Alla STARK tra realtà aumentata, arte e tecnologia. Gli affreschi elettronici di Paolo Buroni. Intervista

Alla STARK tra realtà aumentata, arte e tecnologia. Gli affreschi elettronici di Paolo Buroni. Intervista

ITALIA – Intervista a Paolo Buroni, multivision designer e titolare di  STARK, eccellenza italiana operante da oltre vent’anni nel settore grandi eventi con le più innovative tecnologie di proiezione architetturale e di “Interactive Experience” oggi disponibili.

Realtà aumentata, esperienze immersive, coinvolgenti, emozionali: sono termini in cui ci imbattiamo spesso, da un po’ di tempo a questa parte, e in qualche modo intuiamo tutti a grandi linee di cosa si tratta, anche se non sempre riusciamo ad afferrarne con chiarezza il significato. Ne abbiamo parlato con Paolo Buroni, titolare di Stark, azienda all’avanguardia nel settore.

C’è chi associa il concetto con la caccia a creature immaginarie che irrompono a sorpresa nel mondo reale, chi a esperienze museali avvolgenti e incantate, chi ad architetture urbane che si fanno liquide e mobili a dispetto della loro monumentalità.

Stupore e meraviglia sono i sentimenti, le emozioni, che accompagnano il manifestarsi di questi mondi anomali, un tempo relegati entro i ristretti confini della fantasia e oggi resi tangibili dall’innovazione tecnologica.

Perché è di questo che in definitiva si tratta: meraviglie della tecnica che rendono tangibili mondi fantastici, universi sospesi tra realtà e fantasia, dove in una sorta di cortocircuito della percezione ci riscopriamo bambini intenti a esplorare territori incantati.

“Sospensione dell’incredulità” la chiamava Coleridge nel 1817.

“Oltre lo specchio” era il luogo in cui cadeva Alice nel romanzo di Lewis Carroll.

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La sede a Cagli della Stark 1200

“Portare le immagini al di fuori dallo schermo” è la visione contemporanea di Paolo Buroni, visual artist, multivision designer e proprietario di Stark, una moderna e dinamica azienda italiana che ci trasporta oggi negli stessi reami incantanti di ieri, con linguaggi che fondono assieme musica, immagini, tecnologia e architettura.

“Urban Invader”. Così lo ha definito un critico americano, per l’impulso che ha di invadere con le sue immagini gli spazi urbani.

Noi però, dopo averlo conosciuto e aver ascoltato dalla sua voce i suoi progetti e la sua storia, troviamo che il termine sia, per quanto estremamente rappresentativo, anche in qualche modo limitato. Perché oltre a portare la sua magica fusione di arte e tecnologia nei centri storici, nelle piazze, all’interno e all’esterno di prestigiosi palazzi e contesti architettonici, Paolo Buroni ha animato, dagli anni 80 a oggi, veramente ogni tipo di spazio: dall’acqua della cascata delle Marmore all’erba dello Stadio di San Siro, dai grattacieli in vetro dei Giochi Olimpici di Pechino alle scenografie del Festival di Sanremo, dagli studi della Rai di “Che tempo che fa” a piazza San Pietro in Roma. Ultimo progetto in corso, ci confida, quello di rendere incantato, con le sue multivisioni, addirittura un bosco.

Ma procediamo con ordine.

Lo abbiamo incontrato a Cagli, in provincia di Pesaro, dove ha sede l’azienda da lui fondata e dove ci accoglie col sorriso aperto e il fare disteso di chi ha realizzato il sogno di una vita: trasformare le sue passioni in una professione.

Lo ascoltiamo parlare mentre ci guida verso la piccola sala demo che ha allestito a pochi passi dal suo studio e in cui, ci dice, potremo vedere coi nostri occhi di cosa si occupa. “Perché queste sono cose che vanno viste, descriverle non è facile…”

In effetti, confermiamo, non è semplice descrivere lo spettacolo che ci accoglie.

Alla nostra destra, nella sala in penombra, un’intera parete è occupata da quella che Paolo ci descrive come “una copia esatta della Biblioteca Virtuale realizzata per l’interno del Palazzo Ducale di Urbino, un’installazione fissa, una delle prime mai realizzate in Italia all’interno di un edificio storico”.

Per illustrarcene il funzionamento si avvicina all’immagine, punta una mano verso gli scaffali virtuali e subito uno dei libri, seguendo i suoi gesti a mezzaria, esce letteralmente dalla proiezione e si apre davanti ai nostri occhi. “Come vedete questa è una proiezione ma è anche una vera e propria libreria, con libri che posso aprire, sfogliare e chiudere, pur senza toccare niente…”

Inizia così la nostra lunga e affascinante chiacchierata.

Stark - libreria Virtuale

Bè, qui andiamo ben oltre le multi-proiezioni architetturali, direi. Siamo praticamente nella fantascienza!

Diciamo che siamo nella cosiddetta area delle attività touchless. Il termine è molto tecnico ma in realtà questo è un progetto che nasce da un’idea artistica. Per noi è sempre così, mai il contrario. Tutto quello che vedete qui infatti, tutto quello che facciamo, non nasce mai dall’idea di fare un prodotto per vendere, al contrario: a noi capitano spesso progetti complessi in cui ci vorrebbe qualcosa che non c’è, serve una nuova tecnologia per realizzarli, e allora noi la creiamo.

La libreria virtuale ad esempio è un lavoro che nasce da un’installazione a tema su Giotto, per la quale dovevamo realizzare una proiezione a soffitto – che si è poi chiamata “tutto da scoprire” – dove per vedere Giotto dovevi fare dei movimenti con le mani, cioè il pubblico era costretto a muoversi per visualizzare l’immagine, e se non ti muovevi non vedevi nulla.

Il che amplia il concetto di immersività da sempre legato a questo tipo di installazioni, mi pare. Perché così non solo tu sei dentro l’installazione ma per vederla interagisci con essa, produci tu l’opera di cui fai parte.

Sì, il concetto base è proprio quello,  l’interazione. Come anche è l’interazione il concetto che sta alla base di quest’altra realizzazione.

Qui Paolo Buroni ci mostra una porzione di pavimento in cui è riprodotto, sempre tramite multiproiezione, un motivo grafico-luminoso e ci invita a camminarci sopra. Immediatamente il motivo cambia al procedere dei nostri passi, dandoci la sensazione di muoverci su un tappeto liquido fatto di luci e colori. Non riusciamo a trattenere istintive esclamazioni di meraviglia, di cui subito ci scusiamo, mentre lui ci osserva divertito.

Tornando alla libreria virtuale, Paolo ci spiega:

Questa è un’applicazione particolarmente interessante per istituzioni museali, musei archeologici, biblioteche ma si presta anche ad infinite altre applicazioni. Perché da diversi interlocutori possono nascere idee diverse. Ad esempio Pirelli, dopo aver visto questa demo, ci ha richiesto un’applicazione specifica per il lancio del sessantesimo anniversario del suo calendario, da sfogliare analogamente.

In pratica studiamo e applichiamo la tecnologia ad una determinata situazione, poi una volta perfezionata per quella specifica applicazione, dialogando con chi la vede, nascono nuove idee per nuove applicazioni. stark 1200

La nostra visita prosegue poi nei sotterranei dell’azienda, dove si trova il magazzino che è anche, di fatto, il suo laboratorio. Qui infatti, tra cavi, proiettori, scaffalature ed ingombri vari, fanno bella mostra di se i prototipi di altre stupefacenti installazioni: l’ologramma tridimensionale di alcuni gioielli etruschi, che mutano forma e ruotano su se stessi sospesi nell’aria, una proiezione a parete che muta forma e colori a seconda dei movimenti di chi si avvicina, e una sorta di postazione di controllo da cui è possibile attivare una multivisione che trasforma per un attimo lo spazio tutt’attorno in uno luogo incantato e fuori dal tempo. Torniamo a questo punto nell’ampio studio al piano superiore, dove riprendiamo la nostra conversazione:

Come nasce l’idea di occuparsi di queste tecnologie e in particolare di lavorare alla loro applicazione in contesti urbani?

Tutto nasce dalla mia passione per la fotografia – io lavoravo per Grazia Neri, di Milano (ndr, la prima, storica, agenzia fotografica italiana). Ero free lance ma parallelamente a questo facevo delle installazioni artistiche mie personali, con le mie immagini. Queste installazioni erano basate sulla multivisione, una tecnica che hanno utilizzato e utilizzano tuttora in pochi. E’ costituita in pratica da una serie di proiezione d’insieme di immagini, un linguaggio a metà strada tra il cinema e la fotografia, perché invece di usare 30-40 fotogrammi al secondo come il cinema ne ha 5 o 6, di fotogrammi al secondo, o 2 o 3, quindi è come una specie di animazione, di film rallentato.

Ecco questa è un po’ la mia storia: realizzavo queste multivisioni poi ho iniziato a partecipare a festival internazionali e da lì ad avere richieste importanti per realizzare proiezioni su strutture architettoniche.

Quindi era già partito con grandi progetti, su grandi superfici, fin dall’inizio.

Si, o meglio, all’inizio mi davano un cortile, oppure magari anche il cinema stesso dove si teneva l’evento. Ai festival io ero l’unico che faceva proiezioni non sullo schermo ma mi allargavo. Parliamo degli anni 80, diciamo tra l’85 e il 90. Partivo dalla voglia, dall’istinto di cambiare lo spazio con le immagini, quindi di creare degli ambienti fantastici.

Al momento lei è proprietario di Stark, un’azienda all’avanguardia nel settore tecnologico. Nasce prima il progetto artistico e poi arriva la tecnologia o viceversa?

Si, le spiego: inizialmente le multi-proiezioni erano realizzate in spazi piccoli, dove quando uno vuole proiettare immagini fuori dallo schermo ha bisogno di una certa macchina e di una certa potenza. Poi però più grande è lo spazio più devi aumentare la potenza. E quindi cosa succede? Che mano a  mano che io mi allargavo…

Sto intuendo

si allargavano anche le richieste. E quando sono arrivati a propormi la piazza di Milano o la piazza di Brescia, non c’erano gli apparati per questo tipo di proiezioni, non c’erano i proiettori adatti. Quindi ho dovuto ingegnarmi.

Ho messo assieme un team di ingegneri e praticamente la prima macchina l’ho disegnata io. Poi anche con gli ingegneri non riuscivo sempre a capirmi. Così mi sono messo a lavorare su Autocad e ho disegnato tutti i pezzi, ho fatto un prototipo e  tuttora la macchina è quella.

La mia prima realizzazione, a cui sono molto affezionato, si chiama Mutazioni. Sono tutte elaborazioni di immagini della natura, rami, foglie, etc, che si trasformano ma lentamente, l’immagine cambia ma ad una velocitò rallentata perché io sostengo che è molto più emozionale far vedere i fotogrammi essenziali di una scena piuttosto che il movimento in sé e per sé. Se il movimento è rallentato ti cattura.

C’è qualcuno, un personaggio illustre, che credo sarebbe decisamente d’accordo con lei: Brian Eno. Che ne dice?

Si, certo, sono d’accordo, perché è un linguaggio, questo, un linguaggio affascinante. Basato sul fatto di rendere un’esperienza sul piano emozionale. Io ho sempre detto: non voglio costringere lo spettatore a stare fisso nello stesso posto, come al cinema o peggio ancora davanti alla televisione,. Nelle mie installazioni la gente è libera di muoversi e le immagini sono dappertutto, questo è il concetto di esperienza immersiva. Tu non finisci mai di vederla, l’installazione, e infatti c’è gente che la vede anche dieci, venti volte. Dura circa 5 minuti e poi ricomincia ma se tu ti sei spostato anche solo di cinque passi hai una prospettiva tutta diversa. Io stesso tante volte vado e riguardo. Perché è impossibile, in un’esperienza immersiva, che tu possa dire di averla già vista.

E inoltre non è una cosa che puoi vedere a distanza, stando a casa, devi essere lì.

Qual è per lei la natura, l’anima di queste installazioni: sono più capolavori di tecnologia o opere d’arte?

La tecnologia è un mezzo. Anzi nelle mie installazioni se guardi bene non la vedi mai la tecnologia. La tecnologia è invisibile, anche se trasfigura tutto. Qui ad esempio (ci mostra un’immagine esemplificativa su carta) c’era una gru e io l’ho inglobata, come inglobo tutto. Qui in azienda inglobo il magazzino. Perché sarebbe stupido tenere mille metri quadri solo per quello, così io lo utilizzo anche per il mio lavoro, proprio perché per me non è un problema avere cataste di materiali o colonne o altro attorno.

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Installazioni monumentali che poi scompaiono: imponenti ma anche effimere?

Si sono effimere, in qualche modo. Ma secondo me rimangono nella mente delle persone. In tutte le piazze in cui ho lavorato io do immagini diverse di quella piazza e penso che a tutte le persone rimane quel ricordo. Quindi sembra che non rimanga niente ma in realtà non è vero. Poi la cosa bella è che è anche ecologica, la mia opera, perché alla fine io non tocco niente.

Non lasciano tracce visibili ma entrano nel cuore insomma.

Certo. Oggi qualunque contenuto ormai viene tritato, triturato, non ha più presa… prendi la televisione ad esempio. E’ difficile che tu veda una cosa che ti emozioni veramente, molto difficile. Il mezzo per me è importante. Come la differenza fra un semplice testo scritto e una poesia. Questo, quello che utilizzo io, è un linguaggio in qualche modo poetico. E anche romantico se vogliamo perché le mie macchine usano ancora di base la pellicola, quindi nonostante io faccia anche dei mapping con i video, tutta la scenografia, da quella di “Che tempo che fa” a tutte quelle che ho realizzato, sono fatte con pellicola. Perché io vengo da lì.

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Come nasce uno di questi progetti, che fasi e che tempi ha? Faccio un esempio: nel cinema si parte da una sceneggiatura poi c’è lo storyboard, poi si gira, poi c’è il montaggio, la postproduzione…

Si, nel mio caso si tratta più di una visione onirica. Io parto dalle mie immagini fotografiche e da uno spazio. Penso il lavoro per uno spazio, la piazza di Monza o altro, e se sono libero posso prendere un tema e poi da lì sviluppo il tutto. Ho in mente una regia ma di fatto in genere parto dalla musica, prima faccio il montaggio musicale ma sapendo già che immagini vorrò mettere. Adesso vado abbastanza veloce ma il mio primo lavoro ad esempio ci ho messo 6 mesi a realizzarlo. Aveva 25 proiettori ed era una novità, quindi anch’io ho dovuto prima costruirlo, il concept, anche a livello tecnologico.

In pratica è come se ogni proiettore fosse un schermo, quindi se tu ne hai 25 da gestire bisogna che tu abbia una visione di questo mosaico completa per farli interagire tra di loro.

E il discorso di provarle, le installazioni? Ci sarà poco tempo. Immagino questa sia una variabile critica.

Si, esatto. Inizialmente, quando non avevo, come adesso, uno studio così grande, non avevo la possibilità di farle, le prove, quindi le facevo in loco, sulle piazze in genere, e fino all’alba ero lì che lavoravo. Costruivo il lavoro molto mentalmente, poco lo vedevo prima, facevo uno schermo alla volta e li provavo così, ma chiaramente ci volevano tantissime ore sul posto. Anche adesso è così per la verità, perché comunque quando anche hai fatto tutte le prove in studio alla fine il progetto devi comunque adattarlo al luogo reale. Perché l’interessante è la fusione tra l’immagine e l’architettura: quando le due cose si fondono, allora vedi il prodotto finale, che è quello che poi è il fine del lavoro, è lì che devi lavorare.

Come nasce l’incontro col cliente?

Di solito mi chiamano e mi dicono semplicemente “vorrei un’installazione artistica”. Il posto può essere una piazza, una città, e l’installazione può essere prevista per una settimana o per un tempo limitato, spesso in estate, ma ne ho anche realizzate di fisse all’interno dei musei ad esempio.

Le superfici che si prestano meglio e viceversa quelle più difficoltose?

Il vetro è la peggiore, perché se è trasparente non vedi niente, il risultato è sempre una sorpresa. Dipende tutto da come le immagini vengono trattate, da come vengono posizionati i proiettori e da tanti altri fattori.

Ecco per capire come sono i nostri proiettori, queste (ci mostra delle riproduzioni) sono immagini proiettate da sotto in su, su grattacieli di 300 metri. E’ la più grande multivisione, o multiproiezione, mai realizzata su un edificio in vetro questa, a Pechino, durante le Olimpiadi, con sponsor la Nike. E’ una cosa che avevano rifiutato tutti nel mondo, l’unico che ha accettato sono stato io. Qui abbiamo utilizzato 70 proiettori (…) e parliamo del grattacielo più grande del mondo. E’ nel Guinness dei primati. Non ricordo di preciso i dati, ma mi sembra fossero 4000 metri quadri.

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I progetti a cui è più affezionato?

Abbiamo fatto un bellissimo lavoro sulla facciata della chiesa di San Lorenzo a Firenze, ad esempio.

E’ il primo mapping mai realizzato in Italia ed è stato fatto con proiettori fotografici non video, cosa difficilissima. Abbiamo ricostruito il progetto di Michelangelo, che è incompiuto. C’era solo uno schizzo, così con l’Università di Firenze abbiamo ricostruito come doveva essere in realtà. Poi io ho proiettato esattamente a registro tutti i pezzi fino a ricomporre la facciata come avrebbe dovuto diventare.

C’è tutta una storia dietro: perché il progetto era stato interrotto per questioni economiche, e Michelangelo era rimasto malissimo. (…)

Poi naturalmente c’e il Palazzo Ducale di Urbino, dove ho realizzato un’installazione fissa, una delle prime mai fatte dentro un edificio storico come la Galleria Nazionale delle Marche. (…) C’erano dei saloni incredibili e grandissimi, vuoti, il piano terra era tutto vuoto. Qui sono nati la libreria virtuale e il fantasma, cioè l’ologramma – qui ho cominciato a realizzare ologrammi – di Federico di Montefeltro, per cui ho chiamato Giulio Base. Abbiamo fatto alcune riprese, e lui lo ha interpretato in maniera impeccabile, ha avuto un successo incredibile. (…) Sono identici. Quando ci sentiamo al telefono ormai lo chiamo Federico.

Per la biblioteca virtuale, la sala era vuota e io ho detto al sovrintendente: “mi piacerebbe far uscire i libri dal muro”. E lei mi ha detto: “se ci riesci te lo lascio fare”. Dopo due anni l’ho richiamata e le ho detto: “ci siamo riusciti”.

Oggi è uno dei prodotti della Stark più riuscito. Una realizzazione a metà strada tra la multiproiezione, le immagini tridimensionali e l’ologramma.

Questa invece (ci mostra altre immagini fotografiche) è la proiezione sulla Cascata delle Marmore. Questa è stata veramente bella perché a comando, quando hanno aperto, c’era già tutto il pubblico. Abbiamo fatto mettere degli impermeabili, poi a metà concerto eravamo d’accordo con l’ENEL, che gestiva la gettata, e hanno aperto questa cascata gigantesca che è la cascata delle Marmore e lì è iniziata la proiezione.

E lei qui come ha fatto a provare?

Non ho provato.

Quindi in alcuni casi è una sorpresa anche per lei quello che esce?

Si, quello è il bello, sennò uno si annoia.

A questo punto Paolo Buroni ride e continua a mostrarci immagini di incredibili installazioni realizzate un po’ ovunque in Italia e nel mondo: nei sotterranei di Perugia per Umbria Jazz, al Festival del Cinema di Venezia, al Quirinale, a Dubai, a Singapore, oltre che per la televisione Che Tempo Che Fa, e noi capiamo che non c’è un progetto preferito perché tutti sembrano essere stati portati avanti con eguale passione.

Vorremmo raccontarveli tutti, così come li abbiamo ascoltati, ma lo spazio della scrittura purtroppo non è infinito e dobbiamo interrompere qui il nostro racconto. Vi invitiamo però a visitare il sito di Stark per consultare la storia e la bellissima documentazione fotografica di tutti gli altri progetti.

Ricordando che la cosa migliore è recarsi di persona a vederle, queste installazioni. Sui cui prossimi appuntamenti non mancheremo di tenervi aggiornati.

INFO

Sito Ufficiale Stark: www.stark1200.com
Pagine Progetti: www.stark1200.com/eventi
Paolo Buroni: www.paoloburoni.com

STARK – intervista a Paolo Buroni

STARK - intervista a Paolo Buroni
STARK – intervista a Paolo Buroni

STARK - intervista a Paolo Buroni
STARK – intervista a Paolo Buroni

STARK - libreria virtuale
STARK – libreria virtuale

STARK - visita azienda
STARK – visita azienda

STARK - multiproiezioni
STARK – multiproiezioni

STARK - interni magazzino
STARK – interni magazzino

STARK - interni magazzino
STARK – interni magazzino

STARK - proiettori
STARK – proiettori

STARK - ologramma
STARK – ologramma

STARK - ologramma
STARK – ologramma

STARK - ologramma
STARK – ologramma

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Daniela Cisi

Daniela Cisi

Consulente di Marketing e Social Media Manager, è appassionata di cinema, fantascienza, arte, musica e spettacolo, con particolare riferimento a tutto ciò che contamina massivamente e in forma inestricabile quanto appena elencato sopra. Accanita consumatrice di serie TV, B-Movie, Urania,  fantascienza e musicalmente fuori dagli schemi. Ama la neve, lo snowboard, il golf e le sfide. Digital addicted. Odia i percorsi lineari, la mancanza di fantasia e i bunker. Incidenti di percorso: Laurea in Lingua e Letteratura Anglo-Americana, Diploma di tecnico-progettista di Ipertesti, Master in Marketing, Comunicazione e Nuove Tecnologie con approfondimenti di semiotica applicata alla Comunicazione Pubblicitaria e al Marketing Digitale.
Daniela Cisi

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