Christian Dior a fumetti

Christian Dior a fumetti

1. Annie Goetzinger viene considerata una delle disegnatrici di fumetti più brave e importanti della sua generazione. Il suo ultimo libro recentemente tradotto anche nella nostra lingua, “La ragazza indossava Dior” (edizioni Bao, 2014), possiamo annoverarlo tra i capolavori della sua maturità come autrice.

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La storia (probabilmente sceneggiata da Pierre Christian e Adela Turin, collaboratori di lungo corso dell’autrice) copre l’arco di vita del grande couturier francese che va dal 1947, quando tra lo stupore e le polemiche dei protagonisti della moda di allora seppe imporsi di colpo come il creativo di riferimento per la maggioranza delle donne che potevano avere accesso al lusso, al 1957, anno in cui all’improvviso morì a Montecatini Terme. L’approccio di Annie Goetzinger è decisamente rigoroso dal punto di vista storico. Innumerevoli e puntuali sono i suoi riferimenti alle euristiche della maison Dior che ben conosciamo attraverso gli scritti auto-biografici del protagonista, senza dimenticare le numerose pubblicazioni dedicate, che a distanza di oltre sessant’anni continuano ad arricchire gli scaffali delle librerie. Ma è una storia che l’autrice racconta soprattutto dal suo lato poetico e che si estrinseca nella rappresentazione di un mondo (di moda) nel quale emerge soprattutto il desiderio femminile di apparire favolose, in cui a dominare è la legge della creatività debordante di Christian Dior, autore di 22 collezioni memorabili per coerenza e per capacità di costruire un sistema di variazioni formali sul tema dell’eleganza chic senza precedenti.

COVER-LA-RAGAZZA-INDOSSAVA-DIORTuttavia Annie Goetzinger è troppo intelligente per non sapere che le vere favole sono sempre punteggiate da qualche asprezza. Ho molto apprezzato la sequenza di tavole in cui le donne del popolo reagiscono in modo violento all’invasione maldestra delle modelle e dei fotografi che cercavano di appropriarsi della “strada” e degli spazi popolari per raccontare in modo diverso dal passato l’immaginario della moda. Anche la pagina dedicata alla reazione delle donne americane al New Look, rappresenta una mirabile sintesi visiva dell’effetto polarizzante causato dalla scelta di Dior di ritornare ad una silhouette femminile ottocentesca.

La poetica fumettistica di Annie Goetzinger inoltre, evoca benissimo l’umanità un po’ tragica del grande protagonista. L’intenso e amorevole rapporto che seppe creare con i suoi collaboratori non lo proteggevano da ondate di struggenti sentimenti di solitudine, probabilmente collegati alla sua omosessualità (fatalmente dissimulata per via dell’ipocrita mentalità del periodo e di un sistema legislativo orrendo nei confronti dei diversi). A tal riguardo l’autrice aveva dato prova di una straordinaria sensibilità nel raccontare questo aspetto della vita interiore del protagonista, evitando accuratamente ogni volgarità, senza però recedere dal tentativo di suggerire qualcosa di sostanziale per farci capire la reticenza di Dior nei confronti della sua vita privata (vale la pena di ricordare che anche nei suoi scritti auto biografici non traspare mai nulla della sua vita di relazione).

Giudicate voi. A pag.60 della graphic novel, dopo il periodo delle sfilate, vediamo Dior “sparire” nella sua tenuta di campagna. E’ accompagnato dal suo autista Pierre. Dopo una cenetta a base di vol-au-vent, contornati da sformato di verdure e ananas, l’inquadratura che segue ce lo doveva mostrare in piedi vicino al letto mentre scambiava qualche sguardo con Pierre, rimasto sotto le coperte, del quale si intravedeva direttamente solo il braccio, ma la cui figura veniva chiaramente riflessa dal grande specchio, ai bordi del quale un Dior in posa rilassata fumava una sigaretta. Raramente ho visto raccontare un affaire amoureux con tanta finezza, essenzialità, rispetto per i protagonisti. Ma gli attuali, cervellotici e tristi custodi del brand non si sono fatti commuovere dalla magistrale sequenza disegnata da Annie Goetzinger, imponendole la rimozione di ogni traccia che rimandasse direttamente alla omosessualità di Dior. Comprenderete ora perché vi ho descritto l’inquadratura scandalosa al passato. Nel libro non la troverete. Devo aggiungere che oggi, nel tempo in cui l’omosessualità nei paesi civili, oltre a non essere più da decenni un reato penale, viene giustamente equiparata dal punto di vista giuridico alle relazioni etero, la censura dei custodi del brand appare quanto mai inattuale. Posso vagamente comprendere il principio di precauzione che qualche manager ha ritenuto di dover applicare per proteggere l’aura simbolica del brand, divenuto attualmente un significante disincarnato ovvero una astrazione sempre più lontana dall’esperienza umana del fondatore. Ma ho il sospetto che il senso operativo dell’atto di censura venga vissuto dalla maggioranza del pubblico come un segno di ottusità, dal quale discendono due criticità alla lunga devastanti per il brand:
a. scarsa attenzione al rispetto per la “verità”;
b.
uso troppo disinvolto della memoria storica (che agli occhi del pubblico equivale alla sua mercificazione; in altre parole, racconto la mia storia come più mi conviene).

Ora la domanda è: la rimozione del quadretto censurato ha in qualche modo danneggiato la graphic novel?

La risposta, dopo quello che ho scritto sopra, potrebbe suscitarvi stupore. Io ritengo che il discutibile intervento dei custodi della memoria di Dior, forse ha dato modo ad Anne Goetzinger di esercitare in modo ancora più raffinato il suo umanesimo, di quanto prevedesse la prima sceneggiatura.

Guardate l’inquadratura rimaneggiata a pag.61 (riportata di seguito, nel riquadro piccolo). Le sembianze di Pierre l’autista sono state rimosse. Eppure se osservate con attenzione le coperte rigonfiate potreste facilmente congetturare che pur nascosto dalle pareti del letto, qualcuno sembra esservi accomodato. Osservate con attenzione la posa decontratta di Dior, la direzione del suo sguardo e in particolare la sigaretta nelle mani. Fino a qualche decennio or sono, nelle chiacchiere piccanti tra ometti della mia generazione, la sigaretta post coitum si può dire facesse parte del rituale. Oggi non saprei. Per quanto mi riguarda, il tempo delle confidenze con chi è molto più giovane è finito. Ma negli anni in cui dobbiamo collocare la scena descritta doveva essere lo stesso. Mi rendo conto della possibile inconsistenza della mia passeggiata inferenziale e del rischio di proiettare nella scena significati eccentrici. In definitiva so benissimo che in quella posa di Dior ho trovato me stesso, dal momento che, dopo una seduta di ginnastica amorosa con la malcapitata di turno, pur desiderandolo, non sono mai riuscito a fumare come diocomanda: aborrendo le sigarette a favore di pestilenziali sigari low cost, dopo i primo aloni di fumo scattava implacabile il grugnito di disappunto seguito da una pedata d’invito a per consumarli a distanza di sicurezza.

Comunque la pensiate, l’espressività rilassata della posa di Dior appartiene al testo configurato dall’autrice. Non è solo un supplemento di senso che mi ha fatto piacere aggiungervi. E poi c’è dell’altro. Ritornate all’inizio della mirabile sequenza sulla quale ho forzato la vostra attenzione. In una tavola a tutta pagina osserviamo l’auto immersa in una romantica foresta che sfreccia per raggiungere la residenza di campagna. Dior chiede all’autista: “le andrebbe di restare fino a domani, Pierre?“. Risposta: “Ne sarei felice, signore“. Fin qui, solo un lettore con una mente molto complicata potrebbe subdolare qualcosa. Ora sfogliate una pagina e poi un’altra. Arriviamo al mattino dopo la nottata della sigaretta decontratta. Troviamo Dior a colazione. Il nostro eroe chiede alla cameriera: “Pierre è già partito?” – “Subito dopo colazione, signor Dior“, risponde Denise. E allora? Vogliamo ancora fare il gioco del lettore dalla mente complicata! Immagino pensiate.

Guardate l’inquadratura della pagina a fianco (pag.63; ed.it.). Dior sta passeggiando nel bosco con Bobby; la posa è melanconica/pensierosa mentre dice al suo agitato fox terrier: “Tu almeno, non mi deluderai mai“. A chi stava pensando? Chi lo aveva deluso? Vi sfido a non pensare a Pierre, ripartito troppo presto e senza salutare.

Se rileggete la sequenza a partire da questa provvisoria fine, tutto sembra chiarirsi…Fino ad un certo punto, ovviamente. La finezza di Annie Goetzinger dipende certo dalla grazia del suo tratto grafico ma la percepiamo anche nel modo in cui attraverso studiate allusioni mantiene aperto il gioco della significazione. A questo punto non sono più sicuro di quanto ho scritto contro la rimozione della vignetta troppo esplicita. In definitiva chi legge con attenzione la sequenza narrativa configurata da Annie Goetzinger può arrivare facilmente a farsi una idea delle preferenze erotiche/sentimentali di Dior. Ma non posso nascondermi che la censura del troppo esplicito, fa emergere la significazione in modo delicato, conforme alla strenua difesa della propria vita intima praticata con tatto e inflessibile determinazione dal couturier.

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2. In “La ragazza vestiva Dior“, l’autrice ricostruisce lo spazio/tempo dell’avventura di stile del couturier con l’eleganza e la sicurezza del suo segno grafico.

La struttura narrativa è sorretta dall’introduzione di un personaggio immaginario, Claire Nohan, la cui voce scandisce il susseguirsi degli eventi.

In Claire troviamo sintetizzata la dimensione mitica della femminilità del New Look. All’inizio si presenta come una giornalista di moda, che eccitatissima si reca per un servizio alla celeberrima sfilata del 12 febbraio 1947, nella quale Dior si presentò al mondo. Per via di un servizio fotografico audace, da lei concepito, alcuni abiti della collezione vengono seriamente danneggiati da donne del popolo incazzate dal comportamento eccessivamente disinvolto delle modelle. Claire viene licenziata in tronco dalla rivista ma la disavventura le apre la porta d’ingresso principale della maison Dior. Il couturier infatti vuole conoscere la disadattata che ha osato oltraggiare le sue creazioni. Tuttavia rimane colpito dalla reverenza di Claire verso la moda e, come un Pigmalione, le cambia la vita. Vediamo dunque Claire trasformarsi in modella della maison e poi sfilare in ambienti prestigiosi. Durante uno questi eventi un giovane uomo la nota e si innamora di lei. Ovviamente è un aristocratico, bello e ricchissimo. Claire lo sposa andando all’altare con un abito Dior. Per fortuna di noi lettori, il marito, diplomatico per professione, nel corso di una traversata atlantica muore annegato, impedendo così alla narrazione un finale deludente. Dior, divenuto nel frattempo un caro amico, invita la giovane vedova affranta dal dolore a rigenerarsi frequentando di nuovo le sue sfilate. Appreso il suo desiderio di acquistare una casa per la madre e la nonna in una località lontana da Parigi, le suggerisce di recarsi a Granville. Ma nel preciso momento in cui Claire sta prendendo visione della villa nella quale Dior aveva vissuto da adolescente, le arriva la tragica notizia della morte improvvisa dell’amico a Montecatini Terme, località nella quale era andato per curarsi. Un finale perfetto che, grazie al ritmo vertiginoso degli eventi e al pathos tragico che Annie Goetzinger riesce a raffigurare in modo mirabile (l’ultima inquadratura mostra una Claire solitaria che cammina ai bordi del freddo mare del nord), ci fa prendere congedo da una storia ben raccontata, non priva di allusioni verso il sentimento di fine di un’epoca.

Con Claire Nohan, l’autrice in un colpo solo rispolvera la favola di Cenerentola e delinea i contorni dell’immaginario che faceva sognare le giovani donne nel tempo del New Look. Mi è sembrata indovinata la sua decisione di ispirarsi per la figurazione del personaggio ad Audrey Hepburn. La grande attrice interpretò almeno due premiatissimi film nei quali interpretava la parte di una giovane ragazza che, attraverso abiti bellissimi, si trasformava da insignificante anatroccolo in elegante cigno: Funny Face e My Fair Lady. Nel primo, i bellissimi abiti di De Givency ebbero un ruolo importante per il successo dell’attrice (in seguito la Hepburn divenne per anni una testimonial/icona della maison); così come i costumi disegnati da Cecil Beaton per il secondo furono decisivi per rendere pregnante la metamorfosi di una povera fiammiferaia in una Lady. In entrambe le produzioni emerge in modo evidente la retorica della moda dominante del periodo ovvero il potenziale di trasformazione che certi abiti avrebbero per ridisegnare il destino del soggetto.

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3. La sceneggiatura e il concetto dei personaggi sono certamente importantissimi in una graphic novel. Ma ciò che risulta decisivo è il come vengono visivamente configurati e la ricchezza della dinamica espressiva che li rende adeguati alle situazioni che attraversano. A tal riguardo, Annie Goetzinger si è rivelata una autorevole rappresentate della grande tradizione fumettistica franco-belga. Il suo gioioso e sereno segno mi è sembrato perfettamente conforme alla senso della moda nel tempo di Dior. L’evocazione degli spazi, soprattutto nella prima parte del libro ha saputo mantenersi in equilibrio tra la verosimiglianza e il mood da mondo incantato che immagino l’autrice volesse trasmettere al lettore per metterlo in sincronia con le emozioni dei numerosi personaggi attraverso i quali il testo fa emergere il favoloso mondo Dior.

Mi ha dato un piacere particolare la sicurezza delle inquadrature-moda, a mio avviso raggiunta grazie ad uno studio rigoroso dell’archivio fotografico della maison. Nello sfogliare il libro a più riprese ho avuto il sentore di rivivere le foto che Maywald (l’unico fotografo di moda con quale Christian Dior era legato da amicizia) fece nell’atelier negli anni decisivi della carriera del couturier. In particolare le figurazioni delle pose, del portamento delle modelle e le fisionomie espressive di Dior, sono sembrati in debito con scatti di Cartier Bresson, Doisneau, Henry Clark, …

Senza dimenticare che il fumetto contemporaneo possiede maggiori implicazioni con il linguaggio cinematografico rispetto alle pose fotografiche. Annie Goetzinger è stata bravissima nel gestire la sintassi tra inquadrature per far sì che lo spazio del racconto inducesse ciò che potrei definire una lettura proattiva (voglio dire che, in una grapich novel, la collaborazione del lettore è molto più intensa rispetto un film standard). Ci è riuscita innanzitutto rompendo la regolarità delle tavole (in alcune pagine ne troviamo 2, in altre di più, in altre ancora sono a tutta pagina); e poi interpretando creativamente le fonti fotografiche che doveva utilizzare per offrire al lettore l’impressione percettiva della verosimiglianza.

Ammesso che la mia congettura sulle fonti fotografiche sia corretta solo in un caso ho riscontrato una netta superiorità di una foto rispetto la sua trasduzione fumettistica.

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A pag. 55/56 del libro viene raffigurata la fase finale delle prove prima della sfilata, nella quale si decidono le sfumature. Si tratta di una immagine complessa che mostra Dior circondato dai suoi collaboratori. Il disegno è spettacolare e anche se il testo discorsivo parla d’altro ( racconta di un Dior caritatevole che comprende il malessere di una modella e le permette di interrompere le estenuanti prove), ci fa comunque immaginare la serietà del momento. Il punto di vista scelto da Annie Goetzinger somiglia molto a quello di una straordinaria foto di Willy Maywald del 1947. Il fotografo riuscì a bloccare l’obiettivo nell’infinitesimale luogo che Cartier Bresson amava definire “le moment decisif“: siamo alle fasi finali delle prove, una modella è di fronte al couturier; Dior non riesce a trattenere un moto di profondo coinvolgimento interiore che lo fa piegare leggermente a sinistra e ad abbandonare il piede come quando l’intensità emotiva piega il corpo ad una regolazione prossemica che la nostra coscienza non controlla; in questo modo sembra cercare un contatto con la fedelissima Mitza Bricard tutta piegata sulla destra per aderire al momento del maestro; tutt’intorno il silenzio è assoluto, l’attenzione regna sovrana, Maywald è riuscito a catturare qualcosa che assomiglia molto a ciò che definiamo “l’esperienza del sacro”.

Io credo che Annie Goetzinger sia stata bravissima nel raccontarci l’umanità di Dior, il suo stile; alcune delle sue espressioni tipiche. Ma il Dior intensamente preso dall’incontro speculare con la sublimazione del suo “altro” (che, evidentemente, nella sua maturità, quando si trasformò da gallerista d’arte fallito a King of Fashion, non poteva che essere una donna elegantissima), nelle sue tavole non viene espresso con l’intensità e la pregnanza della foto che vi ho descritto. Non sto sostenendo che questo aspetto è stato trascurato dall’autrice. Ho semplicemente proposto un confronto dal quale emergono alcuni limiti del racconto visivo dell’autrice.

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4. Aldilà di opportuni innesti di fantasia, lo ripeto, il racconto di Annie Goetzinger si caratterizza per il rispetto rigoroso dei tempi e degli spazi dell’avventura creativa di Christian Dior.

L’evidente desiderio di verosimiglianza storica dell’autrice, mi autorizza ad avanzare alcuni rilievi alla sceneggiatura del libro.

In primo luogo penso si potesse concedere un po’ di spazio agli image makers che contribuirono alla mitizzazione di Dior e dei suoi abiti. Abbiamo visto che l’autrice attraverso il suo personaggio di fantasia, Claire, porta le modelle per “strada”, tra la gente e nei luoghi sino a quel momento evitati come la peste dai grandi fotografi di moda. Nel racconto del libro succede un disastro. Alcuni fatti di cronaca del periodo suggeriscono che ancora una volta, Annie Goetzinger ha modulato le sue fantasie partendo da una forte impronta di realtà (vedi foto allagata alla fine dell’articolo). Ma ciò che il testo non dice mi pare essenziale: proprio partendo dalle prime collezioni di Dior cominciarono a proliferare reportage strabilianti che attraverso straniamenti spaziali creavano un effetto di magnificazione paradossale dell’imago moda rappresentata dalle bellissime modelle perfettamente vestite, fatte precipitare in contesti popolari. Maywald, Avedon, Clark e tanti altri diedero nuove energie alla foto di moda anche grazie a queste decontestualizzazioni, contribuendo in modo decisivo a rinnovare la significanza della moda. Sarebbe bastata qualche inquadratura in più per evocare un aspetto della diorizzazione delle mentalità, a mio avviso non secondario per comprendere la mitizzazione di Dior e nello stesso tempo i grandi cambiamenti che, forse inconsapevolmente, la sua visione della moda attivò.

Un’altro evento che mi sarebbe piaciuto trovare articolato meglio nel bel libro di Annie Goetzinger è il passaggio di consegne tra Dior e il suo giovane allievo Yves Saint Laurent.

Nell’ultima sfilata della sua vita, il grande couturier si accorse che gli applausi più scroscianti li aveva ricevuti un abito concepito dal suo giovane apprendista. Con grande generosità, dopo la sfilata, lo chiamò davanti al pubblico, presentandolo come il suo miglior allievo e futuro erede. Nella sceneggiatura della grapich novel l’introduzione di questo momento avrebbe aggiunto al testo l’ombra di una sorta di premonizione (dopo un paio di mesi Dior morì e subito dopo Yves Saint Lauren sarebbe divenuto il creativo della sua maison), in sintonia con il carattere incline alle divinazioni del protagonista (a più riprese documentato dal testo).

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Infine, non posso dimenticare che l’enorme successo dei look Dior ebbe il potere di far uscire Coco Chanel dal suo forzato isolamento. Nel 1954, incattivita, incazzata ma sempre lucida e pungente si presentò di nuovo a Parigi, dopo anni di silenzio, con una collezione concepita per difendere le conquiste d’abbigliamento che, a suo dire, aveva diffuso prima della guerra e che ora venivano compromesse dai dominanti couturier omosessuali, Dior prima di tutti, con abiti che non vestivano vere donne ma le addobbavano come un tappezziere estroso poteva decorate una poltrona di lusso. Chanel presentò il il suo famoso tailleur in tweed con gonna corta che divenne uno dei look più importanti del novecento. Nel 1957, nello stesso anno in cui Dior morì, Chanel riceveva il Neiman-Marcus Award, l’Oscar della moda. Ora, è vero che Annie Goetzinger e lo sceneggiatore del suo libro hanno scelto di attraversare l’era di Dior utilizzando le lenti di Claire Nohan, personaggio di fantasia, immaginato incarnare la visione moda di una giovane donna innamorata della couture e del mondo che le ruotava intorno. Ma questa scelta poteva benissimo convivere con una maggiore attenzione critica verso una fase della moda dominata non solo da Dior, uomo e geniale couturier, ma anche dalle conseguenze che la sua magistrale interpretazione dell’atto creativo moda ha generato.

Così facendo non si sarebbe perso il mood da bella favola del testo? Forse sì. Ma il racconto avrebbe senz’altro guadagnato in fascino e in dimensione storica.

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Photo Walter Carone

Photo Walter Carone

Modella Dior al mercato - Photo Willy Maywald

Modella Dior al mercato – Photo Willy Maywald

Berard con modella vestita Dior fotografati da Richard Avedon nel 1947

Berard con modella vestita Dior fotografati da Richard Avedon nel 1947

Photo Frank Horvat

Photo Frank Horvat

Photo Henry Clark

Photo Henry Clark

Addenda all’articolo

A. Non sono riuscito a trovare l’immagine in digitale della foto di Willy Maywald lungamente citata nel paragrafo 3. Il lettore curioso potrà trovarla, stampata in grande formato, sul libro “Monsieur Dior et nous”, Anthese 1999, pag. 80/81, insieme a tante altre foto storiche alle quali Annie Goetzinger si è chiaramente ispirata.
B. La foto (1) del fotoreporter Walter Carone è tratta dai fatti di cronaca registrati sui giornali pochi mesi dopo la famosa sfilata di Dior con la quale si fa cominciare l’era New look. L’immagine documenta l’aggressione di alcune donne ad una ragazza abbigliata con un abito che imitava la silhouette e la lunghezza della gonna imposte da Dior. Giustamente Annie Goetzinger con una bella tavola ha citato un episodio simile per suggerirci l’effetto polarizzante tra l’opinione pubblica che ebbe il ritorno ad un ideale di eleganza, fatalmente compromesso con il lusso estremo.
C. La foto (2) è di Willy Maywald. La fece nel 1958. Gli abiti sono di Dior, ma potrebbero essere quelli della prima collezione disegnata da Yves Saint Laurent, subito dopo la morte del couturier. Mi ha colpito la vicinanza dell’immagine con l’episodio di fantasia raccontato nel libro di Annie Goetzinger , nel quale Claire Nohan si mette nei guai scatenati da una modella che si appropria di una mela esposte in una bancarella, suscitando la collera della venditrice ambulante e di alcune altre passanti. Nella foto ovviamente non troviamo segni di alcun esito drammatico. D’altronde, come ho già scritto nell’articolo, con Dior e la rinascita di Parigi, tutta la città diviene il teatro di posa per servizi di moda bellissimi. Soprattutto la strada e i luoghi popolari. Le foto di Berard appoggiato ad una auto con modella Dior fatta da Richard Avedon (3), l’immagine di Frank Horvat (4) e di Henry Clark (5) ne sono una straordinaria testimonianza.

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Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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8 Responses to "Christian Dior a fumetti"

  1. Gabriele Vignati   31 Dicembre 2014 at 12:13

    Caro Professore, bellissimo ed interessante articolo. La paura di uscire dai binari, per affrontare strade inesplorate o comunque perigliose, condiziona l’uomo da sempre ed ha evidentemente fatto compagnia anche a qualche testa pensante della maison. Assistere alla sparizione del corpo dal letto, pur mantenendo la residua ed inequivocabile iconografia dell’atto sessuale compiuto, è ridicolo e deludente.
    Più che un’ azione a tutela del brand, mi pare semplice e bigotta censura!

    Rispondi
  2. Adri   31 Dicembre 2014 at 18:52

    Sono d’accordo con Gabriele. Censurare oggi l’omosessualità di Dior non ha senso. Mi hanno colpito molto i riferimenti alle contestazioni delle donne americane al New Look. Ho visto delle foto nel web simili all’interpretazione data dall’autrice. Tutto questo conferma che è difficile opporsi a una nuova moda. Si corre il rischio di renderla ancora più importante.

    Rispondi
  3. Luciano   1 Gennaio 2015 at 11:58

    I disegni della Goetzinger mi sembrano adeguatissimi al tema. Riesce ad essere realistica e nello stesso tempo fiabesca. La parte finale però è troppo precipitosa. Mi è piaciuta l’idea dell’autore dell’articolo che si poteva introdurre nella trama personaggi del calibro di Chanel e YSL. La storia a fumetti si sarebbe rafforzata di molto. In definitiva ora è raccontata in 100 pagine. Poteva venir fuori un libro di 130/140 pagine. Una dimensione nella norma del fumetto attuale. Non conosco bene la biografia di Dior, ma ho l’impressione che la Goetzinger sia stata bravissima anche nello stilizzare il personaggio e nel darci felici espressioni della sua psicologia. Sulla presunta censura la penso diversamente da Gabriele. Io sono per il rispetto della privacy. Che la moda sia stata una nicchia nella quale gli omossessuali si auto proteggevano oramai lo sappiamo tutti. Guardare dal buco della serratura l’intima vita privata delle persone non credo sia una verità così importante da costringerci a rinunciare al diritto di decidere noi quanto vogliamo che di essa divenga chiacchiera pubblica. La decisione di Dior parla chiaro. È giusto rispettarla.

    Rispondi
  4. mario   1 Gennaio 2015 at 12:16

    Non credo di essere d’accordo con la contrapposizione che Cantoni fa tra fotografia e cinema. Io credo che il fumetto contemporaneo, quelli che definiamo grapich Novel, sia una sintesi di entrambe. La bellezza del racconto di Annie G. secondo me nasce soprattutto grazie a questa fusione.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   4 Gennaio 2015 at 19:24

      Nessuna contrapposizione Mario. Ho semplicemente sostenuto che il fumetto assomiglia più al cinema che alla fotografia. È chiaro che ho privilegiato il punto di vista del lettore: il fumetto regge se nell’atto della fruizione la mia mente collabora con l’autore collegando una vignetta con l’altra. Anche il cinema funziona allo stesso modo. La differenza sostanziale è la quantità di lavoro significante: nel fumetto la mente lavora molto di più rispetto ad un film ordinario.

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  5. Chiara Fiaschi   17 Gennaio 2015 at 12:10

    Per dare un giudizio o un’opinione precisa avrei dovuto prima leggere e sfogliare le pagine di questa graphic novel, cosa che non ho fatto, quindi mi limiterò a esprimere un mio pensiero su ciò che ho potuto intuire dalle parole del suo articolo. Non essendo un’appassionata di questo genere di lettura non sono in grado di dire con sicurezza se questo rappresenta il primo romanzo in cui il mondo della moda e dell’haute couture in particolare, viene catapultato in bilico tra finzione e biografia nelle pagine di un fumetto. In ogni caso, penso che sia un’idea creativa per avvicinare al mondo dell’alta moda anche chi ne ha poca dimestichezza, e allo stesso tempo un’idea per avvicinare il mondo femminile all’universo fumettistico. Il libro ripercorre il successo planetario dello stilista, attraverso lo sguardo della giovane Claire, personaggio immaginario, dalle sembianze di Audrey Hepburn come lei ha scritto e come si può notare anche dalla chiara somiglianza dei tratti del personaggio esile e raffinato, ma in un certo senso che rispecchia anche l’autrice stessa, cresciuta nel mondo della sartoria e con il desiderio di diventare un giorno una giornalista di moda. In senso più ampio, però, penso che Claire incarni tante giovani donne come lei che rimasero affascinate dall’epopea di Dior. Per quanto riguarda gli affari amorosi di Dior, che l’autrice aveva cercato di riportare nel fumetto e tutto ciò che ne è succeduto con i collaboratori di Dior, mi permetto di dire che non leggo questa decisione come inattuale o come segno di ottusità, bensì come segno di rispetto nei confronti di Dior, che non aveva mai fatto trasparire niente della sua vita privata nei suoi scritti autobiografici. Penso, o voglio pensare, che ad oggi non avrebbe fatto nessuno scandalo sapere quali erano le preferenze sentimentali di Dior e vederle in un’immagine o leggerle tra le righe di una nuvoletta del fumetto, soltanto non era necessario rendere pubblica una parte della vita di Dior che lui stesso aveva sempre voluto tenere per sé. Inoltre, l’assenza di Yves Saint Laurant e Coco Chanel può essere letta da una parte come una mancanza e quindi può rappresentare una fonte di critica nei confronti del fumetto perché in questo modo si può aver perso un dettaglio che avrebbe reso il racconto più reale e veritiero, ma infondo credo che l’intento dell’autrice non era quello di presentare un romanzo storico biografico, ma una fiaba basata su un uomo, un couturier, che ha segnato un’epoca con i suoi sogni di stoffa.
    Essendo convinta che le immagini spesso possono essere più immediate di tante parole e possono aggiungere poesia e incanto al mondo reale, credo che le immagini di questo libro hanno la capacità di trasportare il lettore con la mente e con la fantasia, proprio sulle passerelle del fantastico mondo di Dior, con i loro colori pastello e i loro tratti verosimili. Penso che questa sia una lettura che regala ad ogni donna il sogno di vivere in quell’atmosfera magica di un tempo lontano in cui gli abiti significavano molto di più di quanto si potesse immaginare, in cui un abito poteva ridisegnare il destino di una donna.

    Rispondi
  6. Leticia Abreu Tassini   31 Gennaio 2015 at 18:58

    Annie Goetzinger ha, secondo il mio ignorante parere, magistralmente utilizzato una serie di luoghi comuni che potessero arrivare all’immaginario di ogni fanciulla. Chiunque sia cresciuto con Cenerentola, Superman, Batman, la Carica dei 101, chiunque abbia letto Vacanze Romane è in grado di leggere questo fumetto e sentirlo suo.
    Dior ha le sembianze del maggiordomo: ben educato, dotato di ottima dialettica, gentile e delicatamente ironico. Ma, qui, non è lui la figura secondaria, è il protagonista.
    Quanto, però, di tutto ciò è considerabile reale? Davvero prima di una sfilata, si rivolgeva alle modelle con tanta dolcezza e calma?
    Che Dior fosse omosessuale, lo si comprende dalle prime vignette: lo sguardo bonaccione, che fa riecheggiare un certo accento francese delle nostre infanzie, ed i riferimenti alla “povera mamma” non lasciano equivoci.
    Sembra quell’aiutante delle fiabe, colui che sta al servizio del figurante principale e che lo aiuta a prendersi la sua rivincita, supportandolo fino alla fine. Ha quel ruolo di “amico” che, non avendo vissuto al tempo giusto, non posso certo giudicare, ma che trovo poco umano e sicuramente poco verosimile. Allora mi domando: perché dopo aver tanto idolatrato una figura che, per carità, lo ha ampiamente meritato dal punto di vista professionale su piani mondiali e non quantificabili temporalmente, la si depriva di ogni radice? Perché mitizzare una figura che non lo necessita affatto?
    L’essere omosessuale, penso, non solo non è motivo di vergogna per l’immagine del brand, ma ne è formula vincente. Solo qualcuno di sensibile come una donna, ma capace di un altro punto di vista, poteva essere in grado di coglierne così profondamente l’essenza e racchiuderla, come un diamante, in un abito.
    Dior è Dior perché non poteva esserlo nessun altro, è un mito ma, prima di tutto, è un uomo ed un peccato intaccare la sua figura plasmandola come più conviene.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   11 Gennaio 2016 at 08:08

      Cara Leticia ho apprezzato il tuo commento e devo dire che condivido quanto scrivi. Sono un appassionato lettore di biografie che rimettono i miti con i piedi per terra. Aggiungo che i tratti umanistici che mi fanno capire meglio l’avventura creativa dei grandi, non hanno mai intaccato il mio rispetto per i profondi significati delle loro opere.

      Rispondi

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