all’Auditorium Parco della Musica di Roma e che promette di infiammare il Teatro Ariston di Sanremo e Villa Bertelli a Forte dei Marmi, rispettivamente il prossimo 17 e 19 agosto. L’artista foggiano, ormai napoletano di adozione per aver fatto del marchio partenopeo la carta d’identità di una musica che mantiene inalterata la poesia delle melodie e dei testi di scuola napoletana, per aprirsi nel più ampio respiro di travolgenti e ballabili sonorità internazionali, ha scelto come banco di prova, per scaldare i motori del suo vulcanico gruppo, alcuni concerti di impronta “popolare”. Siamo stati spettatori, lo scorso 22 luglio, di quello tenutosi a Sora (FR) in uno Stadio Panico che ha oltrepassato la mezzanotte con un pubblico dai vent’anni in su completamente in delirio. Non era la prima volta per Arbore nella cittadina frusinate che, ha ricordato lo stesso artista, ricorreva spesso nelle conversazioni con l’amico Vittorio De Sica e gli aveva già riservato una grande accoglienza nel lontano 1986, dopo il successo di Quelli della notte.

Simbolica, non sappiamo se per pura coincidenza o meno, anche la data scelta per il concerto, svoltosi durante l’ultima delle giornate di festeggiamento del ventennale del gemellaggio tra la vicina Isola del Liri e la citta di New Orleans in Louisiana, considerata la patria del jazz. Le coincidenze non si esauriscono qui, dato che lo stesso Arbore fu insignito della cittadinanza onoraria da parte della città statunitense proprio per meriti jazzistici, avendo studiato a lungo i ritmi di questo tipo di musica prettamente afroamericana, come del country-western, del latinoamericano e dello swing, con cui avrebbe poi dato nuova linfa al repertorio tradizionale italiano napoletano, secondo molti passato di moda già prima del 1991, anno in cui nacque L’Orchestra Italiana. Pochi sanno che fu ancora Renzo Arbore, in un momento in cui lo swing pareva destinato a restare confinato alle atmosfere fumose e gessate degli anni ’20 e ’30, a presentare in un piccolo locale di Milano un giovane e sconoscuito musicista australiano di origini italiane: Michael Bublé. Per queste ragioni è parsa quasi giustificabile l’interruzione, a circa metà della serata, da parte del Sindaco di Sora Roberto De Donatis e della delegazione americana composta dal senatore Troy Carter e dalla poetessa Edith Batiste, presentati da un sempre impeccabile Tonino Bernardelli. Il momento ufficiale, per quanto a tratti solenne, con tanto di declamazione di versi e di consegna di targa ad Arbore da parte del Sindaco, ha comunque potuto a stento mascherare quello che era in realtà, nel contesto di concerti che notoriamente non prevedono siffatte pause: un estremo tentativo, da parte dell’amministrazione isolana, di rimediare all’imbarazzo di una Piazza De Boncompagni rimasta nel frattempo vuota. Imbarazzo per la verità doppio, con il flop di un festeggiamento che avrebbe dovuto trovare la propria naturale collocazione all’interno del Liri Blues Festival, storico evento di successo emigrato da quest’anno per mere beghe politiche a Veroli, che nulla ha a che vedere con il fiume che dà il nome alla manifestazione né con lo spirito da cui questa nacque.

Entrando nello specifico della più interessante serata artistica, non potremo che ribadire l’ovvietà di un successo collaudatissimo negli anni dal colorato e versatile talento dei componenti dell’Orchestra Italiana e dall’estro di Arbore, sempre fresco e pronto all’improvvisazione di gag e battute che nascono dai numerosi aneddoti autobiografici, incastrati in una scaletta musicale dal ritmo serrato come momenti di vero e proprio cabaret. Lo spettacolo, che svolgendosi all’interno di uno stadio permetteva una più libera manifestazione di trasposto da parte del pubblico, ha dato saggio della solidità di un gruppo che sta per compiere 27 anni di tournée in Italia e in tutto il mondo. Concerti carichi di passione italiana, che si esprime nella voce di Arbore e nel suo clarinetto, a detta dell’artista strumento gentile, non prepotente, che si insinua con eleganza nella melodia e accompagna gli altri con garbo. Un’anima nostrana sprovincializzata, arricchita efficacemente da contaminazioni orientali, americane, latine e africane, in cui ognuno degli elementi dell’Orchestra ha il proprio momento di ribalta, che si dispiega come nelle arie liriche: dai mandolinisti, fondamentali nell’esecuzione dei classici di tradizione, per lo più firmati da Donato Carosone e Roberto Murolo, ai virtuosi della fisarmonica, delle percussioni, fra cui spicca Giovanni Imparato, e delle chitarre acustiche ed elettriche. Ogni pezzo è indispensabile a comporre la figura sontuosa di un puzzle. Difficile dimenticare le tre voci soliste di Mariano Caiano, capace di rievocare l’Africa subsahariana come le notti d’oriente con incredibile maestria, di Gianni Conte, lodevole in un rischiosissimo Nessun Dorma accompagnato da mandolini, e di Barbara Bonaiuto, insuperabile nei ritmi carioca come quello di Cancao do Mar o di Cacao Meravigliao, che mi ha strappato alla sedia con forza irresistibile riportandomi all’infanzia di Indietro Tutta, che sebbene tenerissima ricordo distintamente: elemento che la dice lunga sull’energia trascinante della musica dell’Orchestra Italiana.

Durante la serata non sono mancati gli omaggi a Totò, con Malafemmena, e a Modugno, con Ciao Ciao Bambina. Modugno è stato infatti tra i primi autori a innovare il repertorio classico italiano con influenze musicali altre. Ineludibili anche titoli come Reginella, Luna Rossa, Catarì, O Sarracino e tanto, tanto altro… A chiudere in un clima di grande festa l’emozionante show, le sigle di Quelli della Notte e gli stornelli romaneschi in omaggio a Nino Manfredi, fra gli ultimi pezzi con cui Arbore ha voluto signorilmente salutare un pubblico dimostratosi calorosissimo.

Si ringrazia Gianna Reale per la gentile concessione degli scatti

Renzo Arbore Sora

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Stefano Maria Pantano

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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