Alessandro Michele. Il senso del disordine

Alessandro Michele. Il senso del disordine

Marco Bizzarri e Alessandro Michele hanno riportato Gucci ai vertici del lusso. Come e perché ci sono riusciti?  Quanto durerà la ventata di euforia che ha convinto il mercato?

Alessandro Michele

Alessandro Michele riceve entusiasti consensi alla fine della prima sfilata Gucci come direttore creativo

  1. La svolta

Quando nel gennaio 2015 Alessandro Michele divenne il Direttore creativo di Gucci, quasi tutti gli addetti ai lavori si dichiararono sorpresi financo perplessi della scelta effettuata da Marco Bizzarri, il nuovo Ceo della celebre marca.

Bisogna aggiungere che, in quei giorni, erano pochi a conoscere realmente capacità, competenze e potenzialità dello stilista arrivato in Gucci nel 2002 per volontà di Tom Ford ( protagonista insieme a Domenico de Sole della rinascita e del successo del brand negli anni ’90 del novecento), e divenuto dopo la dipartita dello statunitense, fedele collaboratore di una subito celebratissima Frida Giannini.

Si può dire quindi che, la carriera di Alessandro Michele, deviò bruscamente da un onesto semi-anonimato quando Marco Bizzarri prese il posto di Patrizio di Marco e contro ogni pronostico scelse di dare fiducia a un collaboratore interno all’azienda. Poco più avanti nel tempo, quando Gucci diverrà un clamoroso caso da manuale del marketing, il Ceo ricorderà quella fatale e fortunata decisione con queste parole: “Quando ho incontrato Alessandro ho intravisto il talento, ma se dicessi che ho capito quello che sarebbe diventato le direi una balla colossale” ( da una intervista rilasciata a Beppe Severgnini per il Corriere della sera).

Il cambio di rotta di Gucci, pur facendo parte delle procedure standard dei grandi marchi del lusso quotati in borsa, fece discutere animatamente gli addetti ai lavori. Patrizio di Marco era da 13 anni nel gruppo Kering (prima in Bottega Veneta, poi in Gucci: curiosamente, per certi versi lo stesso percorso o carriera del top manager subentrante) e da alcuni anni si era impegnato in una relazione sentimentale con Frida Giannini sfociata in un felice matrimonio.

Tutti sapevano che con la sua caduta anche la sorte della stilista romana era segnata. Entrambi scontavano un andamento del mercato al di sotto dei desiderata degli azionisti. E probabilmente la loro relazione non appariva di certo rassicurante per chi auspicava decisi cambiamenti di strategia.

Tuttavia, credo di poter affermare che la stilista romana, malgrado gli esiti tutto sommato fisiologici per la manutenzione di un organismo aziendale complesso (nel terzo millennio sembra difficile per lo stilista mantenere a lungo la leadership creativa di un grande Brand della moda), Frida Giannini dicevo,  rimarrà nella storia della moda come uno dei grandi interpreti dello stile Gucci. Quando nel 2004/5 raccolse il testimone da un Tom Ford, bruciato dall’esperienza di orchestrare simultaneamente le collezioni Gucci e Yves Saint Laurent (la marca più gloriosa di Francia fu comprata da Mr.Pinault, il proprietario di PPR ribattezzata Kering, dopo rocambolesche avventure finanziarie), diede una svolta ai look delle collezioni lavorando sull’immaginario femminile in modo sostanzialmente diverso da quello evocato dal glamour hollywoodiano, fortemente erotizzato dello stilista statunitense. La Donna narrata dalla Giannini era all’inizio forse meno sexy, certamente meno provocante, ma a conti fatti risultava più forte perché sostanzialmente libera da un desiderio contaminato da una eccessiva aggressività erotica. La stilista con coerenza e ingegno sviluppò collezioni impostate su una visione della donna certamente elegante e sofisticata ma anche carica di energia vitale (più che alle star del cinema holliwoodiano, perno centrale dell’immaginario di Tom Ford, Frida si dichiarava ispirata ai mood della musica rock fine sessanta, anni settanta del novecento). Bisogna aggiungere che la stilista era apprezzatissima dal pubblico femminile di addetti ai lavori anche per suo carisma personale e per gli investimenti etici per i quali si prodigava. Durante gli anni di Patrizio di Marco e Frida Giannini, Gucci divenne un “modello” di azienda moda, esemplare dal punto di vista della responsabilità sociale e culturale.

Dopo il 2008, con un timing diverso da Brand a Brand, anche i quartieri alti della moda, chiamatela pure lusso, entrarono in un territorio che mi piace definire Estremistan ovvero precipitarono in una fase caratterizzata da una discontinuità diversa da quella di un normale ciclo di espansione seguito da crisi, e poi di nuovo da uno sviluppo. Gucci non fece eccezione e intorno al 2011/12 cominciò a perdere in ricavi.

Gli effetti della globalizzazione, le esasperazioni del mondo finanziario, lo shock tecnologico provocato da internet, la pressione di una generazione “liquida” che si riconfigurava attraverso identificazioni virtuali sui social e il web, costrinsero i Brand della moda a prendere decisioni radicali sia per quanto riguarda lo stile creativo e sia nell’allestimento di un nuovo immaginario utile per disegnare i contorni del mondo possibile di marca, necessario per catalizzare il tribalismo ad opzioni dei Millennials, dei fashion blogger, dei new influencers.

È legittimo congetturare che la visione strategica di Marco Bizzarri avesse come perno centrale il riposizionamento della marca tra i nuovi pubblici che animano il mercato del lusso. Per farla breve, la leggera ma perdurante perdita di fatturato di Gucci negli ultimi due anni di gestione Giannini, era certamente un sintomo di disaffezione verso la marca da parte di clienti disamorati. Anche se non si poteva parlare di una situazione catastrofica, le previsioni per il futuro (importanti per il modus operandi del pensiero finanziario) erano molto più problematiche del pur evidente impasse del fatturato.

Occorreva legarsi e/o coinvolgere gruppi di influencers capaci di far emergere un nuovo immaginario Gucci, in sintonia con fluttuazioni del gusto che Frida Giannini, sicuramente circondata da tanti giovani collaboratori ma anche un po’ troppo prigioniera del proprio stile, non riusciva più a declinare in modo efficace. Era giunto il momento di una svolta radicale, altrimenti il rischio di un drammatico declassamento del Brand sarebbe divenuto inevitabile.

Probabilmente Marco Bizzarri, quando si incontrarono, riconobbe nella visionarietà di Alessandro Michele, oramai libero di dire quello che pensava sui problemi dell’azienda, qualcosa che dava concretezza e spessore ai parametri astratti del cambiamento che come manager sentiva di dover intraprendere. La visione della modazione che il nuovo Ceo considerava pertinente con la trasformazione del mercato, imposta dai fattori estremi elencati sopra, privilegiava cambi di rotta radicali.

Probabilmente, il fatto che Alessandro Michele conoscesse meglio lui il mondo Gucci essendo stato per ben oltre un decennio un fidato collaboratore di due grandi creativi come Tom Ford e Frida Giannini, poteva permettergli di ipotizzare che il colpo di creatività fuori dagli schemi (rispetto al brillante concetto di moda di Frida Giannini, divenuto purtroppo inefficace) sul quale intendeva scommettere, avrebbe avuto tutti gli ancoraggi che si possono intuire dal momento che il nuovo direttore creativo era in grado meglio di chiunque altro, sia di riconoscere ciò che di ancora vivo (cioè spendibile sul mercato dell’immaginario dello stile) si era stratificato nella storia del Brand e di conseguenza anche ciò che sarebbe stato percepito dal pubblico come fortemente innovativo.

In breve, la scelta di Alessandro Michele era meno temeraria di quanto non apparisse a caldo, di certo non priva di rischi, ma anche in parte rassicurante. La questione era: il nuovo direttore creativo avrebbe avuto il tempo necessario per reinventare il mondo Gucci, per trasmetterlo ai clienti e quindi fare mercato?

Infatti, non si dovrebbe mai dimenticare che, i brand dai costi operativi importanti e esposti in borsa, non possono prescindere dall’imperativo di fare immediatamente fatturato in misura compatibile con le aspettative degli investitori. Ecco perché le mosse del nuovo Ceo Gucci potevano essere considerate agli occhi degli analisti, audaci e rischiose. Una svolta creativa radicale dello stile delle collezioni, accompagnata da una rivoluzione semantica delle narrazioni che accompagnano gli oggetti moda nel momento in cui cominciano a circolare tra i pubblici diretti e indiretti, anche se accompagnate da clamore mediatico, non implicano affatto uno scontato successo economico. Il mondo della moda è pieno di soggetti estremamente creativi o situazioni mediatiche apparentemente efficaci, caratterizzati da una singolare asimmetria tra l’accresciuta notorietà del brand e la reale capacità di fare mercato degli oggetti moda effettivamente distribuiti.

Diciamo subito che l’audace strategia promossa da Marco Bizzarri non passerà alla storia come una delle tante bolle mediatiche create con la potenza di fuoco che un super brand come Gucci indubbiamente possiede e nemmeno come una anomalia creativa di successo, di cui tutti parlano ma che pochi comprano.

Detta come vuol detta, il successo della strategia è stato clamoroso. A fine Luglio 2017, Sara Bennewitz su la Repubblica, presentò la rendicontazione semestrale della marca con queste parole: “Gucci in un semestre ha fatto più ricavi di Prada nel 2016 (2832 milioni contro i 2528 di Miuccia). Ha aumentato la crescita delle vendite di oltre tre volte rispetto a Lvmh nello stesso periodo (più 43% contro il 12% del colosso mondiale). Ha registrato un margine operativo superiore di un terzo rispetto al fatturato 2016 di Tod’s (907 milioni contro i 559 milioni di ricavi della griffe marchigiana). Se Gucci continua a crescere così a fine anno avrà un giro d’affari superiore al marchio che è l’emblema del lusso: le stime su Hermés sono di 5,5 miliardi di ricavi nel 2017…I numeri della Gucci di Marco Bizzarri e Alessandro Michele, sembrano quelli della Apple di Steve Jobs. Come il gruppo di Cupertino ha reinventato la tecnologia, quello fiorentino sta reinventando il lusso”.

Se consideriamo che solo un anno prima, gli analisti finanziari, visto l’andamento drammatico del 2015 culminato con il licenziamento della coppia Giannini-Di Marco, ritenevano un fatturato stabile  un successo già di per sé rilevante per Alessandro Michele, allora possiamo certamente accodarci al tono magnificativo della giornalista citata. Nel 2016 l’aumento dei ricavi era già stato in doppia cifra. Nel febbraio 2018, furono divulgati i risultati definitivi dell’annata 2017. Gli esiti si rivelavano ancora una volta entusiasmanti per Gucci. Cedo volentieri la parola alla già citata Sara Bennewitz, autrice di una sintesi esplicativa del bilancio aziendale, Gucci da record per vendite e utili, pubblicata su la Repubblica del 14-2-2018:

“La Gucci di Alessandro Michele e Marco Bizzarri è il più grande marchio del lusso per fatturato. Con 6,2 miliardi di ricavi, nel 2017 …l’utile operativo della griffe è balzato a 2,124 miliardi è pari a una redditività record del 34,7% dei ricavi”.

Dunque, si può dire che con lo strabiliante 2017, Marco Bizzarri abbia pilotato Gucci ai vertici del lusso, un risultato che analisti finanziari paragonano all’impresa che fecero Tom Ford-Domenico de Sole, quando nel 1994/95 non solo salvarono dal fallimento l’azienda, ma in pochi semestri posizionarono il brand nell’élite della moda.

La domanda politicamente scorretta che a margine dell’argomento centrale di questo script, vorrei sviluppare è questa: a chi spetta il merito maggiore della performance Gucci? Al direttore creativo o al Ceo? Allo stilista o al top manager?

Ovviamente so benissimo che le anime belle, con un sorrisino sulle labbra e una alzata di spalle, risponderebbero alla domanda più o meno così: entrambi! Il merito è di entrambi i protagonisti, dal momento che al manager spetta il riconoscimento di aver intuito le potenzialità fino a quel momento inespresse dello stilista, e quest’ultimo lo ha ricompensato generando colpi a ripetizione di genuina creatività che hanno fatto la differenza.

Questo tipo di narrazione si invola a partire da un piano di concretezza la cui fecondità tutti facilmente intuiscono. Per i super brand dal mercato grande quanto il pianeta, la sincronia tra la dimensione manageriale e quella creativa risulta assolutamente centrale. L’atto moda efficace dunque, nella super contemporaneità, cioè nell’epoca in cui i Brand che fanno più clamore sono             quotati in borsa e che qualsiasi informazione li concerni può attivare feedback negativi, dovendo dimostrare ossessivamente la loro profittabilità, presuppone sia l’efficienza manageriale e sia l’efficacia simbolica del colpo creativo.

Fine del discorso? No! Anche le domande un po’ cretine, qualche volta, meritano di essere sviluppate. Senza sottovalutare l’importanza di una visione del management che premia la sincronia, dal punto di vista euristico la domanda cretina ha le sue ragioni. Infatti, aldilà delle preferenze “ideologiche” di ciascuno di noi, dovremmo essere tutti molto interessati al perché di certe decisioni, quanto influiscono, quali sono le conseguenze intenzionali e inintenzionali. E per farlo dobbiamo capire meglio come si è presentato concretamente sul fronte della moda il nuovo corso di Gucci.

alessandro michele                                                   Foto 1. Marco Bizzarri con Alessandro Michele

2. Lo stilista come teorico

Alessandro Michele, oltre ad aver dimostrato di essere un geniale creativo, si è presentato alla pubblica opinione con parole estremamente pertinenti se rapportate alla particolare visione della moda indotta dall’osservazione delle collezioni da lui concepite per Gucci.

Ma prima di affrontare questo argomento consentitemi una breve digressione sul rapporto tra creatività (nella moda) e i concetti che ne modellizzano gli effetti di senso.

Spesso gli stilisti, nelle interviste rilasciate alla stampa, amano ricordare che quando parlano o scrivono di una collezione o di se stessi, non intendono teorizzare alcunché, ma è semplicemente il loro modo di descrivere cosa succede quando creano abiti.

Tuttavia, ho il sospetto che il poco velato timore nei confronti del pensiero teorico, arrivi spesso da individui che quasi mai sono interessati a classificare con rigore ciò di cui si parla. In primo luogo vorrei dire ai presunti nemici del pensiero critico, che “teoria”, probabilmente, deriva da theoria che per gli antichi greci significava vedere meglio  le cose, le idee, le situazioni. E poi vorrei aggiungere che anche le teorie si fanno con la stessa intensità e passione necessaria a configurare gli oggetti ai quali si applicano.

Forse, la timidezza dei creativi nei confronti del pensiero teorico, riflette una ostilità che appartiene in realtà più al senso comune della moda: apparentemente per i modanti, ciò che conta sono gli oggetti-moda e per molti di essi le teorie sarebbero un po’ come le nuvole nel cielo, lontane dalle pratiche da cui dipendono le cose. Ma cosa succederebbe alla terra se non ci fossero le nuvole? Fuor di metafora, a me sembra strano che vi siano tante resistenze a concepire le teorie come il risultato di un fare. Probabilmente, il problema principale deriva da fatto che la pratica teorica lavora con i concetti che collochiamo tra le cose, quando ne interroghiamo la plausibilità, le ragioni, l’efficacia. Le teorie sulle mode non sono le mode, bensì interrogano i concetti che la moda suscita e utilizza per raggiungere i suoi fini.

La discesa degli oggetti-moda tra la vita concreta degli individui è il risultato dell’interferenza tra molte pratiche, tra le quali un certo modo di fare teoria riveste un ruolo certamente non indifferente soprattutto nella super contemporaneità (cioè nel nostro presente in quanto disancorato dal passato e  cieco nei confronti del futuro).

In passato, con molta discrezione tra l’altro, non era infrequente che couturier e stilisti si misurassero con teorie che investivano il senso del loro lavoro primario.

Oggi, io credo che ciò che chiamiamo “teoria” ovvero una visione strutturata che non solo spiega il perché di un determinato ordine di fatti ma mette ordine al come pratiche eterogenee vengono sincronizzate per fare emergere oggetti-moda, ciò che chiamiamo teoria dicevo, rivesta un ruolo ben più rilevante.

Mi piace pensare che Alessandro Michele sia un buon esempio di quanto la pratica teorica incida sulla visione necessaria per immaginare scenari articolati, senza i quali fare moda non avrebbe l’efficacia economica attuale.

Avanzo l’ipotesi dunque che, tra le professioni di couturier, di stilista e art director è riconoscibile in quanto emergente una nuova figura professionale che provvisoriamente etichetterò con il termine creative director caratterizzata tra le altre cose da una maggiore responsabilità teorica nei confronti dei concetti strutturanti l’immaginario del Brand.  Ci tornerò in modo diffuso più avanti. Per ora diamo la parola allo stilista:

La mia idea di moda, ha a che fare con l’imperfezione, non con la perfezione, perché la perfezione a che fare con l’errore. Prendi Roma. Quando ci vivi, quando ci nasci, tutto ti sembra simmetrico. Ogni via, ogni palazzo sembrano disegnati, sembrano vivere in una simmetria. Poi ti giri e d’un tratto trovi l’errore, un edificio che non c’entra nulla, qualcosa che guasta tutto. In quello sta la grandezza della città, nella prospettiva che l’errore mette nella bellezza. È come il vintage che io uso come linguaggio per dare prospettive nuove al bello. Chi ha detto che per essere moderni bisogna cancellare tutto? Il fattore inquinante per me è fondamentale…” (intervista raccolta da Simone Marchetti, d.Repubblica.it).

Con queste parole, lo stilista, ci invita a osservare la realtà (e a maggior ragione i suoi abiti) da una prospettiva eccentrica rispetto la percezione ordinaria degli oggetti-moda, i cui effetti sono tradotti nel linguaggio naturale da altre parole come bellezza, eleganza, fascino.

I concetti che usa per alludere a ciò che anima il suo fare creativo sono imperfezione  e l’idea che la “bella forma” vada in qualche modo guastata, inquinata.

Ora, il fatto di riconoscere alle parole di Alessandro Michele una valenza teorica non significa che i suoi ragionamenti siano facilmente integrabili in termini di maggiore comprensione o addirittura di spiegazione del suo modus operandi creativo. Infatti le teorie vanno interpretate e contestualizzate.

Partiamo dal concetto di imperfezione. Di solito usiamo questa parola per evocare la mancanza di qualcosa che impedisce la perfezione. I sinonimi sono: incompiutezza, anomalia, deformità, difetto.

Sono termini contrari a unità lessicali apparentemente piene di valori (di senso) come impeccabilità, eccellenza, completezza.

Alessandro Michele, tra le altre cose, è uno straordinario interprete del design di accessori, è un perfezionista del dettaglio. Per esempio, le sue borse sono considerate tra le meglio costruite e più belle in circolazione. Sono entrato nella boutique Gucci di Bologna per osservare, toccare i suoi oggetti, e sia la risposta percettiva e sia quella cognitiva, al netto delle mie personali preferenze estetiche, sono molto più vicine all’impasto semantico prodotto dalla convergenza delle già citate impeccabilità, completezza… Insomma, nessuna mancanza, nessun difetto. Ma allora che cazzo c’entra l’imperfezione? C’entra, eccome se c’entra; bisogna però capire lo scenario giusto che rende pertinente il concetto, in relazione al mutamento di stile del quale Alessandro Michele è uno dei protagonisti.

Innanzitutto mi chiedo: esistono contesti nei quali la parola imperfezione subisce una trasformazione della propria valenza semantica al punto da rivestirsi quasi di un’aura etica? La risposta è sì! Esistono occorrenze di questo tipo e hanno una consistenza culturale che potremmo considerare nettamente superiore alla moda. Per esempio, sentite cosa dice il premio Nobel Rita Levi Montalcini: “L’imperfezione e non la perfezione sono alla base dell’operare umano”. Di cosa sta parlando la celebre scienziata? Sta ricordando ai suoi lettori quanto possa essere tortuoso, non programmato e in definitiva imperfetto il percorso delle ricerche scientifiche. Cambiamo contesto. Michelangelo Buonarroti, il fuoriclasse del nostro Rinascimento, faceva spesso incazzare i suoi committenti perché sembrava interrompesse bruscamente molte delle sue opere lasciandole incomplete. Probabilmente, in quei giorni, si stentava a capire che l’ossessione per la perfezione era in contrasto con i suoi ideali religiosi. Solo Dio, essere perfetto, può accedervi. Gli umani devono fare dell’imperfezione lo stretto sentiero che li porta a concepire un ordine di bellezza formalmente non-finita dal momento che essa implica come causa finale o come effetto, l’attivazione di una reverente partecipazione emotiva. Cioè la perfezione non ha a che fare con le forme (fatte dall’uomo) bensì con un anelito idealizzante, considerato come la divina traccia interiore che ciascun uomo, anche il più sgangherato, si porta dentro. Se non vi piace questa interpretazione, trovatene una migliore voi. Ma, anche se ritenete sia più verosimile immaginare che Michelangelo fosse semplicemente un po’ nevrotico e che quindi in determinate circostanze risultasse per lui impossibile, terminare il lavoro come volevano le convenzioni del periodo, ciò nondimeno la tecnica del non-finito, nel corso del tempo è divenuta un nuovo paradigma dell’arte, al punto che spesso se volete capire gli artisti a noi contemporanei dovete partire dall’imperfezione.

Per ritornare a contenuti più vicini agli scopi della moda, vi ricordo che suppergiù nel periodo in cui Michelangelo si occupava più di fortezze difensive per i fiorentini che di pittura o scultura, ovvero intorno al 1528, Badassare Castiglione dava alle stampe uno dei bestseller del secolo intitolato “Il cortigiano”, dove troviamo il concetto di sprezzatura, un termine che ha molte note assonanti con un uso strategico dell’imperfezione. Il cortigiano di successo (cioè l’uomo di corte che sopravvive ai tiramenti di culo del Principe sollecitati dagli intrighi dei suoi invidiosi pari), ci fa capire l’autore, non deve cercare la perfezione ma dissimularla. Quindi il suo modo di apparire, il suo stile di conversazione, i suoi gesti, i suoi abiti dovranno evitare l’affettazione, l’artificiosità, la sfrontatezza e ovviamente l’incuria. Forzando un po’ l’interpretazione del Castiglione, potremmo dire che la naturalezza e la disinvoltura dello stile risultano più performanti della ricerca di perfezione, la quale costringe i giochi di relazione a irrigidirsi nell’artificiosità a rischio di ostentazione, nella teatralità e nella supponenza. Per farla breve, a me sembra pertinente segnalare la profondità storica e umanistica dell’idea che esista una forma di bellezza, intesa ai tempi del Castiglione come grazia, sia il risultato di una sapiente e sottile regolazione di studiate imperfezioni.

Queste suggestioni culturali mi permettono di comprendere l’appropriatezza del concetto avanzato da Alessandro Michele, aldilà del significato contingente che possiamo recuperare guardando le sue creazioni ( in altre parole, vi sto suggerendo che per capire ciò che a suo modo lo stilista sta teorizzando dipende dalla capacità di vedere i fenomeni scalari in quella sorta di mappa che diviene il processo creativo quando, attraverso feedback continui o per tentativi ed errori come sosteneva Karl Popper, si avvicina alla configurazione finale: l’oggetto può essere perfetto, ma al tempo stesso la sua superficie pregnante può risultare disturbata, contrastata, imperfetta).

Osservate, per esempio, la serie di immagini montate in parallelo di alcuni dei look dell’ultima collezione di Frida Giannini (a sinistra) e quelli del nuovo art director Gucci (destra).

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Foto 2-3-4. A sinistra delle tre immagini si possono osservare i look dell’ultima sfilata di Frida Giannini; a destra immagini dei look velocemente creati da Alessandro Michele quando presentò la sua prima collezione Gucci

Vi ricordo che in quei giorni Alessandro Michele aveva avuto a disposizione pochissimo tempo per mettere le mani sugli abiti che la collega aveva concepito per concludere in modo esemplare i dieci anni di carriera come responsabile creativa del Brand. Non sappiamo con esattezza cosa sia successo, ma a poco più di una settimana da una delle sfilate più importanti della stagione, Frida e Marco Bizzarri devono aver avuto un contrasto insanabile che comportò la rimozione o l’abbandono immediato della stilista. A questo punto Alessandro Michele non poteva certo creare una collezione ex novo. Eppure, se osservate le immagini, in pochissimo tempo riuscì a deviare il mood degli abiti dando a essi un surplus di energia e freschezza. Nessuno sano di mente può mettere in discussione la fattura e l’eleganza degli abiti di Frida; il loro glamour è coerente con le note di stile chic-rock che aveva attraversato un po’ tutte le collezioni orchestrate dalla stilista. Ma il paragone con ciò che in pochissimo tempo realizzò il collega è impietoso: i look di Alessandro Michele sono vivaci senza risultare sfrontati, con alcune sovrapposizioni geniali (penso ai baschi da ragazza alternativa e altri elementi genericamente Street) e con una tavolozza di colore più contrastata rispetto il mood da ragazza dark cheselatira di Frida.

Frida Giannini cerca le “armoniche” tra i vari elementi dei look, Alessandro Michele, per contro, aumenta le citazioni e mixa i contrasti come un Dj di provata esperienza. Frida cerca coerenza, distinzione, e non si accorge della patina di seriosità che trasuda dai suoi abiti. Michele rischia l’incoerenza, ma stupisce e diverte. Mettiamoci nei panni di Marco Bizzarri nel preciso momento in cui deve aver visto i nuovi look di Frida (della quale aveva già programmato l’uscita dall’azienda dopo la sfilata in oggetto). Cosa può aver pensato? Nessuna svolta possibile con la nuova collezione e quindi un’altro semestre di probabili sofferenze finanziarie. Con il rischio di poter essere ritenuto in parte corresponsabile dell’andamento negativo del Brand, dal momento che ora sono io che lo dirigo. Ancora: Frida da creativa di razza sta giustamente glorificando se stessa, sta tenendo duro con il suo stile che piace a molte giornaliste influenti almeno quanto risulta indigesto al cluster di clienti fondamentali per riportare i fatturati al livello desiderato dal proprietario e dagli azionisti di Kering (holding che controlla Gucci). Probabilmente, la sfilata di Frida se realizzata e rinforzata dagli investimenti in relazioni pubbliche di Gucci, verrebbe magnificata da tanti intermediari culturali che l’apprezzano come stilista, come persona sensibile e impegnata sul fronte dell’etica aziendale e sociale. A questo punto, il riverbero del fall out positivo generato dai media non potrebbe che suscitare sconcerto nell’opinione pubblica (e ovviamente tra i possibili acquirenti di Gucci). Perché Frida così brava è stata cacciata? Che colpe può mai avere una persona di cui tutti si dicono entusiasti? Sono queste infatti, alcune delle prevedibili domande ingenue motivate dall’asimmettria informativa tra manager che hanno a disposizione tutti i dati sensibili del Brand e il pubblico diffuso della moda che vive soprattutto di miti, di emozioni, di narrazioni. Ricordo al lettore che l’ultimo anno di gestione della coppia Di Marco-Giannini i ricavi erano scesi del 9%.

Sulla base delle congetture che ho esposto si può immaginare la volontà del Ceo di risolvere anzitempo il contratto con la stilista, per giocarsi in anticipo la carta di Alessandro Michele con il quale, l’abbiamo detto sopra, dobbiamo supporre vi fosse una sostanziale condivisione riguardo gli scenari e le visioni moda necessarie per il rilancio del Brand.

Ritorniamo per un attimo alla domanda un po’ cretina che mi sono posto nella prima parte dell’articolo: a chi spetta il merito dell’inattesa e strabiliante performance di Gucci? Al manager o al creativo? Io opterei per un sostanziale bilanciamento tra i due, dal momento che il ragionamento articolato che ha portato Marco Bizzarri, contro ogni previsione, a dare fiducia allo stilista e la rapidità del suo intervento, vale quanto il colpo creativo del secondo che ha permesso a Gucci di smarcarsi da suo recente passato e di diventare una icona della super-contemporaneità.

Immagino che qualche estremista del marketing possa obiettare che Marco Bizzarri da profondo conoscitore della distribuzione nel settore del lusso, sia stato determinante per il decollo delle vendite. Arrivi più frequenti nelle boutique, la ristrutturazione degli spazi di vendita, investimenti importanti in comunicazione, sono tutte decisioni che sicuramente lo hanno visto assoluto protagonista.

Risponderei sottolineando che Alessandro Michele non si è limitato a creare collezioni performanti ma ha anche saputo trasdurle in altre entità segniche a loro volta corresponsabili dell’emersione di un immaginario di devastante efficacia, che a mio avviso hanno trasformato i suoi abiti in immediate piccole mitologie indossabili. Di passaggio, chiarisco al lettore che uso il concetto di trasduzione (dal latino trasducere, ovvero condurre di là, far passare) per marcare cosa avviene quando passiamo da un sistema di segni ad un’altro che possiede una sostanza e forma espressiva diversa; per esempio gli abiti di un look possono essere trasdotti in una immagine fotografica, in modo tale che risuonino sia note semantiche comuni prodotte con segni diversi e sia supplementi di significazione. Aggiungerò qualche parola sul trasdurre più avanti.

Quindi, e ritorno al tema del confronto tra azione manageriale e atto creativo, rimango convinto che il termine bilanciamento, rifletta meglio di ogni altra opzione le valenze di entrambi i protagonisti.

Al netto delle solide competenze professionali, che evidentemente non sono in discussione, entrambi si sono assunti quote di rischio inusuali. Entrambi hanno dato prova di possedere una non comune immaginazione e, come ricordava Albert Einstein, in determinate fasi l’immaginazione è più importante della conoscenza.

Avanzo quindi la congettura che Alessandro Michele con il termine imperfezione voglia stabilire la plausibilità, in un preciso momento, dell’efficacia dell’anticipo logico del lavoro dell’immaginazione sull’oggetto-dispositivo della moda, per liberarlo dai modi della creatività sin lì considerati alla stregua di un paradigma e spingerlo di forza verso la percezione di un disordine controllato. Diciamolo in pochi essenziali passaggi:

  1. Armonia, perfezione, coerenza (con il passato), nel nostro tempo, non sono valori assoluti. La pressione esercitata da nuove generazioni di soggetti, unitamente alla saturazione degli effetti dovuta alla ripetizione di atti creativi dominati da somiglianze di famiglia che producono l’ottundimento delle componenti emozionali che animano ciò che definiamo sorpresa, curiosità, risveglio dell’attenzione, ebbene queste due componenti, in determinate fasi, rendono urgente una rottura delle regole: la necessità di rompere gli schemi sconvolge la valenza attribuita all’immaginazione: da attività tutto sommato residuale (cioè imbrigliata da schemi dati), diviene la fonte generatrice primaria dell’atto moda;
  2. Il lavoro dell’immaginazione creativa implica la gestione delle forti emozioni che accompagnano il flusso di idee, immagini, pensieri che normalmente chiamiamo “intuizioni”;
  3. Il pensiero intuitivo (nella moda) non scaturisce necessariamente da concetti estetici e tantomeno da una sistematica messa in ordine di idee; una intuizione nasce spesso per caso;
  4. Immaginazione creativa, intuizione, caso implicano l’assunzione di rischi creativi; da ciò discende, come forma di controllo, una maggiore propensione teorica.
  5. Nelle creazioni di Alessandro Michele più che la forma dell’abito è la rete di segni eterogenei che ne configura la superficie a catalizzarne l’impatto emozionale che lo rende immediatamente efficace: io vedo in questo passaggio dal design di un abito al de-sign di superficie applicato a forme date, uno smarcamento creativo dal senso interpretato come funzione (della forma dell’abito), a favore di una significazione intesa come sfruttamento del potenziale passionale di un look (il prefisso de di de-sign oltre ad esprimere una privazione ha un valore reversativo cioè pone come centrale il ribaltamento del modello saussuriano di segno cioè s/S trasformato in S/s, con il quale la materia espressiva si presenta primariamente come investimento pulsionale).

3. Conseguenze dell’imperfezione: il disordine programmato

La filosofia dell’imperfezione di Alessandro Michele, che ho cercato di interpretare con concetti più articolati rispetto alle vertiginose sintesi discorsive proposte dallo stilista nelle numerose interviste rilasciate ai giornalisti (molti creativi sono certo dei teorici, ovvero amano raccontarci perché e come fanno le cose che attirano la nostra attenzione, ma sono anche dei “teorici inconsapevoli” nel senso che parlano per metafore, saltano di palo in frasca, chiariscono solo proponendo nuovi enigmi), l’appello all’imperfezione delle stilista dicevo, si è concretizzata attraverso una non comune abilità nel comparare l’incomparabile, scompaginando pseudo codici e compaginando materie, tessuti, forme presentate alla cognizione alla stregua di segni appartenenti a registri culturali dissonanti, riuscendo tuttavia a farli risuonare all’unisono in maniera inedita. I suoi contrasti risultano attualmente meno forzati di quelli che siamo soliti ammirare nelle collezioni di Miuccia Prada. Tuttavia sembrano anche molto indisciplinati, visionari, irridenti quindi più vivaci e divertenti (penso al gioco di sovrapposizioni che accompagnano accessori e look). Le entropiche con-fusioni di sostanze e materie espressive apparentemente eterogenee, delle quali è indubbiamente un abile bricoleur, mi fanno pensare all’effetto prodotto dal bambino sapiente che dentro di noi chiede di poter continuare a giocare. Non mi sorprende che le sue borse decorate con figure che sembrano uscite da libri illustrati, abbiano avuto un successo devastante tra le millennials. Sembra quasi che Alessandro Michele abbia il dono di scorgere nuove configurazioni estetiche là dove altri avrebbero visto solo un guazzabuglio di elementi dissonanti oppure simil collage di ingenuità ludiche. La sua abilità nel giustapporre fino a farli cortocircuitare elementi che appartengono all’élite della moda con altri manifestamente “bassi” e/o involuti, nasce da una visione estetica centrata sul ribaltamento semantico di cosa significhi (per la percezione della creatività prima di tutto) l’imperfezione.

Molti opinionisti hanno utilizzato la parola “ibrido” per catturare il senso olistico dell’atto moda del creative director di Gucci. In genetica ibridare significa l’incrocio tra due animali o piante, portatori di uno o più caratteri puri capaci di generare una sottospecie o una nuova varietà. A prima vista può sembrare una metafora efficace di uno degli stilemi che caratterizzano Alessandro Michele. In realtà il suo uso, non è così semplice e scontato per motivo che, dal post modernismo in poi, quasi tutta la moda è fatta di ibridazioni.  Di conseguenza questa parola/concetto non ci restituisce alcuna specificità relativa alla singolarità del creativo anche se sembra descrivere in modo suggestivo la forma finale. Io sono più interessato a cogliere la processualità dell’atto moda in oggetto. Ecco perché trovo più proficuo esplorare il senso delle deviazioni dall’ordine della moda (ordine sempre provvisorio e/o debole) prodotte con l’intenzione di provocare il disordine estetico, accompagnato come un’ombra fedele dal rischio del disagio percettivo, come nucleo originario dello stile creativo di Alessandro Michele. Il disordine controllato, reiterato su tutti i livelli in gioco, dai materiali alla citazioni artistico/stilistiche, dai look degli abiti e accessori alla condensazione di idee che essi promanano, dagli eventi alla visionarietà dell’immaginario fotografico…La ricerca di un certo disordine controllato, dicevo, sembra essere la struttura che connette le diverse fasi del fare creativo di Alessandro Michele.

A tal riguardo aggiungerei che, diversamente dagli stilisti in passato autori e protagonisti di un paradigma estetico della moda caratterizzato invece da un disordine traumatico, penso a Martin Margiela, all’inizio dell’avventura europea di Kawakubo, a McQueen; penso oggi a Gareth Pugh, rispetto a questi autori, Alessandro Michele appare meno radicale e al tempo stesso, più esplosivo ed efficace negli effetti (cioè nel creare valore per gli oggetti moda Gucci). Perché? Come riesce a dare senso al disordine senza passare dal trauma?

La mia ipotesi è questa: Alessandro Michele non mette tanto in discussione le forme dell’abito bensì lavora sulla sua superficie. Voglio dire che, sinora, i suoi look dal punto di vista della struttura degli elementi che ne determinano la portabilità non sembrano raccontare qualcosa di fondamentale (salvo quando gioca con l’aumento dei volumi). Naturalmente non sto sottovalutando la sua propensione a mescolare con abilità forme appartenenti a stili d’abbigliamento eterogenei. Ma questa sovrapposizione o conflitto di configurazioni vestimentarie che pur sorprendono nostre attese sono una modalità costruttiva ben conosciuta da tutti gli stilisti che classifichiamo come avanguardia.

Uno dei meriti di Alessandro Michele è di avere spostato il conflitto principalmente sulla superficie, togliendogli profondità ma esaltandone la materialità decorativa che dai contrasti improbabili trae una forte fonte di energia visiva.

Se le mie congetture sono corrette allora si può dire che lo strabiliante successo del nuovo corso di Gucci che discende in parte dalla narcotizzazione della profondità (pensate all’uso disinvolto della tradizione, al pirotecnico citazionismo che annulla lo spessore della traccia culturale per amplificare il livello espressivo dell’abito-ornamento), utile per favorire una fruizione percettiva assorbita dalla superficie, è sia un sintomo di come sta cambiando tra i Millennials  il modo di guardare la materialità dell’abito, e sia un indizio del fatto che, per il gusto contemporaneo, la questione dell’ordine estetico sta subendo una regolazione diversa dal passato. Queste considerazioni mi consentono di congetturare la consistenza del senso del disordine e che il disagio percettivo può essere vissuto come una fonte di piacere più efficace del bisogno di regolarità e di ordine i quali, indubbiamente, a livello di processi vitali, rimangono disposizioni assolutamente primarie della nostra mente.

Vorrei proporvi ora, un esempio di quanto possa essere deflagrante l’orchestrazione di un look se fatto da una mente creativa diversamente calibrata rispetto le attese generate da una tradizione o se lo preferite da abitudini di lungo corso.

Vittorio Feltri lo conoscete tutti spero. È senza dubbio uno dei più conosciuti e importanti giornalisti italiani, famoso per la sua ostilità all’asfissiante “politicamente corretto” di cui si cibano fino all’obesità i progressisti al potere. Oltre allo stile diretto e tagliente delle sue argomentazioni non vi sarà sfuggita l’eleganza dei look che sfoggia negli innumerevoli talk show televisivi ai quali partecipa. Indubbiamente è uno strenuo difensore di un‘eleganza classica, ordinata, punteggiata da studiate incursioni british. Bene, leggete ora cosa ha scritto del nostro Alessandro Michele, sul Il Fatto Quotidiano del 24-06-2017, a commento di una pagina pubblicitaria Gucci:

“Ma questa pagina, che intende propagarli e perpetuarne il successo internazionale, è un suicidio. Una immagine disgustosa, repellente che suppongo allontanerà dai negozi Gucci sparpagliati ovunque, qualsiasi cliente. Il problema non è certo il fatto che l’individuo ritratto sia nero…Ciò che impressiona è altro: l’orrendo abbigliamento inflitto all’uomo utilizzato quale indossatore, offendendolo. Vi prego, cari lettori, di osservare l’istantanea e di esaminare non tanto il volto del suddetto signore quanto il vestito che costui sfoggia con malcelato orgoglio. Un completo, giacca e pantaloni, a quadri di colori azzardati: blue verde, che sortiscono un’effetto cromatico censurabile. Camicia bianca e cravatta a righe, in cui spicca la tinta arancione, un pugno nell’occhio. Le calze poi sono rivoltanti: rosa pesco. Un autentico vomito. Le scarpe infine sono comiche. Sembrano quelle di un prete gay ottocentesco. L’insieme è ributtante, aggravato da anelli enormi che l’uomo esibisce sulla mano destra quasi che fosse il capo di una tribù del centro del Katanga…”.

Marco Bizzarri e Alessandro Michele

 Foto 5.  Immagine pubblicitaria commentata da Vittorio Feltri

La furia di Vittorio Feltri termina poche righe dopo con un lapidario: “Eliminiamo Gucci dal guardaroba”. Non so cosa pensiate del Direttore, del suo modo di interpretare il giornalismo, dei suoi commenti politici. Sono fatti vostri. Permettetemi solo di dirvi che le sue colorite osservazioni sulla pagina pubblicitaria Gucci non sono affatto prive di ragioni. Alessandro Michele quando ha scelto la strada dell’imperfezione, del disordine controllato, suppongo sapesse benissimo quanto irritante poteva risultare il colpo creativo che avrebbe inflitto ai cultori di un concetto di eleganza con gli occhi rivolti al presente-passato. Le invettive di Feltri sono quindi una paradossale conferma della giustezza del suo atto moda vincolato a un presente-presente che potremmo definire la supercontemporaneità. Vi ricordate cosa cosa dicevamo all’inizio sul riposizionamento del Brand? Ve lo ripeto: era urgente che Gucci trovasse in tempi brevi la stretta via che porta a primeggiare tra gli opinion leader generazionali la cui pressione stava modificando gli equilibri. I nuovi influencer, conosciuti anche con l’espressione Millennials, oltre a vivere in simbiosi con il mondo digitale sembrano avere la propensione a immergersi tra i valori estetici secondo un principio di fluttuazione/sperimentazione molto diverso dall’assiologia maturata dalla generazione di Feltri.

Per dirla in concetti sintetici, i nati nell’era del web e soprattutto quelli nati dopo lo scollinamento del secondo millennio, sembrano più interessati a giochi di identificazione progressivi e discontinui, piuttosto che a problemi di identità tipici della seconda parte del novecento. Se focalizziamo le forme delle apparenze emergenti tra questo cluster di soggetti, eterogenei per cultura, è facile accorgersi che tradizione, armonia, bellezza glamour, perfezione del look, tra essi, sono diventati disvalori. Quando il loro interesse sembra avere la freccia del tempo rivolta al passato, essi ne attualizzano escrescenze improvvise preferendo l’anacronismo alle rigorose contestualizzazioni. Le forme emergenti che suscitano le loro passioni perdono di coerenza e l’ancoraggio a significazioni stabilizzate. Con i limiti segnalati sopra, possiamo definirle forme ibride, non semplicemente nel senso di qualcosa che si fonde con un’altra secondo uno schema preordinato, bensì come intendono il concetto i genetisti da laboratorio: sperimentazioni di incroci tra diverse specie.

La magica sintesi di “imperfezioni” concepite da Alessandro Michele, che dal punto di vista euristico sembrano essere il risultato dell’incrocio tra stili eterogenei, dunque, è apparsa subito ai loro occhi sia come la conferma della loro specificità estetica e sia come un motore a icone al quale appellarsi per dare senso ad una estetica svincolata dalle classificazioni ordinarie implicite nelle narrazioni standard della moda.

Ricordate le ultime parole di Vittorio Feltri? Eliminiamo Gucci dal guardaroba. Risposta del mercato: Gucci si appresta a divenire il primo marchio al mondo per fatturato. Ritornando alla pubblicità che ha destabilizzato il direttore, possiamo aggiungere che certo il giornalista non era tenuto a conoscere il mondo soul e Funky dei neri americani, e nemmeno l’African Style o la Sape. Quindi non poteva sapere che da decenni, dall’Africa, ci arrivano i segnali di un movimento di stile per certi versi assimilabile al nostro dandismo metropolitano. I giovani delle metropoli centroafricane chiamati sapeur ai quali Alessandro Michele sembra strizzare l’occhio nel look che ha scandalizzato Vittorio Feltri, praticano una sorta di resilienza nei confronti della classe dirigente del proprio paese, tra le più corrotte e impresentabili del pianeta, che passa attraverso la trasformazione festosa dei loro look. Quindi, un sistema di potere di merda combattuto dai giovani ai quali ha tolto il futuro, con un modo di apparire festoso, carnevalesco, stravagante. Non mi sorprende che Alessandro Michele abbia intercettato l’energia che i sapeur trasmettono e abbia cercato di incapsularla nei suoi bricolage estetici. Può anche darsi che il “messaggio” dell’immagine sotto osservazione, quella del calzino rosa indossato dal modello di colore, per intenderci, come sostiene Vittorio Feltri, evochi un detestabile buonismo progressista nei confronti dell’immenso e destabilizzante problema dell’immigrazione. Preferisco pensare che il messaggio imbricato in quella serie di immagini presentino il nero, il diverso, come un significante dello stile Gucci e quindi, grazie alle estesie della moda, lo trasformino in un oggetto di valore. Naturalmente oltre a ciò è anche un indizio dello sguardo attento dello stilista verso i momenti in cui la moda intercetta un’energia che si confonde con la vita sensibile. Penso che sia quest’ultimo passaggio a far cortocircuitare la mentalità della quale Vittorio Feltri è un campione. Il direttore appartiene a un mondo per il quale la moda deve essere essenzialmente una questione di (buon) gusto. Per creativi come Alessandro Michele per contro, la moda è prima di tutto un impasto pulsionale, emotivo, passionale che mette in movimento dei desideri, li scombina presentando configurazioni che creano la potente illusione di cavalcare un’ondata dello stile che rende i soggetti più sicuri della loro presenza nel mondo. Per raggiungere questo obiettivo lo stilista ha dovuto attraversare i territori simbolici che nel primo atto del Macbeth di Shakespeare fanno dire alle streghe: “ Fair is Foul and Foul is Fair (Il bello è brutto, il brutto è bello) ”.

Tra l’altro, e mi scuso con il lettore evoluto per il quale le parole che seguono appariranno come ovvietà, mi piace ricordare quanto la cultura dei giovani neri, soprattutto nel contesto underground americano, si sia incuneata con forza nel cuore pulsante dell’estetica occidentale. Musica, sport, cinema, spettacolo, da almeno mezzo secolo hanno ricevuto enormi contributi creativi da generazioni di artisti di colore.

Nel 2017, con la collezione Gucci Tailoring, Alessandro Michele, forse divertito dal provincialismo culturale ostentato dal famoso giornalista, confermò il suo interesse per l’estetica visionaria di artisti di colore, utilizzando come testimonial Dapper Dan, uno stilista di Harlem molto noto negli Stati Uniti negli anni ‘60 e ‘70 per le sue creazioni sartoriali su misura molto ambite da star dello sport e della musica del periodo.

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Foto 6. Glen Luchford – Dapper Dan interprete del look Gucci Tailoring 2017

Ancora un esempio. Le immagini della campagna pubblicitaria Gucci uomo Pre/Fall 2017 si ispiravano a un’altro creativo di colore. Glen Luchford (fotografo) e Alessandro Michele riproposero indirettamente all’attenzione del pubblico le foto di Malick Sidibé, allievo di Seydou Keïta, divenuti entrambi, a partire dagli anni ottanta del novecento, dei fotografi/artisti molto apprezzati da collezionisti di tutto il mondo.

Keïta nato a Bamako (dal 1960, capitale del Mali) nel 1921, scomparso a Parigi nel 2001, divenne un grande ritrattista. Le sue foto in b/n sviluppate in gelatina e sali d’argento per ottenere contrasti ben marcati, evocano un sentimento di bellezza ideale in soggetti colti nel loro stile di vita tipicamente locale. Sidibé fu certamente il suo allievo più talentuoso. Nato nel 1936 (morto a Bamako nel 2016), raggiunse una notorietà internazionale quando si diffusero le sue foto di reportage, scattate tra la metà dei sessanta e gran parte dei settanta, che documentavano l’irridente vitalità della gioventù malinese colta nei momenti di socializzazione tipici di quell’età ovvero mentre balla in un locale o esibisce le proprie apparenze come nei giochi moda più sofisticati.

Osservate alcune sue immagini: raffigurano giovani africani che a loro modo, interpretano giochi d’identità che non abbiamo difficoltà ad avvicinare ai rituali della gioventù europea e occidentale in una fase storica, i famosi anni sessanta, caratterizzata da una ribellione di stile oltre che politica.

Alessandro Michele
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Foto 7-8-9. Malick Sidibé, foto di reportage scattate negli anni sessanta sulla gioventù malinese

 

Ispirandosi a queste immagini, Alessandro Michele, insieme al fotografo, cercava di dare un valore in termini di “nuovo immaginario” per la figura di dandy multiculturale oppure, se volete, di Global Dandy, che dobbiamo considerare come la figura chiave intorno a cui si sviluppa sinora la sua visione della moda. La libertà di espressione artistica stimolata da musica e ballo diviene il tratto che connette un modo dell’essere con ciò che lo rappresenta presso l’altro. Il dandy multiculturale di Alessandro Michele risulta quindi molto diverso dal modello rappresentato dal classico Beau Brummel: al posto del rigore minimalista troviamo una esuberante energia; dal punto di vista delle forme e dei contenuti estetici, al posto di logiche (creative) sottrattive troviamo sintesi ( creative) aggiuntive.

Il discorso sull’imperfezione e sul disordine controllato allora, diviene una ipotesi di sintesi necessaria per con-fondere tratti estetici incompatibili per il senso comune della moda, ma rappresentativi di una volontà di stile immanente alle apparenze scelte come apparato significante del proprio esserci nel mondo.

 Alessandro Michele

6. Glen Luchford - Dapper Dan interprete del look Gucci Tailoring 2017

6. Glen Luchford - Dapper Dan interprete del look Gucci Tailoring 2017

Foto 10-11=12. Glen Luchford – campagna pubblicitaria Gucci Pre/Fall 2017

 

 

Naturalmente la figurazione del dandy multiculturale o Global Dandy di Alessandro Michele, per coerenza interna con i ritmi della moda, deve per forza essere sottoposto a una costante trasformazione.

E infatti, dopo le contaminazioni afro, underground, soul, nella collezione e della campagna pubblicitaria citata sopra, possiamo osservare come il focus del concetto si sposti nello spazio e nel tempo, andando a riscoprire l’estetica dandy nella Shanghai di inizio novecento.

Nel sito aziendale gucci.com, in Stories, Christopher Breward, professore e studioso della moda, autore di un pregevole testo intitolato “Fashion” (Oxford University Press, 2003), ha scritto un breve intervento nel quale dichiara la sua ammirazione per il “logico eclettismo” di Alessandro Michele, capace di aver colto il genere, il gusto e il costume della complessa ecologia urbana di Shanghai, grazie alla sua abilità nel combinare e reinterpretare codici sartoriali, scrive: “Esiste un termine cinese che descrive perfettamente il sofisticato richiamo al lusso di Shanghai e la concreta volontà interpretativa di Alessandro Michele: Pinwei, traducibile grosso modo con il sottile piacere dell’uomo per le cose belle. Un concetto che rimanda alle norme indicate nei manuali che i giovani inglesi d’inizio ottocento leggevano avidamente nella speranza di diventare veri gentleman: una specie di dandismo alla Beau Brummell con rimandi alla tradizione cinese”. Secondo Christopher Breward dunque, Alessandro Michele sceglierebbe da diversi contesti culturali ciò che sente affine alla suo gusto e cercherebbe poi di armonizzare il tutto in una nuova sintesi estetica. Se portiamo alle estreme conseguenze il ragionamento dell’autorevole studioso della moda, lo stile di Alessandro Michele, in un certo qual modo, si riconnetterebbe alla lunga catena di contaminazioni estetiche che, a partire dalle considerazioni che fece Winkelmann intorno al 1700 sulla pittura dei Carracci, imposero il concetto di eclettismo nella cassetta degli strumenti della critica d’arte. Ovviamente Breward  dice anche che la mescolanza di elementi eterogenei fatta dallo stilista è “logica”, cioè non incoerente e improvvisata. In tal modo gli evita la scontata critica rivolta storicamente contro gli stili classificati come eclettici, basata sulla loro assimilazione a un sincretismo estetico tra elementi spesso contraddittori.

In tal modo Breward può avvicinare le forme dello stilista al bello attraverso le sfumature della parola Pinwei ( da quello che posso capire dai dizionari consultati, è un termine che si avvicina a ciò che intendiamo quando usiamo la parola “gusto” per riconoscere in noi o in altri la capacitazione a attribuire valore a qualcosa che piace come quando assaporiamo un buon cibo ).

Personalmente trovo intelligente la sintesi concettuale di Breward. Tuttavia la “logica eclettica”, sia pure con le precisazioni fatte dall’eminente studioso, mi pare troppo schematica e lineare per risultare convincente fino in fondo. Infatti eclettismo può suggerire l’idea che l’atto moda di Alessandro Michele disorienti per accumulo di divagazioni completamente sprovviste di un “centro”. Io penso piuttosto che sia il lavoro da bricoleur sui segni che rimandano alle traiettorie degli stili che in un preciso momento lo interessano, a generare il campo di forze semiotiche sulle quali agisce  lo stilista, trovando tra esse la sregolazione efficace che funziona come una sorprendente messa in ordine, contraddittoria finché volete, ma anche percepita dai primi referenti (chiamateli pure millennials, qualsiasi cosa pensiate di essi) come configurazione unitaria. Inoltre non si dovrebbe dimenticare che se dal punto di vista espressivo per i critici della moda sembra evidenziarsi una reazione che sopra ho definito “disorientamento”, per i suoi primi referenti oltre alla funzione espressiva e/o emotiva, i look dello stilista hanno una valenza argomentativa. In altre parole, sono tentativi di risolvere un problema estetico per essi vincolante che coinvolge modi dell’identificazione che trasformano potenziali conflitti e contrasti  in ricettacoli di un gusto ironico, gioioso e proattivo (scegliendo Gucci, a me pare che per i primi referenti emerga un sentimento partecipativo, per certi versi incomprensibile, come se fossero anch’essi protagonisti un’effervescenza creativa di scala più grande rispetto  a quella che seguendo le convenzioni riteniamo originaria cioè l’atto moda dello stilista).

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Foto 13-14. Glen Luchford – Gucci Global Dandy in Pre/Fall 2017Copripiumino-damascato-bianco-135-200-60-80-bianco_1_Farbe_weissNaturalmente invito il lettore a interpretare quanto dico nei termini di congetture nate come risposta alle perplessità interrogative che la semiosi contrastata delle entropie semantiche dello stilista fatalmente produce. Comunque credo che le ipotesi avanzate funzionino meglio degli idealizzanti spiritelli temporali chiamati in causa ogni volta che un creativo raggiunge un successo fuori dall’ordinario. Lo spirito dei tempi (zeitgeist) di hegeliana memoria non esiste. Compatibilmente ai limiti che la razionalità deve accettare quando si confronta con fenomeni estetici, a mio avviso sono da preferire tentativi di comprensione che partano da un appproccio teorico per quanto possibile realista.

6. Un geniale Creative Director multimediale

La brutale disamina di Feltri dell’innocua pagina pubblicitaria Gucci sulla quale ho abbondantemente insistito, mi permette di focalizzare l’attenzione nei dintorni di uno dei tratti determinanti del successo mediatico della coppia Alessandro Michele/Bizzarri, finora poco frequentato dai critici.

Gli abiti e le collezioni, sono certamente importanti nella modazione, ma da soli non possono, passatemi l’espressione un po’ mielosa, arrivare fino in cielo. Voglio dire che oltre a look efficaci, la pervasività di un Brand ovvero la sua capacità di diffondersi ovunque acquistando o imponendo valori e significati nuovi, dipende in larga misura dalla costruzione di un immaginario sovrapponibile alle forme moda proposte.

A tal riguardo, Alessandro Michele (insieme ai suoi più stretti collaboratori, suppongo) ha dato prova di possedere una non comune abilità nel trasdurre lo stile dei propri abiti in narrazioni fotografiche e audio-visive di notevole impatto, orchestrando ad arte il grumo di contrasti semantici che suscitano un parallelismo profondo con la struttura compositiva dei suoi look.

Lo ripeto: uso il concetto di trasduzione (dal latino trasducere, ovvero condurre, far passare) per marcare la specificità del passaggio da un insieme di segni (per esempio un abito, una collezione di look) ad un’altro, caratterizzato da una materia espressiva diversa dal primo (per esempio la foto dello stesso abito), creando unità di contenuto più profonde, comuni ad entrambi. Perché non le chiamo semplicemente traduzioni o interpretazioni? Una traduzione (il latino traducere, deriva anch’esso da trasducere) può facilmente trasmettere l’idea di una equivalenza informativa tra gli abiti di un look e l’immagine che li rappresenta nel contesto fotografico/editoriale. Una interpretazione invece, allontana la significazione dell’immagine dall’oggetto-moda in quanto oggetto creato per agire sulla sensorialità, sul corpo; l’interpretazione tende a produrre una astratta cognizione autonoma (dall’oggetto).

Una trasduzione, secondo il mio punto di vista, non si pone tanto problemi di rappresentazione (di un’abito, di un look, di uno stile) ma di “efficacia simbolica” di una coerente configurazione visiva e/o audiovisiva. Si trasduce trasformando la forza potenziale di un oggetto-moda in un dispositivo simbolico che punta a cambiare la percezione che indurrebbe se fosse catturato solamente in quanto oggetto d’uso o di scambio. In altre parole le trasduzioni efficaci, nella moda, attraverso narrazioni punteggiate da sinestesie, puntano a cambiare il senso propriaccertivo della corporeità del soggetto; puntano a modificare l’intensità emozionale passionale. Aggiungo che una buona trasduzione (di un fatto o di un oggetto-moda), se diamo per scontata una strategia di approccio multimediale, deve affrontare il problema dell’integrazione tra input visivi, tattili, musicali…A tal riguardo, il concetto di multisensorialità può risultare utile. D’altronde già Aristotele sottolineava come per studiare, ad esempio, un albero, non fosse sufficiente leggere un testo ma occorreva toccare le foglie, annusarle, camminare in un bosco. Per farla breve, avanzo l’ipotesi che la costruzione di un immaginario per fornire a una collezione lo spazio simbolico e la forza per decollare verso la conquista del mondo, dipenda da trasduzioni efficaci cioè dall’integrazione di immagini, oggetti, messaggi, musiche, architetture, orchestrati in narrazioni complesse dal punto di vista dell’espressione ma omogenee come contenuti.

Si tratta di un agglomerato di segni che sembra prendere un effetto di senso a partire dall’investimento passionale implicato dalla configurazione che lo concretizza come fenomeno di testualità sincretica. La sua significazione possiede un innesco estesico cioè ha a che fare con ciò che normalmente definiamo la sensibilità che a sua volta mi induce a ipotizzare che la percezione di un oggetto-moda che mi impatta sia come il simulacro di trasformazioni del corpo.

Facciamo degli esempi. È chiaro che le immagini create da Alessandro Michele (come Creative Director dell’immaginario Gucci) in collaborazione con il fotografo Glen Luchford, durante l’arco di tempo che possiamo già archiviare come prima fase della ri(e)voluzione del Brand, possiedono certo un contenuto cognitivo (per esempio, ci informano sugli abiti di Gucci) e grazie a studiate contestualizzazioni si prestano a interpretazioni che retroagiscono sul senso dell’abito rappresentato, incapsulandolo in stanze semantiche più ampie. Ma oltre alle scontate funzioni informative e interpretative, riconosco nelle foto citate una intenzione trasformativa che di colpo fanno decollare la significazione, facendola planare in territori del senso spesso trascurati dai modi della fotografia di moda standard.

Osservate alcune delle foto di una delle ultime campagna Gucci controllate da Frida Giannini e subito dopo guardate quella della coppia Alessandro Michele/Luchford.

Le prime (foto 15-16) risultano coerenti con un contratto narrativo implicito tra Brand e il suo “fruitore modello” (il fruitore modello è la configurazione del cliente ideale progettata dalle menti pensanti dell’azienda) che ha come tema centrale le figurazioni di un glamour volutamente sfrontato, per una Donna determinata e forte, ma che mi appare segnato da più di una nota di arroganza; il look risulta un po’ rigido e contratto, accentuato dalle posture e dai gesti delle modelle; qualità percettive fatalmente trasmesse agli oggetti-moda disseminati nel testo visivo delle immagini.

alessandro michele

Alessandro Michele

Foto 15-16. Immagini campagne pubblicitarie nella fase terminale della cartiera di Frida Giannini in Gucci

 

 

Guardate ora alcune foto di campagne pubblicitarie orchestrate da Alessandro Michele (17-18)  per creare uno spazio immaginario nei dintorni delle sue collezioni.

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Foto 17/18. Campagna Gucci 2016

Non credo occorra essere degli esperti di fotografia di moda per leggervi un significativo cambio di marcia. Le studiate pose glamour, approvate da Frida Giannini (o da chi era responsabile delle sue campagne pubblicitarie), lasciano il posto a un taglio fotografico apparentemente meno teatrale, nel quale valori come spontaneità, una disinvolta autenticità, una fragile naturalezza (vedi foto 17) emergono come sentimenti dominanti della rappresentazione.

La foto 17 inoltre, ci parla senza dubbio della evidente figurazione dell’effetto street che sinora rappresenta una delle fonti di stile quasi sempre presenti nel sincretico programma creativo dello stilista. Ma aldilà delle etichette verbali non si può non ammirare il contrasto tra la visionarietà del look del soggetto che indossa l’enunciato-moda Gucci, immerso tra le anonime figure della quotidianità. Non stiamo osservando l’ennesima raffigurazione dell’eroe del fashion moment e nemmeno del suo contrario cioè l’antieroe ribelle. Ovviamente i look sincretici di Alessandro Michele sono sempre a rischio di oltrepassare la linea di confine che li introdurrebbe nei territori del bizzarro, del grottesco. Bisogna aggiungere che spesso il debordamento appare come la cornice primaria della significazione. La stessa cosa avviene nella costruzione dell’immaginario. Ma è notevole che questo scivolamento in aree estetiche in movimento, in realtà non comprometta affatto il valore dell’esperienza che percepiamo. Cosa voglio dire? I suoi look e le congruenti messe in scena, sono estesiche ovvero ci costringono primariamente a sospendere le categorie estetiche con le quali classifichiamo un oggetto-moda, per ritrovarci immersi in una fase precategoriale dominata da uno sguardo più affettivo (o passionale) che cognitivo.

Voglio dire che, sinora Alessandro Michele, è riuscito a circondare di un involucro passionale le sue collezioni, sia quando in esse vedevamo essenzialmente abiti e sia quando incontravamo la loro messa in testo ( immagini e audiovisivi). Senza nulla togliere ai suoi look il suo approccio all’immaginario di marca si è rivelato particolarmente efficace a trasmetterci una forte impressione sensibile e/o percettiva di discontinuità, tale per cui la sorpresa, il piacere ludico di vedere scompigliata la tavolozza cromatica di ciò che inferivamo come “bello” o di tendenza, ha subito convinto i già citati Millennials.

Alessandro Michele non fa della moda, ma gioca con le sostanze materiali ed espressive della moda. Che differenza c’è? Fare della moda significa in ultima istanza presentare prodotti, belli, brutti di tendenza, ma sempre merci. La dimensione di gioco stabilisce la possibilità dell’illusione cognitiva di una cooperazione tra soggetto che interroga l’oggetto e il creativo che lo certifica.

Sembra che, per il cluster di individui che a ripetizione ho citato lungo il testo, individui oggi al centro degli interessi della aziende, la costruzione di un nuovo immaginario richiede la rapida integrazione di più sostanze e forme espressive. Probabilmente la ragione di tutto ciò è legata in parte alle loro particolari modalità di ingaggio con la cosa della moda. Per essi lo schermo ha risonanze psicologiche in misura non riscontrabile rispetto ad altre generazioni. La loro vita di relazione con il mondo scivola sulla superficie schermata degli smartphone o del computer. L’attività sui social vale per essi, almeno quanto quella dei rituali aggregativi polarizzati sulla fisicità del luogo e del contatto. Da ciò discende il fatto che la schermatura, la superficie, per essi deve essere pensata diversamente dal passato. Per il cluster di individui che in ossequio ai sociologismi di comodo, abbiamo preso l’abitudine di categorizzare con la parola Millennials, lo schermo (grazie al web) non riflette tanto un messaggio, una storia, bensì si rivela poroso ovvero permette una comunicazione sintomale che funziona secondo un dominante principio ludico, anche se spesso deborda nell’aggressione critica. Questa esteriorizzazione del sintomo sulle superfici non produce primariamente conoscenze ( di sè, dell’altro, di qualcosa), bensì godimento del nulla. Cosa voglio dire? Appellandomi all’ultima fase dell’esperienza intellettuale dello psicoanalista Jacques Lacan (Vol.18 dei Seminari: Le sinthome, ed.Seuil, 2005), credo sia proficuo ipotizzare che vi sia un livello della vita del soggetto nella quale l’aggancio con il reale passa attraverso sintomi la cui significazione risulta interminabile ( cioè non riducibile a un discorso dal sapore definitivo, un gioco dunque). Come scrive benissimo Massimo Recalcati nel suo “Il mistero delle cose”(Feltrinelli), il sintomo non verticalizza ma si muove in orizzontale. Ritroviamo dunque la figura della superficie come luogo in cui la soggettività è presa dal gioco della catena significante cioè da incessanti spostamenti metonimici, il cui scopo è la soddisfazione della pulsione. Gli psicoanalisti che seguono la categorizzazione lacaniana del processo, definiscono questa soddisfazione jouissance (godimento). Ecco perché dall’effetto Street della immagine che ho commentato si può passare velocemente allo stile ritratto romantico della campagna presenziata da Vanessa Redgrave e ancora, alla fantasiosa e ironica ripresa degli stilemi di una fantascienza anni cinquanta (vedi foto 19), in una perfetta incoerenza.

 

 

 

 alessandro michele

                                                      Foto 19: campagna Gucci 2017

Comprendiamo benissimo che tutto ciò rientra in parte negli effetti della strategia di articolate differenziazioni del Brand. Ma genera stupore la scoperta che collezioni diversificate, create nel segno dell’incoerenza, comunicate con una velocità di spostamento metonimico  dei temi dell’immagine mai visto in passato, produca come effetto una generale entusiasta adesione.

Mi colpisce la sensazione di trovarmi di fronte non a deludenti storicismi o a citazionismi di comodo ma a studiati anacronismi che fanno rivivere forze visive dalla freccia del tempo rivolta al passato che conferiscono una efficacia intrigante alle intuizioni dello stilista.

C’è da aggiungere che, con grande lucidità, Alessandro Michele ha colto il rischio legato al citazionismo e all’incoerenza, allestendo nel sito ufficiale di Gucci (Stories), una vasta rubrica dedicata sia agli eventi che scandiscono la presenza della marca in contesti vari, e sia le fonti delle contaminazioni che fungono da ispirazione per la sua creatività. Illustratori/artisti come lo spagnolo Ignasi Monreal, la giapponese Yuko Higuchi, Helen Downie alias Unslilled Worker, Jayde Fish…: ancora, musicisti, fotografi, testimonial dello star system, backstage, brevi film seriali, ma anche scienziati e colti umanisti, raccontano agli internauti la vasta e qualche volta bizzarra nicchia esperenziale, dalla quale prendono forma il mondo di marca Gucci e nello stesso tempo l’Intertestualitá degli oggetti creati da Alessandro Michele.

Se osservate come sono stati impaginati questi supplementi alla significazione vi accorgerete facilmente che l’unico ordine è quello sequenziale delle collezioni e degli accessori. In altre parole troviamo un raffinato intervento della scrittrice Elisabeth Currie sul rinascimento fiorentino e subito sopra un video sulla reinterpretazione della sneaker decorata proposta da una ventina di artisti digitali. Oppure, un servizio sul LACMA, un grande museo d’arte americano, circondato dal reportage di Vogue, campagne pubblicitarie, dagli scatti di Peter Schedinger ispirati ai Film di Dario Argento etc.

Emerge di nuovo la figura del disordine controllato che abbiamo visto funzionare come concetto operativo di sintesi dell’atto creativo di Alessandro Michele, corroborata dai supplementi narrativi che consentono all’internauta di evitare l’Overloud di domande e rumore (cioè di chiedere troppo o troppo poco) sul fanta-mondo Gucci.

Io vedo in tutto ciò, non solo il tentativo di adattare il ruolo di creativo alle logiche dei social, ma anche una lucida tattica per arginare la macabra propensione dei Millennials, qualsiasi definizione diate di essi, a passare dalla mitizzazione all’ingiuria, dall’amore all’odio, dalla curiosità alla noncuranza.

 

 7. Cosa succederà ora?

 

Il prodigioso successo di Gucci degli ultimi tre anni mi induce a congetturare l’arrivo di inediti problemi. Abbiamo visto sopra, seguendo i report della giornalista Sara Bennewitz (la Repubblica) quanto sia stato prodigioso il recupero in termini di fatturato del Brand guidato da Bizzarri. È lecito attendersi che, perdurando nella crescita, presto sia raggiunto il limite oltre il quale gli azionisti non potranno più avere garantita la profittabilitá attuale. Cosa potrà accadere? Gucci farà nuove acquisizioni? Aumenterà la brand extension? Opererà per stabilizzare il suo mercato? Ma in questo caso come reagiranno i suoi presunti attuali fans, i millennials, notoriamente infedeli,inclini ai disamoramenti e ostili al marketing esplicito?

Ovviamente, in correlazione al raggiungimento del punto critico della crescita dei ricavi, anche il futuro del contesto creativo Gucci presenta analoghi dubbi. Sinora, Alessandro Michele ha ottenuto uno strabiliante successo aumentando vertiginosamente le contaminazioni di stili e suggestioni artistiche, sfruttando abilmente anacronismi vissuti dai clienti come il non plus ultra della contemporaneità; ha giocato con le imperfezioni (nel senso che ho precisato sopra), sfruttando il suo prodigioso talento nel trovare sempre sintesi contraddittorie convincenti.

La domanda è dunque questa: di quanto potrà aumentare il già notevole carico di provocazioni percettive ed emotive dei suoi look, show e immagini, senza incorrere in una catastrofe semantica? Non possiamo infatti dimenticare che, come scriveva E.Gombrich nel suo The Sense of Order (Phaidon, 1979), la incoerente profusione decorativa e l’innalzamento della soglia percettiva , alla lunga, determina stanchezza, lasciandoci il bisogno di ricominciare da zero.

A me pare che il suo ultimo fashion show durante la settimana della moda a Milano possano essere un buon sintomo sul quale ragionare.

Guardate le foto (20). Il set evoca l’interno di una paradossale clinica estetica che trasforma gli esseri umani in cyborg (non a caso, la collezione porta come titolo questa inquietante parola). In una fredda pseudo sala operatoria, i modelli sfilano trasportando una nuova testa che, forse, sostituirà quella che indossano. Oppure, se volete, l’operazione è già stata eseguita e si trattengono come un cimelio il vecchio capoccione. Insomma scegliete voi la narrazione che preferite. La messa in testo autorizza entrambe le storie.

alessandro michele

alessandro michele

                                                                Foto n. 20- Sfilata Gucci 2018

Cosa voleva dirci Alessandro Michele? Coscienti dell’ambiguità (a mio avviso intenzionale) della messa in scena, PR e ufficio stampa diffusero tra i giornalisti alcune chiavi di lettura tutto sommato rassicuranti: secondo l’interpretazione suggerita, lo stilista ha voluto metaforizzare gli atti significanti di base della moda, tagli e cuciture, grazie ai quali il creativo, lavorando a suo modo materiali e forme, potrà configurare giochi di identità utili al modante per identificazioni liquide.

Tuttavia, lo ripeto, la messa in testo non esclude certo altre interpretazioni. Per farla breve citerò solo le dichiarazioni di Giorgi Armani, riportate da tutti gli organi di informazione: “Uno è libero di fare ciò che vuole. Ma, fatemelo dire, se metto in pedana una testa, sotto il braccio, mozzata, siamo al limite e io non sto a questo gioco, mi tolgo da questo gioco. Non vorrei neanche che i miei guardassero ciò che hanno fatto gli altri. Se quello che fanno gli altri è questo, meglio che stiamo a casa nostra”. Vale la pena di ricordare che il più celebre stilista italiano non era nuovo a irritazioni provocate da show che considerava eccessivi. Qualche anno prima aveva criticato duramente Dolce & Gabbana più o meno con gli stessi argomenti di fondo: la mancanza di decoro e lo sfruttamento mediatico di provocazioni fini a se stesse.

Non è questa la sede per tentare un giudizio dal sapore deontologico e/o etico su decisioni  che coinvolgono la creatività, sulla propensione dei media all’esagerazione, sul fascino che il macabro e il cattivo gusto provoca tra gli individui più giovani (ma non guardano forse con accanimento serie Tv dedicate a vampiri, licantropi e altre mostruosità?).

Sono un ammiratore del senso dell’ordine armaniano. La coerenza e la bellezza dal sapore classico del suo stile sono valori che solo persone molto stupide possono sottovalutare. Ma bisogna pur aggiungere che è nella logica della situazione della moda contemporanea il fatto che il suo rigore, il suo ordine, il suo stile debbano entrare in competizione con una pluralità di scelte che non possiamo liquidare chiamandole semplicemente disvalori.

Per esempio: togliete l’eccesso, la provocazione, il disgusto, la sperimentazione dalla cassetta degli strumenti degli artisti post-avanguardia storica e scoprirete che ciò che rimane cioè tecnica, maestria e tradizione non è più sufficiente a garantire all’arte la libertà espressiva necessaria per farla dialogare con nuove generazioni di soggetti.

Per la moda, come per l’arte, sembra difficile poter parlare di “progresso lineare” o di evoluzione in senso dawiniano. Ogni vantaggio è sempre apparente, controbilanciato da qualcosa che si perde. Se le attese di un vasto pubblico di modanti, oggi quant’altro mai eterogeneo, richiedono per essere soddisfatte una maggiore libertà espressiva che implica rottura con ciò che funziona da tradizione è evidente che la questione del valore di un oggetto deve essere calibrata diversamente dal tempo in cui tutto sembrava ridursi all’esperienza rituale e codificata di piccoli gruppi di privilegiati clienti che credevano nell’ordine imposto dal proprio couturier di riferimento, come se fosse un’atto di fede,

A tal riguardo il nomadismo decorativo che Alessandro Michele ha imposto alle sue creazioni è una geniale soluzione ad una deriva dei valori della moda che come tutti gli aspetti della vita degli umani, abbisognano di manutenzione e cambiamento.

Giorgi Armani potrebbe giustamente rispondermi che la fonte della sua irritazione non sono gli abiti in sé del collega, bensì il suo modo di contaminarli con rappresentazioni oltre i limiti che la moda non dovrebbe oltrepassare. Come ho già suggerito Giorgio Armani non ha torto. Ma penso anche che, ed è l’argomentazione che ho sviluppato sopra, Alessandro Michele, al netto dei rischi che il suo modus operandi deve prendersi, lavori essenzialmente per un pubblico che non cerca nella moda coerenza e ordine. La serietà di Giorgio Armani (e di gran parte della moda che conta) è encomiabile. Tuttavia non si può negare l’esistenza di nuovi consumatori, non facilmente addomesticabili dal marketing standard della moda, che apprezzano una moda sovreccitata, più che capricciosa, forse instabile ma in definitiva divertente. Come John Galliano nei suoi anni d’oro da Dior, Alessandro Michele diverte e ci fa apprezzare la moda come un gioco nel quale le regole funzionano spesso al rovescio.

Questo luddismo diffuso che possiamo ritrovare in tanti suoi look e negli eventi festosi, sfrutta il kitsch, cerca emozioni estreme (come nel caso della sfilata con le teste mozzate), cita l’arte colta ma anche l’illustrazione e il cinema di serie B; si racconta con tagli di immagine fotografica che sembrano fatti da un dilettante, ma poi se osserviamo meglio le immagini, scopriamo connessioni con la fotografia di ricerca.

Dal mio punto di vista, dunque, la sfilata delle teste mozzate, non mi ha provocato irritazioni o suggerito critiche al cattivo gusto dello stilista, riportatate da una stampa avida di questo genere di pseudo notizie. Io piuttosto l’ho interpretata come l’inizio dei problemi dovuti alla esorbitante successo di Gucci. Che forma ha assunto il sintomo? Maggiori quantità della stessa soluzione. In altre parole, Alessandro Michele ha aumentato notevolmente la quota di disordine che percepivamo nelle sue collezioni di modo che, non solo il tema della sfilata è risultato esagerato negli effetti, ma anche gran parte dei look mi sono sembrati compromessi dal desiderio dello stilista di fare effetto.

Non credo di dover spendere troppe parole per sottolineare il pericolo insito nella scelta tattica che ho definito maggiori quantità della stessa soluzione. Non sto paventando alcuna crisi creativa bensì ipotizzo soltanto un cedimento dello stilista alla pressione psicologica dell’essere all’altezza delle attese che il suo successo ha esasperato. Per farla breve, mi sono fatto l’idea che il timore di essere superato sia stato esorcizzato con la tattica evocata sopra. Devo altresì aggiungere che, la strategia del disordine controllato di Alessandro Michele, oltre ai rischi attribuisce dei vantaggi a chi ha il talento di interpretarne le sregolazioni: infatti assemblando senza preconcetti ogni fonte presente e passata di stili, forme e idee, le possibilità creative divengono pressoché infinite.

Tuttavia non bisogna mai dimenticare il profondo bisogno di ordine connaturato negli esseri umani. Il modello Gucci sinora ha funzionato benissimo perché ha dato la risposta più efficace a una nuova generazione di clienti del lusso in una fase della loro vita divenuta, grazie a internet e ai social, disincantata verso il passato, ansiosa riguardo il futuro e avida di presenzialità. Per questo cluster di individui considerati speciali per la moda, il problema non è il disordine estetico o del gusto, ma è provare desiderio, eccitarsi, dal momento che la loro ricerca non sembra catalizzata da questioni legate all’identità, ma piuttosto da identificazioni che, e lo dico rovesciando il senso di un famoso romanzo di un grande scrittore, permettono alla leggerezza dell’essere di risultare sostenibile. Per loro vivere dietro uno schermo non significa nascondersi alla vita; la superficie dello schermo non è una distrazione ma è un filtro col quale entrano in comunicazione partecipativa

Con il senno di poi, non trovo affatto strano che l’abito-ornamento di Alessandro Michele li abbia convinti. Ma credo anche che raggiunta la soglia critica che annunciavo all’inizio del paragrafo, rispondere esasperando la tattica maggiori quantità della stessa soluzione non possa che far emergere come in rilievo l’ossatura marketing del nuovo corso Gucci, generando in tal modo, la fuga dei millennials da ciò che ai loro occhi apparirebbe come un mondo di marca chiuso, divenuto improvvisamente troppo autoreferenziale. Per essi infatti, le impalcature del marketing, possono funzionare al meglio solo se non si vedono. Infatti l’illusione cognitiva che hanno eletto a massima etica, prevede come unica cornice quella dello schermo dalla superficie porosa, fonte del flusso percettivo/emotivo senza confini che per essi rappresenta una potente immagine di libertà.

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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