Arcimboldo a Tokyo

Arcimboldo a Tokyo

TOKYO – Ortofrutta, fiori, animali, oggetti venivano trasformati dall’artista in allegorie di difetti, passioni, scomponimenti dell’animo umano. Bistrattato dalla critica per secoli, a partire dalla generazione surrealista lo si riconosce come uno degli anticipatori dell’arte delle avanguardie storiche.

“L’arte di Arcinboldo non è stravagante. Resta sempre ai margini del buon senso, sugli orli del proverbio. I principi, ai quali erano destinati questi giochi, dovevano esserne  sbalorditi e insieme trovarne facilmente la chiave; da qui un meraviglioso radicato in proporzioni usuali… Tutto si elabora in uno spazio di metonimie banali”

(Roland Barthes, Arcimboldo)

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Inverno (1572)

Giuseppe Arcimboldo (1527-1593), dopo una fase formativa milanese, nei primi anni dei sessanta del suo secolo, divenne ritrattista alla corte di Vienna quando vi regnava Ferdinando I. Riconosciuto dall’entourage del sovrano come “ingegnosissimo pittore fantastico”, era stato chiamato nel suo ruolo dal principe e futuro imperatore, Massimiliano II, estimatore delle sue doti creative nell’allestire feste che allietavano la vita di corte. Infine, terminò la sua carriera di artista tuttofare al servizio dell’Imperatore, non più a Vienna bensì a Praga, città nella quale l’oscuro è un po’ squilibrato Rodolfo II, salito al trono dell’Impero Germanico nel 1576, aveva trasferito la sua corte.

Le sue opere più conosciute sono l’allegoria delle quattro stagioni, delle quali esistono numerose versioni, dal momento che l’imperatore ne faceva dono ai personaggi di rango che venivano a rendergli omaggio. Possiamo facilmente immaginare quanto apparissero sorprendenti e stravaganti le opere del pittore agli occhi dei suoi contemporanei. Prendete come esempio il famoso ritratto allegorico che fece a Rodolfo II: ispirandosi al dio romano Vertumno, il pittore rappresenta l’imperatore nelle vesti del dio romano delle mutazioni stagionali; i frutti della terra (microcosmo) evocano la forza creatrice (macrocosmo) attraverso la sintesi raffigurata dalla figura di Rodolfi II. Arcimboldo, sapeva dunque trasformarsi anche in colto umanista e nelle sue festose allegorie, Aristotele scendeva dal piedistallo innalzato dai suoi articolati sillogismi per parlare attraverso immagini la cui chiave era facilmente comprensibile.

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Primavera (1563)

Roland Barthes vedeva nella pittura di Arciboldo, un fondo linguistico orchestrato da un tipo di immaginazione poetica che non crea segni, bensì li combina, li permuta, li svia. In altre parole, secondo lo scrittore, le teste composte dal celebre ritrattista, sarebbero narrazioni un po’ ingenue come le fiabe, i proverbi popolari, i motti di spirito. Invece che dipingere cose, Arcimboldo, tramutando parti del linguaggio in oggetti, illustrerebbe descrizioni parlate relative ai temi da sviluppare. In tal modo, conferirebbe alla pittura un simulacro della doppia articolazione del linguaggio naturale. Cosa intendono i linguisti con questo concetto? le frasi che proferiamo possono essere scomposte in parole, e a loro volta le parole sono riducibili in suoni o lettere. Ecco perché parliamo di doppia articolazione del linguaggio naturale. Tuttavia sappiamo molto bene che tra questi due livelli, parole e suoni, esiste una grande differenza. Infatti nel primo che ho elencato riconosciamo unità dotate di senso; nel secondo troviamo suoni (i fonemi) che presi singolarmente non significano nulla.

Le arti visive, secondo l’opinione di Roland Barthes avrebbero invece una sola articolazione, ovvero, un quadro si presenta di solito come un insieme di forme che combinandosi, alluderebbero a significati più o meno stabili (dipende ovviamente dalle forme), rispetto a quelli prodotti dal linguaggio.

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Estate (1572)

Ora, gli oggetti che Arcimboldo sottopone a una sorta di montaggio funzionerebbero come dei primitivi dai quali scaturisce una frase-concetto che produce quel supplemento di senso capace di conferire una identità al soggetto del quadro: dall’oggetto libro al bibliotecario, dal frutto alla silhouette che ci invita a leggervi l’identità figurata dell’ortolano…e così via.

Arciboldo sarebbe dunque riuscito ad avvicinare la pittura alla consistenza strutturale delle nostre lingue. Per esempio, osservate il già citato Bibliotecario (caricatura di Wolfgang Lazlo, storiografo alla corte di Rodolfo II, verso la metà del cinquecento): un libro aperto per i capelli, un altro per il naso, nastri segnalibro per orecchi, una pila di voluminosi tomi per il busto…Abbiamo dunque la scomposizione della testa che procede per forme che sono già oggetti nominabili; questi, a loro volta si scompongono in forme che non significano nulla.

Qualche anno or sono, Palazzo Reale dedicò al grande pittore una eccezionale mostra, pensata dagli organizzatori per strappare l’Arcimboldo alla sua fama di pittore bizzarro e così ricollocarlo nel contesto d’origine, ovvero nella Milano post leonardesca, famosa in Europa per gli oggetti di lusso che esportava nelle corti più importanti d’Europa.

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L’Autunno

La tesi della curatrice di quel grande evento espositivo, Sylvia Ferino, era molto semplice da capire e condivisibile: la chiamata di Giuseppe Arcimboldo alla corte degli Asburgo fu determinata non da circostanze casuali bensì dal suo talento fuor dal comune nell’interpretare numerosi aspetti delle arti visuali che in quel periodo erano richieste dai grandi committenti. La sua abilità nel disegno naturalistico, i suoi ritratti plasmati dalle ricerche della tradizione milanese sull’espressività oltre i limiti della caricatura, la sua irrefrenabile fantasia come allestitore di feste e di cortei, lo predisposero ad interpretare il ruolo di funambolico image makers o creativo ante litteram al servizio degli imperatori asburgici Ferdinando I, Massimiliano II e Rodolfo II. Il suo personalissimo e riconoscibilissimo stile lo consacrarono al successo e alla fama. Tuttavia l’artista fu, per così dire vittima della forte impronta emotiva che imponeva allo sguardo del fruitore il suo modo di interpretare il mestiere di artista di corte. Il successo della sua formula creativa accentrò prevalentemente l’interesse degli storici solo sulle opere ritenute sorprendenti che lo resero immediatamente famoso; il “sorprendente” si trasformò presto in bizzarro e di conseguenza il giudizio di valore sul significato più vasto della sua pittura risultò compromesso. I legami con le sue esperienze artistiche giovanili non vennero mai esplorati dalla critica storica internazionale; la tradizione dalla quale Arcimboldo era emerso venne rimossa o considerata un’esperienza artistica minore. Se leggiamo tra le righe di tanti testi critici blasonati o interpretiamo la cancellazione del suo lavoro su molti testi di storia dell’arte, ne abduciamo l’idea di un pseudo artista specializzato in divertissement ad uso e consumo di committenti illetterati e desiderosi di banali sorprese emotive o di grottesche, mostruose, ludiche  percezioni visive, le cui trovate compositive sembrerebbero create a partire dal contesto ristretto di artisti cortigiani, tutto sommato estranei alla esperienze estetiche dei grandi eroi della nostra tradizione pittorica. Molti storici dell’arte lo considerarono un tipico rappresentante della corrente manierista che dissolse lo splendore estetico del Rinascimento.

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Il libraio (1566)

In realtà, ci suggeriva la citata mostra, le vere fonti ci raccontano un’altra storia. Arcimboldo si formò e portò al culmine del successo una interpretazione dell’atto artistico di scarsa valenza ideologica per i teorici dell’arte del periodo, ma di grande fascino per la committenza aristocratica. A partire da Leonardo, in Milano si diffuse un nuovo modo di utilizzare il disegno e la rappresentazione, che tra la stenografia di un reale caricato di effetti espressivi e il desiderio di visualizzare  l’impossibile, mostro o macchina che si voglia, fece emergere una delle prime avvisaglie di ciò che oggi, dopo le avanguardie storiche, definiamo arte. E’ questa la nicchia culturale dalla quale scaturì la maestria di Arcimboldo.

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L’imperatore Rodolfo II nei panni di Vertumno, il dio dei mutamenti

Per secoli la caricatura, lo scarabocchio non finito, l’interpretazione fantasiosa e grottesca del visibile venne considerata una aberrazione o qualcosa di deplorevolmente minore. Con il novecento l’assiologia che presiede la determinazione dalla valenza del valore della “cosa” artistica cambiò in modo brutale. A partire dalla generazione del surrealismo,  Arcimboldo venne riscoperto e vissuto come il pittore che con una risata materica, de-formata e colorata aveva invecchiato di colpo gran parte della pittura che lo aveva preceduto e che egli stesso all’inizio della sua carriera aveva seguito. Oggi, questo ruolo di innovatore e anticipatore delle pulsioni estetiche della modernità sembra mettere d’accordo la maggioranza dei critici e degli storici. Ma c’è qualcosa nel pittore che contrasta con la dimensione di gioco di gran parte dell’arte novecentesca: in Arcimboldo: l’esperienza visiva ludica non è mai fine a se stessa; le metamorfosi che scaturiscono dal rimescolamento degli elementi naturali non sono un semplice gioco bensì alludono ad un sapere magico che incantava principi e cortigiani. Come scrive elegantemente Barthes, “Così procede Arcimboldo, dal gioco alla grande retorica, dalla retorica alla magia, dalla magia alla sapienza”.

Anche l’attuale mostra di Tokio, che per la prima volta espone al pubblico giapponese le opere del fantasioso pittore, lo presenta nelle vesti di anticipatore delle tendenze artistiche che nel novecento hanno cambiato il modo di concepire il lavoro dell’artista. Le ironiche allegorie di Arcimboldo possono infatti, essere facilmente lette come un elogio della libera creatività dell’artista e del dominio dell’immaginazione. Questo punto di vista tra l’altro permette eccitanti parallelismi con l’arte figurativa e grafica tipicamente giapponese, anch’essa, con i suoi grandi maestri, incline a trasfigurare il reale attraverso narrazioni allegoriche che privilegiano il gioco, la fantasia, l’immaginario.

La mostra:

GIUSEPPE ARCIMBOLDO

Sarà dal 20 Giugno 2017 al 24 Settembre 2017

al
The National Museum of Western Art, Tokyo

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

6 Responses to "Arcimboldo a Tokyo"

  1. Mauri   17 giugno 2017 at 15:27

    Amo Arcinboldo per la sua creatività e per la capacità di assemblare elementi diversi per ottenere un risultato sorprendente. L’articolo di Cantoni mi ha ravvivato l’amore per questo straordinario ed unico artista ed ha arricchito di notizie e considerazioni interessanti l’operato di Arcinboldo. Credo comunque che Cantoni non abbia visto la mostra.

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  2. Luciano   17 giugno 2017 at 18:09

    Anche a me piace Arcimboldo e ho sempre pensato che definirlo come un manierista fosse come sminuirne la fantasia. Faccio fatica anch’io a credere che sia stato a Tokio a vedere la mostra dal momento che apre il 20. A meno che Mywhere non abbia un jet privato da mettere a sua disposizione e sia andato ad una anteprima per la stampa.

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  3. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   18 giugno 2017 at 10:29

    Nessun viaggio. Ho solo approfittato della mostra di Tokyo per celebrare un artista divertente che ancora oggi molti sottovalutano. Devo dire che avendo visitato più volte la grande mostra milanese organizzata nel 2015 durante l’Expo di Milano, ho avuto agio di gustarmi praticamente quasi tutto ciò che è rimasto di Arcimboldo.

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  4. Anna   18 giugno 2017 at 12:43

    Non ho mai considerato Arcimboldo un pittore importante. Penso che fosse più che altro un intrattenitore di corte. Ma la tesi dell’autore sulle sua importanza per l’arte moderna è interessante.

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  5. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   18 giugno 2017 at 15:51

    Vorrei precisare che nel breve scritto dedicato ad Arcinboldo ho specificato che probabilmente ciò che nel cinquecento veniva considerato un divertissement cioè scarabocchi dal vivo, caricature e altro, hanno avuto dopo il romanticismo una importanza crescente per delineare il paradigma dell’arte moderna. Io credo di avere interiorizzato questa ipotesi leggendo Gombrich. Non ho citato il libro dal momento che non potevo fare una ricerca immediata.
    Per quanto riguarda la mostra di Tokyo aggiungo che nell’era del web, relativamente ad eventi espositivi arriva alle redazioni praticamente tutto per poterne dare notizie circostanziate.

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  6. Antonio Bramclet
    Antonio   19 giugno 2017 at 16:16

    Vista l’importanza che hanno gli eventi oggi, direi che Arcimboldo è stato un antesignano dell’arte di suggestionare il pubblico. Come scrive Anna era un grande allestitore di feste. Non trovo affatto strana la contaminazione dell’arte con giochetti visivi, dei quali è diventato un maestro. Se voleva mantenere la posizione di privilegio che aveva presso il monarca, doveva eccitarne la fantasia, il gusto per il mistero. Oggi le sue opere forse interessano più la pubblicità che la storia dell’arte accademica per la quale rimarrà un pittore tutto sommato mediocre.

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