Clouds. A point of View

Clouds. A point of View

Cosa sanno di noi le nuvole di Stefano Olivieri?

“La nube ci educa alla bellezza”. Antonino Anile (1869-1943) già ministro della Pubblica Istruzione

 

“Ecco, le nuvole sospese nellaria hanno una loro meravigliosa bellezza, una loro vita silenziosa: ogni giorno nascono, si addensano, corrono per mari e terre lontane, si dissolvono e muoiono sopra di noi. Non le senti, non te ne accorgi, eppure si stanno trasformando, abbastanza lentamente da non attirare lattenzione, ma abbastanza rapidamente perché, fissandole, rivelino il loro movimento E la nostra vita è pure così. Silenziosamente qualcosa accade in noi ogni ora, ogni giorno e ci trasforma, come una nuvole, nel bene e nel male”. Luca Mercalli, Filosofia delle nuvole, Rizzoli.

 

Vi siete mai fermati a guardare le nuvole? Probabilmente sì! forse con un pizzico di senso di colpa: avere la testa  tra le nuvole in una società che nevrotizza il lavoro nel preciso momento in cui sta per scomparire (nella forma che conoscevamo), non rappresenta certo il massimo dell’esperienza.

E nel tempo libero siamo troppo interessati a prenderci cura dei nostri piaceri per portare l’attenzione ai miracoli che producono ogni giorno le nubi sopra le nostre teste.

Tuttavia la pervasività della meteorologia, con le sue trasformazioni fisiche, ci avvolge e comunica con noi in ogni momento, attraverso i sensori del nostro corpo. Il caldo, il freddo, l’umido, il vento riportano lo sguardo verso il cielo alla ricerca dei segni che possano farci indovinare le modificazioni che auspichiamo o che temiamo. Ecco allora che incontriamo le mutevoli forme, candide e splendenti, soffici o pesanti, minuscole o immense come astronavi che gravano sulle nostre teste. Insomma nuvole senza frontiere, in cammino verso ognidove, portatrici di pioggia e bellezza.

Guardare le nuvole può essere un modo di accedere alla contemplazione, allo stupore e persino alla creatività di insospettabile valenza estetica e conoscitiva. Gavin Pretor-Pinney, lo dichiara apertamente fin dalle prime righe del suo Cloudspotting (Guanda), divenuto col tempo, un pregevolissimo testo cult: “ Ho sempre amato contemplare le nuvole. Niente in natura può competere con la loro mutevolezza e la loro scenografica teatralità. Niente possiede la stessa bellezza effimera e sublime”. Il fosco cumulonembo attraversato da un fulmine che sovrasta il paesaggio bucolico alla base della Tempesta di Giorgione illustra benissimo ciò che Pinney vuole dirci. Riconoscevano la sublime bellezza delle nuvole anche straordinari pittori come Jacob Van Ruisdael (1629-1682) abilissimo nel drammatizzare molti paesaggi con cieli di densi cumuli e William Turner (1775-1851) del quale il critico John Ruskin scriveva: “nessun artista ha disegnato il cielo come lui; persino le nuvole di Tiziano e quelle di Tintoretto sono convenzionali”. Tanto tempo fa, dopo aver visto gli innumerevoli studi del cielo nuvoloso di John Constable (1776-1837), uno straordinario pittore della stessa generazione di Turner, stranamente poco apprezzato da Ruskin, conservati al Victoria & Albert Museum di Londra, ho capito che quando guardiamo le nuvole non siamo solo attratti da un parallelismo lungo l’asse metaforico con i nostri stati interni ovvero con la nostra meteorologia interiore. Secondo Constable il cielo e le sue configurazioni erano l’essenza e il principale portavoce del sentimento nel paesaggio.

Le nuvole non portano solo pioggia ma ci illuminano di bellezza pensosa e ci invitano a conoscere la natura come un dispositivo mutevole, difficile da catturare per chi è provvisto delle armi della pittura. Possiamo veramente vedere la natura solo dopo averla compresa. Dipingere dunque è tra le altre cose, una conseguenza dell’attività del conoscere ciò che le cose non ci dicono direttamente.

Oggi la fotografia può forse restituirci con maggiore precisione dei dettagli la presa reale di un cielo nuvoloso, pur facendone un riflesso dei sofisticati sentimenti che provano i fan interessati alle molteplici attività di cloud appreciation.

Il primo fotografo a trasformare le nuvole in un soggetto artistico vero e proprio fu il grande Alfred Stieglitz. All’inizio degli anni venti del novecento, puntando l’obiettivo verso il cielo cominciò a realizzare una serie di ritratti di nuvole che verso la fine della decade raccolse sotto il titolo di Equivalents. Stieglitz fu il protagonista della secessione fotografica americana, creò Camera Works, probabilmente la rivista di fotografia più importante mai pubblicata, diede un contributo decisivo per far conoscere l’arte delle avanguardie europee ai collezionisti americani. Nelle nuvole Stieglitz trovava un effetto di senso assolutamente centrale per il suo vangelo estetico: l’immagine realista che diviene una effigie dell’astrazione; in altre parole, grazie alla natura caotica che anima i cieli, per la fotografia veniva a risolversi l’antiniomia tra astratto e figurativo.

Ai giorni nostri, Stefano Olivieri, sulle tracce di Stieglitz, ha dedicato due anni del suo lavoro di fotografo alle nuvole. Il suo rigoroso programma di ricerca estetica lo ha portato a scegliere un unico punto di vista dal quale osservare l’orizzonte sul mare, scrutando e riprendendo con innumerevoli scatti il frattale di mondo compreso nel suo campo fotografico.

Che cosa sta guardando Olivieri? Non è certo il mare ad essere protagonista e tanto meno il sottile lembo di terra che si intravede all’orizzonte.

Sono le nuvole a dominare la scena, tutto il resto rappresenta solo il gioco di dettagli irrilevanti che pur attraversando l’inquadratura o apparendo ai suoi margini  non sembrano provvisti di un proprio significato. Infatti, non a caso, l’obiettivo è puntato verso il cielo; lo sguardo metaforizzato dal puntamento della macchina non è interessato ad analizzare ciò appare o accade sulla superficie terrestre, ma è rivolto verso l’alto per cogliere la dimensione più metafisica e pensosa del paesaggio,  ovvero le nuvole, silenziose viaggiatrici della volta celeste. Le foto di Olivieri non hanno la propensione all’astrazione dei lavori di Stieglitz, ma evocano con la stessa evidenza l’attitudine a illustrare momenti dell’anima che per estensione fanno pensare a una certa visione della vita.

Dopo di due anni di osservazione, Olivieri calcolate la portanza di ogni variazione di quell’angolo di mondo apparentemente sempre uguale, eppure così diverso per la varietà di sfumature generate dalla luce, ha infine effettuato la scelta di immagini che raccontano il suo punto di vista di ciò che sanno le nuvole.  Qualche anno indietro, ebbi la chance di vedere  gli  scatti dell’autore, presentati in una mostra alla Galleria Forni di Bologna, non nuova a percorsi espositivi legati a temi naturali.

Ricordo che, nelle foto esposte, il susseguirsi delle stagioni, i cambiamenti meteorologici, nonché le diverse declinazioni della luce del giorno, si condensavano in tonalità, ora calde e pastose, ora algide e rarefatte che riproducevano cieli tersi leggermente striati di nuvole così come cieli plumbei, pesanti e minacciosi. Nello spazio semantico aperto dalle immagini strutturalmente quasi identiche, il protagonismo delle nuvole innescava stati d’animo estremamente diversificati che inducevano a congetturare quanto in realtà la nostra coscienza debba, persino nelle sue contorsioni metafisiche e trascendenti, al mondo che la circonda. La natura ama nascondersi dicevano gli antichi. Ma non è detto che ci riesca sempre.

ADDENDA

DETTAGLI TECNICI

Stefano Olivieri effettua gli scatti in digitale. Successivamente li elabora con il procedimento tradizionale, quasi fosse un processo di sviluppo in camera oscura. Ovvero l’autore, provenendo dalla scuola analogica, interviene esclusivamente su luminosità e contrasto senza alterare nessun altro elemento. La stampa avviene solitamente su plexiglass ma i grandi formati sono stampati su carta Baryte montata su d-bond. I formati scelti per le mostre sono due: cm. 40×60 e cm. 130×100. Gli esemplari arrivano fino ad un massimo di 5 per soggetto.

Le opere dell’autore sono rappresentate da Forni, galleria d’arte, via Farini 26 Bologna (tel.051 231589);

Galleria Forni

Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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One Response to "Clouds. A point of View"

  1. Maurizio Bedin   1 luglio 2017 at 09:33

    A me le nuvole piacciono: fanno ombra, esaltano l’azzurro del cielo, sono l’acqua del cielo e mi ricordano Magritte.

    Rispondi

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