David Seidner, quando la fotografia dialoga con l’arte

10 Corso Como organizza dal 3 settembre all'1 novembre 2016 una bellissima mostra dedicata al grande fotografo americano

David Seidner nacque a Los Angeles nel 1957 e morì per complicazioni dovute all’Aids in una località che mi è sconosciuta nel 1999, quando era al culmine della sua carriera.

Non ho informazioni attendibili sulla sua formazione, ma certamente, scuola o non scuola, doveva aver raggiunto fin da giovanissimo, una preparazione artistica ragguardevole, supportata da una predisposizione al bello fuori dal comune, alla quale rimase sempre fedele.

Il suo talento per la fotografia fu immediatamente valorizzato dalle riviste più prestigiose e dalla moda. A soli 18 anni firmò la sua prima copertina; a 21 gli fu dedicata la prima personale di una nutrita serie di mostre.

Il suo stile improntato a contaminare foto commerciali con ispirazioni tratte dalla grande arte, convinceva tutti, manager e stilisti, fashion editor e lettori, critici e colleghi fotografi.

A 26 anni Yves Saint Laurent lo mise per un paio d’anni sotto contratto, mettendo nelle sue mani la trasduzione delle sue collezioni nel suo originale linguaggio per immagini che trasformava bellissimi abiti in suggestivi messaggi destinati all’immaginario dei modanti.

I suoi scatti erano di casa in Vogue (Francia e Italia), Harper’s Bazaar, Vanity Fair e sul New York Times Magazine.

Le sue successive campagne per Ungaro, Lavin, Azzedine Alaia, Chanel, Dior, Galliano e Bill Blass (per citare le più importanti), sono da annoverare tra le più ammirate tra la seconda metà degli ottanta fino alla sua morte.

Devo aggiungere che, pur essendo un convinto ammiratore del lavoro per la moda di David Seidner, la mia reverenza per il suo stile dipende probabilmente dalle immagini che progettò per editare i suoi libri. Messa da parte l’ammirazione per la qualità dei progetti, emozione certamente importante ma sterile ai fini della comprensione del suo stile, analizzando le specificità del suo punto di vista fotografico, ante e post quem dello scatto, mi sono fatto un’idea del suo non-metodo, attraverso il quale l’impulso creativo iniziale, rimescolato dalla sua penetrante curiosità e cultura visiva, si stabilizza in forme a-temporali di rara intelligente bellezza.

Per esempio, nel libro/progetto Nudes (1995), il fotografo dimostra di essersi sottoposto a uno studium serio, critico, approfondito quanto innovativo, sull’arte scultorea della Grecia antica e sulla ripresa delle sue forme in epoca Neoclassica. Dopo aver razionalizzato i tratti pertinenti del bello (pose, espressioni, contorni, proporzioni, armonie, composizioni…) ne effettua una traduzione mirabile con la sottile materia della quale era maestro: forti contrasti figura/sfondo, calcolate gradazioni del grigio, luci e ombre, composizioni armoniose; configurando una narrazione per immagini del corpo glorioso che, ispirandomi alle Phatosformel di Aby Warburg, fanno pensare alla riattivazione delle strutture patemiche del passato in forme della contemporaneità (i soggetti delle sue fotografie sono amici e amici di amici).

Mi rendo conto che il rischio di questo modo di appellarsi al passato glorioso e classico delle forme del corpo che convenzionalmente definiamo “bello”, è di sconfinare nel citazionismo, nell’idealismo. Posso assicurare il lettore che David Seidner era perfettamente cosciente della scivolosità del terreno che aveva deciso di esplorare.

Se osservate le immagini di Nudes (presenti nella mostra milanese), il citazionismo non appare. Io ci trovo sublimazione, sia nel senso chimico del termine, ovvero la proprietà di sostanze semplici o composte, di trasformarsi dalla stato solido allo stato aeriforme, senza passare per lo stato liquido. E sia nel senso che Sigmund Freud dava al concetto. Secondo l’inventore della psicoanalisi attraverso la sublimazione le pulsioni aggressive dell’inconscio, potevano trasformarsi in pulsioni orientate al sociale. In parte dunque, la sublimazione rappresenterebbe un raffinato meccanismo di difesa che può dar luogo a processi estetici innervati nell’inconscio di grande impatto sociale. Secondo Sigmund Freud l’effetto traumatico o perturbante di molte manifestazioni artistiche sarebbe spiegabile attraverso la comprensione dell’ambivalenza della loro base pulsionale, capace di manifestare il rimosso ricoprendolo di una rassicurante sentimento di bellezza.

Naturalmente non ho nessuna competenza biografica e tantomeno l’intenzione di psicoanalizzare David Seidner. Ma il tentativo di comprensione degli effetti di senso creati dalla sua sensibilità artistica (e maestria), capace di trasformare corpi statuari in immagini di una armoniosa struggente bellezza, penso possa essere arricchita dalle implicazioni dell’uso del concetto di sublimazione estetica.

Un altro esempio di quanto fosse importante per il fotografo il dialogo tra tradizione e innovazione è documentato dal libro Portraits (1999) nel quale la riflessione artistica di David Seidner ruota intorno alla bellezza dei grandi ritratti pittorici di John Singer Sargent.

Il progetto fu creato per arricchire e onorare una grande retrospettiva dedicata al pittore americano dalla National Gallery di Washington. Il fotografo rintracciò i discendenti delle famiglie americane alto borghesi delle quali il pittore era divenuto il ritrattista di fiducia; fece loro indossare gli stessi abiti e li reinterpretò cercando, aldilà dei riferimenti testuali, una affinità spirituale con un magistrale interprete dell’arte di trasformare un incarnato, la stoffa di un abito, una posa, in un’estasi pittorica, spesso fraintesa dai contemporanei di John Singer Sargent, ma nel tempo fonte dell’enorme successo dei suoi quadri.

Le foto di David Seidner ispirate alle pose, alle tonalità che la luce distribuiva sulla superficie delle stoffe, alla musica dei colori del pittore, ambivano a raggiungere ciò che mi piace definire “somiglianza di famiglia” tra due artisti che con mezzi diversi ambivano a raggiungere il medesimo esito estetico. Le immagini di entrambi sembrano illuminare un mondo di mezzo artistico, tutto superficie, senza alcun psicologismo particolare, nel quale passato e presente intrecciano un contrappunto di note emotive/percettive assolutamente originali e libere da tensioni, da polemiche e intellettualismi.

 Devo aggiungere che la facilità con la quale David Seidner creava il suo fotografabile secondo uno stile personale via via sempre più consolidato, gli ha permesso di lasciarci, malgrado una carriera interrotta troppo presto, un numero incredibile di capolavori fotografici. Le sue immagini spezzettate, a volte utilizzando frammenti di specchi, e poi ricomposte a collage, possiedono un’espressività grafica che avvicino ai capolavori del grande Blumenfeld, e non sono certo inferiori come valenza estetica a quelle dei suoi nudi o dei ritratti descritti sopra. Vale la pena di citare anche il lavoro (e le conversazioni ) che sviluppò per riprendere i più importanti artisti con i quali ebbe modo di interagire, culminate nel libro Artists at Work (1999).

Molti fotografi (per fortuna), pur operando nella moda, non hanno avuto timore di guardare oltre pur rimanendovi, per così dire, fedeli. Tra questi David Seidner è senz’altro da annoverare tra i più geniali image makers della sua generazione. Amava la moda ma non ha mai permesso al gusto per le novità creative fini a se stesse di prevalere. Forse più che un generico riferimento alla modazione, penso che fosse attratto dalle “cose” della moda verso le quali sentiva come un’urgenza la responsabilità di elevarle al bello fotografico. Le conseguenze della apertura tra passato e presente, punto fermo della sua riflessione filosofica sulle immagini pensate come forma estetica sono ancora, in parte, da scoprire.

10 Corso Como presenta 50 capolavori che narrano le tappe più importanti della carriera del fotografo (dal 3 settembre all’1 novembre 2016) . Per quanto ne so, è la prima grande mostra in Italia dedicata a David Seidner.

Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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2 Responses to "David Seidner, quando la fotografia dialoga con l’arte"

  1. Daniele   14 settembre 2016 at 18:25

    Grande fotografo, bell’articolo, bellissime immagini

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  2. Lori   15 settembre 2016 at 20:06

    Emulare Sargent mi sembra molto difficile. Però ammetto che Seidner è stato veramente encomiabile.

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