Burkini

Burkini

Il costume da bagno islamico è stato uno dei tormentoni di fine estate 2016. Attraverso un metalogo riscopriamo le passioni polarizzanti che un semplice indumento ha generato tra la gente.

 

22 Agosto 2016. Il gruppo di amici che vi ho presentato nei metaloghi già pubblicati si trova a Cannes in vacanza. La giornata è splendida. Il richiamo della spiaggia e del mare irresistibile. Dopo un lungo bagno, sdraiati al sole, silenziosi e raccolti nei propri pensieri, guardano il paesaggio umano che affolla lo stabilimento. Minnie tiene un libro chiuso sulle gambe, Suzy litiga con gli occhiali da sole che sembrano non trovare la posizione giusta, Sissy smanetta velocissima il cellulare, Johnny sembra incantarsi guardando il via e vai di bagnati che passeggiano ai bordi del mare…

 

Johnny Scorreggia: Ehi! Guardate quella!

 

( Una donna completamente ricoperta da un burkini passa a pochi metri. Si ferma, accarezza con un piede l’acqua e si dirige verso il mare leggermente increspato da innocue ondiciattole. Quando l’acqua raggiunge le ginocchia si ferma e solo allora rivolge uno sguardo alle centinaia di occhi che la scrutano…)

 

Sissy: Curvyssima! Scommetto che non si depila. Come farà con il sudore? Che schifo!

 

Suzy: Chissà se è un burkini di Aheda…

 

Sissy: E chi è?

 

Suzy: Aheda Zanetti. La stilista che ha inventato il burkini… Mi pare che sia australiana ma di origini libanesi. Credo lo abbia lanciato sul mercato da da po’, ma praticamente da noi se ne parla solo da questa estate…

 

Minnie: Aheda ha cominciato a venderlo nel 2005/06, credo. Lo ha ideato pensando alle ragazze musulmane osservanti che amavano frequentare spiagge e piscine… Sei religiosa ma ti piace nuotare? Eccoti il burkini cioè una specie di top con cuffia incorporata, fatto con tessuti idrorepellenti, indossato sopra calzoni elasticizzati…Praticamente si vedono solo le mani e i piedi. Una genialata!

 

Johnny Scorreggia: Cazzo! Però con quello che stanno combinando i terroristi islamici in Francia era inevitabile che il burkini finisse nel mirino. È da un mese che sui giornali e in TV non si parla d’altro. Praticamente ogni giorno opinionisti, filosofi, politici, gente famosa dicono la loro e i giornalisti sono ben felici di dedicargli pagine intere anche se, sotto sotto, di “fatti” o di vere notizie c’è quasi nulla.

 

Sissy: Nientefatti” dici? Nel senso che nessuna terrorista si è mai fatta esplodere mentre prende il sole?

 

Minnie: Ti pare che il burkini possa essere utile per nascondere delle bombe? Non dire cazzate!

 

Johnny Scorreggia: Dipende dove le infili…

 

Minnnie & Suzy: Ha! ha! ha!…Come sei spiritosooo.

 

Sissy: Veramente ieri sera mia madre, parlando al telefono di oggi cioè che sarei venuta in spiaggia, mi ha detto che in TV hanno dato la notizia che in Francia il burkini era stato proibito…

 

Minnie: La mamma drammatizza e generalizza sempre! Non è tutto vero quello che ti ha detto. Ci sono alcuni sindaci che hanno fatto delle ordinanze per proibire il burkini. Ma sono una piccola minoranza…

 

Johnny Scorreggia ( indicando un gruppo di poliziotti che stanno per raggiungere sulla battigia l’islamica inburkinata): Beh! Saranno pure una piccola minoranza ma forse questa spiaggia ne fa parte. Vediamo come si comportano quelli…

 

(I tre poliziotti, due uomini e una donna, giunti a pochi metri dalla islamica si fermano e la guardano indecisi sul da farsi. Poi la vigilessa le fa cenno con un gesto della mano di uscire dall’acqua. La spiaggia si fa silenziosa. Persino i pestiferi bambini sembrano all’improvviso devitalizzati. L’islamica muove la testa da una parte e dall’altra. La poliziotta continua a parlarle indicando ogni tanto qualcosa aldilà della spiaggia. Il cartello che riportava il divieto, pensano tutti. L’islamica allargandole, lascia cadere le braccia. I due poliziotti si guardano a ripetizione la punta degli anfibi. Improvvisamente tra i bagnanti qualcuno urla – Retour dans votre pays!-. Un crescente mormorio diffuso copre il regolare andamento sonoro delle onde del mare. Una signora attempata grida – Rend-nous service á tous…Va-t’en -. Alle spalle del gruppo di amici una voce cattiva incalza i poliziotti – Bon, laissez-les…-. Qualche bambino comincia strillare. La vigilessa ora sembra preoccupata. Scambia un rapido sguardo con i colleghi, dice qualcosa all’islamica e poi subito il gruppetto scala il leggero declivio sabbioso che dalla battigia porta fino alle strutture balneari. Da lontano gli amici possono vedere il foglietto della contravvenzione che passa dalle mani della vigilessa a quelle della intimidita islamica).  

 

Minnie: Una scena disgustosa. Cosa aveva poi fatto di male? Questa è pura paranoia!

 

Sissy: Un divieto è un divieto…

 

Johnny Scorreggia: Sì certo. E una cogliona è una cogliona. E vai con le tautologie!

 

Sissy: Cos’è tautologia?

 

Johnny Scorreggia: È la figura retorica preferita dagli stupidi…

 

Sissy: Tu stupido…e stronzo…

 

Minnie: Ehi! Basta! Non cominciate… Io penso che i francesi abbiano problemi più seri del burkini. Come cazzo faranno dei sindaci e dei ministri addirittura, a fissarsi su tradizioni fasulle, completamente inventate, trasformandole, con i loro divieti, in simboli pericolosi…

 

Sissy: Come completamente inventate? Ma se sono secoli che le islamiche si inburkano! Perché dovremmo accettare che in casa nostra ci siano gruppi di esaltati che costringono le loro donne a buttarci in faccia un simbolo di inferiorità femminile…

 

Minnie: Guarda che Maometto non ha scritto da nessuna parte del burkini…

 

Johnny Scorreggia: Che scoperta! L’invenzione dell’abbronzatura è recente. Nei deserti islamici il sole fa male e l’acqua è preziosa. Non si facevano piscine ma abbeveratoi per cammelli..

 

Minnie: Allora? Non dovrebbe essere prevalente da noi il principio di libertà? Se una donna crede in una religione che proibisce l’esibizione del corpo femminile non ha il diritto di coprirlo anche in non-luoghi che non potevano essere previsti dal profeta?

 

Johnny Scorreggia: La libertà è importante se non si trascura l’uguaglianza…Se per esibire la tua presunta “libertà” vai in culo ai miei valori, qualche problemino io ce lo vedo! Se ostenti simboli che alludono allo stile di vita promosso da mentalità terroristiche, vai in cerca di guai. Avete visto la reazione della gente? Quella donna è semplicemente scema. Dovremmo fare come da loro. Zac, zac zac cinque frustate, altro che multe…

 

Sissy: Possiamo considerare le islamiche donne libere? Ma fatemi il piacere!

 

Minnie: Ehi! Sapientoni! Siamo in Francia, non tra le tribù del deserto! Siamo in Occidente e da noi le scelte di come abbigliarsi sono libere. Difendiamo meglio i nostri valori evitando sciocche vendette o rappresaglie…non si dovrebbero fare ordinanze di questo genere sull’onda emotiva della gente!

 

Suzy: Quindi cosa dovremmo fare? Accettare l’invasione di gente che sfrutta la nostra ospitalità e chinare il capo di fronte alla loro arroganza? Ma secondo te se ora io stessi passeggiando per Teheran o a Baghdad vestita con le mie minigonne, simbolo della mia libertà, cosa succederebbe?

 

Minnie: Cosa c’entra Baghdad? Siamo in Francia! Per quella ragazza il burkini poteva essere la sua libera scelta. Cosa ne sappiamo?

 

Suzy: Secondo te il burkini è un segno di appartenenza all’Islam oppure no?

 

Minnie: Ovviamente sì!

 

Suzy: Ti risulta che nei paesi mussulmani le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini?

 

Minnie: Certo che no!

 

Suzy: Come fai a parlare di libera scelta quando l’invadenza e l’ossessione nei confronti delle donne di quella religione, non permette a nessuna di loro di scegliere?

 

Minnie: Noi però possiamo scegliere. Per esempio possiamo scegliere di essere tolleranti.

 

Suzy: È allora dimmi fino a che punto possiamo essere tolleranti con chi non vuole esserlo? Fino a che punto si può tollerare chi non vuole integrarsi?

 

Minnie: Non sarebbe più conforme al nostro stile vita considerare il burkini come una nuova possibile moda? Forse passeggera è inopportuna. Ma voi pensate che nel recente passato le donne occidentali non abbiano mai portato il velo?

 

Johnny Scorreggia: Certo che lo portavano, ma più per civetteria che per marcare il loro asservimento…

 

Minnie: Questo lo dici tu. Per quanto ne so io, fino a qualche generazione fa anche le donne occidentali subivano gravi costrizioni. Suffragette, femministe, post femministe per cosa hanno combattuto? Comunque per rimanere al qui e ora chiedo a Suzy: ti ricordi di Suor Venusta, quando passammo i nostri primi sei mesi a Firenze in quel convitto gestito da suore?

 

Suzy: Certo che mi ricordo! Ci chiuse fuori tutta la notte la stronza! Eravamo in ritardo e anche un po’ ubriache. Però ci siamo divertite un sacco. La mia prima notte bianca. Che mal di testa il giorno dopo!

 

Minnie: E la cazziata dei nostri genitori? Un’altra telefonata del genere e, mi disse mio padre, sarei andata a rammendare i calzini delle infermiere dell’ospedale che dirigeva, altro che stilista! Ma non era questo il discorso…Prova a immaginare se Suor Venusta fosse qui con noi. Secondo te avrebbe il tanga che indossa quella rossa là…

 

Johnny Scorreggia: Ehi! Non toccatemi la rossa…

 

Sissy: A me sembra un po’ cellulitica…

 

Johnny Scorreggia: Di certo non ha un culo invisibile come il tuo…

 

Sissy: Invisibile sei tu. È da quando siamo in spiaggia che la guardi come un vampiro e lei non ti caga…

 

Minnie: Con voi due è impossibile parlare seriamente…Hai sentito Suzy? come sarebbe vestita Suor Venusta se fosse venuta in spiaggia? In bikini? In tanga?

 

Suzy: Certo che no! Ci sarebbe voluto un tanga come quello dei lottatori di samo..

 

Johnny Scorreggia: Di sumo…Lottatori di Sumo…

 

Minnie: Non fare la scema, sai benissimo cosa voglio dire..

 

Suzy: Il paragone non regge. Lei era una suora, l’islamica era una qualunque.

 

Minnie: Io non vedo che differenza faccia…

 

Suzy: Le suore donano il proprio corpo a Dio…

 

Minnie: E le mussulmane credenti no?

 

Suzy: Io prima sentirei cosa hanno da dire i loro uomini…non credo che il loro corpo sia solo di Allah.

 

Johnny Scorreggia: Hai ragione Suzy. Gli uomini le obbligano a uccidere in se stesse ogni desiderio, le obbligano alla non esistenza pubblica appellandosi alla legge coranica. Ma in privato scopano come dei ricci…Basta guardare a come sono numerose le famiglie mussulmane…

 

Sissy: Perché come dei ricci? Hai mai visto un riccio farlo?

 

Johnny Scorreggia: Non rompere. È solo una metafora…

 

Sissy: Se non sai come lo fanno i ricci, è una metafora demenziale…Non significa nulla!

 

Johnny Scorreggia: È un modo di dire scherzoso che si usa spesso nelle chiacchiere in libertà tra uomini. In effetti non mi sono mai chiesto da dove venisse la metafora…Io l’ho sempre enunciata per dire molto e in fretta. Però, adesso che mi ci fai pensare…Prova a immaginare due ricci che si accoppiano infilandosi, per forza, le spine uno con l’altro…Insomma per loro è impossibile non pungersi…ahi!ahi!ahi! E intanto si dimenano furiosamente per finire in fretta…

 

Sissy (dimenandosi sulla sabbia): Riccio, Riccio delle mie brame metti le spine nel mio reame…Ahi!ahi!ahi!

 

Minnie: Siete entrambi disgustosi! Conversare con voi è un incubo… Solo dei dementi possono passare dal burkini a come scopa un riccio…

 

Sissy: Uffi! Con te non si può mai scherzare. Per me il burkini è un totale non senso! Punto.

 

Johnny Scorreggia: Uh! La principessina si è arrabbiata. Sentiamo il perché il burkini è un totale non senso

 

Sissy: Burkini nasce dalla fusione tra burka e bikini, o no!

 

Suzy: Bella scoperta! Oramai lo sanno tutti…

 

Sissy: Burka significa un indumento che ricopre tutto il corpo, o no!

 

Johnny Scorreggia: E allora?

 

Sissy: Cosa c’entra il Burka con il bikini che significa esattamente il contrario?

 

Minnie: Non ho capito cosa vuoi dire?

 

Johnny Scorreggia: Beh! Sissy non ha tutti i torti. Quando Rèard nel 1946 lanciò il bikini, nessuna modella voleva indossarlo. Fu costretto a scritturare una spogliarellista per pubblicizzarlo. Ci vollero una decina di anni per farlo accettare dalla gente comune e dalle istituzioni. Ho visto molte foto di scene simili a quella di oggi, dove poliziotti o guardie multavano donne che l’indossavano accusandole di oscenità…

 

Minnie: Questo significa che abbiamo lottato e ci siamo evolute. In una società democratica le mode difficilmente si fermano con le leggi. Si possono ritardare ma non rimuovere. Ma cosa c’entra con il significato di burkini? È’ semplicemente un Burka da spiaggia.

 

Sissy: Sì lo so, tu usi la parola così. Ma è altrettanto vero che Burka significa che il corpo non si deve vedere mentre bikini significa fare vedere il massimo del corpo. Per me fondere le due parole è un non senso.

 

Suzy: Aheda è stata abile. Ha messo insieme due parole esplosive riferendole a un oggetto rassicurante. Il burkini come cosa d’abbigliamento ha ben poco di veramente trasgressivo. L’esplosività è tutta nel nome…

 

Sissy: Io non ho detto che è una parola esplosiva, ho parlato di non senso e aggiungo di ipocrisia. È come se l’inburkinata ci dicesse nello stesso tempo che si copre e denuda.

 

Johnny Scorreggia: Sissy, le parole non ricoprono le cose in modo semplice. Suzy voleva dire che il burkini ha un significato ambivalente. È al tempo stesso un simbolo di osservanza religiosa, ma è anche trasgressivo come il bikini. Bisogna capire il perché…

 

Sissy: Diccelo tu il perché! Io non ci arrivo…

 

Johnny Scorreggia: Rèard voleva fare un costume da bagno minuscolo. Il più minuscolo in circolazione. Quando si pose il problema di come chiamarlo, dal momento che prima non esisteva, sapendo quanto sono importanti i nomi che diamo ai prodotti per il loro successo, prese spunto dagli esperimenti sulle bombe atomiche fatte esplodere nell’atollo che si chiamava Bikini. Lo stilista sapeva che il micro costume avrebbe dato scandalo e provocatoriamente lo associò alla bomba più potente in circolazione. Tieni conto che in quegli anni di guerra fredda gli esperimenti nucleari avevano la prima pagina di tutti i giornali, l’occidente e il mondo comunista facevano a gara su chi aveva gli ordigni più distruttivi, la gente era traumatizzata dal rischio di finire vaporizzata, si costruivano rifugi atomici. Il Burka, da parte sua, è un indumento innocuo ma è associato alla possibilità di favorire l’esecuzione di atti terroristici e di impedire l’identificazione del soggetto che l’indossa. Quindi hai ragione a dire che Burka è bikini sono oggetti dal diverso significato, ma entrambi sono connessi a un fascio di contenuti che trasformano l’unione delle due parole in un segno stracarico di passionalità…

 

Minnie: Quindi secondo te, il senso profondo di burkini è fatto di un tessuto essenzialmente emotivo, che intreccia il timore di bombe che potrebbero scoppiare e dall’evocazione di bombe atomiche già scoppiate…

 

Johnny Scorreggia: Detto così non suona bene…

 

Minnie: Guarda che hai detto proprio questo! E per me stai, come al solito, esagerando. Io in burkini ci trovo molta ironia, un desiderio di sdrammatizzare il Burka. La moda è importante anche per questo…spesso, gioca anche con le parole…

 

Sissy: Per esempio…

 

Minnie: Vediamo, vediamo…Casual-chic! Avant-garde! Street style! Glamour-punk…Nella moda oggi tutto si fonde con tutto. Perché le parole che usa dovrebbero fare eccezione?…

 

Sissy: Sarà così! Ma io nel burkini tutta questa leggerezza non la vedo…e poi la mia professoressa preferita ci raccomandava sempre di rispettare le parole, altrimenti le cose avrebbero perso i loro contorni, e le cose senza contorni non sono più cose ma caos…diceva.

 

Minnie: Le cose ci sono e restano lì, le parole volano via subito. Il Burkini che agita la gente è solo una parola male interpretata.

 

Suzy: Non fare l’ingenua Minnie, sai benissimo che la moda fa le sue guerre non solo con gli abiti o le immagini, ma anche con le parole…

 

Minnie: Ma sono guerre innocue…

 

Suzy: Visto il casino creato dal burkini, non mi pare che la guerra semantica che si è scatenata sia proprio completamente innocua…

 

Minnie: Ma sono le chiacchiere dei media a complicare tutto, trasformando una cosa innocua in una parola putiferio internazionale…Parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi

 

Sissy (rivolgendosi a Suzy): Mia sorella ha preso un colpo di sole. Ora canta…

 

Suzy: No! è il testo di una famosa canzone di Mina…

 

Sissy: Mina! Mai sentita. È una rapper…

 

Minnie: È stata la più grande interprete della musica leggera italiana degli anni sessanta/settanta…

 

Sissy: Del paleolitico vuoi dire!

 

Minnie: Il fatto è che siamo ancora negli anni sessanta…Un decennio che non è mai realmente finito…

 

Sissy: Quindi il burkini è un po’ anni sessanta…

 

Minnie: In un certo senso si! Solo che allora si chiamava minigonna e le ragazze come te la indossavano indirizzando verso gli adulti un messaggio conflittuale…

 

Sissy: Cioè?

 

Minnie: Ce ne fottiamo dei vostri usi e costumi…

 

Johnny Scorreggia: Dopo tante chiacchiere, siamo arrivati al punto. Me ne fotto dei vostri usi e costumi… Immaginiamo sia questo il messaggio prevalente che la gente recepisce da chi si inburkina. Non trovate che sia un sintomo della volontà prevaricatrice del neo tribalismo islamico. Come dobbiamo reagire a chi si rifiuta di integrarsi? Quali sono i limiti non negoziabili che dobbiamo tracciare?

 

Minnie: Ma sei sicuro che la gente abbia recepito il messaggio giusto? Oppure accecata dall’odio sta fraintendendo tutto. Se ha ragione Sissy il burkini è un compromesso cioè qualcosa che unisce un modo di essere coerente con se stesse in una situazione tipicamente occidentale come prendere il sole, fare il bagno in pubblico, passeggiare tra gente diversa. Ti pare giusto interpretare il burkini come se invece che su di una spiaggia fossimo in un tribunale dove vige la regola della trasparenza della persona?

 

Sissy: Stai dicendo che non dovremmo rispondere al fondamentalismo con un’altra forma di fondamentalismo?

 

Minnie: Se vogliamo difendere i nostri valori è così! Nessuna sciocca ordinanza può fermare una nuova possibile, quanto improbabile, moda…

 

Sissy: Moda?

 

Minnie: Si, Moda! Dovremmo smettere di pensare che la moda sia qualcosa di inventato dall’occidente, che solo noi siamo i padroni delle mode…

 

Johnny Scorreggia: Boom! L’hai detta grossa! Secondo te l’Islam è compatibile con una forma di vita in cui la moda plasma il modo di relazionarsi. Il tuo politically correct ti ha fulminato il cervello.

 

Minnie: Non parlo dell’Islam, parlo di donne che stanno da noi. Donne che vogliono convivere con noi rispettando la loro religione. Il burkini è un segno di transizione che apre porte e finestre nell’altrimenti oscuro edificio del fondamentalismo. Peccato che pochi lo comprendano…

 

Johnny Scorreggia: Cazzo, sembri veramente in trance agonistica, a questo punto non ti resta fare un elogio del Burka integrale e aspettare che qualche sceicco ti nomini ministra della moda islamica…

 

Minnie: Proprio non volete capire! Comunque il fascino intriso di mistero di un corpo femminile completamente dissimulato, quando l’abbigliamento non era ideologizzato come oggi, non l’ho inventato io. Scommetto che non avete mai letto Clerambault? Certo che no! Era uno psichiatra francese, il più importante del suo tempo, parliamo delle prime decadi del novecento, che dopo un viaggio in Marocco rimase estasiato dal modo d’abbigliarsi delle donne mussulmane. Scrisse anche un bel libro e, innonsoquale museo, organizzò una grande mostra di quel tipo di abbigliamento che fece estasiare tutta Parigi… E poi mi meraviglio di te Johnny! L’effetto velo sul viso e i drappeggi all’orientale sono stati sperimentati da molti stilisti…Margiela, quello vero, nascondeva spessissimo il volto delle modelle, vogliamo parlare di McQueen?

 

Johnny Scorreggia: Sei proprio fuori! Come fai a paragonare le provocazioni dalla passerella alle prescrizioni durissime dei fondamentalisti? Guardati attorno. C’è un mare di donne, no! Sono tutte più nude che vestite, no! Prova a immaginare invece tutte queste donne in burkini. Che cazzo, c’è stata la rivoluzione degli immigrati, ante e post, causata, che ne so, dal fatto che scopando come ricci hanno fatto famiglie numerose e dopo qualche decennio hanno preso il potere democraticamente… quindi il burkini è diventato lo standard. Bene, immaginati ora insieme a Sissy e Suzy, in mezzo alle inburkinate, vestite con i vostri costumini talmente stretti che il didietro, come ora, vi entra regolarmente nelle chiappe, costringendovi a sfiorare con le dita il buchetto per rimettere a posto il tessutino elasticizzato in modo tale da farlo di nuovo discendere…

 

Sissy (sistemandosi il didietro del costume): Porco!

 

Suzy (prona, scuote leggermente il culo): Maiale!

 

Minnie (girandosi di scatto, ponendosi supina): Suino!

 

Johnny Scorreggia: Lasciatemi finire…Cosa dicevo? Ah, sì!… Provate a dirmi cosa succederebbe? Beh! ve lo dico io! In pochi minuti verreste picchiate, arrestate e imprigionate…

 

Suzy: Sapete che c’è uno scrittore francese che deve aver scritto un romanzo che assomiglia un po’ alla storia raccontata da Johnny…Io non l’ho letto, ma ho visto qualcosa su Internet. Mi pare si chiami Hallebrek o qualcosa di simile…si intitolava Sottomissione. La storia deve essere del tipo come i mussulmani arriveranno al potere senza troppa violenza. In Francia sono andati tutti fuori di testa. Ora l’autore gira scortato per la paura di prendere bastonate…

 

Johnny Scorreggia: Sottomissione, bel titolo, non l’ho letto. Comunque, quando non si vuole difendere i propri valori cosa rimane? Sottomissione…

 

Suzy: Il mio bikini metallizzato e ologrammato che ho pagato una cifra, non si sottomette a nessuno!

 

Minnie: Secondo te io mi sottometto?

 

Johnny Scorreggia: E allora? Di cosa stiamo parlando? Fine del discorso.

 

Minnie: Non hai capito! Io non mi sottometto a storie inventate che sfruttano la paura di venire sottomessi!

 

Sissy: Io invece mi sottometto. Sposo uno sceicco giovane e bello. Esco con lui con un Burka di bellissima seta con sotto una collana di diamanti e nelle mani una borsa impitonata con dentro un database di carte di credito illimitate. Sboccio in spiaggia un burkini pink tempestato di Swarosky. Mi faccio costruire dentro il villone una piscina olimpica in mattonelle Versace tutta per me, dove faccio il bagno nuda…

 

Johnny Scorreggia: E me mi inviti?

 

Sissy: Certo! Ti permetterò di visitare il giardino delle palme e poi ti farò mettere nella gabbia dei dromedari…

 

 

 

 

Addenda:

 

  1. Io chiamo espressioni come “burkini”, parole/narrazione ovvero termini che si impongono tra i parlanti per la loro potenza performativa. Mi fa obbligo chiarire che in questa sede uso il termine performativo forzando le formulazione classiche che diedero John L.Austin (“How to Do Things with Words”) e J. Searle (“Speech Acts”) ai quali chiedo umilmente scusa. Per potenza performativa intendo marcare il potere che hanno determinate unità lessicali, semplici o composte, di spingere i parlanti ad entrare nel gioco linguistico per prendere attivamente posizione relativamente al mondo di significati eterogenei, spesso in conflitto tra loro, che esse contribuiscono a presentificare. Ovviamente il presupposto di tutto ciò è che quando parliamo compiamo un tipo particolare di azioni. Insomma, anche le parole sono fatti. Forse è per questo che per noi bipedi parlanti, la linea di confine tra realtà e parole risulta difficile da tracciare una volta per tutte. Spesso dunque, assistiamo allo spettacolo di parole che prendono il posto della realtà, costringendo i parlanti ad un lungo detour per ritrovare per esse la calibratura che le fa corrispondere a reali problemi. Oppure, semplicemente dopo un po’, come se il virus dell’influenza avesse colpito il nostro vocabolario, le cestiniamo tra il pattume linguistico, facendole scomparire, provvisoriamente o definitivamente, dall’orizzonte dei discorsi che configurano la superficie simbolica dei soggetti parlanti.
  2. Nei metaloghi che ho elaborato tento di raffigurare l’effetto polifonico di un dialogo tra un gruppo di persone impegnate in una discussione che, improvvisamente, si carica di valenze agonistiche. Il discorso lascia trasparire una gara per la conoscenza che segue lo schema domanda/risposta tipico della dialettica. Manca tuttavia, quel rispetto per l’arte retorica che i conversatori postmoderni, soprattutto se molto giovani, non possono avere. Spero che il lettori noti quanto, la mancanza di una logica stringente non impedisca alla conversazione di far emergere un bisogno di ordine che tuttavia non arriva mai ad assumere una forma definitiva. Lo so benissimo che alle anime belle, tutto questo bla, bla, bla, sembra un esercizio inutile, un dispendio in pura perdita di energie nervose, chiacchiere nel vuoto. Ma io credo sia questa impossibilità di un’ordine definitivo, a farci sentire la necessità e la voglia di continuare a conversare. Qualche volta scopriamo che sono proprio le conversazioni senza una coerente logica deduttiva, conversazioni che incasellano storie che si inabissano in altre storie, ad avvicinarsi al fuoco interiore che ci trasforma da parlanti in soggetti parlati. Ebbene, proprio queste conversazioni, attraversate da una incontrollabile deriva del senso creano l’illusione che parole emergenti risultino decisive e che, addirittura possano persino cambiarci la vita.
  3. La trasformazione del burkini in narrazione comincia il 28 luglio quando David Lisnard, sindaco di Cannes proibì con una ordinanza il costume da bagno integrale islamico, nelle spiagge del comune. Il sindaco di Nizza, città colpita da un agghiacciante attentato il 14 luglio, si associò subito al collega della famosa località e fece approvare un analogo divieto. Nel frattempo una trentina di comuni stabilirono anch’essi sulle loro spiagge una serie di rigide proibizioni contro il Burkino, nel frattempo divenuto un caso mediatico. Insieme alle prime multe cominciano ad apparire sulla stampa dichiarazioni importanti che trasformano il dibattito in una polveriera. Il Premier Manuel Valls si schiera dando ragione ai sindaci: “Il burkini è incompatibile con i nostri valori”, dice in una dichiarazione ripresa da tutta la stampa nazionale e internazionale. Nicolas Sarkosy, candidato alla presidenza, è dello stesso parere: il burkini è una provocazione e sintomo di tentativi di islamizzazione della Francia. Anche un personaggio prudente come Angela Merkel lascia filtrare sui media affermazioni apparentemente ispirate al buon senso, ma che in quel preciso momento funzionano come un mozzicone di sigaretta gettato in una polveriera: “Il burkini ostacola l’integrazione”, rimbalza nei titoli dei più importanti quotidiani dell’occidente. Tuttavia molti opinion leader, chiamati in causa dai media, reagiscono in modo critico nei confronti di provvedimenti scritti in modo precipitoso ed emotivo, evasi in ossequio all’ondata di sdegno popolare causata dai sanguinosi attentati dei terroristi islamici. Anche tra alcuni membri del Governo francese sorgono dubbi e perplessità. La stampa internazionale di cultura anglosassone commenta negativamente i provvedimenti dei sindaci francesi, vedendovi i segni di un assimilazionismo rischioso e perdente, in un contesto storico nel quale il multiculturalismo rimane, pur con tutti i problemi che comporta, senza reali alternative. Alcune associazioni attive in difesa dei diritti dell’uomo e contro l’islamofobia si appellano al Consiglio di Stato, la più alta istanza amministrativa francese, denuciando alcuni bandi anti-burkino, dopo che il tribunale amministrativo di Nizza aveva respinto i loro ricorsi, giustificando le ordinanze proprio con il riferimento all’ondata passionale che i più attenti osservatori stavano raccomandando di non giustificare. Il 26 agosto arriva velocissima la sentenza dei giudici di Parigi sull’ordinanza emessa dal Lionnel Luca, sindaco di Villeneuve-Loubet (località della Costa Azzurra, vicina a Nizza): il provvedimento in oggetto, riporta la sentenza, “…ha danneggiato in modo grave e manifestamente illegale quelle libertà fondamentali che sono la libertà di andare e venire, la libertà di coscienza e la libertà personale” dal momento che “nessun elemento permette di affermare che dei turbamenti all’ordine pubblico derivassero dalla tenuta adottata da alcune persone” (fonte: Corriere della Sera, del 27 agosto 2016, pag.22). La sentenza del Consiglio di Stato fa giurisprudenza. Di conseguenza crea i presupposti per la demolizione di tutti i provvedimenti anti-burkini. I sindaci coinvolti si oppongono e annunciano una dura battaglia a colpi di ricorsi. Vale la pena di ricordare che le ordinanze in Costa Azzurra avevano suscitato un interesse morboso anche nei media italiani. Per oltre un mese il tema del burkini divenne un tormentone da prima pagina. C’è da aggiungere che aldilà della sensazione dell’effetto gonfiato di una notizia di per se poco o mediamente rilevante, molti interventi di opinionisti hanno innalzato il tema a livelli di complessità argomentativa davvero ammirevoli, trasformandolo in una lampada utile per illuminare un territorio in grigio-scuro nel quale affiorano le tensioni irrisolte che ci dividono dalla cultura islamica, con le quali dovremo convivere.
  4. Come ha reagito il mondo ufficiale della moda alle polemiche sul burkini? Con prudenza e discrezione, direi. Sui vari media sono apparse pochissime dichiarazioni di protagonisti dei brand importanti. Di solito avviene esattamente il contrario. I giornalisti sono avidi di interventi dei creativi dello Star system della moda; quest’ultimi di solito accettano il loro ruolo di opinion leader tout court. Perché il dibattito sul burkini è stato seguito in un sostanziale silenzio? Io penso che su questo tema siano intervenute considerazioni strategiche che hanno suggerito ai grandi protagonisti della moda, di tenersi lontani da polemiche rischiose. Non potevano dimenticare che moltissimi mussulmani sono tra i loro clienti migliori e che in molte città orientali avevano costruito le loro prestigiose boutique. D’altra parte non creavano forse supplementi o ritocchi ad hoc alle loro collezioni per renderle sostanzialmente innocue per le donne islamiche? La loro pubblicità in quei Paesi non veniva forse, minuziosamente ricalibrata per non incorrere il devastanti censure? Ecco allora divenire intuibili le probabili ragioni di una reticenza che per qualcuno potrà essere interpretata come opportunismo, ma che per me risponde ai principi di una sana prudenza da rispettare, se si ambisce a competere in un mercato globale. Una parola di troppo avrebbe potuto irritare il suscettibile mondo mussulmano. Oppure entrare in conflitto con la sensibilità delle clienti occidentali più Non bisogna dimenticare che le parole/narrazioni rientrano nel concetto allargato di moda (intesa come dispositivo di diffusione di qualsiasi configurazione a vocazione transazionale) ma non sempre sono sfruttabili dalla moda ufficiale. La radicalizzazione dello scontro tra occidente e fondamentalismo islamico ha fatto emergere nell’abbigliamento, figure dell’Altro del modante standard, che si oppongono allo stile di vita occidentale. L’idea che il mondo fosse riducibile a uno spazio liscio sul quale i modi di significare il corpo inventati dall’occidente potessero viaggiare senza ostacoli, è tristemente naufragata di fronte a culture per le quali libertà, democrazia, uguaglianza tra i sessi rimangono sostanzialmente prive di senso. Gli “oggetti” presi nella rete di queste ideologie divengono puri significanti di un’alteritá radicale …. Il burkini con le sue polemiche polarizzanti, pur essendo un indumento innocuo, si è avvicinato troppo al fondo di alteritá che caratterizza oggi il Burka … Trasformandosi in un discorso pieno di insidie per la simbolizzazione necessaria alla moda per diffondersi in tutto il mondo.
  5. Minnie, verso la fine del metalogo cita lo psichiatra francese G.G. de Clérambault (1872-1934) condendo il discorso con le imprecisioni tipiche delle argomentazioni orali, quando l’enfasi dialettica e le finalità delle asserzioni lasciano al palo di partenza l’esattezza dei riferimenti. Probabilmente G.G. de Clérambauld non fu il più importante psichiatra della sua generazione. Ma senz’altro era un medico originale, autore di studi innovativi sulle psicosi passionali, considerato dai colleghi un personaggio bizzarro per il suo maniacale interesse per le stoffe degli abiti femminili. Vale la pena di ricordare che fu uno dei primi maestri del grande psicoanalista J.Lacan, nella prima fase della sua carriera quando studiava psichiatria. Clérambault non pubblicò alcun libro in senso stretto, bensì alcuni articoli che suscitarono un certo imbarazzo tra i colleghi. Il più famoso si intitolava: “La passion des estoffe chez les femmes”, pubblicato nel 1908. Più tardi, dopo un suo viaggio in Marocco, il tema degli abiti femminili delle donne mussulmane divenne la sua ossessione, coltivata con una dedizione culturale che lo portò a tenere per ben tre anni, seminari specifici all’Ecole des beaux arts di Parigi. Parallelamente alle sue osservazioni sulle psicosi allucinatorie, il suo non comune interesse per gli effetti delle stoffe degli abiti sulle sue pazienti isteriche, descritti con una minuzia descrittiva sospetta (chi era il feticista? Lo psichiatra o l’isterica? Entrambi?), hanno il merito di marcare una dimensione del godimento (solo femminile?), fino a quel momento inesplorata. Anche la significanza imbricata nelle migliaia di fotografie che scattò a donne marocchine completamente velate sarebbe da rivalutare. Osservandole si ha sensazione della prossimità di uno sguardo, solo superficialmente etnologico/clinico, che tende a con-fondersi con l’oggetto. Cosa cercava Clérambault in quelle immagini? Vi intravedeva la velatura del corpo come apertura all’impossibile del godimento? Detta in altre parole: il drappeggio, il velo, le ondulazioni del tessuto dovute al contatto con il corpo, in determinate circostanze (o culture), si presentano come la vera pelle del desiderio. Al tempo di Clérambault queste regolazioni estreme del principio del piacere, nella Francia di inizio novecento, venivano definite dall’ordine medico, perversioni. Senza negare il rischio dell’esistenza di eventuali ossessioni patologiche, a me pare sbagliato non riconoscere alla velatura del corpo e all’ipotesi di una sorta di necessità di una seconda pelle per l’essere umano, un potenziale fascino che lo sguardo fotografico di Clerambault ha ben documentato e che induce a riflessioni inattuali sul velo islamico. A questo punto posso immaginare il pensiero dei lettori animati dal buon senso: e a noi cosa ce ne frega di tutto ciò? Perché l’inattualità dovrebbe preoccuparci? Obiezioni brutali e legittime. In definitiva la relazione con il corpo delle società aperte, alle quali apparteniamo, ha scelto strade diverse. Il corpo esibito da decenni non è più uno scandalo. Il sexy, esibizione del corpo passionale, donne vestite per sembrare nude, sono divenuti uno dei motori fondamentali utilizzati dalla moda per moltiplicare gli oggetti del desiderio ( e il loro consumo, ovviamente). Tuttavia, cari lettori pieni di buon senso, non dovrebbe sfuggirvi il fatto che edonismo, iper consumismo hanno stressato il desiderio a tal punto da demolire leggi, tradizioni, religioni, creando certo, la percezione diffusa che malgrado le imperfezioni della macchina capitalista, noi occidentali viviamo nel migliore dei mondi possibili. Peccato che sia un mondo nel quale il desiderio, perennemente insoddisfatto dalla superfetazione degli oggetti di godimento, vada estinguendosi. Come possiamo evitare l’estinzione del desiderio? Scusatemi se di fronte a una domanda epocale mi limito a segnalarvi una lettura che mi ha dato conforto: Ritratti del desiderio, di Massimo Recalcati (Raffaello Cortina Editore). Solo un libro, penserete. Sì, solo un piccolo e fragile libro. Non sapete cosa farne? Sono cazzi vostri. Figuriamoci se sono minimamente interessato allo stato del vostro desiderio! Ho abbastanza complicazioni con il mio. E comunque la pensiate, per ritornare al tema che ho sviluppato, in un momento in cui le apparenze del corpo islamico (della donna) sono divenute una immagine Altra rispetto alle sembianze occidentali, quindi espressione di una negatività radicale, la riflessione indotta dalla ossessione di Clérambault per tessuti, veli e drappeggi, ci porta a riconoscere per esse la valenza di un desiderio messo in tensione da una Legge che non comprendiamo più, ma che, relativamente agli effetti sulla soggettività non dovremmo a-priori sottovalutare o svilire. Naturalmente queste considerazioni non puntano a giustificare le regole medioevali dei fondamentalisti. La libertà individuale di velarsi o meno per me è un principio non negoziabile. Tuttavia, pensare al velo islamico in modo obliquo rispetto i dogmatismi ovunque essi provengano, penso possa uno stimolo per aiutarci a comprendere più in profondità la relazione tra desiderio e qualcosa che gli fa da ostacolo, per non ridurre il divenire del soggetto del desiderio all’immaginario evanescente, prodotto con devastante efficacia dai dispositivi spettacolari dell’occidente (tra i quali colloco in primo piano i dispositivi della moda).
  6. Suzy, a un certo punto del metalogo, cita uno scrittore che non esiste: Hallebrek. Si tratta di un errore conversazionale che coinvolge un autore famoso del quale sintetizza la trama del suo presunto ultimo libro, riportando però con precisione il titolo. Il nome dello scrittore è Michelle Houellebecq, Sottomissione è stato pubblicato in Italia da Bompiani. Si tratta di un romanzo visionario nel quale si racconta con una astuta verosimiglianza di fatti locali, come il tessuto tradizionale di un paese democratico possa implodere consegnando il potere all’ideologia islamica. È stato un bestseller e al tempo stesso un incubo sia per i moderati mussulmani e sia per i creduloni, accecati dalla paura dell’altro. Probabilmente non è il capolavoro di Houellebecq. Ma la macchina testuale che lo scrittore mette in moto è coinvolgente e senza cedimenti. Lo scrittore non fa sconti a nessuno. Il suo cinismo è ammirevole. Lo sguardo freddo che rivolge al mondo è il dono più prezioso che un intellettuale possa offrire al tempo che gli è dato vivere.

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

55 Responses to "Burkini"

  1. Mastrangelo   30 settembre 2016 at 11:50

    Il burkini non ha senso. Un falso problema.

    Rispondi
  2. Luciano   1 ottobre 2016 at 09:14

    Il Burkino come il Burka da noi ha dato luogo a troppi pregiudizi. Gli abiti islamici tradizionali hanno un’eleganza diversa dai nostri che personalmente trovo interessante. Non ho ben presente gli esempi ma sono convinto che tantissimi nostri stilisti si sono ispirati alle vesti di tradizione mussulmana.

    Rispondi
  3. Ann   2 ottobre 2016 at 13:54

    Il burkini è un caso strettamente legato alla congiuntura politica attuale. Il realtà i rapporti occidente e oriente dal punto di vista estetico sono da sempre importantissimi. Per esempio, in periodo romantico, Delacroix cambiò il modo di usare il colore e affinò la resa delle forme dopo il suo famoso viaggio in Marocco. Lo studio dei costumi mussulmani lo interessarono moltissimo e le scoperte visive che fece gli servirono per dare ai drappeggi delle fogge europee una eleganza che prima non avevano. Minnie nel metalogo avrebbe dovuto usare meglio questo argomento.

    Rispondi
  4. Francesco   2 ottobre 2016 at 16:32

    Non sarebbe male se gli immigrati rispettassero di più le nostre tradizioni. Che senso ha stare in spiaggia in burkini? È solo una sciocca provocazione. A me dispiace che ci siamo cascati dandogli una importanza che non ha. I sindaci francesi potevano interessarsi di cose più serie!

    Rispondi
    • Frank   2 ottobre 2016 at 16:49

      Per me il metalogo è pilatesco. Non si capisce dove sta la ragione. Sono d’accordo che il burkini non sarà mai una moda. Ne venderanno pochissimi. Che gusto c’è andare in spiaggia vestiti come dei palombari? E poi io ho letto che la stilista che ha inventato il burkini lo aveva creato per le donne che volevano fare le bagnine. Di moda ne esiste una sola: quella inventata da noi occidentali. Altrimenti dobbiamo parlare di costume di popoli diversi. Comunque ci sta che qualche esaltata voglia dimostrare la sua religiosità. Ma perché proprio in spiaggia? Perché proprio a Nizza o a Cannes? I sindaci saranno stati anche impulsivi ma anche le mussulmane in burkini non ci hanno fatto una bella figura. È mancato il buon senso e il rispetto.

      Rispondi
      • Vito   3 ottobre 2016 at 21:15

        Sono d’accordo con Frank. La moda è una nostra invenzione. Il burkini è una provocazione che proviene da culture che sono contro la moda.

        Rispondi
        • Sara   4 ottobre 2016 at 10:24

          Il vostro europa centrismo non aiuta l’integrazione. Perché non dovremmo considerare il Burkino una possibile moda come dice Minnie?

          Rispondi
          • Loredana   4 ottobre 2016 at 18:07

            Trovo normale che ciò di cui si parla molto possa diventare di moda. Ma bisogna considerare che il burkini ha un valore simbolico in una cultura contro la moda. Non è quindi normale che da noi diventi di moda.

      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   6 ottobre 2016 at 09:35

        Trovo interessante la questione che attraversa gli interventi di Frank, Vito e Sara. La moda è una invenzione dell’occidente? Se per “moda” intendiamo un processo nel quale riconosciamo comportamenti che in qualche modo rompono con una “tradizione gerarchica delle apparenze”, generando orientamenti estetici instabili (curiosità per i cambiamenti e le novità), allora la risposta alla domanda è no! Carlo Marco Belfanti nel suo interessante libro “Civiltà della moda” (Il Mulino, 2008), analizzando l’evoluzione dei sistemi vestimentari indiano, cinese e giapponese, vi ha ritrovato in fasi economiche favorevoli, propensione ai consumi e cicli di avvicendamento degli stili molto vicini alla passione per il cambiamento, all’insaziabile ricerca di novità e all’emulazione che cominciò a contagiare l’Europa tra il XVI/XVII sec. In altre parole, nell’India Moghul (soprattutto hnei primi decenni del 1600), nella Cina della tarda età Ming (verso la fine del 1500) e nel Giappone Tokugawa ( dal 1615 in poi), assistiamo alla diffusione secondo modalità trikle down, di oggetti vestimentari che scatenano le reazioni polarizzanti tra innovatori e indignati conservatori. Quindi non possiamo sostenere che la moda fu una esclusiva invenzione occidentale. Ma a questo punto la domanda iniziale andrebbe riformulata: cosa differenzia la forma moda europea da altre forme simili? Per farla breve, segnalerei alcune deviazioni che sancirono la specificità della forma moda europea. 1. In India, Cina, Giappone le fasi di esasperato mutamento furono limitate a una classe ristretta di individui. Per contro, in Europa l’influenza della moda cominciò ad espandersi in gran parte della società. 2. In Oriente la moda era quasi esclusivamente un lusso basato sulla preziosità dei tessuti, in Europa la forma dell’abito divenne importante quanto il tessuto con cui veniva fatto. Gli abiti potevano quindi avere costi contenuti e diffondersi tra gente di diversa estrazione, generando casi di contaminazione trikle up. 3. In Europa dal settecento in poi si affermò, grazie alla letteratura e alla nascita della stampa specializzata, una contagiosa cultura della moda che le società orientali non potevano emulare. Insomma, solo in Europa la moda divenne una istituzione sociale che incorporava valori primari. Quali sono questi valori? Fondamentalmente sono i valori di una Società Aperta. Per esempio una certa idea di libertà individuale che coinvolgeva soprattutto il soggetto femminile. Attenzione, l’esigenza di sintesi estrema non deve farci dimenticare quanto la diffusione di questi valori sia avvenuta tra ostacoli, conflitti e contraddizioni.

        Rispondi
  5. Andrea   2 ottobre 2016 at 19:48

    Se il burkini l’avessero portato degli uomini ci sarebbe stato tutto quel casino?

    Rispondi
  6. Giava   3 ottobre 2016 at 15:32

    Non sarei cosi sicura di un burkini impossibilitato á divenire una moda. Guardate le spallone di Demna Gvasalia per Balenciaga. Sembrava impossibile che ritornassero e invece c’è la corsa ad imitarle. La moda non ha più regole e quindi tutto le è permesso. Anche di giocherellare con simboli come il Burkini.

    Rispondi
    • Antonella   5 ottobre 2016 at 13:44

      Come mai allora nessun stilista occidentale ha ripreso nelle sue collezioni il burkini? O il Burka? Mi convince la prudenza della quale parla l’autore negli addenda. Diciamoci la verità, va bene la trasgressione o la provocazione, ma ci sono limiti che persino la moda sregolata non oltrepassa.

      Rispondi
  7. Ella   4 ottobre 2016 at 14:43

    Metalogo divertente e istruttivo. J.Scoreggia però è detestabile. Da eliminare.

    Rispondi
  8. Jessica   5 ottobre 2016 at 08:50

    Io sto con Sissy: datemi uno sceiccooo….

    Rispondi
    • Elisa   7 ottobre 2016 at 16:34

      Scemaaaa…

      Rispondi
  9. Vic   5 ottobre 2016 at 17:45

    Io credo che le nostre relazioni con la cultura mussulmana siano di per se già troppo complicate per peggiorarle ancora con questioni cretine come burkini si o burkini no. Noi preferiamo svestirci sulle spiagge. I mussulmani osservanti no. Perché farne un problema? Il denudarsi è diventato un principio fondamentale dell’occidente? Io non lo credo.

    Rispondi
  10. Giulia P.   6 ottobre 2016 at 10:28

    Il Burkini, a mio parere, è un semplice capo d’abbigliamento. E’ stato circondato da un eccessiva importanza mediatica.
    Per quanto fuori dai nostri canoni estetici, può e deve essere definito moda; poiché moda è tutto ciò che ci rappresenta, sia che si parli di un indumento strettamente legato alla fede come un Burkini fino ad una semplice T-shirt o ad un Jeans.
    Si può ritenere assurdo arrivare a proibire un indumento per definizione innocuo; la paura, più che giustificata visto la serie di gravi attentati di cui siamo stati vittima, rischia di farci considerare pericolosa ogni cosa che si abbina alla cultura islamica.
    Così arriviamo solo a stigmatizzare una cultura e una società, ma soprattutto ad aumentare le intollerante religiose. Una cosa è il Burkini, un’altra i vari chador e capi simili che nascondono completamente il volto della donna, questi si contrari alla nostra legislazione che prevede che ogni persona possa essere facilmente riconosciuta.
    Se ci sediamo tranquilli in una delle spiagge europee culturalmente più popolate, potremo accorgerci che d’indumenti “da mare” c’è ne sono davvero più di uno.
    Molto popolare nelle culture asiatiche e il “Facekini” costume che copre completamente il volto, per evitare di danneggiare la pelle mantenendo così la carnagione bianca. Fatto in diverse tonalità di colori per offrire protezioni da animali urticanti come le meduse; in alcuni casi si può arrivare anche a leggere su alcuni quotidiani che l’aggiunta di colore a questo indumento è stato voluto per non spaventare i bagnanti.
    Il “Modest Swimwear” o costume modesto, utilizzato dalla cultura Amish, che è molto simile ad un abito.
    Il “costume Indiano”, coprente quasi come il Burkini, con tanto di pantaloni.
    Allora dovremmo condannare tutti questi indumenti, tutte queste tradizioni e culture perché non sono in linea con le nostre ideologie.
    Eppure quando camminiamo per strada, possiamo vedere persone vestite in ogni modo, dalla donna vestita di tutto punto, alla ragazza che è più svestita che vestita, al punk, al dark il quale spesso incute timore ai bambini.
    Purtroppo a mio parere abbiamo usato il corpo delle donne come un nuovo simbolo di paura.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   6 ottobre 2016 at 15:08

      Giulia dice delle verità. A volte la moda non ha alcuna remora nello sfruttare persino la “paura”. E allora perché preoccuparsi del burkini? Io credo che in questo caso alla paura si aggiunga la rabbia nei confronti di estremismi politici che fanno capire quanto sia fragile il piedistallo sul quale pensiamo di essere istallati.

      Rispondi
      • Luca   7 ottobre 2016 at 18:13

        Si Giulia ha detto cose interessanti, ma anche cose molto discutibili. Non è vero che è moda tutto ciò che ci rappresenta. Se fosse vero saremmo tutti solo falsi e inautentici, comprese le donne che si mettono il burkini. La parola moda usata così pretende troppo.

        Rispondi
  11. Salvatore   6 ottobre 2016 at 20:46

    Ci troviamo di fronte a conflitti tra diverse tradizioni. Il bikini che oramai è diventato per le donne francesi un costume tradizionale e il burkini collegato all’Islam. La moda c’entra poco. Anzi fa bene a non mischiarsi con questi scontri di civiltà.

    Rispondi
  12. Dani   7 ottobre 2016 at 09:50

    I conflitti tra diverse tradizioni giustificano il gran chiasso sul burkini? Io dico di no. È tutta una montatura dei media che questa estate erano a corto di notizie.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 ottobre 2016 at 13:26

      Ho l’impressione che l’uso troppo disinvolto della parola “tradizione” ci confonda le idee. È possibile sostenere che il burkini appartenga al tradizionale guardaroba islamico? Direi proprio di no. Quindi la donna che lo indossa significa altro. Di conseguenza le accuse alle inburkinate di propagandare in qualche modo schegge di fondamentalismo, implicite nei provvedimenti dei sindaci francesi, risultano perlomeno inopportune, frettolose e sostanzialmente false. Possiamo considerare il bikini, a distanza di una sessantina d’anni dalla sua invenzione, un indumento tradizionale per le donne occidentali? In questo caso la questione è più complicata. Il grande storico Braudel, quando elaborò in concetto di longue durée, prendeva in considerazione cicli superiori al mezzo secolo. Quindi in teoria il bikini potrebbe avere lo spessore storico tale da rendere plausibile l’idea che oggi possa essere vissuto come parte di una tradizione. Tuttavia non possiamo sottovalutare ciò che scriveva un altro grande storico novecentesco, Eric Hobsbawm, nel suo “L’invenzione della tradizione” (Einaudi). Per farla breve, secondo il celebre storico, la cultura occidentale avrebbe la propensione di credere che rituali, indumenti e altro, superata una certa soglia di notorietà, non possono che appartenere a una indeterminata tradizione (secolare, millenaria…). Perché ci inventiamo tradizioni che non ci sono? Perché vogliamo far credere che esistano? Probabilmente in tal modo costringiamo rituali, indumenti e altro ad inquadrarsi in progetti politici e culturali che giustificano il sistema di valori utili per prendere decisioni favorevoli che privilegiano nostro punto di vista o le passioni del momento. Credo che abbia ragione Antonio Polito lá dove scrive, in uno dei tanti articoli apparsi questa estate, che il burkini è un classico caso di tradizione inventata (Sette n.35, 2-9-2016).

      Rispondi
  13. Eleonora P.   7 ottobre 2016 at 17:02

    Questa estate la parola burkini era sulla bocca di tutti. Soltanto dopo aver letto questo metalogo ho iniziato a pormi delle domande.
    É vero che la parola burkini è la fusione di burka con bikini, due termini contraddittori, ma perché ci convinciamo che sia un elemento di non integrazione invece che un piccolo passo verso di essa? Mi spiego meglio. Nel passato le donne musulmane non potevano fare il bagno insieme agli uomini, adesso con l’invenzione del burkini sì! Non possiamo considerare il burkini come una prima forma di libertà? Un avvicinamento verso la nostra cultura? Non ci chiedono di eliminare i nostri amati bikini, vogliono solamente rispettare la loro religione stando a contatto con noi, facendo le stesse cose che facciamo noi (solo un po’ più coperte!).
    Chissà magari si accorgeranno che non sono poi così comodi i burkini che indossano e che invece non c’è alcun peccato nell’indossare un bikini.
    Prima di proclamarci paladine della libertà dovremmo capire anche quella altrui, che non necessariamente è uguale alla nostra.

    Rispondi
  14. Francesca P.   8 ottobre 2016 at 11:12

    Alle fine dell’estate si cerca di fare una sorta di resoconto parlando dei tormentoni che hanno caratterizzato gli ultimi mesi; in un attimo media, giornali, tv parlano della canzone del momento e un attimo dopo si trovano a dare dichiarazioni importanti e dirette sul burkini. Reazioni, commenti e chiacchiere sono inevitabili da parte della gente che sente costantemente la necessità di dire la propria opinione, e penso che questo sia “normale” in quanto tutti hanno il diritto di esprimere ciò che pensano, sia pensieri positivi che negativi. Credo anche che prima di giudicare un aspetto così delicato dovremmo informarci in modo accurato. Apprezzo infatti la reazione che ha avuto il mondo della moda, cercando di rimanere in silenzio e soprattutto lontano da polemiche o dichiarazioni forti attorno alla discussione sul burkini.
    “Il burkini è un compromesso” così viene scritto nella parte dell’Addenda, credo però che nel mondo di oggi, in qualsiasi società, sia quasi impossibile parlare di compromessi: tutti desideriamo la libertà, “libertà di andare e venire”, desideriamo una pace assoluta, ma se tutti continuiamo a proibire determinati aspetti, se continuiamo ad avere determinati limiti, che siano fisici o mentali, come possiamo riuscire ad integrarci ed essere così tutti uguali, uomini e donne, persone d’oriente e d’occidente? Pertanto penso che la moda e la scelta di vestirsi in un determinato modo possano essere un modo per superare i limiti, un modo per esprimere noi stessi.

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  15. Martina P.   8 ottobre 2016 at 15:42

    La questione del burkini è stata trattata quest’estate come lo scandalo della farfalla di Belen, né più né meno. Non solo giornalisti ed esperti hanno commentato (come è giusto che sia!) la questione. Ho visto in fermento i programmi di Barbara d’Urso, celebrità indignate, persone che qualcuno chiamerebbe “famose”, mettersi in mostra e utilizzare questa questione per apparire. Credo si sia capito che, nella mia opinione, si tratti del classico tormentone estivo. Nonostante questo, è spunto di riflessioni. Lo Stato francese è laico e dovrebbe permettere ad ognuno di esprimere la propria fede. Capisco però che, dopo tutti gli attentati avvenuti in Francia, aleggi la paura e che i sindaci facciano il possibile per difendere i loro cittadini (anche prendendo decisioni sbagliate). ll burkini ricorda loro tutto il sangue versato oltre ad essere un simbolo religioso che rinvia a un’immagine di donna asservita all’uomo. Parlo di “decisioni sbagliate” perché il burkini in sé lo ritengo innocuo poiché permette alle osservanti di avere un po’ di refrigerio, fare il bagno e in qualche modo integrarsi. Il viso è esposto e, se la donna va in acqua, il burkini aderisce al corpo quindi bombe e armi varie si vedrebbero.
    Non si tratta di qualcosa di coprente come il Burqa che non scopre il viso. Il senso di vietare il burqa ad esempio mi è gia più facile da comprendere. Non è diverso dalle leggi italiane che impediscono di usare il casco quando non si è in moto o il passamontagna non in montagna. Molta gente paragona burqa e burkini in modo insensato secondo me.
    Inoltre in spiaggia troviamo già persone coperte ma nessuno sembra farci caso o lamentarsi. Basta pensare alle suore, ai frati…(d’altronde non sono anche quelli simboli religiosi?) Allontanandosi dalla religione troviamo i nonni vestiti con tanto di scarpe e camicia sotto l’ombrellone (il mio non credo di averlo mai visto in costume!); eppure non mi pare che vengano mandati via dalla spiaggia. Addirittura in Giappone c’è chi va al mare in giacca e cravatta, vestito di tutto punto e quando trovano qualcuno in costume, questo viene visto come una sorta di attrazione, diventando un soggetto fotografico curioso.
    Come ultima cosa mi chiedo se questo divieto incoraggi o interrompa il cambiamento. Magari la povera donna multata in spiaggia davanti agli occhi dei personaggi del metalogo, aveva dovuto faticare per convincere il marito d’altri tempi a farla indossare il burkini, che ad alcuni islamici paradossalmente potrebbe sembrare troppo osé! Tra l’altro questi mariti non sono molto furbi: con il burkini le loro donne sono al centro dell’attenzione e vengono osservate tra le chiacchiere dei bagnanti (proprio ciò che questi uomini che pensano ancora di essere superiori alle donne, vorrebbero evitare).
    Insomma, come in tutte le cose non c’è soltanto il bianco o il nero. Non mi sento completamente in grado di dire se sia giusto o meno il provvedimento preso dai sindaci francesi ma certamente estremizzare o generalizzare dicendo che chi indossa il burkini è una potenziale terrorista è come dire che chi sfoggia un bikini particolarmente striminzito è una potenziale prostituta. Penso che ognuno debba essere libero di (s)vestirsi come gli piace e pare. Quando arriveremo a quel punto, il mondo sarà certamente migliore.

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  16. Nicole P.   8 ottobre 2016 at 16:17

    Tormentone? Bisogna parlare di tormentone quando il burkini o comunque la derivazione del coprirsi in questi paesi è risaputa esserci? Ma cosa vi aspettate, se una donna va costantemente coperta in giro che di punto in bianco si spogli di tutte quelle che possono essere convinzioni, doveri e libertà solo perché è al mare? A mio parere questo è stato il solito argomento per generare ancora più dissapori tra le diverse culture.
    Tutto ciò fa scalpore solo perché ormai siamo abituati troppo dal punto di vista contrario, ovvero il nudo. Solo fino a qualche anno fa, la così chiamata brasiliana nelle spiagge non era comune vederla, ora invece anche ragazze che non hanno proprio un fisico eccezionale la indossano.
    Il non parlare degli stilisti a mio avviso è una scelta di marketing, infatti tra coloro che indossano il burkini ci sono i maggiori clienti delle grandi firme.
    Un altro punto per non parlarne è alla diversa via che secondo me la moda sta cominciando a prendere. Non ci stiamo accorgendo che quest’anno sono tornati i costumi interi? Un modo di ricoprisi, quindi chissà cosa indosseremo tra 5 anni.
    Legare un burkini a ciò che purtroppo è accaduto e che sta accadendo da parte di un gruppo islamico è il solito discorso da persone ignoranti che parlano giusto per fomentare le folle. Esempio emblematico in questo dialogo è : “scopare come ricci”. Quando viene chiesto il senso della metafora nessuno sa rispondere.
    La solita figura da stupidi dal momento che tanti paesi come per esempio la Cina si copre per l’esposizione al sole, oppure perché non ricordare il pregiudizio che avevano le donne nobili una volta? Abbronzarsi era simbolo di povertà. Il problema di fondo anche in questo caso è la cultura.
    Cultura che manca a tutti e che porta al non voler capire l’altro.

    Rispondi
    • Marco   8 ottobre 2016 at 16:41

      Nicole ha ragione, JScoreggia dice stupidate per coprire il suo uso abominevole della metafora del riccio. Tra l’altro il simpaticissimo animaletto ha le spine sul dorso, il ventre è liscio e quindi è probabile che quando si riproduce la femmina si rovesci sul dorso per permettere al partner di non pungersi. Credo che l’autore abbia voluto suggerire con le stupidate di JS come dice Nicole che quando si hanno pregiudizi il discorso si inventi di tutto per aver ragione.

      Rispondi
      • Max   8 ottobre 2016 at 16:57

        La riccia si mette sul dorso per non pungere il povero riccio! Così può prendersi anche i bacini! Ma cosa state dicendo. Ma studiatevi un po di etologia riproduttiva. I ricci lo fanno da dietro!

        Rispondi
        • Antonio Bramclet
          Antonio   8 ottobre 2016 at 17:08

          Ehi! Sapientone Max diccelo tu allora come fa il riccio a non pungerselo

          Rispondi
          • Max   8 ottobre 2016 at 17:30

            Invece di fulminarti il cervello con pseudomode come il burkini potresti ogni tanto leggere libri scientifici. Gli aculei del riccio sono pericolosi quando si incazza. In altre situazioni può tranquillamente non renderli eretti e duri. Per esempio quando la riccia decide di riprodursi. E poi per togliere di mezzo ogni possibile rischio la natura ha fatto evolvere l’organo riproduttivo maschile dandogli una lunghezza conforme al problema da risolvere.

  17. AgneseP   8 ottobre 2016 at 17:23

    Questo articolo mi è stato molto utile, ho scoperto molte cose interessanti a riguardo del burkini che non sapevo e credo come me tanti altri. Soprattutto la questione della parola burkini come fusione tra burka e bikini è molto interessante e inevitabilmente porta a riflettere parecchio.
    Sinceramente penso che una donna libera di scegliere possa tranquillamente indossare ciò che vuole. Che sia un perizoma o appunto un burkini. Rispetto ogni scelta estetica benché sia una scelta in massima libertà e mai imposta però.

    Rispondi
  18. Robby   8 ottobre 2016 at 17:43

    Ehi Max cosa significa che la natura ha fatto evolvere l’organo dandogli una lunghezza conforme al problema?

    Rispondi
    • Max   8 ottobre 2016 at 19:58

      Significa semplicemente che c’è l’ha molto più lungo del tuo

      Rispondi
      • Robby   8 ottobre 2016 at 20:04

        Tipo?

        Rispondi
        • Max   8 ottobre 2016 at 20:12

          Fatte le debite proporzioni è come se il tuo ti arrivasse alla fronte

          Rispondi
          • Robby   8 ottobre 2016 at 20:18

            Magico riccio!

  19. Elena P   8 ottobre 2016 at 18:37

    Ormai tutto quello che riguarda la cultura mussulmana automaticamente diventa sbagliato e, come è successo a Cannes, si mette in evidenza un problema che non si può considerare tale accentuando delle tensioni che esistono già.
    Il burkini è da biasimare solo per il semplice fatto, a mio parere, che è una costrizione e negazione della femminilità poi ognuno nella sua vita deve sentirsi libero di fare quello che vuole, da andare in spiaggia nudi o tutti coperti basta agire nel rispetto degli altri.

    Rispondi
  20. Gabriele   8 ottobre 2016 at 20:34

    Io non ci credo alla teoria del riccio superdotato. Max posta delle foto

    Rispondi
  21. Lamberto Cantoni   8 ottobre 2016 at 22:06

    Fermi tutti! Basta cazzate sul riccio. Io speravo che qualcuno di voi contestaste la metafora argomentando che in realtà si trattava di una analogia. Ogni altro riferimento alla sessualità dei ricci verrà censurato.

    Rispondi
  22. Virginia P.   8 ottobre 2016 at 22:38

    Il Burkini fa scandalo nello società occidentali nel 2016, le stesse che in un tempo non troppo lontano si scandalizzavano invece per il Bikini: sembriamo sempre tutti affetti da una memoria convenientemente corta.
    Buffo, vero, come tutto cambia in fretta?
    La moda più di tutto il resto! Se prima era questione di decenni, nel 21esimo secolo si parla di anni e semmai mesi, quindi molto probabilmente la prossima estate troveremo un banalissimo burkini esposto assieme a quelli che ai nostri occhi ormai sono dei banalissimi bikini.
    Ovviamente per me è comprensibile il perché di tale polverone in Francia: provando un attimo a mettersi nei panni dei francesi, beh, è chiaro che verso tutta la comunità islamica (residente lì da anni) ci sono al momento sentimenti molti negativi, dopo i diversi attentati, è c’è una palese tensione nel tessuto sociale nazionale.
    Onestamente però ricordo che quando sentii parlare per la prima volta delle restrizioni verso questo ”nuovo indumento da mare”, pensai che fosse una scelta piuttosto petulante, azzardata, totalmente inutile e anche abbastanza umiliante ed offensiva, in ultimo pericolosa.
    Perché? Perché mettendomi invece nei panni di un islamico praticante una cosa del genere ha lo stesso effetto delle vignette di Charlie Hebdo.
    E’ una mancanza di rispetto.
    La cifra nobilitante delle nostre civiltà occidentali, ciò che più rinfacciamo ai fondamentalisti islamici, non è forse la cosiddetta libertà di pensiero, di espressione?
    E allora ce ne dobbiamo prendere la responsabilità in ogni situazione, non solo quando fa comodo o quando dobbiamo ribadire quanto siamo superiori rispetto a voi ciechi, credenti, fondamentalisti.
    Vivere in una società libera di esprimersi vuol dire probabilmente anche vivere in una società multiculturale, dove culture con stili di vita estremamente diversi devono avere lo spazio per rispettare in pace i loro credi.

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  23. Ilaria P   9 ottobre 2016 at 14:57

    Vista tutta l’attenzione mediatica che viene data al burkini e alla regione islamica secondo me gli unici sottomessi siamo noi. Non possiamo negarlo, siamo sottomessi dalla paura a tal punto che ci soffermiamo a criticare un semplice capo d’abbigliamento. Siamo caduti nella trappola più grande ovvero quella di fare di tutta l’erba un fascio. Quante volte da italiani ci siamo sentiti dire “pizza, mafia e mandolino”? In occidente abbiamo lottato tanto in passato per ottenere diritti e libertà, invece ora stiamo regredendo. Ci stiamo abbassando al livello di proibizionismo dei paesi poco sviluppati sotto questo punto di vista.
    “Nel tuo paese io non posso mettermi il bikini quindi te nel mio paese non puoi metterti il burkini”. Siamo tornati ai tempi di occhio per occhio, dente per dente?
    Secondo me per le donne islamiche poter indossare il burkini e andare in spiaggia è gia un passo avanti per la libertà (è più attillato di un burka e quindi fa vedere maggiormente la fisicità di una persona), la stessa libertà che noi dovremmo rispettare e per la quale abbiamo lottato per anni. Ci sono cose molto più pericolose di un burkini, è inutile stare a soffermarsi così tanto su questo capo. Sinceramente penso che certi cambiamenti e evoluzioni culturali vadano supportati e non repressi, anche perché mettere divieti su divieti servirà solo ad aumentare il terrore e l’odio razziale.

    Rispondi
  24. Sara P   9 ottobre 2016 at 15:06

    Questa estate abbiamo sentito molto parlare del Burkini. Trovo interessante l’articolo soprattutto perché non mi ero mai soffermata su questa parola che è la fusione tra burka e bikini che mi ha fatto molto pensare a questa contraddizione. Parliamo di burka che è l’abbigliamento che copre completamente il corpo e il bikini che invece porta a scoprirlo. Secondo me il burkini è una negazione della femminilità ma credo anche che ogni religione e tradizione vada rispettata se non crea danno alle altre persone. Purtroppo i fatti di cronica anche attuali ci portano a dover sapere esattamente chi abbiamo difronte e cosa può nascondere, quindi vestirsi in questo modo provoca un grosso disagio e un danno verso le altre persone. Quindi se fosse solo un fatto estetico, questo non porterebbe un serio disagio a nessuno. In ogni caso, gli immigrati oppure semplicemte le persone straniere in vacanza in qualsiasi paese drovebbero avere il rispetto di adeguarsi alla cultura del paese dove si trovano.

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  25. Chiara P   9 ottobre 2016 at 15:59

    “Coprire o scoprire? La guerra culturale giocata sul corpo delle donne. Oltre il burkini, il valore dov’è?” Si esprime così Erika B, trovando le parole giusto, a mio parare, per affrontare l’argomento in corso. Non trovo nulla che per me possa far scalpore, siamo donne ci piace andare in spiaggia, la sabbia, il mare, la salsedine sulla pelle o sui burkini, il sole caldo. Siamo donne prendiamoci le nostre libertà e le nostre indipendenze..sono davvero felice che qualcosa si sta muovendo, sopratutto da parte loro, dalle donne musulmane che vogliono essere come noi..uguali con le proprie diversità!!!

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  26. Ausilia P   9 ottobre 2016 at 17:16

    Dare alle cose una certa importanza non permette di analizzarle in maniera oggettiva. Certamente se non vi fossero già stati dei precedenti nei confronti della cultura islamica, il burkini non avrebbe fatto così scalpore. I pregiudizi che abbiamo nei confronti di una cultura che ci appare così diversa dalla nostra ci fa dimenticare di un valore molto importante per noi, la libertà. Seppure ai nostri occhi appare come una contraddizione dover coprire il proprio corpo per motivi superiori alla persona stessa, ovvero la religione, ciò non toglie che per i credenti islamici il burkini può essere un elemento di libertà per poter praticare sport o semplicemente godere di una giornata di svago al mare. Lo spirito di osservazione di Aheda ha portato a un’ottima trovata commerciale ma ad ogni modo siamo stati noi che parlandone e stupendoci abbiamo messo questo nuovo indumento sotto i riflettori. Il burkini non è altro che un elemento di moda e come tale dovrebbe esser visto con una certa leggerezza anche perché, oggi c’è, domani non si sa. D’altra parte non possono essere le nostre paure a imporre divieti arrivando a violare il diritto di libertà che ci contraddistingue ma soprattutto non accettando gli altri per ciò che sono veramente (il risultato di cultura, tradizioni, religione, usi e costumi).

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  27. Francesca P.   9 ottobre 2016 at 17:21

    Dopo svariate polemiche sorte quest’estate, definirei il burkini come il nuovo simbolo del terrorismo.
    La Francia che si dichiara un paese laico sta vietando la libera espressione a persone che vogliono professare la loro religione, fomentando così la tensione tra la comunità mussulmana e il resto della popolazione.
    E’ vero, la Francia è in guerra. Ma è veramente giusto ripagare il proprio nemico con la stessa moneta e scagliarsi contro un’intera comunità facendo di tutta l’erba un fascio quando sappiamo che Isis e Islam non hanno lo stesso significato?
    Penso che la Francia dovrebbe difendere i diritti fondamentali dell’uomo, gli stessi per cui ha combattuto in passato: Liberté, Égalité, Fraternité.

    Rispondi
  28. Angela P   9 ottobre 2016 at 18:08

    E’ comprensibile che i fatti di Nizza abbiano generato paura e sospetto nelle persone.
    Colpisce però come nel paese della “Liberté, Égalité, Fraternité” venga limitata la libertà altrui.
    Non è certo vietando il burkini che si evitano le stragi, anzi, forse andando a colpire i loro usi e costumi non si fa altro che provocarli. La minaccia non sta nel burkini, potenzialmente la minaccia è ovunque. Infatti se si analizzano gli attentati avvenuti prima di Nizza (es. Bruxelles) si nota che gli attentatori erano vestiti all’occidentale, con un semplice maglione e un paio di pantaloni.

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  29. Marina P.   9 ottobre 2016 at 20:02

    Il burkini un totale non senso? Quest’estate sia la parola burkini che il capo in sé ha fatto agitare l’Occidente, tutti ne hanno parlato, ma quello che mi chiedo è se veramente è stato compreso dagli occidentali il significato che ha il burkini. Per il mondo islamico è un simbolo di appartenenza, è la dimostrazione del loro credo. Se sia vero o meno che Allah non ha scritto nulla riguardo il burka, non giustifica né il giudizio né il comportamento che l’Occidente ha nei confronti dei mussulmani, come l’aver proibito l’uso del burkini. In Occidente siamo solamente riusciti ad ostacolare la loro religione e a trasformare un semplice burkini in una minaccia. In questo caso l’ignoranza ha creato dei pregiudizi che hanno costretto quelle persone che indossavano il burkini a limitarsi, a negare ciò che sono. Non possiamo fottercene dei loro usi e dei loro costumi, perché siamo i primi ha pretendere nei paesi mussulmani la libertà quando non è possibile averla, dato che il mondo islamico ha un codice civile che si fonde con le regole della loro religione. Quindi dobbiamo essere tolleranti ed aver rispetto, perché a differenza loro, noi abbiamo la libertà di scegliere, di vivere in una società multiculturale. Ho apprezzato molto che il mondo della moda non si sia sbilanciato più di tanto nelle considerazioni riguardo il burkini, perché secondo me la moda è quel mezzo che usiamo per liberarci e non per limitarci e quindi per me il burkini è un indumento che ha lo stesso senso che ha per i mussulmani, ovvero un legame alla tradizione.

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  30. Sara P   9 ottobre 2016 at 20:18

    Sinceramente, considero il Burkini non come semplice moda, che, avendo i riflettori puntati addosso, è stata mutata in un mostro simbolo del terrorismo;
    Il Burkini, per quanto mi riguarda, è più di un semplice vestito: è una limitazione.
    Come l’abito in sè è limitante, poiché non ti fa apparire come sei realmente, il Burkini non rappresenta solo un limite all’ aspetto fisico, ma un limite anche mentale, poiché esso rappresenta una “legge divina” secondo la quale esistono, tra gli esseri viventi, delle categorie, diverse tra loro, una più forte e detentrice di diritti e privilegi, l’altra debole, sottoposta alla prima.

    Bisogna considerare che questa “legge divina” è frutto di ignoranza.
    Come in Occidente, prima della protesta di Martin Lutero e la conseguente scissione delle chiese e la nascita del Protestantesimo, I fedeli si affidavano totalmente agli uomini di religione, i quali, essendo le Sacre Scritture in lingua antica, comprensibile dai soli e da alcuni nobili, trasmettevano ai fedeli (e a volte si prendevano gioco di loro) la loro interpretazione delle Sacre Scritture, così succede per gli islamici, i quali si affidano a ciò che gli viene raccontato e, quando qualcuno di loro ha il coraggio di protestare ( ex. Malala, ragazzina che a soli 16 anni vinse il Premio Nobel per la pace, poiché ebbe il coraggio di protestare per il diritto all’istruzione femminile, la quale, inoltre, venne quasi uccisa a causa della sua lotta) lo considerano traditori della Fede, semplicemente perché si sono sempre basati su ciò che hanno raccontato loro, perché si sono sempre accontentati di ciò che avevano, per paura.

    Questa è la base dell’ignoranza.
    L’ignorante non è lui che ti vende fischi per fiaschi, ma è colui che si affida totalmente e ciecamente a ciò che gli viene raccontato.
    L’ignoranza è la mancata curiosità, la mancata voglia di conoscere, il mancato coraggio di essere avidi nel sapere e non affidarsi più a ciò che ci viene detto, ma vivercelo, poiché è proprio attraverso l’esperienza che ci possiamo considerare non ignoranti.
    Questo tipo di ignoranza sta, secondo me, alla base del Burkini.

    L’Occidente, comunque, sentendosi superiore a certi modi di pensare, è ancora più ignorante, poiché rinnega la sua storia, secondo la quale, anche esso ha avuto un passato come quello islamico, ovvero di repressione e negazione dei diritti delle donne.

    Il fatto che noi questo periodo lo abbiamo già passato e superato, non ci autorizza assolutamente a criticare: come i genitori sono comprensivi quando i propri figli fanno degli errori, i quali i genitori stessi nella loro giovinezza hanno compiuto, anche noi dobbiamo essere comprensivi con gli islamici, poiché sono, per quanto riguarda i diritti, anni luce dietro a noi, forse perché non hanno mai avuto la fortuna di avere un Martin Lutero che protesti contro una religione troppo scellerata, una Mary Quant che se ne freghi altamente dei pregiudizi e dia vita alla minigonna, forse perché non hanno mai avuto il coraggio di alzare la testa e smettere di obbedire a leggi troppo dure.

    Dobbiamo essere solidali, non critici, poiché anche noi un tempo abbiamo mangiato su quel piatto su cui, adesso, stiamo sputando.
    L’unione fa la forza.

    Rispondi
    • Luciano   10 ottobre 2016 at 16:03

      Mi piace il punto di vista di Sara. La nostra presunzione di essere i più bravi,i più giusti potrebbe rivelarsi un modo per dissimulare la nostra ignoranza. Però con il buonismo non si va molto lontano con gli islamici.

      Rispondi
  31. Valentina P.   9 ottobre 2016 at 22:38

    Il Burkini potrebbe rappresentare, come fu il bikini per le donne occidentali, per le donne musulmane un inizio di emancipazione.
    Vietarlo potrebbe essere controproducente per le donne musulmane che stanno cercando di evolversi.
    Come in tutte le evoluzioni l’uomo è stato sempre spaventato da questo, di conseguenza lo proibisce. Ma sono sicura che saremo spettatori di una rivoluzione pubblicizzata proprio da un divieto di esporsi al pubblico!

    Rispondi
  32. Gloria P   9 ottobre 2016 at 23:13

    Ogni cultura ha i suoi principi, le sue regole, la sua idea di libertà e i suoi divieti. Ciò che è giusto per alcune può essere considerato sbagliato per altre. Penso che l’utilizzo del burkini si possa considerare come un grande passo verso la libertà, in modo che le donne di fede musulmana possano farsi il bagno in mare come fanno le donne occidentali senza rinunciare ai loro principi.
    Io ritengo che l’argomento trattato recentemente dai media circa l’utilizzo dei burkini in occidente sia un’esasperazione.
    Questo comportamento, che le autorità francesi hanno adottato recentemente, è sicuramente dettato da una necessità di protezione e difesa verso i propri cittadini dopo gli ultimi tragici episodi di terrorismo.
    Bisogna anche ricordare che alla Milano Fashion Week 2016 l’artista Alessandro Giorgetti in collaborazione con la stilista Bahar Primavera ha ideato il progetto “L’Ottavo Chakra”. Consiste nella realizzazione di otto creazioni che rappresentano gli otto chakra. L’ottavo chakra consisteva in un burqa provocatorio indossato da una transgender, con lo scopo di trasmettere la libertà di espressione, diritto indissolubile di ogni individuo. Questa provocazione è stata considerata come un terremoto culturale, che ha portato la visione comune a fare un salto fuori dagli schemi, oltre gli ormai assodati dogmi a cui la società contemporanea ci ha abituati, illudendoci di essere liberi.

    Rispondi
  33. Alice   11 ottobre 2016 at 16:48

    Sì però con il relativismo non si va molto lontano con gente determinata come gli islamici. Inutile dire che le donne sono libere di indossare il burkini se poi invece sono obbligate a metterselo. Io credo che la nostra moda sia divenuta una occasione per esprimere materialmente la nostra fede nella libertà di poterci esprimere. Lo so che in passato non era così. Ma oggi abbiamo conquistato questo diritto. Per me significa che la moda ci aiuta a vivere meglio. Credo sia giusto difenderla. Il burkini è nemico della libertà? Io penso di no, ma trovo positivo che ci siamo preoccupati. Significa che non vogliamo sottometterci e questo mi spiace dirlo è più importantante dei divieti che poi non hanno realmente fatto male a nessuno e forse verranno tolti.

    Rispondi
  34. Roberto P   14 ottobre 2016 at 18:13

    Metalogo davvero interessante come anche il dibattito sull’accoppiamento dei ricci.
    Mi fa riflettere sapere che il burkini sia stato ideato più di dieci anni fa, e solo ora sia diventato un tormentone…
    Ad ogni modo ritengo il burkini un trovata commerciale geniale. Di questi tempi si fa pubblicità da solo e risponde ad una necessità reale, ma non sarebbe più facile mettere una bomba in uno zaino o in una borsa da mare?
    Le uniche bombe di cui dovremmo avere paura sono le parole, fa parte della natura umana cercare un cattivo, l’odio verso qualcosa unisce ed è un ottimo metodo per distrarre e muovere le masse a proprio piacimento. La guerra è un business c’è sempre qualcuno che ne trae profitto, e instaurare l’odio è il primo investimento da fare. Forse a volte sarebbe meglio saperne meno, leggere meno giornali e guardare meno telegiornali, mettersi al riparo da tutte le stronazate con cui ci ‘bombardano’ e magari informarsi autonomamente.
    Impari a conoscere di più la cultura islamica andandoti a fare un Kebab che guardando studio aperto.
    Mi scuso per il commento forse poco riflessivo ma credo che a volte sia meglio toccare con mano certe cose o magari parlare con chi veramente indossa un burkini (per scelta o non), anzichè perdersi in discorsi e riflessioni, quasi sempre, fini a se stesse.

    Rispondi
    • Ivanna P   24 ottobre 2016 at 17:14

      Il problema é che le persone non apriranno i suoi menti alle nuove invenzioni che cercano unire tutte le culture, non sto dicendo che dovrebbero condividere le stesse idee, ma li devono tollerare. Un altro problema sarebbe la sensibilità causata dai ultimi eventi, che é comprensibile si ci mettiamo al posto dei francesi, man non giustifica il modo in cui musulmani sono trattati, le pistole reali qui sono il odio e la mancanza di rispetto.

      Rispondi
  35. Camilla P   20 novembre 2016 at 21:16

    Il burkini, a parer mio, è un’intuizione commerciale nata tra la moda e il marketing, esportata molto tempo fa dall’Australia. Proporre il burkini sulle spiagge può essere interpretato come una provocazione e non più come un atto di pudore nel coprire il proprio corpo. Si ottiene un effetto boomerang: invece di nascondere attira l’attenzione e si rivela non così sobrio come vorrebbe essere. Come Mary Quant è divenuta famosa per aver inventato la minigonna negli anni ’60 oggi, Aheda Zanetti, diventa conosciuta per l’invenzione e la realizzazione di questo particolare capo. Ma quando guardiamo l’unione tra il burka e il bikini veramente analizziamo un capo di moda, oppure analizziamo un preciso pensiero religioso-culturale?
    Fermarsi all’apparenza può diventare un’offesa nei confronti di tutte le donne che decidono di indossarlo, perché la sobrietà non si riduce solo a ciò che si indossa al mare, ma è piuttosto un modo di essere.

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