Diana Vreeland. Creatività e intuizione al potere

Diana Vreeland. Creatività e intuizione al potere

Una grande mostra organizzata a Palazzo Fortuny dal 10 marzo al 26 giugno 2012 (Venezia) da Judith Clark e Maria Luisa Frisa ci aveva permesso per la prima volta in Italia di ammirare la genialità, le scelte editoriali e curiatoriali di una delle donne più importanti della moda del novecento. Quest’anno un delizioso film di Lisa Immordino Vreeland, intitolato “Diana Vreeland, Imperatrice della moda”, uscito nella collana Feltrinelli Real Cinema, presenta una serie di interviste inedite della protagonista, di grande valore storico.

Diana worked like a dog; she did not want to be perceived that way, but she was, without exception, the hardest working person I’ve ever know… Diana lived for imagination ruled by discipline, and created a totally new profession. Vreeland invented the fashion editor. Before her. It was society ladies who put hats on other society ladies! Now it is promotion ladies who compete with other promotion ladies. No one has equalled her – not nearly. And the form has died with her.

Richard Avedon, Discorso in memoria di Diana Vreeland al Metropolitan Museum of Art, il 6 Novembre 1989

 

Ritratto di una mente in movimento

vreeland5
Diana Vreeland, Richard Avedon e Dovima

Una foto molto eloquente di Richard Avedon racconta meglio di tante parole la serena gravità con la quale Diana Vreeland contribuì a creare l’eccezionale successo di Harper’s Bazaar dagli anni trenta agli anni sessanta. Osservate l’immagine: la celebre fashion editor riflessa in uno specchio osserva, stringendo occhi e sigillando la bocca, la sofisticata capigliatura di Dovima, una delle poche modelle conosciute in tutto il mondo intorno alla metà degli anni cinquanta. L’acconciatura di Enrico Caruso, l’hair designer, accentua i tratti del volto aristocratico della modella; il trucco e la foto in bianco e nero avvicinano il suo volto alle sembianze espressive di una diva del cinema muto. La posa improvvisata dalla modella, intesa a far emergere un effetto o un aspetto della bellezza che non riesco pienamente a comprendere, aggiungono all’immagine la tipica aura delle grandi foto di moda del periodo. Avedon, come un giocoliere sta girando intono alla scena cercandone l’attimo decisivo. Diana Vreeland è dietro al fotografo, la sua immagine appare sfuocata. Eppure è lei che cattura la scena. Percepiamo che il suo sguardo clinico cerca i sintomi di una bellezza “altra” che oggi definiamo tendenza. Era infatti di quest’ordine la richiesta dei committenti dei servizi: trasformare abiti, accessori, modelli di femminilità in un messaggio desiderante in addivenire; era la speranza di incontrare il futuro della moda che spingeva le lettrici ad amare con passione Harper’s (e il rivale storico Vogue). A Diana Vreeland veniva attribuita la capacitazione a vedere ciò che le sue lettrici non sapevano ancora di desiderare. Ecco dove porta lo sguardo della fashion editor, perfettamente colto dall’occhio intelligente di Richard Avedon. Ma esiste veramente questo sguardo che come nello specchio magico di “Alice nel Paese delle meraviglie” di L. Carroll, ci proietta in un mondo incantato nel quale gli abiti ci trasformano in personaggi da favola? Se osserviamo la questione dal punto di vista di Diana Vreeland la risposta non può che essere positiva. La celeberrima fashion editor di Harper’s fino al 1962, poi divenuta Editor in Chief di Vogue e infine nel 1972 la Special Consultant del Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute, al culmine della sua carriera veniva considerata una vera e propria catalizzatrice di tendenze.

La rubrica “Why Don’t You...?”, Harper’s Bazaar, marzo 1937
La rubrica “Why Don’t You…?”, Harper’s Bazaar, marzo 1937

Ma in che cosa consisteva la sua particolare veggenza? Diciamo subito che operare fiancheggiata da personaggi del calibro di Carmel Snow (Editor in Chief di Harper’s dagli anni trenta fino alla fine dei cinquanta), di Alexey Brodovich (a mio avviso l’art director più efficace del periodo) e avere a disposizione talenti fotografici come Hoyningen-Hoene, la Dahl-Wolfe, Munkacsi, Toni Frissell e il grandissimo Richard Avedon, era di per sé una garanzia di qualità dei messaggi dei quali curava l’innesto, la cui forza persuasiva era certamene da non sottovalutare. Passata dal 1962 a Vogue, Diana poteva godere di budget di spesa impressionanti. Ovunque la spingessero le sue brucianti intuizioni, aveva i mezzi per riprodurle nel modo migliore con i fotografi giusti e le modelle che personalmente selezionava. Bisogna aggiungere, però, che essere circondata da talenti a volte può avere un effetto devastante. Se penso al lavoro di routine di una rivista come Harper’s Bazaar non posso non immaginare quanto fosse difficile anche per una persona preparata reggere il confronto con i mostri sacri che ho citato. Per esempio nel corso delle revisioni dei layout, non doveva essere affatto scontato farsi approvare sequenze di pagine o determinate visioni della moda senza incorrere nelle censure di personaggi già leggendari come Carmel Snow (fu stretta collaboratrice di Condé Nast e di Edna Chase, negli anni venti) e A. Brodovich. Non credo che ai tempi di Harper’s la sua galoppante fantasia convincesse sempre e comunque tutti. Ma in breve tempo, il suo carisma e la giustezza delle visioni moda che d’incanto si imponevano davanti ai suoi occhi e che grazie ad uno straordinario talento narrativo trasmetteva con enfasi ai colleghi, le donarono il privilegio di trasmettere fiducia ed entusiasmo nelle persone che la circondavano.

Diana Vreeland fotografata da Dahal Wolfe per Harper’s Bazaar
Diana Vreeland fotografata da Dahal Wolfe per Harper’s Bazaar

Era difficile trovare in una sola persona tute le competenze che Diana Vreeland sembrava accumulare senza nessun sforzo. Poteva essere considerata la migliore stylist in circolazione; nessuno come lei aveva a cuore dettagli come le pettinature e altri accessori. Il rapporto che era capace di stabilire con le modelle divenne leggendario. Probabilmente l’aiutava tantissimo il fatto che lei stessa poteva essere una modella di impareggiabile pathos. Ci sono numerose fotografie scattate dall’amica Dahl Wolfe, regolarmente pubblicate, che lo confermano. Pur non essendo una donna bellissima, aveva perfettamente colto lo spirito della fotogenia, piegandolo ai bisogni della sua visione della moda: una Donna moderna, romantica, elegante, sofisticata, rigorosa ma anche molto autoironica.

La sua immaginazione era debordante e penso fosse difficile rivaleggiare con le sue visioni o cercare di piegarle in direzione di un approdo non previsto dalla protagonista. Sul set fotografico era lei che menava la danza e bisogna aggiungere che i grandi fotografi di Harper’s diedero il meglio di sé proprio nei decenni caratterizzati dalla leadership della coppia Brodovich/Vreeland.

Richard Avedon forse esagera quando ricorda che il lavoro di fashion editor fu inventato dalla nostra protagonista. Ma è senz’altro vero che dopo di lei nessuno lo ha mai interpretato con altrettanto successo.

Oltre ad una fashion editor eccezionale, Diana Vreeland si rivelò all’inizio della sua carriera anche un’abile redattrice. La sua rubrica mensile intitolata Why Not You…? debuttò nell’agosto del 1936 e divenne in breve tempo seguitissima dalle lettrici. Come mai pseudo-istruzioni del tipo – “Why don’t you rise your blonde child’s hair in dead champagne, as they do in France?” – generarono tanto interesse? Penso che le fans di Diana trovassero nei protocolli bizzarri che l’autrice, forse scherzando un po’, proponeva con l’assertività di una poetessa visionaria, quella libertà un po’ folle dalle quale nasce lo chic come modo del gusto assolutamente individuale.

La grande mostra di Palazzo Fortuny

Maria Luisa Frisa e Judith Clark curatrici della mostra di Palazzo Fortuny
Maria Luisa Frisa e Judith Clark curatrici della mostra di Palazzo Fortuny

Grazie alla collaborazione di Lisa Immordino Vreeland, autrice di un pregevolissimo “Diana Vreeland, The Eye has to Travel” (Abrams, Ney York,2011) e regista dell’omonimo film-documentario, due tra le più affermate curatrici di eventi museali moda del vecchio continente, Judith Clark e Maria Luisa Frisa, nel giugno del 2012, organizzarono la prima mostra in Italia dedicata alla celebre fashion editor di Harper’s, divenuta nei sessanta una icona assoluta della moda. A Venezia abbiamo potuto ammirare gran parte del suo percorso professionale, attraverso una scelta di eloquenti immagini e soprattutto grazie agli abiti dei couturier da lei più amati.

A dire il vero con la mostra “Diana Vreeland After Diana Vreeland” le due curatrici hanno voluto focalizzare soprattutto l’ultima fase della sua carriera.

Nel 1971, quasi all’improvviso, l’allora direttrice di Vogue, ovviamente già da anni una vera e propria leggenda per chi amava la moda, venne brutalmente licenziata dalla Condè Nast. Nemmeno il tempo per riprendersi dallo shock ed ecco arrivare l’annuncio ufficiale che l’ex direttrice veniva assunta dal prestigioso Metropolitan Museum con il titolo di special consultant per modernizzare e vitalizzare la sezione dedicata alla storia del costume.

Fino ad allora la museificazione degli abiti seppur prestigiosissimi non sembrava incontrare un successo travolgente tra il pubblico. Con Diana Vreeland cambiò tutto. In 10 anni di collaborazione curò personalmente 12 grandi mostre che divennero veri e propri eventi mediatici. Pur avendo contro la burocrazia del Museo, seguendo idee che nessuno sembrava condividere riuscì a portare milioni di persone ad ammirare abiti, in un’atmosfera di eccitante entusiasmo. Se oggi qualsiasi museo al mondo ambisce ad organizzare mostre sulla moda penso lo si debba soprattutto all’azione impetuosa della Vreeeland. In un colpo solo spazzò via dal suo orizzonte tutti i pudori legati al modo burocratico conservativo di concepire un museo della moda, introducendo spettacolo, visionarietà ed emozioni in edifici divenuti freddi e distanti come cattedrali medioevali.

Alcuni numeri possono farci capire meglio l’impatto che ebbero le scelte della Vreeland sulle strategie che sarebbero in breve tempo divenute un vangelo per tutti i musei: The Glory of Russian Costume, 835862 paganti; Romantic and Glamorous Hollywood Design, 798665 paganti.

Aldilà del successo pubblico l’interesse mediatico che gli eventi della Vreeland suscitavano, divennero un altro parametro di valutazione oggi facilmente riconoscibile. Da The World of Balenciaga (1973) a Yves Saint Laurent: 25 Years of Design (1983) l’ultima mostra che curò di persona, ogni evento voluto dalla Vreeland si riverberava in tutto il mondo, suscitando commenti, polemiche, entusiasmi. Si potrebbe sostenere che nel suo contesto lavorativo, Diana Vreeland sia stata tra le prime a sposare sistematicamente la strategia dell’evento spettacolare, senza cedere nemmeno di un cm, sul rigore e la qualità degli oggetti esposti.

Ma perché fu così criticata? Negli anni sessanta e settanta del novecento, le poche mostre di moda o costume che venivano organizzate nei musei si basavano su manichini anonimi sui quali venivano accuratamente posti gli abiti storici, immancabilmente protetti da teche e da una luce anoressica che rendevano precaria la loro visione.

Diana Vreeland la pensava diversamente. Come scrive Judith Clark il un saggio contenuto nel libro citato di Lisa Immordino Vreeland:

Vreeland added props as centerpieces (carriages, sleighs, suits of seventeenth-century armor, even cast elephants), she piped in music and sprayed perfume through the galleries, istalled dramatic directional lighting, and, most controversially of all, restyled historical silhouettes to her own taste, re-created the costumes she loved, and turned a blind eye to chronology.

In breve, l’abito doveva piegarsi alle esigenze della messa in scena e la sua significazione dipendeva dalla narrazione che la curatrice aveva scelto di privilegiare. Gallerie profumate, musica, oggetti di varia natura sparsi tra i manichini posizionati in piccoli raggruppamenti dotati di una certa autonomia… Sembra chiaro che la curatrice con queste scelte puntasse a coinvolgere la fruizione dell’oggetto in un’esperienza sempre più avvolgente, anche al costo di un allontanamento evidente dalle regole di esibizione di oggetti museificati, dominate dal rispetto della cronologia, della sacralità dell’oggetto.

Per il servizio The Italian Collections, Benedetta Barzini e Mirella Petteni presentano gli abiti di Valentino, foto Henry Clarke, “Vogue”, 15 settembre 1968
Per il servizio The Italian Collections, Benedetta Barzini e Mirella Petteni presentano gli abiti di Valentino, foto Henry Clarke, “Vogue”, 15 settembre 1968

Inevitabili e feroci furono le polemiche con molti storici del costume, incapaci in quegli anni di comprendere la sottile trama semiologica che Diana Vreeland stava tessendo. Per i primi l’unica presentazione dell’oggetto degna di un museo doveva avvenire in modo incontaminato, rigoroso, sequenziale. Per Diana Vreeland l’oggetto senza qualcosa che lo strappasse di forza dalla suo annichilimento mortifero non aveva senso. Ecco perché i manichini potevano essere colorati e abiti da sera di metà novecento potevano essere accompagnati da un cavaliere corazzato in tenuta da guerra. Ancora una volta l’immaginazione travolgente di Diana Vreeland ha il sopravvento rispetto le semplici regole. L’istanza narrativa che con le sue contaminazioni imbricava tra gli oggetti esposti fu immediatamente percepita dal pubblico che ne decretò il successo.

Judith Clark e Maria Luisa Frisa, incaricate di costruire un percorso tematico dal quale emergesse la storia di una vita professionale dedicata alla moda, hanno tentato di riprodurre per Diana Vreeland le medesime suggestioni che la grande fashion editor creava con l’allestimento delle sue celebri mostre.

Gli abiti di Yves Saint Laurent, Balenciaga, Chanel, Pucci, Schiapparelli, in parte provenienti dal guardaroba della protagonista e in parte da musei, furono esposti a Palazzo Fortuny con l’intenzione di presentare il racconto di uno stile di vita dominato dall’artificio poetico, dall’immaginazione romantica, dalla mente sempre in movimento.

In modo esplicito le due curatrici ci invitavano a pensare che se Diana Vreeland fu la prima fashion editor (nel senso che fu la prima a valorizzarne il lavoro) negli anni trenta; la stessa protagonista negli anni settanta fu assolutamente centrale nel far emergere l’importanza di una nuova figura creativa nel panorama espositivo: la fashion curating. Chissà, forse tra l’attitudine a costruire e dirigere una rivista e la capacità di mettere in scena la moda in un museo c’è quella somiglianza di famiglia che Wittgenstein amava citare quando parlava dei giochi di linguaggio.

Worked like a dog

Il citato film dedicato a Diana Vreeland, acquistabile da qualche mese in tutte le librerie, racconta grazie alla viva voce della protagonista, punteggiata dai commenti di alcuni tra i protagonisti che condivisero la sua avventurosa vita, le 4 fasi fondamentali di una irripetibile carriera.
(GUARDA IL TRAILER)

La prima fase mi piace definirla gli anni della Mannequin du monde. Si tratta di un modo di etichettare un carattere vivace, curioso, in voga durante gli anni della belle epoque: una definizione calzante, “…perché uscivo ogni sera per andare in tutti i night club”, scrive Diana Vreeland nella sua autobiografia. In altre parole, Diana subito dopo l’adolescenza diventa una personalità vista e chiacchierata per il suo stile di vita, per la sofisticata cura delle proprie apparenze, per l’adesione appassionata alla danza e al ballo che la trasformarono in una trasgressiva interprete delle libertà che presero il volo tra le giovani donne dopo il primo conflitto mondiale. Le maison di alta moda le concedevano di buon grado vestiti importanti che Diana valorizzava in modo superbo in contesti considerati dai benpensanti eccentrici, eccessivi, di cattivo gusto.

Non è un caso se fu reclutata da Carmel Snow praticamente in un night club (il St.Regis di New York). La direttrice di Harper’s rimase affascinata dal vestito di merletto bianco di Chanel indossato con un bolerino nero, ricorda Diana nelle sue memorie, ma io penso che sia stato il suo stile carismatico pieno di una vitalità coinvolgente a suscitare le attenzioni della Snow e l’immediata proposta di lavoro che l’avrebbero proiettata nella seconda fase della sua carriera.

A più riprese nel film, la protagonista si descrive come assolutamente priva di “educazione” nel senso che riconosceva di non aver avuto una formazione scolastica tradizionale. In realtà la famiglia alto borghese, le consegnò l’opportunità di un capitale sociale che nei primi decenni del novecento, probabilmente, per la futura fashion editor aveva un valore operativo superiore all’istruzione tipica prevista per le donne. Se a questo aggiungiamo il capitale economico che le consentiva di frequentare le maison de couture della belle epoque più famose, e i luoghi o eventi nei quali il gran mondo celebrava i propri rituali, comprendiamo il perché la mancata scolarizzazione tutto sommato sia risultata irrilevante.

L’amore per il ballo e per l’eleganza eccentrica, trasformarono una ragazza che certamente non colpiva al primo sguardo, in una donna dalla bellezza originale, piena di ritmo e di vigore.

vreeland8

Nella sua auto biografia, l’autrice, scrive che “la conversazione spontaneamente arguta è senza dubbio l’intrattenimento più affascinante che ci sia al mondo”. Il film ci fa apprezzare la passione di Diana Vreeland per la buona conversazione. Credo di poter azzardare che l’ambiente nel quale visse da piccola e poi da adolescente, fosse un vero laboratorio di conversazioni leggere ma preziose, per un apprendimento/allenamento di una disposizione alla visionarietà narrativa che possiamo congetturare, appartenesse al carattere di Diana. Nel film a più riprese, la protagonista esibisce una abilità notevole di suscitare l’attenzione dei presenti con narrazioni brillanti.

Mi pare dunque di poter indovinare nel lavoro che Diana intraprese quando cominciò a lavorare da Harper’s prima e in seguito in Vogue, l’ombra di questo modo di comunicare incline al divertissement brillante, che poteva arrivare fino al pettegolezzo ma sempre intriso di charme.

Nella sua celebre rubrica Why not you? in realtà conversa con le lettrici. A volte lo fa meravigliosamente. Altre sceglie di stupire. Ma è sempre stimolante, ironica e divertente come vorremmo fossero le persone con le quali dobbiamo conversare.

Diana Vreeland nelle sue memorie sosteneva di aver passato molti anni a leggere libri. Nel montaggio del film questo passaggio non è stato messo in opera. Sembra che la sua biblioteca consistesse il 7000 testi.

“Cosa vorreste sapere di me? In che modo vi dareste da fare per scoprirlo? – scrive l’autrice – “Secondo me, i libri che ho letto potrebbero essere un ottimo indizio. La mia vita è stata influenzata dai libri più di ogni altra cosa. Ho smesso di leggere (leggere seriamente) anni fa. Ma quello che ho letto prima di allora è rimasto per sempre saldo nella mia mente, perché ero solita leggere e rileggere e ancora rileggere. Dal periodo in cui mi sposai, a diciott’anni, fino a quando andai a lavorare nel 1937, cioè per dodici anni, ho letto. Reed e io leggevamo insieme e ad alta voce, il che era meraviglioso. E che fascino, quando ascoltavi la parola, che significava tanto di più rispetto all’averla semplicemente letta”.

Diana Vreeland
Diana Vreeland

Non sembra anche a voi, che dietro a queste letture, aleggiasse lo spirito conversazionale del quale parlavo prima? Cosa leggeva Diana? Amava la letteratura russa e giapponese. Tolstoj era il suo autore preferito. Nella sua autobiografia cita Guerra e pace, monumentale opera nella quale l’autore disintegra miti, ridimensiona un certo modo di concepire la Storia, decentra l’importanza dell’evento perturbatore. E cosa ricorda di questo capolavoro? Il vestito di Natascha, ovviamente. “Che ne sarebbe della moda senza letteratura?, si chiede Diana. Ma potremmo anche con un chiasmo, risponderle: cosa perderebbe la letteratura se tagliassimo lo sguardo che costantemente lancia sulla moda?.

Per quanto riguarda la letteratura giapponese, l’autrice, ci racconta di aver amato alla follia Sei Shonagon e i suoi capolavori, Il racconto di Genji e Note del guanciale, scritti dalla dama di corte del periodo Heian (intorno all’anno 1000 d.C.), conosciuta con il nome Sei Shonagon.

Soprattutto il secondo, una sorta di catalogo di pettegolezzi, poesiole, aneddoti, leggerezze e gioiosità tipiche di un serraglio di donne di corte, sembra aver rivestito per Diana un particolare fascino.

D’altronde non sosteneva forse che tutte le donne veramente eleganti e di stile dovevano avere qualcosa della geisha?

A tal riguardo, penso che Diana intendesse privilegiare un concetto di bellezza difficile da descrivere nel linguaggio occidentale. La interpreto come una “grazia” gioiosamente contaminata da una certa volgarità, a sua volta considerata come un ingrediente importante nella vita, a patto di contenere vitalità. “Una spruzzatina di cattivo gusto – diceva – è cordiale, salutare, fa bene alla salute. Penso che ne dovremmo usare di più. Sono contraria solo alla mancanza di gusto”.

Nella terza fase della sua carriera, quando divenne Editor in Chief di Vogue, Diana Vreeland parteggiò apertamente con la nouvelle vague giovanile che sembrava dover cambiare tutto. Aveva sessant’anni e fu un’indomita protagonista nel mutamento di rappresentare la moda.

Verso la fine del film David Bailey, sostiene che a Diana non importasse nulla della fotografia e che ne sapesse molto poco sia dal punto di vista tecnico che estetico. Io penso invece che il celebre fotografo inglese fosse come tutti i giovani rampanti del periodo, dannatamente pieno di sé, arrogante e presuntuoso. David usava la foto di moda, la sfruttava per i soldi che gli garantiva e per le bellissime modelle. Ma in realtà come molti fotografi del periodo, non considerava realmente la foto di moda come un genere da prendere sul serio. Forse l’aspetto ludico delle sue immagini veniva rafforzato dalla sua visione sprezzante; una gioiosità sensuale che Diana Vreeland interpretava come forza vitale.

Ma la direttrice non cercava solo la provocazione del sexy, voleva lo stile e lo voleva nella forma un po’ kitsch capace di posizionare l’immagine ottenuta, in quel luogo inaspettato del desiderio che immaginava entusiasmasse tutte le donne.

Dello stile di Diana, David Bailey non capiva nulla e quindi lo registrava come stravagante, completamente scollegato dai vangeli fotografici che venerava. Con il senno di poi, penso di poter sostenere che mentre gran parte del materiale prodotto dal fotografo inglese per la moda nei sessanta risulta attualmente clamorosamente invecchiato, i grandi reportage nei quali la Vreeland si ritrovava, grazie a fotografi come Avedon il grado di comprenderla, rimangono ancora oggi pieni di energia, bellezza e consistenza.

Confesso che la quarta fase della carriera della protagonista, la fase museale, l’avrei voluta raccontata nel film con maggiore accanimento documentaristico. Le sequenze proposte sono limitate rispetto il valore e l’importanza degli esiti della fase terminale della carriera di Diana Vreeland. Se nei sessanta, quand’era il Vogue, aveva contribuito in modo determinante a trasformare la moda in spettacolo, con le sue grandi mostre, la spinge di forza a riconoscersi nella dimensione di evento. So benissimo che la precisione o il dettaglio storico non erano una sua priorità.

Ma l’abbiamo già detto: per Diana prima venivano le emozioni, poi la quota di razionalità che ancorava gli oggetti ad una narrazione. Solo così, a suo avviso, si poteva restituire agli “oggetti” mortificati in un museo, i loro spiriti animali senza i quali non avrebbero mai potuto alludere alla reale bellezza per la quale erano stati creati.

Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

Latest posts by Lamberto Cantoni (see all)

117 Responses to "Diana Vreeland. Creatività e intuizione al potere"

  1. Martina Bader
    Martina B.   19 novembre 2013 at 20:15

    Diana Vreeland è una di quelle figure che ti spiazzano immediatamente affascinandoti e inebriandoti con il suo indiscutibile carisma.
    E’ arrivata al successo seguendo principalmente il suo istinto senza mai preoccuparsi del giudizio esterno.Era assolutamente indipendente e sicura ma nello stesso tempo possedeva una fantasia smisurata che le permetteva di ideare,o come diceva lei di avere delle “visioni” su quello che voleva rappresentare.Vedeva la moda sotto un nuovo punto di vista;tutto era influenzato dalla moda e la moda era influenzata da tutto ciò che accadeva nel mondo!Come Diana dice in un’intervista si poteva capire anche solo dall’abbigliamento delle persone se stava per scoppiare una guerra!La sua capacità di creare visioni e sogni e di rompere gli schemi fece si che la sua direzione a Vogue diventasse una tappa importantissima all’interno della storia della moda.La cosa che ancora più mi affascina è che sin da piccola rifiuta una istruzione di tipo tradizionale accettando soltanto di iscriversi alla scuola Russa dove si ballava esclusivamente;tutto quello che sapeva lei lo coglieva dall’esterno e da quello che la circondava.Senza ombra di dubbio nella sua vita partecipò ad alcuni dei momenti storici più affascinati come la Belle époque,gli anni ’20 e poi più tardi la contestazione giovanile I Beatles la nascita del Rock del Pop;davanti a tutto ciò una persona non può rimanere indifferente,lei oltre a non rimanerne indifferente riuscì ad estrapolare dal panorama generale quello che era il suo mondo e quello che era il suo modo di vedere le cose.Possedeva un innata percezione per quello che era all’avanguardia,seguiva sempre il suo istinto andando contro corrente e creando così nuovi modi di interpretare la bellezza e la moda.

    Rispondi
  2. Irene Libbi   23 novembre 2013 at 12:19

    Diana Vreeland, un’icona indiscussa del fashion system e la più grande fashion editor mai esistita nella storia di Vogue. La sua personalità, così brillante e creativa modificò completamente lo stile editoriale della rivista durante gli anni Sessanta. Nel 1962, succedette come caporedattrice di Vogue la tradizionalista Jessica Daves. Diana era una “bomba” ad orologeria e presto minò le fondamenta editoriali della rivista. Vogue aveva bisogno di una personalità forte, al passo con i tempi ma meglio ancora che sapesse anticiparli, comprendere le tendenze e capire cosa le donne desiderassero prima ancora che se ne accorgessero e Diana era la persona giusta. Tutte le convinzioni editoriali vennero spiazzate. Cambiò il modo di fare i servizi fotografici, l’impaginazione, le copertine, le modelle. E’ fondamentale, per capire davvero la completezza del lavoro della Vreeland nella rivista, conoscerne tutte le sfaccettature. Insediatasi nel magnifico ufficio sulla 5ft Avenue a New York la prima cosa che fece fu cambiare l’arredamento. Le pareti vennero laccate di un color rosso, tappeti e mobili rigorosamente neri. Dotata di grandissimo carisma credeva fortemente che la moda fosse uno show continuo, senza interruzione e la rivista Vogue fosse il suo teatro, il palcoscenico. Le Fashion Editor precedenti credevano che le riviste di moda dovessero essere quanto più inclini alla realtà; dovevano consigliare le lettrici sull’abbigliamento più adatto per ogni occasione, pubblicare reportage sulle ultime tendenze, articoli sugli accessori di stagione ecc…Diana Vreeland fece L’OPPOSTO. La realtà non le interessava affatto. Il suo intento era di portare le lettrici lontano dalla noia quotidiana e dalla monotonia di tutti i giorni, farle evadere facendo leva sui loro desideri reconditi, sulle loro emozioni. Nella sua rivista si scopre un mondo diverso, il suo mondo visionario, fatto di sogni, di fantasie e sopratutto un mondo fatto di desideri. Per questo motivo talvolta la moda di Diana ci appare stravagante, creativa, al limite della portabilità e dell’esagerazione.
    Diana, sappiamo bene si inserisce nel filone degli anni Sessanta e gioca anche lei un ruolo fondamentale nell’emancipazione femminile. Aveva compreso la voglia delle donne di riscattarsi, di evadere dall’angoletto sociale in cui erano state relegate per secoli da una società maschilista. Le donne erano cambiate, lavoravano, facevano carriera, erano competitive nei confronti degli uomini e la loro figura non era più solo associata al focolaio domestico. Da qui la scelta della Vreeland di usare tantissime fotografie di nudo femminile, come mai era successo fino ad ora. Le modelle scelte per questi scatti rappresentavano tutte le donne del tempo. Erano donne sicure di sè, forti e soprattutto fiere. Iconiche sono le sue scelte per i servizi fotografici e i metodi per realizzarli. Aiutata da budget astronomici tutto era fatto in grande, al limite dell’impossibile e nulla era lasciato al caso: località esotiche come il Perù,la Malesia, l’India, in cima alle montagne, o al bordo di coste cristalline o ancora in templi religiosi.
    Prima degli anni Sessanta Vogue rappresentava una mera portavoce delle fogge del tempo, strumento di insignificante comunicazione, la cui funzione era quella di fare da spartiacque tra le passerelle e le lettrici. Con Diana Vreeland cambiò tutto. Fu la prima ad influenzare il mondo della moda. Nei suoi servizi modificava gli abiti, li abbinava in maniera insolita, talvolta consigliava gli stilisti. Era stata la prima a credere in una nuova valenza comunicativa di Vogue e dei fashion magazine. Vogue non doveva essere più un’inanimata portavoce di tendenze ma doveva fare le tendenze, crearle, insieme agli stilisti. Da questo momento in poi il mondo dell’editoria e quello della moda si legheranno indissolubilmente.
    Insomma se Vogue ora è quello che è deve tutto a Diana Vreeland.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   29 novembre 2013 at 12:47

      Irene, apprezzo il tuo entusiasmo per la grande Diana, ma dobbiamo mettere i miti con i piedi per terra.
      Non e’ assolutamente vero che prima della nostra eroina Vogue era una rivista insignificante. Non e’ vero che Vogue era un mero portavoce di tendenze… Facciamo un po’ di storia.
      Vogue appare nel 1892. Il miliardario americano A.B. Tornure, probabilmente per far felice la moglie e per darle una occupazione, fonda un settimanale che racconta lo stile di vita dell’alta società del periodo: le feste più importanti, gli abiti spettacolari delle protagoniste, qualche pettegolezzo. La direttrice si chiama Josephine Redding. Nel 1901 viene sostituita da Marie Harrison, ma la linea editoriale non subisce sostanziali cambiamenti.
      Nel 1909, Conde Nast, oggi diremmo un giovane editore, acquista la testata e la trasforma in un quindicinale.
      Dal punto di vista storico e’ lui che ha le idee che cambieranno il modo di concepire il ruolo di una rivista di moda: e’ il primo editore che si rende conto che il pubblico ha bisogno di un arbitro che decida la valenza degli “oggetti” di valore; e’ il primo che ha la percezione che questa valenza del valore non e’ nella moda ma fuori dalla moda ovvero in una impresa editoriale, nella comunicazione. Per acquisire autorevolezza con un’altra intuizione “storica” si butta nella fotografia. Arruola De Meyer e crea i presupposti per il fotografo di moda professionale (ben pagato).
      Dal 1914 la direttrice di Vogue e’ Edna Woolman Chase, brava ad eseguire le linee editoriali di Conde Nast.
      In una decina di anni la coppia, editore e direttrice, trasformano Vogue in un potente intermediario culturale di grande impatto sulle lettrici. Nel 1916 esce l’edizione britannica. Nel 1920 pubblicano l’edizione francese. Il laboratorio fotografico orchestrato dall’editore e’ fantastico: Steichen, Hoyningen-Huene, Cecil Beaton, Horst…solo per fare alcuni nomi, trasformano le intuizioni dell’editore in un nuovo genere fotografico che aprirà la strada ad una delle professioni più amate del novecento.
      Non solo Vogue fa tendenza, ma e’ uno strumento fondamentale per la nascita di una moda americana. E’ su Vogue che negli anni trenta appare un ready to wear (pret a’ porter) moderno che rappresenta il futuro della moda.
      Ma Conde Nast alla fine degli anni venti compie un imperdonabile errore. La collaboratrice piu intelligente della Chase, Carmel Snow, chiede un aumento. L’editore abituato a non pagare le donne che pur di collaborare con Vogue erano disposte ad ogni forma di sfruttamento, gli risponde picche. La Snow se ne va incazzata e accetta di buon grado la proposta di un’altro miliardario americano, William Randolph Hearst, che da anni desiderava emulare e superare Vogue. Harpers Bazaar rinasce diretto da due personaggi fondamentali, Brodovich e come ho già detto Carmel Snow. Il primo diverrà l’art director di magazine di moda piu geniale del novecento, la seconda aprirà la strada ad una innovazione dello stile fotografico decisivo per vincere la sfida con Vogue, portando sulla scena Munkacsi, la Wolf, Toni Frissel e poi Avedon.
      La Snow aveva talento per riconoscere i personaggi che potevano esserle utili per creare una rivista dall’estetica dinamica, voleva pagine che trasudassero energia. Fu lei ad inventare la Vreeland. Fu lei a coniare lo slogan New Look, dopo la famosa sfilata Dior 1947, espressione che fece epoca.
      La Vreeland, ingenerosamente, nella sua auto biografia la dipinge come una ubriacona (in effetti pare che amasse oltremisura il buon vino francese). Con l’egocentrismo tipico del settore, cerca di convincerci che era Lei l’artefice principale del successo di Harper’s. Forse Diana era la piu visionaria, forse era la piu pronta a rompere le regole e portare la moda su terreni inesplorati, ma non credo che potesse rivaleggiare con Brodovich e Avedon. Insomma, prr farla breve, l’efficacia di Harper’s non dipendeva affatto dalla Vreeland.
      Ma ritorniamo a Vogue. Dopo aver consegnato la Snow al suo piu pericoloso concorrente, Conde Nast affida ad Agha il compito di rinnovare la rivista dal punto di vista grafico. Mehemet Fehmy Agha, ucraino, era bravo ma non geniale. Ma soprattutto era arrogante e incapace di capire il ruolo di image makers dei fotografi di moda. Voleva dominarli, finendo con ottenere da loro meno di quello che potevano creare. Perse la battaglia con Brodovich e Vogue perse il comando delle operazioni. Ora erano almeno due, con Harper’s che cresceva a vista d’occhio.
      Inoltre a partire dal ’29, Conde Nast ebbe gravi problemi economici che si trascinarono fino alla sua morte, nel 1942, e influirono senz’altro nella guerra con Harper’s per essere la rivista n.1 del settore.
      Nel 1943 la proprietà della testata passa alla famiglia Newhouse. Vogue si riprende in parte il prestigio perduto grazie all’arrivo di un art director fantastico, Alexander Liberman, di origini russe, degno di rivaleggiare con il grande Brodovich. Nel 1952 la direzione passa a Jessica Daves, ma e’ la mano di Liberman che fa la differenza. Nel 1962 l’art director viene promosso a direttore editoriale di tutte le testate del gruppo Conde Nast, ed e’ l’artefice dell’arrivo di Diana Vreeland in Vogue. Liberman aveva avuto una formazione eccezionale per quei tempi: matematica, filosofia, architettura studiate a Mosca, Londra, Parigi; era un bravo fotografo e un talentuoso scultore. Espose le sue opere in numerosi musei. Pubblico’ libri. Vi pare un personaggio propenso a prendere ordini da Diana Vreeland? Era il suo capo e potete scommettere che sapeva recitare il suo ruolo. Non era un arrogante come Agha e lascio’ alla Vreeland lo spazio per sperimentare, crescere, osare.
      Ma da questo a dire che le consegno’ un Vogue agonizzante e che Diana con il suo geniali intuizioni, riporto’ Vogue al vertice, ce ne passano di cose che non possiamo rimuovere in ossequio al mito di una donna sola al comando!
      Se la Vreeland fu bruscamente licenziata, posso rimanere interdetto per il modo; ma non posso pensare che le ragioni fossero interamente campate in aria.
      Quindi, Irene, concludo con una massima di comportamento:
      Impara ad amare la moda, ma non crederci fino in fondo. Ovvero, continua a cercare domande, non fermarti dove c’è l’abbaglio, guarda le ombre.

      Rispondi
  3. Maria Camila Vanegas   23 novembre 2013 at 20:32

    Diana Vreeland fu la celebrità più bella ed interessante del settore della moda, del design e la bellezza del secolo scorso, e questo non è un dubbio per nessuno, o al meno per nessuno che sa e che conosce la moda. `E certo che non fu una donna ne molto ricca ne molto bella fisicamente, e tuttavia creò bellezza come anche ricchezza. Aveva un magnifico e unico splendore che faceva sfolgorare tutto quello che toccava. Infatti, nella sua autobiografia disse di avere una sorella bellissima e di essere chiamata “il piccolo mostro” da parte di sua madre e perciò disse “ dovrò]o diventare un’originale, perché se il mio aspetto non mi porterà da qualche parte, dovrò essere originale nel pensiero, lo stile e il modo di esprimermi”

    Fu una dei mostri sacri del mondo della moda: una editrice di una rivista che sempre intimidii ai suoi fotografi e modelle, che non differii mai ai suoi editori e inserzionisti e che avvicinò ogni delle sue nuove emissioni ad un fanatismo messianico.

    Era questa signora di forma allungata ed eccentrica che comandava la moda, che si anticipava sempre con nuovi concetti e idee, che non aveva paura di trasformare il mondo, di parlare, di opinare e di dire tutto quello che li veniva in mente. Aveva una mente prodigiosa, creativa e sempre fuori fini. Una persona senza limiti e sempre attiva, sensibile, passionata e naturale, con idee diverse che ha portato al mondo della moda finalmente a camminare per il mondo di Lei, un mondo meraviglioso, pieno di curiosità, di fantasia, colori, sapori e fragranze.

    Una persona che sempre aveva delle frasi strane ma interessanti da dire, mostrando la curiosità che provava verso l’ignoto e straordinario e distillando un sapere che fecce onore al suo essere eccezionale. Fu sempre attratta dalla stravaganza: se i modelli erano molto alti o avevano caratteristiche irregolari, li sceglieva. “Se avete un naso lungo, tienilo su e fatelo vostro trademark”.

    Combinò la sua personalità affascinante, con un’autorità che faceva scossare le sale di pubblicazione, ma la sua caratteristica più notevole era la sua visione di modernità, eleganza e stile che ha trasformato il concetto di riviste di moda ed è diventato un punto di riferimento culturale necessaria del suo tempo. Fu la patrona dell’Youthquake (un misto di parole inglesi: gioventù e terremoto), che caratterizzò l’età d’oro delle riviste Harper, Bazaar e Vogue, quando la pubblicazione cedé alla bellezza fragorosa degli anni sessanta.

    Era loquace e sapeva costruire slogan con molta profondità, naturalità e grazia. Ecco quegli che mi piacciono di più: “si può avere fantasia quando non hai niente”, “il bikini è la cosa più importante dopo la bomba atomica”, “la vera eleganza è nella mente, se la avete, il resto viene da solo”, “voglio che sembrasse come un giardino, ma come un giardino in un inferno” “Perché non dipingi una mappa del mondo nella camera dei vostri figli in modo che non crescono con un punto di vista provinciale?”
    Prima di Lei, la moda era un mondo in bianco e nero, che lei portò alla vita. Portò cultura, interesse, colore, fantasia, passione ed emozione.

    Rispondi
  4. Francesca Orsi Spadoni   24 novembre 2013 at 16:33

    Il film su Diana Vreeland è sicuramente molto interessante in quanto riesce a incarnare quello che è stato lo spirito della protagonista. E’ arrivata ad avere tanto successo e ad essere ricordata in tutti i suoi momenti per il suo spirito d’iniziativa e per il suo istinto, per la capacità anche di vedere la moda sotto un altro punto di vista fatto non solo del presente, ma anche di vere e proprie visioni. Viene ricordata anche per il fatto che lei era capace di vedere oltre le cose e di prevedere il futuro in tutte le sue forme anche a seconda della società che andava sempre più evolvendosi. Anche da piccola ha sempre dimostrato di voler rompere gli schemi dalla solita routine, rifiutando i soliti studi scolastici e volendo andare a studiare in una scuola Russa dove ciò che contava era il ballo. Non era considerata (nemmeno dalla madre) una bella ragazza ed avendo per tutta l’infanzia ascoltato tutte queste critiche nei suoi confronti, quando si è inserita nel mondo lavorativo ha fatto in modo che tutte quante le imperfezioni delle modelle o di persone famose nella sua rivista venissero prese in considerazione e venissero valorizzate. Nonostante la sua poca bellezza, è riuscita a rendersi comunque elegante e con una forte notorietà. Il film ci fa apprezzare anche la sua loquacità, il fatto che lei amasse conversare e il fatto che predisponesse di una certa abilità di suscitare l’attenzione dei presenti con narrazioni brillanti. Nei primi anni della sua carriera il suo nuovo stile veniva poco compreso dagli storici del costume. Lei amava i colori: infatti a mio parere è riuscita a rendere quello che fino a quel momento potrebbe essere considerato come un mondo in bianco e nero, in un mondo pieno di colori, vitalità, fantasia ed emozioni.

    Rispondi
  5. Martina S.   24 novembre 2013 at 18:08

    Il film su Diana Vreeland ha catturato la mia attenzione in primis perché descrive la vita di una donna che ha fatto la storia della moda e in secondo luogo perché mi ha dato modo di conoscere un genere di personaggio che oggi è assente (o raro) nel fashion system.
    Al termine della visione del film mi sono posta nei confronti dell’attuale mondo della moda con occhio critico: è possibile che chi si affaccia su questo universo non veda altro che blogger intente a far apparire il proprio io utilizzando la moda solamente come mezzo per giungere alla notorietà?
    Non credo che oggi siano scomparse personalità come quelle di Diana Vreeland, con uno spiccato senso per l’innovazione e un interesse incondizionato per la moda, mi chiedo allora se sia il pubblico ad accontentarsi di insignificanti ragazzette senza un minimo di cultura (e con il termine “cultura” non intendo titoli di studio ma esperienza come quella che poteva vantare la Vreeland) il cui unico scopo è postare foto e vincere la “sfida dei like”.
    Penso che non si abbia più la consapevolezza di ciò che si indossa ma lo si faccia solamente con il fine di apparire, di sembrare le migliori; mi ha lasciata stranita il modo in cui la Vreeland entrava in contatto con gli abiti e aveva nei loro confronti una sorta di rispetto ma soprattutto vedeva in quelle creazioni la storia e la cultura di un brand riuscendo, grazie a questa visione, a valorizzarli al meglio.
    Sento la mancanza nell’attuale mondo della moda di un personaggio come quello descritto dal film, la mancanza di qualcuno che si dedichi alla moda per il piacere stesso che questa passione genera.
    Sento che questa generazione verrà ricordata come la “generazione delle blogger” non perché vi sia solo questo approccio al fashion system ma perché non si lasci spazio alle nuove Diana Vreeland.

    Rispondi
  6. Giulia Rivi   24 novembre 2013 at 22:52

    Sebbene conoscendo Diana Vreeland, come icona di moda, un talento eccezionale sul quale, a mio avviso, poco si può discutere, non avevo mai avuto occasione di soffermarmi così a lungo ed in profondità su ogni passo della sua vita, nonché sulla sua carriera e sulla sua personalità.
    La sua grandiosità è stata ben sottolineata e documentata dall’articolo, una personalità forte, dal talento innato e con una marcia in più rispetto a tutti, pronta ad andare oltre le convenzioni, e che proprio per questo ha cambiato il modo di vedere il fashion system di allora. Avendo visto il film di Lisa Immordino Vreeland, posso dire di averlo trovato davvero molto interessante, è un po’ come rivivere insieme a lei quella vita piena di impegno e creatività spesso oltre il limite dell’immaginazione, e l’ho fatto con grande piacere. Conoscere i retroscena, i suoi pensieri, come lavorava, quali sono i ricordi delle persone che lavoravano e vivevano a contatto con lei ti permette di andare ulteriormente in profondità nella comprensione della personalità di una delle donne più importanti del novecento: trovo che sia questo l’aspetto più interessante di questa produzione; sapere quali sono stati i momenti salienti della sua carriera e della sua vita ti dà l’idea della sua straordinarietà, e soprattutto è ascoltando le sue parole che viene fuori la sua grande fortezza d’animo, la sua genialità. Una volta finito il film, penso che l’unica cosa che tu possa aver voglia di fare è prenderla da esempio nel credere in ciò che si fa, sempre, perché se le ragioni che ti portano a fare certe scelte sono nobili, dignitose, non c’è ragione di farsi abbattere da qualcun altro che magari non la pensa come te o che non ti ripone fiducia, non c’è ragione di farsi influenzare da pensieri discordanti. E’ lì che sta la vera forza, è lì che si vede una grande personalità.

    Rispondi
  7. IDEAL DRIDI   25 novembre 2013 at 10:56

    Parlare di Diana Vreeland raccontandone i fatti piu’ salienti della sua carriera, i suoi successi ,ed anche le sue sconfitte (che di sicuro ci furono ) e’ facile .
    Difficile e’ secondo me ,capire il carattere , le scelte difficili, il suo vero essere.
    Diana V vive in momenti storici di passaggio :gli anni venti , il sessantotto con le barricate ed i giovani in piazza, vede nascere e morire mondi diversi,vive realta’ che cambiano , ma in ogni momento rimane protagonista.
    La sua pelle camaleonticamente si adatta al nuovo con facilita’ , i cambiamenti non la sconcertano ,anzi l’affascinano.
    Il suo modo di interpretare la moda e’ accentrico , all’avanguardia: per la prima volta ,abiti e modelle si animano,parlano non piu’ manichini muti ,ma protagonisti della scena creando una miriadi di visdioni ,dove protagonista assoluta e’ la donna .
    Una donna elegante ,chic,ma con un pizzico di “volgarita’”” che la rende piu’ umana ed accessibile.
    Con il suo gesto innato crea sfondi bellissimi ed inusuali per le sue modelle con la convinzione che ogni occasione puoì trasformarsi in un evento dove colore e forme possano unirsi formando ,un caleidoscopio,cosi’ come era la sua visone del mondo.

    Rispondi
  8. Giulia Ficini   25 novembre 2013 at 15:03

    Diana Vreeland, un pezzo della storia della moda. Una donna eclettica, raffinata, curiosa, attiva. Una donna che è riuscita ad evidenziare il cambiamento degli anni ’60 attraverso le pagine di Vogue, mostrando fotografie e modelle che rivoluzionavano il concetto di fotografia di moda. A me personalmente, ha catturato la mia attenzione sul modo suo di essere, la sua sfrontatezza, il fatto che non avesse paura e quanto fosse sicura delle sue idee e azioni. Una donna che si è fatta da sola, certo è capitata nel momento in cui il mondo ti dava mille occasioni di cui parlare: dalla moda alla società, alla musica, tutto era in fremito, e valeva la pena mostrarlo. Lei l’ha fatto in un modo diverso, dava una sua interpretazione alle cose, riusciva a vedere oltre e riusciva in un certo senso a plasmare l’ idee degli altri. Durante il suo lavoro prima all’ Harper’s Bazaar e poi a Vogue, Diana Vreeland ha sempre cercato di sporgersi oltre i limiti, di vedere tendenze nuove, di proporre la donna in maniera diversa da come si era sempre fatto, di imporre una nuova chiave di lettura. E ci è riuscita. Con lei la moda è cambiata: quei colori, quelle modelle, oggi purtroppo sulle riviste non si vedono più. Se si guarda un suo servizio fotografico, ancora si riesce a percepire quell’emozione vibrante che moda riesce a dare. Grazie al documentario visto, ho avuto l’occasione di vedere i particolari del suo lavoro, i retroscena, piccole parti della sua vita e della sua infanzia che hanno confermato la mia idea, che Donne speciali come Diana Vreeland oggi non ce sono, ed è davvero un gran dispiacere, perché a mio avviso della moda di oggi, rimarrà soltanto
    un’ immagine patinata dai bei colori, ma non dalle emozioni.

    Rispondi
  9. Giulia Capone   25 novembre 2013 at 19:51

    “Genio è colui che fa grandiosamente e con naturalezza ciò che altri soltanto con grosso impegno e studio riescono a fare modestamente”; secondo me è questa frase di Vannuccio Barbaro, (Scartafacci, 2012) che meglio esprime chi davvero sia stata Diana Vreeland per il mondo della Moda. Sicuramente dove toccava qualcosa Diana Vreeland è una di quelle persone che lasciava il segno, influenzando la sua generazione e quelle venute dopo di lei in maniera spiazzante tanto innovativa e frizzante.
    Sicuramente la sua innata creatività è stata fin dai suoi primi anni stimolata dagli ambienti che frequentava e dal periodo in cui ha vissuto: la “Belle Epoque”. La Vreeland ha però ha saputo mescolare la giusta dose di creatività e di duro lavoro per dare vita alla professione che oggi è considerata chiave e perno dell’intero sistema moda: la fashion editor.
    Mi trovo profondamente d’accordo con l’idea espressa “dall’imperatrice della moda” per quanto riguarda lo stretto legame che intercorre tra moda e letterature che trovo sia un lega sicuramente biunivoco in quanto l’una senza la magia dell’altra sarebbe sicuramente meno ricca e pregnante.
    Non abbandonare mai l’estro creativo è una dei principali pregi di Diana Vreeland che anche nella parte finale della sua carriera ha saputo sapientemente reinventarsi e reinventare il sapere dottrinale della moda riuscendo a dare una scossa a ciò che era immobile da molto tempo: le mostre di moda; con Vreeland si passa a concepire la moda come ad un qualcosa che può avere dignità tanto da entrare a far parte delle collezioni di musei prestigiosi in tutto il mondo. Questa idea partorita dalla prima fashion editor che la storia abbia conosciuto è oggi più che mai accolta come base del mondo della moda; infatti sempre più spesso la moda decide di valorizzare i suoi più grandi creativi e i periodi in cui aveva il massimo splendore grazie a mostre esclusive in selezionasse location in tutto il mondo. Anche qui Vreeland aveva precorso i tempi abbozzando l’idea di visualizzare la moda da un’altra prospettiva quella di creare eventi ad essa collegati che fossero esperienze uniche ed irripetibili volte ad accrescere la sua allure.

    Rispondi
    • Giulia Rivi   1 dicembre 2013 at 21:35

      Pienamente d’ anche io sull’idea dello stretto legame tra moda e letteratura. Amo tale visione, in quanto credo che tutto questo, porti necessariamente al legame forte con tutte le Arti ( basta vedere al giorno d’oggi) ed è proprio lì che la Vreeland è arrivata, risultando ancora una volta vincitrice: la moda finalmente diventa arte 8e non solo) non più qualcosa di solo frivolo e leggero, ma un qualcosa degno di una considerazione maggiore, in quanto fa parte di noi: definisce chi siamo, o chi desideriamo essere.

      Rispondi
  10. Silvia Valesani
    Silvia Valesani   25 novembre 2013 at 21:29

    Parlando di certi personaggi mitologici è sempre difficile calibrare e ordinare parole tali da restituire al genio in questione l’aura che gli compete. A proposito di Diana Vreeland credo che il problema sia proprio questo, riuscire a concretizzare in poche righe il patrimonio social-culturale che ha lasciato come testamento alle “generazioni moda” discendenti.
    Eclettica, legittimamente capricciosa e visionaria, la Vreeland ha stretto tra le proprie mani le chiavi del cambiamento radicale che si è perpetuato negli anni sessanta e ha rivoluzionato un lustro di moda e giornalismo. Diana Vreeland, infatti, sapeva essere contemporaneamente oracolo dello stile e dea del carisma, imperatrice dispotica e aspirante onnipotente, self made woman e storyteller delle mutazioni in corso. La sua impetuosa e strabordante personalità le ha consentito di spiccare fin da subito nella piatta mediocrità dei suoi contemporanei, così come il capitale sociale e culturale di cui era in possesso le ha permesso di eludere, senza troppe recriminazioni, il fatto che non vantasse un’istruzione all’altezza delle sue origini. In modo del tutto naturale, la Vreeland rappresentava il futuro di cui la moda aveva bisogno, incarnava l’eletta dotata di sensibilità a-nozionistica e intuizioni epifaniche, il “Messia” dalla vibrante immaginazione. Rappresentava dunque il paradigma della donna intelligente, senza riferimenti alle banali accezioni di norma attribuite al termine. Non a caso, tutto ciò che la fervida creatività di Diana Vreeland produceva, aveva in sé l’essenza d’intoccabile autorevolezza: la donna era maestra nel lasciare la propria ravvivante impronta su oggetti-moda altrimenti obsoleti o intrappolati da prospettive d’osservazione “vecchio stampo”; e difficilmente incontrava pareri negativi da parte dei suoi collaboratori. Sulla falsa riga del mitico Re della Frigia, Mida, la Vreeland aveva il potere di trasformare in bene prezioso ogni contenuto di cui si occupava: lo inseriva in un quadro narrativo cucito su misura e lo raccontava con passione al suo pubblico. E’ chiaro che, secondo questa forma mentis, qualsiasi impalcatura razionale veniva di buon grado oscurata, lasciando spazio a un’istintualità più animalesca che umana. L’obiettivo era suscitare totale coinvolgimento emozionale nel pubblico, stimolarne tutti e cinque i sensi, rendere il fruitore del mondo Vreeland unica unità di misura del successo. Inoltre, il suo progetto professionale prevedeva la riconsiderazione del concetto di eleganza e la definizione di un’estetica rinnovata e poco ortodossa per i canoni del tempo: “the only real elegance is in the mind; if you’ve got that, the rest really comes from it. Elegance is innate. It has nothing to do with being well dressed. Elegance is refusal”, sosteneva fieramente la donna, imponendosi come autrice di una moderna grammatica di lettura degli assiomi del sistema-moda (e non solo).
    “The Eye has to travel”, il docufilm realizzato da Lisa Immondino Vreeland, nipote della giornalista scomparsa nel 1989, non è altro, dunque, che la sentenza finale pronunciata dall’occhio immortale e geniale di una rivoluzionaria. Auguriamoci sinceramente che ce ne siano ancora di occhi del genere.

    Rispondi
    • Federica Crosato   10 dicembre 2013 at 11:16

      Silvia ritengo che tu il tuo commento sia molto interessante e basato su argomentazioni esposte in maniera esaustiva. Nonostante ció non sono d’accordo con la rappresentazione a mio parere troppo idealistica della Vreeland. Nessuno mette in dubbio che sia un personaggio di estrema rilevanza e insostituibilitá, ma non bisogna tralasciare il ruolo che nel periodo in cui lei regnava da Vogue, avevano riviste come Elle e Marie Claire: erano in grado di creare un rapporto piú profondo e intimo con le lettrici che potevano interagire in modo piú reale rispetto a Vogue.

      Rispondi
      • Eleonora Paggetti   10 dicembre 2013 at 11:34

        Non sono del tutto d’accordo con Federica perché credo che uno dei motivi per la quale la rivista Vogue ha ottenuto così tanto successo sia dovuto al fatto che grazie alla rivista le donne avevano la possibilita’ di potersi identificare con delle icone e quindi di estraniarsi dalla realtà quotidiana.
        Credo proprio che sia stata questo il punto di forza del giornale, che ha saputo cogliere per poi rappresentare con estrema eleganza ogni fenomeno moda rappresentativo di ogni periodo storico trattato.
        Concludo Affermando che l’unico errore fatto, probabilmente in modo del tutto inconscio ed inconsapevole dalla Vreeland, sia stato costruirsi un’immagini decisamente troppo forte, talmente forte da oscurare quella della rivista: un errore non calcolato che le e’ costato il brusco licenziamento dal giornale.

        Rispondi
  11. Mina   25 novembre 2013 at 21:55

    Un’esplosione di creatività, passione, immaginazione, fantasia, eleganza, autoironia… Ecco sinteticamente i tratti peculiari di una grande personalità del Novecento, Diana Vreeland.
    A lei si deve l’anticipazione di quel meccanismo che oggigiorno prende il nome di “tendenza”, che si traduce brevemente nell’esprimere il futuro attraverso gli abiti e gli accessori, costruendo così uno dei punti di forza di Harper’s Bazaar, per cui ha lavorato dagli anni Trenta agli anni Settanta.
    Certamente le sue idee precursorie e creative celavano un’aura di rischio, poiché non potevano essere sempre condivise da tutte quelle figure professionali che andavano a costruire il suo staff lavorativo. Ma il suo carisma e il suo immenso capitale sociale, nonché la sua esperienza e la sua cultura, emerse rispettivamente da una continua frequentazione di maison, luoghi, eventi e da un’accurata e profonda lettura di circa 7000 testi contenuti nella sua biblioteca personale, le hanno permesso di acquisire la fiducia di molteplici personalità di rango, che vedevano in lei la profetessa della moda.
    Raggiunti traguardi imponenti nella rivista di moda Harper’s Bazaar, Diana Vreeland passò a Vogue America, in cui operò solo pochi anni, dato che venne crudamente licenziata. L’ultima meta della sua vita lavorativa venne conquistata nel 1972, quando iniziò a lavorare come consulente al Metropolitan Museum of Art per il settore della moda, avendo un impatto notevole sul pubblico e sui media e creando dei veri e propri spettacoli, abbinati ad esperienze sensoriali. Forse proprio questa diversità diede voce ai suoi critici più agguerriti: musiche e profumi che si vaporizzavano ed elementi decorativi che si massificavano nell’atmosfera della mostra distoglievano il pubblico dall’oggetto museificato, rendendolo soltanto un accessorio. Ovviamente non tutti hanno polemizzato; al contrario, il pubblico, protagonista delle sue esposizioni teatrali, ha apprezzato così tanto da tributarne il successo.
    I suoi avversari si celavano anche tra i suoi collaboratori, primo fra tutti il fotografo David Bailey che, un po’ come tutti i fotografi dell’epoca, tendeva a sottovalutare la fotografia di moda e a considerare la stravaganza della Vreeland più una stranezza che una fonte di energia per i suoi reportage.
    Insomma, critiche ed elogi, oltre ad attirare l’attenzione mediatica, hanno rafforzato la sua personalità, rendendola sempre più carismatica e sempre più affermata nel sofisticato sistema della moda.

    Oggi, i cosiddetti “corsi e ricorsi” di Vico sembrano non garantire nulla di positivo: la “storia della moda” non è poi così generosa da riproporre nel tempo le medesime figure eroiche…essa concede solo pezzi unici ed inimitabili, di cui la Vreeland ne è un esempio!

    Rispondi
  12. Sara Cecconi   25 novembre 2013 at 23:35

    Diana Vreeland è proprio il caso di dirlo, è stata l’imperatrice della moda. Ha regnato cinquanta anni dando un valore aggiunto all’eleganza. Il suo essere vibrante, eccentrico, passionale, ha fatto si che la gente potesse partecipare e avere la libertà di immaginare e fare aprire le porte della propria mente. La sua frase storica e ben calzante con la sua politica è stata: “L’eleganza è innata e non ha niente a che fare con l’essere ben vestiti”…
    É riuscita a travolgere il concetto di bellezza; lei stessa pur non essendo bellissima seppe trasformarsi con il suo gusto, il suo intuito, il suo essere all’avanguardia, il suo aver voglia di comunicare in una donna molto affascinante ed originale. Questo conferma quello che ha sempre sostenuto e che ancora oggi è attualissimo. É riuscita attraverso le pagine di una rivista ad imprimere l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento, gli anni Sessanta. Ha catturato lo spirito del tempo fotografando i grandi mutamenti, dalla depressione alla rivoluzione sessuale. I suoi numerosi eventi sono stati all’epoca dirompenti, ha portato gli abiti in museo cambiando completamente l’organizzazione e l’esposizione dell’epoca, utilizzando manichini non più anonimi e statici ma bensì manichini che riuscivano a raccontare ed a fare immaginare la storia dell’abito stesso.
    Direi geniale e per l’epoca e per la sua cultura, molto molto avanti.
    Devo dire che la storia di questa donna mi ha affascinato e mi ha suscitato molto interesse; per come guarda le cose e per come le fa guardare, per come travolse i canoni della bellezza, facendo si che i difetti esasperandoli, diventassero una firma. Diana Vreeland è tutto questo e anche di più.
    Sicuramente continuerò a sfogliare e a ricercare le sue memorie raccolte fino alla sua morte, perché mi stimola, mi da fiducia e mi conferma che bisogna credere a ciò che si fa.

    Rispondi
  13. Ginevra Carotti   26 novembre 2013 at 00:25

    “non trattava soltanto di moda, ma di arte di nightclub, di musica e della società”, “Diana Vreeland era l’America”, “c’è chi crea la moda e chi è la moda, Diana era la moda”, “donò fantasia alla moda e la rese romantica”. Queste sono solo alcune delle citazioni dette da personaggi appartenenti al mondo della moda che hanno avuto la fortuna di avere a che fare con Diana Vreeland, una delle più grandi icone di questo bizzarro mondo.
    Grazie alla visione del film-documentario ho avuto la possibilità di avvicinarmi a questa icona andando a scovare notizie riguardanti lei attraverso libri, video e riviste; sarà stata proprio la sua voglia continua di “andare dove stava l’azione” che ha reso Diana Vreeland un’icona di creatività e intuizione al potere?
    Un potere che secondo me non è riscontrabile solo nella posizione che ricopriva: prima fashion editor in Harper’s Baazar e poi Editor in Chief di Vogue; ma un potere che si portava dietro fin dalla nascita, dato che proveniva da una famiglia cosmopolita e soprattutto che è cresciuta negli anni seminali di quella che è la cultura contemporanea; il suo bagaglio culturale nonché personale ha sicuramente rappresentato un vantaggio competitivo per la Sig.ra Vreeland.
    Attraverso le sue visioni che da come vengono descritte da lei stessa, sembravano arrivare come un’ epifania in un’opera di James Joyce, lei riusciva a dare ai lettori non quello che volevano ma ciò che ancora non sapevano di volere. Sposò alla perfezione questo concetto tanto che la rivista ebbe un successo esorbitante. La sua determinazione nel perseguire questo obiettivo la portò a creare degli eventi-spettacoli per il Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute. Con lei cambiò tutto. I musei divennero posti affollati di gente cool e importanti che arrivavano da tutto il mondo per vedere la mostra curata da Lei; i manichini sembravano prendere vita come accade nel film “I love shopping” (tratto dal libro di Sophie Kinsella) per catapultarti in quell’epoca che recitano indossando quei vestiti.
    Molto probabilmente con Diana Vreeland era possibile entrare in un mondo incantato nel quale gli abiti ci trasformano in personaggi da favola…

    Di questo personaggio mi affascina il suo modo continuo di ricercare quello che ancora non c’era, forse riusciva a raggiungere tutto ciò nel modo più naturale possibile, senza imporsi filtri o altro, vivendo il tutto in prima persona; frequentando la “new generation” del suo periodo; suo figlio Tim dice di lei “ stava diventando una celebrità, frequentò la factory e lo studio 54” . Forse è stato questo essere open mind che l’ha portata ad essere definita la donna che ha rivoluzionato l’immagine della moda?
    Una donna moderna, elegante, rigorosa e così autoironica da fare della sua non bellezza canonica un punto di forza che trasformò in grande fascino; devo dire che mi sono soffermata a chiedermi se questa sua continua ricerca per l’azione e quindi il movimento derivasse dal suo amore per il ballo che aveva coltivato fin da bambina; come una ballerina non si fermò mai nel suo lavoro fino alla sua morte.
    Una donna che fece dello stile un modo di vivere, infatti affermava :“the only real elegance is in the mind. If you’ve got that, the rest comes from it”. In conclusione per me Diana Vreeland è riuscita a fare della sua visione anticonformista e onirica un modello indiscusso di eleganza.

    Rispondi
  14. sofia yao   26 novembre 2013 at 00:28

    “Non sono solo un fashion editor , ero redattrice unico modo! ”
    – Diana Vreeland

    Il più grande guru della moda – Diana Vreeland (1903 – 1989) è stata una delle donne più influenti del 20 ° secolo . Vitalità esotica e straordinario della sua visione unica di sovvertire gli stereotipi della bellezza e della moda dando un nuovo look . Nel film rappresenta soprattutto lo straordinario successo come leggendario fashion editor grazie alla sua filosofia di vivere e di essere la protagonista in ogni scenario nella vita.
    Nata a Parigi , avuto un’infanzia influenzato dal Art Nouveau , Russian Ballet e l’impatto della couture , immerso in continua evoluzione magia della città e gli ha creato un forte stile personale , gusto superiore favorita dalla rivista Harper Bazaar a New York , entrando accidentalmente l’industria della moda , insieme la sua creatività e la sua personalità svolge e apre una enorme immaginazione del lettore nel mondo. In 25 anni della sua permanenza a Vogue, ogni numero della rivista è riempito con la sua straordinaria idea compatibile con tutti i tipi di arte alla moda , cassa di risonanza per tutte le donne ,creando un periodo dell’oro per mondo Moda.
    Lei mostra la sua rivista e vestiti come una piattaforma per trasmettere la sua ricca immaginazione alla vita e La sua filosofia sono completamente dimostrati attraverso nel suo lavoro straordinario nella rivista d’avanguardia più profondo. La sua perseveranza e determinazione, ci incoraggia a rompere bardature. Ha anche ricordato l’importanza della nostra immaginazione, attraverso di essa, la vita può essere fantastica. Le sue nuove esperienze e idee della vita, e poi viene diffuse in tutto ottenuto. Ha utilizzato la sua passione per il mondo, per ampliare e arricchire la nostra mente.

    Tuttavia l’immagine più nostalgico di Diana , è capelli neri ,rossetto rosso reclinato sul divano del salotto rosso ” Inferno Garden” in postura elegante.
    Lei Diana Vreeland come la iconica del mondo di moda non cambierà mai.

    Rispondi
  15. Chiara Tintisona   26 novembre 2013 at 00:48

    Quello che mi colpisce di più di Diana Vreeland, non è il mix di stacanovismo e genialità tipico dei grandi interpreti della storia, bensì il modo in cui è riuscita ad affacciarsi al mondo della moda. Nonostante una bellezza non stravagante, colmata da un’ eleganza senza precedenti, e una mancanza di preparazione “scolastica” nell’ambito della moda, la Vreeland balza alla cronache di quei tempi, come una delle interpreti più influenti di quegli anni, con un eco che ancora oggi risuona senza limiti. Sembra quasi che, fosse stato il fato a spingerla, una mano invisibile che l’ha indirizzata verso la via del successo. Una famiglia benestante e ben allocata socialmente nei giusti ambiti, le numerose conoscenze professionali e amicizie importanti, l’ hanno catapultata nelle situazioni rilevanti di quel periodo.
    Altre due caratteristiche mi hanno colpito molto: la prima, è sicuramente come la Vreeland abbia saputo esaltare i difetti delle modelle, rendendoli unici e speciali, a differenza di oggi, dove tutto sembra ben costruito e a tratti irraggiungibile, la seconda è il continuo raggiungimento degli obiettivi con una completa naturalezza nei metodi d’approccio.
    Per quanto riguarda le mostre, rimango ammaliata dal suo approccio al sistema, perché non c’è solo la visione dell’abito ma una visione globale del soggetto, allocato in un universo di sensazioni e percezioni che collaborano tra loro per arrivare all’espressione completa della collezione.
    Nel film, così come nei vari documenti che descrivono Diana Vreeland, si rimane incantati dalle movenze e dall’uso della narrazione che utilizza nei salotti dell’elite della moda internazionale.
    Emerge tuttavia, un personaggio spesso cupo e molto profondo per il lato personale, dovuto ad una presenza spesso ingombrante della madre, un rapporto eterogeneo con i figli e ,soprattutto, un amore illimitato nei confronti del marito, interrotto dalla morte di quest’ultimo per via della malattia. Sicuramente, aspetti molto rilevanti che hanno portano la Vreeland a rifugiarsi nel mondo del lavoro e a circondarsi sempre di personaggi, quasi voglia fuggire dalla realtà.
    C’è chi crea la moda e chi è la moda. Diana Vreeland era la moda, anzi lo è tutt’oggi.

    Rispondi
  16. Irene Alunni   26 novembre 2013 at 08:00

    A Diana Vreeland dobbiamo il merito di aver saputo esprimere attraverso i suoi capolavori (perché di questo si tratta) l’evoluzione di un’ epoca che stava velocemente cambiando.
    Non era bella, non aveva alle spalle una forte educazione, ma ciò non le impediva di essere una delle donne più affascinanti nella storia dei tempi: carismatica, stravagante, creativa all’ennesima potenza, indomabile, amante del lusso e dell’eccesso.
    Nonostante Diana Vreeland fosse un’aristocratica non si è mai comportava da tale anzi, criticava il comportamento snob degli aristocratici e preferiva i gigolò con cui danzare tutta la notte.
    La sua rubrica “Why don’t you?”, inserita in Harper’s Bazaar, con cui distribuiva consigli eccentrici e originali alle signore del tempo, era per l’epoca una rivoluzione mentre oggi sarebbe estremamente attuale.
    Neanche il suo pubblico era quello borghese ma i giovani di strada, quelli folli, irriverenti e pieni di vita come lei.
    Stilisti come Emilio Pucci, Valentino, Manolo Blahnik e molti altri devono a lei una parte del loro successo, ai quali dava importanti consigli su come migliorare le loro collezioni. Era sfacciata per alcuni, geniale per altri.
    Anche molte modelle come Twiggy, Marina Berenson, Cher hanno raggiunto la fama grazie alla Vreeland, facendole fotografare da fotografi di grande livello come Irving Penn.
    I suoi generosi consigli, la sua rubrica, le sue riviste, la sua arte, sono vere e proprie lezioni di moda e di vita. Non a caso è diventata leggenda.

    Rispondi
  17. Federica B.   26 novembre 2013 at 15:52

    Il reportage riguardo Diana Vreeland è stato molto interessante in quanto personalmente ho potuto ammirare la determinazione di una donna che, pur non avendo un’educazione rigidissima, è riuscita ad affermarsi come icona di stile potentissima negli anni a venire. Fu un’importante firma di Harper’s Bazaar e Vogue e ancora oggi, dopo la sua morte, è ricordata dai cultori del fashion come “Imperatrice della moda” in quanto ella riusciva a captare per prima i segnali che sarebbero diventati successivamente le nuove tendenze e le nuove direzioni della moda.
    La sua scuola era la vita (il suo capitale sociale), l’intuizione e quel saper guardare alle cose in tutti modi tranne che scontati. Diana Vreeland era capace di vedere un difetto di una modella come suo tratto distintivo e unico, quindi il suo miglior pregio.
    Era una donna dotata di autoironia e determinazione incredibili; seppe destreggiarsi con grande maestria in quanto lavorava d’impulso e vedeva le cose in modo diverso dagli altri.
    Arrivata a una certa età la sua brillante carriera fu posta davanti a un ostacolo che la allontanò dalla direzione di Vogue America. La rivista stava prendendo un’altra direzione e Diana venne congedata ma dopo poco le fu offerto di lavorare come curatrice di mostre al Metropolitan Museum of Art, che grazie alla collaborazione di questa fantastica donna, prese di nuovo vita e ogni mostra diveniva un evento di grande richiamo. Infatti questi erano un mix di esperienze sensoriali che davano la sensazione di vivere la moda a 360 gradi.
    Fondamentalmente la Vreeland aveva un carattere molto deciso, fermo ed esigente, quindi era evidente che potesse nascere un rapporto di amore e odio da parte dei suoi dipendenti e collaboratori nei suoi confronti.
    Io penso che l’essere temibili porti doppi risultati: non essere troppo amati ma al contempo la qualità del lavoro sale basta che non si instauri una leadership basata sul terrore.
    Alcuni dei suoi avversari, le erano più vicini di quanto si potesse immaginare. Infatti uno di questi fu un suo collaboratore, il fotografo David Bailey, che tendeva a sottovalutare la potenza e la particolarità dei servizi fotografici che la Vreeland preferiva, reputandoli non idonei a ciò che si aspettava da uno shooting di moda. Ciononostante la Vreeland costruì la sua persona a prescindere da critiche o celebrazioni diventando così un elemento unico ed irripetibile nel sistema moda.

    Rispondi
  18. Maria Soloveva   26 novembre 2013 at 18:44

    Diana Vreeland. She was one of the most popular and famous woman of her century. I don’t think that it’d be wrong to tell that she IS one of the most famous persons ever existed. What was her secret? How it’s even possible to become the most powerful woman of the world fashion, the most celebrated director of Voque magazine for a little girl from Paris coming to New York at the age of 10 speaking not even one English world?
    She told us with a smile that the only school which could accept her was the school of dance, cause she wasn’t able to speak English for a while, that her only friends were those Mexican and Argentinean immigrants arrived to NY in search of new happy life. Also she told us – and always in her ironical manner of speaking – that it was not quite easy to except yourself when u have such a beautiful sister…
    There r no doubts that her way was not so easy how it could seem to be. And even this famous phrase of Carmen Show “Why don’t u?” shouldn’t be taken as simple-minded as Diana wanted to.
    On my mind for all her life she was struggling for herself, struggling against the world fool of pride and prejudice. A girl born in a welfare aristocratic family, staying close to the world of art (and we r talking about the time of “Belle époque”), was so unlucky to observe every single second of her life how far she was from the standards of beauty and elegance. But this girl was a fighter. Even if she was not supposed to be.
    During all her life she was searching for the new forms of beauty, high elegance, gracefully combined with the fine arts proving to her-self with every single step that even if she was not the part of this beautiful harmonious world which she adored she could rule over it and she could decide for it.
    Her sharp eyes were never tired, her sophisticated mind was far ahead from the people around her, and this plain woman with ridiculous face was able to inspire generations of her followers to adore the real magic of the truth beauty of the ever-changing world (of fashion).
    We love u, Diana! U r adorable!

    Rispondi
  19. Ruggero Galli   27 novembre 2013 at 01:12

    Diana Vreeland è una figura iconica nella storia della moda .
    Grazie la sua creatività e genialità è riuscita a comunicare ai suoi lettori quello che loro stessi non sapevano ancora di desiderare. Donna dalla cultura eccezionale che passava molto tempo sui libri e a teatro ma che allo stesso tempo non metteva un limite a questa sua innata aristocrazia , anzi amava trasgredirla. Viveva la vita con libertà, con il vezzo per il lusso e per l eccesso , con il sorriso sempre stampato sulla bocca e con una positività che ti rapiva a prima vista .
    Diana Vreeland ha trascorso la sua vita a rincorrere l’originalità, l innovazione con l unico fine di portare a termine un lavoro perfetto, il migliore che si potesse raggiungere . Non era un caso se ci accerchiava dei migliori fotografi sul mercato e dalle modelle più belle del periodo per effettuare qualsiasi tipo di foto ; ogni particolare faceva la differenza e la sua ossessione alla perfezione faceva di lei una donna ammirata da tutti per la sua dedizione cosi professionale al lavoro.
    Insisteva nel perseverare le strade più complicate , sicuramente più rischiose ma con un margine di successo nettamente più elevato.
    “Perché non arredate il vostro salotto affinché le mura e ogni oggetto contenuto in esso seguano una sfumatura del verde? Sarà un lavoro lungo ma darà molta soddisfazione.”
    Dietro a questo professionalità e di conseguenza rigidità si cela contemporaneamente una donna divertente , stravagante ,ironica e sarcastica che vive la vita senza freni che spesso creò non pochi problemi alla sua reputazione.
    Questo approccio polivalente alla vita di Diana Vreeland è quello che rende la sua figura cosi contagiante per tutti . Con lei si può dire che la moda è diventata arte .

    Rispondi
  20. Antonio Bramclet
    Bramclet   28 novembre 2013 at 21:42

    Propongo di abolire le fesserie del prof. A che servono? gli interventi delle ragazze sono fantastici. E poi non riesco a capire perché sono quasi tutte donne quelle che partecipano a rendere interessanti i suoi temi.
    Ma ragazze, avete visto la sua foto da arcangelo invecchiato con evidenti problemi alla prostata? Oh! Non posso credere che quell’intellettualoide dei miei castagnoni abbia una corte di ragazze così competitive.
    Cazzo! I miei quattro articoli non se li e’ fumati nessuno, non e’ giusto, cazzo!
    Sulla Vreeland concordo con tutto quello che avete scritto voi. Io pero’ prima della intervista nel film gli avrei fatto l’antidoping o l’etilotest. Per me era in fattanza…

    Rispondi
  21. Lamberto Cantoni
    Cantoni   28 novembre 2013 at 22:18

    Bramclet sei un cretino! Cosa ti fa credere che le internaute di mywhere siano “ragazze”? Non potrebbero essere delle pensionate iscritte al club “internet intelligente per la terza età”? Potrebbero anche essere uomini che si spacciano per donne. Oppure trans post moderni che giocano a recitare la parte di studentesse engagé! Non vedo il problema. Della Vreeland, tanto per cambiare, non hai capito niente.
    Ma non ti sei accorto della sua comica compostezza? Ma non ti ha stupito la lucidità con la quale risponde ironicamente alle domande dell’intervistatore? E lo stile? Vitalità e forma insieme. La conoscevo per quello che aveva scritto, non mi erano sconosciute le sue immagini fotografiche; conoscevo il ruolo che aveva interpretato durante la sua lunga stagione in Vogue, evidentemente. Tuttavia, vederla in motion mi ha dato la percezione che c’è qualcosa che slitta sotto le parole, qualcosa che non appartiene all’ordine del discorso o del concetto…Non so definire cosa sia, ma l’illusione di averla percepita e’ reale.

    Rispondi
  22. Giacomo Gasparri   1 dicembre 2013 at 12:19

    Dal mio punto di vista, dopo la mitica Diana nessuno è riuscito a mixare all’interno di una rivista amore per il lavoro, dedizione ma soprattutto una creatività esagerata e una modernità da far venire i brividi. In particolare moderna è l’aggettivo che più possiamo affibbiare alla Vreeland. Trovo incredibili lo style, le ambientazioni, la scelta delle modelle, il mood che sprizza da ogni parte dei servizi, e il fattore e ancor di più mi lascia a bocca aperta è il fatto che tutto ciò sia stato scaturito da una grande donna tra gli anni 30 e 60 del ‘900, in una società dove il sesso femminile era ancora ai margini e considerata quasi meno di zero. Una cosa però mi rattrista; che nessuno mai la ricordi e la valorizzi per come si merita. Non si sente quasi mai parlare di lei nei giornali o alla televisione, mai ricordata o citata. Eppure, a mio avviso, è una donna che ha fatto storia, non sono nella moda, ma nella società in generale, per i valori e gli ideali trasmessi.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 dicembre 2013 at 13:22

      D’accordo con te su tutto. Ma non dobbiamo dimenticare che il contesto nel quale Diana lavorava era forse l’unico comparto economico che vedeva come protagoniste le donne. Fino agli anni sessanta praticamente la Moda parlava incarnandosi in un soggetto ideale femminile.

      Rispondi
  23. Leonardo P.   1 dicembre 2013 at 13:18

    Indubbiamente la figura di Diana Vreeland è l’emblema della creatività, dell’intuizione e della “pazzia” che dovrebbe contraddistinguere l’ambiente della moda, che per sua natura, non lavora su schemi predefiniti. È anche il personaggio che rappresenta il passaggio da quella che è l’editoria di moda basata sulla reale intuizione e sulla reale creatività, spinta dalla figura del fashion editor, all’editoria moderna, basata sull’unico interesse inserzionistico e di reverenzialità nei confronti dei Brand più famosi, lasciando ben poca libertà di scelta alle riviste stesse. Quella che è la chiave di volta di Diana Vreeland è stato il pensare fuori dagli schemi, che fino ad allora non era stato neanche preso in considerazione, probabilmente frutto della sua educazione non convenzionale che però ha certamente creato le basi per quello che sarebbe stata la sua visione creativa futura. Rivoluzionaria in tutto ciò che ha fatto, sia da Harper’s Bazaar, da Vogue e perfino al Metropolitan Museum, dove ha completamente stravolto le regole di conservazione museale per aprire le porte del museo al grande pubblico. Quindi sorge spontaneo il dubbio se non fosse meglio l’editoria di moda del passato, fatta da personaggi con doti creative, più che di mere doti relazionali da PR a cui oggi siamo assoggettati e che, a mio parere, hanno causato un reale appiattimento dell’eccitazione che invece la moda sarebbe giusto causasse.

    Rispondi
  24. Chiara B.   1 dicembre 2013 at 16:36

    Il motto è “think different”, pensa fuori dagli schemi. E in questo Diana Vreeland fu una dei più grandi esponenti di tutti i tempi, secondo me. La grandezza di questa signora, sta proprio in questo, nel non seguire le regole, gli status quo, le convenzioni dettate dalla società. La sua dote più importante fu quella di avere “un occhio” lungimirante, sempre orientato al futuro, che guarda oltre le cose. Questo secondo me è un dono bellissimo, una caratteristica che in pochi hanno e che in tanti vorrebbero avere. Una capacità innata quella della Vreeland di creare arte, di bruciare le tappe, di descrivere il mondo con una visione ottimista, sognante, ENTUSIASTA. Il cuore in questo caso vince, la passionalità e l’istinto sono i fattori vincenti in un lavoro come quello della fashion editor di riviste così “importanti” (in tutti i sensi!), così improntato su un occhio attento e lungimirante. Diana, con la sua autoironia, ci racconta nel film la sua vita, il suo lavoro, il suo modo di vedere le cose, il suo modo di intendere la moda non più come semplice “adornamento”, ma come un modo di vedere la vita e la realtà che ci circonda. Quello che personalmente apprezzo del vecchio modo di fare “Editoria di moda” sta nel fatto di non venire a compromesso con budget, pubblicità, etc… Capisco senza dubbio che una rivista può continuare ad esistere solo grazie alle pubblicità, ma non mi sembra totalmente giusto che una mente creativa sia limitata da quelle che sono le leggi di mercato. Una rivista di moda deve far sognare, deve diventare un modo per evadere dei problemi, dalla realtà, un modo per aprire gli occhi sul mondo, per sognare, per imparare che nella vita non si vive soltanto di soldi. Adesso riviste come Vogue, diretto da uno dei mostri sacri degli ultimi tempi, Anna Wintour, sono per il 70% composte da pubblicità e tutto è incentrato su quanto quel brand mi offre perché io metta quel certo vestito in quella certa pagina. Oggigiorno tutto gira intorno al marketing, e l’arte, la creatività geniale di figure come quella di Diana Vreeland, dove sono adesso? Nei ricordi nostalgici degli eterni romantici.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 dicembre 2013 at 19:15

      Chiara, hai messo il dito in un problema scabroso.
      Come darti torto. Ma possiamo proibire ai grandi brand di usare la leva pubblicitaria? E se le risorse investite nel suo nome divengono fondamentali per la sopravvivenza di una rivista, cosa deve fare chi la edita?
      Può dimenticarsi degli inserzionisti? E l’azienda che decide di pianificare su una rivista può agire per difendere il proprio investimento?
      Non so se conosci il dilemma del prigioniero della teoria dei giochi. Per farla breve, bisognerebbe che le tre forze in causa, aziende/giornalisti/lettori, facessero un salto evolutivo insieme e maturassero rispettivamente: pubblicità più intelligenti, un sano spirito critico e un’avversione verso la creduloneria. Solo così potrebbero uscire dalla prigione del meccanismo che e’ stato creato da un mercato nel quale i soggetti sembrano più giocati che giocatori.

      Rispondi
  25. Chiara C.   1 dicembre 2013 at 18:38

    La figura altamente carismatica di Diana Vreeland ha sicuramente determinato un cambiamento radicale nella percezione del fashion system, conferendogli un allure di aristocratica competenza. Ha saputo cogliere il bello di ogni cosa, ha saputo valorizzarlo, rendendo la moda spettacolo. Sicuramente un forte impulso alla sua personalità è stato dato dal contesto in cui è cresciuta, Parigi, New York e Londra che sono state palestra di vita, una scuola, non ordinaria, ma straordinaria, che le ha potuto dare un’ampia visione del mondo, della rivoluzione e del cambiamento di quegli anni. Oltre a tutto ciò, la straordinaria fortuna di vivere a contatto con personaggi di grande maestria, che sapessero interpretare le volontà della Vreeland e che sapessero realizzare tutto ciò che chiedeva, ha permesso la pubblicazione di cose straordinarie. Una simbiosi che ha fruttato un grande successo nella moda e nell’editoria, una simbiosi che ha stravolto la moda rendendola spettacolare. Diana Vreeland ha colto la grandiosità della moda come arte. La passione attribuita a tutto ciò che faceva e la cura maniacale per ogni singolo dettaglio, dalle luci all’acconciatura della modella, ha reso il suo lavoro un archetipo a cui rifarsi continuamente, un modello antitempo. La passione e la dedizione che profondeva ad ogni lavoro, quasi cancellandone la parte razionale, facendosi coinvolgere in manieri istintiva rendevano tutto magnifico e spettacolare. Diana Vreeland è un personaggio fantastico e inimitabile. Ha saputo come emozionare.

    Rispondi
  26. Costanza Benelli   1 dicembre 2013 at 23:00

    Entusiasmo. Ecco quello che ho provato dopo aver visto “Diana Vreeland: L’imperatrice della moda”. L’entusiamo della Vreeland è contagioso, lei stessa incarna la joie de vivre, sprizzante, brillante, mai scontata, è un inno alla vita. La sua continua voglia di fare dilaga in ogni suo gesto. Fuori dall’ordinario, nel senso più positivo possibile, viene notata da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, che coglie in lei quel je ne se quoi raro che poche persone hanno, e le offre il lavoro. Inizia a scrivere una sua rubrica “Why don’t you” dove usa il suo stile e buon gusto per dare consigli alle lettrici, o meglio conversare con loro, perché secondo lei “lo stile è tutto, senza sei una nullità.” Diventa in seguito fashion editor del magazine. Non era una bellezza oggettiva, al contrario, aveva lineamenti molto forti, ma i suoi difetti rappresentano la sua particolarità ed emana un’allure accecante, dalla quale non ci si può salvare. L’esaltazione dei difetti come tratto distintivo della persona e vero punto di bellezza è la missione ben riuscita della Vreeland. Basta pensare all’apologia del naso di Barbra Streisand, che riesce a mettere di profilo in copertina su Vogue. È stata anche editor-in-chief di Vogue America. Quello che la contraddistingue, e per cui la invidio, sono le “visioni”, la Vreeland è infatti una visionaria che prevede le tendenze, capisce in anticipo, non vuole dare al pubblico quello che vuole, ma quello che ancora non sa di volere. Comprende che la moda non è solo abbigliamento e accessori, ma si riferisce a tutto il life style. E’ la prima a pubblicare sul proprio giornale la foto delle “labbra” Mick Jagger. Ogni foto raccontava una storia, e i servizi erano veri e proprio viaggi intorno al mondo, in Egitto, in Giappone. Quest’ultimo mi ha colpito molto. I protagonisti di “The great fur caravan” sono Veruschka e un lottatore di sumo (ricercato per più di un mese nei vari incontri in Giappone), le immagini raccontano la storia di una donna in cerca del suo amato per i sorprendenti paesaggi giapponesi, un emozionante masterpiece. Quando le immagini iniziarono a valere più dei contenuti, Diana viene licenziata. Ella si trova al perso, ma poco dopo viene chiamata al Metropolitan Museum of Arts di New York come special consultant ed ecco che si reinventa inaspettatamente e reinventa il mondo stesso delle mostre. Mi piace immaginarmi la Vreeland prendere gli abiti e sistemarli a suo piacimento mentre agli altri curatori iniziano a venire i sintomi dell’infarto. Inventa le mostre evento dando uno slancio alle mostre di moda. Muore giovane all’età di 86 anni. Un’icona della moda, del marketing, un genio, una visionaria, i giorni seguenti al film mi sono sentita piena di entusiasmo, ottimismo e adrenalina. La sua voglia di stupire e contraddistinguersi mi ha contagiata. So già che regalo desiderare sotto il mio albero di natale.

    Rispondi
  27. diletta z.   2 dicembre 2013 at 20:00

    Esperienza e non più ovvio.
    La creatività non manca certo alla Vreeland, ecco..posso dire che dopo aver visto il lungometraggio mi sono sentita una nullità in materia, come credo sia successo a molti altri che l’hanno vista con il mio stesso occhio.
    C’è solo da venerare la ”CAPA” in questione, che non si è avvalsa solo di mantenere una posizione di occhio guardingo nei confronti di chi l’ha appoggiata bensì è stata tassello cardine di una voglia di lavorare, collaborare e creare che forse mai più si rivedrà.
    COLLABORARE però, significa anche saper trovare (e avere la fortuna di trovare) persone del tuo stesso calibro, persone con una spiccata versatilità, immaginazione, con audacia, carisma e ben’altre doti che la Signora Vreeland ha avuto l’onore di avere, basti pensare ai mostri della fotografia che l’hanno accompagnata e sostenuta.

    La Vreeland è stata e dovrebbe essere tutt’oggi l’esempio per chi vuole anche solo accostarsi a questo mondo, è la donna con le ”doti maschili”, per non dirla tutta…
    Ha saputo tener testa, ha saputo montare in testa con grazia ed ha saputo farsi una vera e propria immagine e successo con il suo mix razionale-creativo; Ha saputo intromettersi in qualsiasi fosse il ruolo dietro al suo lavoro, dall’idea alla modella stessa.
    Il brutto anatroccolo diventa cigno, insomma., ma ella cercava per caso la bellezza? le serviva per caso quella per costruirsi quel che è diventata e che sarà? ma certo che no.

    Penso che più che continuare a fare apprezzamenti a questa Donna, possiamo solo augurarci che nasca qualcun’altra/o di quel calibro..anche se ne dubito.

    Un’artista, tutto qui.

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   23 gennaio 2014 at 12:49

      Non sarei così pessimista per il futuro. Diana ha contribuito a creare pagine memorabili nella moda. Ha portato la moda la’ dove nessuno si aspettava di trovarla (almeno non in quella forma). Ma la moda che ci interessa non e’ solo forma bensì un dispositivo work in pregress.
      Ci sono stati e ci saranno molti altri grandi protagonisti. E’ perché non pensare che anche tu potrai forse, dopo tanto lavoro, essere tra questi?

      Rispondi
  28. Giada Filippetti   2 dicembre 2013 at 22:57

    Ciò che mi colpisce di più di Diana Vreeland è vedere come sia riuscita a dare al ventesimo secolo un’icona che non fosse una diva di hollywood né una modella né una cantante ma una giornalista.
    Tutto questo mi fa impallidire se guardo al panorama attuale dove purtroppo queste personalità non riescono a dominare nel modo in cui lei è riuscita.
    Da brutto anatroccolo ad imperatrice, la Vreeland in tutta la sua straordinaria lucidità e padronanza della scena nel documentario fa entrare lo spettatore nel suo mondo come testimone dell’immensità del suo lavoro.
    La sua dedizione al lavoro che la portava a trascurare la vita familiare, come emerge dalle interviste ai figli, che la descrivono come “una donna priva di emozioni, che non si interessava alle cose convenzionali da madre ordinaria” creano un certo contrasto con la straordinaria forza espressa nel campo lavorativo ma forse è proprio questo elemento a conferire a Diana un po’ di imperfetta umanità dopo tutto.
    Tutti gli estratti delle interviste alla Vreeland presenti nel documentario compongono il quadro di una donna irriverente e dall’energia vulcanica, con un umorismo tagliente che non risparmiava nessuno, nemmeno Hitler di cui ha criticato i baffi!

    Rispondi
  29. Edoardo G.   8 dicembre 2013 at 16:52

    Guardano il film sulla vita di Diana Vreeland sono rimasto particolarmente colpito dalla spicca capacità naturale che quella donna avesse nel ricercare e scoprire persone talentuose. Pur non essendo stata una persona particolarmente istruita da un punto di vista prettamente culturale e nozionistico, era innato in lei in desiderio per la conoscenza e la curiosità. L’oggetto del suo studio quotidiano erano gli animi umani e il modo che avevano di rendere energia al mondo tramite lo stile e le loro personalità. La Vreeland cercava estenuamente e in ogni aspetto della vita il bello, come se volesse riportare e far conoscere al mondo intero quell’idea metafisica che lei interiormente deteneva e a cui tendeva. La moda erano le persone umane e l’abito il mezzo per comunicare, non viceversa. La profonda consapevolezza che solo attraverso personalità artistiche e d’avanguardia avrebbe potuto darle l’opportunità di riuscire nella sua missione, le permetteva di avere chiaro l’obiettivo da raggiungere: distribuire il concetto di bellezza umana. Era una donna visionaria e carica di energia creatrice, capace con il suo carisma travolgente di sapere cosa gli altri avrebbero voluto e apprezzato; la scintilla che aveva negli occhi era il segno manifesto di un’intelligenza intuitiva che le permetteva di essere oltre l'”hic et nunc”. Purtroppo, però, questa dote non le permise di cogliere e analizzare i cambiamenti socio-culturali che erano in atto e così l’aspetto puramente economico. In un mondo capitalista dove il profitto è l’unico e vero scopo prefissato, tutto il resto passa in secondo piano e diventa solo lo strumento per il suo raggiungimento. Dopo aver portato un modo d’interpretazione completamente nuovo della moda e forse il suo concetto moderno stesso, Diana Vreeland venne brutalmente declassata a reliquia di un’era passata, incapace di coniugare sogni e budget. Di lei rimarrà per sempre lo spirito di una personalità sorprendente e capace di stravolgere i canoni dettati e imposti. Forse, soprattutto al giorno d’oggi, bisognerebbe più ricercare valore umano e prendere figure come la Vreeland ad esempio e modello, per riscoprire quella bellezza valoriale che oggi si sta andando perdendo.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 dicembre 2013 at 20:34

      Non e’ così semplice. Fare della Vreeland una vittima del cattivo capitalismo non mi sembra verosimile.
      Posso immaginare che forse era diventata piu’ importante lei che la rivista.
      Di certo non badava a spese (a carico dell’editore) per concretizzare le sue idee.
      Il tipo di donna ideale alla quale pensava probabilmente strideva con la donna americana che interessava alla Conde’ Nast e agli investitori. Quasi sicuramente dopo una prima fase gloriosa la rivista perdeva lettori.
      La mitizzazione di tutto ciò che avveniva a Parigi e in Europa (Londra) verso la fine dei sessanta andava in rotta di collisione con le aspirazioni di una moda americana.
      Il suo Vogue era una rivista d’avanguardia, dava spazio ai giovani talenti (nuove modelle, fotografi, artisti). Ma da un certo punto in poi l’appeal dei giovani si era dissolto in contestazioni radicali al sistema, in un mare di droga.
      Si può congetturare che l’editore volesse una rivista capace di dialogare con la donna americana della classe medio alta, oramai stanca di provocazioni, di stravaganze, di lusso impertinente e anti tradizionale.
      Certo che il modo in cui fu licenziata e’ scandaloso.
      Ma non possiamo pensare che i manager della Conde’ Nast fossero pazzi.
      Non sto sostenendo che presero la decisione giusta. Semplicemente cerco di capire. Anche perché se Diana fosse rimasta avrebbe dovuto fare un Vogue che non le sarebbe piaciuto e soprattutto non avrebbe affrontato da protagonista l’ultima fase della sua carriera che considero importante almeno quanto il periodo Harper’s e Vogue.

      Rispondi
      • Edoardo G.   8 dicembre 2013 at 22:46

        Prof. Cantoni, ovviamente il commento sotto è a risposta al suo. Data la tarda ora e la stanchezza, l’ho pubblicato come commento generico e non come risposta.

        Rispondi
  30. Edoardo G.   8 dicembre 2013 at 22:41

    Non metto in dubbio il fatto che la Vreeland eccedesse molto spesso nelle sue scelte editoriali senza considerare il fondamentale aspetto economico. Affermo soltanto che la sua ispirazione e le sue capacità fossero se non uniche, certamente molto rare e di un’importanza oltre il denaro. Come abbiamo potuto apprendere anche dal film, i compensi erano relativamente bassi e come è largamente risaputo, chi detiene il potere finanziario lo usa dispensandolo e riprendendoselo con gli stessi effetti di una dose di droga. Le motivazioni con cui la licenziarono ritengo non siano sufficienti e le modalità meno che accettabili: ormai era diventata troppo audace, stravagante e capace di influenzare. Era scomoda sotto molti aspetti e dunque doveva essere “eliminata”. La successiva ascesa delle rivista dimostra quanto i dirigenti della Condé Naste avessero purtroppo ragione. Ma siamo sicuri non ci fossero soluzioni alternative? Siamo certi che il sistema dell’alta moda per come lo conosciamo noi oggi, non sia altro che autoreferenziale e sempre più dedito e dedicato ad una cerchia sempre più assottigliata?! Un tempo la moda la facevano personaggi iconici che con la loro energia dirompente riuscivano a manifestare il futuro davanti agli occhi sbigottiti delle persone. Oggi invece? Non starei dando troppa importanza a numeri asettici e conti sterili senza considerare che sono i geni visionari coloro che permettono l’evoluzione?! Dico solo, e concludo, che forse andrebbe calibrato più precisamente un equilibrio ormai del tutto perso.

    Rispondi
  31. Patricia Santoro   23 dicembre 2013 at 16:49

    «L’occhio deve viaggiare». E le hanno portato a essere una delle donne più influente nell’ultimo secolo. Una creatività e immaginazione altro che un elevato gusto per la moda . Nessuna come lei, neanche la notabile Anna Wintour che facendo in questo secolo cosa faceva Diana Vreeland con lo stessa passione per la moda e la dedicazione di tutta una vita che la portò a trascurare la vita familiare, quando mostra dalle interviste ai figli, che la ritrattano come una donna priva di emozioni, che non si interessa per quello che non sia legato al suo lavoro .
    Perché nessuna come lei?

    Perché é stata lei la donna che reinvento la moda , come dirigente della Harper’s Bazaar e Vogue America, diventando dopo la responsabile del Fashion Institute del Metropolitan Museum.

    Ci ha aperto la immaginazione e occhi della mente come quando diceva che i diffeti devono essere esaltati e non nascosti, al modo di portare ciascuno a avere la sua propria marca d’identità . Dettando regole di gusto e eleganza a un’intera generazione di celebrità.

    Rispondi
  32. Jade   24 dicembre 2013 at 16:19

    Di fronte ad un articolo del genere, così completo ed esaustivo, trovare altre parole per descrivere una donna “culturalmente ed intellettualmente” avanti come la Vreeland, sarebbe voler aggiungere solo parole di troppo. Cosa dire di più, se non il fatto che questa donna ha rivoluzionato il mondo dell’editoria, portando due riviste di moda del calibro di Harper’s Bazaar e Vogue, al culmine del loro successo grazie alle sue stupende intuizioni e al gusto impeccabile, che trasformano anche il più sempliciotto degli stilisti od oggetti, in un cult per le fashioniste dell’epoca.
    Ciò che mi ha colpito maggiormente dell’iter di vita di questa donna è il fatto che non avesse ricevuto un’istruzione scolastica solita. L’unica scuola che ha voluto frequentare è quella russa, dove praticamente le hanno insegnato solo a ballare e poco più. La sua brillante mente è frutto della lettura e delle interessanti conversazioni che intratteneva nella propria abitazione con gli amici del padre, uomini d’affari e intellettuali dell’epoca. Avendo avuto l’opportunità di vivere un’esperienza del genere, non c’è da stupirsi se questa giovane ragazza abbia rifiutato l’istruzione classica: perché scomodarsi ad andare a scuola, quando poteva vivere la “cultura” di persona, parlando con gli scrittori e le autorità dell’epoca? Questo le ha permesso di ricevere una visione attuale della realtà che la circondava, di conoscere tutto ciò che c’era da sapere del mondo in continuo cambiamento che la circondava. Per tutto il resto, si è rifugiata nella lettura dei libri, dai quali ha potuto ricavare una visione letterario della realtà passata e contemporanea.
    In aggiunta, ciò che mi viene spontaneo fare, è un confronto con l’altra pilastro miliare di Vogue, ovvero Anna Wintour. Dopo aver visto entrambi i documentari sulle due Fashion Editor, sono rimasta fortemente colpita da come una stessa professione potesse essere affrontata in maniera fortemente contrastante da queste due personalità. Mentre, come abbiamo letto anche nell’articolo del professor Cantoni, la Vreeland ideava tutti i suoi articoli ed editoriali, le modelle, gli scatti, le location e cosi’ dicendo erano frutto di un suo lampo creativo, di un’intuizione da lei avuta, la Wintour ha molto buon gusto nello scegliere, selezionare e adattare i lavori dei suoi collaboratori alle esigenze che lei ha per la rivista, ma niente è frutto di un suo lavoro diretto. È una persona molto competente, un abile burattinaio (permettetemi di usare questo termine), manovra ogni suo collaboratore nella maniera che ritiene più idonea a raggiungere il risultato desiderato, ma è forse qualcosa di più di questo? Pertanto dovendo analizzare e commentare il lavoro di queste due donne, ammiro molto di più il vissuto della Vreeland, che può essere considerato un modello da tutte le giovani donne in carriera, che ambiscono a fare del proprio nome un personaggio, segnare un passaggio nella storia moderna.

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   30 dicembre 2013 at 15:13

      Jade,noto con piacere che il mio articolo non era affatto cosi’ esaustivo come sostieni nella prima parte del tuo commento. Infatti subito dopo ci hai donato considerazioni molto interessanti.
      Mi permetto di farti una domanda? Non trovi che quando nel film Diana parla della sua precaria scolarizzazione, lo faccia con il rammarico di non aver saputo approfittare delle opportunità che una ragazza della classe agiata non poteva non avere?
      Immaginiamo che oltre a ballare, avesse studiato un po’ di piu’. Qualche nozione strutturata le avrebbe impedito di fare la carriera che l’ha resa famosa?
      Qualunque sia la tua risposta, mi pare chiaro che esistano dimensioni della vita che implicano processi culturali piu’ complessi di quelli affrontabili dalla didattica scolastica.
      Le scuole di moda per esempio sono molto utili per modellizzare la creatività o il marketing. Hanno dei problemi nel trasmettere in modo positivo l’esigenza di farli a pezzi per cambiare la visione dei processi di moda.
      Potremmo metterla giù così: lasciamo fare alla scuola ciò che può fare bene; il resto lo deve mettere il soggetto mettendo insieme i residui delle sue esperienze consce e inconscie.
      In definitiva a me pare che Diana abbia trascurato la scuola per essere libera di studiare per il resto della sua vita.

      Rispondi
      • Jade   3 gennaio 2014 at 18:50

        Gentile professor Cantoni, sono ben lieta di rispondere al suo intervento sul mio commento. Il quesito che mi ha posto sembra all’apparenza molto semplice e banale, tuttavia trovare una risposta non lo è stato, poiché ho dovuto affrontare il problema da varie prospettive.
        Posso affermare che quasi sicuramente, in una fase più matura della propria vita, Diana si sia in qualche modo pentita di aver effettuato scelte così drastiche in gioventù, come rifiutare un’istruzione. Poter fare riferimento ad una formazione scolastica canonica, possedere una migliore dialettica e conoscenza delle tecniche di comunicazione e persuasione più efficaci, l’avrebbero certamente aiutata anche nel raggiungere (forse) gli obiettivi della sua carriera.
        Tuttavia questa risposta non è sufficiente a spiegare questa sua scelta: chi ci dice che un titolo di studio avrebbe contribuito alla carriera della Fashion Editor? In fondo anche oggi siamo circondati da laureati che, nonostante abbiamo delle ottime conoscenze negli ambiti dei propri studi, finiscono per non ottenere il lavoro desiderato. In questi casi non basta un titolo, ma anche fortuna e passione. Spesso e volentieri finiamo per fare nella vita il contrario di quello che abbiamo programmato, o comunque siamo sopraffatti da soggetti che (per colpi di fortuna) si prendono il merito di successi a cui magari noi stiamo lavorando da una vita.
        Pertanto, non avendo la sicurezza che un’istruzione avrebbe contribuito a determinare il suo successo, penso che Diana tutto sommato non se ne sia poi pentita più di tanto. Non avere una formazione standardizzata, le ha permesso di essere ritenuta unica a speciale, un’autodidatta brillante e geniale. Ha accresciuto ancora di più la sua fama, il suo fascino e l’attenzione del mondo della moda su di sé. Ha potuto approfondire gli argomenti di studio da lei ritenuti più interessanti, ma allo stesso modo avere un’infarinatura su tutta la cultura generale, grazie alle numerose letture da lei effettuate.
        E poi, come affermava anche Socrate “Il sapiente è colui che sa di non sapere”: non sempre sapere tutto vuol dire essere brillanti, certe volte bastano la modestia e le intuizioni per esserlo.

        Spero che questa mia riflessione soddisfi la sua domanda. In caso contrario, attendo una sua risposta.

        Rispondi
        • Lamberto.cantoni   6 gennaio 2014 at 20:03

          Devo dire che la massima socratica sul non sapere non mi pare molto praticata dai grandi personaggi della moda.
          Di solito sono tutti così certi della fondatezza del loro punto di vista. In particolare i più creativi.
          Forse il sapere, quello dei filosofi, non ha molto senso nella produzione dei fatti di moda.
          Comprendere, spiegare non abilita automaticamente al saperci fare con l’estetica e la creatività.
          Nei processi creativi il sapere strutturato sembra inutile: infatti non sei e’ mai vista tanta arte e moda insensata (e per giunta di successo) come nel novecento.
          Pero’ mi piace pensare che dopo aver tanto lavorato e creato, in chi e’ stato protagonista possa nascere il dubbio che un po’ più di consapevolezza potesse garantire un piacere sottile che il fuoco creativo non e’ stato capace di attivare.
          Era questo il senso della mia nota sull’impressione avuta nei riguardi dei ricordi della Vreeland relativi ai sui studi.

          Rispondi
    • Luisa C.   3 gennaio 2014 at 18:41

      Ricordo la nostra discussione sul confronto tra Vreeland e Wintour. Probabilmente siamo state ispirate anche dal fatto di aver visto i due film dedicati a questi pilastri della Moda consecutivamente, uno dopo l’altro.
      Diana è una self made woman? Non proprio. Ha avuto molto dalla vita senza doversi sforzare più di tanto. Dall’altro canto c’è da dire che non sarebbe rimasta così a lungo dove era arrivata se non fosse stata realmente eccezionale. La vita è stata la sua scuola, la sua personalità la sua migliore carta d’identità. Diana Vreeland era una donna carismatica e incredibilmente forte. Sono convinta che fosse impossibile non rimanerne affascinati. La sua cultura non sarà derivata dai suoi studi scolastici, ma sono più che mai d’accordo nel constatare che, considerato tutto, fosse irrilevante. Diana ha fatto di se stessa un Personaggio. Lo ha fatto grazie al proprio lavoro, al proprio aspetto, alla propria unicità, aggiungendo un pizzico di eccentricità, stile ed eleganza erano innati, o quantomeno ci era stata istruita e le erano facilmente accesibili, sfruttare le chiacchere, i rumors, il gossip, chiamiamoli come vogliamo, “il far parlare di sé”, anche questo ha sicuramente contribuito. E un Personaggio poi si (può) tramuta(re) in Mito. Diana Vreeland è un Mito della Moda. È qui che vedo un interessante punto di contatto con la Wintour. Diana Vreeland e Anna Wintour sono due Miti della Moda. Due pilastri, come ho scritto all’inizio del mio commento. Cosa le differenzia nel particolare? La Wintour forse ha lasciato che fossero più gli altri a creare il suo Personaggio e ha contribuito non smentendo quello che veniva detto, ma alimentando così un alone quasi di mistero attorno alla propria figura. Quello che contesto a Jade per aver (quasi) declassato la Wintour e che vorrei sottolineare è che “Ognuno è figlio del proprio tempo”. Perché la Vreeland, ad un certo punto viene scacciata (a detta di quello che viene mostrato dal film pure in modo piuttosto brusco e brutale) dalla sua posizione? C’è da considerare questo aspetto: il suo metodo doveva essere superato. Emozioni, creatività, art: si trovano ancora nelle grandi riviste di moda – Si spera. Di cosa è fatta la Moda altrimenti? – ma evidentemente c’è qualcos’altro da tenere di conto. I tempi cambiamo e ci si deve adattare. I tempi cambiano e cambia anche la gestione di un magazine come Vogue. Anna Wintour è l’attuale direttrice di Vogue America ed è pure una donna di marketing. È una leader, ha occhio, capisce di Moda, ma sa anche come organizzare, come delegare, quali sono i migliori collaboratori e non sono caratteristiche da sottovalutare. Ha un lato più manageriale che mancava (o che forse non è mai stato messo alla prova) in Diana. Se immaginassi uno scontro ideale tra Vreeland e Wintour, e probabilmente qua esagero, sarebbe come vedere lottare davanti ai miei occhi Emozioni e Razionalità.

      Rispondi
      • Lamberto.cantoni   6 gennaio 2014 at 20:09

        Si certo, Anne Wintour ha un taglio certamente manageriale che mancava a Diana Vreeland.
        Ma prova a confrontare il due Vogue: quello attuale sembra intrattenimento cartaceo, l’altro una forma di cultura.
        Perché non fonderli? Cosa l’impedisce?

        Rispondi
  33. Andrea Andriani   28 dicembre 2013 at 15:11

    L’abito non fa il monaco. Ecco come definirei Diana Vreeland, uno dei pochi personaggi della storia in grado di incarnare questo detto smentito da molti. Diana Vreeland non aveva bisogno di apparire, era quando la sentivi parlare che ti trascinava nel suo mondo e ti spingeva a dare il massimo. Il suo grande carisma e la sua grande capacità di costruire team di lavoro competitivi l’hanno portata a tale successo, del resto non è certo ricordata per la sua disarmante bellezza. Diana come suddetto era in grado di trarre il massimo dalle persone, basti pensare al corto che ho avuto il piacere di vedere nel quale è fantastico notare come le sue collaboratrici ne parlino con il sorriso sulle labbra e anche chi meno la “sopporta” ne riconosce la bravura sapendo che porterà al miglior risultato. Maestra di vita per quanti hanno avuto il piacere di lavorarci, pur avendo imparato il meglio, per sua stessa ammissione, dalla vita stessa ha costruito un abito perfetto per l’impeccabile monaco che è stata. SO ILL NEVER FORGET DIANA VREELAND

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   30 dicembre 2013 at 22:54

      Andrea, allora l’abito fa il monaco oppure no! All’inizio sembra che no, non lo fa. Alla fine dici di si’.
      E’ curioso il fatto che la genealogia dei proverbi ti dia in qualche modo ragione.
      Nei modi di dire popolari che Erasmus elenco’ nei suoi celebri Adagia appare citata un’affermazione di Quintilliano, contenuta nell’ottavo libro delle Istitutiones, la’ dove dice: “Anche un abbigliamento decoroso ed elegante da’ autorevolezza agli uomini, come afferma un verso greco”. Secondo Erasmus il verso greco sarebbe quello contenuto nell’Odissea, quando Omero descrive la reazione della giovane Nausicaa di fronte ad un Ulisse in ghingheri:
      “Prima sembrava bruttissimo, adesso
      Sembra agli dei, che nutre il vasto Olimpo”
      Il verso significa che nel preciso momento in cui Ulisse aveva indossato un vestito pulito, subito era divenuto un altro.
      “poi venendo da lungi in riva al mare
      Sedette, fulgido, bello e attraente”.
      E si trombo’ la giovane Nausicaa. Quindi, incontestabilmente l’abito fa il monaco.
      Ma, nei Proverbia sententiaeque latinitatis medii aevi di H.Walter, si registra come molto usato anche il suo opposto, ovvero Habitus non facit monachum. Quindi possiamo dire che entrambe le espressioni possono essere vere e al tempo stesso false. Io preferisco una affermazione poco popolare che ho sentito dire da Umberto Eco: l’abito non fa certamente il monaco, ma lo parla benissimo. Mi sembra perfetta per Diana Vreeland.

      Rispondi
  34. Andrea   2 gennaio 2014 at 16:14

    Le sue precisazioni hanno reso perfettamente quello che intendevo spiegare.
    Una donna come Diana Vreeland, al pari di Ulisse con l’abito bianco, poteva indossare qualunque cosa, prima sembrava bruttissimo, adesso.
    Questa sua citazione al mondo degli dei rende esattamente quello che ho cercato di dire. Dunque mi trovo d’accordissimo sul “lo parla benissimo” che inquadra quello che Diana Vreeland è stata.

    Rispondi
  35. Hande T.   6 gennaio 2014 at 12:15

    Diana Vreelend, e’ sicuramente un carattere molto importante per il mondo della moda.Prima di tutto ha un modo suo proprio per percepire e procedure tutti i dettagli che vede, ed era un modo che ha affasscinato le persone rimanendo anche come una parte importante della storia di moda.
    Poter inventare una professione ( fashion editor)che non ancora esisteva non era un talento che tutti possono avere.Lei l ho potuto fare grazie al suo lavoro che e’ un mix d’immaginazione e disciplina.
    Lei fin dal inizio, cioe con Harper’s Bazaar offriva alle lettrici dei platformi che loro non potevano neanche desiderare; le apriva un mondo nuovo e brillante.Guardando in generale alla sua vita professionale(che include Harpar’s Bazaar, Vogue e Metropolitan Museum) si puo subito dire che lei ha aveva capito intensamente cosa era la moda ed anche come si doveva percepire, prima di tutti altri.
    Il suo lavoro di consulante per il Metropolitan Museum ha aperto un nuovo secolo per le mostre, era un nuovo modo per esibizioni.Era un modo proprio diverso da quello tradizionale ma ha portato molte piu persone a interessarsi delle mostre.

    Rispondi
  36. Ludovica Giulianini   6 gennaio 2014 at 23:24

    Diana Vreeland è stata una personalità meravigliosa,è riuscita ad imprimere attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come gli anni 60, una donna che è stata capace di catturare e immortalare lo spirito del suo tempo e i grandi mutamenti del Novecento, dapprima sulle pagine delle riviste e poi nelle sale del Metropolitan Museum of Art.
    Seppur non mi piaccia eccedere nell’idealizzazione di personaggi e le assurde auree mitologiche spesso eccessive che gli vengono ricamate attorno, non posso nascondere di essere rimasta davvero affascinata da questo personaggio, cosa che non mi capita spesso.
    Seppur conoscessi già la storia della Vreeland e le caratteristiche della sua figura, nonché il ruolo di primaria importanza che ha rivestito nel mondo della moda e dell’editoria nel ‘900, e l’eredità preziosa che la sua impronta ci ha fortunatamente lasciato, la mia curiosità è stata ancor più stimolata dopo aver guardato il film documentario a lei dedicato. Sentirla parlare in prima persona, vederla muoversi, gesticolare e notare il fervore e la vivacità dei suoi arguti occhi mentre si mette a nudo, come solo lei sa fare senza proibizioni e senza paura di svelarsi così com’è, eppure sempre impeccabilmente composta e ineguagliabilmente elegante, mi ha incredibilmente catturato e affascinato. Leggera ma intelligente e arguta, con una labile educazione alle spalle eppure incredibilmente colta, senza freni e inibizioni eppure ineccepibilmente composta ed elegante. Come si può non rimanerne folgorati, o quanto meno inevitabilmente affascinati.
    Una donna eclettica che si nutre di immaginazione e di coraggio, una vera anticonformista, che detestando la noia e la banalità, ha sempre cercato di guardare oltre, di superare il presente e le regole e anticipare il futuro, per cui nella sua attività a gettato delle nuove solide fondamenta.
    Anche l’esposizione a Palazzo Fortuny per quel che ho potuto ammirare, è stata una mostra affascinante e particolare in quanto non si limita a mettere in scena gli abiti, per quanto numerosi e senza dubbio bellissimi, ma sembra quasi fermare il tempo, immortalare quegli oggetti per sempre, guardando con occhio clinico la moda e rivelando come essa sia un fenomeno assai complesso e multivariata, nonché un preziosissimo strumento per interpretare gusti e tendenze della contemporaneità.

    Rispondi
  37. Ambra Cretì   10 gennaio 2014 at 20:08

    Ricordo la prima volta in cui vidi l’immagine di Diana Vreeland: la trovai in una delle mie ricerche casuali su google, viaggiavo di pagina in pagine secondo il criterio “moda” e avrò avuto all’incirca 12 anni. Nemmeno io venni colpita dalla bellezza della donna, ricordo piuttosto il rosso, che dominava e inondava la foto per intero; si trattava infatti di uno scatto avvenuto nel suo salotto rosso, ricco di tappezzerie, stoffe, cuscini, tende e lei nel mezzo, distesa, come fosse un’imperatrice che attende di essere ritratta e immortalata. Mi rimase per lungo tempo l’immagine di questa donna un po’ bruttina ma dall’aria simpatica e intelligente. Non passò molto tempo quando scoprii il suo nome, e il suo ruolo, cosa che ora difficilmente riesco a concepire come separati; di quella camera dichiarò: “Red is the great clarifier – bright, cleansing, revealing. It makes all colors beautiful. I can’t imagine being bored with it – it would be like becoming tired of the person you love. I wanted this apartment to be a garden – but it had to be a garden in hell.”. Non mi ci volle molto per voler scoprire di più, quale donna si sarebbe effettivamente circondata di un colore tanto ambiguo e a tratti inquietante? Credo sia stato questo l’inizio della tenera e interessante scoperta che aggiunse il suo nome alla mia “rubrica” dei personaggi ai quali una donna dovrebbe ispirarsi.
    La Vreeland, a mio parere, è simbolo di potere, femminilità, intraprendenza, autoironia, genialità, follia, estro, onnipotenza, eclettismo, ipnotismo e non è poco visti gli anni in cui si afferma come uno dei personaggi maggiormente influenti nella moda.
    La sua immagine comprende però una donna di cultura, di un sapere talmente vasto da poter perdercisi dentro, lei stessa afferma di dover tutta la sua personalità all’immensa quantità di libri che ha letto fin da bambina e che lei rileggeva finchè questi non le rimanevano ben impressi nella mente tanto da rimanere ben saldi alla base della sua immagine e della sua estrosità nonché grande genialità.
    Personalmente trovo assolutamente affascinante anche l’immensa voglia di vivere che traspare da ogni poro, una curiosità spontanea e fresca anche quando la donna ormai appare adulta e sembra aver vissuto qualsiasi favola una bambina possa desiderare addosso a sé.
    Il confronto con Ann Wintour lo evito perché lo considero davvero inappropriato, i personaggi sono talmente diversi e così opposti da poter solamente essere ammirati o perlomeno riconosciuti come geni in due filosofie completamente diverse. Sta a noi sentirci magari più vicini ad una piuttosto che ad un’altra, ma la scelta o l’elezione di una “preferita”, non mi convince.

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   11 gennaio 2014 at 11:04

      Nessuno ti ha chiesto di preferire una piuttosto che l’altra. Non credo di aver scritto un art. che si pone questo problema. Infatti ne ho scritti due, proprio per distinguere lo stile dei due personaggi.
      Ma e’ anche vero che dal contrasto di questi stili creativi e organizzativi, emergono significazioni storiche interessanti a prescindere dalle preferenze soggettive di ciascuno di noi.
      Il problema mi pare questo: dobbiamo sempre prendere posizione solo partendo dal nostro sentire oppure dopo questa reazione primaria, possiamo fare uno sforzo per individuare livelli di senso più complessi e forse maggiormente interessanti proprio perché ci mettono in relazione con contenuti che trascendono l’assolutismo delle nostre preferenze?
      Nell’art. sulla Vreeland non ho mai citato Anne Wintour. Ho cercato di capire piuttosto se lo strappo manageriale che ha sancito la fine di una gloriosa esperienza editoriale avesse qualche ragione che nel film non e’ emersa in modo chiaro.
      Tuttavia, il confronto tra due modi di interpretare un ruolo decisivo nei processi di modazione mi pare pertinente per costruire il senso di scelte che implicano visioni diverse nei confronti del lettore, delle aziende, etc… Quindi, chi ha scelto questo percorso ha usato il film della Vreeland per interrogare con più efficacia il Vogue di oggi.
      Tu hai scritto un bellissimo intervento; chi ha scelto di guardare il film con negli occhi la realtà di oggi ha chiesto al testo dell’altro.

      Rispondi
  38. Aurora Pierozzi   12 gennaio 2014 at 19:52

    sebbene non conoscessi in profondità la storia di Diana Vreeland e della sua scalata verso l’eterna importanza di quello quello che ha fatto, questo documentario sicuramente mi ha fatto venire la curiosità di scoprire di più riguardo a questa donna apparentemente un pò eccentrica e stravagante, ma anche con una grande apertura mentale, grazie alla quale è riuscita a dare una svolta epocale al mondo della moda.
    Come ha detto lei, professore, questo è stato possibile grazie anche al fatto che era circondata da persone di grande calibro, che sicuramente l’hanno aiutata nel suo intento, ma l’estro è sicuramente merito di Diana.
    Da persona dotata di grande personalità, sapeva ben coordinare le varie figure a lei affiancate, il fatto di porre molta attenzione hai dettagli spiega quanta passione mettesse nel suo lavoro, e questa passione la si poteva vedere anche dalle sue espressioni. La foto che lei ha pubblicato mentre lei guarda l’acconciatura della modella Dovima mi ha particolarmente colpito: è proprio l’emblema della sua personalità e della sua dedizione al lavoro, si vede quanto impegno e quanta passione metteva in tutto quello che faceva e si impegnava al fine che tutto fosse perfetto, fino ai minimi dettagli.
    A mio avviso l’ultima parte della sua carriera è quella più interessante di tutte: mi affascina il fatto che è riuscita a far si che le persone andassero a visitare le mostre sul costume, quando prima non avevano successo. Questa è la dimostrazione del suo grande carisma, è riuscita a dar vita ad una mostra che sembrava essere morta. E come viene citato nell’articolo, non lo dimostrano solo le parole, ma anche i numeri.

    Rispondi
  39. Nadia DIng   13 gennaio 2014 at 22:25

    As a fashion icon, Diana Vreeland was never very rich or beautiful, she was the fashion editor of Harper’s Bazaar and the editor in-chief of Vogue American. As the “Empress of Fashion”, she changed the way all of us think about style.
    At a young age Diana decided that if she was going to live the life she wanted, she’d have to make it herself. Throughout her working life, Vreeland championed an alternative view of beauty by accentuating model’s flaws in editorial campaigns. She was a taste-marker within the fashion world but her bright, manicured fingers also fondled the tresses of art, music and film. She launched Twiggy, advised Jakie O and gave fashion a point of view.
    Vreeland lived out her fantasies and for decades encouraged others to invent and imagine theirs. Although others say her greatest contribution was her energy. “Style is everything. It gives you a reason to get up in the morning.”

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   16 gennaio 2014 at 11:15

      Of course, Nadia. “style is everything” are the best words for remember Diana.

      Rispondi
  40. Gaia R.   14 gennaio 2014 at 10:33

    Per quanto mi riguarda, una donna che sostiene che un cavallo al galoppo e’ ció di più’ elegante che possa esserci sulla terra” ha tutta la mia stima. Non potrei assolutamente essere più’ d’accordo.
    Non avevo mai avuto modo di conoscere la vita e la storia di Diana, sebbene avessi sentito il suo nome più di una volta.
    La sua vitalità’ e la sua passione per il bello, dimostrate anche nel lungometraggio girato per lei, erano vividi nel suo sguardo, anche ad un’età così avanzata. Credo che una donna così potente dal punto di vista umano e lavorativo abbia sicuramente lasciato un segno indelebile nel cuore delle persone che l’hanno conosciuta, nel mondo in cui ha lavorato e nelle persone che l’ammirano.

    Rispondi
    • Martina   22 gennaio 2014 at 23:43

      Non posso credere che tra tutte le cose che Diana Vreeland ha detto e scritto tu sia rimasta colpita per il suo concetto di eleganza paragonata ad un cavallo!!! Si vede che la moda non rappresenta il tuo interesse principale anche perché il concetto del bello mi sembra ampiamente superato, la domanda quindi sorge spontanea: perché hai commentato questo articolo? Credo che il commiato sia già stato scritto (forse anche meglio) dalla famiglia della Vreeland alla sua morte.

      Rispondi
      • Lamberto.cantoni   27 gennaio 2014 at 09:48

        Come sei dura Martina. Forse a Gaia interessa poco la moda, ma la sua citazione e’ tutt’altro che banale. Mi sono chiesto a piu riprese cosa significassero le parole di Diana. Le interpreto così: la Vreeland possedeva una forma di intelligenza molto polarizzata sulle immagini, sulla figurazione del concetto, sul senso dei colori per le sue emozioni; paragonare l’idea di eleganza, bellezza ad un cavallo al galoppo su un prato verde con in alto un cielo blu, ci trasmette una visione in cui energia, natura, forma dinamica, alludono ad una disinvoltura stilizzata che possiamo considerare come uno degli algoritmi dell’estetica moderna.
        Hai ragione pero’ nel sottolineare l’impressione che Gaia abbia proposto un commento anoressico rispetto la ricchezza semantica del film e del personaggio.
        Tuttavia, Gaia potrebbe avere pensato che trovandosi d’accordo con quanto avevano scritto altri, per esempio con quello che hai scritto tu, era inutile ripetere gli stessi contenuti.

        Rispondi
  41. NI KANG   16 gennaio 2014 at 13:47

    戴安娜·弗里兰是一个引人注目的女人,尽管她不漂亮,总是涂着深红色的口红,但她在美国的上流时装界扮演着重要角色,多年来赢得了无数的荣誉和奖励。

    如果說,Coco Chanel 女士被譽為“20世紀最具影響力的服裝設計師”,那戴安娜·弗里兰则是“永遠的時尚教主”

    正如教授说的,“Creatività e intuizione al potere”。而我认为,她创造的辉煌源于她的敏感以及对自己的自信。她坚信自己的直觉,结合创新与努力工作,她开辟了她的时尚王朝。

    Diana Freeland è una donna avvincente, anche se lei non è bella, sempre dipinto un rossetto rosso profondo, ma ha giocato un ruolo importante nella moda americana nel corso degli anni ha vinto numerosi premi e riconoscimenti .

    Se diciamo, la signora Coco Chanel come “più influenti stilisti 20 ° secolo”, che Diana Vreeland è il “guru della moda eterna”.

    Come ha detto il professore, “Creatività e Intuizione al Potere”. E penso, ha creato una brillante e sensibile dalla sua fiducia in se stessi. Lei crede che la sua intuizione, combinata con l’innovazione e il duro lavoro, ha aperto il suo dinastia della moda.

    Rispondi
  42. giuliana battistutta   17 gennaio 2014 at 16:49

    Diana non era appagata dal suo stile. A 17 anni non si piaceva, ammirava la bellezza della madre , la quale le diceva che era un peccato che non fosse bella avendo una sorella così graziosa e la soprannominava ” brutto anatrocco” . Con il passare degli anni si fece coraggio e capì che per emergere doveva “ESPLODERE”, ” C’E SOLO UNA VERA VITA QUELLA CHE HAI DECISO DI AVERE, CHE HAI CREATO”.
    Era una donna molto determinata, una moglie inamoratissima e una madre molto forte, ai suoi figli diceva ” dovete essere o i migliori o i peggiori, non mettetevi nel mezzo”. Diana Vreeland fece moltissimo per la moda: rese popolari i blue jeans ( cosa più bella che avesse mai visto), scoprì Betty Bacall e molte altre modelle ,rese i difetti delle persone i loro punti estetici di forza, introdusse i nudi, fu la prima blogger, fu direttrice di Vogue , inventò l’editoria di moda e molto altro.
    Diana rendeva la vita difficile alle assistenti e ai suoi collaboratori perchè era molto pesante, esigente,imprevedibile ed esplodeva d’immaginazione.
    Secondo lei le donne dovrebbero avere un comportamento da geisha e disse “dio fu generoso con i giapponesi perchè gli donò stile”, “senza stile non siamo nulla, è lo stile che ti fa alzare la mattina”. “Dobbiamo curare l’immagine con creme, smali e quant’alto..le unghie devono essere curate anche quando indossiamo gli stivali.
    Per lei era fondamentale evitare lo scontato, amava invetare e lanciare nuove proposte.
    Diana era la moda. Appena posava lo sguardo su qualcuno lo faceva rifiorire. Ripeteva ” visione, ho avuto una visione”, diceva : “giovanotto di cosa ti vuoi occupare”. Aveva una grande influenza su tutti quelli con cui lavorava, seguiva i passi di tutti. Diceva: ” non dovresti dare ai lettori ciò che vogliono sapere, ma ciò che ancora non sanno”, comprese “la genialità del porno”, della chirurgia..uno dei suoi motti era : ” perchè no? perchè non provare? Conduciamo una vita artificiale , in una città artificiale quindi perchè non osare?” .
    Diana Vreeland era tutto questo e molto di più.

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   23 gennaio 2014 at 12:56

      Giuliana sei troppo brava e intelligente e quindi non posso farti passare frasi come “Diana invento’ l’editoria di moda”.
      Apprezzo il tuo entusiasmo, invidio la tua passione ma solo se non sconfina nelle sciocchezze.
      Diana non ha inventato affatto l’editoria di moda, l’ha semplicemente interpretata a suo modo dandole una configurazione che merita tutta la nostra attenzione e interesse.

      Rispondi
  43. Anikken B.G   17 gennaio 2014 at 18:18

    Il documentario dedicato alla vita e lavoro di Diana Vreeland, si anima per una generazione che non hanno mai avuto l’opportunità di sperimentare una delle donne più influenti del 20’secolo. Aveva il gusto per lo straordinario, ha preso il mondano e il mediocre e lei ha reso incantevole, e lei ha reso ok per le donne di essere ambizioso, per le donne di essere stravaganti e straordinaria e per le donne a raccogliere l’attenzione.
    Vreeland ha amato la moda e cho lo ha creato, amava condividere le sue scoperte con i suoi lettori.

    Quando si riguarda il film ”The september Issue” e ”compare” al film di Diana Vreeland si vede qualche differenza ma anche la similianza.

    Anna Wintour ha sostituito i modelli con le celebrità e non vedere la bellezza in ciò che in unico e imperfetto. Il ”fotoshoot” dell’attrice Siena Miller fatto a Roma, una citta belissima ma non sconosciuto ai lettroi di Vogue. Diana Vreeland invece invece ha voluto prendere i suoi lettori di terre esotiche che non sono mai stati in grado di visitare e immagine di modelli composte con ”persone reale”.

    “The Eye Has to Travel” è un ritratto intimo e una vivace celebrazione di una delle donne più influental del 20 ° secolo, un’icona duratura la cui influenza cambiato il volto della moda, bellezza, arte, editoria e cultura per sempre. Durante il suo regno di 50 anni come “Imperatrice della moda”, ha lanciato Twiggy, consigliò Jackie O e ha coniato alcuni dei proverbi più eloquenti di moda come “Il bikini è la cosa più importante da quando la bomba atomica”.

    Rispondi
  44. Elisabetta Cinquanta   18 gennaio 2014 at 13:55

    Diana Vreeland è stata una figura singolare ed affascinante, un insieme di emozioni forti e contrastanti.
    Il rifiuto del suo aspetto, lo scarso amore dalla famiglia, il mondo vissuto come scuola, l’amore a prima vista, la disapprovazione da parte dai figli, il gusto per l’estremo e l’irrazionale; tutti questi fattori hanno fatto di Diana una donna potente e determinata .
    ‘In gioventù bisogna imparare a vivere con se stessi e con la propria solitudine’, questa è una delle frasi di Diana Vreeland che più mi ha colpito; lei è stata la dimostrazione che la vera forza l’abbiamo dentro, che la miglior attitudine la sviluppiamo entrando in confidenza con noi stessi ed il successo è la perfetta unione di questi elementi.
    Il suo concetto di stile era rappresentato da ‘un cavallo da corsa’, diceva avesse una marcia in più; esprimeva un concetto di bellezza originale, dinamico e vigoroso.
    E’ un po’ come se la sua figura avesse umanizzato il mondo della moda, spesso troppo superficiale.

    Rispondi
  45. Simona L.   19 gennaio 2014 at 12:56

    Quando si parla di Diana Vreeland si fa rifermento immediatamente ad una donna dallo stile inconfondibile, che ha lasciato il segno nella storia della moda grazie al suo immenso carisma e alla sua personalità eccessiva ed indiscutibilmente geniale. Il suo carattere forte e intraprendente le ha permesso di farsi strada in un mondo, che a suo tempo, non dava spazio alla figura femminile, anzi era impermeato di maschilismo, ma che davanti a cotanta genialità non ha potuto che farle largo permettendole di esprimere tutta la passione che metteva nel suo lavoro; nella scelta dei mood, dei paesaggi, delle modelle, di abiti strepitosi, di dettagli ricercati che lasciavano e lascerebbero ancora tutt’ oggi a bocca aperta chiunque li guardasse, perché risulterebbero, anche a distanza di anni, elementi estremamente attuali ed innovativi, infatti fra le tante caratteristiche Diana aveva la capacità di trascendere tutte le generazioni e i decenni. La Vreeland ha trasferito la sua bellezza interiore in ogni cosa che faceva rendendo anche se stessa, agli occhi degli altri una figura estremamente affascinante proprio per la sua estrema particolarità e stravaganza. E’ stata senza dubbio una donna testarda che ha portato avanti le sue idee con grande grinta, estrema forza e volontà d’animo ed è riuscita a creare un impero dal nulla e credo che proprio per questo debba essere definita “l’imperatrice della moda”. Guardando il suo film la prima cosa che ho notato è stata la semplicità e l’ironia con cui parlava di se stessa e con cui raccontava gli episodi della sua vita sempre arditamente in bilico tra realtà e finzione, pur essendo stata una degli idoli indiscussi del fashion system che non ha mai conosciuto vie di mezzo e che ha donato se stessa al suo lavoro trasformando ogni goccia del suo sudore in oro e fu proprio questa uno delle più grandi virtù di questa donna che ha fatto appassionare il mondo alle sue riviste e a lei stessa. Si dovrebbe ricordare una persona così, come vengono ricordati tutti i personaggi che hanno lasciato il segno nella storia e che hanno fatto la storia.

    Rispondi
  46. Lorenzo S.   19 gennaio 2014 at 15:56

    «Ho occhio per il colore: forse è il dono più eccezionale che possiedo. Il rosso è il grande chiarificatore: brillante, purificatore e rivelatore. Non potrei mai stancarmi del rosso…sarebbe come stancarsi della persona che ami. Per tutta la vita ho inseguito il rosso perfetto».
    Diana Vreeland: lo stile in una frase, per poter capire la passione e la libertà che le hanno permesso di diventare leggenda.
    Tra le qualità, che l’hanno resa grande, troviamo sicuramente l’istinto, del quale si è sempre fidata ciecamente, senza tener mai conto del giudizio altrui e, la fantasia, a dir poco sterminata, che le permetteva di realizzare da quelle che lei chiamava “visioni” delle vere e proprie opera d’arte.
    Una vera e propria icona del fashion system internazionale insomma, e forse, la più grande direttrice di Vogue.
    Rivoluzionaria per i tempi nei quali esercitava, forse troppo, ebbe sicuramente anche la genialità “del saper porsi” , sempre lucida e composta ma anche sollevando una sottile ironia rispondendo agli intervistatori. Uno stile unico e difficilmente riproducibile che ancora oggi fa si che venga ricordata (tra tutte le sue forme) nell’unicità propria dei grandi personaggi.

    Rispondi
  47. Aleksandra Bebneva   19 gennaio 2014 at 17:12

    Diana Vreeland, la signora della moda. Una donna forte, determinata, ambiziosa con un fascino irresistibile. Personalmente mi trovo in difficoltà a evidenziarele caratteristiche più brillanti di questo personaggio. Diana Vreeland è stata una figura fondamentale per il mondo della moda, ha dato un valore del tutto innovativo alla comunicazione della moda.
    “Per me la moda è un cavallo perché ha sempre una marcia in più.” La frase detta da lei al’ apertura della prima scena. Secondo me la frase esprime la visione del suo mondo e in qualche modo di lei stessa. Le sue visioni, i sogni, il desiderio di creare, la determinazione, rappresentano il suo mondo dove niente è lasciato al caso. Spesso andava contro a tante cose ma agiva sempre con la passione e tanta pazienza. Aveva delle capacità di anticipare i tempi delle credenze e della moda stessa. È stata una vera rivoluzione e una grande scoperta per Vogue.
    Nel film si presenta con una grande eleganza e classe. Una donna molto solare, capace di esprimere se stessa con semplicità e autoironia, una dote che purtroppo oggi è difficile da incontrare.
    Ho apprezzato tantissimo il film, sono rimasta molto affascinata da questo personaggio. Sicuramente non basteranno i più grandi libri a descrivere una persona così speciale che fa sognare e credere.

    Rispondi
  48. Gemma Rigatti   19 gennaio 2014 at 20:15

    Guardando il documentario su Diana Vreeland sicuramente tra gli elementi che colpiscono di più sono la sua forza, determinazione che mette in ciò che fa, nel suo lavoro, nella sua vita. “C’è solo una vera vita ed è quella che hai deciso di avere e che ti sei creato” ed ella ha creato alle sue spalle una storia. La si ricorda non solo per l’essere un’icona fashion ma anche per il tono che usava nel rivolgersi ai suoi lettori, al suo modo di raccontare la moda e lo stile usando spesso affermazioni controcorrente. Una figura tra le più straordinarie ed incisive,una figura attiva e determinata che ha portato il suo contributo non solo nella moda ma anche nell’arte e nell’editoria ed ha dettato regole di gusto e di eleganza ad un’intera generazione di celebrità. Dallo spirito originale Diana creò un nuovo modo di comunicare la moda, basta pensare al modo in cui impostava le sue riviste e sebbene non avesse in background accademico lavorava in maniera differente, era originale.

    Rispondi
  49. Paola C.   20 gennaio 2014 at 07:49

    Ogni epoca ha la sua evoluzione. Anche il lavoro si evolve e ciò è merito di alcune personalità meravigliose, Diana Vreeland è una di queste: “Noi facciamo spettacolo” diceva sempre. Diana Vreeland è stata una delle poche che è riuscita ad imprimere attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come gli anni 60. Negli anni della sua giovinezza trascorreva i suoi pomeriggi al Bois de Boulogne, dove assistette al cambiamento nella moda voluto da Poiret, lo stilista che semplificò il modo di vestire delle donne creando abiti dalla linea dritta ed eliminando corsetti e curve.
    Sapeva cosa era l’eleganza ma non credeva necessariamente nel buon gusto. “Abbiamo tutti bisogno di un po’ di cattivo gusto. È la mancanza totale di gusto che non condivido”, ripeteva sempre. Carmel Snow, l’editrice di Harper’s Bazaar la notò a un ballo al St. Regis e le propose di lavorare per la rivista, dove si iniziò ad occuparsi della leggendaria rubrica Why don’t you? con la quale si prodigava nel dare consigli eccentrici alle signore come: “Lavate i capelli biondi di vostro figlio con lo champagne avanzato”. All’epoca guadagnava solo 18.000 dollari l’anno e, quando la Hearst le propose mille dollari di aumento, dopo ventotto anni al loro servizio decise che era giunto il tempo per cambiare. Diana accettò e diventò redattore capo di Vogue. In questi anni portò la rivista a dei livelli inimmaginabili per l’epoca. La pillola, la minigonna, i Beatles avevano cambiato la visione di un decennio. Non erano più le famiglie borghesi cui lei voleva rivolgersi. La gioventù era la sua ispirazione e la nuova donna era la sua lettrice più irriverente. Per la prima volta la moda veniva dalla strada, ma Diana Vreeland amava stare sempre un passo in avanti rispetto al pubblico. Prima della partenza dei redattori per i servizi di moda era solita affermare: “Esagerate e se non trovate quello che vi ho chiesto allora inventatelo”.
    Diana cercava un dialogo con le persone della moda e suggeriva agli stilisti le correzioni da apportare alle collezioni. La lista di personaggi che aiutò a sfondare è lunga; aiutò a crescere Emilio Pucci e Manolo Blahnik, Missoni e Valentino. Fu la prima a utilizzare le celebrità per le copertine. Negli anni 70 le vendite del giornale e degli spazi pubblicitari calarono bruscamente e Diana fu licenziata da Vogue. Aveva quasi settant’anni ma con la forza di una ventenne riuscì a reinventarsi diventando consulente per il Metropolitan Costume Institute dove organizzò retrospettive creative e sfarzose rievocando i Balletti Russi o esponendo gli abiti delle dive di Hollywood. La sua personalità, la sua vita, l’amicizia con Chanel e Jackie Kennedy, l’amore per il marito Reed Vreeland sono oggi stati trasformati in un documentario diretto dalla nipote Lisa Immordino Vreeland. The Eye has to travel è la storia di una donna e di un secolo visto attraverso l’occhio immortale e geniale di una rivoluzionaria.

    Rispondi
  50. Marta Biagini   20 gennaio 2014 at 10:44

    Spicca per la sua stravaganza.
    Diana Vreeland nasce a Parigi i primi del ‘900 e passa la sua infanzia circondata dai più grandi creativi del tempo e ha vissuto in prima linea il cambiamento della moda voluto da Poiret. Era una donna aristocratica ma non amava gli eccessi e come ho già detto aveva una mente folle e stravagante. La Vreeland è riuscita a trasmettere attraverso una rivista l’ evoluzione di un’ epoca di forte cambiamento come la moda degli anni ’60. La direttrice di “Harper’s Bazaar” e “Vogue” era Capricciosa e onnipotente nessuno e sfuggiva alle sue critiche. quindi L’icona di stile del ventesimo secolo non è stata una modella né una stella di Hollywood, bensì una giornalista. Diana Vreeland conquistò sul campo il titolo di imperatrice della moda, dettando regole di gusto ed eleganza a un’intera generazione.

    Rispondi
  51. Luca C.   20 gennaio 2014 at 10:47

    Premettendo il fatto che Diana Vreeland non la conoscevo, dopo aver visto il suo documentario “L’imperatrice della moda” sono riuscito a capire l’importanza che ha dato nella moda nel XX secolo. Infatti l’icona di stile di quel tempo non era né una modella né una stella di Hollywood, bensì una giornalista che attraverso la passione per il suo lavoro, la sua creatività e la sua voglia di fare è riuscita a dettare un concetto di glamour di cui oggi si è persa ogni traccia. Diceva infatti “L’abito non conta nulla, conta la vita che si fa indossandolo”. Credo che con questo ho detto tutto.

    Rispondi
  52. Camilla C.   20 gennaio 2014 at 15:43

    Era una donna estremamente all’avanguardia e sicuramente lo sarebbe tutt’ora, leggendo le frasi che affermava mi viene immediatamente da sorride e mi fa apprendere la genialità e la creatività di questa artista.
    Guardando il documentario sulla Vreeland, ho subito ammirato il suo personaggio sia per gli aspetti caratteriali che lavorativi; è stata una donna che è riuscita ad avere potere e successo in un epoca dove ancora la figura femminile non era emancipata, ma anzi era considerata una persona a cui veniva data poca importanza.
    La sua estrosità e i suoi pensieri furono molto differenti dalla gente comune, e grazie alle sue idee strabilianti è riuscita a raggiungere le vette più alte della moda.
    Un elemento che ha particolarmente attirato la mia attenzione è la sua rubrica su Harper’s Bazar “why don’t you?” in cui Diana enfatizzava delle idee bizzarre, che invitavano le lettrici a metterle in pratica, rendendole cosi partecipi della rivista stessa.
    Un tratto distintivo della Vreeland erano i mood che riusciva a creare per gli shooting fotografici, ambientazioni spettacolari e uniche, che mi hanno stupita ed esterrefatta.
    Questa donna merita la mia ammirazione per la sua particolarità e professionalità, non è facile ritrovare un personaggio di questo calibro e spessore, purtroppo…

    Rispondi
  53. Francesca C. Barbieri   23 gennaio 2014 at 00:27

    Una donna che non passava di certo inosservata negli anni ’60 e che viene ancora ricordata con immensa ammirazione attraverso mostre e lungometraggi.
    Una donna che ha voluto ed è riuscita a raggiungere il potere autonomamente, senza risultare snob, sempre però aggiungendo un tocco di stile, uno stile inconfondibilmente personale, irriverente ed eccentrico. La sua carriera spianò la strada anche alle posizioni di potere ad un numero sempre maggiore di donne, influenzando quindi non solo la moda, ma anche il pensiero dell’ epoca e delle generazioni successive. Sono due le parole che mi ricordano maggiormente questa persona: dinamismo e passione. Anche da qualche scatto rubato alla sua vita di tutti i giorni, ad una scrivania delle redazioni di moda più celebri, nel mezzo di una strada di Parigi o nel suo vulcanico salotto rosso, risulta essere una vera forza della natura: una rivoluzione. Perchè è proprio questo che lasciava dopo il suo passaggio, un’ elegante disordine da comprendere ed analizzare con grande serietà. Ci vuole grande coraggio a mio parere, per rendere ogni piccolo aspetto della vita debordante di fascino come riuscì a fare lei, senza preoccuparsi nemmeno troppo della propria reputazione dati gli anni che erano. L’ unica cosa che non sopportava era la mancanza di gusto e non aveva paura a farlo sapere a chi di dovuto, ulteriore prova del suo essere coerentemente straordinaria.

    Rispondi
  54. Martina Brocchi   23 gennaio 2014 at 16:08

    Diana Vreeland è sinonimo di forza ed indipendenza. Il suo approccio con il mondo del fashion è stato esplosivo e carico di significato, lei è la dimostrazione che se si vuole raggiungere un obiettivo lo si può fare se si crede in noi stessi fino in fondo andando sempre avanti! La Vreeland ha saputo sfruttare al meglio tutte le occasioni che gli anni 60 offrirono, fu caparbia e stacanovista, rivoluzionò il mondo della moda e della fotografia, icona di stile e successo! È tutt’oggi un esempio, a mio parere, da seguire per tutti i ragazzi che hanno un’aspirasione o un sogno. La sua forza e determinazione hanno fatto sì che oggi venga ricordata con grande ammirazione

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   3 febbraio 2014 at 09:24

      Martina sei un vero portento per scrivere epitaffi. Se dovessi trapassare all’inferno che mi attende, nessuna meglio di te potrebbe ricordarmi con una perfetta frase “alla memoria”.

      Rispondi
  55. Mariagrazia Di Rosa MKSC2 sez.2   26 gennaio 2014 at 14:22

    Diana Vreeland, giornalista statunitense è stata il simbolo della moda in tutto il mondo. È considerata una icona della moda e dello stile negli anni sessanta, è riuscita ad imprimere attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come appunto gli anni sessanta. Diana Vreeland conquistò sul campo il titolo di imperatrice della moda, dettando regole di gusto ed eleganza a un’intera generazione di celebrità. E’ stata una Importante firma di Harper’s Bazaar e Vogue e si occupava personalmente della scelta degli editoriali, delle inserzioni e degli articoli contenuti in queste riviste. A parer mio è una donna da cui prendere esempio perché è stata un genio creativo che detestava la banalità, riuscì a diventare simbolo di bellezza pur non essendo affatto bella ed è stata capace di catturare lo spirito del tempo e fotografare i grandi mutamenti del Novecento. Una donna così ambiziosa, stravagante che ha anticipato le tendenze il tutto all’insegna di un’originalità fuori dal comune. La sua influenza ha cambiato il volto della moda, della bellezza, dell’arte e dell’editoria, ha inventato una professione ed ha fatto la storia della moda, con la sua immaginazione e il suo coraggio di vedere il futuro.

    e tuttora viene ricordata come una delle personalità più influenti del settore

    Rispondi
  56. Mariagrazia Di Rosa MKSC2 sez.2   26 gennaio 2014 at 14:23

    Diana Vreeland, giornalista statunitense è stata il simbolo della moda in tutto il mondo. È considerata una icona della moda e dello stile negli anni sessanta, è riuscita ad imprimere attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come appunto gli anni sessanta. Diana Vreeland conquistò sul campo il titolo di imperatrice della moda, dettando regole di gusto ed eleganza a un’intera generazione di celebrità. E’ stata una Importante firma di Harper’s Bazaar e Vogue e si occupava personalmente della scelta degli editoriali, delle inserzioni e degli articoli contenuti in queste riviste. A parer mio è una donna da cui prendere esempio perché è stata un genio creativo che detestava la banalità, riuscì a diventare simbolo di bellezza pur non essendo affatto bella ed è stata capace di catturare lo spirito del tempo e fotografare i grandi mutamenti del Novecento. Una donna così ambiziosa, stravagante che ha anticipato le tendenze il tutto all’insegna di un’originalità fuori dal comune. La sua influenza ha cambiato il volto della moda, della bellezza, dell’arte e dell’editoria, ha inventato una professione ed ha fatto la storia della moda, con la sua immaginazione e il suo coraggio di vedere il futuro.

    Rispondi
  57. Jessica Xia   26 gennaio 2014 at 21:49

    Diana Vreeland con il suo intuito e la sua sensibilità per la moda, hanno cambiato e dato una svolta notevole nel mondo della moda, divenendone icona di stile. Dal film dedicato a lei e alla sua vita, si vede come lei fosse propensa alle novità, alle stranezze, alle tendenze e aveva un idea di bellezza e di moda fuori dal comune, portandola alla direzione di riviste dal calibro di Harper’s Bazaar e Vogue.
    Caratterizzata da una grande creatività, immaginazione e vitalità, ha sempre seguito il proprio istinto e non si è fermata davanti ai cambiamenti. Il film mi ha fatto conoscere ed apprezzare ancora di più Diana Vreeland; documenta il suo lavoro e non solo, la sua genialità nel vedere le cose da altri punti di vista e la sua sensibilità nel catturare, prevedere e dettare tendenze, ci mostra anche una donna che si è distinta per le sue qualità, intraprendente e dinamica, coraggiosa nel dire la sua.

    Rispondi
  58. Huang Rongrong   1 febbraio 2014 at 15:13

    Ecco un personaggio che amo. Quest’articolo si apre proprio con una splendida frase rappresentativa, massimo motivo di stima da parte mia per Diana : ha reso la moda Arte.
    Questo concetto, a mio parere, è eccezionale e per nulla scontato.
    E’ bello anche il modo in cui l’articolo prosegue, mostrando la foto in cui lei,pur non essendo la protagonista dello scatto, spicca inesorabilmente. Anche questo potrebbe risultare banale,ma non lo è affatto. E’ splendido il modo in cui è la personalità della donna a divenire protagonista della fotografia.
    Scatto a parte, Diana Vreeland è davvero un personaggio affascinante. La sua natura incarna valori eccezionali, e non mi sorprende che con le sue doti abbia dato un contributo eccezionale alla Moda, rendendola pura Arte. Solo una donna dotata di straordinaria creatività, ispirazione e sensibilità poteva arrivare a tanto. Era una donna proiettata al futuro, e per questo magari talvolta incompresa. Per gli appassionati di moda è, a mio parere, un esempio : la sua dedizione, la creatività e la cura per i dettagli che le appartenevano sono da ammirare e da far propri. Anche se il suo fascino, non si può certamente copiare.
    Sono davvero di parte, sono molti i tratti che sento di avere in comune o comunque di ammirare in Diana, e starei a perdere ore a scrivere Odi per questa donna rivoluzionaria. Ma è uno di quei casi in cui posso tranquillamente tacere per lasciar parlare le immagini, le fotografie, i lavori di questo genio del fashion editing.

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   2 febbraio 2014 at 00:54

      Signorina Rongrong, dal momento che D.V. le ispira tante belle parole, le suggerisco di leggersi la sua autobiografia.
      Il film e’ divertente, ma le assicuro che il libro che riporta in modo dettagliato i momenti decisivi della sua favolosa vita, per il tono ironico, per la ricchezza delle esperienze descritte in modo sorprendente, sono convinto che le fara’ scoprire altri piacevoli tratti che potrà condividere con la nostra protagonista.

      Rispondi
  59. Lavinia P.   2 febbraio 2014 at 11:38

    Diana Vreeland iniziò la sua carriera giornalistica come autrice della spiritosa rubrica “Why don’t you?” su Harper’s Bazaar, e arrivò nel 1962 alla direzione di Vogue America, mantenendo tale incarico sino al 1971. Attraverso quelle pagine che da sempre dettano le leggi dello stile e del gusto mondiali, Diana seppe cogliere la vera essenza della sua epoca, ispirando con la sua sensibilità artistica e la sua travolgente personalità la creatività dei più grandi stilisti del suo tempo. Impegnata anche nel settore della storia della moda, curò numerose mostre presso il Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute.
    Diana Vreeland ha fatto storia non solo per il suo essere un’icona fashion, ma anche per il suo modo di raccontare la moda e lo stile. Era l’arbitro dello chic, la sua opinione era l’unica che contava davvero.
    Diana non era bellissima, ma elegante. Il suo stile era fatto di abiti semplici e raffinati, gioielli esotici, scarpe e cappelli stupefacenti e una sigaretta con il bocchino tra le dita rigorosamente curate. Era la prova eloquente dell’ affermazione che lo stile è innato. Diana Vreeland faceva sognare, come gli abiti che indossava, infatti la sua filosofia di vita era che non può esserci bellezza senza emozione.
    Era una donna determinata, non riusciva a tirarsi indietro, era sempre pronta a salpare verso terre lontane, a scalare monti, a sfidare qualsiasi clima per assicurarsi che uno scatto fosse dirompente come l’aveva immaginato.Diana ha regnato in un periodo in cui sono nati simboli e icone che ancora oggi compaiono. La sua leggenda non è quella di un “Diavolo che veste Prada” ma di una Imperatrice dello stile, appassionata ed ispirata, che ha saputo ispirare ed influenzare il pensiero di diverse generazioni di donne. Incline al successo, alla dirigenza, lungimirante e stimolata da un’inesauribile curiosità, questa donna è rimasta nella storia del secolo scorso ed è uno di quegli esempi da non dimenticare.

    Rispondi
    • Lamberto.cantoni   2 febbraio 2014 at 20:21

      Cara Lavinia, mi hai dato dei movimenti strani in parti del corpo indicibili. Non e’ colpa tua, ma quando leggo parole come “la vera essenza della sua epoca”, “stile innato” ho reazioni biologiche devastanti. Non trovi che siano espressioni che non comportano da nessuna parte?
      Condivido tutto il resto.

      Rispondi
  60. Arianna Nencini   2 febbraio 2014 at 17:14

    Diana Vreeland è senza ombra di dubbio la figura più importante della moda del ventesimo secolo. Senza di lei probabilmente la visione di questo particolare mondo non sarebbe stata la stessa.
    Secondo me il suo più grande merito non è stato tanto quello di lanciare i grandi nomi del giornalismo e della fotografia di moda, quanto quello di far percepire la moda stessa e tutte le professioni che le giravano (e girano) attorno come vera e propria arte.
    Dal lavoro della Vreeland non si percepisce minimamente la volontà di fare qualcosa che sia commercializzabile, ma creare un qualcosa che sia facilmente apprezzabile e riconoscibile dal maggior numero di persone, anche quelle più lontane dal mondo su cui lavorava.
    Purtroppo questa modalità di lavoro (anche se più che lavoro verrebbe da pensare maggiormente ad una vera e propria passione portata avanti dallo spirito in sè) si è persa nel corso del tempo per fare spazio all’immagine più superficiale della moda, allontanando così chi non ne è direttamente interessato (o che non ha la moda fra i suoi principali interessi).
    La Vreeland riusciva a catturare l’attenzione di tutti indistintamente proprio perchè non c’era nessuna opera di convincimento palese (“compra vogue per essere alla moda”) ma anzi, risultava come se facesse un dono a tutti di un determinato tipo di cultura che non sempre è di facile comprensione.
    Gli innumerevoli servizi fotografici, gli articoli, gli artisti a cui dava spazio sono stati senza ombra di dubbio una grande fonte d’ispirazione per tutti gli “addetti ai lavori” del settore e non.
    Un esempio di questa universalità del lavoro della Vreeland? Bene: chiunque si ricorda della foto con una modella tra due elefanti. Anche chi della moda non si cura minimamente. Questo perchè? Il punto della foto è mostrare il favoloso abito della modella, ma un’occhio che non è abituato alla moda e che non la percepisce come qualcosa di interessante, apprezzerà comunque lo scatto perchè suggerisce una poetica, un’atmosfera, un’idea che va oltre il contenitore in cui è stata inserita.
    Purtroppo oggi non vedo più questo slancio “umanitario” da parte delle riviste e mi sembra che si sia perso molto del gusto estetico che caratterizzava Vogue e che di riflesso si imponeva anche su altre riviste innalzando la moda a vera e propria arte.

    Rispondi
  61. Lisa R.   3 febbraio 2014 at 18:41

    “Noi facciamo spettacolo” diceva sempre Diana Vreeland, un pezzo di storia della moda. L’unica che è riuscita ad imprimere, attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come gli anni ’60. Un’icona un po’ folle, molto curiosa, sempre energica e creativa. Il documentario diretto dalla nipote della giornalista scomparsa nel 1989, ci racconta la vita e soprattutto la carriera di questo genio creativo e anticonformista, che detestava la noia e la banalità, che riuscì a conquistare il titolo di imperatrice della moda, dettando regole di gusto ed eleganza.

    Rispondi
  62. Kira C.   7 febbraio 2014 at 14:34

    cona di stile del ventesimo secolo non è stata una modella né una stella di Hollywood, bensì una giornalista. Diana Vreeland conquistò sul campo il titolo di imperatrice della moda, dettando regole di gusto ed eleganza a un’intera generazione di celebrità. «L’occhio deve viaggiare». Fu questo il mantra che guidò il lavoro della Vreeland come editor della rivista femminile Harper’s Bazaar prima (a partire dagli anni Trenta) e come redattrice capo di Vogue America poi (dal 1962 al 1972). Un motto che la spinse a concepire i servizi di moda come reportage realizzati in giro per il mondo e strutturati come storie che suscitavano una visione romantica della moda. Il tutto all’insegna di un’originalità fuori dal comune.
    Il documentario diretto da Lisa Immordino Vreeland, nipote della giornalista scomparsa nel 1989, ci racconta la vita e soprattutto la carriera di questo genio creativo e anticonformista, che detestava la noia e la banalità. Con l’ausilio di filmati di repertorio, scatti patinati, fotografie d’autore e interviste a familiari, collaboratori e amici della Vreeland, la regista tratteggia il ritratto scanzonato, leggero e colorato di una donna che riuscì a diventare simbolo di bellezza pur non essendo affatto bella (la madre la trattava come il brutto anatroccolo di famiglia). Una donna che si propose di emergere in un mondo dominato dagli uomini, imponendo la figura della ragazza ambiziosa e stravagante e anticipando le tendenze, incurante degli scandali (come quando sdoganò il bikini e i blue jeans).
    Sono molte le dive che la caporedattrice lanciò dalle pagine di Vogue, . Alcune raccontano la loro esperienza nel documentario, al pari dei fotografi di successo che hanno messo il loro talento al servizio dell’estro della Vreeland e degli stilisti che la stessa ha contribuito a far affermare . Ma sono soprattutto gli estratti delle interviste alla Vreeland che compongono il quadro di una donna irriverente e dall’energia vulcanica, che adorava la mondanità e i fermenti culturali della Parigi della Belle Epoque, in cui nacque, e che trovò nel fervore libertario, giovanilistico e anticonformista degli anni Sessanta le più fertili condizioni di ispirazione.
    «Non conta tanto il vestito che indossi, quanto la vita che conduci mentre lo indossi». Così la pensava la Vreeland e questo insegnamento se lo cucì addosso, concedendosi al lusso e al divertimento sfrenato e riuscendo a «morire giovane» all’età di 86 anni, lavorando fino alla fine. Dopo l’avventura di Vogue, infatti, si impegnò come consulente tecnico dell’Istituto del costume del Metropolitan Museum of Art, che osò trasformare in una sorta di night club, con sommo scandalo dei benpensanti e straordinario successo di pubblico e celebrità.
    Una dedizione alla carriera, quella della Vreeland, che la portò a trascurare la vita familiare, come emerge dalle interviste ai figli, che la dipingono come «una donna priva di emozioni, che non si interessava alle cose convenzionali da madre ordinaria». Sono queste le uniche ombre in un ritratto che predilige i chiari agli scuri, come se la regista non volesse macchiare l’agiografia della Vreeland, rispettando la volontà della stessa giornalista, che preferiva parlare della sua straordinaria carriera piuttosto che della vita privata. Del resto, una donna così esperta nella costruzione dei miti altrui non poteva che applicare le medesime regole alla creazione della propria leggenda.

    Rispondi
  63. Chenxin(Valentina )   7 febbraio 2014 at 15:38

    After I read this article, I do a research about Diana Vreeland – “The eye has to travel“ is very impressed.  Undoubtedly, she was one of the influential woman in fashion of last century.  In the article, I see Diana as a charming woman. Especially, I saw that picture in article and what writer to descript about it.

    Fashion needs a strong personality. She defined style. She made a new generation. She dared to make everything beautiful. She had done a creativity and imagination for fashion.  It is powerfull. 

    Rispondi
  64. Clara Desirò   8 febbraio 2014 at 19:55

    Vreeland è sicuramente sinonimo di sicurezza successo e caparbietà. Una donna che è riuscita a rendere l’idea di cosa sia la moda, lasciandoci in eredità moltissimi consigli preziosi.
    Le sue “visioni” sono qualcosa di creativo ed innovativo che non si ripetevano mai. Diana Vreeland è stata la colonna portante di riviste come Vogue e Harper’s Bazaar ha fatto la storia della moda e ci ha fatto capire come la moda non debba essere ridotta e ricondotta solo ad abiti e accessori. Una donna che ha saputo valorizzarsi ed essere versatile in tutto ciò che la vita gli proponeva, niente di più difficile, niente di più affascinante ed emozionante. Chiunque non può far altro che inchinarsi davanti ad una figura del genere e prenderne esempio.

    Rispondi
  65. Pauline R.   8 febbraio 2014 at 20:49

    La parte di questo articolo che mi è piaciuto di più è la descrizione del modo in cui Diana Vreeland metteva insieme gli abiti ad altri oggetti, usando sfumature della luce e un profumo, ignorando la cronologia, per creare un’atmosfera in quale lo spettatore poteva sentirsi parte di un’altro mondo. Il fatto che così tante persone sono andate a vedere le mostre fa vedere che lei sapeva fare bene il suo lavoro.
    Diana non si faceva limitare dai gusti o idee di altre persone. Quello che per loro poteva essere di “cattivo gusto” per lei faceva parte della creazione di qualcosa di bello, abbracciava le imperfezioni.
    Nel suo lavoro si vede che lei era una persona molto appassionato e creativo. Lei vedeva delle possibilità che gli altri non vedevano. È per questo che tanto del suo lavoro si potrebbe definire “timeless”.
    Così ha dimostrato il valore del lavoro che stava facendo come fashion editor. La professione esisteva già, ma lei l’ha cambiato in qualcosa di più, che adesso nel mondo della moda non ci possiamo immaginare che non esiste.
    Diana Vreeland è una donna culturale, questo si vede anche dal fatto che ha detto di aver imparato tanto dei libri, e che la sua vita è stato influenzata dai libri più di ogni altra cosa. Secondo me, è anche così che lei ha imparato ad essere creativo, creando delle cose profonde al posto delle cose leggere. Come per esempio nelle mostre, per tornare alla prima frase del mio commento. Diana non si fermava dopo aver aggiustato gli abiti, ma continuava a modificare anche l’ambiente intorno al vestito. Usava non solo il senso della vista, ma anche il senso d’olfatto.
    Per questo, io definirei Diana Vreeland come un’icona.

    Rispondi
  66. Ilaria Hu   9 febbraio 2014 at 01:34

    Diana Vreeland è stata senza alcun dubbio, una delle donne piu importanti della moda del novecento, tanto che negli ultimi anni le sono state dedicate il film “Diana Vreeland, Imperatrice della moda” e la mostra in suo onore organizzata a Palazzo Fortuny (Venezia) da Judith Clark e Maria Luisa Frisa. Prima di lei fashion editor non significava nulla. E’ stata fashion editor di Harper’s fino al 1962, poi divenne Editor in Chief di Vogue e infine nel 1972 la Special Consultant del Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute. Per Diana prima venivano le emozioni, poi la quota di razionalità. Il suo sguardo clinico definiva le possibili tendenze: trasformava abiti ed accessori in un messaggio desiderante in addivenire, cogliendo cosi la speranza di incontrare il futuro della moda che spingeva le lettrici ad amare con passione Harper’s Bazaar. Diana Vreeland era una mente in divenire che poteva mettere in atto cio che le sue lettrici non sapevano ancora di desiderare. Oltre che essere redattrice di Harper’s, poteva essere considerata la migliore stylist in circolazione; infatti nessuno come lei aveva idee di come le pettinature e gli accessori potevano essere desiderate (da non dimenticare anche il buon rapporto che riusciva a stabilire con le varie modelle). Diana si rivelò come abile redattrice, ma dopo l’ uscita della sua rubrica mensile intitolata Why Not You…? (1936) divenne in breve tempo direttamente seguitissima dalle lettrici.
    Nel 1971 Diana Vreeland venne licenziata dalla Condè Nast, ma venne subito assunta dal Metropolitan Museum con il titolo di special consultant per modernizzare e vitalizzare la sezione dedicata alla storia del costume. Ancora una volta l’immaginazione travolgente di Diana Vreeland ebbe il sopravvento rispetto le semplici regole. Ogni evento voluto dalla Vreeland suscitava commenti ed entusiasmi provenienti da tutto il mondo. Diana si fece molto influenzare dai libri russi e giapponesi che aveva letto. Privilegiava infatti un concetto di bellezza difficile da descrivere nel linguaggio occidentale. Diana venne molto criticata perchè non tutti erano in grado di condividere i suoi gusti innovativi e giocosi, al di fuori delle regole del tempo; pure il fotografo David Bailey la considerava dalle idee troppo stravaganti. Richard Avedon è stato uno dei pochi in grado di comprenderla. Nonostante ci siano state tante critiche nei suoi confronti, Diana Vreeland resta senza alcun dubbio una delle donne che hanno piu influenzato la moda del novecento, grazie alla sua mente superiore, in grado di creare idee innovative, stravaganti e giocosi, in grado di prevenire cio che le lettrici desideravano. Non si puo svolgere il compito di fashion editor senza una mente in avvenire come quella di Diana Vreeland; la razionalita in questo campo non basta.

    Rispondi
  67. Michela Mascitelli   9 febbraio 2014 at 11:13

    Diana Vreeland was one of the most unique and fascinating figures to be apart of the fashion world, defined by strong and conflicting emotions. She was and will be for many generations to come the demonstration that our true strength is inside us and only once we learn to accept ourselves will we be able to grow. The rejection of her appearence, the lack of love from her family, love at first sight and the taste for the extreme and irrational, are all factors that made Diana Vreeland a powerful and determined woman.
    Her concept of style was represented by ‘ a racehorse ‘ , said to have a higher gear ; expressed as a concept of original , dynamic and vigorous beauty. It’s as if her figure had humanized for a split second the world of fashion, often too superficial.

    Rispondi
  68. Eleonora Ramerini   9 febbraio 2014 at 11:15

    Il film di Lisa Immordino Vreeland “Diana Vreeland, Imperatrice della moda”, mi è piaciuto molto, sinceramente non conoscevo Diana Vreeland, o meglio era una faccia conosciuta (ricordo di averla vista in una foto scattata da Andy Warhol), ma non sapevo chi fosse realmente.
    Penso che sia stata una grande personalità nel mondo della moda, cambiando quello che poteva essere il lavoro di fashion editor, e la visione di ciò che era la moda nelle riviste, appunto, di moda.
    Sono rimasta molto affascinata dalla sua personalità, dal suo senso dell’umorismo (come sottolineava la sua rubrica mensile intitolata Why Not You…?) e dal suo senso per lo stile.
    Ah ovviamente mi sono innamorata del suo salotto rosso, strordinario.

    Rispondi
  69. Matilde Morozzi   9 febbraio 2014 at 12:51

    Mi vergogno. Subito dopo aver assistito al cortometraggio di Diana Vreeland la prima cosa che mi è balzata in mente è stato un senso di vergogna per non aver mai avuto la curiosità e l’accortezza di approfondire la conoscenza di un tale mito. Si, perche è solo di questo che dobbiamo parlare: un esplosione di indiscussa creatività, passione, energia intuizione e fantasia, il tutto legato insieme da un filo-conduttore di forza che ha caratterizzato l’esistenza della REDATTRICE. Redattrice? autrice? art director? Quale è il nome con cui definire Diana Vreeland? Se oggi ci poniamo solamente il dubbio, dobbiamo ammettere la grande capacità di tale donna ad aver assunto in sé tutti questi ruoli durante la sua scalata al potere. Nonostante mi abbia colpito molto la dichiarazione del figlio riguardo la continua assenza della madre,definendola quasi una personalità fredda e senza sentimento, sfido chiunque a raggiungere tali livelli lavorati mantenendo il clima familiare caldo e senza problematiche, con a disposizione i mezzi che all’epoca erano messi a disposizione. Ma è proprio il figlio a definirla una “ celebrità” . In Effetti, ella raggiunse in poco tempo risultati eccellenti soprattutto grazie alla sua grande capacita di avere influenza sulle persone con cui aveva rapporti lavorativi: questo non vuol dire che obbligava a fare ciò che lei puntualmente desiderava, ma al contrario, il suo grande successo fu proprio quello di instaurare una speciale affinità anche con personaggi di calibro notevole, (Hoyningen-Hoene, la Dahl-Wolfe, Munkacsi, Toni Frissell) i quali avrebbero avuto tutto il diritto di operare secondo i loro canoni. Tale affinità le permetteva di dare alla moda ogni volta un significato diverso, seguendo principalmente il suo istinto e non preuccupandosi dei giudizi esterni. Dovrebbe essere proprio questo, il principio che ci spinge a raggiungere gli obbiettivi, non farsi fermare da forze che apparentemente sembrano insuperabili e credere sempre in ciò che facciamo. Diana Vreeland ha messo in atto tutto questo, con la differenza di aver fatto delle sue debolezze la forza e lo splendore del mondo della moda del 20esimo secolo: SEMPLICE e PURA EMOZIONE.

    Rispondi
  70. Elenagiulia Monzecchi   9 febbraio 2014 at 13:41

    Già dalla prima descrizione di Richard Avedon riportata nell’articolo, a mio parere, emerge l’essenza di questo grande personaggio. Il lavoro della Vreeland viene paragonato infatti non ad una tigre, un leone, un aquila, bensì ad un “cane”: un animale umile, fedele,che senza ostentazioni di nessun genere persegue il suo compito senza mai stancarsi. Un personaggio che non ha bisogno di porsi in primo piano perché già vi è inevitabilmente. Una donna osservatrice, meditatrice, che non perde nemmeno il minimo passaggio delle azioni che andranno a costituire il suo grande capolavoro, come emerge dallo scatto fortuito di Richard Avedon in cui Diana è dietro alla acconciatura della modella,sullo sfondo, vigile ed attenta.
    Se dovessi riassumere in due parole l’essenza e le fenomenali capacità della Vreeland dire: “tocco magico” Tutto cioè che si proponeva di curare,(come redattrice, special consultant, fashion editor) se all’inizio non riscuoteva un amplissimo successo nel momento in cui le veniva affidato diventava un incredibile fenomeno mediatico e sociale. Mi ha molto colpita come Diana sia riuscita, non curante dei pudori legati al modo burocratico conservativo, ad agire con impeto per trasformare in realtà le sue fervide idee. Per la prima volta ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad una persona, che come poche altre, non agiva per attirare l’attenzione mediatica ma che anzi, a contrario, con le sue risposte sarcastiche, cercava di smorzare quell’ importanza che le veniva attribuita dall’intervistatore.

    Rispondi
  71. Benito Navarretta   9 febbraio 2014 at 14:45

    Trovo la singolare personalità della Vreeland un qualcosa di inarrivabile. Il mix essenziale di dedizione e genialità è semplicemente esplosivo e poche figure storiche hanno saputo interpretare al meglio questo splendido matrimonio. Spesso ci interroghiamo sul pensiero dei creatori e sul loro modo di interpretare la realtà così espressivo ma spesso poco rintracciabile nella quotidianità. Oppure molto di frequente figure di potere esprimono carenze sotto il punto di vista creativo per dare spazio alla rigidità e alla loro comunque apprezzabile caparbietà. La Vreeland è uno dei personaggi che più apprezzo tutt’ ora perché rappresenta l’ essenza dello stile puro. Una di quelle persone al cui passaggio riesce a strappare anche un mezzo sogghigno ma ci riesce e avrebbe questo effetto anche adesso. Anzi soprattutto adesso in un momento in cui esistono davvero poche icone in tutto il mondo. Ecco la Vreeland è semplicemente un’ icona.

    Rispondi
  72. Andrea Catanzaro   9 febbraio 2014 at 16:41

    Bramclet parlo io, una della Trans post moderne intente, tra un lavoro e l’antro, nel capire cosa chi ha piu’ cervello di me riesce a cogliere sfumature dell’arte, che noi Trans intravediamo tra una puntata di Real Time e Uomini e Donne,. Credo che lei debba essere un po’ fedele come questo Leone , che di leone ha ben poco. Lasci la sua fedeltà per i suoi insulti in saldo, e si concentri sul fatto che il passato ci ha regalato lavoratrici che non sapevano di diventare icone , lasciando perdere il futuro che ci regala false icone come lei, che forse, pensando a che scarpe indossa, di icona non ne conosce il significato.

    Rispondi
  73. Laura Parenti   9 febbraio 2014 at 20:10

    Diana Vreeland, cosa dire di questo esuberante personaggio che ha posto nuovi occhi sul vasto mondo della moda?
    Fu certamente una donna di carattere, spregiudicata e piena di passione. Non si accontentava certo di poco, pretendeva e non poneva limiti alla sua presunzione. Questo spirito esagerato e anticonformista che trasudava dalla sua persona era l’espressione della sua mente creativa e priva di scrupoli, che le conferiva questa grande forza e la portava ad attuare progetti monumentali quanto i propri sogni.
    Chi era la Vreeland realmente? Era connessione, quel nodo che stringe l’immaginazione e la realtà. La sua capacità di recepire le informazioni delle varie correnti era raffinata a tal punto da permetterle di capire la vera essenza delle cose, rinnovandole e ampliandole con le sue intuizioni e le sue conoscenze.
    Questo era la Vreeland: un ponte attraverso il quale ogni idea diveniva comprensibile a chi di queste innate capacità era privo, aprendoci al fantastico mondo della sua mente.

    Rispondi
  74. Diletta V.   9 febbraio 2014 at 20:17

    Come non si può non ammirare una donna del genere? La donna che ha inventato una delle figure più importanti del mondo della moda, una donna che non aveva paura di mandare in rosso la società pur di finire un servizio fotografico. Una donna che alla domanda: ” Lei ha studiato?” Risponde:” E lei?” Posso solo stimarla.

    Rispondi
  75. Alice Rosati   9 febbraio 2014 at 20:21

    Vreeland. Che donna.
    Dopo aver visto il documentario in classe, è questo il primo commento che mi sovviene. Non riesco francamente a concepire come al giorno d’oggi non esistano più personaggi del genere.Una donna energica, piena di vita, fuori dal comune, creativa a livelli eccelsi, che non si cura di ciò che vogliono gli altri ma va avanti per la sua strada, a costo di sembrare spietata, quasi crudele e insensata a volte. Una donna geniale, che ha rivoluzionato il mondo della moda, facendosi strada passo per passo e non guardando in faccia nessuno. Forse una Diana Vreeland servirebbe oggi in ogni settore lavorativo, in ogni lato della nostra vita quotidiana. Dovremmo essere tutti un po’ Vreeland, e dovremmo tutti cercare di avere un po’ più coraggio ed energia per andare avanti sul nostro percorso. Così forse non vivremmo in un mondo improntato solo sul “cosa pensa di me l’altro, cosa richiede, cosa pensa”, non cercheremmo tutti i giorni solo di soddisfare i desideri altrui (lavorativamente parlando e non)ma riusciremmo ad innovare in molte parti il sistema che ci interessa (che è quello della moda). Così forse, riusciremmo a cambiare tante cose che non ci vanno a genio e non soddisfano noi stessi, e riusciremmo contemporaneamente anche a raggiungere i nostri obiettivi.

    Rispondi
  76. Jingzi Wu (Gioia)   9 febbraio 2014 at 20:28

    Everybody wants their life to be like Diana Vreeland’s. Heck, even Diana Vreeland wanted her life to be like Diana Vreeland’s. Before fashion editors became personalities/street-style stars/fodder for major motion pictures, there was the imminently quotable, largely self-invented and always fascinating Mrs.
    With her heavily rouged cheeks, hawk nose, fondness for costume jewelry and quotable musings delivered with a smoker’s rasp, Diana Vreeland is certainly regarded as an original.
    I love her,she is my idol!

    Rispondi
  77. marta(Jingxian Shen)   9 febbraio 2014 at 20:41

    Credo che il genio è troppo paranoico, come il DV rosso amore, ANNA come bobo acconciatura
    Le persone sono in grado di capire era che queste persone hanno a testa c’è sempre un flusso costante di ispirazione
    La loro esperienza può essere espressa solo dalla leggenda.
    Ma credo che, in ogni sorta di aura, dovevano essere molto difficile da imparare.
    Ha certamente un ottimo carisma
    Così portato il suo enorme successo

    Rispondi
  78. wang qin   9 febbraio 2014 at 20:48

    Diana她說話真的非常有趣,她說『如果你要說一件无聊的事情,不管多有意义,都不要說。』
    『我非常喜欢錢,喜欢的不得了,從不认为這是一件丟臉的事情,不在乎錢的人才应该是心理出了问题。
    許多的简单的观念,她就这样一語道破,還非常幽默。

    这部紀錄片,最主要在传达一個意念,而這些概念都不单属于時尚圈的,套在人生人际关系和待人处世上,都有相当程度的颠覆性,就像她在战争之後,让女性穿著比基尼在杂志上晃來晃去,把流行時尚向前推进,在那样一個相當保守的年代,她特立独行一枝独行,创造出許多不朽的流行概念。
    她不是美丽的女人,但她绝对是有魅力的女人。
    而她斜倚在紅色客厅的优雅姿态,則成了時尚界传颂不朽的經典之最。

    Rispondi
  79. Angela Romano   9 febbraio 2014 at 23:33

    Personalmente nutro una grande curiosità verso questi personaggi eccentrici, energetici, persuasivi, non perché disdegni le personalità più posate o più disciplinate, anzi, ma credo che si possa imparare e cogliere messaggi positivi, seppure diversi, anche da personalità estremamente differenti, e risulterebbero messaggi che uniti darebbero un buon risultato. Facendo una divisione considero la Vreeland una di quelle personalità capaci di smuovere la stabilità, capaci di generare un terremoto, personalità che sono molto importanti per generare nuove realtà senza le quali ci si annoierebbe e non ci si incuriosirebbe più. In un contesto come quello della moda è normale che spesso, non sempre, personalità più pacate che comunque svolgono un buon lavoro vengano fuori a livello mediatico meno di altre, che grazie al carisma, alla totale assenza di disagio nei confronti del pubblico al quale ci si rivolge, alla totale voglia di integrarsi e di confrontarsi con chi ci ascolta sono più apprezzate e sentite ‘’vicine’’. La Vreeland ne è un esempio, è stata un libro aperto nei confronti del suo pubblico, lo si può constatare dal tono che usa nella sua prima rubrica ‘’Why not you.. ?’’ dove si rivolge con un tono familiare, quasi come se stesse dando consigli alla sua vicina di casa o ad un’amica di famiglia. I successi e i meriti lavorativi che la riguardano saranno sicuramente innumerevoli, con un occhio avant-garde e sofisticato allo stesso tempo, per quell’epoca sicuramente non sarà stato normale immortalare un profilo come quello di Cher e rendergli un servizio, o immortalare dei lottatori di sumo, o ancora rendere delle semplici mostre delle esperienze in cui cogliere tutte le prospettive delle esposizioni. Ma ciò che più mi ha colpita è stata la sua personalità. Ho quasi sempre pensato al mondo della moda come un mondo affascinante ma a volte tendente a mettere troppi muri, poco capace di integrarsi con il suo pubblico, un mondo in cui le parti sono troppo isolate tra di loro dove le gerarchie rendono il confronto poco legittimo, portando ad un senso di estraneità pur facendone parte. Con questo documentario, sarà stato per lo stile un po’ retrò e per il modo in cui la Vreeland parla in maniera così naturale e diretta, ho avuto la sensazione di cogliere le altre sfaccettature che la moda offre e di cui è costituita, ho avuto la sensazione che lei volesse portarci in un mondo, che seppur fatto di ovvie gerarchie dalle quali non si può prescindere, è simbolo di esplorazione, innovazione, curiosità, di fusione tra arte e un semplice oggetto prodotto. Tutte parole banali se si pensano riferite al contesto moda, ma che a volte anche se si riescono a captare non si riescono ad interiorizzare così bene attraverso un servizio o una sfilata, quello che ha aiutato è stato sicuramente il fatto di andare oltre, quello che la Vreeland dimostra di provare davanti ad una nuova ispirazione e di riuscire a trasmettere l’entusiasmo a chi la guarda, quello che ci sta dietro spiegato in maniera così umana è l’unico modo per visualizzare il lato umano di questo mondo, e lei ha sicuramente dato un contributo all’umanizzazione. Una donna che amava il suo lavoro e le veniva naturale farlo, naturalmente riusciva a fondersi con questo mondo con una naturalezza indiscutibile, a prescindere dal suo lato stilistico e creativo, per me si può definire oltre che un’icona di stile, un’icona di vita, da cui tutti possono tranne insegnamenti addetti al fashion o meno. La Vreeland rappresenta il lato divertente della moda, il lato senza pudore, quel lato che permette alla moda di fare moda, cioè di incuriosire, sognare ruoli, che probabilmente non interpreteremo mai ma che ci piace pensare di poterlo fare in una qualche realtà lontana. È la prova che per fare percepire la moda come un qualcosa con un alone divino non vi è bisogno di austerità o eccessivo dramma. Il suo messaggio è chiaro ‘’ Osa, esagera, rischia, conosci, ma con classe’’, cosa che lei sapeva fare molto bene, è la probabilità del ridicolo che porta al successo, il gioco sta nelle proporzioni. Personalità senza limiti, come rese una parte del mondo della moda nel suo periodo, è stato un piacere conoscere, seppure in maniera non completa, il suo profilo.

    Rispondi
  80. Alice A.   10 febbraio 2014 at 00:53

    Diana Vreeland è stata una delle identità più interessanti e degne di nota per la moda del secolo scorso e il film-documentario a lei dedicato non basta per comprendere le varie sfaccettature della sua incredibile personalità.
    Oggi dopo oltre 15 anni dalla sua scomparsa, la sua influenza nel mondo della moda è ancora forte e personalmente credo che rieccheggi nelle varie Anna Wintour attuali.
    Era un genio, molto intelligente, convincete e divertentissima. Nessuno al giorno d’oggi è paragonabile a lei. E’ stata irriverente e innovativa non solo nel mondo della moda, ma per l’intera società del suo tempo ricoprendo cariche come quella di consulente al “Met” a riconoscere le sue doti uniche. Peccato non sia universalmente riconosciuta questa sua grandezza: la sua fama si limita a persone del settore e a studiosi di moda, sono sicura che molte fashion blogger non siano a conoscenza della sua esistenza.

    Rispondi
  81. CAI LINFEI   10 febbraio 2014 at 01:21

    “Creatività e intuizione al potere”, non è bella, sempre dipinto un rossetto rosso profondo,lei è Diana Vreeland!

    Diana Vreeland,un amore per la moda, con l’atteggiamento di moda, c’è una donna di moda le proprie opinioni e idee! Svolge un ruolo importante in American ambienti della moda donna.

    Rispondi
  82. CAI LINFEI   10 febbraio 2014 at 11:25

    “Creatività e intuizione al potere”, non è bella, sempre dipinto un rossetto rosso profondo,lei è Diana Vreeland!
    Diana Vreeland,un amore per la moda, con l’atteggiamento di moda, c’è una donna di moda le proprie opinioni e idee! Svolge un ruolo importante in American ambienti della moda donna.

    Rispondi
  83. Margherita Baldi   10 febbraio 2014 at 19:02

    Una delle caratteristiche di Diana Vreeland è quella di non aver ricevuto una formazione scolastica, strano a dirsi, ma probabilmente a quei tempi questo le ha impedito di incanalarsi nei preconcetti che di solito trasmettono le istituzioni, riuscendo invece a sviluppare una sua creatività uscendo dagli schemi. Ovviamente è stata aiutata molto dall’ambiente in cui viveva, fatto di persone di un certo rilievo, sfarzo, vita mondana ed incontri emozionanti, dove spendere non creava problemi. La sua personalità e la voglia di fare che l’hanno sempre accompagnata hanno dovuto lottare contro la parte “razionale” delle riviste, che sì deve esserci sempre, ma che ha contribuito a limitarla. Il film è ben fatto, tuttavia a mio avviso mitizza troppo una figura senza dubbio importante nella storia delle riviste di moda e non solo, ma proprio a questo proposito ingigantire esageratamente la storia di una personalità come la Vreeland, tende a sminuirne le reali parti rilevanti.

    Rispondi
  84. Federica Piedimonte   10 febbraio 2014 at 20:11

    Ogni epoca ha la sua evoluzione. Anche il lavoro si evolve e ciò è merito di alcune personalità meravigliose, Diana Vreeland è una di queste, era folle e geniale. E’ stata una delle poche che è riuscita ad imprimere attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come gli anni 60.
    Diana Vreeland conquistò sul campo il titolo di imperatrice della moda, dettando regole di gusto ed eleganza a un’intera generazione di celebrità.
    Il documentario ci racconta la vita e soprattutto la carriera di questo genio creativo e anticonformista, che detestava la noia e la banalità. Con l’ausilio di filmati di repertorio, scatti patinati, fotografie d’autore e interviste a familiari, collaboratori e amici della Vreeland, la regista tratteggia il ritratto scanzonato, leggero e colorato di una donna che riuscì a diventare simbolo di bellezza pur non essendo affatto bella. Una donna che si propose di emergere in un mondo dominato dagli uomini, imponendo la figura della ragazza ambiziosa e stravagante e anticipando le tendenze, incurante degli scandali. «Non conta tanto il vestito che indossi, quanto la vita che conduci mentre lo indossi». Così la pensava la Vreeland e questo insegnamento se lo cucì addosso, concedendosi al lusso e al divertimento sfrenato e riuscendo a «morire giovane» all’età di 86 anni, lavorando fino alla fine.
    Personalmente, ho subito ammirato il suo personaggio sia per gli aspetti caratteriali che lavorativi.

    Rispondi
  85. Elisa Miglionico   16 febbraio 2014 at 19:43

    Ad essere del tutto sincera, non avevo mai sentito parlare di Diana Vreeland finché non sono entrata in un istituzione come quella del Polimoda. Ho sempre avuto un buon interesse nella moda e soprattutto nell’estetica. Poi ho avuto la possibilità di vedere il documentario e conseguentemente costruirmi la mia opinione su questo “arbiter elegantiae” dei tempi moderni. Non sono d’accordo, però, quando Avedon dice che la Vreeland inventò l’editoria di moda. Secondo me si tratta più del saper reinventare e farsi interprete di una cosa che indirettamente già esisteva sotto un’altra ”veste”ma alla quale nessuno aveva dato una vera e propria identificazione prima di allora. La Vreeland ebbe poi il grande merito di prevedere e sopravanzare i desideri delle donne captando le tendenze moda prima di chiunque altro. Fondamentale, secondo me, fu il suo lavoro al Metropolitan Museum, come coronamento di una carriera dedicata interamente alla passione per il suo lavoro. In questo ha saputo lasciarsi alle spalle il formalismo burocratico per dare sfogo alla spettacolarizzazione e alle emozioni senza trascurare tuttavia le qualità intrinseche degli abiti. Riassumendo: la sua portentosa immaginazione ha saputo prendere il sopravvento sull’immobilismo dei regolamenti che contraddistinguono la vita di ognuno.

    Rispondi
    • Cantoni   17 febbraio 2014 at 13:47

      Elisa, mi piace la tua sincera chiarezza. Mi permetto solo di correggere il significato che hai dato alle parole di Avedon.
      Il grande fotografo non ha mai sostenuto che D.V. avesse inventato l’editoria di moda. Ha semplicemente fatto notare che il ruolo del fashion editor (non quello dell’editore) prima di lei non aveva un valore strategico. Grazie alle sue genialitate e ovviamente alla sua sensibilità questa competenza e’ divenuta centrale in tutte le riviste di moda (e non solo di moda).

      Rispondi
  86. Greta Del Popolo   23 febbraio 2014 at 12:33

    Definirei Diana Vreeland come la rivoluzionaria del ventesimo secolo. D’altronde si poteva intuire fin da subito la sua voglia di cambiamento e di innovazione. Why don’t you…? Domandava una giovane Vreeland su Harper’s Bazaar, riuscendo a concretizzare idee semplici ma geniali.
    Stravagante, ma di classe, aristocratica, ma non snob, indiscutibilmente geniale. E’ un punto cardine di quei processi di modazione che hanno permesso ad altri grandi volti come quello della Wintour di sviluppare gli argomenti della moda così come li conosciamo oggi.

    Rispondi
  87. Caren Z.   23 febbraio 2014 at 19:28

    Dopo aver letto l’articolo ed aver visto il film racconto sulla donna Diana Vreeland la cosa che più ha colpito la mia attenzione è stata l’idea che oggi nel mondo della moda un personaggio ed una personalità come la sua è davvero rara da identificare.
    La sua raffinata curiosità fa di lei una donna fantastica, la sua straordinaria capacità di guardare “oltre”, di proporre sempre nuove sfide. Oggi la moda avrebbe decisamente bisogno di personalità come lei in grado di cogliere attimi ed emozioni più che semplici immagini forse neanche troppo belle e che forse pochi ricorderanno.

    Rispondi
  88. Costanza Cipriani   24 febbraio 2014 at 10:55

    Diana Vreeland non è stata solo una delle personalità più rilevanti nel mondo della moda, ma è stata una donna che ha saputo ribaltare completamente il concetto di editoria di moda: la Vreeland ha fatto da filtro al puro approccio estetico con cui era trattata la moda nei giornali, dando spessore e serietà all’argomento e donandogli un’anima profonda. Purtoppo con il passare del tempo i giornali di moda sono tornati ad uno stadio quasi primitivo o forse ad uno peggiore, quello della pura propaganda commerciale, Diana Vreeland non tornerà per riportarli al loro splendore, rimane viva solo la speranza che emerga qualcuno altrettanto “spudorato” ed intelligente da far rinascere a nuova vita questo prezioso “animale in via d’estinzione” che è il giornale cartaceo.

    Rispondi
  89. Maria Bergamaschi   24 febbraio 2014 at 11:13

    Una donna dalle tante capacità. Riusciva a rendere ogni sua esperienza lavorativa al meglio.
    Attenta ad ogni particolare e affascinata dal bello, non si accontentava mai di nulla.
    Capiva i desideri delle persone e li trasformava in pubblicità e redazionali.
    Dal film si può ben notare di quanto fosse una donna dinamica, di come nulla poteva fermarla e di come fosse terribilmente schietta e sincera, quali valori la resero grande.

    Rispondi
  90. Giovanni Ercoli   24 febbraio 2014 at 17:52

    Diana vreeland

    Ritratto di una mente in movimento

    L’infanzia difficile, l’aspetto fisico indesiderato e la terra d’origine lontana hanno spinto una giovane donna a reinventarsi un lavoro. Molto probabilmente in maniera inconscia, ma con una grande voglia di farsi sentire.
    La situazione socio economica che stava riaffiorando in quel periodo ha permesso la piena affermazione della personalità di Diana Vreeland.
    Sono affezionato all’immagine di questa donna, il documentario la ritrae nella sua natura, con quella punta di cinismo e arroganza che la rendono curiosa e affascinante.
    Per il primo periodo di Harper’s Bazaar, e successivamente il periodo a Vogue ha dettato
    gusto e tendenze in tutto il mondo.
    Ma ritengo altrettanto importante il ruolo che ha svolto all’interno del metropolitan museum.
    Con la sua fantasia e grande capacità è stata in grado di interpretare la staticità di un museo rendendolo un palcoscenico unico ed esclusivo.

    Rispondi
  91. Veronica Pagliochini   24 febbraio 2014 at 21:49

    Diana Vreeland è stata sicuramente una delle donne più influenti nel mondo della moda. Se oggi consideriamo un’icona Anna Wintour è grazie a lei. La Vreeland ha avuto il coraggio di osare in un’epoca e in mondo che era ancora tradizionalista, è stata la prima a dare voce ai giovani fotografi e a stravolgere completamente Harper’s Bazaar facendolo diventare una vera e propria rivista di moda proiettata al futuro e alle nuove tendenze. Dopo lei nessuno è riuscito a riportare i giornali di moda ai suoi livelli, nessuno a riuscito a dare quel tocco in più agli editoriali, a mettere in evidenza stili e modelle magari mai considerati prima. Possiamo dire che è stata unica nel suo genere,un vero fenomeno nell’interpretare la dinamicità della moda.

    Rispondi
  92. MICOL FORMICA   17 marzo 2014 at 22:57

    Diana Vreeland, icona di stile del XX secolo, rivoluzionaria fashion editor che ha cambiato per sempre il volto di moda, bellezza, arte, editoria e cultura.
    Una mente stravagante con una visione unica per lo stile, caratteristiche che la portarono a lavorare per importanti testate. Inizia infatti a lavorare per Harper’s Bazaar, occupandosi della leggendaria rubrica “Why don’t you?” con la quale si prodigava nel dare consigli eccentrici alle signore come: “Lavate i capelli biondi di vostro figlio con lo champagne avanzato”. Poi come redattore capo per Vogue America, portando la rivista a dei livelli inimmaginabili per l’epoca, infine come direttrice del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York.
    La sua, fu una vera e propria rivoluzione, fu infatti la prima a rivolgersi non più solo alle famiglie borghesi. La gioventù era la sua ispirazione e la nuova donna era la sua lettrice più irriverente. Per la prima volta la moda veniva dalla strada e Diana Vreeland amava stare sempre un passo in avanti rispetto al pubblico.
    Il mondo di Diana Vreeland rappresenta una storia che ha attraversato il XX secolo: dal 1903 fino al 1989.
    Regina incontrastata della moda, tuttora viene ricordata come una delle personalità più influenti del settore.
    Con la politica del “noi facciamo spettacolo”, Diana Vreeland è stata una delle poche che è riuscita ad imprimere attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come gli anni ’60.

    Rispondi
  93. Martina Teodoli   19 marzo 2015 at 21:20

    Diana Vreeland è sicuramente una grande donna che ha saputo cambiare la moda, influenzarla e reinterpretarla in maniera più creativa, innovativa, visionaria. La ammiro per la sua voglia di distinguersi e per il suo approccio al lavoro e alla moda stessa. Soffermandomi in particolar modo nella fase di curatrice al Metropolitan Museum, penso di aver compreso la sua intuizione: è opportuno vedere l’abito non come oggetto unico da venerare, ma in un un contesto e soprattutto reinterpretato da una mente geniale e creativa come era lei.
    Ammirata, venerata, amata e odiata, rimane e rimarrà per sempre una mente che non solo ha innovato, ma che è riuscita totalmente a reinvetare il concetto di “rivista di moda”.

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.