Da Cava de’ Tirreni alla Valle d’Itria. On the road verso il ponte del primo maggio

Da Cava de’ Tirreni alla Valle d’Itria. On the road verso il ponte del primo maggio

ITALIA – Il sole primaverile annuncia l’arrivo della bella stagione e il pensiero corre già al ponte del primo maggio in arrivo. Seguendo le tappe di un nostro recente viaggio della durata di due giorni tra la Campania e la Puglia, vi forniamo allora un piccolo diario di bordo da tenere accanto durante il vostro itinerario fuori porta lungo i versanti opposti del meridione italiano. 

Come il ponte festivo tra il 25 aprile e il primo maggio, il nostro itinerario collega due realtà e prende il via in direzione Cava de’ Tirreni, comune in provincia di Salerno, nel cuore del Parco Regionale dei Monti Lattari e ideale porta d’accesso alla Costiera Amalfitana, da cui dista appena 5 km. Chi provenga dal centro Italia e dalle zone limitrofe della Capitale, dovrà percorrere l’autostrada A1, che come l’antica Via Latina collega Roma a Santa Maria Capua Vetere, per poi proseguire verso la penisola sorrentina-amalfitana, anche se il centro campano è ben servito anche da ferrovie e dal non troppo distante aeroporto di Capodichino.

Ciò che colpisce, una volta raggiunta la valle tra i Monti Lattari e i Monti Picentini, sono la i colori e la varietà del paesaggio in cui, tra dolci pendii e le sagome più aspre dei rilievi, pare che la natura abbia creato un perfetto mix di mare, collina e montagna. Il clima tendenzialmente mite non è che la ciliegia su una torta squisita. Ricordo infatti che pur essendo partito in una giornata autunnale piuttosto uggiosa, mi sembrò di essere approdato su un altro continente appena poche ore dopo, tanto che mi ritrovai indosso abiti troppo pesanti. Il grazioso villaggio di Corpo di Cava, con mura turrite e fondato dall’abate S. Pietro I nell’XI sec., rivela l’anima medievale della cittadina, che custodisce anche un nucleo rinascimentale e uno barocco. Proseguendo la strada che penetra nella valle, si raggiunge il piazzale della Badia Benedettina della SS. Trinità, con la sua facciata settecentesca che cela un complesso religioso di dimensioni inaspettate a una prima occhiata. La struttura si staglia dinanzi al visitatore quasi all’improvviso, ai piedi del sentiero del M. Avvocata, dove si trovano anche i resti di un acquedotto romano del I-II sec d.C.. In questa prima tappa del viaggio, abbiamo preferito non farci mancare una visita guidata, che vi consigliamo di prenotare se volete dedicare la necessaria attenzione a questi luoghi. La Badia di Cava fu fondata nel 1011 da S. Alferio, nobile salernitano di origine longobarda che divenne monaco cluniacense ed ebbe fra i suoi discepoli importanti personalità ecclesiastiche, fra cui Leone, che gli succedette alla guida del monastero, e Desiderio di Benevento, futuro abate di Montecassino e successivamente Papa col nome di Vittore III. Il patrimonio storico-artistico di cui l’abbazia si è arricchita nel corso dei secoli, fra edifici, mosaici, sarcofagi, sculture, quadri, codici miniati e oggetti preziosi è considerevole ed è dovuto in larga parte all’opera dei monaci e di artisti per commissione. Oltre all’edificio principale, occupato dalla basilica, luminosa e rivestita di marmi policromi, è possibile visitare il chiostro dell’XI-XIII sec., molto suggestivo in quanto evidenzia come questo complesso religioso sia letteralmente edificato sulla roccia. Era pressoché d’uso da parte del cristianesimo sovrapporsi alle culture pagane preesistenti anche sul piano architettonico, ma nel caso delle Badia della SS. Trinità si possono ancora vedere, scendendo nel chiostro, resti del muro romano che testimonia la presenza di culti precedenti alla venuta di Alferio, testimoniata anche dal ritrovamento della scultura di un piccolo fauno. Adiacente al piccolo chiostro vi è anche la sala del Capitolo vecchio, del sec. XIII, ove sono conservati alcuni pregevoli sarcofagi romani, attribuiti per lo più al III secolo d.C. . Il complesso della Badia, come dicevamo, è piuttosto esteso e in ragione del poco tempo a nostra disposizione, non avemmo modo di visitare la grande biblioteca con l’archivio, che custodisce oltre 80.000 volumi, fra cui numerosi incunaboli e importanti cinquecentine. I volumi sono catalogati e sistemati in tre sale e riguardano prevalentemente le discipline della Patristica, Teologia, Diritto e Storia. Dal chiostro è possibile addentrarsi nei sotterranei, fatti di volte e colonne scavate nella pietra, ove dimostrano di trovarsi a proprio agio anche diversi pipistrelli, guardiani silenziosi del cimitero longobardo. Fin dall’inizio questi ambienti furono adibiti a cimitero dei monaci e dei secolari che volevano esservi seppelliti per devozione.

La parte conclusiva della nostra visita a Cava de’ Tirreni, è stata dedicata alla sala del capitolo e al museo. Nella prima, coloratissima e ornata con affreschi seicenteschi che raffigurano S. Benedetto, S. Alferio e altre importanti personalità religiose, l’abate tiene tuttora regolari conferenze e la comunità monastica prende le decisioni più importanti. Non nascondo di aver provato sincera emozione nel prendere posto per qualche minuto su uno dei sedili con intagli del Cinquecento, che circondano un sontuoso pavimento in barocco napoletano, dono della soprintendenza alla Galleria di Napoli. Uscendo dalla Badia della SS. Trinità, Cava non esaurisce le sue attrattive. Meritano una visita anche le caratteristiche viuzze e le piazze, nonché il quartiere Borgo Scacciaventi, realizzato tra il XV e il XVIII secolo e composto da eleganti esercizi commerciali e residenze storiche in stile barocco. A completare la vostra visita nel centro storico non può che essere l’antico Castello di S. Auditore, raso al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale, ma del quale rimangono i resti su una collina, dove dal 1656 si ripete annualmente una manifestazione che trae origine dalla grazia che Dio concesse agli abitanti del luogo, arginando la terribile pestilenza che quell’anno mieteva numerose vittime.

Cava de’ Tirreni

Oltre alle passeggiate e alle escursioni praticabili all’interno del Parco Regionale, non mancano iniziative ed eventi in questo periodo. Fino a domenica 6 maggio continueranno infatti Le Domeniche della Saluteinaugurate a Cava dal Rotary Club il 14 gennaio scorso, giornata dedicata alle patologie della mammella. Gli amanti dell’arte e della cultura sono invece invitati a visitare la mostra Andy Wahrol Pop Revolution, aperta al Marte Mediateca Arte Eventi sino al 18 giugno.
Come accennavamo, Cava de’ Tirreni si trova in una posizione strategica che permette di raggiungere con piccoli spostamenti anche Salerno o la Costiera Amalfitana, per cui si tratta di un’ottima scelta anche per soggiornare, se si è scelto di trascorrere il ponte di fine aprile in questi gioielli campani.

Se invece siete fra coloro che amano variare il più possibile la propria esperienza di vacanza anche quando non si disponga di un periodo di ferie lunghissimo, riparta con noi per un primo maggio sulla costa adriatica pugliese. In modo particolare, la seconda parte del nostro viaggio ci porterà nella bellissima Murgia dei Trulli, che comprende un territorio compreso tra le province di Brindisi, Bari e Taranto. Essendoci mossi da Cava poco dopo l’ora di pranzo, abbiamo potuto raggiungere la Valle d’Itria solo nel tardo pomeriggio, quando eravamo attesi da una nuova guida per conoscere da vicino la storia racchiusa nella patria simbolica della classica e antichissima costruzione conica. Stiamo ovviamente parlando di Alberobello, unico centro abitato in cui è presente un intero quartiere di trulli. Potrete parcheggiare la vostra auto nella grande area di sosta a pagamento poco distante dal borgo, che vi attende dopo qualche stradina stretta e in salita. Nato da un’evoluzione del modello preistorico della thòlos, il che testimonia la presenza antropica del territorio sin dall’epoca dei Greci, la tradizionale costruzione conica in pietra secca è stata dichiarata Patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO il 6 dicembre 1996. La parola trullo, con cui viene attualmente indicata non è quella utilizzato dagli abitanti del luogo, che vi si riferiscono normalmente con i termini casedda o cummersa, in quanto tali costruzioni erano ricoveri rurali temporanei o permanenti per gli agricoltori. Un anno importante per la città di Alberobello è il 1797, in cui essa prese il nome attuale per volere dei suoi cittadini e fu emanato da re Ferdinando IV un editto che permise di costruire utilizzando malte cementizie. La ragione per la quale i trulli erano tradizionalmente costruiti a secco e non fu possibile rendere la loro pianta più complessa sino a una certa epoca è di natura prettamente fiscale. Il problema delle imposte dirette sulla prima abitazione è infatti più antico dell’attuale dibattito politico e poter smantellare una costruzione durante i periodi di controllo per la riscossione delle tasse da parte delle autorità poteva fare la differenza tra la povertà estrema e la sopravvivenza dignitosa. Passeggiando lungo le vie del centro storico si ha l’impressione di trovarsi un piccolo bazar, i cui i trulli sono stati trasformati in esercizi commerciali, abitazioni in cui siamo stati con nostra sorpresa invitati ad entrare, alberghi diffusi e B&B. Data la vivacità della città e l’abbordabilità dei prezzi, pernottare in un trullo o fermarsi per soggiorni estivi è sicuramente una scelta consigliabile. Non ero a conoscenza del fatto che una gerarchia sociale si rispecchiasse nelle piante di queste costruzioni e nei simboli con cui sono contrassegnate, simboli che peraltro hanno ascendenze neoplatoniche a un certo punto cristianizzate da Ignazio di Loyola.
La cosa migliore da fare ad Alberobello è perdersi fra le viuzze e i trulli senza seguire itinerari prestabiliti, ma ci sono alcune tappe che sono effettivamente irrinunciabili:

  • Casa Pezzolla, un complesso di quindici trulli comunicanti e contigui, che si trova tra Piazza del Popolo e il quartiere Aia Piccola;
  • Il Trullo Sovrano ad Aia Piccola, in Piazza Sacramento, l’unico trullo di Alberobello costruito su due piani, che oggi ospita il Museo del territorio;
  • La chiesa-trullo, cioè la Chiesa di Sant’Antonio, del 1927;
  • I Trulli siamesi, due trulli uniti sulle sommità ma con ingressi che si aprono su due strade diverse (un tempo i trulli erano comunicanti mediante una porta interna, oggi non più presente);
  • Il Belvedere di Alberobello: da qui potrete guardare tutto il Rione Monti dall’alto;
  • La Basilica dei Santi Medici Cosima e Damiano, fulcro religioso della città, di cui si hanno notizie dai primi del ‘600.

Per una pausa ristoratrice, d’obbligo dopo la passeggiata tra vie in salita e botteghe, i trulli adibiti a ristorante o gli altri locali del centro sapranno deliziarvi con i piatti tipici locali, fra cui oltre a quelli a base di pesce, fanno gli onori di casa le famose orecchiette alle cime di rapa, un must se vi trovate in questi luoghi.

Alberobello

Nella valle dell’Itria, sempre nella Murgia dei Trulli, che ne caratterizzano il panorama, troviamo anche Cisternino, in provincia di Brindisi, centro di circa 12.000 abitanti che fa parte del club dei Borghi più belli d’Italia e merita sicuramente una visita. Il toponimo, di ascendenza greca, denuncia anche in questo caso l’antica storia della cittadina, che si richiama a uno dei ritorni (nòstoi) dalla guerra di Troia. In modo particolare sarebbe stato l’eroe eponimo Sturnoi, compagno di Diomede, a fondare dopo la caduta di Ilio l’odierna Ostuni, anticamente detta Sturninum, parola che unita al prefisso cis- dà il nome all’attuale Cisternino, che significa letteralmente “(luogo o città) vicino Ostuni”. In realtà, come il resto del territorio salentino, i numerosi reperti testimoniano che nelle terre di Cisternino la presenza dell’uomo risale all’età della pietra e oltre ai greci si sono avvicendate la presenza romana e quella di molte dominazioni a partire dal Medioevo. Notevole qui è la Torre di Porta Grande, anticamente l’ingresso principale in città, il cui centro storico ospita i molti palazzi delle famiglie nobiliari che vi hanno dimorato in epoca medievale e rinascimentale. Tra gli edifici religiosi vi suggeriamo di visitare la Chiesa Madre di san Nicola, che sorge su una precedente chiesa dei monaci basiliani, grazie ai quali risorse l’attuale centro abitato dopo il sacco dei Goti, e il Santuario della Madonna d’Ibernia. Molto caratteristiche poi, nella campagna circostante, le tipiche masserie rurali pugliesi, in cui molte abitazioni sono costruite ancora secondo il tipico modello del trullo.

Per trascorrere la notte noi abbiamo scelto l’Hotel L’Aia del Vento, sia per la posizione-chiave, che da Cisternino permette di raggiungere facilmente molti centri d’interesse limitrofi, sia per la qualità della struttura, elegante, accogliente ma informale. L’ottima la cucina e la sala ristorante, ampia e spesso animata da ballo e musica dal vivo sono ragioni in più per fare di questo hotel un’opzione più che valida anche per un soggiorno più lungo del nostro.

Si ringrazia il Sig. Ennio Soccodato per la gentile concessione degli scatti.

Cisternino

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Il tempo a nostra disposizione cominciava a farsi tiranno e potevamo concederci un’ultima tappa prima del rientro. Lasciare la Puglia imprimendoci nella mente l’immagine di due dei simboli che la rappresentano ci è sembrata allora la scelta migliore. Se volete accompagnarci ci rimettiamo alla guida e dalla Valle d’Itria ci spostiamo verso la Piana degli Uliveti Secolari, su cui qui come più a Sud nel Salento pende la drammatica scure dell’eradicazione, tra le minacce della xylella che non risparmia neppure queste zone e l’installazione del gasdotto TAP nel brindisino, mentre li si vorrebbe al sicuro per continuare a testimoniare una storia ben più lunga della memoria d’uomo. L’altra vista di cui desideravamo un ricordo più recente era quella di una città sul mare e Monopoli, bomboniera carsica che racchiude vita balneare e antiche contrade in cui castelli e basiliche trasudano dalle loro pietre vicende antichissime, era quello che stavamo cercando. Proprio per la ricchezza e la varietà delle sue bellezze non potremo che limitarci a darvi alcune suggestioni menzionando i luoghi da non perdere. In accordo con la tradizione bizantina della patrona della città, di cui parleremo, un modo per visitare Monopoli è quello di cominciare dal porto, ingresso reale e simbolico per il forestiero che giunga dal mare, orizzonte pieno d’incognite da sempre scrutato con preoccupazione perché potenzialmente portatore di minacce, oltre che di benedizioni. Eppure pare l’atteggiamento di apertura quello che prevale nel cuore dei popoli nati a contatto con l’acqua, al crocevia dell’esistenza. Appena varcate le mura della città, un uomo di mezza età si è avvicinato a noi e, col fare benevolo di chi ti conosce da sempre e un sorriso genuino nello sguardo che va oltre ogni diffidenza, voleva regalarci un’intera busta di pesce fresco appena pescato, probabilmente a bordo di uno dei tipici vozz o “gozzo”, piccola imbarcazione in legno con i suoi tipici colori celeste e rosso, utilizzata dai pescatori monopolitani. Giunti nel centro storico, la patrona di Monopoli richiama prepotentemente la sua attenzione spiccando tra il bianco delle abitazioni. La grande Basilica Cattedrale dedicata alla Madonna della Madia, risale al XII secolo e fa mostra di un fasto barocco che lascia senza fiato. La più grande ricchezza è però l’icona bizantina della Vergine che dà il nome alla chiesa e di cui lo scorso anno ricorreva il nono centenario dell’approdo dal mare. La figurazione di questa Madonna, detta anche Maria Santissima di Costantinopoli, appartiene alla tradizione iconografica della Vergine Odegitria, ossia “che indica la via”, e in Puglia, dove è anche coprotettrice di Bari insieme a S. Nicola, è molto venerata e diviene Madonna della Madia (da almadia, una tipica imbarcazione). Secondo la tradizione l’icona sarebbe stata tratta in salvo su una zattera dalla Turchia durante la lotta iconoclasta e sarebbe approdata a Monopoli su un’imbarcazione di fortuna la notte del 16 dicembre 1117.
Poco distante dalla basilica troviamo la cripta, dove sono conservati all’interno di alcune teche di vetro, gli scheletri di religiosi in abito talare, a ricordarci poeticamente che cenere ritorneremo. Proseguendo lungo le vie del centro storico lastricate di pietra calcarea, si giunge al cospetto di una perla incastonata tra il mare e la terraferma. Il Castello di Carlo V, scenografica fortezza edificata durante la dominazione spagnola, vigila ancora a protezione della città, che offre panorami e scorci indimenticabili. Se invece desiderate appagare la vostra anima più festaiola, la parte vecchia di Monopoli sa come venire incontro a tutte le necessità, trasformandosi in isola pedonale con punti di ristoro e aree shopping.

Il mare e la fascia costiera poi, attendono chi ricerchi il contatto con la natura, che presenta spiagge, scogli alternati da insenature e calette, e in alcuni tratti, come in località Capitolo, anche dune. Un paesaggio da scoprire a piedi, in barca o in surf soprattutto nella bella stagione che sta per arrivare.

Non abbiamo menzionato le chiese rupestri e i percorsi tra natura e religiosità di cui il circondario di Monopoli non offre che l’imbarazzo della scelta, ma come vedete il nostro Sud è talmente ricco di meraviglie che è impossibile non dilungarsi per tentare di darvene appena un assaggio. Ripercorrendo questa nostra esperienza, che non è che la punta dell’iceberg rispetto alle possibilità che avrete durante le prossime ferie di fine aprile, siamo certi di aver stimolato in voi almeno un po’ di curiosità e speriamo anche il desiderio di prenotare la vostra vacanza.

Monopoli

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Stefano Maria Pantano

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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