Frida Kahlo: donna e artista, prima di essere mito

Frida Kahlo: donna e artista, prima di essere mito

MILANO – Al MUDEC di Milano fino al 3 giugno una retrospettiva su Frida Kahlo racconta la sua poetica artistica attraverso materiali d’archivio inediti e quattro temi fondamentali: donna, terra, politica e dolore.

Un intenso sguardo e grandi occhi neri dominati da folte sopracciglia scure che formano un’unica linea come ali d’uccello, e poi quei capelli corvini intrecciati, sciolti, raccolti o tagliati. Lunghe gonne e vestiti da Tehuana, collane di giada precolombiane, orecchini coloniali o a forma di mano come un “milagros” messicano. Questa è Frida Kahlo, una Donna, prima di essere artista e poi mito.

La pittrice messicana è conosciuta, di solito, per la sua dolorosa biografia e per il tormentato rapporto con il marito Diego Rivera, anziché per la sua pittura così profonda e intima. Una ricerca artistica che fu spesso etichettata dagli europei, e dallo stesso André Breton, come Surrealista per quelle immagini votive popolari e messicane che sembravano appartenere a un mondo onirico e irreale. Ma la sua pittura non era così facile da inquadrare e lei stessa affermava: “Non ho mai dipinto sogni, ho dipinto la mia realtà”. La sua opera, anzitutto, è da interpretare come il risultato di un linguaggio metaforico composto da una ricca grammatica di simbologie provenienti dall’arte popolare messicana e dalla cultura precolombiana.
Non si può comprendere, infatti, l’immaginario dell’artista se non si inizia il proprio percorso al MUDEC di Milano dall’esposizione “Il sogno degli antenati“, un prezioso cammeo in perfetto dialogo con la mostra-evento “FRIDA KAHLO. Oltre il mito“, visitabile fino al 3 giugno.

Frida Kahlo

Una piccola sezione archeologica, a cura di Davide Domenici e Carolina Orsini, che si snoda sulle due lunghe vetrine ricurve che si affacciano sulla nuvola centrale del museo. Un articolato racconto fatto di oggetti archeologici ed etnografici messicani della Collezione Permanente del MUDEC, foto storiche e immagini di opere di Frida Kahlo che spiegano come il mondo indigeno e il passato precolombiano abbiano costituito elementi fondanti della pratica artistica della famosa pittrice. Le sculture azteche, le figurine fittili teotihuacane e le ceramiche del Messico costituiscono, invero, per l’artista un lessico identitario ed estetico, un patrimonio di forme e significati che le permisero di manifestare un certo Mexicanismo, un’arte indipendente e popolare che si esprimeva soprattutto con i murales messicani. Frida, tuttavia, per rappresentare le sue idee e i suoi sentimenti, crea un proprio linguaggio figurativo fatto di immagini votive popolari, raffigurazioni di martiri e santi cristiani, fondati nella fede e nel credo popolare.

Frida Kahlo

Ma come raccontare tutto ciò, senza ricadere in letture biografiche troppo comode?

La mostra “Frida Kahlo. Oltre il mito” a cura di Diego Sileo è un progetto espositivo frutto di sei anni di studi e ricerche, che delinea una nuova chiave di lettura attorno alla figura dell’artista. Grazie, soprattutto, all’esposizione di più di cento opere tra oltre cinquanta dipinti, disegni, fotografie e materiali inediti provenienti dall’archivio ritrovato nella Casa Azul di Frida e da altri importanti archivi, quali quello di Isolda Kahlo, di Miguel N. Lira e di Alejandro Gomez Arias. Inoltre, la mostra è caratterizzata da quattro approfondimenti principali: Donna, Terra, Politica e Dolore che regalano allo spettatore un punto di vista insolito e ricco di spunti.

Frida Kahlo
Frida Kahlo, Autoritratto con treccia, 1941, photo credit: Carlotta Coppo

Nella prima, quella dedicata alla donna dal colore verde, simbolo di una buona e calda luce, si trovano lettere indirizzante ai suoi amanti o alla famiglia, disegni, fotografie e alcuni suoi autoritratti come: “Autoritratto con treccia” (1941) dipinto dopo il suo secondo matrimonio con Diego Rivera. L’artista si ritrae con una pettinatura indigena di Oaxaca, i capelli sono intrecciati a formare un ornamento, un nastro senza fine simbolo dell’eterno scorrere del tempo, accentuato – inoltre – dalla pianta d’acanto che le avvolge il corpo nudo. Molto interessante la documentazione fotografica in cui scorgiamo istanti di vita immortalati, dapprima dal padre – fotografo – e successivamente da Guillermo Dàvila, Tina Modotti, Dora Maar, Edward Weston, Nickolas Murray e tanti altri ancora.

Frida Kahlo
Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e colibrì, 1940, photo credit: Carlotta Coppo.

La seconda sezione, dalla bruciante tonalità arancio, invece, è dedicata alla sua terra, il Messico con cui la pittrice si è sempre identificata. L’interesse per la flora e la fauna si scorge, invero, fra le numerose nature morte o nei dipinti in cui il suo corpo si fonde simbolicamente con il paesaggio naturale. Il Messico è raccontato attraverso gli abiti di campagna o i costumi tehuana tradizionali con cui, solitamente, si ritrae, oppure ritroviamo rappresentati la giungla, i cervi e i pappagalli o le scimmie che nei suoi quadri acquistano un forte valore allegorico e mitologico. Ricorrente il simbolo del cuore che rappresenta la sofferenza, oppure la corona di spine che indica la negazione della libertà o le radici dell’albero per raccontare l’attaccamento alla sua terra. In “Autoritratto con collana di spine e colibrì” (1940), l’uccello, appeso a una collana di spine che richiama la corona di Cristo (elemento cattolico), è legato alla cosmogonia azteca e rappresenta l’anima dei guerrieri morti in combattimento ma anche quella dei prigionieri offerti sull’altare del sacrificio.

Frida Kahlo
Frida Kahlo, Autoritratto come Tehuana (Diego nella mia mente), 1943, photo credit:  Carlotta Coppo.

Nella sezione rossa, quella della passione politica e rivoluzionaria, le immagini per l’artista si fanno mezzo della resistenza sociale e dell’opposizione, senza, tuttavia, mai ricorrere alla mera retorica ideologica. Da questo punto di vista, nell’arte di Frida Kahlo l’approccio impegnato diventa tensione “incarnata” ed energia vibrante, traducendosi in un linguaggio visivo, spesso simbolico, che allude il più delle volte ad un senso di irresolutezza. Qui troviamo “Autoritratto come Tehuana (Diego nella mia mente)” del 1943 in cui è rappresentato l’amore ossessivo per il marito, sempre impresso nei suoi pensieri. L’artista messicana indossa un vestito austero e tradizionale da Tehuana, che evidenzia la sua adorazione religiosa verso Diego, e da cui partono dei sottili fili quasi a formare una ragnatela per “imprigionare” l’amato.

(photo credit: Carlotta Coppo)
(photo credit: Carlotta Coppo)

Un amore raccontato anche da un breve video che rivela un momento d’intimità fra Diego e Frida nella loro Casa Azul e accompagnato dall’emozionante brano musicale “Diego e io“, tratto dall’ultimo disco di Brunori Sas “A casa tutto bene”. Scritto a quattro mani con Antonio Di Martino, che ha rielaborato e cantato in italiano i testi della storica cantante messicana Chavela Vargas, la canzone è una ballata romantica che racchiude una sorta di missiva amorosa di Frida all’indirizzo del pittore e marito Diego.
Infine, una sala azzurra accoglie il visitatore, quella del dolore, in cui l’arte di Frida inevitabilmente sfocia in una vera iconografia della sofferenza e in segnali d’allarme di un profondo malessere esistenziale. Immagini torturanti, forti e disturbanti in un gioco perpetuo fra reale e metaforico.
Potente e delicata al contempo, la sezione “Il bagno di Frida“, un progetto artistico di Graciela Iturbide che nel 2007 è entrata nella casa della pittrice e ha fotografato – in bianco e nero – il bagno, unico ambiente inaccessibile al pubblico. L’attenzione è qui concentrata sui dettagli: busti, protesi e grucce, singoli elementi per narrare una sofferenza quotidiana e totalizzante.

Frida Kahlo
Graciela Iturbide, Il bagno di Frida, 2007, photo credit: Carlotta Coppo.

La mostra si chiude con una frase di Frida Khalo: “Mi auguro che l’uscita sia allegra e spero di non tornare mai più“. Ed invece, mentre ancora aleggiano nell’aria le note “Diego e io”, Frida ritorna nella nostra mente grazie a una inusuale lettura e a quei quadri, dalle piccole e intime dimensioni, ove delicate pennellate tentano di controllare ogni dettaglio. Una particolare urgenza di dare un ordine preciso a quella appassionata vita, vissuta attraverso il proprio corpo.

 

 

Retrospettiva Frida Kahlo (1907 – 1954).

Dall’1 febbraio al 3 giugno 2018

MUDEC Museo delle Culture

Milano 

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Sonia Catena

Sonia Catena

Viaggiatrice accanita e affamata di moda, arte e design, mi sposto costantemente sulla penisola italiana dal 2004, anno in cui dopo la maturità decisi di trasferirmi a Rimini e poi a Bologna per  l’Università. Con una laurea in moda e una specialistica in arte contemporanea amo creare delle interconnessioni fra queste discipline per organizzare eventi culturali a Milano. La tesi in semiotica mi ha insegnato a guardare il mondo con un’altra prospettiva e da lì è nato il mio progetto Ridefinire il Gioiello.  Affianco all’attività di curatela quella di addetta stampa, comunicazione e docenza (LABA di Rimini, “Fashion Writing”  IED – Firenze). La mia parola d’ordine? Scoprire sempre qualcosa di nuovo, ridefinire un sistema e rivoluzionarlo. Ho un’insaziabile bisogno di libertà d’espressione e di uscire dai tracciati tradizionali per organizzare costantemente nuovi eventi e progetti. Amo viaggiare di paese in paese e spaziare con la mente, chi mi conosce ha quasi paura quando dico “mi è venuta un’idea!”. Chiusa in ufficio o fare un lavoro di routine mi rende una mina vagante, mi sento una libera professionista sino al midollo, una ricchezza che mi permette di avere continuamente stimoli e idee. Il treno è la mia seconda casa, la prima non lo so ancora se a Milano, Bologna, Rimini, Firenze o Roma. La frase che mi rappresenta? “Le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare piani” dal film Mine Vaganti di Ferzan Özpetek.
Sonia Catena

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