Anna Wintour in The September Issue

Anna Wintour in The September Issue

Il numero di settembre di Vogue America, insieme a quello di gennaio sono i più importanti dell’anno.

Jennifer Lawrence sul numero di Settembre 2013 di Vogue US
Jennifer Lawrence sul numero di Settembre 2013 di Vogue US

Il regista e produttore di film documentari R.J. Cutler, prendendo come tema centrale la produzione dell’uscita autunnale della celebre rivista nel 2007, ci ha donato una piacevole lettura del lavoro redazionale necessario per creare uno degli strumenti regolativi di maggiore efficacia del mercato della moda.

In realtà Cutler, quando cominciò a pensare al progetto, desiderava produrre un lungometraggio centrato essenzialmente sulla celebre direttrice della testata.

Anna Wintour, soprattutto dopo l’uscita nel 2006 del film di David Frankel “Il diavolo veste Prada“, tratto dall’omonimo best seller scritto da Lauren Weisberger, aveva raggiunto una notorietà di gran lunga superiore alla soglia raggiunta da altre affermate protagoniste dell’editoria della sua generazione.

Alle giornaliste estranee al mondo Condé Nast non era apparso vero che la giovane scrittrice dopo la laurea avesse lavorato per un anno come assistente personale della direttrice di Vogue. Dal momento che il romanzo era centrato sul rapporto tra una apprendista redattrice e una direttrice dal comportamento perfido, velenoso, incline alla volubilità, la maggioranza di esse pensava che dietro al personaggio di Miranda Priestley si nascondesse la invidiatissima, chiacchieratissima, temutissima Anna Wintour.

Anne Wintour
Anna Wintour

Apparvero numerosi articoli che spettegolavano nei dintorni di presunti tratti caratteriali di Anna Wintour, dipingendola praticamente come una tiranna; articoli che ironizzavano sul suo modo bizzarro di apparire alle sfilate (sempre con occhiali da sole, nascosta dietro alla sua frangetta anni sessanta, scortata da un codazzo di redattrici in stile “fate largo…arrivano i Marines della moda“, in un contesto reso elettrico dai continui flash dei paparazzi che, come un’ombra si sposa con l’organismo verticale che la genera, la seguivano dappertutto). Come tutte le persone intelligenti e consapevoli degli effetti a medio termine dell’interessamento non voluto da parte di un giornalismo pettegolo, ma tutto sommato innocuo, Anna Wintour sapeva che non solo non valeva la pena di rispondere a tanto entusiasmo per delle sciocchezze, ma che i gossip le avrebbero fornito la maschera giusta per trasformare le sue abilità e competenze editoriali, in un’immagine del potere sempre più mitica e difficile da contrastare. Per esempio, la moda italiana per un po’ di anni pagherà dazio al presunto potere della direttrice… Tornerò su questo argomento più avanti.

Lauren Weisberger
Lauren Weisberger

Comunque, si può dire che dopo il romanzo e il film citati, il modesto film tratto dal romanzo di Lauren Weisberger per intenderci, la direttrice cominciò ad essere vissuta dall’opinione pubblica internazionale, come una icona della moda-mondo ovvero come un personaggio capace di influenzare i fatti di moda senza dover spiegare nulla, senza far capire niente di sostanziale se non il semplice mostrare quel paesaggio di abiti piuttosto che l’altro. Naturalmente la direttrice, come ho già fatto intendere sopra, oltre al surplus di notorietà, si beccava anche l’indigesta abbuffata di gossip che accompagnano le star ovunque vadano.

A questo punto, con l’arrivo di una proposta per collaborare ad un film-documentario dedicato a celebrarla, mi piace congetturare che Anna Wintour comprese al volo la straordinaria opportunità offertagli da R.J. Cutler. In un sol colpo poteva imporre il suo senso ai frattali di sciocchezze diffuse che ne avevano alimentato il mito e, nello stesso tempo, fondere la sua immagine alla struttura di potere, Vogue, senza la quale sarebbe rimasta una brillante, affascinante, competente giornalista, più ambiziosa che vera esperta di moda.

È stato lo stesso Cutler a rivelarci che l’idea di focalizzare il film sul lavoro redazionale necessario a produrre il numero di Vogue più importante dell’anno fu di Anna Wintour.

In tal modo, la direttrice poteva raccontare del suo passato l’essenziale, senza fastidiosi approfondimenti, e mostrare al pubblico le peculiarità professionali che la distinguevano, distribuendo ad arte le incursioni delle riprese nel suo privato, diffondendo in tal modo tra il pubblico, il racconto di una carriera esemplare fatta da una donna dinamica, autorevole, carismatica capace di dare un suo stile alla rivista di moda più importante al mondo e di essere madre di una splendida ragazza, intelligente, libera di esprimere il suo dissenso nei confronti degli aspetti gioiosamente folli del fashion system.

Il film presenta la futura direttrice come una predestinata. Il padre era un giornalista importante, e fin dalla sua adolescenza le pronosticò un destino in Vogue. I suoi fratelli svolgono lavori interessanti, dedicano ammirevoli attenzioni al sociale e trovano divertente l’attività della più celebre rappresentante della famiglia.

La sua vita, dice il film, è interamente dedicata al lavoro. La vediamo, infatti, nella sua casa circolare come se fosse nel suo ufficio, accompagnata dall’onnipresente paccone di fotocopie della rivista work in progress. Una vita privata di una madre/lavoratrice, single, riservata, decorosa. Potrebbe sembrare una ovvia reazione all’eccessiva esposizione ai lussi della moda, ovvero ai viaggi, agli hotel di lusso, alle feste più ambite del circuito. Di certo, le sequenze dedicate al passato, alla famiglia e all’intimità, imbricate nel racconto del film, demoliscono il mito emerso dai pettegolezzi e dai gossip, ricostruendolo ad un livello diverso. Anna Wintour, sembra dirci il testo, è quella che è, per il suo rigore, per la dedizione al lavoro, per l’incredibile competenza con cui controlla tutte le fasi del processo della moda: dai problemi degli inserzionisti della rivista alle esigenze delle lettrici americane di avere un arbitrato sulla moda conforme ai valori del loro grande Paese; dagli stilisti, incapaci di andare oltre alle proprie sensazioni (vedi il caso di Stefano Pilati, affossato con una smorfia e una frase sibillina, colpevole di un abuso del colore nero) ai propri redattori o redattrici poco attenti nel seguire il vangelo del momento, proposto dalla direttrice con un linguaggio anoressico; dai fotografi troppo auto referenziali (Mario Testino) alle fashion editor troppo fantasiose.

R.J. Cutler e Anne Wintour a New York durante l'anteprima del film The September Issue a The Museum of Modern Art di New York - 19 August 2009
R.J. Cutler e Anna Wintour a New York durante l’anteprima del film The September Issue a The Museum of Modern Art di New York – 19 August 2009

Cos’altro mi ha detto il film?

Il lungometraggio comincia e finisce con Anna che trasmette in forma conversazionale le sue riflessioni sulla moda e il senso del suo lavoro.

La gente è spaventata dalla moda – ci dice, nelle prime sequenze – c’è qualcosa nella moda che la fa sentire insicura… Quando la gente dice cose degradanti sul nostro mondo, penso sia perché si sentono in qualche modo esclusi. Non si sentono parte della gente giusta. E di conseguenza ci prendono in giro“.

Chi consuma abiti di lusso, precisa la direttrice, invece che indossare indumenti popolari, non é detto che sia stupido, ma indubbiamente “c’è qualcosa nella moda che fa innervosire le persone”.

Da questo inizio, mi sembra di poter abdurre che per Anna esiste la Moda, e ovviamente per lei non può che avere come culmine la forma delle enunciazioni visive di Vogue, ed esiste un fuori-dalla-moda rappresentato praticamente da tutto il resto, dominato da soggetti animati da un desiderio di partecipazione inibito, che prende la via reattiva del dileggio, della chiacchiera gratuita, del pettegolezzo.

Le parole finali invece si concentrano sul rapporto tra la direttrice e Grace Coddington, personaggio emergente del film, con la quale durante la gestazione del numero sembrava avere relazioni molto tese, sorprendentemente risolte in un finale che vede la creative editor, assoluta protagonista dei servizi effettivamente pubblicati.

“Grace, è un genio nell’indovinare le tendenze, dice Anna, ma non sempre ci troviamo d’accordo, anche se con il passare degli anni abbiamo imparato a convivere”.

Grace Coddington
Grace Coddington

Il montaggio del film mostra chiaramente le difficoltà di Grace durante il lavoro redazionale. Alcuni splendidi suoi sevizi sembrerebbero andare contro l’estetica della direttrice. Il reportage a Parigi, per esempio, ispirato dalle immagini famose di Brassaï, volutamente riprese in stile vagamente pittorialista, viene commentato da Anna in termini sconcertanti: “sembra che ci sia una foschia”, dice.

Scopriamo quindi da un lato, la raffinata cultura visiva di Grace, il suo lavoro di preparazione dei reportage è minuzioso, la sua esperienza sul campo, prima da modella, poi assistente di grandi fotografi, infine da redattrice e creativa, ha fatto maturare in lei un approccio empatico con modelle e fotografi modulato dalla cordialità, dal rispetto e dalla fiducia. Sul set delle riprese Grace é sempre “presente” in ogni fase dei lavori. Le sequenze che alludono al lavoro sul campo ci fanno percepire l’utilità operativa di una competenza generosa. Grace ha lo studium per essere autorevole e guidare grandi fotografi alla ricerca del colpo fotografico magistrale. Al tempo stesso ha sensibilità per ciò che Barthes definiva l’effetto punctum nella fotografia, ovvero ha idee creative sorprendenti (per esempio il cameraman che salta insieme alla modella, nel rifacimento del servizio documentato nelle sequenze finali del lungometraggio).

Osserviamo, dall’altro lato, il lavoro di Anna Wintour: zero empatia, pochissime parole, nessuna spiegazione fatta come dio-comanda. La vediamo aggirarsi pensierosa di fronte agli scatti dei fotografi (ma sta veramente pensando a qualcosa?), scompiglia le sequenze delle immagini (perché? Con quale finalità?); poi osserva le sequenze dei servizi da impaginare con le stesse modalità di un guru ispirato dal Dio della moda: questo sì, quello no; lo voglio prima, nel mezzo, dopo. La sua visione geometrica e sequenziale della rivista appare arbitraria e al tempo stesso geniale (come altrimenti spiegare il suo successo).

Guardando il film, ho pensato ad alcune lettere scritte da Sigmund Freud da giovane a Marta, la fidanzata, nelle quali descriveva le spettacolari visite del celebre Charcot alle internate isteriche nella Salpêtrière. Al celeberrimo psichiatra bastava un’occhiata per stabilire il sintomo in atto. Anna Wintour sembra possedere l’occhio clinico che stabilisce la giustezza delle immagini, la loro esatta sequenza, la pertinenza dei reportage con lo stile Vogue.

Il film ci parla della solitudine della direttrice. Silenziosa ascolta i collaboratori. Quando apre bocca i giudizi sono precisi, non confutabili. La reverenza delle redattrici spesso sembra entrare in dissolvenza incrociata con le timidezze, le insicurezze che discendono da uno stile di relazione vicino all’autoritarismo. Stupisce la mancanza di dialogo, di critica (Grace Coddington a parte). Il lavoro di squadra é nettamente sovrastato dall’attesa del giudizio della direttrice. Non vediamo mai Anna Wintour scrivere, leggere, preoccuparsi dei contenuti. Vogue sembra una rivista da guardare e sfogliare, creata per intrattenere una decina di milioni di donne americane che reagiscono al dissolvimento dei criteri di giudizio obiettivi per valutare o svalutare le mode, appellandosi al giudizio della papessa della moda e della sua Bibbia.

Grace Coddington, Anna Wintour e André Leon Talley - Parigi 7 ottobre 2005
Grace Coddington, Anna Wintour e André Leon Talley – Parigi 7 ottobre 2005

Cosa il film mi ha suggerito

In un contesto socio-economico dove tutto può essere moda e nulla lo é veramente, non desta alcuna sorpresa se la capricciosità del pubblico diviene l’unico, incontrastato punto fermo per gli strateghi del mercato. septissueIn queste situazioni, l’autorevolezza e l’asimmetria comunicazionale può rivelarsi efficace. Non vince chi semina dubbi, ma chi ha la forza per imporre certezze, dogmi, assoluti. Non importa se la loro durata é pari all’uscita di un numero della rivista. È la forza illocutoria del messaggio di Vogue e non la sua semantica, a fare la differenza. Questo effetto performativo, nel senso dato a questi concetti da J.Austin, viene creato da Anna Wintour con un esorbitante uso di celebrità. Le attrici più importanti, le modelle più ricercate, i fotografi famosi come star trasformano il messaggio Vogue in una assiomatica della moda e al tempo stesso obbligano il lettore a confrontarsi con una messa in ordine delle mode possibili estremamente rassicurante.

Anche le dimensioni della rivista contribuiscono a dare ulteriore forza alla rivista. Il numero di Vogue raccontato dal film di Cutler aveva 840 pagine e, presuppongo, contenesse la pubblicità di tutti i brand di un certo livello del pianeta.

Non ci vuole molta fantasia per trasformare questi numeri in indicatori di forza illocutoria. Stare con Vogue significa dunque essere nel luogo in cui l’atto di moda diviene un emergente ordine di bellezza e di stile ai margini del caos.

Alla luce di queste considerazioni, il ruolo di Anna Wintour assume una dimensione diversa rispetto quella trasmessa da una “lettura” impressionista del film.

Il suo occhio clinico non sta guardando solo il contenuto di una fotografia, bensì ne sta valutando il tipo di azione che la sua eventuale pubblicazione sembrerebbe presupporre.

Per fare un esempio: Grace, di cui ho già parlato, ha uno sguardo estremamente efficiente per quanto riguarda il campo estetico della fotografia in connessione con il problema della costruzione di una tendenza estetica; Anna Wintour sembra non perdere mai vista ciò che potremmo definire le “cornici” dell’immagine o del reportage. Grace, dovendo produrre delle immagini significanti, finisce con l’esserne assorbita; il ruolo direzionale di Anna, la costringe a calcolare foto per foto, sequenza dopo sequenza, il tipo di relazione che esse intrattengono con le cornici necessarie per operativizzare lo stile Vogue.

In questo contesto, la parola stile, sarebbe la derivata di un calcolo relativo a tre dimensioni eterogenee: le ragioni degli inserzionisti, il profitto degli editori, le attese del pubblico ( di passaggio, ricordo al lettore, che il film presenta subito dopo l’inizio che ho descritto sopra, le riprese di una riunione commerciale e nella penultima scena la presentazione del numero al comitato editoriale prima del “si stampi”).

Nel 2007 Vogue aveva dedicato la copertina a Sienna Miller, la bella attrice e modella, considerata tra l’altro un’icona di stile, ma la Wintour l’aveva duramente criticata per i suoi “dentoni” e i capelli in disordine.
Nel 2007 Vogue aveva dedicato la copertina a Sienna Miller, la bella attrice e modella, considerata tra l’altro un’icona di stile, ma la Wintour l’aveva duramente criticata per i suoi “dentoni” e i capelli in disordine.

Ma perché Anna Wintour nel film non spiega con chiarezza le sue ragioni? Diciamo subito che quando si lavora insieme a colleghi per anni e anni, succede che ci si intenda senza il bisogno di grandi discorsi. I personaggi che nel film ruotano intorno alla direttrice, interagiscono con lei da parecchio tempo. Sembra corretto postulare che tra di loro a volte sia sufficiente uno sguardo per far passare l’essenziale. Un film non può trasformare direttamente in azione questo aspetto della cognizione, senza ambiguità. Possiamo però presupporla.

A ciò dobbiamo aggiungere il tipo di lavoro cognitivo che entra in gioco nella costruzione dell’estetica della rappresentazione della moda. Nel film noi vediamo la direttrice alle sfilate, nelle riunioni con i collaboratori ma soprattutto la vediamo valutare immagini.

Sembra che la decisione su cosa pubblicare non dipenda affatto da ciò che definirei una “discussione critica”.

Nell’unico momento del film in cui Anna Wintour ci fa capire qualcosa del suo “metodo”,si lascia sfuggire una frase sibillina che io traduco così: in realtà all’inizio non so mai cosa realmente scegliere, succede tutto alla fine.

Io penso che dobbiamo leggere in questo stenografico rendiconto di una pratica, una doppia azione cognitiva: un lavoro sulle immagini ancorato a procedure al di sotto della soglia della coscienza e un lavoro di razionalizzazione che grazie alle cornici citate direzionalizza le immagini.

Ora, le informazioni che scaturiscono sotto la soglia della coscienza, passatemi la metafora, hanno una consistenza liquida e non solida. È molto difficile verbalizzarle, producono rapide generalizzazioni e proiettano stereotipi.

Sienna Miller e Anna Wintour di nuovo insieme alla prima del film - 19 agosto 2010 - Photo by Andrew H. Walker/Getty Images for Vogue Magazine
Sienna Miller e Anna Wintour di nuovo insieme alla prima del film – 19 agosto 2009 – Photo by Andrew H. Walker/Getty Images for Vogue Magazine

Come si impara il saperci fare con le informazioni liquide o, se volete, chiamatele pure intuizioni? Bella domanda! Io la metterei giù così: è difficilissimo farne un oggetto didattico; l’applicazione di metodi lineari (logici) non funziona; di certo l’esperienza aiuta.

Guardando le sequenze di Anna Wintour al lavoro, mi sono fatto l’idea che la sua peculiarità nasce dal suo modo di mettere in relazione la sostanza liquida delle informazioni con le cornici o modelli distillati soprattutto grazie all’esperienza offertagli dalla posizione privilegiata che ricopre.

Ma che natura hanno queste cornici? La moda, così come viene interpretata da Vogue e dal senso comune, non si basa su principi dati una volta per tutte. Hanno a che fare con una forma del sapere, ma è difficile stabilizzarla e condividerla.

Se ci pensate bene, una delle conseguenze della mancanza di logica nelle scelte estetiche ella moda è la necessità di un “principium auctoritatis”, del quale la direttrice di Vogue è indubbiamente una magistrale interprete.

D’altra parte lo sappiamo tutti: i grandi interpreti della moda non amano la discussione critica, e la moda non è una scienza, e un’estetica che di sei mesi in sei mesi si contraddice non può funzionare come la logica classica.

A tal riguardo il film di Cutler può risultare ambiguo. Alla fine potremmo pensare Anna Wintour abbia a che fare più con tattiche e strategie di potere piuttosto che con l’autorevolezza. Ma questo forse dipende dal fatto che in un lungometraggio è più facile mostrare manifestazioni del potere rispetto alla visualizzazione di dimensioni astratte legate al sapere autorevole.

Per concludere

L’evocazione del potere di Anna Wintour mi permette di riprendere un tema che avevo lasciato in sospeso.

Non mi ha affatto sorpreso la clamorosa rimozione nel film delle sfilate di Milano. Si vedono New York, Londra, Parigi e nemmeno una immagine del sistema moda più importante del pianeta. Non è un caso, credo. A partire dal 2005 Anna Wintour ha cercato in ogni modo di utilizzare il suo potere per destabilizzare Milano. La scusa ufficiale era legata a questioni come: le sfilate portano via troppo tempo, bisogna ridurre il programma, i costi sono eccessivi eccetera, eccetera. Non credo ad una sola parola che con perfidia, la direttrice distribuiva ad arte seminando caos tra gli stilisti italiani.

Il FlashMob silvia®anzi, in concomitanza con il FashionCamp, come risposta alla questione sollevata da Anna Wintour sul concentrare le sfilate in tre giorni. All'ingresso della sfilata di John Richmond un gruppo di ragazze si sono presentate con parrucche dal taglio bob, indossavano una t-shirt con scritto “I will only stay 3 days”.
Il FlashMob di silvia®anzi, in concomitanza con il FashionCamp, come risposta alla questione sollevata da Anna Wintour sul concentrare le sfilate in tre giorni.
All’ingresso della sfilata di John Richmond un gruppo di ragazze si sono presentate con parrucche dal taglio bob, indossando una t-shirt con scritto “I will only stay 3 days”.

In realtà la questione era molto più seria. Ma perché l’asse della moda che conta deve essere Parigi-Milano? Quanto costa a New York la sudditanza rispetto a Parigi e Milano? Se non si rompe questa egemonia – immagino pensasse Anna Wintour – la moda americana sarà sempre il primo mercato al mondo come fatturato, ma al tempo stesso si rivelerà ininfluente nella guerra d’immagine che scriverà il futuro assetto della moda-mondo.

Da queste considerazioni discende la strategia di smantellamento del prestigio delle sfilate milanesi che per anni la direttrice di Vogue ha praticato con attenzione e determinazione. Una prudenza resa necessaria per il ruolo certamente non secondario dei brand italiani come inserzionisti di Vogue. Un accanimento giustificato dall’alta posta in gioco: la moda non la controllano i produttori ma chi domina la comunicazione; e cosa sono le settimane della moda di altro che potentissimi dispositivi di comunicazione? Potenti quasi come Vogue.

Cosa c’entra tutto questo con il film di Cutler? Praticamente niente. Scegliendo una musichetta cretina a commento di immagini carine carine, e accettando tutto ciò che sicuramente andava a genio ad Anna Wintour, il regista ci ha presentato Vogue e la moda secondo un concetto molto radicato tra il senso comune. Oggi, si dice, la moda è spettacolo e i suoi esecutori principali sono le grandi riviste, i grandi eventi e i personaggi oracolari che la comunicano.

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Se la moda è spettacolo e intrattenimento allora il modo migliore di raccontarla sarà un film che, dalle immagini alla sua sintassi, la presenterà come una favola. Onore quindi alla coerenza di Cutler. Tuttavia un film è importante non solo per quello che sembra dirci, ma anche per ciò che non dice o non può rivelarci, ma che possiamo presupporre. Devo ammettere che su questo aspetto il film di Cutler non mi ha deluso.

Esasperando la leggerezza e l’imbarazzo della moda per la profondità al punto da rafforzare la portata mitica di Vogue e della sua direttrice,depurata dai gossip ovviamente, il regista e’ riuscito ad indurre un supplemento di pensiero reattivo/critico che spero di avere in parte documentato al lettore. E chissà, forse questa e’ stata la sottile vendetta del “testo” del film, nei confronti delle prevedibili difese innalzate da chi della mitizzazione del reale ha fatto un potente mezzo di regolazione delle pulsioni della moda. Impossibile infatti immaginare che Anne Wintour abbia accettato di recitare in un lungometraggio senza un suo controllo; difficile immaginare che Vogue non abbia posto dei limiti a ciò che si poteva raccontare. Ma non possiamo nasconderci che sono questi limiti a permettere alla moda/mito di funzionare. Cosa rimarrebbe della moda se le togliessimo questi abiti incorporei fatti di sogni, credenze, passioni?

Feltrinelli Real Cinema
The September Issue
Film di R. J. Cutler
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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

117 Responses to "Anna Wintour in The September Issue"

  1. Jade   6 gennaio 2014 at 21:25

    Dopo aver avuto l’occasione di vedere entrambi i documentari su due pilastri della moda come Diana Vreeland e Anna Wintuor, posso affermare che mentre la prima è celebre per la sua genialità, il suo gusto e il suo fascino ribelle, la seconda è famosa per la sua managerialità, la sua raffinatezza, la sua predisposizione verso il marketing. Difatti, a differenza della Vreeland, che si occupava personalmente della scelta degli editoriali, delle inserzioni e degli articoli contenuti sia in Harper’s Bazaar che Vogue, Anna risulta essere molto brava nell’amministrare la rivista, scegliere i contenuti da inserirvi, ma tutta la realizzazione di questi dipende dal lavoro dei suoi validi collaboratori.
    Anna è indubbiamente una donna da ammirare, ha consacrato tutta la sua vita alla carriera e al successo personale, tuttavia questo dipende a mio parere anche alle persone che lavorano all’interno della redazione di Vogue. Come si può vedere nel documentario di Cutler, ad Anna spetta l’ultima parola su tutto: i suoi colleghi rimangono impietriti di fronte all’occhio critico della direttrice, hanno paura di controbattere la sua parola, si limitano ad eseguire gli ordini. È una donna misteriosa, introversa, proferisce sempre poche parole, ma giuste e posate.
    Non collabora mai direttamente al “lavoro sporco” dello scrivere articoli, cercare i capi da utilizzare negli editoriali, scegliere le modelle….Anna gestisce tutto indirettamente dal suo ufficio. Siede alla sua scrivania, dove passa il giorno ad approvare o bocciare le proposte altrui.
    Questo aspetto mi ha particolarmente colpito, se paragonato alla Vreeland, la quale ideava personalmente alcuni degli articoli da inserire nelle riviste (ricordiamoci la sua rubrica Why don’t you?) e partecipava a tutti gli aspetti del lavoro redazionale (sceglieva le modelle, supportava i fotografi, sceglieva le locations e molto altro ancora).
    Un merito che si deve riconoscere alla direttrice attuale di Vogue America è senza dubbio il fatto di essere un’ abile donna di affari e marketing: oggi per la rivista è fondamentale scegliere bene i brand da inserire nelle pagine pubblicitarie, individuare quelli che potrebbero arrecare maggior entrate. Questa sembra essere una delle caratteristiche migliori della Wintour, che è stata in grado di far crescere ulteriormente il successo e il fatturato della rivista.
    Se mi permettete un demerito da riconoscere al regista Cutler, sono d’accordo col professore nell’affermare che questo ha sicuramente tenuto nascosto parte della realtà di Vogue: la direttrice ha permesso di effettuare delle riprese sia al lavoro che nella sua vita privata, ma in generale molto è rimasto all’oscuro. Anna si fa dipingere come una donna autoritaria, ma in realrà penso sia una donna molto fragile, che si nasconde dietro ad un’apparenza fredda e distaccata. Questa sua insicurezza traspare a mio parere anche dalle sue scelte di stile: porta fin dalla gioventù il caschetto anni ’60 e nasconde i suoi occhi celesti quasi sempre dietro ad occhiali scuri. Per una donna che lavora nel campo della moda seguire le tendenze dovrebbe essere un must, ed in questo rientrano anche i capelli. Invece lei rimane fedele a se stessa, quasi avesse paura del cambiamento.
    Altro aspetto che ritengo interessante sul paragone fra queste due donne è la loro opposta visione della vita fuori dalla redazione: Diana si descrive ed appare come una donna piena di vitalità, sembra che le sue giornate durino 48 ore, esce dalla redazione e partecipa agli eventi più “in”. Anna, invece, appare sia a lavoro che nella vita privata come una donna pacata, priva di energia, che dedica tutta la sua vita solo al lavoro. Difatti non si allontana mai dal Menabò, che porta continuamente con sé (anche in vacanza).
    In generale ritengo che entrambe, seppure differenti, siano da apprezzare e ammirare: ambedue, pur presentando caratteristiche diverse, sono diventate icone, hanno fatto del loro gusto un canone di riferimento per i protagonisti del mondo fashion, stilisti e non, hanno fatto in modo che la loro parola rappresenti un giudizio inestimabile. Si sono affermate, diventando dei geni indiscussi della moda, entrambe degne di ammirazione.
    Se mi posso permettere professore, sono rimasta abbastanza colpita dall’accento critico con cui ha affrontato l’analisi della Wintour in tutto l’iter dell’articolo. A mio parere ha analizzato molto bene la sua personalità, tuttavia quando parla del lavoro che svolge, traspare la sua devota ammirazione per la vecchia direttrice e la poca simpatia che invece prova nei confronti della nuova.

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    • Lamberto.cantoni   6 gennaio 2014 at 23:53

      Si, un po’ e’ così. Non riesco a resistere al fascino della nonna trombettiera che suona la carica. Ma non provo niente di emozionale contro la Wintour. Tieni conto che ho analizzato un film. Tra il personaggio raccontato da Cutler e la realtà ce ne passa. La mia posizione te la riassumo in questi termini: la direttrice di Vogue America sembra interpretare in modo perfetto un ruolo difficile e complesso. Il suo Vogue lo rispetto ma non mi appassiona. I pettegolezzi e i gossip di solito mi lasciano indifferente. Provo ammirazione per le donne che si fanno rispettare ma nel mio mondo, preferisco chi crede nella discussione critica e ha fede che si possa sempre tentare di convincere attraverso il confronto delle idee. Soprattutto mi trovo solidale con chi rispetta “l’altro” e non impone il proprio stile di vita. Mi pare di aver capito che Anne Wintour e’ una di quelle donne di potere che tendono a creare una nicchia di lavoro a una dimensione, la loro ovviamente. Ma se io o tu avessimo questa responsabilità cosa faremmo? Come ci comporteremmo se dovessimo guidare un piccolo esercito di protagonisti? Dare una identità ad una rivista e’ un lavoro difficilissimo. Anne Wintour ci e’ riuscita e anche se non e’ l’edizione di Vogue che preferisco, pur criticandola la rispetto.
      Quindi, ed e’ bene insistere su questo punto, io non conosco affatto l’ambiente di lavoro in Vogue per permettermi di giudicare chicchessia. Ho semplicemente cercato di dare la mia interpretazione di un film che di certo non rientra tra i miei preferiti. Tuttavia lo considero un documento interessante che può dirci molte cose altrimenti lasciate alle chiacchiere più sregolate.
      La Vreeland ha diretto Vogue in un decennio incredibile, pieno di entusiasmo, di energia, di spensieratezza e di impegno. Credo sia riuscita a trasmetterlo nelle sue pagine. Abbiamo tutti la nostalgia di quel mondo.

      Rispondi
      • Jade   12 gennaio 2014 at 00:19

        Non possiedo una competenza tecnica sufficiente che mi permetta di esprimere un giudizio su quale sia l’edizione migliore e maggiormente interessante fra il Vogue America diretto dalla Vreeland o dalla Wintour. Tuttavia considerando ciò che conosco su queste due donne, posso affermare che nella loro diversità, rimangono comunque speciali. Pur essendo maggiormente affascinata dalla personalità e dalle competenze della prima, mi trovo costretta a dire che anche nel caso della Wintour, molto probabilmente anche io nella sua stessa situazione sarei ricorsa alla medesima autorità. Oggi i rischi di insuccesso si sono notevolmente moltiplicati rispetto al passato, quindi meglio affidarsi al marketing, alle scelte calcolate (per quanto prevedere il comportamento dei consumatori/lettori sia possibile). Anna è sicuramente una donna competente in questo campo ed ha alle spalle dei grossi investitori che, nel bene o nel male, vincolano le sue scelte e la costringono ad essere così rigida nelle sue decisioni e negli atteggiamenti nei confronti dei collaboratori.

        Rispondi
    • Luisa C.   20 febbraio 2014 at 13:30

      Riprendo le mie stesse parole con le quali ho commentato l’articolo di Diana Vreeland: “Anna Wintour è l’attuale direttrice di Vogue America ed è pure una donna di marketing. È una leader, ha occhio, capisce di Moda, ma sa anche come organizzare, come delegare, quali sono i migliori collaboratori e non sono caratteristiche da sottovalutare. Ha un lato più manageriale che mancava (o che forse non è mai stato messo alla prova) in Diana”. Esattamente quello che dici anche tu, Jade. Ammiro tantissimo la figura della Wintour: sempre controllata, implacabile, impeccabile. Tu scrivi: “Non collabora mai direttamente al “lavoro sporco” dello scrivere articoli, cercare i capi da utilizzare negli editoriali, scegliere le modelle….Anna gestisce tutto indirettamente dal suo ufficio. Siede alla sua scrivania, dove passa il giorno ad approvare o bocciare le proposte altrui.”, ma io non la vedo assolutamente così. Alla fine chi è responsabile di tutta la rivista? Della sua immagine e di ciò che viene pubblicato? Anna Wintour. Il suo, forse, è il lavoro più sporco di tutti. La responsabilità premia, ma è anche un peso enorme.
      Riguardo al film di Cutler, ammetto che personalmente mi è piaciuto, scorre bene, anche se non è niente di eccezionale. La personalità della Wintour esce fuori dal fatto che il film è estremamente calcolato, lei è calcolata: quello che dice e quello che NON dice, i gesti, le pose.. È un’attrice meravigliosa della sua vita. Mi chiedo se non si stanchi mai di essere se stessa…

      Rispondi
  2. Silvia Valesani
    Silvia Valesani   6 gennaio 2014 at 22:42

    “So benissimo di essere stata accusata di non amare Milano e addirittura di voler affossare la vostra settimana della moda per favorire New York e Parigi. Niente di più assurdo e sbagliato. E’ nell’interesse di tutti i protagonisti mondiali della moda che Milano resti il punto di riferimento creativo e di business che è sempre stato. Il vostro Manifesto, spero, stimolerà tutti gli italiani a tirare fuori orgoglio ed energie: Condè Nast America farà la sua parte”. Questa la sentenza glaciale pronunciata da Miss Anna Wintour in riferimento al “Manifesto della Moda” lanciato nel settembre 2013 dal Sole 24Ore, che, tra l’altro, ha affermato di aver molto apprezzato per i suoi contenuti. Così la Wintour ha risposto alle accuse, discutibilmente fondate, di voler oscurare la MilanoModa nazionale, patrimonio indiscusso del nostrano stivale. Per quanto mi riguarda, si tratta di frasi di circostanza, se non dovute, perlomeno attese, e niente di più. Non c’è cuore in quelle parole.

    E forse non c’è stimolo cardiaco in alcuna sfaccettatura dell’ars di Anna Wintour. Le mie impressioni d’impatto ritraggono una donna artica che sterilizza la poesia romantica dei suoi collaboratori. E con questo non intendo sbilanciarmi su considerazioni riguardo alle sue conoscenze né alle sue capacità, anzi, il fatto di saper leggere con cinismo le infinite emozioni che virano nel work in progress del pianeta Vogue credo sia proprio la sua qualità vincente.

    Ma a proposito di Anna Wintour è come se tutto lo scibile fosse già stato portato alla luce (i pezzi mancanti appartengono, per legge del Tribunale Moda, al mondo dell’incono-scibile e potrebbero affiorare esclusivamente sotto forma di congetture e leggende). Un personaggio, al contrario, che meriterebbe maggiore approfondimento e considerazione è senz’altro il direttore creativo della rivista, Grace Coddington, una Pippi Calzelunghe del Novecento cresciuta a pane e Vogue nel remoto Galles del Nord. «Se Anna Wintour è il Papa, Grace è Michelangelo, che tenta di dipingere una versione fresca della Cappella Sistina, dodici volte l’anno» (Time Magazine 28 agosto 2009): il ghostwriter della leader dal caschetto d’oro, il genio che accompagna la “regolatezza”, il noumeno alla base di una realtà fenomenica affermata a livello mondiale. Grace è la madre di una quantità ormai esponenziale di editoriali il cui denominatore comune è la passione che emerge senza mai pretendere visibilità personale né ambire a risultati autoreferenziali: mi torna alla mente quel modo di dire secondo cui l’autentica bravura di uno scultore sta nel far emergere da un’informe massa marmorea la figura intrinseca a essa. Grace, perciò, “si accontenta” di essere uno strumento al servizio dei traguardi che giorno dopo giorno Vogue raggiunge.

    Non ha di certo bisogno di tutelare la propria icona dietro un paio di noiosi occhiali neri.

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  3. Chiara Tintisona   7 gennaio 2014 at 03:53

    Penso che Vogue e Anna Wintour siano un connubio imprescindibile. Ognuno si nutre delle azioni e delle parole dell’altro. Un vero e proprio sistema autopoietico in grado di rigenerarsi in continuazione grazie alle scelte prese. Nulla è lasciato al caso. Ogni cosa che gira attorno a questo legame indissolubile, crea pubblicità e la pubblicità è il catalizzatore del successo. D’altronde se da una parte c’è la rivista più letta e conosciuta al mondo con più di 100 anni di vita e dall’altra parte un direttore spietato che veste i panni manageriali, cosa ci si voleva aspettare?!?. Un’austera coordinatrice con un immensa responsabilità sociale nei confronti del sistema moda con la possibilità di utilizzare il più grande strumento d’informazione a livello mondiale. Sicuramente non sono una psicologa e tantomeno conosco la Wintour di persona, ma credo che se si hanno i mezzi necessari e la voglia adeguata per raggiungere determinati obiettivi, il raggiungimento di quest’ultimi è meno difficoltoso.
    Mi ha colpito molto la parte conclusiva dell’articolo sopraindicato, certo non credo in una teoria complottista per il risorgimento, semmai ce ne fosse stato mai qualcuno, della moda americana, ma credo che esistano persone che riescano ad influenzare intere schiere di seguaci specialmente se quest’ultimi manchino di un individualismo etico.

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  4. Irene Alunni   7 gennaio 2014 at 19:18

    Non si può parlare di moda senza nominare la direttrice più stimata e temuta dal fashion system: Anna Wintour.
    La Wintour è un personaggio di spicco del giornalismo moda, esempio di dedizione, stacanovismo e professionalità, personaggio senza dubbio da emulare per la tenacia con cui ha raggiunto i suoi obiettivi. Già da bambina aveva scelto la sua carriera e il suo look che la contraddistingue da sempre, con il caschetto biondo e frangetta, che il vento sembra non scomporre mai.
    Da molti media è stata definita come una “donna di ghiaccio” e forse lo è davvero:
    voce armoniosa da gran signora british, sorriso timido, occhi impenetrabili ma stanchi. Monarca della moda, icona di stile in tutto il mondo, autorità del settore e dall’enorme influenza. Tutto ciò la rende estremamente irresistibile.
    Anna Wintour alla guida di Vogue America ha fatto scelte molto coraggiose, scegliendo per le copertine le celebrità del momento, mixando nello stesso servizio articoli di moda low-profile con pezzi di lusso dei stilisti più famosi.
    E’ un personaggio controverso ma da tutti rispettato che da più di vent’anni dirige la Bibbia dello stile mondiale.

    “Semptember Issue” oltre ad essere per la rivista il numero più importante , in quanto caratterizza le scelte editoriali di tutto l’anno, è anche un documentario incentrato sulla vita della direttrice. Il regista R. J. Cutler, in questa occasione, è riuscito a far togliere alla Wintour gli occhiali scuri e a capire il mistero del suo sguardo.
    Il documentario mostra ammirazione e ironia verso il mondo chiuso e geniale della rivista di moda, racconta una vera storia, a volte drammatica, a volte divertente, a volte irritante, ma sempre affascinante. Racconta il duro lavoro, le poche parole, le decisioni irremovibili e sopratutto rende umana la gelida Anna Wintour.

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  5. Sara Cecconi   10 gennaio 2014 at 10:32

    Anna Wintour, che è un’altra donna pilastro della moda, su molti aspetti è paragonabile alla spettacolare Diana Vreeland; entrambe creative e con forte intuizione al potere.
    Diana Vreeland: geniale, autonoma e puntigliosa nelle sue scelte. Anna Wintour: donna manager con caratteristiche che puntano al marketing utilizzando con molta criticità il lavoro dei suoi collaboratori.
    Anna Wintour e “Il diavolo veste Prada”: Cutler nel film la descrive come una regina di ghiaccio, una dominatrice, e devo dire che questo è quello che realmente è. Mi sono documentata sulla Wintour e ho fatto un paragone sulle sue frasi storiche e quelle di Diana Vreeland; emergono dai modi di esprimersi, le sostanziali differenze tra le due donne che, comunque mi preme dire, entrambe, sono due “super” donne che hanno fatto la storia della moda.
    Alla domanda della sua migliore amica sul perchè al telefono attacca sempre senza dire “Ciao”, Anna risponde: “non serve a nulla. Serve a qualcosa? Abbiamo finito di parlare.”
    Per un consiglio ad una sua assistente sull’abbigliamento, Anna dice: “devi buttare tutto quello che hai..e visto che ci sei perdi anche due taglie.”
    Questa è Anna WIntour. Una donna schematica e molto diretta che tutti temono e allo stesso tempo venerano e tutti prendono spunto da lei.
    Detta legge; infatti per quanto riguarda privilegiare la moda americana danneggiando quella italiana ho trovato notizie che rivelano, che ad ogni settimana della moda in Italia, la Wintour pretende e ottiene che i giorni di sfilata a Milano vengano ridotti da sette a cinque o tre, per non rimanere troppo a lungo nel capoluogo.
    La stilista Krizia è indignata dal modo in cui strumentalizza il suo potere e Roberto Cavalli spiega che a Parigi case di moda come Christian Dior o Luis Vuitton ignorano la richiesta della Wintour, di abbreviare la settimana della moda nella loro città, e questo atteggiamento a suo e a mio modesto parere, dovrebbero adottarlo anche i colleghi italiani.
    Devo dire che pur essendo così potente, strategica e di successo, io personalmente trovo i suoi atteggiamenti troppo arroganti e sminuiscono molti di quegli aspetti che ritengo importanti nel mondo della moda: sentimenti, armonia, storia, colore, emozioni, leggerezza, spensieratezza…

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    • Lamberto.cantoni   11 gennaio 2014 at 12:12

      Si, Sara, hai ragione. Ed e’ andata sinora come hai detto tu. Esiste dietro le quinte un asse New York-Londra, ostile all’alleanza voluta giustamente da Boselli (pres. Camera della Moda Italiana) Milano-Parigi.
      Queste strategie geo-politiche non sempre sono trasparenti. Bisogna imparare a leggere le notizie, interrogandole in modo diverso dal passato.
      Per esempio: perché Londra ha scelto di far coincidere le sfilate di moda maschili con le giornate di Pitti? E’ solo un caso? Una mancanza di coordinamento? Non e’ piu tempo di creduloni o di anime belle. C’è una guerra in corso e non si può non combatterla.
      Attenzione! Non sto dicendo che Londra e’ cattiva e Firenze buona. La moda inglese fa il suo mestiere e cerca di riprendersi ciò che gli spetta. L’estetica dell’uomo deve moltissimo alla cultura british. Londra e’ una grande città-mondo. Avendo perso la guerra a livello di produzione (qualitativa) cerca di riprendersi il controllo sulla presentazione delle tendenze, sulla loro commercializzazione e comunicazione.
      Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo arrenderci? Io spero di no. Ma come possiamo sperare di sopravvivere?
      Io credo che si debba ripensare il sistema Italia. Milano e Firenze da sole non possono farcela contro città-mondo.
      Insieme forse si. Ecco la sfida del prossimo decennio: riusciranno Milano e Firenze a presentarsi come un sistema integrato?
      Milano e’ grande come un quartiere di Londra o di Ney York. La stampa internazionale la controllano queste città. Bisogna uscire dagli schemi tradizionali. Forse occorrono alleanze con i mercati emergenti. Per esempio la Cina.
      Perché non strutturare un patto con i cinesi?
      Noi non abbiamo solo svantaggi. Abbiamo ottime munizioni da far valere. Il Made in England non esiste. Il Made in Italy invece e’ fortissimo.
      Ma riusciranno i protagonisti del Made in Italy a resistere alla tentazione di investire il proprio potenziale individuale nel Made in Prada, Made in Armani, Made in Diesel, Made in Ferragamo etc..
      Se riusciremo a mantenere l’equilibrio tra ogni singolo brand nazionale e il meta-brand Made in Italy avremo più possibilità di collocare ricchezza e lavoro nel nostro Paese. Altrimenti perderemo le conquiste degli ultimi trent’anni.

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  6. Aurora Pierozzi   12 gennaio 2014 at 20:20

    Anna Wintour sicuramente ha una personalità molto forte e molto difficile anche con la quale è complicato andare d’accordo, tuttavia, è sicuramente stata accentuata grazie alla pubblicazione del film “il Diavolo veste Prada” e il suo documentario. A mio avviso, è stata una trovata molto geniale, questo ha fatto si che Anna diventasse una persona enormemente stimata ma anche molto temuta nel mondo della moda, una persona la cui opinione era fondamentale e senza la quale niente poteva andare avanti. Nonostante questo una persona come Anna Wintour non deve essere associata semplicemente ad un film, deve essere associata al grande e difficile lavoro di Redattore di Vogue America.
    Ci vuole una grande personalità, ma anche bontà d’animo per riuscire a portare avanti una rivista del calibro di Vogue.
    La parte che più mi ha affascinato del documentario è quando lei racconta della sua collaboratrice Grace Coddington. Viene rappresentata come una donna di grande talento ed esperienza, tale che è, e secondo me ci aiuta a far capire che Anna realmente non è quel mostro di donna fredda e scontrosa. E’ una donna che sa riconoscere i meriti delle persone, e anche la sua indispensabilità per il funzionamento della rivista, persone alle quali però a volte dà contro per riuscire a far si che il numero esca. Sottolinea la diversità dei gusti tra lei e Grace, ma che ormai hanno imparato a convivere insieme. Questo è simbolo di una persona molto intelligente e professionale.
    Anna all’interno del mondo della moda, non è una persona di cui aver paura al suo arrivo, anzi è una persona da cui prendere ispirazione e da cui trarre molti insegnamenti, soprattutto vedendo i grandi sacrifici che fa per la rivista.

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  7. Ginevra Carotti   13 gennaio 2014 at 00:28

    Chi non vorrebbe essere Anna Wintour anche solo per un giorno?! Io credo che la maggior parte delle persone che sono affascinate dall’universo Moda vorrebbe essere Lei, la tiranna direttrice del giornale più venduto al mondo. Eh si perché Vogue è quel tipo di giornale che non butti via ma conservi in un posto al sicuro e che forse un po’ perché è “cool” collezionare un po’ perché quelle pagine che diventano vecchie solo dopo un mese, sono il mezzo che ci consente di sfogliare in pochi secondi una parte di mondo chiamata “America”.
    Il corpo minuto è una caratteristica comune sia a Diana Vreeland che a Anna Wintour. Eppure la prima tutto quello che toccava diventava energia che a sua volta si trasformava in capolavori di moda-arte quindi il suo corpo agli occhi di chi la guardava a lavoro sembrava grande e voluttuoso perché lei era come un vulcano in continua eruzione di idee che arrivavano come un’epifania; mentre la Sig.ra Wintour anche se la si guarda a lavoro sembra sempre rimanere in quel corpo così piccolo che sembra pesare meno del numero di Settembre di Vogue! …non emana calore, luce e vitalità.
    Non voglio sminuire il lavoro dell’attuale direttrice, che dirige il giornale dal 1988, ma effettivamente ha un approccio completamente diverso; la Wintour dà alle sue lettrici proiezioni di sogni, credenze e passioni grazie alla sua capacità manageriale di scegliere cosa sarà in e cosa sarà out; si perché Lei può farlo, Lei ha questo potere: è visionaria. “Anna is like Madonna” dice nel film il giovane designer di GAP.
    Come recita il taglines della copertina del film-documentario “Fashion is a religion. This is the Bible”, se la moda è fede, Anna Wintour è il convento.
    Nel trailer vengono usate quattro parole per descriverla: legend, feared, revered, icon; penso che tutte queste parole si possano sintetizzare solo in una: VOGUE! Ma la rivista non è costruita solo da lei; lei dice come incastrare i vari pezzi del puzzle, ma i veri creativi, a mio avviso, sono i suoi collaboratori; infatti se si analizza la figura di Grace Coddington, fashion editor della rivista, è lei che mi rimanda ad un metodo “ Vreelandiano”: sempre presente in ogni fase del lavoro, partecipa alla vestizione delle modelle, tocca i tessuti, collabora con il fotografo; insomma tutta questa serie di gesti che a lei vengono spontanei, come si evince dal film, sono l’esatto contrario del metodo “Wintouriano” basato sul “parlo poco, mi muovo poco, solo uno sguardo”.

    Secondo Anna Wintour «Vogue oggi è molto più di una rivista, è un super brand». Questo la dice lunga sulla direttrice, che gestendo un super brand dovrà incarnare anche lei stessa i valori del brand e in quanto tale dà una promessa ovvero quella di conservare il carattere unico di Vogue, tenendo ben presenti gli obiettivi della rivista: celebrare il bello ed il creativo. Come ogni lavoro di marketing echeggia uno stereotipo, ecco che Anna Wintour lo diventa, caschetto e occhiali scuri.

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  8. Lamberto.cantoni   13 gennaio 2014 at 18:48

    Sottoscrivo il tuo finale. Anche se al posto della parola stereotipo preferisco il concetto di stile.
    Riprodurre ogni mese il grande stile Vogue…Incarnare il grande stile stile.
    Forse da questo compito impossibile discende la sensazione di un personaggio sempre in bilico tra l’eccesso di reverenza e il ridicolo.

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  9. Maria Camila Vanegas   13 gennaio 2014 at 20:43

    Una grandissima editrice che ha ripreso la pubblicazione ed è divenuta una delle figure più influenti nel settore della moda. Ampiamente conosciuta sia per essere una grande capo editrice della grande rivista Vogue, sia per il suo iconico taglio di capelli paggetto, gli occhiali da sole oversize, i tacchi alti e il suo freddo contegno. 


    Anche da piccola ha sempre dimostrato la tendenza di fare le cose al proprio agio e alla sua maniera. Di adolescente, al liceo, ha deciso di lasciare la sua elegante scuola a cambio di una vita a Londra allo stile ‘tony’, uno stile di vita negli anni sessanta che lei adorava.
Con il suo iconico taglio di capelli, che prima era tagliato allo stile ‘bob’ quando aveva 15 anni e che ha cambiato poco da quell’epoca, Wintour frequentava gli stessi bar e club dei grandi famosi come “The Beatles” e “The Rolling Stones”. 


    É possibile affermare che la sua professionalità ed eccellente performance come editrice dell’influente rivista, sia in parte inspirata da suo padre, un veterano della Seconda Guerra Mondiale chi aveva una forte e talentuosa reputazione come editore di “London Evening Standard”. A lei non li è mai dispiaciuto le similitudini che condivide con questo grande uomo anche chiamato ‘Chilly Charlie”.

    Dall’inizio della sua carriera, Anna ha dimostrato di avere un critico senso di stile e direzione, al punto di portare la sua scrivania al suo ufficio. Inoltre, ha sempre ispirato a tutte le ragazze moderne che sono interessate negli affari e che vogliono libertà, attraverso la sua indipendenza, coraggio e grande voglia.

    Con il passare degli anni, Anna a anche dimostrato la sua abilita di essere trasparente e di dire quello che pensa, come quando le ha detto a Oprah che aveva bisogno di dimagrire 10 chili prima di uscire nella copertura della sua rivista. Oppure anche quando le ha risposto a Hillary Clinton dopo che lei aveva fatto una critica a una foto sua dentro la rivista dicendo che apparire molto femminile potrebbe indebolire le sue ambizioni presidenziali.

    Però è anche certo che con un grande potere e influenza, viene anche un grande ego. Grazie alle sue forti critiche e alla mancanza di pazienza, Wintour ha guadagnato diversi nomi come: “Nucleare Wintour” e “Wintour del nostro scontento”. Anna ha sviluppato una reputazione di essere molto fredda e distante. Molti dicono, infatti, che è difficile lavorare sia insieme sia per lei, e insiste nel fatto che i suoi assistenti devono vestire bene ed essere fashion. Infatti, lei ammette di essere una persona demandante, perfezionista e molto competitiva. Nelle sue parole: “Io sono certamente molto competitiva. Mi piacciono le persone che rappresentano il meglio di quello che possono fare e se quello vi porta al perfezionismo, allora forse lo sono anche io”.

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  10. Edoardo Gambini   15 gennaio 2014 at 21:51

    Penso che il punto corretto di partenza ed analisi sia il quesito finale, che Lei Prof. Cantoni pone giustamente con critica. Cosa rimarrebbe della moda se le togliessimo questi abiti incorporei fatti di sogni, credenze, passioni? Affermando che molto probabilmente non esiste un’unica risposta a tale domanda, ritengo che quella che maggiormente si avvicina alla confusa realtà sia contenuta nel problema stesso. Mi spiego meglio.
    Il sistema moda esiste e sussiste così com’è proprio perché ce ne sono diverse visioni e interpretazioni, sia da parte degli addetti ai lavori che, soprattutto, dei cosiddetti “esterni”. Da un lato è derisa, oggetto di compassione e sufficienza; dall’altro eccessivamente considerata fondamentale, la ruota attorno cui deve girare gran parte del mondo civilizzato; da un altro ancora, invece, cinico meccanismo grazie a cui la vendita dell’effimero produce al tempo stesso questa immensa produttiva industria. I tre aspetti (sociale, artistico ed economico) sono inscindibili tra loro e l’uno parte integrante dell’altro. Non può esistere un sistema moda che non coinvolga la socialità delle persone e da cui trarre ispirazione e forza, ricercando tra i bisogni inespressi il motivo di svilupparsi per soddisfarli. Così non è fattibile che il lato artistico-creativo sia distaccato e non comunichi con l’apparato economico, al giorno d’oggi poi, condizione necessaria a prescindere. La moda attinge dai desideri onirici delle persone per nutrirsi e partorire a sua volta sogni da ridistribuire. Questa è la favola rosea e poetica della moda, dietro alla quale si nasconde però il perverso e reale gioco di creare una sensazione di mancanza da poter sedare solo con l’ennesima dose di piacere, per poi riniziare il ciclo vizioso.
    Ritengo che la figura della più autoritaria ed autorevole direttrice di moda, Anna Wintour, sia anch’essa da interpretare e leggere in tale maniera. Il difficile compito che è riuscita ad ottenere, ma soprattutto, a mantenere nel tempo, sicuramente non è privo di difficili equilibri tra il lavorativamente corretto e il personalmente scorretto. La donna, già per la sua condizione di figura femminile dunque, ha dovuto trovare negli svariati anni il posto non che più le aggradava, ma quello che maggiormente le permetteva di curare, difendere e affermare la sua passione/ossessione. Il mondo da lei sempre inseguito è diventato alla fine quello che lei stessa muove e manipola a seconda delle sue esigenze e delle altrui influenze. Per tale motivo, a mio avviso, in un precario ambiente sempre sul ripido crinale tra reale e fantastico, tutte le azioni e i pensieri devono essere letti e analizzati con occhio ancora più scrupoloso e con il requisito non della giustificazione, ma almeno della comprensione, prima di poter giudicare.
    Nel film “Il Diavolo veste Prada” la figura della Wintour viene romanzata e contornata di quell’alone di cinico sadismo che piace al pubblico e di cui il sistema moda stesso vuole farsi avvolgere. Vengono esaltati gli aspetti criticabili con ironia e buonismo, con l’intento di migliorare quel senso di irritazione e aspro giudizio che la società addossa al fashion system. È un “gioco” di pesi e contrappesi per mitizzare una spesso cruda e subdola realtà professionale, che ingiustamente non assiste quasi mai ad un riconoscimento della preparazione e delle capacità delle moltissime personalità che vi lavorano.
    Nel film “The September Issue” la direttrice, invece, si ritrae e viene mostrata agli occhi dello spettatore in una veste più umana, condizionata dal forte temperamento e dalle violente passioni emotive. È una figura enigmatica, a tratti capricciosa o addirittura tirannica; ma dietro questo lato più scenico, si evidenzia una professionista unica, delle cui azioni non devono necessariamente seguire dovute spiegazioni. Possiede un “modus operandi” impossibile da poter comprendere appieno, soprattutto da parte di chi non opera a livelli manageriali di quel tipo. Che il suo temperamento sia forte e spesso eccessivo è fuori ogni dubbio, ma bisogna darle atto che senza un tale carisma e una così forte determinazione, non sarebbe in grado di sostenere un tanto schiacciante peso. Le responsabilità hanno un prezzo maggiore tanto quante sono; quello più caro, probabilmente, è la solitudine al centro di un interno universo che al momento le ruota attorno, per poi passare un domani inesorabilmente avanti.
    Personalmente credo che in questo sistema moda così tanto “fast” e così poco “fashion”, dovrebbero essere ridimensionate molte figure ritenute troppo considerevoli e invece innalzate più persone uniche, ma meno valutate. In questo modo si potrebbe risollevare un cammino sempre più confuso tra effimere maschere, guidati da brillanti carriere di personalità che fungerebbero da fari per un cammino visionario. D’altronde, il Sogno è o non è l’infinita ombra del Vero?

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    • Lamberto.cantoni   16 gennaio 2014 at 11:00

      Ottimo contributo Edoardo. Vorrei farti una domanda relativa al tuo finale. Non credi che l’attitudine a mitizzare i personaggio possa essere spiegata proprio con la fragilità del timing interno alla moda? Ovvero proprio perché le mode sono quasi sempre effimere (in funzione del tempo) abbiamo bisogno di qualcosa di più solido per crederci?
      E’ una ipotesi ovviamente.

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      • Edoardo Gambini   16 gennaio 2014 at 21:39

        Perfettamente d’accordo con lei Professore. La moda ha nel suo DNA intrinseco il mutamento continuo e costante, senza il quale non potrebbe sopravvivere e rigenerarsi di continuo. Sta in questo però, credo, il suo eterno ruolo di dispendiare sempre desideri nuovi a seconda dei tempi che trascorrono. Il segreto dell’eternità della moda risiede paradossalmente nel suo ciclo morte-rinascita, mantenendo del passato quegli aspetti d’immortale bellezza che dunque, affinché non vadano perduti e non tornino a far parte della spirale, devono essere divinizzati. È doveroso addirittura, secondo me, che alcune figure e certi aspetti vengano anche estremizzati a icone non facilmente corruttibili e attaccabili: devono rimanere ad esempio e ricordo per il futuro, troppo incerto e di veloce trasformazione. Il percorso da seguire affinché il fashion system possa guadagnare una reputazione più meritevole e affinché esso stesso si evolva, sta nel plasmare nel concetto moda maggior ambiti culturali, da quelli artistici a quelli scientifici. Fortunatamente ritengo che si stia andando sempre più verso questa direzione, soprattutto grazie agli innumerevoli professionisti impegnati nell’educazione e alle sempre maggiori accademie d’eccellenza, da cui noi giovani possiamo apprendere una visione ampia e globale. Tempo al tempo e l’universo moda sarà considerato un pilastro della cultura di e da tutti.

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  11. Federica B.   17 gennaio 2014 at 20:09

    Partendo dal presupposto che il suo articolo è ampiamente esplicativo, ci sono alcuni aspetti che mi piacerebbe approfondire.
    Il personaggio di Anna Wintour, mito della moda, è un punto nodale per l’intero sistema. Oltre che esercitare una grandissima influenza sulle direzioni e il futuro della moda stessa, è temuta e rispettata dagli stilisti, (il che mi fa pensare a un paradosso in quanto senza stilisti, prodotto moda e nuove idee, il bel mondo del marketing , non esisterebbe; è vero anche che se l’intero sistema diretto dalla Wintour non esistesse, le grandi creazioni rimarrebbero solo capi di alta sartoria oppure idee innovative rimaste nel cassetto dei sogni).
    A prima vista nessuno (che la conosca) si spaventerebbe della minuta donna con occhiali scuri nascosta da una valanga di collaboratori/collaboratrici, ma conoscendo la sua posizione, dedizione al lavoro e tutto il resto, accade che le sue dimensioni fisiche vengano percepite come triplicate e attraverso i suoi occhiali scuri si riflettono i visi di tutti coloro che temono il giudizio senza tante spiegazioni riguardo l’operato svolto.
    Citando il discorso fatto dalla Wintour: “La gente è spaventata dalla moda – ci dice, nelle prime sequenze – c’è qualcosa nella moda che la fa sentire insicura… Quando la gente dice cose degradanti sul nostro mondo, penso sia perché si sentono in qualche modo esclusi. Non si sentono parte della gente giusta. E di conseguenza ci prendono in giro”.
    Chi consuma abiti di lusso, precisa la direttrice, invece che indossare indumenti popolari, non é detto che sia stupido, ma indubbiamente “c’è qualcosa nella moda che fa innervosire le persone”.
    A tal proposito in parte concordo con quello che stato appena menzionato, in quanto è vero che chi fa parte del sistema moda, chi si concede abiti di lusso o chi ha il potere economico di seguirle le tendenze cerca sempre di distanziare chi non se lo può permettere perché fondamentalmente la moda è anche uno strumento di differenziazione tra le classi. Infatti chi risiede nei gradini più bassi tende a imitare chi è al di sopra. L’unica moda democratica, nata negli ultimi tempi, che consente di seguire le mode senza spendere troppo è quella propugnata dalle catene Zara e H&M che riescono a stare al passo con le mode o addirittura anticiparle estendendole a un ampio numero di clienti.
    Coloro che non possono entrare in quel sistema lo disprezzano perché lo sognano o lo vedono come un mondo così irreale e perfetto che sono disgustati da quella perfezione.
    Un altro aspetto sul quale mi voglio focalizzare è il rapporto di odio e amore che c’è con una delle sue più antiche collaboratrici, Grace Coddington. Si può intuire che il vero talento, quello che è capace di intuire le nuove tendenze è proprio lei mentre la Wintour non ha quelle conoscenze tecniche di Grace anzi definisce nel corto “foschia” un determinato effetto e mood fotografico. Ciononostante la Wintour riesce ad avere quello sguardo di insieme che conferisce alla rivista un aspetto armonico e nella maggior parte dei casi i servizi di Grace vengono tutti approvati grazie al suo talento.
    Poi mi sono voluta soffermare sul paragone che ha fatto tra la Wintour e Freud; come allo psichiatra bastava un colpo d’occhio per stabilire i sintomi, così Anna riesce a captare con uno sguardo d’ insieme l’armonia costruita con i singoli reportage di Vogue cercando di renderli più omogenei possibile affinché non stridano tra loro. Per questo motivo le sue poche spiegazioni riguardo a ciò che non è da lei approvato non sono mai esaustive, perché come dice lei, non vince qualcuno che semina dubbi ma vince chi impartisce dei dogmi. Inoltre la Wintour utilizza personaggi famosi, fotografi e modelle ricercate per far si che la rivista diventi ancora più preziosa e riconosciuta dai lettori.
    Per concludere si nota nel corto che vengono mostrate le capitali della moda Parigi, New York e Londra ma manca Milano. A tal proposito sono d’accordo che la Wintour non possa ammettere che il motivo reale risiede nell’interesse di spostare l’asse della moda (Parigi-Milano) oltre Oceano adducendo le solite scuse legate ai tempi lunghi, costi elevati e riduzione dei programmi.
    Mi sorgono molti dubbi in quanto credo che questo lungometraggio sia stato molto filtrato riguardo i limiti oltre cui Vogue non si può spingere. Però forse è anche giusto che alla moda rimanga quel velo di mistero che la contraddistingue.

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  12. Mina   18 gennaio 2014 at 20:43

    Anna Wintour, celebre oracolo della moda, è la protagonista del documentario “The September Issue”. Un racconto certamente manipolato, quello che germoglia tra eden di scarpe e abiti di tendenza, ma pressoché verosimile agli avvenimenti che si susseguono nella realtà redazionale di Vogue.
    Una storia per certi tratti divertente, per altri angosciante: tutto passa sotto l’acuta osservazione della Wintour che accetta o censura il lavoro svolto dai suoi fiaccati servi.
    La Crudelia della moda, nascosta dietro quegli impenetrabili occhialoni neri e quella dritta frangetta bionda, quando viene ripresa in casa, suo locus amoenus, si veste di un lato umano: accompagnata da sua figlia, inesperta del fashion, ricorda caramente la figura del padre, che aveva preannunciato la sua carriera.
    Il documentario lascia spazio contemporaneamente all’art director di Vogue, nonché Grace Coddington che, in perenne contrasto con la sua direttrice, diventa celebre per l’ideazione di servizi fotografici inusuali, carichi di suggestione e magia. L’insipido rapporto che si crea tra le due protagoniste si pone al centro del racconto, scivolando in un imprevedibile elogio da parte di Anna Wintour, dopo un’accurata, seppur breve, introspezione di alcuni servizi di Grace. Ed ecco che ritorna la sua umanità, unita alla sua professionalità.

    La personificazione di un armonioso equilibrio tra apollineo e diosiaco, in cui l’apollineo è la sua devozione al lavoro e il dionisiaco è il dominio che esala nel raggiungimento dell’eterea perfezione, in cui crede fermamente. Ecco, in definitiva, la sintesi estrema della protagonista della moda, Anna Wintour.

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    • Lamberto.cantoni   20 gennaio 2014 at 21:09

      Mina, ho letto con interesse il tuo contributo. Mi permetto di aggiungere a quello che hai scritto un dubbio sull’equilibrio apollineo/dionisiaco che tu vedi in Anne Wintour.
      La coppia Apollo e Dioniso e’ divenuta un modo per descrivere aspetti della nostra cultura dopo le celebri pagine scritte da Nietzsche. Nella versione del Colli l’approccio apollineo rimanderebbe all’equilibrio delle forme, alla razionalità, alle regole. L’appello a Dioniso indicherebbe l’altra faccia del reale psichico dominata dall’estasi, dall’approccio orgiastico, dalla follia.
      Ora, io di Dionisiaco nell’approccio della Wintour non trovo nulla. Direi che e’ apollinea al cento per cento.
      Te la immagini la direttrice che arriva in Vogue e invece che sfilare come un palo della luce negli uffici, comincia ad essere affabile e seducente con tutti, invitandoli ad osare, a visualizzare l’impossibile della moda, inneggiando lodi sperticate a Grace! Beh! Io non riesco ad immaginarmelo.

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  13. Chiara C.   19 gennaio 2014 at 10:15

    Anna Wintour è uno dei personaggi più iconici e influenti nel mondo del fashion system, la sua figura è riconosciuta a livello internazionale per l’influenza che esercita sulle tendenze nel mondo della moda.
    Per assumere e conservare una posizione prestigiosa come la sua, sicuramente è un personaggio che ha avuto ed ha un’ambizione ed una determinazione straordinarie.
    Come una vera manager del mondo della moda, si avvale di una lunga lista di collaboratori, fotografi, stylist etc.. che devono fornirle il materiale necessario per la strutturazione del numero di VOGUE, su cui lei avrà la parola decisiva e inappellabile sulla disposizione di ogni singola pagina.
    Nel film “The September Issue” spicca il personaggio della stylist Grace Coddington, figura fondamentale all’interno della compagine di VOGUE in quanto progetta e realizza servizi eccezionali che permettono alla Wintour di conservare l’altissimo profilo editoriale di VOGUE e forse l’unica in grado di fronteggiarla, con il suo carattere e la sua genialità di stylist.
    Il che significa che una parte determinante del successo della Wintour è la sua capacità di riconoscere e avvalersi di collaboratori eccezionali. nessuno si salva da solo…
    A differenza di Diana Vreeland, altra figura mitica nel mondo dell’editoria di moda, che lasciava trapelare i suoi sentimenti e il suo desiderio di prendere parte concretamente alla realizzazione della rivista e dei servizi, la Wintour si pone con uno spirito prettamente manageriale che cela dietro le inseparabili lenti scure e il caschetto anni ’60.
    È fondamentale mettere in luce come i momenti, storicamente parlando, in cui le due donne VOGUE abbiano preso parte alla rivista siano differenti: il primo caratterizzato dal fervore presente nel mondo della moda e dalla grande dinamicità, nuove scoperte e cambiamenti radicali, e quello più attuale che si contorna di uno scenario particolarmente complesso e difficile che sta colpendo la società. Vreeland e Wintour sono due icone, diverse in molti aspetti, ma accomunate da questa unica grande passione: la Moda. Ritengo che al tempo della Vreeland probabilmente ci si poteva permettere di essere come lei e di riuscire così bene nel suo lavoro, ma ciò sarebbe possibile anche ora?
    Anna Wintour è un esempio calzante di una donna che vi è riuscita, è diventata un’icona di stile ma dietro al suo carattere tenace e determinato, si celerà sicuramente una figura più umana di quanto si possa immaginare. Non è possibile rivelare al mondo le vere essenze di un’icona che ormai al mondo è conosciuta in questo modo, la sua identità verrebbe sconvolta. È giusto che sia un personaggio e come un personaggio venga ritratta. In fondo, nel mondo della moda, bisogna essere dei personaggi, per essere ricordati.
    VOGUE è uno strumento fondamentale per il fashion system, non può essere considerata solamente una rivista: le innumerevoli persone che lo comprano vi cercano un sogno, un’idea, una tendenza… È un sistema che sta continuando a funzionare e ciò è dovuto alla bravura e determinazione del team che vi lavora con passione e intelligenza.
    Il mondo della moda è un mondo difficile dove, per sopravvivere, è necessario avere doti e determinazione eccezionali per raggiungere i propri obiettivi. Sono molti coloro che ne vorrebbero fare parte, attratti da quello che è l’aspetto esteriore, ma sono pochi coloro che ne conoscono la durezza e la complessità e che riescono ad entrarvi ed a influenzarlo.
    Negli ultimi anni le nuove tecnologie hanno modificato profondamente le dinamiche della comunicazione e del marketing nel fashion, con l’apparizione di fashion blogger e altre figure molto influenti in grado di determinare nuove mode e tendenze. Nel futuro quale sarà lo scenario che ci attende?? Le due figure, direttore editoriale e fashion blogger, influenzeranno entrambe il fashion system o una prevarrà sull’altra?? Come si inseriranno aziende e stilisti in queste dinamiche??

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    • Lamberto.cantoni   26 gennaio 2014 at 17:34

      Penso che tu abbia interpretato con notevole perspicacia la dialettica il ruolo difficile che deve recitare la direttrice della piu importante rivista di moda in circolazione.
      Per quanto riguarda il fashion blogger, l’impatto sul mondo editoriale della sua interpretazioni libera e selvaggia delle tendenze, non implica la messa in discussione di direttori o manager. Sono i giornalisti classici a subire la loro concorrenza. Tra l’altro Vogue non mi sembra toccata da questa novità. Li usa benissimo e da parte loro, i bloggers, sono ben felici di partecipare ad un gioco nel quale vogliono vedere solo le opportunità e non le contraddizioni con i valori che li avevano trasformati in punti di riferimento per gli internauti innamorati dell’autonomia del web rispetto l’odiato mondo reale della mercificazione.

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  14. Leonardo P.   19 gennaio 2014 at 11:11

    Il personaggio di Anna Wintour è certamente l’emblema indiscusso del fashion system. Premetto che prima del film “Il Diavolo veste Prada” non avevo mai sentito parlare di lei; poi il documentario a lei stessa dedicato (“The September Issue”) mi ha ulteriormente chiarito le idee sulla direttrice di moda che sconvolge con il suo diktat l’intero settore. Ciò che più mi ha colpito, oltre alla sorta di gerarchia religiosa che ha creato all’interno di Vogue, e che però potrebbe semplicemente risultare una semplice forma di potere esercitata da un capo, è il controllo che esercita sulle aziende stesse. Infatti ciò che mi è apparso più strano è il fatto che Anna Wintour si “intrometta” perfino nella scelta degli outfit da far sfilare in passerella, come se gli stilisti fossero troppo impauriti di andare contro i gusti della direttrice che potrebbe lanciare le loro creazioni a livello mondiale, tanto da mettere in secondo piano la loro idea generale della collezione. Oltre a questo, ciò che più mi è rimasto impresso del personaggio è il fatto che il suo arrivo alle sfilate venga visto come evento, più evento della sfilata stessa; la mitica frangetta; gli occhiali da sole neri, che non lasciano intravedere alcuna emozione; l’uscita dalla sfilata perfino prima che si riaccendano le luci…..il tutto fa parte della mitizzazione del personaggio.
    Oltretutto il documentario che ne attesta il suo lavoro, ovviamente opera da lei supervisionata nella realizzazione, contribuisce a crearne una sorta di aura che la innalza ancora di più dall’opinione che già il pubblico iniziava ad avere di lei. Secondo me il lungometraggio è più che studiato proprio per rimarcare l’importanza di Anna Wintour nel settore della moda. Nessuna decisione in quel campo potrà passare se non è stata accettata da lei, è il messaggio subliminale che vuole passare allo spettatore.
    Personalmente penso che sia allo stesso tempo giusto e sbagliato dare tale importanza ad una singola persona. Certamente un’industria fatta principalmente di emozioni ed evocazioni di immagini, ha bisogno di una sorta di regolazione per poter sopravvivere. Però penso anche che sia molto limitativo che il mondo intero si rivolga al suo gusto personale per decretare ciò che è di moda e ciò che non lo è, proprio perché ognuno ha il suo gusto personale e non può esistere un’unica verità assoluta anche per la moda, che da sempre è qualcosa di incorporeo fatto di sogni, credenze e passioni.

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  15. Aleksandra Bebneva   19 gennaio 2014 at 18:00

    Anna Wintour una personalità indiscutibilmente molto forte e stimata. Dal film vediamo la vera identità di questo personaggio dei tempi moderni. Dietro ad un espressione seria, uno stile impeccabile delle foto postate nei giornali e nel web che sicuramente rappresentano la grande autorità della persona, ho notato che probabilmente tutto questo non la rende tanto felice. Nel film vediamo la mitica figura di Anna Wintour, la donna leader, rispettata e temuta da tutti i collaboratori.
    A confronto con Diana Vreeland, una personalità molto simpatica e emotivamente più calda, Anna Wintour rispecchia la figura della donna di ghiaccio, molto fredda e distaccata ad eccezione di alcuni momenti a casa con la sua figlia, mostrando un lato tenero. Ha una grande passione per il lavoro e per tutto ciò che fa. D’altronde solo avendo un carattere forte e distaccato possiamo sopravvivere e raggiungere dei obiettivi nel mondo della moda. I sogni si possono avverare solo con una grande determinazione e pazienza e sicuramente le emozioni non hanno mai aiutato nessuno. Vedere il film mi ha trasmesso tante sensazioni diverse. Ho riconosciuto una donna meravigliosa che fa il possibile per il suo lavoro. In questo caso il suo lavoro rappresenta la sua vita. E sinceramente non so se è una bella cosa o meno. Sicuramente una grande ammirazione per questo brillante personaggio, accompagnato però dalla sensazione di tristezza e solitudine.

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    • Lamberto.cantoni   20 gennaio 2014 at 21:18

      Tristezza, solitudine…non credo. Certo se ti riferisci alla solitudine di chi esercita una autorità assoluta, forse ci siamo. Ma dubito che il film trasmetta una tristezza esistenziale o cose del genere.
      Anne e’ stata raccontata come una persona che si concede quando serve. Non ha propensione a donarsi. Ha capito che meno parla più le sue scelte si caricano di un’aura mitica. In definitiva l’effetto Anne Wintour e’ più una costruzione della creduloneria e dell’invidia che una scelta intenzionale della direttrice.

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  16. Anikken B.G   19 gennaio 2014 at 18:18

    Se c’è una cosa che nessuno mette in dubbio su Anna Wintour, direttore di Vogue, è il suo potere. Per molti lei è la figura dominante nel mondo della moda, la sua influenza più grande di qualsiasi editor moderno, perché lei ha cercato attraverso la sua rivista e dei suoi spin-off per impostare l’agenda per un settore e attraverso le sue cause civili, come il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art, a influenzare la vita culturale di New York.

    E per milioni di persone a cui il suo potere è meno reale(che la conoscono solo in connessione con ” Il diavolo veste Prada”), lei è anche un simbolo :la piccola donna in prima fila, imperscrutabile dietro i suoi occhiali scuri e inglese bob, il suo effetto parti uguali terrificanti e tranquille, come il centro della tempesta che ha dominato per 19 anni.

    Per quanto la signora Wintour, viene esaminato, il suo deal- making nel settore della moda è una attività che ha ricevuto scarsa attenzione. Negli ultimi anni si è andato oltre il dominio editoriale e si è coinvolti nel collocamento dei designer presso case di moda. I suoi sforzi cadono attraverso una gamma di coinvolgimento, a titolo definitivo dal lanciare il nome di una persona che ama un direttore generale, a mettere il suo peso dietro una decisione attesa, per rendere efficace un matrimonio.

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  17. Simona L.   19 gennaio 2014 at 20:34

    Anna Wintour, uno dei personaggi attualmente più influenti e rilevanti del fashion system, una donna di ghiaccio che nasconde se stessa e le sue emozioni dietro a grandi occhiali neri che sono diventati uno dei suoi tratti distintivi, la “crudelia” della moda, severa, cinica e determinata a seguire la sua visione del mondo senza tener conto degli altri. Sicuramente non si può non riconoscere la sua grande capacità imprenditoriale e la capacità di mettere il suo lavoro davanti a tutti trascurando e lasciando in secondo piano così i rapporti umani che l’hanno portata più che ad essere apprezzata per il suo lavoro e la sua personalità, ad essere temuta e per questo rispettata. Verrebbe spontaneo paragonare Anna Wintour a Diana Vreeland ma a mio avviso c’è davvero poco che le accomuna, pur parlando sicuramente di due figure di indiscusso potere che hanno generato ricchezza, ma di due persone intrinsecamente diverse, che hanno basato il proprio lavoro su fondamenti lontani tra loro, vediamo infatti una Vreeland spinta da una grande passione per il proprio lavoro tanto da riuscire a creare rapporti singolari con le persone che le stavano accanto, riuscendo a far emergere il meglio di ogni persona, creando delle pagine che raccontassero una storia, che appassionassero le lettrici e le facessero entrare in un mondo fatto di sogni e di MODA, al contrario della Wintour che a mio avviso, come tutti i giornali oggi in circolazione, ha lasciato che VOGUE fosse una vetrina pubblicitaria per i grandi marchi attenuando così quel pathos e quell’alone di irrealtà che la moda stessa deve generare. E’ vero però che il mondo della moda al giorno d’oggi richiede proprio questo, è una continua gara di visibilità e una sfida di marketing incessante. Avendo guardato entrambi i film, sia quello della Vreeland che quello della Wintour ho trovato una maggiore affinità tra la figura di Diana e quella di Grace l’art director di Vogue; sono riuscita a rivedere la stessa passione che la Vreeland metteva nel suo lavoro, la stessa eleganza, la stessa voglia di ricercare la particolarità e la spattacolarità, la stessa voglia di fare e la stessa ricerca del bello. Grace però ha preferito celarsi dietro a questa donna glaciale con il viso d’angelo e gli occhiali neri che è al centro dei riflettori della moda!

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  18. NI KANG   19 gennaio 2014 at 22:07

    我还记得“穿prada的恶魔”是让我第一次了解时尚的电影,而在很久以后,我才知道这部电影的“恶魔”是有原型的,她就是安娜温图尔。

    可是电影毕竟只是电影,是一种艺术的表现形式。而纪录片就不同了,它应该更加忠诚地记录真实的情况,而不是为了取悦观众的夸张表演。

    安娜温图特已经是一个时尚界的标志了,她有个性,有原则,有想法。这一切都让她成为了一个很好的电影素材。

    安娜·温图尔,她的名字不仅在平面媒体行业里如雷贯耳,更成为时尚界极具影响力和极富标志性的代名词。我们希望看到她褪下神秘的面纱,畅谈时尚以及家庭对自己的影响,让人见识到她隐藏在冰冷外表下,对工作与亲情的热爱与执着。

    但是更重要的是,我们希望通过一部纪实的电影来还原光环下真实的那个女人,这样才能真正成为经典。

    毕竟传奇仍然在继续,只有诚实地记录才会在未来更加准确的评价她,对吗?

    Ricordo ancora il “diavolo veste Prada ” è la prima volta che ho capito il film della moda , e molto più tardi , ho imparato che il film “Devil ” è il prototipo , lei è Anna Wintour .

    Ma il film è dopo tutto solo un film , è una forma di espressione artistica . Il documentario sarà diverso , occorre registrare più fedelmente la situazione reale , non le prestazioni esagerate per compiacere il pubblico.

    Anna Wintour è stato un segno di un modo particolare , e la sua personalità , in linea di principio , avere idee . Tutto questo fece diventare un buon materiale filmato.

    Anna Wintour , il suo nome non solo nel fuori misura industria della stampa , sono diventati sinonimo più influente del settore della moda e molto iconica . Speriamo di vedere il suo velo misterioso scivolato , parlato l’impatto sulle loro famiglie , così come la moda , la gente intuizione nel suo nascosto sotto l’esterno ghiacciato , per lavorare con l’amore della famiglia e la dedizione .

    Ma ancora più importante , vogliamo ripristinare la vera aura della donna sotto l’adozione di un film documentario , per diventare un vero classico .

    Dopo tutto , la leggenda continua , unico record onesto sarà più accurata valutazione di lei in futuro , giusto ?

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  19. Nadia Ding   19 gennaio 2014 at 22:49

    “In fashion, September is January.” explains an underlining in September 2007 Issue, which set a record at well over 800 pages.
    Vogue is ruled by Anna Wintour, who is said to be the single most important person in the world of fashion. On the surface Anna seems ice cool, as what she said:” There’s something about fashion which frighten some people.” but her demeanor is underpinned by a deep insecurity because it scares them they put it down.
    We can see Anna’s human side, legends like “The Devil Wears Prada.” portrays this image of a monster, an ice queen. When she says: Yes, it happens. No, it doesn’t. She leads everyone follows. She rarely deigns to explain why, but it would appear the most people believe she is right. She’s always right about her own opinion, and in fashion, hers is the opinion that matter most.
    What come across is that she is, after all, a very good editor. She knows exactly what she wants, and her readers agree with her.

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  20. Chiara B.   19 gennaio 2014 at 23:45

    Cos’è la Moda? Un business, un sogno, un’arte, un’espressione di libertà?
    Beh, io penso che il bello della Moda sia che può essere tutto o niente! La Moda come l’arte non può essere imprigionata dalle convenzioni, dai dogma, dai dictat di poche persone, la Moda è espressione di parola, comunicare la propria passione e personalità attraverso abiti e accessori. Una frase che mi ha colpito molto è la seguente:
    “What you wear is how you present yourself to the world, especially today, when human contacts are so quick. Fashion is instant language.”
    Moda è comunicazione ed è per questo che non viene controllata dai produttori, ma da chi ha il potere dell’informazione. I tempi cambiano, come l’arte, la Moda ha grandi esponenti, grandi menti creative che propongono una loro visione, con proposte spesso discostanti le une dalle altre. I tempi cambiano assieme alle esigenze del pubblico e di conseguenza le menti che creano si adattano, adagiandosi al presente per svilupparlo ed evolverlo in qualcosa di sempre nuovo ma attuale.
    Crescono nuove figure, come le fashion editor, ma cresce anche un business dietro a questa forma d’arte, che contempla non solo una figura creativa, ma anche un’altra legata al marketing e al management. Abbiamo conosciuto figure come Diana Vreeland, grande mente creativa, visionaria, legata al fatto che “Moda” può essere sinonimo di spettacolo, di sogno, di viaggio. La Vreeland apre l’era dell’importanza della figura del fashion editor, grande influenzatore che detta e propone una propria visione della moda. Il grande scoglio per questa figura? Indubbiamente il rapporto con il Dio “denaro”. Personalmente la creatività deve essere libera da quelli che sono i vincoli dettati dal budget e dal business, perché la mente deve poter uscire dagli schemi, deve essere dettata dall’istinto, da cosa il nostro cuore è attratto. Non a caso in questo mio intervento paragono sempre la Moda all’arte, perché come essa è un’espressione personale, spinta dall’amore e la passione di tramandare un proprio punto di vista riguardo una certa cosa.
    Ma, come ho detto prima, i tempi purtroppo o per fortuna cambiano e così anche le varie figure professionali si sviluppano e si evolvono. Un esempio ne è proprio Anna Wintour.
    In un mondo dove non c’è più tempo per benevolenza e altruismo, la Moda si adatta ad esso e si trasforma in un business di creatività senza precedenti. E noi ancora ci stupiamo se una certa Anna Wintour tratta male i suoi collaboratori o non fa parola con nessuno, fatta eccezione delle poche parole lapidarie che esprime. Mi ricorda tutto questo come nel film “Il Diavolo veste Prada”, Andrea si rivolge a Nigel tutta disperata perché il suo capo, Miranda Priestly, non le dice niente quando fa qualcosa nella giusta maniera. Come possiamo pretendere che una figura del genere, con un tale potere e responsabilità ma con zero vita privata o privacy, possa stare dietro a persone che in definitiva devono fare semplicemente il loro lavoro di supportarla, in modo che possa dare sempre il massimo che le viene altrettanto richiesto dal pubblico e dall’opinione pubblica. Oggi non c’è più spazio per gli errori, soprattutto in questo settore che non permette incertezze di alcun genere, in un clima dominato dall’invidia e dalla competizione sfrenata. “O bere o annegare” dice Primo Levi, “selezione naturale” chiamata da Darwin. Mettetela come volete ma bobbiamo stare al passo con i cambiamenti e se la Moda diventa sempre più business, la figura della fashion editor si trasforma da creatrice ad imprenditrice, come nel caso della Wintour.
    Come Chiara Borsini, credo nel sogno, credo nella bellezza, sposo la creatività come ancora di salvezza della nostra società sempre più devota al denaro, credo nell’importanza del cuore e delle passioni; ma come cittadina della nostra epoca, capisco il dover adattarsi al cambiamento. Non mi sento di dover supportare o no una figura o un modo di vedere le cose, mi sento solo di dire che è corretto esprimere le proprie opinioni e confrontarsi, perché solo con il dialogo si possono risolvere le questioni. Dare un giudizio, sentenziare con due parole il lavoro di un team di persone di grande talento, comandare stilisti e menti creative, autodefinirsi come il Messia della Moda, come dettatore di Mode, quello sì che non lo condivido.

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  21. Paola C.   20 gennaio 2014 at 08:02

    Già a sedici anni, Anna Wintour ntraprese la carriera di giornalista di moda e quando si presentò al colloquio di lavoro per essere assunta a Vogue, l’allora direttrice Grace Mirabella le chiese quale posto volesse ottenere all’interno della rivista, e la Wintour le rispose freddamente: “il suo”. È diventata, come il suo predecessore alla direzione di Vogue, Diana Vreeland, un simbolo della moda in tutto il mondo.
    È nota la tendenza della Wintour a privilegiare gli stilisti americani (l’unica stilista italiana inclusa nella sua lista dei “magnifici sette” del fashion system è Miuccia Prada), ma come ha dichiarato anche Franca Sozzani (direttrice di Vogue Italia), “ogni direttore di Vogue privilegia giustamente gli stilisti del proprio paese”. La Wintour infatti ha numerosi protetti, anche tra gli stilisti, tra i quali John Galliano, che senza il suo aiuto non avrebbe lavorato da Christian Dior. Inoltre ha persuaso Donald Trump a lasciare una sala disponibile per una presentazione a Marc Jacobs, quando questi era a corto di fondi. Non si può parlare di protetti senza tralasciare Plum Sykes, un’assistente di Vogue che è diventata una scrittrice di fama, contesa dall’élite modaiola di New York.
    Il direttore editoriale di Vogue America è la protagonista del documentario presentato e premiato al Sundance film festival. Uscito negli Stati Uniti l’11 settembre 2009, il documento si chiama, non a caso, The September Issue, cioè “Il numero di settembre”, considerato il numero più importante dell’anno, che impiega circa 8 mesi di lavoro alla rivista. Il documentario è girato dal regista R. J. Cutler, che ha avuto accesso alla sede centrale della rivista in Times Square, New York, e che ha rivelato che quello che si vede ne “Il diavolo veste Prada” è reale. Anna Wintour è davvero così potente. Anche Frida Giannini, attualmente a guida della maison Gucci, nel corso di un’intervista rilasciata a Serena Dandini nel talk-show Parla con me ha confermato quanto sia glaciale, impenetrabile e potente la figura della Wintour.

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  22. Giulia Rivi   20 gennaio 2014 at 08:48

    Sicuramente la prima impressione che abbiamo di Anne Wintour è quella di una perfida direttrice, che non transige in nulla, non permette errori e tantomeno sconfitte, non instaura un dialogo con i suoi collaboratori, non accetta critiche.
    Bisogna però pensare anche al fatto che non tutti riuscirebbero, non solo a mandare avanti una rivista del calibro di Vogue America, ma anche a farla essere la “bibbia” appunto, per certe persone, uno scritto indiscutibile che conduce verso la giusta strada, che non può essere solo frutto di un lavoretto frivolo e privo di contenuto (come appunto ci dice il film). Vero, molti tendono a pensare alla moda come qualcosa di del tutto sottile, qualcosa che in realtà non porta a niente di profondo, e di conseguenza queste caratteristiche si legano anche al lavoro della direttrice: un lavoro frivolo come ciò che produce.
    Mi sento di dire, però, che questa ormai sia una visione un po’ passata. La moda, oltre a coinvolgere inevitabilmente più o meno tutte le persone di questo pianeta (chi più, chi meno), probabilmente sta diventando sempre più concepita come arte, sempre più interpretazione dei desideri delle persone e dei diversi stili e pensieri che tempestano la testa dei creativi, vera e propria arte.
    Arte, così come Grace riteneva arte le sue foto. Probabilmente, come in tutte le cose, non basta avere il genio creativo dentro, ma ci vuole anche qualcuno che lo sappia razionalizzare, e di conseguenza qualcuno che pensi anche al domani, agli effetti che sarebbero scaturiti dal mostrare determinate “opere d’arte”. Ecco che, quindi, una personalità come quella della Wintour, che non guarda in faccia nessuno, non possa che essere essenziale alla guida di una rivista: una rivista che doveva avere il giusto mix tra razionale e irrazionale.
    Basta vedere il rapporto con Grace, sempre altalenante, tra critiche e dissapori; In un certo senso Anne e Grace si compensavano a vicenda. Anne si è fatta conoscere come persona chiusa, come la vera autorità, e così si comportava con i suoi collaboratori, girandogli le spalle in un batter d’occhio, come se nulla fosse, senza alcuna forma di rimorso, e tantomeno spiegazioni ma solo perché così doveva essere, distruggendo il duro e sentito lavoro ; forse, solo col tempo, chi le stava vicino e cominciava a conoscerla capiva che se faceva certe scelte ci doveva essere sicuramente un motivo valido, che però non veniva svelato. Tuttavia noi che siamo fuori, effettivamente a questo ci pensiamo solo dopo un’ attenta riflessione. Forse il film vuole dirci proprio di come spesso per avere successo, e ottenere il risultato sperato si debba essere duri e intransigenti, “quasi senz’ anima” perché una volta permesso ad un qualche minimo sentimento o emozione di entrare, la parte razionale si assottiglia e il risultato probabilmente non sarà più lo stesso (giustificando così il comportamento di Anne). Ovviamente ci vorrebbe sempre la famosa via di mezzo.

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  23. Giada Filippetti   20 gennaio 2014 at 09:59

    Sarà anche un cliché ma la figura di questa donna perennemente seria, perennemente nascosta dietro occhiali neri e con il suo inconfondibile caschetto mi ha sempre incuriosita.
    Ho una ovvia propensione ad interessarmi alle donne di potere, quelle personalità che tutti temono e rispettano di cui miss Wintour è la personificazione .
    Prima di vedere The September Issue ero come preparata a godermi lo spettacolo di quella che ho sempre identificato come Miranda Priestly del “Diavolo veste Prada” : una Ice Woman che aborra il contatto umano e si dedica anima e corpo al suo lavoro, anche se questo implica starsene isolata sul suo piedistallo e impartire ordini alla sua schiera di sottoposti. Ma quello che ho percepito guardando questo documentario è una sorta di malinconia celata dietro un amore infinito per l’arte, una passione e infiniti problemi, un po’ di dramma e di tristezza anche in quella che molti definiscono una donna di ghiaccio, ma che in realtà è solo qualcosa che nessuno è abituato purtroppo a riconoscere : una donna al potere.

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  24. Marta Biagini   20 gennaio 2014 at 10:20

    Anna Wintour è sicuramente una donna potente e influente nel mondo della moda. Nel documentario si denota quanto questa donna sia “maschile” dal punto di vista lavorativo.
    Determinata e sicura delle sue potenzialità si contraddistingue e spicca nel mondo del fashion.
    Credo che donne come lei dovrebbero essere esempi da seguire per ognuna di noi per la caparbietà che mette nel suo lavoro, per la sua professionalità.Per me Anna Wintour non ha alcunché di diabolico. Per come la conosco da quello che fa e scrive nei suoi editoriali da direttrice di Vogue America, è una professionista pazzesca con una vocazione allo scouting di nuovi stilisti rispettabilissima. Venerata, detestata e soprattutto temuta è definita “la donna più importante d’America”

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  25. Gaia Ruggeri   20 gennaio 2014 at 14:32

    Ho molto apprezzato la visuale che questo documentario apre sul mondo dell’editoria della moda nella rivista più importante nel campo, soffermandosi sulla contrapposizione delle due figure principali di Vogue: una sognatrice e umana, l’altra perfezionista e impietosamente selettiva. Le personalità di Grace Coddington e di Anne Wintour vengono infatti presentate come antitesi l’una dell’altra, le quali però condividono le origini britanniche.
    La Wintour, ispiratrice del personaggio di Meryl Streep ne “Il Diavolo veste Prada, non smentisce nessuno dei clichè con cui la dipingono. Impeccabile, severa, di ghiaccio, temuta e blandita da stilisti e aziende, è lei la vera regina del mondo della moda, colei che promuove e boccia, determina i successi delle collezioni, decide in anteprima quali abiti dovranno sfilare, muove le pedine delle collaborazioni tra stilisti e case di moda.
    Al contrario la Coddington, così fisicamente diversa da Anna, ci parla della sua visione romantica e un po’ nostalgica della moda, dei milioni di dollari spesi a volte inutilmente per ogni servizio, della irreale perfezione ricercata nelle modelle…
    Alla fine però, sfogliando la versione definitiva del giornale, si scopre che si tratta piuttosto di un sinolo perfettamente funzionante, un’efficace sinergia tra lo straordinario talento creativo di Grace Coddington e la visione prospettica e professionale di Anna Wintour.

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  26. giuliana battistutta   20 gennaio 2014 at 21:19

    Anna Wintour simbolo della moda in tutto il mondo , dal 1988 è la direttrice di quella che viene considerata la più autorevole rivista di moda mondiale: Vogue. Iniziò la carriera di giornalista di moda a sedici anni. Da sempre una persona molto decisa , quando si presentò al colloquio di lavoro per essere assunta da Vogue, l’allora direttrice Grace Mirabella le chiese quale posto volesse ricoprire e lei rispose: “il suo”.
    La Wintour ha il merito d’essere rimasta per talmente tanti anni sulla scena della moda internazionale da meritare l’appellativo di leggenda vivente. Alle sfilate detta legge, dalle riviste detta legge e persino i suoi silenzi sono pieni di significative posizioni nei confronti di trend, stilisti ed eventi. Eppure ha una fama – pare meritata – da dittatrice, che secondo me è necessario per dirigere una rivista del calibro di Vogue America.
    Per scoprire il dietro le quinte della preparazione di un numero ecco il film The September Issue, che svela retroscena dal backstage di Vogue, durante la lavorazione dei servizi, delle copertine, la definizione delle tendenze, la revisione delbook. Il film documenta il processo creativo del numero di Settembre del 2007 ma vuole raccontare tutto un mondo, pazzo e complicato più di quanto non appaia dalle pagine patinate che sfogliamo sul prodotto finito.
    Il documentario riesce in un compito ritenuto impossibile: rende umana la signora Wintour.

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  27. Lavinia P.   21 gennaio 2014 at 22:00

    Prima del film “Il Diavolo Veste Prada” avevo sentito parlare della Wintour solo alcune volte. La figura di questa “Crudelia” della moda però, mi aveva molto incuriosito e aver visto il film-documentario “The September Issue” mi ha decisamente aiutato a far chiarezza sul suo personaggio.
    La Wintour nel film apre per la prima volta le porte di Vogue, rivista che vende milioni di copie, guadagna milioni di dollari e che sicuramente deve gran parte del suo successo alla professionalità della direttrice. Anna con il suo caschetto e i grandi occhiali neri non smentisce nessuno degli stereotipi con cui viene dipinta: impeccabile, severa, di ghiaccio e soprattutto temuta da stilisti e aziende. È lei infatti che non solo sceglie il 99% di ciò che finisce sulla rivista, ma va anche a vedere una collezione in anteprima, ne determina il successo o l’insuccesso e decide quali abiti dovranno sfilare. È questa forse la cosa che mi ha sorpreso di più e che al tempo stesso mi ha fatto capire la grande influenza di questo temutissimo personaggio nel mondo della moda. Oltre all’ immagine super professionale di questa icona del fashion, nel documentario si cerca di offrire anche un ritratto più personale della Wintour che mostra la sua tenerezza verso la famiglia e la consapevolezza della superficialità di cui è incolpato il suo lavoro.
    In contrapposizione alla direttrice emerge il personaggio che a mio avviso è uno dei più interessanti di tutto il documentario: Grace Coddington, ex modella, direttore creativo della rivista e collaboratrice da molti anni di Anna Wintour. Grace parla della sua visione un po’ romantica e nostalgica della moda, dei milioni di dollari spesi a volte inutilmente per i servizi, dell’irreale perfezione delle modelle di oggi e racconta della frustrazione di fronte alle bocciature dei lavori costati tempo e denaro. Sembra come se ci fosse un continuo scontro tra due aspetti della moda, quello sognatore e umano rappresentato da Grace e l’altro, della Wintour, perfezionista e selettivo. Alla fine però, con la versione definitiva del giornale si scopre un’efficace sinergia tra il talento creativo di Grace e la visione del futuro della Wintour.
    Se volessi quindi descrivere brevemente il personaggio della Wintour sicuramente direi: pochi sorrisi, poca gentilezza e maniere sbrigative. Un suo collaboratore nel film sostiene che lei non ha bisogno di contatti umani, lavora ogni minuto di ogni giorno e quindi non ha bisogno di allacciare rapporti personali. Come dicevo all’inizio, una vera e propria Crudelia, ma una cosa però è certa: dal 1988, anno in cui è arrivata alla direzione della rivista, fino ad oggi la Wintour è riuscita a rivoluzionare, mantenere e rafforzare un brand come Vogue capace di suggerire alla fashion victims di tutto il mondo cosa dovevano desiderare e in quali prodotti dovevano spendere i loro soldi, diventando così lei stessa una vera e propria ICONA della moda.

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  28. Ideal Dridi   21 gennaio 2014 at 23:03

    E’ facile, in un mondo fatto di illusioni e sogni,dove “tutto puo’ essere moda e nulla lo e’ davvero” presentarsi come personaggi e diventare certezze.
    Nella realta’ volubile e capricciosa della moda ,in cui la scelta effimera del pubblico,fa il bello ed il cattivo tempo sul mercato,personaggi come la Wreeland e la Wintour, seppur in contesti diversi diventano figure cardine , dispensatrici di certezze.
    Diana Vreeland vive e si forma in un periodo storico dove la “creazione” e’ ancora possibile: per la A.Wintour e’ tutto piu difficile . e’ fredda, analitica, essenziale anche nelle forme piu’ elemntari di comunicazione; insomma, e’ una tecnica.
    Il regista; a mio parere,le rende giustizia solo in parte:dalle immagini emergono solo gli aspetti piu’ razionali e concreti del suo carattere e, poco importa,se l’aspetto donna e’ non solo bypassato, ma anzi, addirittura azzerato.
    La Wintour dirige Vogue, una rivista particolare, in un momento particolare,dove l’ immagine del prodotto deve corrispondere a tre requisiti fondamentali :le ragioni degli inserzionisti,il profitto degli editori ,le attese del pubblico.
    Lei intepreta magistralmente questi tre aspetti razionalizzando e direzionalizzando le immagini, ponenedosi come principio assoluto nella moda interpretata dalla sua rivista come una cosa difficile da stabilizzare e condividere.
    R.J. Cutler ha creato un documentario sul mondo della moda,mettendone in risalto la sua funzione di spettacolo e di intrattenimento come in una bella favola ma ,come ben dice l’autore dell’articolo,ci lascia lo spazio per guardare oltre.
    A noi quindi il compito di andare al di la’ del mito.

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  29. Martina Brocchi   23 gennaio 2014 at 12:25

    Anna Wintour e Vogue si appartengono, credo che una persona come lei, con le sue doti e ed il suo approccio nel mondo della moda sia un mix perfetto con il giornale in questione. Una donna austera e rigorosa che porta con se una responsabilità enorme nei confronti di milioni di ragazze americane non può che essere come realmente è! Poco spazio alla leggerezza ed all’inconcludenza, con il rigore e la laboriosità ha fatto di Vogue il giornale più famoso e letto d’America. Nulla è lasciato al caso, ogni particolare è realizzato con un criterio elaborato dietro le quinte; questo è cio che fa della Wintour e di Vogue un’unione perfetta

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  30. Elisabetta Cinquanta   23 gennaio 2014 at 16:08

    Credo che Anna Wintour sia una fantastica combinazione di nepotismo e fortuna. Carisma, astuzia ed autorità sono qualità indiscusse, ma la vera anima della rivista va scovata nella figura di Grace Coddington. Grace possiede una raffinata cultura, un gusto delicato ed un cortese atteggiamento; accompagna con grande passione ed ammirevole accuratezza ogni suo lavoro.
    La moda è un veicolo di sentimenti, emozioni e spensieratezza, e la personalità di Anna Wintour è in assoluto contrasto. La sua arroganza demolisce ogni forma poetica di quest’arte, grande esempio è il progressivo smantellamento del prestigio delle sfilate milanesi.

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  31. Lorenzo S.   23 gennaio 2014 at 17:19

    Anne Wintour, celebre direttrice di Vogue, aumenta ancora la propria fama, diventata ormai al pari di molte celebrità hollywoodiane, grazie al film/documentario che la ritrae perfettamente in ogni sua forma. Già consagrata nel mondo del cinema con “Il diavolo veste prada” nel quale Meryl Streep riesce a renderla amica/nemica del pubblico nello stesso tempo. Direttrice seria, sempre nascosta dietro quei neri occhiali da sole, autoritaria, a volte forse troppo, decisa e determinata ad imporre la propria volontà a discapito di tutto e tutti, ma, ugualmente malinconicamente attaccata agli affetti umani, su tutti la famiglia.
    Grazie a “The September Issue”, Anne Wintour si mostra quindi in una nuova luce, più complete, giustificando i propri atteggiamenti, senza i quali, probabilmente non verrebbe vista allo stesso modo. Un modo di apparire che le permette l’unicità, ancora una volta valore aggiunto ad un’inestimabile talento.

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  32. Mariagrazia Di Rosa MKSC2 sez.2   26 gennaio 2014 at 14:20

    Come tutti ben sappiamo Anna Wintour, donna determinatissima, potente nel settore della moda, è la direttrice della stimata rivista di moda, Vogue America. Una delle sue innovazioni che mi ha colpito di più è stata quella di portare le star del cinema sulle copertine di Vogue. La stimo moltissimo perché va presa come esempio da seguire, soprattutto per chi vuole entrare a far parte di questo mondo, dove c’è tanta competizione. Il saper fare di questa donna capace di influenzare i fatti di moda è ammirabile in quanto ha sfruttando il ricco mondo della moda ed ha saputo convogliare la ricchezza verso le problematiche sociali.

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  33. Jessica Xia   26 gennaio 2014 at 22:14

    Fredda e “pazza”, un binomio che non può di certo andare a braccetto! E’ Anna Winthour, la potente direttrice di Vogue America, sotto il suo temibile aspetto rigoroso e autoritario, si celano grande senso del gusto per la moda e una grande genialità, portando cambiamenti rivoluzionari e aprendo le strade ad artisti di vario genere, parlando non più solo di moda come abbigliamento ma come life stile. Nonostante le apparenze, Anna Winthour rimane una donna di grande talento: intuitiva, rigorosa e inaspettatamente “folle” per le sue idee.

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    • Lamberto.cantoni   27 gennaio 2014 at 09:18

      Perdonami Jessica, ma definire folle Anna Wintour e’ come definire bisex un prete perché porta un abito che evoca una gonna. Ho la sensazione che non abbiamo visto lo stesso film.

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  34. Patricia Santoro   27 gennaio 2014 at 09:00

    Anna Wintour, un veramente personaggio , anche se ci sono delle persone che la odiano sono sicura che l’ammirano allo stesso tempo, che dicono i suoi staff. Unna donna che cio’ dice é accetato e diventa la verita assoluta e tutte credono d’essere la cosa giusta. Tutto succede per cio che lei dice si , pero le maggiore volta la sua risposta e negativa , povera Grace Coddington che anche con tuuta la sua esperienza e anni di lavoro deve accetare cio dice la majestade Wintour.
    Nel film mi piace tantissimo quando dice che esiste qualcosa in fashion che spaventa le persone e credo di essere proprio su quello che lei gioca il suo ruolo e come la ha fatto diventare oggi la persona piu importante e parlata in questo mondo della moda.
    Ma penso de avere scharito un po la sua immagine dopo il film, Il diabo veste prada, come hanno fatto vedere che lei era una donna completamente senza sentimenti e che maltratava tutti .
    Il rapporto che ha con Grace é quello che sono rimasta dillusa in confronto con la figura che facevo di lei , credevo proprio d’essere un personaggio che hanno creato nel film diabo veste prada e che non era assolutamnete dispetuosa in quel modo, cosi non capisco come puoi avere una persona a fianco per tanti anni e tratarla in quel modo. Forse e per quello che dicono le persone , le persone che vogliamo avere vicino dobbiamo tratare male.

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  35. Alice A.   27 gennaio 2014 at 12:24

    Mi ritrovo totalmente d’accordo con la sua analisi del film e del fashion system in generale. Senza personaggi come Anna Wintour il mondo della moda perderebbe fascino e potere rimanendo un accumulo di immagini e tendenze prive di un ordine preciso. È chiaro che il film ci mostra solo il lato di un Anna dittatrice, che con una parola può decretare l’alba o il tramonto di uno stile; a volte non c’è bisogno neanche di quello: le sue scelte sono legge e non si discutono. A mio avviso, l’immagine della Wintour è stata creata quasi ad hoc da questo documentario, unito alle interviste, al suo stile e ai pettegolezzi mai smentiti.
    Anna Wintour e Vogue appartengono a un’immagine unica e inscindibile, e sono uno lo sponsor dell’altra, uniti in un vortice che assorbe l’essenza “umana” della Wintour tramutandola in un semi-Dio della moda, capace di definire un bello internazionalmente accettato, di affondare o di portare alle stelle un brand. Il film è stato realizzato grazie a un intreccio di compromessi tra rivista/regista/produttori in modo da ricavarne un guadagno comune, ma, a mio avviso, la realtà è distorta a favore della creazione di un’immagine che rispecchia le aspettative dello spettatore. Io credo che la personalità di Anna Wintour sia labirintica e tutt’altro che di immediata interpretazione, la direttrice si lascia trascinare dall’onda di mistero e pettegolezzi che la circonda, a tratti cavalcandola dimostrando attitudini da leader e da donna di grande potere.

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  36. Ambra Cretì   27 gennaio 2014 at 19:49

    Anna Wintour è un ottimo uomo d’affari. Peccato appunto che sia donna e che, in quanto tale, i pregi che potrebbero essere attribuiti al sesso opposto, non valgono allo stesso modo. Non credo si tratti di vero e proprio sessismo, piuttosto sono convinta che dentro di noi, sia sedimentato un retaggio non indifferente che condiziona il nostro giudizio quando ci troviamo di fronte a personaggi di potere femminili. Anna Wintour ha ricevuto le critiche più dure che un direttore di giornale possa sentire in anni di attività lavorativa; è indubbio che parliamo di una donna rigida e riservata (e chi più ne a più ne metta) ma cosa avrebbero detto, se al suo posto ci fosse stato un uomo? Forse che si trattava di una persona integra, autorevole, instancabile ecc.. Non lo saprò mai in realtà, credo solo che la Wintour di fronte ad ogni possibile critica possa presentare un curriculum di tutto rispetto, che sia dipeso da nepotismo o strani patti col diavolo, ha dedicato la sua vita ad un lavoro che sicuramente ama e che ha dato alla moda un altro tono. E’ diventata punto cardine e simbolo affermandosi in un momento storico in cui riuscire a valere più dei famosi “15 minuti” è diventato difficile soprattutto senza perdere credibilità. Nondimeno si è dimostrata un’ottima stratega capace, con pochi gesti a creare un mito attorno a sé e anche attorno a qualsiasi critica passata, presente e probabilmente futura. Tutto questo riuscendo a scatenare una sana antipatia. Chapeau

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    • Lamberto.cantoni   28 gennaio 2014 at 18:00

      Hai sollevato una questione intrigante: cosa avremmo detto o scritto del suo stile di conduzione se Anna Wintour fosse stata un uomo? Si, forse hai ragione… A parita’ di comportamenti avremmo avuto meno chiacchiere su diavoli e terribilia caratteriali. Ma chi può dirlo. D’altra parte se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata un…

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  37. Ruggero Galli   27 gennaio 2014 at 23:16

    La carriera straordinaria di Anna Wintour che la porterà a diventare direttrice della più famosa rivista d’America (e, per certi versi, del mondo) ,in tema di moda e di stile, comincia nel 1988.
    I pettegolezzi , le foto , i video parlano di lei come una donna fredda, schiava del proprio ego e dipendente dal dettare ordini ai suoi collaboratori. A tutto questo risponderei chiedondomi se ,piuttosto di parlare di come può sembrare o essere, avesse più senso piuttosto chiedersi cosa la portata a diventare la regina indiscussa della moda internazionale.
    Donna che, al contrario della Vreeland, non esprime simpatia , allegria , empatica solarita’ ma fa di lei un personaggio forse molto più curioso e misterioso per certi versi. La copertina della Wintour è quella di una persona con un carattere non proprio affabile , pronta a stroncare le idee dei propri collaboratori perche’ adora il suono della parola “no” e la considera un mezzo efficace per mantenere inalterato il proprio potere.
    La mia personale opinione è che dietro quella sua immagine, che senza dubbio non lascia trasparire l’umanita’ di una Vreeland, si nasconde una persona con molta sensibilità, capace con poche e fredde parole di far “ballare” la testata di moda più importante al mondo come estrema precisione , professionalità e apertura mentale.
    I giornali da sempre parlano di quello che vedono , della “facciata “ delle persone. La copertina difatti non è altro che il ritratto più superficiale di un individuo stampato su un pezzo di carta . «La sua genialità – ha detto Marc Jacobs al Wall Street Journal che nel 2011 ha dedicato alla Wintour la cover del proprio magazine – sta nello scegliere le persone giuste in modo astuto e in ogni campo: politica, cinema, sport, moda».
    Anna Wintour è sicuramente da emulare per il temperamento con cui ha raggiunto i suoi obbiettivi. La sua capacità di creare un ponte tra estetica e business, tra aziende e consumatori attraverso il giornale fa di lei un star .
    Un esempio di potenza per tutti colori che vedono il giornalismo un sogno professionalmente da realizzare .

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    • Lamberto.cantoni   31 gennaio 2014 at 09:27

      Trovo interessante la tua idea sulla capacita’ di Anne Wintour “di creare un ponte tra estetica e business”. Se vogliamo questo dovrebbe essere l’obiettivo centrale del marketing editoriale. E’ importante sottolinearlo perché, aldilà dei fattori organizzativi, implica una visione sulla creatività spesso lontana dall’approccio dei creativi puri.
      Ad un certo punto del tuo testo dici: “La copertina infatti non e’ altro che il ritratto più superficiale di un individuo stampato su un pezzo di carta”. Se ti riferisci alle copertine di Vogue ( ma potrei dire a tutte le copertine delle riviste fatte come diocomanda) non e’ come fai intendere. Non basta scegliere la star del momento. La messa in testo di una copertina rappresenta un lavoro sulla comunicazione visiva molto sofifisticato. Il film di Cutler allude a tutto ciò, senza pero’ svelarcene i presupposti.

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  38. Costanza Benelli   31 gennaio 2014 at 17:08

    Se prima pensavo che il personaggio di Miranda Priestly de “Il Diavolo veste Prada” ispirato ad Anna Wintour fosse esagerato e portato all’esasperazione adesso mi sono ricreduta. Mettendo a confronto i due personaggi la Priestly è quasi più umana della Wintour. Nel documentario, infatti, la Wintour sembra fare le veci di un automa condottiero intento a guidare i suoi soldati verso l’obiettivo (in questo caso il September Issue)imponendo il proprio Diktat ed eliminando senza pietà ogni ostacolo. Ciò che mi ha impressionato è come anche grandi stilisti improvvisamente diventino piccoli e siano in soggezione al cospetto della Wintour e del suo bob. L’unica persona davanti alla quale sembra riuscire a mostrare il suo lato più umano è la figlia che non vuole essere (per ora) inglobata nel fashion system.
    La Wintour ha iniziato la sua carriera di giornalista di moda a soli 16 anni, va considerato anche che il padre era editore del giornale “London Evening Standard”, quotidiano molto importante. È diventata editor-in-chief di Vogue dopo Diana Vreeland e Grace Mirabella. Adoro Diana Vreeland, visionaria, pazza, geniale, mi sono innamorata delle sue “fantazioni” ed è per me fonte di ispirazione e motivazione. Sebbene la Vreeland e la Wintour siano due donne molto diverse, rimangono e rimarranno sempre due sovrane incontrastate della moda e dell’editoria di moda. La Wintour sembra quasi scegliere automaticamente, di impulso, cosa e come ordinare le pagine all’interno dell’editoriale, ma probabilmente sa cosa vuole il lettore e sa come darglielo. Va considerato anche il fatto che la Wintour è una delle più longeve editor-in-chief di Vogue, infatti sono già ventisei anni che la regina mantiene il suo scettro e riuscire ad essere innovative, avanguardiste, al di sopra delle mode dopo ventisei anni è proprio quel je ne sais quoi a rendere la Wintour così speciale. “In the end I do respond to my own instincts. Sometimes they’re successful and obviously sometimes they’re not. But you have to, I think, remain true to what you believe in” , credo in conclusione che il fil rouge ad unire grandi donne così diverse fra loro come la Winotur e la Vreeland, sia una dote innata e speciale che le ha guidate nella direzione giusta: il loro istinto.

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    • Lamberto.cantoni   1 febbraio 2014 at 16:06

      Ti si legge con piacere Costanza, tuttavia mi fa problema la tua eccessiva fiducia nell’istinto.
      Io credo che A.W. sappia molto di piu’ di quanto sia cosciente di conoscere. La velocità di esecuzione in parte dipende da questo sapere collocabile tra le provincie psichiche che normalmente definiamo coscienza e altre nelle quali si accumulano i residui di esperienze, il sapere che interiorizziamo e tante altre cose.
      Tu usi il concetti di istinto come se A.W. avesse il dono (innato) di divinare ciò che funziona oppure no.
      Se così sbagli. Pero’ ammetto che a tal riguardo il film e’ ambiguo: alcune scene prese alla lettera potrebbero essere interpretate come hai proposto tu.
      Riguardo la citazione che hai proposto direi questo: come mai se A.W. , come dice, crede nell’istinto, i reportage di Grace che aveva rimosso, sono stati poi pubblicati?
      Quasi mai i grandi personaggi sono attendibili quando descrivono se stessi.

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  39. Francesca C. Barbieri   31 gennaio 2014 at 22:08

    Cosa lascia trasparire il documentario ‘The september Issue’?
    Ci si aspetterebbe una sorta di donna energica nella sua eleganza, diabolica, ma capace contemporaneamente di modificare a suo piacimento i trend stagione dopo stagione, ci si aspetta di vedere la donna più importante d’America.
    In realtà, ho visto ritratta una donna impenetrabile, gelida, silenziosamente nascosta dietro grandi lenti scure, ma in definitiva una donna normale. Si percepisce ovviamente la pressione del ruolo che riveste lungo tutte le riprese, ma non ho percepito una grande base culturale dell’ arte e del lusso, nel loro vero significato; non motiva le decisioni che prende, anche se riguardano un grande cambiamento sul numero di Vogue che stanno costruendo nel film (uno dei più importanti), non fornisce una logica, non si sbilancia mai, non discute, non alza il tono della voce. Probabilmente vive così la sua passione, perchè sicuramente la deve avere per essere così dedita al suo lavoro. Pacatamente muove i fili di un settore sempre vivo e florido (e che fattura miliardi), magari non ha la stessa dote creativa di Diana Vreeland o di Grace Coddington, altra mente eccellente di Vogue, ma ciò non significa che sia meno influente o competente. Per questo suscita in ogni caso rispetto ed ammirazione, ed è questo, a mio parere, uno degli scopi del lungometraggio: renderle onore.

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  40. Huang Rongrong   1 febbraio 2014 at 15:06

    E’ elettrizzante conoscere Anna attraverso gli occhi di Cutler, che la dipinge certamente come una donna dal carisma eccezionale. E’ affascinante l’entità della sua ambizione, è incredibile quel suo carattere così forte e autoritario, accompagnati da un atteggiamento rigoroso che si addice ad una persona consapevole delle proprie responsabilità e del proprio potere. Del resto, questi sono tratti distintivi che accomunano molti volti noti nel campo della Moda (primo fra tutti penso immediatamente al clinico Karl Lagerfeld,di cui ho letto un’intervista da poco e che pare avere molti tratti in comune con la protagonista del film!).
    Ma il dubbio viene spontaneo : non sarà che ci troviamo di fronte alla rappresentazione di una leggenda, e quindi di un qualcosa che magari non corrisponde del tutto al vero?
    Anna Wintour appare più come una mitica e temibile Dea del marketing dell’industria della Moda, e questo mi fa storcere un po’ il naso : questi sono tratti di una donna eccessivamente idealizzata.
    Certo,il suo successo parla da sé, ed è impossibile metter bocca su questo. Sono anche consapevole che il campo del fashion non tratta solo bei vestiti ed arte,ma è caratterizzato anche di strategia ed ambizione. Comprendo, inoltre, che il film è stato focalizzato sul lato redazionale del mestiere di Anna.
    Ma,ecco, tutto questo rigore va a discapito del lato emozionale che rivedo nella Moda, e che mi piacerebbe ritrovare in un personaggio che la rappresenta.
    Ripensando a “il diavolo veste Prada”, dove si affronta la questione in modo ironico, la personalità gelida ed imperturbabile della direttrice finisce , paradossalmente, per apparire persino simpatica. Ma l’approccio di Cutler è talmente realistico che mi spiazza.
    E’ piuttosto la personalità di Grace Coddington che mi attrae. Non posso nasconderlo, sono attratta dalle personalità creative, artistiche e particolari, piuttosto che da quelle fredde e calcolatrici, geometriche ed eccessivamente spigolose.
    In conclusione, le mie (personali, e quindi magari discutibili!) impressioni sono chiare : Anna è troppo idealizzata. Al giorno d’oggi sfogliando i giornali di moda mi imbatto spesso in direttrici dinamiche che si presentano come persone “comuni”, e che quindi conquistano immediatamente la simpatia delle lettrici. Beh … probabilmente ad Anna non interessa piacere alle persone, visto il successo che ha probabilmente non ne ha nemmeno bisogno. Voglio comunque far presente che anche se a livello personale non amo la personalità di Anna, è indiscutibile che il suo lavoro sia eccellente. Anche perché altrimenti non sarebbe mai giunta dove è ora, e non sarebbe una persona così influente e rispettata.

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  41. Camilla C.   2 febbraio 2014 at 14:42

    Dal 1988 Anna Wintour non è solamente la direttrice di Vogue America, ma una donna forte e determinata che ha saputo dare una nuova immagine alla rivista, rivoluzionando ciò che era l’editoria antecedente a lei. E’ riuscita a mixare il fashion con gli affari, utilizzando attrici e personaggi dello spettacolo come cover girls, diminuendo il distacco che esisteva prima tra clientela e top models.
    Nonostante la sua completa dedizione al lavoro, la Wintur appare una donna di ghiaccio e ciò lo dimostra nei suoi rapporti interpersonali, soprattutto con Grace Art Derector di Vogue, suo braccio destro ma al tempo stesso suo avversario.

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  42. Giulia A.   2 febbraio 2014 at 18:39

    Negli ultimi anni la moda è diventata una specie di gioco all’interno del quale le figure professionali si creano una sorta di avatar.
    La Wintour con il caschetto e gli occhiali, Karl Lagerfeld con il codino i guanti e colletti alti, e via dicendo..
    Reputo questo teatrino intrigante e mi pongo la domanda : “Ma per quale assurda ragione si comportano così?”.
    Da studentessa di comunicazione di moda, credo che sia tutta una montatura, la maschera che questi soggetti si portano appresso è una copertura.
    Nel caso essi dovessero sbagliare, non ci sarebbero così tante persone che glielo farebbero notare, direbbero :“beh è la Wintour!”.
    Hanno fatto di questo loro sistema una vera e propria icona che caratterizza il loro essere interiore, un modo per distinguersi dagli altri, di sottolineare così la loro importanza.
    Ne film la Wintour recita più ruoli davanti all’obbiettivo; cambia espressione e tono di voce da quando detta la sua legge negli uffici di Vogue a quando parla con sua figlia o dei momenti privati della sua vita.
    Attorno a lei le persone si muovono come gazzelle all’arrivo del leone, si capisce dai loro volti che non sanno davvero come comportarsi, affrontare le sue scelte così improvvise e i continui cambiamenti dei servizi fotografici per gli editoriali.
    Lo trovo davvero terrificante.
    Il saper scegliere tendenze, mode e nuovi volti, non è da tutti, ci vuole esperienza, devozione al proprio lavoro, e tanta determinazione, tutti elementi che si ritrovano negli occhi di Anna (quando non indossa gli occhiali), nelle scene ripresa da Cutler.
    Parlando di massa, un concetto fondamentale per la comunicazione e il mercato di questo settore: quante sono le persone che andrebbero in giro con un Valentino rosso fino alle caviglie? Pardon, è un commento sulla Wintour, DKNY?!
    Le scelte attuate sul vestiario cambiano da persona a persona, ovviamente tutte le donne del mondo, o quasi se ricevessero un abito firmato dagli stilisti sopra nominati, lo terrebbe con sé a vita.
    Ma il punto è che qualcuno ci gestisce, crea per noi un idea di moda che poi ci arriva e rendiamo nostra, nonostante possa essere folle è così.
    Dietro a un abito non c’è solo delle stoffa, c’è ricerca, c’è passione e l’idea che questo può regalare ad altre persone.
    La moda è un modo di libera espressione, serve a chi la indossa per sentirsi a proprio agio e a chi la crea come biglietto da visita.

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  43. Arianna Nencini   3 febbraio 2014 at 09:45

    Anna Wintour e senza ombra di dubbio una delle persone più importanti del mondo della moda del XXI secolo. Non solo perchè dirige la più importante rivista del settore ma, a differenza di molti altri che ricoprono il suo stesso ruolo, poichè ha un’influenza diretta su chiunque si trovi a proporre le proprie idee stilistiche in questo campo, recita un vero e proprio ruolo creativo, come se fosse il manager di ogni singola azienda del settore della moda.
    La domanda che sorge spontanea è “come è riuscita una singola persona a guadagnarsi la stima e l’approvazione della (quasi) totalità degli operanti del settore?” La risposta è presto detta: Anna Wintour porta risultati. Che piaccia o meno è una figura che per la sua capacità di venditrice (termine assai riduttivo ma incredibilmente esplicativo del concetto che voglio esprimere) è riuscita a portare avanti un settore e, nello specifico, una rivista che dopo la fine di Diana Vreeland rischiava il collasso su se stesso. Si veniva dal meglio che si potesse avere, nessuno avrebbe potuto eguagliare il lavoro della Vreeland, e la Wintour ha capito che proseguire secondo questa modalità di lavoro non avrebbe nè avuto senso a livello storico-culturale e nè a livello commerciale. La mente del consumatore si Vogue stava cambiando insieme al proprio stile di vita e Anna è riuscita meglio di chiunque altro a capire questo cambiamento e modellare ogni singolo servizio, ogni singolo elemento del mondo della moda per renderlo fruibile al più grande pubblico possibile.
    Personalmente preferivo Vogue sotto la direzione dell’eclettica Diana Vreeland ma i numeri mi sono contrari e non posso non apprezzare la donna che ha indubbiamente salvato (e continua tutt’ora a salvare) un settore che stava collassando sulle stesse dinamiche che lo regolavano e che ne avevano permesso la crescita durante gli anni.
    In sintesi: due donne che in modi diametralmente opposti hanno dato al mondo della moda un contributo di inestimabile valore. Sta a noi scegliere chi preferiamo e ricordarsi anche dell’altra.

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  44. Giacomo Gasparri   3 febbraio 2014 at 10:37

    Per ovvie ragioni non posso permettermi di esprimere un giudizio sulla persona Anna Wintour, ma credo che il personaggio in sè si possa invece commentare. Innegabili sono le sue capacità lavorative e creative, come indiscutibile è stata la sua lungimiranza nel fondere l’aspetto commerciale, quindi il profitto, e la novità, elemento fondamentale del fashion system e aspetto che va ricercato sempre. Indispensabile al grande successo di Vogue è il team che sta dietro a tutta quella grande macchina, come Grace, personalità dalla grande creatività e amore per il proprio lavoro, che è la sua vita. A tutti questi aspetti positivi si affianca una freddezza quasi al limite della cattiveria. A mio avviso, non bastano idee, talento e coraggio in questo mestiere, ma l’umiltà e l’essere in grado di riconoscere la bravura degli altri siano necessari. Credo che la Signora Wintour, in ciò, pecchi. Ippolito Nievo affermava “Non vi ha orgoglio che superi l’orgoglio degli umili”: credo che se Anna Wintour prendesse esempio da questa frase, sarebbe sicuramente un personaggio più riconosciuto e apprezzato.

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  45. Lisa   3 febbraio 2014 at 19:25

    Anne Wintour è una delle donne più potenti nel mondo della moda. Nel ’90 ha ottenuto il titolo di “Redattore dell’anno” conferitole da Adweek per l’insolito approccio al giornalismo di moda e la sua “impronta di fantasia nel regno della perfezione”. Il September issue documentario, girato con grande maestria, ammirazione ed ironia verso il mondo di Vogue America, racconta una vera storia: drammatica, divertente e sempre interessante.

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  46. Hande T.   3 febbraio 2014 at 20:51

    Anna Wintour, e’ sicuramente e’ un personaggio molto importante nel mondo della moda.Ha proprio il suo modo di osservare e vedere gli aspetti e i dettagli.
    Dal suo aspetto visivo con i suoi occhiali indispensabili, non si può capire forse la sua disciplina, quel suo modo che lo ha quando si dice ‘il lavoro’.
    Lei ha dei schemi precisi, vuole che quando si lavora tutti li possono percepire e capire al meglio in modo che le si porta un lavora che le da maggiore soddisfazione.
    Lei vuole trasmettere al lettore o al osservatore la sensazione della moda che non e’ stabile o ripetitiva ma anzi e dinamica.
    C e’ chi le apprezza e chi no, ma lei comunque ha quella capacita trasmettere la moda alle masse con grande successo e efficacia.

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  47. Irene Libbi   3 febbraio 2014 at 23:07

    Nel documentario “The Semptember Iusses”, girato dal registra R. J. Cutler, viene enfatizzato il potere ricoperto nel settore moda da Vogue e dalla sua direttrice Anna Wintour. Settore che dagli anni ’80 in poi si è legato in maniera inscindibile all’ambiente della comunicazione e delle riviste.
    Anna Wintour appare nel cortometraggio come una monarca egemone del sistema moda, unica timoniera della “barca del fashion”, in grado, con ogni suo sibilo, gesto di approvazione o di disapprovazione, di scatenare una reazione immediata nel fashion system.
    Nel film “Il Diavolo veste Prada”, che sembra riprendere metaforicamente proprio la redazione di Vogue, il gesto di disapprovazione per eccellenza e che desta nel panico i suoi collaboratori è l’arricciamento delle labbra di Maryl Streep, la quale interpreta la perfida ma di successo direttrice di Runway. Guarda caso il suo personaggio ricalca, in maniera quasi caricaturale, la personalità di Anna Wintour. Pura casualità o un rimando metaforico alla realtà?!!
    Andando a scavare sulla valenza comunicativa del documentario, si percepisce che il regista ha voluto presentare la redazione di Vogue accentuando un forte dualismo. Grace Coddington, direttrice creativa di Vogue, appare fin dall’inizio l’antitesi di Anna Wintour. La prima gestisce “l’emozionalità della moda”, mentre l’altra si limita a controllarne il lato puramente manageriale. Si occupa di decidere cosa inserire o no in un numero (in questo caso il riferimento è al numero di settembre, il più importante di tutto l’anno).
    La Coddington viene descritta come una personalità romantica, ricca di sentimenti ed umanità. Viene raccontata la sua storia, il suo incidente stradale, il suo bellissimo volto maledettamente deturpato, viene ripresa in momenti di tristezza e di stress perché un suo servizio è stato cancellato.
    Alla sua personalità, durante tutto il film, viene contrapposta quella glaciale della Wintour, che ci appare attonita, distaccata, quasi priva di emozioni.
    Ma la domanda sorge spontanea: la forza di Vogue non potrebbe essere proprio questa?!
    L’unione di queste due donne, così antitetiche ma complementari, ha formato un mix esplosivo, in grado di vendere milioni di copie. La loro diversità, ma allo stesso tempo la loro dipendenza l’una dall’altra, avrebbe apportato un valore aggiunto a Vogue, un surplus.
    Da tutto ciò che ci è stato raccontato dal documentario non possiamo più pensare che il successo della rivista sia dovuto soltanto alla macchina calcolatrice di Anna Wintour, ma che sia proprio l’armonia di questi due mondi discordanti a generare il tutto… e allora forse un gioco di squadra, anche se sottile, nascosto, non totalmente armonioso, esiste. Questa unione sembra ispirata alla collaborazione di successo di due personalità importanti negli anni ’60: Diana Vreeland, redattrice stravagante e ricca di idee sorprendenti, e Alexander Liberman, direttore editoriale, maestro nel coniugare le varie anime ed energie di Vogue. Così oggi, sulle orme del passato, la storia si ripete con Grace Coddigton e Anna Wintour.

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  48. Maria (Masha) Soloveva   4 febbraio 2014 at 17:42

    The personality of the famous Anna Wintour, so called “Nuclear Wintour”, is generously demonstrated in the movie. The cold-cold eyes, straight back, lean shoulders which are supposed to hold all the responsibility for the most quoted and powerful fashion magazine.
    Her silence is much more expressive then any words, her decisions are not to be discussed. How it was told? “All the magazine is Anna’s point of view”.
    You can adore her as well as you can hate her, but what’s the point? She doesn’t care, she has her own clear point of view on anything happening in the fashion world. Vogue is Anna and Anna is Vogue.
    For whom she is working with such a passion, making all the people around her come crazy cause of her high and frequently unsubstantiated requests?
    To answer this question we can quote herself: “There’s a new kind of woman out there. She’s interested in business and money. She doesn’t have time to shop anymore. She wants to know what and why and where and how”. (Words spoken in the interview to the “Evening standard”). But are there as many such type of woman as she desires for to dedicate them her genius work? Or may be she is just forcing the world to believe in this audience?
    Every time speaking about Wintour there are much more questions then the answers. Frankly speaking this is the most powerful part of her character – there is every single time something beyond the understanding, something unpredictable, something unexpected. This is the only way in now-a-days world to create such a great carrier as she did. And this is the only thing that she has in common with the other star of Vogue – brilliant Diana Vreeland.
    Is it enough for to continue her carrier in the current world of ever-changing reality? Last time, in the moment of weakness, she was able to resist and to accept a challenge of the running time, and not for the last instance with the help of “September issue” movie. And next time? What she’s gonna do?
    Nobody knows. But looking at this fragile woman ruling over such a lot of human souls all over the world it seems to me that we could be quite sure that she will survive, anyway, anyhow.

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  49. sofia yao   4 febbraio 2014 at 22:39

    “Il caschetto con la frangetta, voce da gran signora british, sguardo determinato e sicuro ” è stata la mia prima impressione di Anna Wintour mentre curiosavo la sua tele intervista in Cina dopo il gran successo di film “Il diavolo veste Prada”. Mentre guardando, il documentario “Il September issue “ mi ha dato un impressione piuttosto forte riguarda il carattere di questo personaggio: innanzitutto una lavoratrice indefessa: poche parole, mai la voce alta, nessuna discussione, decisionismo irremovibile, nessuna democrazia di rapporti. Il September issue documentario, girato con grande bravura, ammirazione ed ironia verso questo mondo chiuso, misterioso e geniale della massima rivista di moda, raccontandoci una vera storia, o potremo definire come una stile di vita a volte drammatica e svagante ma tutti sommato è stimolante.Proseguendo questa videocamera che si aggira lungo i corridoi della redazione tra paradisi di scarpe e abiti firmati, si sposta da New York a Parigi, dall’atelier della star nascente del momento, il tailandese Thakoon a Stefano Pilati( Yves Saint Laurent), dall’agitazione dissennata delle sfilate ai set fantasiosi creati dalla geniale Coddington.
    Nel precorso di film c’è un forte continuo di scontro tra la Wintour e Grace Coddington (70 anni, ex bellissima modella anni ’60) ha una personalità totalmente contraria di Anna Wintour, è una persona favolosa che ha grandissima capacità nel suo mestiere ed è consapevole di come comunicare con i collaboratori per aggiungere l’obbiettivo di lavoro e renderlo sempre più splendente, Mentre Anna Wintour si esprime in modo tale quasi come un ordine, “no black”, “non è texture”, o “troppo perfetto”, e quella foto, costosissima opera di divi assoluti dell’obbiettivo, viene buttata: non sempre, perché se Coddington ne è innamorata, osa disubbidire e la rimette nel servizio. Si sente che c’è una fortissima tensione quotidiana e un superlavoro durissimo è circondato da un’atmosfera d’insicurezza dei personali. Mai uno sguardo di Wintour le raggiunge, se no le secche parole, spesso di rifiuto, mai di apprezzamento. Quando una tremando sussurra a voce bassa, “Vuole vederci adesso”, è come se fosse stata enunciata una sentenza di allarme. Due personaggi tale completamente diversi e pero all’insieme ci offrono quello stile di vita nella cima di piramide di alta moda che sognano tutti .

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  50. Xin Chen   6 febbraio 2014 at 03:23

    Elegant and gorgeous fashion icon in the world. I think she is almost presenting a fashion signature in US, so much movie, TV show and magazine about her, and her style is also everyone’s icon.

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    • Lamberto.cantoni   7 febbraio 2014 at 08:04

      Well, miss Chen, A.W. Is one of the best fashion icon in the world. Also in China? Why and who knows her? Young people? Is american Vogue a magazine with high circulation in China?

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  51. Simona Zhou   6 febbraio 2014 at 20:51

      Anna Wintour,是电影《穿PRADA的恶魔》原型。从1988年起担任这个角色的20年里,她完全确立了在时尚界的强势地位,成为确定流行趋势和扶持新近设计师的点金之手。伦敦时尚圈对Anna职位的升迁充斥着嫉恨和怨毒,这不仅仅是因为Anna Wintour来自美国,而且同时有些人也嫉妒、害怕Anna Wintour化腐朽为神奇的卓越才干,担心追随Anna Wintour的设计新人越来越多。面对伦敦的不友好,Anna Wintour选择了沉默。而她对问题透彻的分析能力和在瞬间抓住事物核心本质的天才还是给人留下了深刻的印象。Anna Wintour将美国《Vogue》打造成为时尚界头号平面媒体。Anna Wintour为杂志带来的不仅仅是卓著的名声,更使得杂志的发行量与广告额飙升,财富滚滚而来。Anna Wintour使时尚杂志走下了奥林匹亚山上的神坛,最终懂得如何推动将秀台上光彩夺目的时装转变成真实的钞票。她在时装界举足轻重,任何的一场发布会若没有她的身影,那便意味着失去光彩,所有的设计师若没有她的赏识便无法扬名,时尚这个名词好像玩具一样在她的指挥下诞生、淘汰、创新之后轮回。 关于她的事迹,被无数的圈中人津津乐道着,于是,她的“势利眼”,她为了保持唯美风格,因为一个求职者衣着毫无品位而将对方赶出办公室, 甚至毫不讳言地说:“我喜欢皇家的感觉,它那么干净。”这些经典的行为都成为传奇,洋溢在整个时尚圈。
    这个“势利”而“优雅”的名女人,已经成为一个符号,对时尚圈稍微有些了解的人都会知道她——当之无愧的时尚产业终极偶像。
      片中制作的那本九月Anna Wintour,可以说是时尚界最权威的人物,她是电影《时尚女魔头》中米兰达的原型。电影记录了Anna Wintour和她的志愿一起准备杂志2007年九月刊的出版的全过程。从片中我们不仅能看到杂志成型的过程、Anna Wintour工作的情况以及环境、眼花缭乱的时尚衣物、养眼的模特还有眩目的时装秀。
       Anna“沉默是金”,片中多是莞尔,更多关于她的话语是从Grace Coddington这个Vogue编辑部里唯一敢跟她抬杠的创意总监口中道来。Grace与Anna同一天来到美国Vogue编辑部上班,或者也可以说是Anna从英国Vogue带来的旧部,分量几何不说,才华无疑一流,否则,打定主意到美国大干一场的野心勃勃的Anna也不会独独选中她。在编辑部里,Grace与Anna无疑是两极:Grace经年一头蓬乱恣意的红发,一身随意不俗的黑衣,高大的身躯在五颜六色的华服面料中穿梭,为时尚趋势挑出最好的搭配,无论是衣料还是色彩。她的眼光甚至连挑剔的Anna都赞其为天才,她却能自如地躬身一边为行动不便的模特们穿鞋系带,一边笑说模特们就像她的孩子般。想来这是她从前辉煌的模特生涯留下的唯一印记,其余的,比如美貌、比如浮名,都在年轻盛名时的一场车祸中消失殆尽。修补过的容貌丝毫没有影响她对美与时尚的追求,只不过角色从台上演绎时尚转变成幕后塑造时尚。年近古稀的她,内心里的浪漫情怀从未消褪过,这些,从20多年来出版的每一期Vogue中都可以感觉,当然,在2007年九月刊里840页的精美画面里演绎得更加淋漓尽致。
    说起Anna这个老上司、老朋友(也是英国老乡),Grace多是褒赞,稍有微词:两个女人都固执,区别在于Grace自己知道底线也知道Anna底线,适可而止,Anna则一路策马扬鞭,我行我素。想来这也是又两个人的职场地位决定的。老大就是老大,一言九鼎,拍板定案;老二就是老二,可以建议,必须服从。即便在出镜多过Anna的纪录片里,Grace也在看似轻描淡写的话语中再次肯定了Anna的老大地位。
      

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  52. Valerio-Wen   7 febbraio 2014 at 01:43

    不得不说Anna Wintour的时尚品味影响了一代人甚至一个时代,她对时尚界的贡献更是无可厚非的。
    更令我惊奇的是,她曾扮演着类似政客的形象顾问的角色。她也曾邀请了许多设计界的朋友,为政客量身打造了一批高端配饰。用她这种独特的方式,巧妙的将时尚与政界联系在了一起,从而产生了许多微妙的影响。
    作为时尚界的教母,以及“女魔头”,Anna所担任的多部杂志的高级编辑,比如《Vogue》,《Harper’s Bazaar》等等用她自己独特的时尚嗅觉,品味去给人们制造惊喜。

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  53. Serena Liang   7 febbraio 2014 at 02:15

    Anna Wintour作为时尚界一个独特的风向标,以她自己的时尚品味担任着《Vogue》等杂志的高级编辑,书写着时尚界的种种。而她这近似于时尚天才的身份,更是博得大家的效仿和追求。
    而Anna之所以被叫做“Nuclear Wintour”,不仅仅是对她影响力的绝妙比喻,更是对她突然爆发的破坏力的形象表述。也是如此,Anna Wintour这个名字早就成为了时尚的代名词,又或者说,Anna已经不仅仅是一个名字这么简单,更像是时尚界的一个符号,一个代表象征。而“女魔头”这一称号,凸显了她独特中而又带着神秘感的行事作风。
    每个人信仰不同,时尚界又是如此现实。但是,Anna却有着引领时尚界的能力,她带领这新一批的设计师,时尚先锋走入人们的视野,所以说Anna是推进了时尚的发展。而人们更是称她为时尚界的“教母”
    她一人独居如此之多的称号,活跃在时尚界的各个角落,每一场时装发布会也都会因为她的到来而变得不同寻常,她肯定着一代人的成长,当然也否定者许多时尚定义。也正式她如此独特的作风,以及管理方式,给人们留下了深刻的印象,并期待的她给整个时尚界带来新的冲击以及惊喜,所以继续让她成为核弹,开拓或者说改变着整个世界。

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  54. Serena Liang   7 febbraio 2014 at 10:05

    Anna Wintour è già diventatà il “Wind VAne “della moda , con il suo caratteristico gusto , intraprende il redattore delle riviste famose , per esempio “Vohue” e lei scrive la moda , condurra la moda del mondo . Dato che Anna si è sembra un genio della moda , tante persone vogliono imitarsi e inseguirsi .
    Poi Anna si chiama “Nuclear Wintour” , non è solo la meravigliosa metefora per la sua influenza , anche descrive la sua distruzione della moda . Quindì , “Anna Wintour ” non è così semplice come un nome , si è sembra più un simbolo della moda.
    Ogni persona ha la sua speciale convinzione , e Moda è così svuotato . Però , Anna ha la abilita di condurre la moda del mondo , lei è la Padrina della moda .
    Anna Wintour è una persona chi ha tanti egregi , viva nella moda dapertutto .Lei aiuta i nenati , definisce la moda .Con la suo speciale gestion , ha fato apponfonito impressione . Forse il “Nuclear “cambiarà la moda nuovamente . E noi stiamo aspitando la sorpresa !

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  55. Kira C.   7 febbraio 2014 at 14:42

    Il film ” The September Issue ” segue la redazione di Vogue America durante gli otto mesi di preparazione del September Issue del 2007. Si tratta del numero di settembre della rivista, il più atteso dell’anno, letto da tredici milioni di persone, il più importante, il più voluminoso, il più pesante, l’inizio del nuovo anno della moda, celebrazione dell’industria del fashion e del potere della direttrice di Vogue America, Anna Wintour, già ispiratrice del personaggio di Meryl Streep ne Il Diavolo Veste Prada.
    La Wintour per la prima volte apre le porte del suo regno: la redazione di una rivista che dispone di un budget faraonico, vende milioni di copie, guadagna milioni di dollari (delle 840 pagine del numero di settembre 2007, 727 erano di pubblicità) e deve innegabilmente il suo successo alla grandissima professionalità della sua direttrice.
    Con l’eterno caschetto e i grandi occhiali neri, la Wintour non smentisce nessuno dei clichè con cui la dipingono. Impeccabile, severa, di ghiaccio, temuta e blandita da stilisti e aziende, è lei la vera regina del mondo della moda, colei che promuove e boccia, determina i successi delle collezioni, decide in anteprima quali abiti dovranno sfilare, muove le pedine delle collaborazioni tra stilisti e case di moda.
    Oltre all’immagine professionale della signora del fashion, il documentario tenta di offrire anche un ritratto più personale del “diavolo”, che mostra – sospettiamo non senza un pizzico di furbizia – la sua tenerezza verso la famiglia e la consapevolezza, di fronte al resto del mondo, della superficialità di cui è tacciato il suo pagatissimo lavoro.
    A fare da contrappunto alla “papessa”, emerge il personaggio di Grace Coddington, direttore creativo della rivista, ex modella e collaboratrice di lungo corso di Anna Wintour, con la quale ha in comune le origini britanniche. E’ lei, fisicamente così diversa da Anna, – la chioma rossa e selvaggia striata di bianco, le rughe, gli abiti neri minimal – a guidare i non addetti ai lavori attraverso le varie fasi della preparazione del numero di settembre. E’ lei a parlarci della sua visione romantica e un po’ nostalgica della moda, dei milioni di dollari spesi a volte inutilmente per ogni servizio, della irreale perfezione delle modelle. E’ sempre lei a raccontare delle continue frustrazioni di fronte alla bocciatura del lavoro costato tempo e denaro, che tutti i collaboratori devono sopportare se vogliono restare lì, al top.
    E’ quasi un duello tra due diverse anime della moda, una sognatrice e umana, l’altra perfezionista e impietosamente selettiva, quello che il regista rappresenta nel seguire il lavoro di rimpalli e frecciatine a distanza tra Anna e Grace. Ma alla fine, sfogliando la versione definitiva del giornale (la più voluminosa mai realizzata, prima della crisi economica) si scopre che si tratta piuttosto di un meccanismo perfettamente funzionante, un’efficace sinergia tra lo straordinario talento creativo di Grace Coddington e la visione prospettica di Anna Wintour, la vera essenza del suo lavoro e la vera ragione della sua implacabilità: la moda è guardare avanti, non ripetersi mai, essere sempre in testa.

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  56. Chenxin(Valentina )   7 febbraio 2014 at 15:44

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    Articolo scritto da Lamberto Cantoni

    Jennifer Lawrence sul numero di Settembre 2013 di Vogue US
    Il regista e produttore di film documentari R.J. Cutler, prendendo come tema centrale la produzione dell’uscita autunnale della celebre rivista nel 2007, ci ha donato una piacevole lettura del lavoro redazionale necessario per creare uno degli strumenti regolativi di maggiore efficacia del mercato della moda.

    In realtà Cutler, quando cominciò a pensare al progetto, desiderava produrre un lungometraggio centrato essenzialmente sulla celebre direttrice della testata.

    Anna Wintour, soprattutto dopo l’uscita nel 2006 del film di David Frankel “Il diavolo veste Prada“, tratto dall’omonimo best seller scritto da Lauren Weisberger, aveva raggiunto una notorietà di gran lunga superiore alla soglia raggiunta da altre affermate protagoniste dell’editoria della sua generazione.

    Alle giornaliste estranee al mondo Condé Nast non era apparso vero che la giovane scrittrice dopo la laurea avesse lavorato per un anno come assistente personale della direttrice di Vogue. Dal momento che il romanzo era centrato sul rapporto tra una apprendista redattrice e una direttrice dal comportamento perfido, velenoso, incline alla volubilità, la maggioranza di esse pensava che dietro al personaggio di Miranda Priestley si nascondesse la invidiatissima, chiacchieratissima, temutissima Anna Wintour.

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    • Lamberto.cantoni   8 febbraio 2014 at 11:53

      Signorina Chenxin, non ho capito il senso del suo intervento? Sta forse suggerendomi con grazia infinita che potevo limitarmi a scrivere e parole che Lei ha fedelmente riprodotto? Domanda che implica l’inquietante presupposizione, inquietante per me ovviamente, che tutto il resto del mio intervento sarebbero solo solo cazzate.
      Comunque sia, e’ la sua visione su film, personaggio, moda che mi interessa.
      Sia generosa! Esprima liberamente il suo pensiero.

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  57. Gemma Rigatti   8 febbraio 2014 at 12:46

    Penso che Anna Wintour possa essere classificata come lavoratrice indefessa: poche parole, mai la voce alta, nessun dialogo, nessuna discussione, decisionismo irremovibile, non un solo minuto perso in chiacchiere, nessuna democrazia di rapporti. Sembra non mostrar mai alcuna emozione per apparire sempre iper professionale. Molto lontana dalla carismatica e frizzante personalità della Vreeland. Ma nonostante ciò dal documentario “September Issue” ho percepito solitudine e malinconia nel suo personaggio. Ma il focus principale del documentario è lo scontro elegante tra la Wintour e quella che risulta essere la vera star del film Grace Coddington, l’art director della rivista la cui forte passione per il suo lavoro la spinge a disubbidire spesso alle sentenze glaciali della direttrice.

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  58. Luca C.   8 febbraio 2014 at 16:16

    Questo documentario che racconta la preparazione del numero di settembre della rivista Vogue America, il più importante dell’anno per gli investimenti pubblicitari e per dettare le tendenze della stagione fredda, mette in luce la potente e temutissima direttrice della rivista Anna Wintour. Il documentario è rapido, glamour e piacevole. La redazione del giornale somiglia in maniera impressionante al set ripreso ne “Il diavolo veste Prada”. E il centro di tutto non è tanto il mondo della moda e le sue dinamiche creative, ma lei: l’impeccabile, filiforme, durissima Anna. In una scena del documentario la voce fuoricampo chiede a una delle sue collaboratrici: “Anna è la sacerdotessa del giornale, non è vero?” e lei risponde, con un sorriso teso: “Direi piuttosto il papa”.
    Dal 1988, quando è arrivata alla direzione di Vogue, fino ad oggi, la Wintour è riuscita a rafforzare e mantenere un brand capace di suggerire alle donne ciò che devono desiderare e dunque ciò per cui devono spendere. Di certo The September Issue è un altro colpo nella consacrazione della Wintour.

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  59. Pauline R.   8 febbraio 2014 at 18:54

    Avendo visto prima il film “Il Diavolo Veste Prada” e dopo il documentario “The September Issue”, mi è piaciuto tanto vedere le differenze e somiglianze fra l’uno e l’altra. Secondo me, la prima ha fatto diventare ancora più famoso Anna Wintour, anche fra le persone un po meno interessate nella moda.
    Lei, spesso, viene descritta come una donna di giaccio. Non ci sono d’accordo, invece in questo documentario lei mi sembra una donna simpatica. Silenziosa, si, esprime solo le cose che per lei sono abbastanza importante. Non si perde tempo a spiegare quello che pensa in dettagli, o a parlare con le persone chi non la interessano. Ma secondo me tutto questo è necessario per poter fare il suo lavoro con successo.
    Invece la direttrice creativa, Grace Coddington, mi sembra una donna molto più calorosa. Da quello che il documentario ci fa vedere lei si mette più a discutere con le persone, prima o dopo di prendere una decisione. Anche se lei volesse che la Wintour chiarisse più le sue decisioni, dopo tanti anni insieme, sembra che hanno trovato un modo per lavorare bene insieme.
    Senza loro due la Vogue degli Stati Uniti non sarebbe la stessa rivista. Penso che R.J. Cutler ha fatto un bel lavoro, avendoci fatto entrare nel mondo della bibbia americana della moda.

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  60. Benito Navarretta   8 febbraio 2014 at 19:38

    Sono certo che la posizione che ricopre Anna Wintour richieda delle doti manageriali e qualità nervose fuori dal comune ma spesso figure come lei mi fanno riflettere sulla moda e tutto ciò che ne deriva.
    Per me dietro occhiali scuri e caschetto non si nasconde nient’ altro che arroganza e non mi riferisco al personaggio di Miranda Priestly. L’ arroganza a cui mi riferisco è quella del mondo reale della moda in cui non si riesce mai a trovare qualcosa di effettivamente apprezzato. Figure come la Wintour non fanno altro che ricercare pretesti per decidere cosa va bene e cosa no e lo dico senza mezzi termini perché credo che attualmente la piaga della moda sia proprio questa. Non è giusto comportarsi come se la moda fosse di pochi perchè la moda è di tutti e tra l’ altro non so neanche se queste figure abbiano dei parametri diversi da quello dei soldi e dei tornaconti personali. Gli occhiali scuri servono a coprire l’ espressione degli occhi che comunicano il contrario di quello che dice la bocca o a creare una barriera nei confronti di chi ha passione e talento ma non viene considerato?

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  61. Clara Desirò   8 febbraio 2014 at 20:07

    La Wintour è sicuramente un personaggio centrale del giornalismo moda, un esempio di dedizione e professionalità,un personaggio che oltre a stimare sarebbe da imitare per la sua caparbietà e per la tenacia con cui ha sempre raggiunto i suoi obiettivi.
    Wintour è sinonimo di Vogue, e Vogue di Wintour; una sorta di legame che si è andato a stringere sempre più. LA Wintour e la Vreeland sono donne fuori dal comune con un genio ed un estro per tutto ciò che riguarda la moda che non è assolutamente imitabile, ma difronte a tanta saggezza e caparbietà possiamo solo inchinarci ed ammirare ciò che due donne hanno costruito.

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  62. Ilaria Hu   9 febbraio 2014 at 00:26

    Il film di David Frankel “Il diavolo veste Prada“, tratto dall’omonimo best seller scritto da Lauren Weisberger, oltre ad aver raggiunto un gran successo, concesse al pubblico di trarre ulteriori informazioni sul mondo dell’ editoria. Miranda Priestley, direttrice nel film di David Frankel, venne subito associata alla famosa direttrice di Vogue America, Anna Wintour.
    Il lungometraggio “The Semptember Issue” di R.J.Cutler ha come tema centrale la produzione dell’uscita della rivista nel mese piu importante (settembre) che influenza i dettami di tutto l’anno, ma la direttrice della testata non ne occupa un ruolo di minor importanza. A differenza del film ”Il diavolo veste Prada”, nel lungometraggio la direttrice viene conosciuta meglio sia nella sua vita privata che nella vita professionale. Anna Wintour è una icona della moda che decide con il suo occhio clinico la giustezza delle immagini, la loro esatta sequenza e la pertinenza dei reportage con lo stile Vogue, senza giustificare il perchè delle sue scelte. A differenza di Anna Wintour, la creative editor Grace Coddington é sempre “presente” in ogni fase del lavoro, guida i grandi fotografi durante lo shooting e ha idee creative sorprendenti, di cui anche Anna Wintour ha confermato nel lungometraggio; Anna Wintour non partecipa a discussioni, ma ascolta silenziosa i collaboratori e quando apre bocca i giudizi sono precisi e non confutabili. E’ solo lei, Anna Wintour, che prende le decisioni finali di tutto il lavoro; nessuno pretende spiegazioni per le sue scelte, perché lei é Anna Wintour. Tuttocio non puo essere compiuto sennonché da una donna di grande potere e successo che merita tutto il nostro rispetto come la direttrice di Vogue America e la sola, Anna Wintour.

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    • Lamberto.cantoni   12 febbraio 2014 at 09:57

      Ilaria, non e’ esatto dire che le decisioni di A.W. rimangono sempre senza spiegazioni.
      Vediamo cosa ci dice il testo del film. Ricordi una delle ultime sequenze? Esattamente il momento in cui la direttrice con le 840 pagine sotto il braccio, entra nella sala riunioni nella quale sono raccolti i grandi capi della Conde Nast?
      Pensi forse che possa cavarsela dicendo: “beccatevi questo malloppo e andate pure a giocare a golf?
      Io non lo credo. Penso sia corretto congetturare che in quella sede A.W. presenti, descriva, spieghi, risponda a delle domande etc.
      Quindi possiamo presupporre che il suo metodo consista almeno in due mosse:
      1. nel campo della produzione del testo Vogue la direttrice sembra prediligere questo gioco: “vediamo se siete bravi a interpretare ciò che sento o voglio da voi. Ma ciò che desidero non posso dirvelo perché non lo so”.
      2. Nel campo della collocazione finale di un prodotto ed. ogni aspetto di Vogue deve avere un senso correlato al tipo di mondo (simbolico) che a questo livello si assume come dato. A questo livello sempre adattarsi meglio il concetto di spiegazione.
      Cosa voglio dire? Attenzione a non fare il verso al giornalistese, ovvero ad interpretare A.W. con le lenti del mito che volevamo rimettere con i piedi per terra.

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  63. Eleonora Ramerini   9 febbraio 2014 at 11:58

    Anna Wintour è sicuramente una personalità importante nel settore della moda, ha le competenze per saper svolgere appieno il suo lavoro, e un occhio particolare nel vedere ciò che funziona e ciò che non funziona in una rivista importante come quella di Vogue.
    Detto ciò, io personalmente non la ritengo un “guru della moda” come spesso viene definita, credo invece che molto del suo successo sia da attribuire anche al resto dello staff che sta dietro alla rivista (come Grace Coddington), infatti la Wintour avrà anche l’ultima parola, e sul fatto che sappia vedere cosa meriti essere pubblicato non lo metto in dubbio, ma nel documentario ciò che emerge fuori, a mio parere, è che Vogue è quello che è non per opera soltanto sua.
    In conclusione penso più che la Wintour abbia tutta quella fama che la precede, a volte, a mio parere, eccessiva.

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  64. Federica Crosato   9 febbraio 2014 at 12:03

    Il film mi è piaciuto particolarmente perché ti permette di comprendere il complicato meccanismo che sta dietro alla realizzazione di una rivista di moda come Vogue. Soprattutto fornisce un ritratto differente della regina della moda Anna Wintour: accanto al personaggio inespressivo e severo che tutti vedono, è visibile anche il suo aspetto più “umano” ed emotivo.
    Un personaggio che ha attirato il mio interesse, è Grace Coddington, personalità sensibile e determinata, oltre che molto empatica.
    Alla fine in ogni aspetto della vita è visibile solo l’involucro che sta a contatto con tutti i fattori che lo influenzano; è la parte interna ed invisibile all’occhio umano in un primo momento che è la più importante e quella spesso da tenere maggiormente in considerazione. Anna Wintour DEVE avere e mostrare il suo ruolo più rigido e sicuro perché nel mondo della moda, spietato e materialista, nel caso contrario non avrebbe vita.

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  65. Michela Mascitelli   9 febbraio 2014 at 12:11

    I think Anna Wintour is where she is today only thanks to pure luck. The real soul of the magazine is Grace Coddington, a woman of refined culture and friendly attitude. Grace is the one that has passion and accuracy for her work and not Anna Wintour. Fashion is a world of blended emotions and art, and Anna Wintour is in contrast with everything that fashion is about. Her arrogance demolishes every poetic form of art that could transpire in the vogue issues.

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  66. Matilde Morozzi   9 febbraio 2014 at 12:53

    Anna Wintour è direttrice di vogue america dal 1988. Alla sola età di 16 anni intraprese la carriera di giornalista. Quando la Wintour si presentò al colloquio di lavoro per essere assunta a Vogue, l’allora direttrice Grace Mirabella le chiese quale posto volesse ottenere all’interno della rivista, e la Wintour le rispose freddamente: “il suo”. Viene considerata insieme a Diana Vreeland un simbolo della moda in tutto il mondo. Non metto certo in dubbio l’indiscussa capacità manageriale e organizzativa della GRANDE direttrice, ma l’emozione arrivata dritta come un fulmine a ciel sereno, alla sola vista di Diana Vreeland, mi dispiace, ma con Anna Wintour non è apparsa nemmeno superficialmente. Non c’è dialogo, non c’è confronto, critica ne ammirazione da parte della Wintour per il lavoro svolto quotidianamente dalla sua equipe. Solo ordini, messaggi e commenti poco rispettosi ( “noto un po’ di foschia” ).
    Non voglio certo affermare che il ruolo di una direttrice di una rivista di fama mondiale, debba esimere da un atteggiamento austero, serio e professionale ma nemmeno creare all’interno del proprio ambito lavorativo una cerchia ristretta nel cui centro sono presenti solo le proprie idee, oltre alle quali non è permesso ad altri di entrare. Pur permettendomi di giudicare sbagliato tale modo di agire, devo ammettere che i risultati ottenuti sono ottimi e di conseguenza non posso far altro che rispettare il metodo di lavoro messo in atto in tutti questi anni di direzione, alla cui base stanno sicuramente grande talento e grande esperienza.

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  67. diletta z.   9 febbraio 2014 at 14:55

    IL TIRANNO, così è stata definita più volte..ed è la verità, a mio parere fin troppo.
    Nutro profondo rispetto per quell’icona che è, che è stata e che rimarrà..ma l’eccesso non va mai bene.
    Attraverso il lungometraggio ho potuto rendermi conto di quando lavoro c’è dietro al lavoro redazionale e soprattutto della freddezza che mantiene Anne Wintour, la donna di ferro che non ha bisogno di rimproverare e nemmeno di parlare troppo.
    L’essenziale che probabilmente ha fatto la differenza insieme a tanta eleganza mi porta però a concludere che il mondo della moda ha bisogno di queste perle, perché l’universo del fashion non è facile e non è nemmeno buono, quindi se avessi l’opportunità di farlo, io, ringrazierei Crudelia.

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    • Lamberto.cantoni   13 febbraio 2014 at 10:37

      Boh! Ho capito che non ti spaventano le Crudelie della moda. Ma e’ masochismo oppure ritieni che si possa imparare qualcosa di fondamentale dal loro sadismo minino quotidiano? Ovvero la pensi forse così: le Crudelie sanno tante cose sulla moda, per impararle si deve passare per i bizzarri rituali di iniziazione che impongono. Ma cosa sanno le Crudelie che tu non puoi sapere in altro modo?
      In realtà io credo che il sapere non c’entri nulla. E’ in gioco ciò che un celebre filosofo francese definì micro fisica del potere. Il cerimoniale sadico col quale allestiscono il sistema di relazioni nella loro nicchia ecologica ( il posto di lavoro si trova così trasformato nella loro vita e viceversa), ha il compito primario di preservare la gerarchia che le premia sotto ogni punto di vista, secondo un principio di economia psichica. Principio che funziona in questo modo:
      più intimidisco meno critiche frontali ricevo; meno critiche ricevo piu fanno quello che dico io; più fanno quello che dico io meno fatica faccio ad “essere” il centro di tutto.
      Cosa occorre alle Crudelie per interpretare in modo spietato il messaggio del cervello rettile (Laborit)?
      Scarsa empatia con l’altro. Se non sento il dolore dell’altro ecco che in ogni situazione, a prescindere dalla posta in gioco, posso impostare la relazione all’insegna di un sadismo minimo, che non urtando principi morali o etici fondamentali, non mi fa rischiare quasi nulla ma mi dona un brivido di piacere a volte talmente sottile da non poter essere definito una emozione. Piu e’ sottile maggiore e’ la lucidità operativa con cui lo infliggo. Aumenta pero’ anche la mia dipendenza da un piacere che non e’ un piacere. Da qui la pericolosità di personaggi che con la pratica arrivano a sviluppare una raffinatissima abilita’ nel distruggere la volontà delle persone che in qualche modo dipendono da loro.
      A.W. corrisponde al modello di comportamento che per esigenze di spazio possiamo definire “modello Crudelia”? Si e no. Cioè il mito vorrebbe alludere a qualcosa del genere. Il film ne ridimensiona gli aspetti caricaturali, riportando il personaggio su un piano di relazioni non più etologiche bensi mediate dalla cultura aziendale: A.W. non e’ fredda ma efficiente; non e’ cinica, ma determinata; non e’ insensibile bensì intransigente e precisa…
      Allora, sempre ricordando che non stiamo parlando della persona ma una fiction, la domanda potrebbe essere questa: può esistere un potere anche minimo senza l’effetto Crudelia? A quali condizioni?

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  68. Andrea Catanzaro   9 febbraio 2014 at 16:31

    Tanto fumo, troppo arrosto.

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  69. Elenagiulia Monzecchi   9 febbraio 2014 at 18:04

    Non sono una fatalista, ognuno è indubbiamente artefice del suo destino, ma ritengo che nella vita comunque ci voglia anche un po’ di fortuna, e lei ne ha avuta, molta.
    Non sono un’estimatrice della Wintour, questo però non è dettato, come invece ho notato in qualche altro commento, da un idea negativa che nutro nei suoi confronti sotto il profilo umano o delle competenze. Non amo la Wintour perché ritengo che la rivista con il suo avvento abbia perso quella “storicità” e quell’impronta culturale che una Vreeland era stata in grado di fornirle.
    Dal film, a mio avviso, non emerge una donna in grado di farsi trasportare dalla creatività e spregiudicatezza,indispensabile in questo mondo , ma una CALCOLATRICE.

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  70. wang qin   9 febbraio 2014 at 19:10

    Io personalmente non riesco a considerare mai una persona come il guru della moda come spesso hanno difinito di Anna wintour.
    Secondo me ogni uno occupa una o di piu aree competenza, ma non di tutte aree.
    Assulutamente Anna e’ una persone che sa molto bene come deve svolgere il suo lavoro ,ma mio dubbio e’ quello che come mai Anna puo’ decide quasi tutto per una rivista cosi importante che dovrebbe includere le varie stile e gusto di vita.

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  71. Diletta V.   9 febbraio 2014 at 19:11

    Non sono una grande fan della Wintour. Donna indiscutibilmente potente e di successo, non trasmette niente di ciò di cui si occupa. Sa solo puntare il dito e dare ordini lasciando fare tutto al suo staff, non come la Vreeland, parte attiva di ogni numero.

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  72. Jingzi Wu (Gioia)   9 febbraio 2014 at 20:06

    Anna Wintour, Vogue’s editor in chief, not only runs an internationally influential magazine, she also supports young designers through a fashion fund and raises money for charity.
    Anna Wintour gives new meaning to the word “perfectionist”. She has a critical editorial eye and a glacial personality, she doesn’t appear to have a sense of humor nor much body mass.
    Anna Wintour is more than I can say. She’s genius, she’s an icon, she’s feared, admired, and envied. People love her and they hate her. However, you simply cannot deny that she really is a true genius and can run a magazine like no other. I adore her and think she’s an amazing role model for anyone aspiring to work in the fashion industry. Her advice has helped me more than anyone’s and this book is a godsend. You must get it. It’s absolutely brilliant!

    Anna Wintour赋予了新的含义,“完美主义者”。她眼神冷峻以及冷漠的个性,她似乎并不具备幽默感也没有多大的体量感。
    但是我想说,她是一个天才,她是我的偶像,她的担心,羡慕,嫉妒和。不管人们是喜欢她的还是恨她的。但是,你根本无法否认,她真的是一个真正的天才,没有任何杂志编辑能运作的像她那样好。我崇拜她,觉得她是一个了不起的榜样,任何人都渴望在时尚界工作。在她身上我学到了很多!

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  73. marta(Jingxian Shen)   9 febbraio 2014 at 20:29

    Ero molto affezionato anna personalizzato, professionale, calma.
    Era anche un grande ammiratore dello stile e la capacità di agire
    Aveva scarse vendite può iniziare (moda) rivista diventa popolare
    Avrebbe potuto facilmente hanno fatto una star di un designer
    Ma era anche il destino di Lucky

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  74. Alice Rosati   9 febbraio 2014 at 20:41

    Se ho apprezzato incredibilmente Vreeland, ho amato il suo modo di fare, la sua attitude e il suo iter lavorativo, non posso purtroppo dire lo stesso di Wintour. Indubbiamente una donna intelligente, che ha saputo cogliere tutte le occasioni che le si sono presentate davanti e ha svolto e continua a svolgere il suo lavoro in maniera ineccepibile. Una donna incredibilmente potente, che ha trasformato un impero basato sull’immagine, sulla creatività, sulla particolarità, sull’espressione della bellezza in tutte le sue forme, in un impero basato sulla commercializzazione, sulla selezione impietosa, sul marketing e sulla pubblicità come mezzo principale per il sostentamento di tutto il programma. Forse è proprio questo il problema dal mio punto di vista. Mi piace pensare, nonostante sappia benissimo come funziona al giorno d’oggi, al mondo della moda come un pianeta a sé stante da tutto il trambusto economico dei giorni nostri, un piccolo paradiso in cui la creatività, la genialità, la spensieratezza, l’istinto la fanno da padroni. Quindi il fatto che invece al momento, una delle personalità di spicco di questo microcosmo professi e abbia professato per tutta la sua carriera l’importanza dell’intuizione, della capacità di gestione di un’azienda e dell’organizzazione, mi infastidisce non poco. A volte, il “caos artistico” è enormemente preferibile al “rigore impietoso e selettivo”.

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  75. Laura Parenti   9 febbraio 2014 at 20:46

    Pensare alla Wintour mi fa venire in mente Chanel: entrambe lasciano percepire una consapevolezza della moda di tipo ermetico, come se fosse dono di pochi. Esclusività, stile e ricercatezza queste sono le parole che compongono le scelte delle due donne sia nella vita che nel lavoro, tutto questo unito ad una forte passione.
    Se le persone sono fatte di scelte queste due donne incarnano questo principio.
    La Wintour materializza in moda uno stile di vita così distaccato e così essenziale che suscita nella mente del pubblico delle impressioni indelebili, sia per il modo di pensare che per il modo di comportarsi. Ci porta a cercare di seguire le sue decisioni e vivere sulla sua stessa lunghezza d’onda.
    Il fascino concede questo tipo di magnetismo e cosa è più affascinante di ciò che non si conosce? Il mistero di quelle scelte rigide e senza dibattito non è esprimibile, ma solo osservando si viene a creare una consapevolezza basata su intuito e deduzione, la certezza di chi sa veramente cosa vuole. Perchè elargire lunghi discorsi per far capire che si possiede davvero questo potere? Basta decidere, silenziosamente e senza affanno con l’istinto di un predatore e la sua fatalità. E chi più della Wintour sa realmente cosa vuole?

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  76. CAI LINFEI   10 febbraio 2014 at 01:08

    Lauren Weisberger, un’ex assistente della Wintour, che lasciò la rivista Vogue America per la rivista Departures, scrisse Il diavolo veste Prada dopo che un consulente, consigliato da Richard Story, Il diavolo non è un vero demone, ma il suo atteggiamento verso il trattamento della moda!
    Quindi ora Anna Wintour = La moda!

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  77. Angela Romano   10 febbraio 2014 at 01:22

    Credo che lo scopo del film fosse quello di confermare, la già diffusa, immagine della Wintour. Cioè quale? Semplice quella di una donna rigorosa, severa, che capisce e risolve il problema ancora prima che il problema si sia presentato. Il film trasmette bene questo messaggio, ma è a mio parere poco credibile e per quello che penso anche offensivo nei confronti dei collaboratori della stessa rivista. Il motivo per me è semplice, è difficile pensare che una sola persona riesca a gestire tutto questo grande patrimonio, dunque è chiaro che dietro ci sia una grande collaborazione, quello che mi sfugge è se all’interno ci sia un clima sereno, di collaborazione, ma questa sia solo una facciata per mantenere alto il nome della Wintour per il bene e per il prestigio della rivista stessa e quindi anche dei collaboratori, oppure, se questa sia la realtà, una realtà in cui c’è una grande collaborazione ma dove i collaboratori accettano passivamente di non avere un accenno di presenza nello scenario pubblico della direttrice? Sinceramente, preferirei che la realtà fosse quella di una sorta di accordo, di organizzazione, mi verrebbe difficile pensare, che in un contesto come quello organizzativo, di cui tanto si parla nel film, e soprattutto nei tempi attuali dove la vera ricetta per vincere è la collaborazione, sia ammirata solo lei, lasciando ai collaboratori non un secondo o terzo piano, ma il nulla. Vorrei dire il merito di un grande successo, oltre alla storia alle spalle che Vogue vanta di avere, è sicuramente il gruppo, a questo punto perché non fare il minimo accenno, perché presentarsi come una grande potenza senza avere il minimo di umiltà, perché riferirsi e ringraziarsi solo alle due o tre persone strettamente legate, anche a fatica quasi sforzandosi, esempio di Grace. Perché non presentare a noi comuni mortali la realtà di un giornale come Vogue, in cui si vedono le fatiche e il duro lavoro di chi lo rappresenta nella sua complessità? Perché documentare se alla fine ci dice poco in sintesi? Sarò troppo sognatrice ma penso che il clima di serenità e la presenza della parola favorisca il bene dell’organizzazione, e mi viene spontaneo pensare che questo in Vogue ci sia, ma forse dovremmo aspettare qualche tempo per vedere l’ombra di normalità, solo l’ombra, che si aggira all’interno della rivista, e la riconoscenza pubblica da parte di una donna che si può permettere di gestire e comandare tutto ciò che la circonda. Nonostante ciò, trovo che la compostezza della Wintour sia lodabile, trovo che sia una persona capace di rappresentare un ruolo di prestigio, trovo che sia capace di tenersi fuori dagli eccessi che la moda offre, a differenza di altre direttrici prive di gusto, ma rappresenta quella parte della moda che a molti non piace ma costretti ad accettare, avere paura addirittura di un confronto, di una critica, mi sembra eccessivo e anche se mi posso permettere fuori luogo, è un mondo fatto di colori, di espressione, come si può essere così paradossalmente opposti a ciò che si rappresenta? È una forma di comunicazione vincente ammetto, ma che non capisco, sarà un mio limite, a me viene difficile apprezzarla in maniera completa. Dal lato lavorativo, nulla da dire saprà come tenere unita la sua fortuna, ma se penso alla moda collegata al suo nome, mi viene in mente semplicemente un prodotto, la fatica per produrlo, per attrarre profitti, ma non arriva l’energia che una persona del genere dovrebbe trasmettere, non arriva l’aspetto emozionale. Sono due elementi che non possono dividersi secondo me, l’aspetto razionale unito ad un aspetto emozionale, che è quello che secondo me non manca alla Wintour, altrimenti chiaramente non potrebbe fare questo lavoro, sarebbe come far dipingere una persona senza mani, ma che semplicemente non vuole trasmettere, perché si sa una ricetta venuta bene non si cambia!

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  78. CAI LINFEI   10 febbraio 2014 at 11:24

    Lauren Weisberger, un’ex assistente della Wintour, che lasciò la rivista Vogue America per la rivista Departures, scrisse Il diavolo veste Prada dopo che un consulente, consigliato da Richard Story, Il diavolo non è un vero demone, ma il suo atteggiamento verso il trattamento della moda!
    Quindi ora Anna Wintour = La moda!

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  79. Margherita Baldi   10 febbraio 2014 at 19:05

    Anna Wintour è sicuramente un personaggio interessante. Dico personaggio perché si è costruita attorno un’immagine di donna indistruttibile, giudice assoluto in fatto di moda, irremovibile nelle sue idee, e con tanto di alone di mistero. Questo risultato è arrivato nel tempo, sia perché ha saputo cogliere le opportunità che le si sono presentate, sia perché è chiaro che di comunicazione se ne intende. Dato che il film/documentario The September Issue non rivela in modo completo e trasparente l’attento lavoro che si cela dietro Vogue, mi baso su ciò che ho visto, elaborando la mia personale opinione. Grace Coddington rappresenta maggiormente la parte creativa, senza di lei la rivista di fama mondiale non esisterebbe. La Wintour, invece, a prescindere dalle sue non chiare passate esperienze è fondamentale, in quanto costituisce la parte “commerciale” di Vogue, quello che il pubblico vuole sentirsi dire, ovvero un chiaro e non contestabile giudizio sulla moda, canoni, definizioni, un mondo colorato fatto di star e consigli da seguire. Se parliamo di Vogue, Anne Wintour risulta indispensabile, anche se ormai la sua fama di direttrice sommata a quella della rivista le concedono di commettere che qualche errore passi inosservato. Penso che invece Grace Coddington faccia parte di un’altra razza, sarebbe in grado di creare un’altra rivista di indubbio rilievo opposta a Vogue, e sono sicura che anche il target psicografico sarebbe completamente differente. Nonostante tutto la coppia nel suo amore/odio funziona alla perfezione, e Vogue continua nella sua ascesa grazie anche a tutte quelle personalità che dietro le quinte svolgono con passione e dedizione il proprio lavoro.

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  80. Federica Piedimonte   10 febbraio 2014 at 19:56

    Anna Wintour dal 1988 è la direttrice di quella che è considerata la più autorevole rivista di moda statunitense e mondiale, Vogue. C’è da dire che ha una personalità molto forte e molto difficile anche con la quale è complicato andare d’accordo, ma è anche una donna forte e determinata che ha saputo dare una nuova immagine alla rivista, rivoluzionando ciò che era l’editoria antecedente a lei.
    Il documentario, “The September Issue”, racconta proprio la preparazione del numero di settembre della rivista Vogue America, il più importante dell’anno per gli investimenti pubblicitari; mette in luce la forte e temutissima direttrice della rivista Anna Wintour.
    Il documentario a mio parere è molto piacevole. Inoltre mi è piaciuto molto anche perché ci permette di comprendere com’è complicato il meccanismo che sta dietro alla realizzazione di una rivista di moda come Vogue.

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  81. Martina S.   11 febbraio 2014 at 13:36

    Vogue e Anna Wintour ormai si appartengono a vicenda: il magazine è da tempo LA rivista di moda e la sua direttrice ne viene considerata la regina.
    Scostandoci da queste comuni credenze però vorrei far luce su quella che è la vera anima di Vogue America.
    La Wintour è senz’altro parte fondamentale della rivista ma credo si dia troppa importanza a queste figure di facciata e non ai veri collaboratori, quelli che hanno le idee geniali, le sanno mettere in pratica, portano innovazione e fanno crescere ed evolvere giorno per giorno Vogue. In tutto questo non ci vedo la figura della Wintour – seppur riconoscendole la grande importanza e influenza che ha nell’intero mondo della moda- ma riconosco l’importanza di tutti quei collaboratori che in “The September Issue” vengono lasciati in secondo piano e riconosco la genialità e la professionalità di Grace Coddington che traspare dai suoi lavori.
    Alla Wintour lascio la riconoscenza per autorità e mito indiscusso della rivista ma, personalmente, credo che il successo di Vogue sia ben lontano da questi elogi.

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    • Lamberto.cantoni   11 febbraio 2014 at 15:33

      Vediamo un po’ Martina, cosa estrarre dal tuo lucido commento.
      Immaginiamo un’orchestra di musica classica. Impensabile senza un direttore che la sappia condurre.
      Quanto vale il direttore e quanto valgono i musicisti? Di solito ricordiamo chi la dirige. Così succede anche per un film: memorizziamo il regista, gli attori principali e che altro?
      A livello di fruizione noi consumiamo l’interpretazione di una sinfonia (oppure nel caso di un film, di una sceneggiatura).
      Ora, un testo musicale (la spartitura) o cinematografico non e’ la somma di 8 violini, 6 viole, 2 contrabbassi, 3 flauti, 2 oboe, 5fiati, 2 tamburi. Stesso discorso per un film: cambiano gli elementi ma anche in questo caso l’aritmetica non spiega l’effetto estetico. Sono come un atto di linguaggio trans individuale che deve pero’ produrre una percezione di profonda coerenza e unicità.
      Il problema sembra risiedere nella conduzione del processo. Timing, energia, intensità, concentrazione precisione nei sincronismi richiedono una “regolazione” la quale presuppone una piu sofisticata percezione del processo.
      La nostra cultura premia i soggetti che sanno condurre questi processi.
      Li premia mitizzandoli. Ovvero ingabbiandoli all’interno di dispositivi simbolici che li trasformano in icone (e’ il caso della moda, ma non solo). Attraverso ripetute narrazioni essi si trasformano in angeli o demoni, predisponendosi ad essere vissuti più dal nostro sistema limbico (pare che sia il centro emozionale del cervello), piuttosto che da letture lineari.
      Nel suo contesto A,W, penso corrisponda a ciò che ho descritto.
      E’ chiaro che possiamo considerarla solo una donna molto intelligente, più fortunata di altre. Probabilmente e’ così.
      Ma di questo passo potremmo chiederci: e’ proprio vero che Vogue e’ così straordinariamente diversa da tutte le altre riviste? Domanda che potrebbe portarci a riconoscere piu somiglianze che diversità.
      Cosa resterebbe allora della moda dopo una spazzolata di cinismo o scetticismo radicale? Esisterebbe ancora la possibilita’ di un soggetto della moda sensibile alle differenze? Tanto sensibile da trasformarle in miti?
      Tuttavia il mondo e’ diventato migliore quando abbiamo imparato a separare le superstizioni dalla realtà grazie a principi di razionalità emergenti.
      Quindi come facciamo ad essere razionali e al tempo stesso perseverare nelle mitologie quotidiane?
      Sembra infatti difficile immaginare l’umanità senza mito (senza narrazioni). Almeno quanto e’ difficile pensare che possa sopravvivere senza razionalità.
      Infatti il mito non e’ solo una fantasia, produce più effetti nel reale che qualsiasi altra configurazione oggettiva prodotta dall’uomo. E la razionalità non ci consegna certezze.
      Che fare dunque?
      Io suggerirei di addestrarsi a separare nel mito la sua verità materiale da quella storica.
      Qual’e’ la verità materiale nel mito i A.W.? E’ una persona eccezionalmente brava nel far funzionare un team di professionisti straordinari in funzione di obiettivi “sensibili”. Per far ciò deve aver accumulato una sequenza di cognizioni particolari, incorporabili solo dopo una lunga esposizione agli eventi moda. Da un certo punto in poi le sue visioni o scenari hanno acquisito delle caratteristiche individuali molto accentuate che l’hanno trasformata in un punto di riferimento difficile da sostituire.
      A partire da questo frammento di verità materiale la storicità del personaggio, tirato da tutte le parti da narrazioni spesso fantasiose, ha prodotto la vischiosità tipica del mito, il quale per funzionare in modo efficiente tra la gente deve velare o rimuovere la sua verità materiale.
      Il management della moda richiede oggi questa doppia operazione: visione razionale dei processi moda; conduzione e regolazione della corrente mitica che può far arrivare abiti o marche fino in cielo. Auspicherei che tutto ciò avvenisse senza trascurare l’ironia e il sentimento di gioco, necessari per evitare salti nello spazio siderale dei dogmatismi, misticismi, assoluti, salti che trasformano la moda in una setta per iniziati, oggi francamente ridicola e forse inutile.

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  82. Giulia Ficini   11 febbraio 2014 at 15:40

    Anna Wintour, più che una donna, la definirei ” una macchina da guerra”, passatemi il termine. Determinata nel raggiungere i suoi obiettivi, è diventata colei che detta legge nel mondo del fashion ormai già da un po’. Le case di moda e stilisti pendono dalle sue labbra e dal suo giudizio. Basandomi sul documentario visto in classe, posso dire che sicuramente tutto ciò che pensa e fa, sono scelte studiate e fatte con criterio, ma non certo con cuore. Ho visto una donna fredda e distaccata, che fa il suo lavoro, svolto in maniera impeccabile certo, ma non ho visto amore.. passione… Certo chi sono io per giudicare un “mostro sacro” come la Wintour, ma è una mia semplice opinione. Devo anche ammettere che forse sono di parte, visto che mi sono completamente “innamorata” della Vreeland, del suo modo di pensare e di come si rapportava al mondo della moda, della passione e dell’amore che ci metteva nella realizzazione dei servizi, nella scelta dei colori, o delle modelle o del fotografo. Una passione che si riusciva a percepire se si sfogliava Vogue. Dal canto suo, la Wintour, nonostante alcune malelingue, continua ad essere un punto di riferimento nella moda e continua a dar vita ad una rivista importantissima, nonostante il mondo del’ editoria non stia vivendo i momenti più rosei, e questo solamente grazie alle sue capacità, bisogna certo darle merito.

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  83. Francesca Orsi Spadoni   11 febbraio 2014 at 18:17

    Avendo avuto la possibilità di vedere i documentari di Anna Wintour (qui sopra citata) e Diana Vreeland si può evincere che entrambe sono riuscite a farsi conoscere nel mondo della moda in modo diverso: Anna Wintour è riuscita a farsi ricordare per il suo carattere duro e manageriale, Diana Vreeland è riuscita invece a mettere in risalto il suo aspetto raffinato e colto allo stesso tempo.
    Prendendo in esame la Wintour, è stata in grado di redigere una rivista importante quella di Vogue in brevissimo tempo, è stata capace di dirigere tutto quanto lo staff intorno alla rivista e a far cadere tutto sotto il suo controllo. Si può proprio dire che l’ultima parola è sempre stata e sarà sempre la sua in tema lavorativo. Il fatto che rimanga sempre a sedere davanti alla sua scrivania limitandosi ad approvare o meno ciò che le viene mostrato dal suo staff è ammirevole, ma diciamo anche abbastanza “inquietante”.
    Con la Wintour sicuramente la rivista Vogue ha avuto uno slancio potentissimo e un enorme cambiamento che la fa mantenere la miglior rivista esistente.

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  84. Giulia Capone   11 febbraio 2014 at 20:59

    Anna Wintour è una di quelle figure che sicuramente per dirla con Petronio può essere definita “arbiter aelegantiae” della modernità. Ciò che questa donna di moda dice fa o pensa diventa subito accettata dal pensiero comune, non solo a livello nazionale ma assume rilevanza internazionale. Spesso viene considerata come figura autoritaria che sancisce qualsiasi tipo di dettame della moda, ma questo è un aspetto delle responsabilità che la figura professionale che ricopre prevede; infatti durante il film viene esplicitato come Anna Wintour debba fare da collante tra ciò che sono le esigenze del gruppo editoriale, dello staff creativo interpretando allo stesso tempo anche i desideri dei lettori che si aspettano di consultare quello che è universamente riconosciuto come l’unico e il solo giornale di moda. A mio avviso altro merito della Wintour è quello di aver saputo creare una rivista che non viene acquistata soltanto da esperti del settore moda ma che ha via via ha un target sempre più ampio; ciò deriva in parte oltre che dai contenuti anche da una delle decisioni più audaci che hanno fatto della Wintour un mito mediatico a livello internazionale: la scelta di utilizzare le celebrities più in voga al momento nella copertina. Sicuramente una delle parti più difficili del lavoro di Anna Wintour è far combaciare le esigenze finanziarie con quelle creative dove tagliare foto esteticamente perfette risulta un’esigenza spesso necessaria per rendere dinamici e equilibrati i contenuti.

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  85. Bramclet   14 febbraio 2014 at 20:50

    Ehi! Avete sentito che il Metropolitan di New York ha deciso di dedicare una parte del museo alla Wintour e ad un’altro giornalista che si chiama James! Avrà un caratteraccio la signora, ma sta già pensando di divenire immortale.

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    • Lamberto Cantoni   15 febbraio 2014 at 12:49

      Il James di cui parli non e’ un giornalista.
      Si tratta di Charles James, un couturier poco noto in Italia, a lungo dimenticato dal fashion system internazionale.
      A questo grande creativo il Met dedicherà una prestigiosa mostra nel mese di maggio 1914.
      Il Museo del costume di New York era chiuso da due anni per restauri. Intende dunque riaprire, dedicando una attenzione particolare al sarto che gli americani tenteranno di presentare come il primo couturier Made in Usa.
      In realtà C.James ha sempre avuto il passaporto inglese. Ma e’ altresì vero che ha sempre lavorato soprattutto negli Stati Uniti.
      Avanzo la congettura che Anne Wintour non sia estranea a questo ritorno alle origini (della moda americana).
      Si e’ sempre battuta per dare credibilità e immagine agli stilisti nazionali. Ha sempre avuto a cuore New York e i suoi eventi moda. Presentare al mondo la moda americana gia’ presente anche sul fronte della couture fin dagli anni 40/50 del novecento, soprattutto se rappresentata da un fuoriclasse come James, ha significati storici che solo un paese da operetta come il nostro potrebbe sottovalutare.
      Non trovo affatto inappropriato che il suo impegno sia stato premiato etichettando un’ala del museo con il suo nome.

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  86. Bramclet   16 febbraio 2014 at 16:12

    Non sono d’accordo con Lei. Facile che il museo si sia calato le braghe davanti allo strapotere della Wintour. Spero che da quelli parti qualcuno reagisca. E poi quello che secondo Lei faranno con quel Charles James una volta non lo chiamavamo revisionismo?

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    • Lamberto Cantoni   17 febbraio 2014 at 19:39

      Non mi sorprende che tu non sia d’accordo. Voglio solo ricordarti che negli Stati Uniti i musei piu importanti hanno un rapporto pubblico-privato molto diverso rispetto i nostri. Potrà non piacerti ma il coinvolgimento di sponsores, il marketing museale, la celebrazione di personaggi che con il loro lavoro si sono distinti e in qualche modo contribuiscono alla notorietà e alle strategie del museo, per le istituzioni culturali americane sono la regola.
      I nostri musei, per contro sono ostaggio di una burocrazia insopportabile e spesso inefficiente. Vorrei anche ricordarti una differenza sostanziale. Negli Stati Uniti i musei dedicati alla moda non solo esistono, ma sono straordinari. Non solo conservano, ma fanno cultura, investono in ricerca, organizzano eventi che mobilitano passioni.
      Possiamo dire la stessa cosa dei nostri musei? Per quanto riguarda la moda abbiamo risolto il problema alla base. Non esiste in Italia un museo della moda appena decente. Ci consideriamo una superpotenza della moda e dello stile, eppure Milano e Roma non hanno un museo dedicato ad essa veramente competitivo.
      A tal riguardo Milano e’ un vero scandalo. Credo che amministratori e personaggi vari, ne parlino da almeno vent’anni senza alcun risultato. Cosa pensare? Troppo facile dare colpe alle singole persone. Ma allora come spiegare ciò che ai miei occhi e’ un doloroso paradosso? Perché la città che concentra il massimo numero di protagonisti della moda al mondo non riesce a creare una istituzione culturale degna del loro rango? Probabilmente e’ difficile metterli d’accordo. La solita litigiosità da primedonne della moda?
      Ora, immagina che ci sia un personaggio molto influente, assolutamente competente, per esempio una celebrità del calibro di Franca Sozzani che per puro spirito missionario prenda a cura la questione e dopo inenarrabili sofferenze riesca a far nascere un museo o qualcosa del genere, dedicato alla moda. Sarebbe forse indecente se l’eventuale staff dirigente, le dedicasse una parte del museo? Forse ora comprenderai il perché non considero a priori un segno di eccessiva deferenza il grande onore concesso dal Met ad Anne Wintour.

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      • Roberta Filippi   17 febbraio 2014 at 20:09

        Mi sorprende prof. Cantoni, leggere proprio da lei, docente a Firenze, dire che in Italia non ci siano musei sulla moda. Cose mi dice del museo della moda di Firenze? 6000 pezzi fra abiti antichi e moderni, accessori, costumi teatrali e cinematografici dal settecento ad oggi… se non ricordo male nella Galleria del Costume a Palazzo Pitti vi sono i capi provenienti dal guardaroba di Eleonora Duse e quelli dalla collezione di Umberto Tirelli, fondatore di Tirelli Costumi (una delle sartorie teatrali e cinematografiche più rinomate a livello internazionale).

        Proprio a gennaio al museo Ferragamo si è conclusa una mostra sulle scarpe, dalla zeppa di sughero brevettata nel 1936 alle tomaie in raffia e cellofan e le calzature delle più grandi star di Hollywood – Greta Garbo, Audrey Hepburn e la famosa zeppa multicolore Rainbow realizzata per Judy Garland dopo il successo de ‘Il Mago di Oz’. Inoltre, misurandosi con il mito e con la cronaca, i curatori hanno cercato di interpretare la suggestiva genesi di alcuni celebri scatti d’autore (Beaton, Stern, Barris, Greene) che ritraggono Marilyn in pose ‘classiche’. Hanno confrontato questi ritratti con celeberrime opere d’arte del passato che di quelle pose e di quelle espressioni ne rappresentano la memoria più antica, dal pathos equilibrato dell’Alessandro morente alla Venere di Botticelli.

        Vi è anche a Palazzo della Mercanzia, sempre a Firenze in Piazza della Signoria, il Museo Gucci, l’esposizione permanente dell’archivio Gucci affiancata da una serie di installazioni d’arte contemporanea.

        Spostandoci più a nord, ad Alessandria, ricordo il Museo Borsalino in cui figurano un totale di 2000 modelli, scelti tra i 4000 cappelli d’epoca, esposti negli storici armadi realizzati da Arnaldo Gardella negli anni ’20. Ci sono anche prototipi, campioni di colore, manifesti, filmati e una zona dedicata alle esposizioni temporanee.

        E al Castello Sforzesco di Vigevano? sbaglio o vi è il Museo internazionale della calzatura Pietro Bertolini? Quattro sale e una galleria che ospitano circa 400 calzature (su un patrimonio complessivo di oltre 3000 pezzi). Testimoniano la storia e l’economia di Vigevano e l’evoluzione internazionale della scarpa come oggetto di design e di moda. In questa esposizione le consiglio di non perdersi la scarpa gioiello del 1920 in argento battuto e capretto dorato, le fantastiche creazioni di Manolo Blahnik e Christian Louboutin nella sezione Stile e Design e la scarpa più grande del mondo appartenuta a Shaquille O’Neal nella camera delle meraviglie.

        Sempre in toscana c’è il Museo del Tessuto, a Prato con 6000 reperti, dai tessuti archeologici a quelli ricamati, ma anche campionari, abiti etnici, macchinari, bozzetti e tessuti d’artista.

        Fino ad arrivare a Napoli, con 40 pezzi dal ‘700 ad oggi, macchinari d’epoca e un abito fatto interamente di guanti esposto al Museo del Guanto.

        La aspetto poi a Roma… andremo insieme a visitare la fondazione Micol Fontana con abiti, figurini, schizzi, fotografie, ricami, accessori e i modelli creati per donne celebri come Jacqueline Kennedy, Grace di Monaco, Soraya di Persia, Elizabeth Taylor. Lo sa che è esposto proprio qui il vestito da sposa creato nel 1949 per il matrimonio di Linda Christian, celebrato a Roma, con il famoso attore di Hollywood Tyrone Power?

        Che altro? Ah si.. anche Museo di Storia del Tessuto e del Costume di Venezia.

        Direi che un bel tour in Italia non ci farebbe male…

        Inoltre quello che dice Bramclet sul revisionismo non mi pare così errato…..

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        • Lamberto Cantoni   19 febbraio 2014 at 08:30

          Cara Roberta, a Firenze puoi trovare anche il museo Cappucci. Location meravigliosa. Durante l’ultima visita nelle sale ero solo, i pensionati tristi che dovevano controllare erano spariti, sulle preziose stoffe di abiti unici si vedeva chiaramente una patina di polvere. A Bologna troviamo un museo del tessuto impreziosito da qualche rarità: e’ quasi impossibile visitarlo. Girando per l’Italia, come mi suggerisci di fare,sono convinto che troverei senz’altro tanti altri giacimenti culturali fondamentali come un museo del calzino oppure un museo della mutanda (o pezza da culo, se vogliamo mantenere l’espressione popolare delle origini). Io non ho parlato di mancanza di musei che vagamente rimandino alla moda. Ho detto chiaramente che non abbiamo un museo della moda decente e competitivo.
          Un museo del costume gestito da cariatidi che al solo suono della parola moda sono prese da un attacco di emorroidi, non e’ il museo al quale penso. Certo che abbiamo migliaia di istituzioni che segregano oggetti di valore, ma sembrano fatte perlopiù per respingere il pubblico e dare uno stipendio a personaggi incapaci di comunicarle.
          Al Victoria di Londra, i curator presentano mostre sul punk, sulla moda rock. Prova ad andare a proporre qualcosa di analogo a qualche Museo che hai trionfalmente citato! Ti accoglierebbero a braccia aperte?
          Un museo della moda degno di rappresentare il Made in Italy non esiste perché nel nostro paese la burocrazia più lontana dalla cultura dell’efficacia si annida proprio nei musei. La loro orrenda mentalità avvicinabile a quella dei becchini, respinge sponsores, brand, stilisti e pubblico. Possono operare solo con i soldi dello Stato che quando ci sono vengono regolarmente sprecati dal momento che il rendimento della struttura museale e’ quasi sempre deprimente. Se tu fossi una stilista conosciuta in tutto il mondo prenderesti sul serio un burocrate che vorrebbe segregare il tuo archivio in un luogo incapace di attrarre gente?

          Per quanto riguarda l’altra questione, ammetto che le storie deboli della moda sono sempre a rischio di revisionismi.
          Ma non e’ nel mio stile fare dei processi a delle intenzioni. Harold Koda, il curatore della mostra su C.James e’ noto per la sua preparazione e serietà. Vediamo come presenta l’evento annunciato.
          Di passaggio ti voglio ricordare che su questo grande quanto discusso couturier le operazioni di riscoperta sono iniziate da almeno due anni. Nel 2011 il Chicago History Museum presento’ “Charles James: Genius Decostructed”.
          A maggio di quest’anno, subito dopo la mostra del Met, a Huston, presso la Merril Collection, verra’ inaugurata la mostra: “A Thin Wald of Air: Charles James”.
          Per farla breve, quasi tutti gli abiti più belli del creativo si trovano negli Stati Uniti. E’ in questo Paese che ha trovato la committenza, ed e’ tra Chicago e New York che ha operato. E’ pur vero che James non ha mai rinunciato al passaporto inglese. Ma il suo approccio alla couture non era integralmente europeo. Insomma la questione e’ intrigante e trovo importante che in un modo o nell’altro, venga presentata al pubblico.

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  87. Elisa Miglionico   16 febbraio 2014 at 22:38

    Si ben detto Bramclet, la signora ha proprio un caratteraccio ma penso anche che sia un po’ superficiale definirlo così. Sicuramente rappresenta una persona con una psiche particolare e con un bagaglio culturale notevole, anche se secondo me, siamo ben lontani da figure come Diana Vreeland. La Wintour ha tutto un altro tipo di modus operandi nel mondo della moda nel quale lei rappresenta, a mio avviso, la tagliatrice di teste, la regina di cuori di “Alice nel paese delle meraviglie”. Chi le ha dato questa peculiare onorificenza non si sa ma, sta di fatto, che è capace di stroncare intere collezioni sul nascere come si può ben vedere nel documentario di R.J. Cutler. A prescindere dal fatto che il documentario non entri nei particolari, conferisce una lettura per così dire “all’acqua di rose” del lavoro redazionale e del fashion system che c’è dietro la pubblicazione dell’importante numero di settembre di Vogue America.
    Del documentario mi ha entusiasmato soprattuto, nella parte finale, il racconto del rapporto sinergico tra Grace Coddington e Anna Wintour. Sebbene i loro approcci siano diametralmente opposti, riescono sul finale a trovare quel punto di accordo che permette la buona riuscita di un servizio.

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  88. Greta   23 febbraio 2014 at 16:54

    Credo che Anna Wintour abbia sfruttato in modo molto astuto le voci che hanno accompagnato il film “Il diavolo veste Prada”. Unendo uno stile riconoscibile e inconfondibile con una personalità forte ed apparentemente ben definita è riuscita non solo a riconfermare la forte identità di Vogue America, ma ad estremizzare l’alone mitico che contraddistingue la rivista proprio grazie all’immagine della direttrice stessa. D’altronde si nota dal documentario come per la Wintour non sia necessario comunicare attraverso un contenuto logico, razionale e semanticamente articolato. La direttrice comunica infatti attraverso previ frasi ed espressioni del volto con i collaboratori, esattamente come predilige la comunicazione visiva attraverso le immagini con le sue lettrici. Credo che la fortuna della Wintour e del suo giornale vadano attribuiti alla giusta intuizione della stessa (d’altronde sempre d’intuizione si parla) per cui nella società odierna per arrivare dritti alle persone bisogna trasmettere un’emozione, una sensazione, forte e coerente. Seguendo questa corrente di pensiero la Wintour ha costruito un mondo intorno alla sua immagine in cui l’unica costante è la parte emozionale che trasmette un senso di potere e fermezza, senza il bisogno di giustificare le sue azioni che probabilmente si giustificano nel personaggio stesso della WIntour.

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  89. Caren Z.   23 febbraio 2014 at 19:29

    Confrontando i documentari di Diana Vreeland e Anna Wintour si nota una differenza sostanziale tra i due personaggi. Mentre della prima spicca l’originalità e la genialità, della seconda colpisce soprattutto l’aspetto manageriale. A mio parere risulta eccessiva l’importanza data ad Anna Wintour rispetto alla rivista di cui è direttrice ,“Vogue America” , ed in particolare rispetto ai suoi collaboratori, Grace Coddington ad esempio, in grado di “pensare” e seguire per tutta la realizzazione servizi fotografici carichi di emozione.
    Approvare o bocciare tutte le proposte che le vengono presentate è il lavoro della Wintour ma bocciare servizi fotografici senza darne mai una specifica motivazione è forse l’aspetto che di lei a me piace meno, non sembra mai disposta ad un confronto tantomeno ad una critica.

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  90. Costanza Cipriani   24 febbraio 2014 at 11:09

    Secondo la mia personale opinione, Anna Wintour non ha assolutamente perpetuato la grandiosità della rivoluzione fatta da Diana Vreeland; ha, invece, riportato indietro di qualche passo il concetto di giornale di moda, riportandolo ad un concetto quasi prettamente estetico e commerciale ed abbandonando quasi totalmente l’innovazione e la curiosità, caratteristiche della Vreeland, per una seriosa e schematica progettazione fine solo all’apparire e non all’essere. Sicuramente maestra nel suo ruolo di organizzatrice e di “severa dittatrice”, Anna Wintour mantiene l’eccellenza di uno dei più importanti giornali di moda al mondo, senza però riuscire ad eguagliare la grandezza di Diana Vreeland.

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  91. Maria Bergamaschi   24 febbraio 2014 at 11:27

    The September Issue, è un documentario sulla esperienza lavorativa di Anna Wintour, direttrice di “Vogue America” e di come il mondo della moda dipenda dal suo gusto personale.
    Un atteggiamento schivo e altezzoso che trasmette timore e autorità negli stilisti che si fanno giudicare dal suo sguardo freddo e sincero.
    Forte differenza tra Anna Wintour e Diana Vreeland per l’atteggiamento più manageriale della prima e la creatività geniale della seconda. Vi è anche però una cosa che le accomuna, ovvero quanto il loro sguardo sulla moda rappresenti il suo presente e il suo futuro.

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  92. Giovanni Ercoli   24 febbraio 2014 at 18:17

    Anna Wintour

    “Anna Wintour, soprattutto dopo l’uscita nel 2006 del film di David Frankel “Il diavolo veste Prada“, tratto dall’omonimo best seller scritto da Lauren Weisberger, aveva raggiunto una notorietà di gran lunga superiore alla soglia raggiunta da altre affermate protagoniste dell’editoria della sua generazione.”

    Riprendendo le parole del professor cantoni mi soffermo sul fatto che la notorietà della wintour sia di gran lunga superiore a quella di tante altre redattrici e direttrici di riviste.
    Osservando sia il documentario che il film trovo miserabile la venerazione di una donna cosi perfida e velenosa.
    Sicuramente le sue capacità gli permettono di mandare avanti una delle riviste di moda piu lette del pianeta ma non mi schiero dalla parte dei veneratori, bensì preferisco criticare la sua apparente scarsa umanità nei confronti di colleghi e clienti.
    Un’altra cosa che mi ha colpito è il comportamento di Mario Testino.
    Dopo il servizio a Roma il fotografo si rifiuta di mandare il materiale alla redazione perché non sodisfa il suo estro.
    Bè anche questo mi pare uno scherzo, credo che abbia un po’ perso di vista il suo ruolo principale, Il suo infinito ego giustifica il lavoro svolto a meta.
    Fossi nella Wintour mi INDIAVOLEREI!

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  93. Martina Bader
    Martina B.   24 febbraio 2014 at 23:45

    Una donna affascinante,fredda e determinata che forse vuole far trasparire da questo documentario la sua umanità, in realtà -per me- molto studiata.
    La Direttrice non lascia trapelare se le sue scelte sono casuali e frutto di piccoli capricci che attua solo per affermare la sua immagine di leader o se invece nascono da un sapiente studio dell’immagine e della moda. Interessante all’interno del film è la presenza della”stylist” Grace Coddington che senza darsi troppo tono lavora sodo creando scenari incantati e donando un maggiore grado di qualità alla rivista.
    La Coddington è una presenza fondamentale a Vogue ed è capace di tener testa alla Wintour in modo del tutto personale senza essere aggressiva o polemica ma rivendicando le sue opinioni in maniera ferma e spontanea, tecnica del tutto adeguata per ottenere la stima di un personaggio così complicato e sfaccettato.
    E’affascinante vedere come due donne totalmente diverse tralascino diatribe personali per un bene più grande..quello di Vogue.
    Questo film ci fa sognare facendoci pensare a come sarebbe lavorare all’interno della rivista più famosa del mondo dove la creatività scorre come un fiume in piena e dove bellezza, inventiva ed estro sono all’ordine del giorno; sicuramente con una donna come la Wintour in direzione non sarebbe tutto rose e fiori ma il risultato finale darebbe grandi soddisfazioni.

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  94. Veronica Pagliochini   25 febbraio 2014 at 01:04

    Il film documentario “The September Issue” mostra tutto il lavoro che viene svolto da Anna Wintour e dal suo team per creare il numero di settembre di Vogue America. Tutto ciò avviene con mesi di anticipo e presuppone un lavoro costante di tutti i suoi collaboratori, soprattutto di Grace Coddington direttrice creativa di Vogue America che nel documentario vede spesso rifiutare i suoi redazionali da parte della Wintour. Il ruolo manageriale della Wintour spesso nel film si scontra con quello della direttrice creativa, più fantasiosa e proiettata al lato “emotivo” della moda. Nonostante tutto non mi sento di dire che l’autorevolezza e la fermezza della direttrice di Vogue siano doti negative, semplicemente avrei preferito vedere nel documentario più momenti legati alla creazione dei redazionali della Coddington e meno momenti dedicati alla Wintour e alle sue riflessioni e perplessità riguardo alla rivista.

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  95. MICOL   18 marzo 2014 at 00:08

    Grazie alla sua grande determinazione Anna Wintour, da semplice redattrice di moda, da ben ventidue anni è direttore della bibbia dello stile mondiale: Vogue America.
    Anna Wintour, colei che alle sfilate non mostra lo sguardo e piuttosto preferisce nasconderlo dietro i suoi immancabili occhialoni neri, colei che ha il potere di decretare chi conta e chi no, colei che presenzia ai party e agli eventi per non più di 15 minuti, colei che è stata accusata di prediligere i marchi americani danneggiando quelli italiani.
    Nonostante nutro da sempre grande stima nei suoi confronti e nonostante credo che lavorativamente parlando, sia una donna estremamente capace, dopo aver visto il documentario “The September Issue”, credo che tutte le dicerie sul film “Il diavolo veste Prada” tratto dall’omonimo best seller, rispecchino perfettamente la realtà.
    Non credo che per il ruolo che riveste, sia strettamente necessario essere gentili ed accondiscendenti con tutti ma credo che un briciolo di umanità in più nei confronti di chi le sta intorno, non guasterebbe.

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