Fabio Poli ci racconta gli Eroi Silenziosi che hanno cambiato lo sport

ITALIA – Raccontare le imprese sportive in maniera originale e da una prospettiva completamente inedita. E’ questo l’obiettivo di Fabio Poli, che nel libro “Eroi silenziosi. Storie di sport e di oggetti che hanno fatto leggenda”, mette in primo piano gli oggetti protagonisti dei grandi momenti, quelli scalfiti nella nostra mente, quelli indimenticabili. Noi di MyWhere ci siamo fatti una chiacchierata con l’autore del libro.

Oggi vi raccontiamo di un’iniziativa editoriale davvero interessante. Stiamo parlando di Eroi Silenziosi. Storie di sport e di oggetti che hanno fatto leggenda, il nuovo libro di Fabio Poli che racconta le imprese sportive più clamorose, rivivendone i momenti, mostrandone i retroscena, ricostruendone le emozioni, da un punto di vista completamente diverso. I protagonisti infatti, non sono quelli che siamo abituati a ricordare e a celebrare. Al centro della narrazione del libro edito da Minerva Edizioni ci sono gli oggetti. Si, avete capito bene, Gli oggetti. Sono loro gli eroi silenziosi, come suggerisce la bellissima copertina. Eroi senza parola ma non per questo incapaci di esercitare un fascino senza paragoni.

eroi silenziosi
La copertina del libro

Nel libro c’è il ricordo del casco di Ayrton Senna, nel giorno del suo tragico incidente; il pallone del “goal del secolo” di Maradona ai Mondiali dell’86 contro l’Inghilterra; gli anelli di Juri Chechi, che entra nella leggenda a Atene 2004. La pista di atletica di Seul ’88, dove Ben Johnson fece segnare l’incredibile record del mondo poi segnato dall’ombra del doping. La mitica asta con la quale l’ucraino Sergey Bubka superò per 40 volte il record del mondo. Il guantone dell’indistruttibile Rocky Marciano, nell’incontro che lo vide diventare campione del mondo dei pesi massimi contro Joe Walcott. I pedali della bici del “Pirata”, il ciclista di tutti, Marco Pantani, nell’epica tappa sul colle Galibier che lo portò a vincere, il Tour de France dopo aver vinto in quell’anno anche il Giro d’Italia. Insomma, quanti ricordi e che momenti! Il tutto raccontato da un vero addetto ai lavori. Fabio Poli è il Direttore organizzativo dell’Associazione italiana calciatori nonché Delegato Regionale CONI della Puglia, incarico che svolge a titolo gratuito e al quale tiene moltissimo.

In occasione dell’uscita del libro, noi di MyWhere non potevamo perdere l’occasione di farci una chiacchierata con Fabio, nella quale abbiamo toccato numerosi argomenti.

Eroi Silenziosi racconta la grandezza dello sport da una prospettiva completamente diversa, cioè dal punto di vista degli oggetti, indirettamente protagonisti di momenti più incredibili. Come nasce un’idea tanto originale?

Nasce dalla consapevolezza di essere diventato “grande”, grazie alla notizia di un figlio in arrivo. Quando ho appreso la notizia della mia paternità, ho pensato a come avrei raccontato a mio figlio le emozioni e gli eroi che avevano concorso alla formazione del mio carattere, del mio di essere e di pensare. E, prima di tutto, mi sono chiesto: ma … quali sono davvero i miei eroi?

Scandagliando nella memoria, mi sono reso conto che, oltre la storia che mi avevano insegnato a scuola e che lui certamente avrebbe ripercorso, i miei eroi erano “leggende sportive”. Personaggi epici, nel senso letterale del termine, che avevano portato le capacità dell’uomo al massimo limite umano. Esaltando gli animi. Accendendo la capacità di sognare, di ambire a mete inaspettate.

Lo sport, e la nostra capacità di raccontarlo come andrebbe raccontato, erano il centro di tutto questo”.

I guantoni di Rocky Marciano, il casco di Ayrton Senna, il pallone colpito dalla Mano de Dios. C’è un oggetto a cui è particolarmente legato per la sua personale vicenda?

Il pallone colpito da Maradona, la Coppa del Mondo del 2006 e la valigia di Valentino Mazzola sono, certamente, i cimeli cui sono più “attaccato” nel senso che ho avuto, fisicamente, modo di toccarli dal vivo. Un’emozione fortissima, perché la memoria e la fantasia hanno bisogno di essere alimentate di quando in quando.

Ma, se dovessi scegliere un oggetto che mi ha davvero ispirato, beh non avrei dubbi: il casco di Ayrton Senna. Con quella livrea ispirata al Brasile, quelle scritte degli sponsor e quel terribile destino di non essere riuscito a portare a termine il suo compito: difendere il campione dagli impatti della storia”.

Secondo lei quale potrebbe essere un oggetto iconico nel panorama sportivo attuale?

Ce ne sono tanti di eroi silenziosi. Mi viene in mente il pallone della “remuntada”, del recente 6-1 del Barcellona contro il Paris Saint Germain. Ma la spada di Bebe Vio, alle ultime paralimpiadi, non sarebbe affatto male. Per non parlare della carabina di Niccolò Campriani …

Di oggetti ce ne sarebbero tanti. Tanti quante le storie che stanno “dietro” di loro. Storie di campioni, storie di sacrifici, storie di “eroi moderni” che non chiedono nulla ma danno tutto quello che un uomo può dare agli altri uomini: ispirazione. Onore. Impegno.

È la magia dello sport. Quello che le “vuote infrastrutture” che il sistema ha costruito intorno alle persone non riescono a togliere di significato, malgrado si sforzino in ogni modo di proiettare un’immagine stantia e troppo attenta al potere piuttosto che al vero spirito dello sport”.

Una domanda che scinde ma non troppo dal libro. Come sappiamo da qualche anno svolge il ruolo di Direttore organizzativo dell’Associazione italiana calciatori. Come trova il movimento calcio italiano al momento?

Mi piacerebbe, in questa sede, parlare solo di storie di “eroi”. Il calcio, anche quello contemporaneo, è pieno di storie da raccontare. Basta saperlo fare.

Quello che vedo è molto “riassunto” e poco “commento”. Come a scuola. Così nel calcio attuale. Vedo tanto parlare di come è andata la partita, di come era schierata la squadra, delle prestazioni dei singoli … Vedo decine di minuti di trasmissioni sempre più tecniche, parlare delle interazioni degli schemi con la tattica. Vedo milioni di esperti e sempre meno interessati.

Vedo … poca poesia. Ché lo sport, il calcio in primis, è prima di tutto poesia. Gesto tecnico e impegno. È rispetto delle regole, mentre le infrangi per fare qualcosa che nessuno aveva mai pensato prima.

Questo dovremmo insegnare ai nostri giovani. Non la chimera di diventare “qualcuno” attraverso il calcio. Ma la passione di gustare il momento e i suoi eroi”.

Lei vede lo sport come un’opportunità straordinaria, non solo agonistica (sviluppo economico, salute, socialità opportunità per il territorio). Ci può dire cosa intende fare per migliorare la filiera ancora imperfetta, scuola, università, quartieri, Comuni, impianti sportivi e politica?

Lo sport è una risorsa. Per il paese e per i nostri giovani. Una risorsa concreta, qui parlo da studioso di questo sistema e da docente, che già oggi dà lavoro a decine di migliaia di persone e genera un fatturato aggregato di alcuni miliardi [non milioni!] di euro.

Eppure il sistema italiano ha margini di crescita decisamente significativi. Non intendo in confronto con altri modelli [americano o inglese quelli più gettonati nel confronto], ma in termini relativi. A partire dalla scuola e dalla formazione universitaria: dobbiamo cercare di orientare meglio le giovani generazioni ad affrontare il calcio, e lo sport più in generale, come un ambiente professionale e professionalizzante. Sino a quando continueremo a proporre come cliché dell’esperto di calcio il profilo del tifoso che conosce a memoria i nomi dei calciatori della sua squadra del cuore o, persino, i minuti delle sostituzioni e dei goal … avremo perso questa sfida.

Dobbiamo avere il coraggio di pensare alla sport in maniera nuova: come passione ma anche come ambiente lavorativo. Per fare questo dobbiamo prendere consapevolezza delle potenzialità mediatiche e di business che sono già attualmente dietro a questo sistema. Che già ne reggono le sorti e ne fanno lo “spettacolo più bello del mondo”.

Grazie Fabio, in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti!

Paolo Riggio

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

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