Nel Labirinto della Biennale Arte: il nostro viaggio padiglione per padiglione

Nel Labirinto della Biennale Arte: il nostro viaggio padiglione per padiglione

VENEZIA – Continuiamo il nostro percorso negli spazi della 58′ Esposizione Internazionale d’Arte. Ecco la mia visione di alcuni Padiglioni Nazionali, provenienti da tutto il mondo, che vi illustro qui.

Il cuore storico della Biennale Arte di Venezia è formato dai Padiglioni Nazionali che si raccolgono ai Giardini di Castello dove sono gli edifici fabbricati appositamente per l’esposizione fin dal 1895; spesso sono opera di grandi architetti internazionali e quasi tutti sono stati di recente restaurati. Aumentando le partecipazioni nazionali, alcuni Paesi hanno trovato ospitalità all’Arsenale, nelle Gaggiandre e nel Giardino delle Vergini, ampi luoghi dismessi ma fascinosissimi dove si svolgeva la grande industria navale della Serenissima.

ITALIA

Per spirito patriottico iniziamo dal Padiglione dell’Italia, all’Arsenale. Il curatore Milovan Ferronato, ispirandosi ad Italo Calvino, ha pensato ad un percorso espositivo non lineare, e non riducibile ad una traiettoria prevedibile. Così lo spettatore si trova a scegliere il suo percorso tra molte vie, dove anche le interpretazioni saranno molteplici: lo spettatore viene ad assumere un ruolo attivo in cui è previsto anche il dubbio e l’indeterminatezza. Già, perché a questo punto sono possibili tutti i linguaggi: avendo perso i propri punti di riferimento tradizionali, il mondo non chiede più di essere semplicemente rappresentato. Per visualizzare le ingarbugliate forme della realtà, Calvino elabora l’efficace metafora del Labirinto. Così all’ingresso si rivolge al pubblico il curatore: “Indugiate non abbiate paura: non esiste il perdersi, ma solo il tornare sui propri passi, ed è legittimo: regredire non significa peggiorare. Godete il senso di un tempo dilatato e non abbiate ansia di dover vedere tutto: ogni strada si ricongiunge ad un’altra, ogni scelta è giusta, non esiste una sbagliata. Forse ad un certo punto potreste persino trovare voi stessi…”.

Troviamo il Padiglione dell’Italia molto in sintonia col tema generale della Biennale, i tempi interessanti di oggi, infidi e minacciosi, il Labirinto in cui tutto s’interseca.

Dei tre artisti presenti scegliamo solo Liliana Moro, col suo cane levriero, Anemos, che tenta inutilmente di prendere una foglia trascinata dal vento, o con Capovolto un lampione ribaltato e sospeso a pochi centimetri dal suolo, così da perdere la sua funzione e invitare ad immaginare altri punti di vista e un differente orizzonte. Poi La spada nella roccia, algido emblema, una spada di vetro è affondata in una pietra di vetro: fragilità e forza allo stesso tempo, l’opera ci parla dell’ambiguità del potere.

PADIGLIONE ITALIA

USA

Gli Stati Uniti d’America ci presentano una personale dell’artista Martin Puryear, artista afroamericano con più di cinquant’anni di carriera alle spalle. Scultore dal segno potente, usa materiali tradizionali, i suoi temi ruotano sulle questioni di identità e di cultura. Non a caso il titolo della sua mostra è Liberty/Libertà, tema umano essenziale. In questo caso indaga il modo in cui le forme astratte, comuni, banali del mondo reale posso divenire opera d’arte e trasformare radicalmente le percezioni dello spettatore.

PADIGLIONE USA

POLONIA

Roman Stanczak rappresenta la Polonia col suo Volo, una straordinaria scultura davvero surrealista. Un aeroplano vero però rovesciato, l’interno è fuori e l’esterno è dentro (come rovesciare un calzino). Le ali e il carrello non li vediamo perché sono dentro, mentre vediamo la cabina di pilotaggio e le poltrone dei viaggiatori. La prospettiva è letteralmente capovolta: nelle intenzioni dell’autore questo ‘monumento’ vuole evidenziare la realtà polacca dopo la caduta dell’URSS, con i suoi paradossi di modernità e della recente affermazione del capitalismo.

PADIGLIONE POLONIA

OLANDA

Nel Padiglione dell’Olanda troviamo due artisti Iris Kensmil e Remy Jungerman che esplorano le tradizioni e il passato mettendoli in contatto col presente facendo convergere influenze provenienti da diversi contesti, dal modernismo del XX secolo (Mondrian, De Stijl e l’avanguardia russa) con elementi di altre tradizioni e contesti. Oggi nel mondo globalizzato luoghi e società sono sempre più interconnessi, ma i principi predominanti imposti rischiano di soffocare le rispettive specificità.

PADIGLIONE OLANDA

GERMANIA

Natasha Suder Happelmann nel Padiglione della Germania ha allestito un lavoro plurimo dal senso altamente politico attorno a problemi sociali e culturali per suscitare un dibattito che vada oltre l’aspetto meramente artistico. Performance, istallazioni, suoni, testi, tanti diversi mezzi espressivi per esplorare i temi della cultura, dell’identità e dell’appartenenza. Lo spazio maggiore se lo prende la parte sonora con il coinvolgimento di sei compositori esponenti di diverse tradizioni musicali.

PADIGLIONE GERMANIA

DANIMARCA

La Danimarca per il suo Padiglione si affida all’artista palestinese Larissa Sansour, che ci presenta uno dei più intensi video (un vero film-corto) di questa Biennale. Il film di fantascienza a due canali, In Vitro, ricostruisce una nascosta Betlemme distrutta da un disastro ecologico avvenuto anni prima: una anziana donna costretta in un letto d’ospedale dialoga serratamente con una ragazza destinata ad essere la sua erede. I temi della memoria, del trauma, dell’identità e del senso di appartenenza: la memoria e l’oblio competono l’uno contro l’altro. Storie individuali ed esperienze collettive si intrecciano. Per l’anziana il legame con il passato è essenziale alla sua identità e alla sua precaria esistenza, la conservazione della memoria è la sua sopravvivenza. Per la giovane (si scoprirà poi che è un clone) le memorie ereditarie che s’intromettono nel suo presente sono alienanti ed inquietanti perché sono un ricordo che non è suo.

EGITTO

Il Padiglione dell’Egitto ha ricreato l’antico Egitto con una dorata scenografia da B-movie, ecco allora l’interno fastoso e sacrale di un tempio, una piramide, una tomba. Si sa le antichissime divinità egizie sono depositarie di memorie e oracoli celesti. Passato e presente, antico e moderno, il futuro più lontano e le radici più profonde si mescolano in animazioni grafiche per ribadire l’universalità di alcuni linguaggi, su tutti quello dell’arte.

PADIGLIONE EGITTO

BELGIO

Il Padiglione belga ha conquistato la menziona speciale da parte della giuria della Biennale 2019. L’esposizione si intitola MONDO CANE ed è un progetto degli artisti Jos de Gruyter e Harald Thys. Entriamo in uno sconcertante museo del folclore dove sono ricostruite con automi a grandezza naturale le figure tipiche di un paese fiammingo dei tempi passati. I manichini mimano all’infinito i gesti degli artigiani, del calzolaio, dello scalpellino, del filatore, dell’organista… I movimenti nervosi rasentano la follia che è accentuata dagli sguardi vitrei e spalancati. Questo piccolo mondo antico è affiancato da celle di contenzione, vere galere con tanto di possenti sbarre. Qua stanno rinchiusi automi molto realistici di pazzi, criminali, zombi, teppisti, poeti tutti emarginati perché psicotici e fuori dalle regole del vivere “civile”. Uno stesso mondo diviso in due, ma accomunato dalla stessa follia più profonda. E’ una visita davvero perturbante che inquieta e disturba, ma sicuramente affascina.

PADIGLIONE BELGIO

BRASILE

Swinguerra è il titolo del film a due canali presente nel Padiglione del Brasile, progettato e diretto dal duo Barbara Wagner e Benjamin de Burca. Una musica dal ritmo travolgente conduce le danze di gruppi di giovani brasiliani dalle connotazioni sessali piuttosto liquide che si preparano e si allenano con serietà negli spazi dedicati allo sport nella periferia della loro città Recife. La danza e tutto quello che comporta diventa un’esperienza di identità e una denuncia sociale.

Il Padiglione del Brasile

GHANA

Finiamo, per ora, col Padiglione del Ghana, per la prima volta presente alla Biennale. Sei artisti appartenenti a tre generazioni diverse testimoniano le conseguenze della libertà conquistata dal paese africano dal 1957. Vogliamo ricordare solo i ritratti della pittrice Lynette Yiadom-Boakye densi e pastosi, e soprattutto le grandi voluttuose istallazioni di El Anatsui che costruisce con piccoli oggetti di scarto come i tappi corona e le capsule metalliche delle bottiglie un tessuto fastoso che assume una dignità preziosa.

Il Padiglione del Ghana

Photo  MyWhere©

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Silvia Camerini Maj

Laureata alla Alma Mater – Università di Bologna DAMS con una tesi sulle prime edizioni della Biennale di Venezia. Curatrice di esposizioni di arte moderna del Novecento e antica.  Direttrice editoriale di collane per teatri di prosa e d’opera in Emilia Romagna e a Roma. Pubblicista nel settore della cultura (con predilezione per arte, musica, teatro, danza).
Silvia Camerini Maj

One Response to "Nel Labirinto della Biennale Arte: il nostro viaggio padiglione per padiglione"

  1. Lamberto Cantoni
    Lamberto   7 giugno 2019 at 18:21

    Tristissimo il padiglione belga. Preferisco l’energia degli artisti africani. Per quanto riguarda l’Italia più che alla metafora del labirinto di Calvino, mi fa pensare al caos, al disordine dei linguaggi artististici. Il labirinto è pur sempre una struttura razionale che presenta una via d’uscita (difficile da trovare, ma pur esistente). Al caos ti devi adattare, convivere con il disordine, l’incertezza, il caso…

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