Brian Duffy. Il fotografo che non voleva amare la moda

Brian Duffy. Il fotografo che non voleva amare la moda

Brian Duffy, nato nel 1933, scomparso nel 2010, non ha ancora trent’anni quando insieme a Terence Donovan (1936) e David Bailey (1938) diventa uno degli image makers più quotati dei cosiddetti Swinging Sixties.

Dopo aver studiato arte e moda, inizia il suo apprendistato presso Adrien Flowers, fotografo professionista abbastanza noto nell’ambiente dell’advertising londinese.

Brian Duffy
Brian Duffy

Insieme ai colleghi citati, dopo le prime timide apparizioni sull’edizione inglese di Vogue, cominciò a randellare lo stile tradizionale delle immagini di moda, con foto sempre più libere da schemi precostituiti; immagini che citavano in modo inconsapevole l’immediatezza della televisione (che in proprio in quel decennio stava trasformandosi in un fenomeno di massa) e la freschezza a volte indigesta delle riprese en plein air. Brian Duffy aborriva la teatralità, la foto in studio, il ritratto senza sbavature, la pretesa del fotografo di cogliere l’essenza del soggetto, la foto artistica. Viveva la fotografia in modo nomade e selvaggio, preferendo creare situazioni dinamiche che davano alle riprese quel margine di incertezza che in brevissimo tempo divenne il marchio di fabbrica dello stile visuale anti-moda degli anni sessanta, gli anni delle rivoluzioni annunciate, della gioventù al potere, del sex appeal diffuso.

MensReverie Brian Duffy
MensReverie Brian Duffy

Non so se si può dire, come sostengono in molti, che Brian Duffy inventò le stile documentario per la fotografia di moda. Sarebbe come se ci dimenticassimo dell’esistenza del grande Martin Munkacsi, il cui stile da reporter sportivo piacque tantissimo a Carmel Snow, l’Editor di Harper’s Bazaar, all’inizio degli anni trenta. Per non parlare del grande Richard Avedon e dei suoi meravigliosi reportage di Alta Moda fatti per le vie di Parigi, fin dall’inizio degli anni cinquanta.

Preferisco pensare che, prendendosi più libertà espressiva, anche a costo di inevitabili imperfezioni, Duffy creò l’illusione di una nuova ondata di energia che si spalmava in tutte le sue foto.

Vogue Firenze 1962 2© Duffy Archive
Vogue Firenze 1962 © Duffy Archive

Rispetto allo stile dissacratorio di un William Klein o alla mostruosa perfezione formale di Avedon e di Penn, i giovani fotografi conosciti come The Terribile Trio (Duffy, Donovan, Bailey: così li definì il Sunday Times all’apice del loro successo), sperimentavano la trasduzione nel linguaggio della fotografia della spontaneità, dell’effetto non studiato di una idea, della gestura bizzarra, dell’espressione carica di energia vitale.

Ecco perché quando Duffy faceva foto di moda, l’allure e il fascino delle sue immagini poteva sembrare qualcosa di mai visto prima.

Duffy

D’altronde, per emergere, la generazione di fotografi poco più che ventenni negli anni cinquanta doveva per forza liquidare la compostezza formale di John French, Norman Parkinson e Cecil Beaton (i tre fotografi di moda inglesi più famosi del periodo). La loro maestria, la padronanza tecnica che esibivano in ogni scatto, non era facilmente emulabile. Ma se il loro stile si fosse improvvisamente dimostrato inadeguato a catturare le energie vitali della moda, allora tutto il loro sapere visuale si sarebbe dissolto come neve al sole. Forse esagero un po’, ma negli anni decisivi tra la fine dei cinquanta e la prima parte dei sessanta, il gusto dei fashion editor cambiò. Divenne fondamentale incapsulare in una immagine qualità espressive tipicamente giovanili. E’ ovvio che in quei giorni se paragonati a Duffy i grandi interpreti della foto di moda inglesi citati sopra non potevano che apparire in po’ troppo conformisti. I giovani fotografi non avevano nulla da ridire sulla loro capacità di controllare la forma attraverso una tecnica magistrale, ma l’avanguardia è un’altra cosa, ricordavano agli esperti di turno. Dal canto loro, gli esponenti del The Terrible Trio, rafforzarono queste convinzioni partecipando attivamente alla vita dell’avanguardia culturale e modaiola. In breve, divennero delle vere e proprie star mediatiche. Per certi rispetti erano più famosi dei personaggi famosi che fotografavano. Forse con loro, per la prima volta il fotografo di moda diviene una sorta di trend setter generazionale, al quale veniva attribuita la capacitazione a raffigurare lo spirito del tempo ovvero il mutamento delle mode. Ma, visti con il senno di poi, penso che la spiegazione del loro travolgente e immediato successo era tutto molto più semplice: erano giovani che lavoravano con altri giovani per magnificare un nuovo prodotto che si chiamava giovinezza. E’ nella logica della situazione, in questi casi, che prevalga il senso di novità rispetto la percezione dell’ordine; è nella logica della situazione che si attribuisca maggiore valore a ciò che colpisce, a ciò che emoziona, rispetto alla dimensione funzionale o al rispetto delle codifiche di genere.

Alinari presenta Brian Duffy il genio fotografico
Alinari presenta Brian Duffy il genio fotografico

Brian Duffy era il più intellettuale del The Terribile Trio. Nel 1950 studiò pittura alla St Martins School of Art. Ma quasi subito fu attratto dall’avvenenza delle ragazze che nella stessa scuola studiavano fashion design e cambiò corso di studi. Si ritrovò ad essere uno stilista e cominciò a lavorare per Victor Stibel, l’allora couturier della principessa Margaret, con sede in Bruton Street. Tuttavia lo stile aristocratico e la convenzionale teatralità della moda di Stibel non lo appassionavano. Prese quindi in seria considerazione l’idea di andare a Parigi presso Balenciaga. Ma poi preferì impegnarsi come illustratore presso Harper’s Bazaar. In questo contesto maturò il suo interesse per la fotografia. In alcune pagine autobiografiche pubblicate qualche anno fa nel libro/catalogo della mostra organizzata Firenze (Museo Alinari), Duffy ricorda con queste parole l’inizio della sua attività di fotografo:

“So I went out and got a job as an assistant with a photographer called Adrian Flowers, who had four assistants of which I was the fourth! It was very exciting, we talked philosophy and photography ad nauseum, and from the first day of photography I thought, ‘Shit, this is the game. This is it. This is for me” (pag.14).

Per quanto ci è dato sapere, l’impatto che ebbe Flowers su Duffy fu di duplice natura: ovviamente rese coscienti al giovane allievo i fondamenti della fotografia commerciale, ma fu anche un professionista che rispettava l’autonomia dei suoi assistenti più talentuosi. Da parte sua Duffy apparteneva a quella giovinezza che verso la metà degli anni cinquanta mise in discussione praticamente tutto e contribuì al più grande cambiamento sociale, nel più breve tempo mai visto nella storia umana. Ciò che oggi definiamo frettolosamente anni sessanta in realtà cominciarono nel 56/57 per terminare la loro spinta propulsiva poco prima del 68’. Duffy e i suoi colleghi citati avevano un atteggiamento molto più aggressivo di quanto le loro immagini raccontassero.

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Non sopportavano l’adorazione del femminile, elevato ad arte di grandissimi fotografi come Beaton e Parkinson. Detta come vuol detta, consideravano contaminato dall’omosessualità il taglio fotografico da essi imposto sulle riviste. E reagivano contro lo stile affettato delle immagini della moda teorizzando una pratica fotografica molto on the road e rigorosamente priva di effetti teatrali. Le loro immagini pubblicate apparivano brutali, improvvisate, bizzarre ma anche vere e cariche di energia.

Parte del successo delle foto di moda di Duffy, appartiene alla nuova generazione di modelle che proprio in quel periodo conquistarono le copertine. Ragazze come Jean Shrimpton, Paulene Stone, Enid Boulting, Twiggy, Penelope Tree recitavano benissimo il ruolo di ragazze reattive, ironiche, previsto dal gioco di emozioni che i giovani fotografi introducevano nel campo fotografico. L’eccitamento dovuto ad una percepibile tensione sessuale, rappresenta il marchio di fabbrica più evidente dei giovani fotografi londinesi di quel periodo. Grazie a questa tensività introdotta nel rapporto tra fotografo e modella, seppero configurare una nuova dimensione del sex appeal fotografico, subito utilizzato dalle riviste di moda per cavalcare le attese della liberazione sessuale che stava animando le donne di tutto l’Occidente.

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Nel 1961 Duffy andò a Parigi alla corte di Hélène Lazareff e di Peter Knapp, rispettivamente direttrice e direttore artistico di Elle, rivista in quel momento al culmine del successo. In questi anni Duffy fece il suo migliori lavori per la moda, riuscendo ad interpretare benissimo il passaggio dalla couture al pret à porter, interpretando in modo suggestivo l’esibizionismo spettacolare ad uso e consumo della piccola borghesia, per la prima volta al centro dell’attenzione dei mass moda.

Verso la fine dei sessanta Duffy si trovò ad essere uno dei fotografi più richiesti sul mercato ma la sua notorietà si impennò quando ricevette l’incarico di creare le immagini per il calendario Pirelli. Il suo soft porn sadomaso ebbe un grandissimo successo e gli aprì le porte dello star system; le sue foto di David Bowie furono unanimemente considerate tra i migliori ritratti degli anni settanta.

David Bowie fotografato da Brian Duffy
David Bowie fotografato da Brian Duffy

La foto d’advertising lo vide protagonista anche se con il cinismo che lo contraddistingueva Duffy sembrava disprezzare il lavoro che gli assicurava il successo economico. Nel libro catalogo della citata mostra fiorentina leggiamo: “In the end I guess I was the ultimate prostitute. I felt like I was on the game, because I had no respect for the people who were giving me work”.

Sembrano parole improntate al romanticismo del creativo che vive come fosse puro veleno le contaminazioni con la mercificazione del proprio lavoro. Oggi ci appaiono parole scontate, forse un po’ ipocrite. Ma non dobbiamo dimenticare che la generazione di Duffy credeva veramente fosse possibile non far parte del sistema e al tempo stesso fotterlo con la sua complicità, portando agli eccessi il suo linguaggio, i suoi miti. Questa credenza ha plasmato la mentalità di tutti i protagonisti degli anni decisivi della decade dei sessanta fino al ‘68, un breve arco di tempo nel quale praticamente tutto è cambiato. Per rimanere nel campo della fotografia, in quel periodo, si può senz’altro dire che nessuno come Duffy abbia saputo interpretare la resilienza al conformismo che come un ospite indesiderato accompagnava l’incitamento a cambiare. La sua strategia si appoggiava ad un situazionismo spontaneo centrato sulla deviazione compatibile, sul differimento calcolato (faccio finta di seguire le indicazioni del cliente ma in realtà lo porto su un terreno nuovo). Ad certo punto la sua resilienza terminò. L’ansia di tagliare tutti i ponti con un passato che lo irritava divenne irriducibile. Raccolse tutti i suoi negativi e li incendiò.

Forse pensava di poter ricominciare percorrendo strade nuove. O forse semplicemente non sopportava più le immagini della moda e il circo mediatico intorno ad esse. Mi piace immaginare che non sopportasse più di essere famoso per qualcosa in cui non credeva. Anche se ho il sospetto che, le onnipresenti droghe, infedeli compagne del sogno di libertà della giovinezza ribelle di molti dei protagonisti creativi degli anni sessanta, abbiano alla fine avuto la loro responsabilità. Comunque sia andata, la follia di quel gesto radicale ci ha privato di un eccezionale repertorio d’immagini in uno dei momenti leggendari della moda e del costume del novecento. Ma per fortuna non ha cancellato completamente le foto che lo hanno reso celebre, foto ammirate nella bella mostra presentata a Firenze, che è rimasto sinora l’unico evento espositivo organizzato in Italia, utile per ammirare la sua avventura creativa e professionale.

Photographer Brian Duffy Caine
Photographer Brian Duffy Caine

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Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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3 Responses to "Brian Duffy. Il fotografo che non voleva amare la moda"

  1. Sissas   27 maggio 2015 at 10:27

    A me Duffy non sembra così terribile. Non sarebbe ora di farla finita con il giornalistese?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   28 maggio 2015 at 17:36

      Non hai tutti i torti. Duffy, Bailey e Donovan divennero in tempi brevissimi i beniamini della stampa inglese. Erano giovani, belli, famosi e irriverenti. Io credo che il loro stile di vita molto cool venisse proiettato dai commentatori sulle immagini di moda che producevano, dando ad esse una significazione forse più trasgressiva di quanto le foto in realtà esibivano.
      Tuttavia devi fare uno sforzo per contestualizzare il loro lavoro. Paragonato alle immagini della generazione di fotografi un po’ più stagionati, presentano evidenti novità formali ed espressive. Il giornalistese probabilmente li ha mitizzati, ma sarebbe ingiusto non riconoscere il loro impatto storico.

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  2. Roberto   1 giugno 2015 at 18:01

    Questo Duffy non lo conoscevo. Ma era chiaro che negli anni sessanta fotografi come Beaton erano superati. Chi meglio di un giovane può catturare l’essenza della giovinezza, così importante per la generazione che ha imposto la rivoluzione degli stili di vita!

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