Caso Mendoza, Sergio Campailla ci racconta del pittore che attentò il Papa

Caso Mendoza, Sergio Campailla ci racconta del pittore che attentò il Papa

ROMA – In Wanted. Benjamin Mendoza Y amor, il professore Sergio Campailla riporta in auge una storia inquietante ancora oggi avvolta nel mistero e nell’oscurità. Sono stata alla conferenza stampa in Campidoglio, ed alla mostra privatissima che è seguita, e ne sono rimasta rapita. Volete sapere chi era Benjamin Mendoza e perché voleva uccidere Paolo VI?

Un aeroporto. Uno sconosciuto travestito da prete. Un Papa. Un attentato. Un processo. Nel novembre 1970, il mondo rimase col fiato sospeso per qualche minuto quando la vita di Papa Paolo VI venne messa in serio pericolo da Benjamin Mendoza y amor, un indio di etnia aymara. Chi era? Un pittore! E questa è la sua storia.

Inizia così Sergio Campailla a raccontare la storia di questo personaggio di cui il professore, dopo aver meticolosamente raccolto testimonianze in giro per il mondo, ne ha ricostruito la trama come tessere di un mosaico e trasposte nel suo libro. Così, dopo anni dedicati alla ricerca di documenti sulla vita avventurosa del personaggio Benjamin Mendoza, ce la illustra con la stessa enfasi e passione che leggiamo tra le righe del suo saggio.

Mendoza CAMPIDOGLIO

Come vi dicevamo siamo negli anni 70′, un periodo di grandi tumulti e rivoluzioni. Nello specifico ci troviamo nelle Filippine del dittatore Marcos, all’aeroporto di Manila. Cosa succede? Uno sconosciuto travestito da prete prova a uccidere il Papa.

Il protagonista di questo atto scellerato è Benjamin Mendoza, pittore di professione, un artista estremo, viaggiatore di cento e passa paesi, che rappresenta nelle sue opere la condizione dei poveri e degli emarginati, sino a che nell’attentato contro il Papa, il primo nella storia moderna, raggiunge la scena mondiale come un tornado.

Mendoza Campidoglio
Sergio Campailla alla conferenza stampa in Campidoglio, intervistato dal giornalista dell’Espresso Roberto di Caro, che ha riportato in auge, in uno speciale sul suo giornale, la storia inquietante di Benjamin Mendoza.

Paolo VI, come sappiamo, si salva (morirà d’infarto nella residenza papale estiva di Castel Gandolfo il 6 agosto 1978), i colpi del coltello sguainato da Mendoza non colpiscono la giugulare, ma il collare portato dal papa per l’artrosi. Tuttavia l’attentato suscita uno sconvolgimento mondiale, dopotutto è il primo vero e proprio attacco al pontefice da parte di un uomo comune. Si pensa alla CIA, all’ FBI, si scoprirà solo decenni più tardi che Mendoza aveva veramente lavorato per l’USIA. Insomma, le congetture su questo mistero non mancano, ci si interroga per anni, sulla provenienza, sul perché e sul come. A fare luce,, finalmente, dopo decenni, è Sergio Campailla, scrittore e letterato genovese. Nel suo libro, “Mendoza Y amor”, (pubblicato da Marsilio) Campailla, analizza non solo il tentato omicidio, ma le cause che hanno portato il pittore boliviano a compiere il folle gesto.

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Benjamin nasce nel 1935 a La Paz, capitale della Bolivia e della cocaina, ultimo di quattro figli, da una prostituta che, vendendo il suo corpo, paga gli studi del figlio al collegio Salesiano Ayacucho. Mendoza si distingue subito dagli altri bambini, ha un innato gusto per il macabro e per il violento, mentre tutti disegnano alberi e casette lui disegna scene di morte: un cane investito da un aratro, un incidente e sangue, sangue a non finire. Benjamin è anche ambidestro, ed essere ambidestri a quei tempi veniva visto dalla chiesa come simbolo di affinità con il diavolo, Campaila invece saggiamente accosta questo suo tratto non alla spiritualità, bensì alla psiche, il ragazzo, infatti soffre di DID (dissociative identity disorder).

In gioventù Mendoza, dopo aver aggiunto al suo nome Amor y Flores, non sa bene cosa voglia fare, si iscrive ad architettura ma la lascia, diventa cadetto del colegio militar de aviario de la paz, lascia anche questo e si iscrive all’accademia delle belle arti. Indeciso ma talentuoso. Partecipa come rappresentante della Bolivia alla Biennale dell’arte di San Paolo, dipinge, ha successo e viaggia. Viaggia e dipinge. Il prototipo perfetto dell’artista tormentato.

Mendoza ha talento, espone a New York e a Parigi. Vive una vita sfrenata, è un bohemien. Lavora per l’USIA che gli paga i viaggi, tutti gli aprono le porte, Europa, Asia, States. È nel 1969 invece che arriva a Manila. A chi lo intervista spiega il motivo del tanto viaggiare: un artista ha il compito di girare il mondo e illustrare la povertà.

Benjamin Mendoza
Benjamin Mendoza

Mendoza è un ribelle, odia la religione, i poteri forti e tutto quello che è borghese lo annoia, un artista deve scuotere le menti, deve compiere gesti folli. Ed è così che arriviamo al fatidico giorno. Il 27 novembre, Benjamin Mendoza Y Flores si traveste da prete e tenta di accoltellare il Papa. Qui comincia il putiferio. Mendoza sembra cambiare idea in continuazione, dice “lo rifarei” poi ritratta, il coltello era di gomma, era solo una provocazione, anzi si il coltello vero lo avevo nella cintola. Al processo si dichiara non colpevole e perfettamente sano di mente, viene ovviamente condannato per tentato omicidio. I primi tempi in carcere sono duri, i carcerati filippini sono tutti cattolici e lui ha tentato di uccidere il diretto rappresentante del loro Dio.

Dimagrisce venti chili, vaneggia sul sogno di eliminare Nixon e il Papa i capi del potere politico e di quello clericale. Ma è proprio in carcere che Benjamin Mendoza ci rivela tutta la sua arte. Disegna, disegna a non finire. Sono due le cose che sa fare, viaggiare e dipingere, in galera può farne solo una e si concentra su questa. Si tiene quindi lontano dai guai e viene rilasciato dopo soli tre anni e mezzo per buona condotta. Il papa lo perdona ma è costretto ad andare in Bolivia, dopo scopre che per colpa del suo tentato omicidio i suoi connazionali cattolici hanno bruciato la sua casa e ucciso sua madre e i suoi fratelli. E allora ricomincia a scappare, fisicamente e metaforicamente. America latina, Europa, droghe e alcol, e dipinge, dipinge per espiare i suoi peccati, dipinge per denunciare la povertà e scene cruente dettate dal suo bisogno di violenza.

Benjamin Mendoza
Sergio Campailla illustra i quadri di Benjamin Mendoza della collezione famiglia Imperati, esposta in forma privata in una bellissima residenza del centro storico di Roma, ad un pubblico di appassionati, collezionisti e cultori d’arte.

Passa gli ultimi anni della sua vita tra arte e dissolutezza, ma nonostante gli eccessi riesce comunque ad invecchiare, infatti, cosa che raramente succede agli artisti, i soldi durano meno della salute e muore solo, vecchio e dimenticato nel 2014 in Perù, in un ospizio per anziani.

Questa è la storia che ci racconta Sergio Campailla, la storia di un uomo profondamente disturbato, dedito agli eccessi e alla violenza ma allo stesso tempo fragile e legato al suo paese, alla sua famiglia, e a tutti gli indigenti del mondo.

Io ritengo che sia un’ottima trama per un film, dalla trama che spazia da intrecci politici a avventure di sopravvivenza, che possa illustrare anche i paesaggi dei diversi Paesi attraversati da Benjamin Mendoza, così come descrivere i personaggi incontrati. Tra storia e mistero l’illustrazione di una poetica artistica, attraverso la tecnica impiegata nelle sue opere, e l’analisi di quella spasmodica ricerca di illustrare una sezione del mondo scomoda e, talvolta, disgustosa.

Nella gallery potete ammirare alcuni quadri di Benjamin Mendoza della collezione privata  famiglia Imperati.

Il Benjamin Mendoza Pittore

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Fabiola Cinque

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

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