Alberto Masotti lancia la Fashion Research Italy

Alberto Masotti lancia la Fashion Research Italy

BOLOGNA – La fondazione no-profit dell’ex proprietario dello storico marchio La Perla promuoverà una serie di iniziative culturali con l’obiettivo di aiutare la piccola e media impresa.

Il 21 ottobre è stata inaugurata ufficialmente la struttura che contiene il polo didattico concepito da Alberto Masotti per formare nuove generazioni di professionisti e imprenditori capaci di rinnovare il mito e i successi della moda italiana nell’era digitale.

Alberto Masotti, classe 1936, da giovane aveva studiato medicina per diventare un chirurgo. Poco dopo essersi laureato cominciò a lavorare presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna, ma a un certo punto della sua vita, venne irresistibilmente attratto dalla azienda di confezioni che sua madre, Ada, sarta e corsettiera geniale e ambiziosa, aveva fondato nel 1954. Ada Masotti fu una delle protagoniste delle fasi cruciali in cui prese forma la moda italiana nel secondo dopoguerra e il suo successo era dovuto a una serie di intuizioni molto feconde: la lingerie di qualità, pensava, sarebbe divenuta l’oggetto che rappresentava più in profondità le emozioni del sentirsi una Donna; questo bordo dato al desiderio femminile avrebbe trasformato l’indumento intimo in uno degli accessori più importanti della moda. Il corollario di queste intuizioni, divenute assiomi aziendali, era la necessità di rimanere connessi con i grandi mutamenti generazionali che provocavano conflitti, contrasti, incertezze su cosa significasse essere donna. Attraverso una non comune propensione all’innovazione Ada riuscì a pilotare la sua azienda, La Perla, nel delicato passaggio generazionale degli anni sessanta e settanta, mantenendo stabili i fondamenti della sua visione femminile che premiava la bellezza, la preziosità di un indumento vissuto quasi come una seconda pelle paradossalmente più intima di quella biologica, premiava l’estrema attenzione sulla qualità del prodotto.

Alla fine degli anni settanta l’azienda di Ada ha la dimensione, la notorietà e le idee per partecipare da protagonista al fenomeno del Made in Italy. Il timoniere di questa ulteriore crescita dell’azienda bolognese che io vedo interconnessa con la stagione che rappresenta probabilmente il culmine del successo del nostro sistema moda, è il figlio Alberto, dal 1981 leader e artefice del suo sviluppo internazionale. In breve tempo, anche grazie alle performance creative di Olga Cantelli, stilista e moglie di Alberto, La Perla diviene un Brand conosciuto in tutto il mondo e una delle corazzate della moda italiana. La lunga scia di successi si interrompe inaspettatamente nei primi anni del terzo millennio.

Tra il 2007/2008 Alberto Masotti prende la decisione di cedere l’azienda a una private equity (fondi pensione) americana che sbaglia completamente il piano di rilancio. Al punto che nel 2013 l’imprenditore Silvio Scaglia acquisisce La Perla ad un’asta del tribunale a un prezzo fatalmente basso (69 milioni di euro) rispetto il prestigio e il valore globale del marchio. I tempi sono cambiati, i parametri e i multipli del lusso sono ridimensionati dalla crisi finanziaria, il piano di rilancio si presenta costoso e rischioso. Comunque, molto più lentamente rispetto gli annunci di ripartenza, La Perla oggi sta trovando un suo stabile posizionamento nel mercato del lusso, anche se, a onore di Ada e Alberto, bisogna aggiungere che, tra gli intermediari e/o esperti del settore e tantissimi clienti, il valore simbolico e affettivo del marchio rimane molto superiore all’effettivo mercato dei suoi attuali prodotti.

Mi sono preso il piacere di raccontarvi qualcosa dell’avventura creativa e imprenditoriale di Ada, Alberto Masotti e Olga Cantelli per presentarvi da un punto di vista diverso dal giornalistese, più umanistico credo, il grande dono che l’imprenditore ha fatto a Bologna, ovvero la Fondazione no-profit Fashion Research Italy (FRI) con la sua monumentale sede ricavata restaurando gli edifici industriali storici de La Perla.

La visione che ha ispirato Alberto Masotti nel concepire FRI, a mio avviso, completa l’esperienza umana di un imprenditore che ha vissuto da protagonista l’ascesa, il declino e l’attuale resilienza del settore moda italiano.

Provate a chiedervi: cosa ha reso famosa in tutto il mondo la moda italiana? Se ho ben capito Alberto Masotti, fin da quando era vicepresidente della Camera della Moda Italiana, la sua risposta suonerebbe più o meno così: nel mondo ci amano e/o invidiano per 3 motivi:

1. Esprimiamo una insopprimibile, emergente idea di bellezza in qualche modo innestata sui nervi scoperti della nostra gloriosa tradizione artistica che ci rende unici;

2. abbiamo straordinari artigiani che hanno una propensione a fare bene cose belle ( se volete, usate pure la parola “qualità”);

3. Sappiamo dare ai prodotti una giusta dose di fashion (oggi diremmo di creatività), rispettosa delle armoniche che esaltano la relazione tra corpo e gli oggetti che lo riempiono di senso, senza mai sconfinare nelle aberrazioni spettacolari, nei minimalismi brutali, nel cinismo mercatistico.

Ora, Alberto Masotti sa benissimo che questa narrazione mitica, all’inizio del terzo millennio è naufragata e che quindi occorre ripensare i criteri di esistenza/ produzione di uno stile italiano nella moda. FRI è prima di tutto una sua grandiosa “visione” che coraggiosamente si propone di creare le fondamenta culturali di un nuovo inizio per il modo italiano di interpretare la moda.  Infatti, il cuore delle attività della Fondazione è alimentato da tre motori: la formazione di risorse umane preparate a concepire la modazione in un contesto di moda-mondo (cosa volete farci, la parola globalizzazione mi ha stufato); il secondo motore è la ricerca o come si dice più spesso nelle aziende, l’innovazione efficace e sostenibile; e infine, il terzo motore è l’archivio delle aziende storiche come giacimento o memoria di segni, immaginato essere il formante di possibili nuove configurazioni moda attraversate dall’impronta di uno stile italiano.

Quindi, in sintesi, Alberto Masotti non ha solo messo mano al portafoglio rendendo più bella e utile una zona della Bologna periferica, bruttina e forse non più così efficace come nel passato, ma ha creato ciò che sulla carta si presenta come un potente dispositivo didattico per aiutare le aziende moda a trovare la stretta via della competitività, resa impervia dalle trasformazioni geopolitiche, finanziarie e digitali dei mercati. Se formeremo i nuovi professionisti e imprenditori secondo i parametri culturali imposti dalle trasformazioni del sapere e del mondo in atto, preservando in essi il senso della nostra tradizione creatrice, allora il Made in Italy avrà un futuro luminoso.

Questo è il messaggio che Masotti ha ricordato a tutti i presenti all’evento di inaugurazione di FRI  al quale hanno partecipato i numeri uno delle istituzioni strategiche per il suo sviluppo.

Virgilio Merola, Sindaco del Comune di Bologna, Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, Francesco Ubertini, Magnifico Rettore dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, hanno onorato la visione e la concretezza dell’imprenditore bolognese con interventi giubilatori sui quali posso raccontarvi ben poco dal momento che dopo aver udito per una decina di volte la parola “eccellenza” e “fashion valley”  sono uscito dalla sala per fumarmi un sigaro e guardare in souplesse la forma dell’articolata struttura.

Lo so che avete ragione voi, lo so che in certe situazioni ci vuole un po’ di retorica; ma non posso farci nulla: da un po’ di anni a questa parte quando sento parlare di eccellenza mi girano le palle.

Dopo il convegno, gentilissime pierre hanno condotto gli ospiti a visitare le strutture (archivio, biblioteca, aule) e la piccola ma pregevole mostra “Out off Archi-ves” organizzata dagli studenti del primo master appena concluso in “Design & Technology Ford Fashion Communication”. Ho trovato le loro re-interpretazioni convincenti, alcune sorprendenti (per esempio una giacca Moschino che mi sarei portato via). Per farvi capire meglio, FRI ha inaugurato la sede sabato 21 ottobre. Ma i corsi progettati dall’Università di Bologna, partner della struttura di Masotti, erano cominciati nel 2015, quando i lavori di ristrutturazione erano ancora in corso.

Permettetemi di terminare l’articolo con un paio di perplessità interrogative. La ristrutturazione dell’ex La Perla fatta dallo Studio Cervellati con le citazione palladiane contornate da larghe facciate di edifici razionalisti/modernisti, dinamicizzate da una struttura simile a una enorme ruota dentata, da alcune superfici esterne composte a rettangoli irregolari e da una piccola teoria di portici anoressici, non mi ha mandato in visibilio. Il bianco come nota di colore dominante mi è parso angosciante e metafisico. Ma forse quando crescerà il verde intorno, la percezione potrebbe cambiare. E poi, ho pensato, in definitiva questo è da sempre il modo di interpretare il contemporaneo a Bologna, ovvero erigere edifici che di veramente contemporaneo hanno solo la data di costruzione o ristrutturazione.

Devo dire che mi ha invece irritato il tappetino color pink cretinino, piazzato all’ingresso e sotto i grandi schermi grazie ai quali avremmo dovuto stupirci di fronte al futuro della moda. A mio avviso quel colore, tipico di una moda che ha la freccia del tempo rivolta all’indietro non c’entrava nulla con i contenuti del progetto FRI. Voleva essere una nota di ironia? Non l’ho percepita. La sfilata in video così come ci è stata presentata non mi sembra oggi una innovazione. Se si voleva evocare con efficacia il de-realismo dei processi moda in una società liquida bisognava darsi una spazzolata al cervello e pensare a qualcosa di diverso.

Devo dire che anche l’installazione luminosa “Icona di donna” che Alberto Masotti ci ha detto di aver voluto dedicare a tutte le maestranze femminili che lo hanno aiutato nella sua impresa e in particolare a Olga Cantelli, la stilista storica delle linee di intimo e da bagno de La Perla, non mi ha commosso. La silhouette composta con fili metallici decorati con centinaia di oggetti circolari, immaginatevi una sorta di abito alla Paco Rabanne alto sette/otto metri che a comando si illumina come un albero di Natale dodecafonico, l’avrei vista meglio in un Luna Park o in un albergo/casinò di Las Vegas. Ma forse l’installazione vuole proporre intenzionalmente proprio un anacronismo suscettibile di evocare gli anni in cui la moda sviluppava, in pochi decenni, i più profondi e veloci cambiamenti di stile di vita mai visti nella storia. Sono gli anni pop, rock, punk e poi più avanti glamour, ‘70, ‘80, ‘90. Sono anni felici per la nostra moda, nei quali La Perla cresceva nel mondo grazie al talento di Olga Cantelli. Forse celebrando la moglie, Alberto Masotti  voleva evocare lo spirito di quel periodo come auspicio per FRI.

Eh si! Forse la smitragliata di luci non sono solo un botto di pirotecnici dinamiche stringhe di colori dedicati alla donna di una vita, a tutte le donne…forse vogliono essere anche le luci che illuminano la strada del futuro dei giovani che formerà la struttura,  giovani che dovranno ereditare il testimone lasciato dalla generazione dei Masotti, giovani che tenteranno di perpetuare il prestigio della moda italiana.

Fondazione Fashion Research Italy

www.fashionresearchitaly.org

info@fashionresearchitaly.org

Tel 051 220086

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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