Il gioiello contemporaneo secondo Roberto Zanon

Il gioiello contemporaneo secondo Roberto Zanon

ITALIA – Roberto Zanon, architetto, designer e docente all’Accademia di Belle Arti di Venezia ci spiega in questa intervista il suo percorso di ricerca nell’ambito del gioiello contemporaneo.

Quando cominci a spostare i tuoi interessi progettuali dagli oggetti al mondo del gioiello?

Le mie esperienze nel mondo del gioiello cominciano nel 1994 quando Gabriele De Vecchi mi invita a progettare una croce pettorale per la mostra quell’anno dedicata S. Eligio. Un gioiello destinato all’arte sacra, realizzato dall’orafo Cesare De Vecchi, che mi permetterà di imprigionare, in una forma non troppo vincolata dalla funzione, una serie di, forse aleatorie, concettualità. In seguito l’occasione di creare un gioiello più convenzionale arriverà nel 1994. Il progetto di un anello in oro in cui le immagini di dinamicità e d’interazione con la forma da parte di chi indossava l’anello si sovrapponevano ai significati simbolici. Era ancora un approccio naïve che vedeva il gioiello come un qualsiasi altro ambito-pretesto nel quale sviluppare un progetto.

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Roberto Zanon, Croce processionale, oro, 1994 (realizzazione Cesare De Vecchi)

Poi cosa succede?

Qualche anno dopo, nel 1997 l’incontro, per la prima volta, con Stefano Marchetti che scoprirò, solo dopo, essere uno dei più giovani importanti esponenti della cosiddetta “Scuola di Padova”, facente capo all’Istituto d’Arte Pietro Selvatico. Con Stefano nascerà una graduale amicizia e la sua visione critica nell’ambito del gioiello diventerà determinate per la mia formazione in questo particolare ambito disciplinare. Acquisisco la consapevolezza che Padova è al centro del dibattito internazionale nell’ambito del gioiello contemporaneo. Inizierò a frequentare le mostre organizzate da Marijke Vallanzasca nella sua galleria e le molte altre esposizioni ai Musei Civici agli Eremitani, allo Stabilimento Pedrocchi e qualche anno dopo, nell’Oratorio di San Rocco, sempre a Padova. Comincio anche a seguire le mostre dello Studio GR20 la cui direttrice Graziella Folchini Grassetto è, nel capoluogo veneto, l’altra faccia della medaglia nella promozione del gioiello d’autore contemporaneo.
Grazie alla frequentazione di queste mostre e alla città di Padova che, logisticamente, è luogo attorno al quale gravitano personaggi fondamentali del gioiello autoriale contemporaneo, ho modo di conoscere e visitare i laboratori di Giampaolo Babetto, Graziano Visintin e di avvicinare Gijs Bakker. Il designer olandese, frequentemente in veneto, lo incontrerò più volte nel corso degli anni e avrò modo di intervistarlo per una pubblicazione nel 2014 nel suo studio di Amsterdam.

Dal punto di vista del progetto, come sono continuate operativamente le tue esperienze con la realizzazione di nuovi gioielli?
Nel 1999, grazie alla ditta L’Immagine, con la quale collaboravo già da qualche tempo con la progettazione di oggetti per la casa, ho di nuovo l’opportunità di avvicinarmi al mondo del gioiello, però questa volta con un’accezione più prêt-à-porter, legata – ma al tempo ero certamente inconsapevole di questo – implicitamente al mondo del bijou. Nasce la collana Sette (che dal 2007 farà parte della collezione del Museum of Fine Art di Boston) e, successivamente, sempre con L’Immagine, una serie di altre collane-braccialetto che hanno in comune l’uso del cavetto in acciaio armonico ed elementi di resina e/o gomma e/o calamite.

Roberto Zanon, Collana Sette, acciaio, magneti al cadmio, gomma, pvc, 1999 (produzione L’Immagine)
Roberto Zanon, Collana Sette, acciaio, magneti al cadmio, gomma, pvc, 1999 (produzione L’Immagine)

L’uso di materiali semplici declinati in geometrie variabili, quindi. E successivamente la ricerca come è continuata?

Con lo stimolo e la prospettiva offerta da queste iniziali sperimentazioni nel gioiello “povero” ho iniziato a declinare i progetti con l’utilizzo altri materiali semplici e facilmente serializzabili. Nasce l’interesse nei confronti della fustella e il gioiello riproducibile con tagli in piano. Dapprima gli anelli Cherù (2002) e Ancoere (2004) prodotti in piccola serie tagliando una pellicola di pvc flessibile e trasparente, estendendo poi l’indagine, mantenendo il materiale, con una serie di altri anelli, bracciali e collari, rimasti nella versione di prototipo. Queste sperimentazioni poteranno alla mostra Locoture +RZ nel 2005. Anche il mio biglietto da visita, nello stesso anno, diventa un anello, potendolo estrarre e comporre partendo da un cartoncino fustellato. In seguito, nel 2008, lo stesso concetto sarà declinato in un nuovo biglietto dal quale si potranno estrarre un anello e due orecchini.

Roberto Zanon, Anello Ancoere, pvc, 2004
Roberto Zanon, Anello Ancoere, pvc, 2004
Roberto Zanon, Anello con orecchini (biglietto da visita), cartoncino, 2008
Roberto Zanon, Anello con orecchini (biglietto da visita), cartoncino, 2008

Ma non c’è l’interesse per i materiali preziosi che appartengono alla gioielleria tradizionale quali argento e oro?

All’inizio degli anni 2000, inizio e anche concludo, l’esperienza di produrre – assieme ad altri professionisti nella progettazione grafica e nella produzione seriale – una collezione di anelli e orecchini in argento denominata DA’ progetti preziosi. Un progetto che non è riuscito a trovare uno sbocco commerciale, ma che è servito per avvicinarmi all’ambito della gioielleria seriale, legata al territorio di Vicenza, aiutandomi a comprendere l’esistenza di un gioiello che, pur utilizzando i metalli preziosi, è fortemente legato ad uno styling effimero nelle forme, molto connesso alla moda e alla stagionalità. Sempre in quegli anni continuo, pur in modo episodico, le sperimentazioni formali con pezzi unici in oro e argento, progettando e facendo realizzare su commissione orecchini, anelli e pendenti. In parallelo affronto esperienze progettuali eterogenee con tipologie di gioiello diverse. La Catena di ghiaccio, singolo anello che evolve in collana, prodotta industrialmente nel 2003, appartiene alla tipologia dei gioiello-gioco, mentre la Collezione Cellula Z in ceramica del 2007, composta da due anelli, un bracciale e una collana, rifletteva sul prodotto seriale personalizzato in fase i produzione. In questa serie di gioielli, editati in serie limitata, anche la scatola-involucro di cera, con gli stoppini per essere bruciata quando i gioielli inevitabilmente si sarebbero rotti, diventava parte del progetto.

roberto zanon
Roberto Zanon, Anello-collana Catena di Ghiaccio, pvc, acqua, 2003 (produzione Zanif)

Quello di Roberto Zanon appare un percorso progettuale che, così descritto, sembra aprire strade diverse …

In questa attività variegata, pur investigando vari ambiti dal bijou al gioiello seriale o industriale a quello autoriale, non cambia formalmente l’atteggiamento progettuale e rimangono costanti i concetti di interazione e personalizzazione che s’intende far instaurare tra l’artefatto e chi indosserà il gioiello. Il focus sul gioiello era stato fatto gradualmente maturare ma, al contempo, frenato nello sfondo dell’attività professionale e didattica. C’erano anche state delle iniziali riflessioni critiche sulla disciplina al proposito ma parte dell’attenzione era, a quel tempo, rivolta anche all’ambito dell’allestimento e della museografia.

Gaia Zebellin, Roberto Zanon, Collezione Cellula Z, ceramica, 2007 (produzione Stylnove)
Gaia Zebellin, Roberto Zanon, Collezione Cellula Z, ceramica, 2007 (produzione Stylnove)

La tua formazione di architetto e designer in realtà aveva radici “altre” rispetto all’orafo tradizionale che si occupa in prima persona della realizzazione delle proprie creazioni; sentivi questo distacco?

Proprio per questo motivo, nel 2008 decido di acquisire una consapevolezza diversa da una progettazione slegata dall’atto realizzativo. Pur essendomi interessato ai sistemi di lavorazione più variegati, intuisco la necessità di apprendere, mettendola fisicamente in opera, la tecnica che si rapporta alla lavorazione dei metalli. Grazie alla fortuita possibilità di iscrivermi ai corsi serali offerti dall’Istituto Statale d’Arte Pietro Selvatico di Padova e dall’opportunità di avere Stefano Marchetti come insegnate, inizio con assiduità a frequentare per quattro anni la scuola, conseguendo anche il diploma di Maestro Orafo. Pur nell’impossibilità di imparare, in età matura, un mestiere così specifico, l’esperienza acquisita nei laboratori del Selvatico è stata determinante per avvicinarmi a comprendere alcune lavorazioni tradizionali che appartengono alla storia dell’oreficeria e che non possono essere ignorate nel momento della progettazione.  In questi anni di frequenza della scuola, oltre a sperimentazioni con i metalli sulla destrutturazione della forma, come l’anello De-exercise realizzato proprio sui banchi dell’Istituto Selvatico e all’impiego degli smalti, indago anche la possibilità di utilizzo di materiali alternativi da declinare nel gioiello, quali il gel poliuretanico e anche tradizionali come il vetro soffiato e il vetro a perla. Importante poi la realizzazione di un bracciale in titanio, in collaborazione con Stefano Marchetti, di una collezione di gioielli gadget realizzati in carta e di una serie di anelli edibili oltre all’anello Ribbon love, ricerca pubblicata che indagava sull’aspetto della velocità nella realizzazione di un nuovo bijou.

Roberto Zanon, Anello Ribbon Love, pvc, 2010
Roberto Zanon, Anello Ribbon Love, pvc, 2010

Finita l’esperienza all’Istituto d’Arte, ho iniziato il dottorato di ricerca presso la Seconda Università di Napoli ad Aversa ponendo il tema del gioiello al centro dei miei interessi nella tesi finale – Il gioiello 3.0: dalla funzione all’User Experience – che ho discusso all’inizio del 2016. Nuovamente la necessità di approfondimento, questa volta con un’attenzione particolare all’aspetto teorico e concettuale legato al gioiello all’interno dell’ambito disciplinare del disegno industriale.

E dal punto di vista della didattica presso le Accademie di Belle Arti nelle quali hai insegnato, il gioiello ha acquisito un suo ruolo?

Anche nell’attività didattica, a partire dall’anno accademico 2008-2009 presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, ho iniziato gradualmente ad introdurre alcune problematiche sia teoriche che progettuali legate alla progettazione del gioiello. Il tema del gioiello diventerà con gli anni una costante nei progetti assegnati agli studenti anche quando sposterò, dall’anno accademico 2012-2013, l’insegnamento del corso di Design all’Accademia di Belle Arti di Venezia. In ambito accademico anche tutte le tesi di laurea che seguo come relatore indagano nell’ampio ventaglio di argomentazioni offerte dal gioiello.
Nel 2015 sono inserito nella giuria del concorso sui gioielli organizzato dalla Venice Design Week e nell’anno accademico 2015-2016 avevo inaugurato, grazie al determinante apporto di Bianca Cappello, il corso di Design del Gioiello presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Con Bianca già in precedenza avevamo avuto delle collaborazioni con gli studenti dei miei corsi quando erano stati organizzati i concorsi Fashion Paper negli anni 2009-2011 e Gioielli di Vetro nel 2012. Collaborazioni enormemente positive e proficue per gli studenti che avevano portato appunto all’apertura del nuovo e specifico corso sul gioiello, declinato al Design del Bijou per la Moda. Un ambito inedito che intendeva indirizzare e definire quelle figure professionali in grado di soddisfare la crescente domande del settore. Grazie a questo corso all’Accademia di Belle Artidi Venezia – sfortunatamente non più ripetuto – che ha visto la presenza di un parterre di ospiti d’eccezione, ho potuto avvicinarmi e appassionarmi a questo, fino a poco tempo fa, trascurato settore della bigiotteria. Un tempo visto come l’effimero dell’effimero è ora rivalutato per le sue molte sfaccettature che coinvolgono gli ambiti che spaziano dal progetto alla comunicazione passando per la produzione e la sperimentazione sui materiali.

E per finire questo racconto, chiedo a Zanon… quali sono le tue ultime personali sperimentazioni nel progetto del gioiello?

Due sono i progetti con cui desidero concludere la presentazione del mio attuale percorso progettuale nel mondo del gioiello. Il primo è il bracciale montabile in cartoncino Baubau incluso nel libro appena presentato da Skira, Carta preziosa, che ha come autrice Bianca Cappello. Indossare un bracciale con la forma stilizzata di un cane diventa una sorta di crasi in cui il valore simbolico si fonde con il sentimento del ricordo e della presenza affettiva del proprio animale. L’effimerità del gioiello è amplificata dalla vulnerabilità fisica della carta ed è esasperata dalla possibilità di trasformare il bracciale di partenza in un zoomorfo pendente.

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Roberto Zanon, Bracciale Baubau, cartoncino, 2017 (foto di Michele Zanin)

Il secondo progetto invece deriva dalle sperimentazioni con il taglio al laser in piano. Si tratta del bracciale Pippe, metafora del contemporaneo, dove la complessa ma chiara matrice che sta alla base di molte situazioni evolve spesso in congiunture misteriose, opache e imperscrutabili. Questo “gioiello” racconta e sintetizza la mia ricerca nei confronti del progetto.

Roberto Zanon, Bracciale Pippe (composto di due elementi indipendenti), PVA (acetato di polivinile) tagliato al laser, 2018
Roberto Zanon, Bracciale Pippe (composto di due elementi indipendenti), PVA (acetato di polivinile) tagliato al laser, 2018

L’oggetto nasce da una forma definita e calcolata che conquista la tridimensione grazie all’interazione soggettiva di plasmatura di chi indosserà il bracciale. Una sagoma predeterminata perde la sua riconoscibilità formale – ma non la matrice generativa – destrutturandosi e confrontandosi con l’utente. È la trasformazione dell’oggetto in un artefatto diverso e sempre rinnovato. La consistenza spugnosa del materiale permette l’umidificazione per far acquisire malleabilità al bracciale. Le caratteristiche intrinseche del PVA (acetato di polivinile) utilizzato sono rispettate e legate all’esito formale. Il taglio al laser, tecnologia che appartiene al contemporaneo, si rivela necessaria per la precisone di recisione ricercata in rapporto alle qualità spugnose del supporto. È esplicito il rapporto forma-materiale-tecnologia-utente che sta alla base della mia visione del progetto.

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Fabiola Cinque

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
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