Essere campioni è un dettaglio, Paolo Bruschi e i racconti a metà tra Sport e Storia

Essere campioni è un dettaglio, Paolo Bruschi e i racconti a metà tra Sport e Storia

ITALIA – Il volume ripercorre la storia del ‘900 attraverso il racconto di vicende sportive e umane, colte nella loro relazione con la cornice storico-sociale all’epoca dei fatti e con una specifica attenzione ad alcuni elementi tipici della cultura pop, quali la musica e il cinema. Io l’ho intervistato per capire da quali motivazioni è partito l’autore per un testo così denso che mi ha appassionato.

Appassionati di sport, oggi voglio segnalarvi una lettura davvero interessante, una lettura che non potrà che colpirvi e ispirarvi. Si tratta del libro Essere campioni è un dettaglio, scritto da Paolo Bruschi e edito da Scatole Parlanti, che ripercorre alcune tra le storie sportive più epiche e straordinarie di sempre. Sono storie di passione, di sudore, di fatica, di resistenza e di impegno, ma anche storie di guerra, di emarginazione, di drammaticità di ogni tipo, perché la storia dello sport è anche la storia della nostra società, tra regimi, tragedie e oppressioni.

Come scrive il prefatore Sergio Giuntini, l’opera di Paolo Bruschi è “una proposta di lettura e di approfondimento che merita di venire suggerita e praticata, dalla scuola media superiore ai corsi di laurea in Scienze Motorie. Ma pure, a ogni livello, a tutti i veri amanti e studiosi del fenomeno sportivo novecentesco”.

Lo sport nel Novecento è divenuto parte integrante della Storia, erompendo dalle mere statistiche degli almanacchi. Attraverso le imprese di numerosi atleti, ha contribuito a modellare il tessuto sociale accelerando l’abbattimento delle discriminazioni e la formazione di un’identità collettiva per interi popoli.
Essere campioni è un dettaglio ripercorre, attraverso sei aree tematiche, eventi socio-sportivi di indiscutibile interesse: dai calciatori che si sono opposti alle dittature alle battaglie degli atleti afro-americani, passando per le pioniere dello sport femminile e le loro lotte per affermarsi. Un viaggio tra nomi ed episodi noti e meno noti, dove spiccano persino le inedite “imprese toscane” di Ferenc Puskás.

Alcune tra queste incredibili storie le conoscevo, altre meno, altre ancora mi hanno colpito talmente tanto da non poter non chiedere ulteriori dettagli all’autore e questa è la mia intervista con lui.

ESSERE CAMPIONI E’ UN DETTAGLIO: INTERVISTA A PAOLO BRUSCHI

Paolo, partiamo con una domanda di rito. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro e perché dovremmo leggerlo?

Ci sono cause remote e cause prossime. Fra le prime includerei le mie passioni di ragazzo, la mia ossessione per il calcio che praticavo e lo sport in generale che consumavo come spettatore e tifoso, nonché, poi, l’interesse per la storia, che ha costituito il centro dei miei studi. Fra le seconde, va annoverata mia figlia Martina: qualche anno fa, per “il manifesto”, scrissi un pezzo rievocativo sul celebre incontro fra i Beatles e Cassius Clay e glielo raccontai; lei lo riferì alla sua maestra e questa mi chiese di andare a scuola a parlare degli anni ’60, della lotta di liberazione degli afro-americani, del potere mobilitante della musica… insomma una specie di storia “pop” del Novecento. Fui così folgorato da una sorta di epifania: nessuno di quei bambini aveva mai sentito parlare dei Beatles, di Cassius Clay/Muhammad Ali, di Elvis Presley… Li ignoravano perché nessuno gliene aveva mai parlato, così elaborai un progetto didattico imperniato sulla narrazione del “secolo breve”, attraverso vicende sportive svoltesi sullo sfondo dei principali avvenimenti politici, bellici, sociali, ecc. Ho portato il progetto in istituti scolastici di ogni ordine e grado, con buoni riscontri, e da lì alla scrittura del libro il passo è stato relativamente breve. “Essere campioni è un dettaglio” illustra per sommi capi il XX secolo, con un taglio sperabilmente non accademico o elitario, affinché sia evidente una volta di più che la storia, a maggior ragione quella del Novecento – in cui si è assistito all’irruzione sulla scena planetaria del cosiddetto “quarto Stato”, delle donne, dei giovani -, può essere illustrata ricorrendo a strumenti interpretativi tipici della cultura di massa, fra i quali lo sport occupa senza dubbio un posto di primo piano. Il libro sarebbe perciò adatto come testo di appoggio per le classi che studiano la storia contemporanea o si confrontano con temi come la memoria, il razzismo, la tolleranza, il femminismo, ecc.: può essere infatti letto come mezzo per accedere a contenuti esplicativi tendenzialmente trascurati dalla storiografia ufficiale e convenzionale, cui peraltro un lettore più appassionato e curioso si può rivolgere per i necessari approfondimenti, attraverso le fonti che io stesso ho consultato e che sono riportate nella bibliografia e nella sitografia.

ESSERE CAMPIONI è UN DETTAGLIO
Elvis e Ali

Guerre, dittature, meraviglie, pioniere, liberazioni e Italia. Sono queste le 6 aree tematiche attraverso le quali si sviluppa il tuo libro. Qual è la sezione che secondo te colpirà di più il lettore?

Il taglio del libro spero che serva a fare luce sul tempo e sul sentire collettivo all’epoca dei fatti narrati. La storia non è, o almeno, non è soltanto l’esito di scelte volontarie di pochi personaggi principali. Se si stringe la scala di osservazione e si indagano le microstorie di singole vicende umane e sportive, emergono i soggetti lasciati ai margini della macrostoria, la Storia con la S maiuscola, ed è qui che si verificano le più feconde contaminazioni fra alto e basso, fra storia “ufficiale” e storia “pop”. Tale intreccio è più stretto nella sezione delle “dittature” e delle “liberazioni”: nei regimi autocratici, specialmente quelli degli anni ‘30, quando si comprese il potenziale dello sport quale strumento di coesione interna e di prestigio esterno, e durante il movimento per i diritti civili e politici degli afro-americani, a causa della decisione di molti idoli dello sport, ma anche del grande schermo e della musica, di impegnarsi in prima persona a fianco della minoranza nera e nel flusso della più generale contestazione giovanile. A mio giudizio, sono queste le due parti più illuminanti del libro.

ESSERE CAMPIONI è UN DETTAGLIO
Fausto Coppi

A quale tra le storie che hai raccontato sei rimasto legato maggiormente?

All’inizio degli anni ‘80, arrivarono in Italia le immagini del campionato di basket americano, la NBA. Nei Los Angeles Lakers, c’erano questi due campioni di colore, di cui immediatamente mi innamorai, che erano Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar. Il primo era un atleta dal fascino magnetico e coinvolgente, estroverso e scintillante come il suo gioco; il secondo, che pure costituiva un complemento tecnico-tattico ideale del primo, era scostante e cupo, dominante ma irraggiungibile. Leggendo la storia di Lew Alcindor, come si chiamava Kareem prima della conversione all’islam, e scavando nei tragici e formidabili anni ‘60, si comprende come fosse quasi inevitabile per una personalità sensibile alle ingiustizie sociali e all’allora triste destino della sua gente sviluppare un sordo e profondo risentimento per la maggioranza bianca. Jabbar passò per un tormentato travaglio interiore e confortato dagli studi sulla misconosciuta storia dei neri d’America, dalle letture di Malcolm X e Martin Luther King, tramutò il suo rancore in azioni positive, mettendosi al servizio dei giovani dei ghetti e finendo per diventare l’unico atleta di grido a boicottare le Olimpiadi del 1968, in omaggio al “Progetto olimpico per i diritti umani”, in nome del quale invece Tommie Smith e John Carlos alzarono il pugno guantato di nero sul podio dei 200 metri.

Essere Campioni è un dettaglio
Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar

Dopo tutte le tue ricerche hai capito perché un uomo diventa un campione?

Credo di avere imparato che si tratta di un impasto variabile di passione, talento, costante applicazione (agli ordini di valenti insegnanti) e caso. Il ruolo del destino è forse più visibile proprio nel passato, quando i fuoriclasse spuntavano fra i garzoni di bottega che facevano le consegne pedalando, come nel caso di Fausto Coppi, o visitavano la palestra di un istruttore di boxe perché desiderosi di vendicare il furto di una bicicletta, come capitò a Muhammad Ali. Anche l’estrema focalizzazione, meglio se alimentata dalla passione, è sempre stata un ingrediente fondamentale, pur in tempi in cui la specializzazione atletico-agonistica era assai inferiore a oggi. Basti pensare all’olandese Fanny Blankers-Koen, che continuò ad allenarsi ossessivamene durante la guerra, quando il suo paese era occupato dai nazisti, e che portava i figli con sé per non sottostare agli stereotipi apparentemente invincibili della donna madre, moglie e casalinga; o a Gino Bartali e al suo ascetico approccio all’allenamento, cui si dedicava dopo il lavoro, incurante del tempo e della fatica. Infine, mi piace pensare che un elemento decisivo sia costituito dal  caso, che altri chiamerebbero serendipity o eterogenesi dei fini. Lily Parr, giocatrice britannica degli albori del calcio femminile, vi si dedicò per una singolare combinazione di fattori dovuti al particolare contesto sociale dell’Inghilterra del primo conflitto mondiale, mentre Joe DiMaggio, ineguagliato esempio d’icona sportiva nel pur prolifico panorama americano, da ragazzino povero e indolente fu in pratica spinto su un campo di baseball dalla prospettiva di indossare finalmente camicie e scarpe non consunte.

Essere campioni è un dettaglio
Joe DiMaggio

Nel tuo libro tratti questo argomento raccontando la storia delle pioniere del calcio femminile. Come giudichi la situazione attuale di questo movimento? Sei contento dei passi in avanti fatti o pensi che manchi ancora qualcosa?

È indubbio che sono stati fatti enormi passi avanti nelle questioni di genere, anche in ambito sportivo. Ondina Valla, che fu la prima italiana a vincere un oro olimpico negli 80 ostacoli ai Giochi di Berlino del 1936, uscì fuori da un contesto socio-culturale in cui le donne erano costrette in un ruolo del tutto subalterno e limitate nell’espressione della loro fisicità, poiché si pensava che questo avrebbe messo a repentaglio le loro facoltà riproduttive, a cui tutto doveva essere sacrificato. Valla dovette vincere le resistenze della stessa madre, che pensava che a una figlia così atletica sarebbero spuntati i peli della barba, come a un uomo! Trent’anni dopo, di là dall’oceano, Billie Jean King traghettò il tennis femminile nella modernità, combattendo per il diritto delle donne a riscuotere come gli uomini: pensando ai compensi milionari delle campionesse di oggi, sembra inverosimile che King potesse rischiare la squalifica da un torneo per gli otto dollari l’ora che guadagnava impartendo lezioni di tennis all’università. Però, come sanno bene le signore, il processo di emancipazione femminile è tutt’altro che concluso, non solo nello sport. In questo ambito più ristretto, sarà compiuto un ulteriore passo avanti, per esempio, quando ci saranno più donne allenatrici: vedere le squadre di pallavolo o di pallacanestro, o le stesse tenniste, obbedire alle direttive di un uomo, mi fa pensare che restano ancora grandi conquiste da realizzare.

Essere Campioni è un dettaglio
Ondina Valla

La copertina presenta una bellissima immagine di Muhammad Ali. Come mai hai scelto proprio lui per raffigurare il tuo libro?

Qui devo ovviamente dare merito al bravo grafico di “Scatole parlanti”. Quanto alla scelta di Ali, a un certo punto ci è parsa quasi obbligata. Ali ha rivoluzionato il modo di boxare, ha consapevolmente contestato il ruolo in cui l’America bianca e benpensante costringeva la minoranza afro-americana proprio mentre prendeva quota il movimento per i diritti civili della popolazione di colore, che di riflesso è stato rafforzato dall’impatto del pugile di Louisville sull’immaginario popolare. Infine, ha sacrificato il proprio status di eroe sportivo sull’altare di un convincimento politico e religioso, rifiutando di andare a combattere in Vietnam e così nutrendo la nascente opposizione giovanile allo scellerato conflitto indocinese, in un periodo nel quale a Washington non c’erano forze politiche che mettessero in dubbio l’opportunità di mandare la migliore gioventù americana a scaricare ferro e fuoco su un miserando paese di contadini. In pratica, nessuno meglio di Ali può simboleggiare il peculiare intreccio fra sport, storia e società che il libro cerca di seguire come un filo rosso per tutto lo sviluppo del “secolo breve”.  

Essere Campioni è un dettaglio
La copertina del libro Essere Campioni è un dettaglio edito da Scatole Parlanti

 

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Paolo Riggio

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

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