Il gioiello d’artista. Cosa può comunicare il gioiello?

Il gioiello d’artista. Cosa può comunicare il gioiello?

MONDO – Il gioiello d’artista. Dalla memoria del gioiello e della sua evoluzione, viaggio alla scoperta delle evidenze preziose nell’arte.

Un’opera d’arte può essere considerata alla stregua di un libro aperto. Il suo ruolo narrativo a un primo sguardo è qualcosa che non sempre è percettibile: al contrario, si tratta di un processo in continuo divenire, uno svelamento graduale. La storia raccontata, sempre diversa, diviene esplicita solo nel momento in cui tutte le evidenze, tutti i segni, sono stati presi in considerazione: anche i più piccoli e apparentemente in secondo piano come ad esempio una spilla colorata appuntata sull’abito.

In questo breve saggio, che deriva da una ricerca più ampia dal titolo Di Splendente Bellezza. Storie di corpi e intrecci di sogni, cercherò di raccontare storie e fenomeni differenti, seguendo il filo rosso del gioiello inteso come evidenza pregnante. Partirò dunque col porre alcune domande fondamentali: può il gioiello concorrere al senso complessivo di una data opera? Può essere egli stesso sede del senso?

Brevi considerazioni sul gioiello

L’oro e il gioiello hanno sempre funzionato come entità segniche (sono cioè evidenze mutuate sia da espressione che da contenuto), generando attraverso i secoli un intreccio costante e inestricabile di contatti, contaminazioni fra culture e riappropriazioni di stile: l’affascinante mondo antico ci insegna che niente nell’ornamento è mai lasciato al caso e che esso ha sempre rivestito una valenza simbolica per rafforzare le identità in gioco. Per questo ed altri motivi è interessante indagare la dimensione significante del gioiello, quella che lo rende veicolo della trasmissione di messaggi, concetti e simbologie.

Innanzi tutto occorre ricordare che l’uso dell’ornamento rientra nei costumi dell’umanità fin dai suoi albori: dapprima realizzato con piccole ossa o denti animali, semi e conchiglie e poi in oro e pietre luminose, esso ha accompagnato la nostra evoluzione in tutte (o quasi tutte) le sue fasi. L’uomo ha sempre voluto ricoprire la pelle di colori, ha sempre cercato di trovare un mezzo dell’espressione del proprio io anche nelle decorazioni. Per questo motivo esistono al mondo sia monili contro il malocchio che gioie da capriccio, realizzate con materiali preziosi o meno.

Se prendiamo in considerazione le forme possiamo notare che esse si diffondono e si ripetono e così, come per loro e per le tipologie di gioiello, esiste anche per gemme, smalti e altri materiali una sorta di codice antico, il quale veniva seguito a seconda dell’occasione e a seconda del messaggio che il gioiello avrebbe dovuto comunicare, diverso per ciascun contesto. Per quanto concerne l’ornamento prezioso, secondo questa codificazione non scritta, l’oro è stato considerato praticamente in tutte le culture come simbolo del divino, del potere, del soprannaturale; il metallo, spesso connesso al culto del sole – da Apollo, a Ra, al culto del Sol Invictus – divenne successivamente attributo di Dio nella religione cristiana e simbolo del suo splendore divino. Per comprendere la moltitudine di significati che l’oro ha incarnato nel corso dei secoli basti pensare che esso può accompagnare i defunti lungo il loro eterno viaggio e al contempo ornare il collo di ricche signore d’alto rango: appartiene dunque ai morti e ai vivi in uguale misura, è sacro quanto profano, evidenza tangibile dello status e di appartenenza ad ambienti di nicchia. Tutto questo brulicare di significati, di attributi magici, di simboli e di corrispondenze antiche, si riverbera nel corso dei secoli come in uno specchio: le antiche credenze si tramandano, mutano forma e si adattano a nuovi usi e costumi, ma senza modificarsi nella sostanza.

La memoria del gioiello, della sua evoluzione, dell’oro e dei suoi significati trova largo spazio nelle arti visive, sia in pittura che in scultura, con un picco esponenziale durante il periodo che va dal Medioevo a tutto il Rinascimento e si protrae fino al Barocco, per poi ritornare progressivamente come protagonista sulla scena dell’arte nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo con l’Art Nouveau, che pone le basi per l’exploit del gioiello d’artista a partire dalle Avanguardie Storiche. A livello storico-artistico le testimonianze insite all’interno di opere quali dipinti e sculture possono essere fondamentali per lo studio delle evoluzioni stilistiche e tecniche dell’oreficeria, per la datazione delle opere stesse, per una ricerca su più piani che vede protagonista la moda a seconda del secolo e il significato dei monili a seconda della circostanza.

Cosa si intende dire con questo? Affermare che, purtroppo, spesso o quasi sempre, il gioiello sia condannato a passare pressoché inosservato all’interno delle opere a causa delle sue ridotte dimensioni rispetto all’intera composizione o a essere apprezzato solo ed esclusivamente per la sua irresistibile bellezza. Ma, se si presta più attenzione a questi meravigliosi dettagli, si scopre che essi hanno in realtà tantissime storie da raccontare.

Viaggio nei dettami interni al quadro

Quando parlo di “viaggio dentro al quadro” vorrei riferirmi alla creazione di un corpus di opere di diverso formato, tanto tele dipinte quanto gioielli veri e propri, percorrendo quattro ipotetici “itinerari” che ci consentono di scendere nelle profondità delle loro strutture, entro le quali il gioiello è assoluto protagonista o concorre al programma complessivo della significazione dell’opera. Essi saranno, nell’ordine: 1. la storia per immagini, 2. la sfera del sacro, 3. l’occhio della rappresentazione e 4.  il rapporto tra pelle e oro.

Il primo itinerario, quello che ci introduce in questo viaggio, è legato alla storia dell’evoluzione delle arti e dei mestieri: conoscere la disposizione degli ambienti, osservare gli utensili che venivano adoperati, percepire la varietà dei materiali è possibile facendo riferimento all’arte stessa. Per esempio, tra il Sant’Eligio nella sua bottega del Maestro della Madonna della Misericordia (fig. 1) e La bottega di un orefice di Alessandro Fei (fig. 2) si può ben notare come l’ambiente lavorativo muti considerevolmente in un arco cronologico di appena due secoli. Ciò accade perché gli artisti dipingono ciò che sono soliti vedere all’interno delle botteghe orafe del loro tempo, ne descrivono la struttura, la disposizione e gli oggetti. Così come si può registrare l’evoluzione della moda, è possibile anche indagare la storia dell’arte orafa.

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Maestro della Madonna della Misericordia, 1370 ca., Sant’Eligio nella sua bottega, tempera su tavola (35 x 39 cm), Museo del Prado, Madrid. © Museo Nacional del Prado

L’osservatore che si trova di fronte all’opera di Fei non potrà altro che pensare che, in uno spaccato architettonico complesso, con ambienti separati da ritmiche colonne libere, possa quasi avere l’impressione di stare dietro al banco accanto all’orefice, di assistere all’esposizione e alla vendita dei gioielli, quasi come se fosse l’apprendista di bottega. Guardando attentamente, disposti un po’ ovunque, gli sarà facile distinguere collane di perle, oggetti in oro, corone, oggetti in metallo con decorazioni a sbalzo e cesello: tutti manufatti che era possibile trovare in una bottega di questo tipo. I probabili acquirenti scrutano con occhio critico la merce e dialogano animatamente con i mercanti nel tentativo di concludere affari vantaggiosi, mentre alcuni artigiani sono indaffarati di fronte al fuoco per la fusione dei metalli e altri sono intenti nella battitura di lastre metalliche. Fei mostra tutte le attività di una bottega del XVI secolo, dalla produzione alla vendita, senza tralasciare la minuziosa descrizione degli attori protagonisti e rendendo gli stessi osservatori attori.

Nell’opera del Maestro della Madonna della Misericordia possiamo invece scorgere un altro particolarissimo elemento, che costituisce lo spunto dal quale partire per il secondo itinerario, quello legato al tema del sacro: in alcune rappresentazioni della bottega appare il santo protettore degli orafi e dei maniscalchi nei panni del mastro orafo, a sottolineare la solida connessione che si  verifica tra arti, mestieri e religione (fig. 1). Il santo in questione è Eligio, vescovo di Noyon, il quale visse tra il 588 e il 659 lavorando al servizio di re Clotario II come orefice e come direttore della zecca, prima a Limoges e poi a Parigi.

Questo inestricabile legame con il sacro si manifesta ancor più apertamente se si passa all’analisi del linguaggio dell’oro, cioè all’analisi dei significati che forme, tipologie e soprattutto pietre acquisirono grazie alle fonti scritte. Le fonti antiche ci tramandano indizi straordinari a riguardo: nel Vangelo di Giovanni, lo Splendore Divino è paragonato metaforicamente alla bellezza di rilucenti gemme, e la città Santa è costruita con oro e pietre preziose. Questi elementi divengono, nell’immaginario di chi legge, espressione tangibile dello splendore, attributi fondamentali degli apostoli, della Vergine, di Cristo stesso. Dunque, su queste basi, si assiste a una vera e propria codificazione di significati associati a gemme e preziosi, i quali si dimostrano necessari per comprendere alcune opere e leggerne i messaggi; codificazione che si manterrà e si arricchirà nei secoli.

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Alessandro Fei, La bottega dell’orefice, 1570-1573, lavagna (116 x 80 cm), Museo di Palazzo Vecchio, Firenze. © Wikimedia

Quando si parla del sacro non si può tralasciare la grande importanza che l’oro ha sempre avuto come veicolo di espressione del messaggio divino. Esso è molto diffuso nelle tavole medievali: a fornire le istruzioni per l’applicazione del materiale prezioso sulle tavole fu Cennino Cennini, artista e teorico. Nel suo Libro dell’arte, un vero e proprio manuale sulle tecniche più utilizzate in pittura – dall’affresco alla preparazione delle tempere, dalla miniatura alle tavole dipinte – fornisce al lettore le ricette per la corretta preparazione dei pigmenti e per la loro messa in opera; illustra i vari procedimenti pittorici, tra cui anche quello delle tavole realizzate mediante applicazione della foglia d’oro.

Il fondo oro era espressione della luce divina, simbolo della sfera celeste del sacro. La consuetudine delle tavole medievali a fondo oro muta a partire da Giotto di Bondone, il primo che decise di squarciare questo velo prezioso per rappresentare il cielo e le stelle degli uomini, senza mai rinunciare all’utilizzo dell’oro per tanti altri particolari delle sue pitture.

Proprio in quest’ottica di approccio alla rappresentazione della natura, in tempi successivi il fondo oro verrà progressivamente abbandonato, e al suo posto compariranno i gioielli dipinti. Queste gioie che ornano molto spesso il corpo della Vergine ed altri santi, così come Cristo stesso, svolgono la funzione di veicolo di messaggi simbolici, come per esempio accade nel Polittico dell’Agnello Mistico. Per comprendere quali significati vengono attribuiti alle gemme è necessario consultare i testi a esse dedicati o quelli in cui se ne fa menzione. Nel caso della Vergine, le pietre che solitamente le si associano sono quelle che simboleggiano le Virtù Teologali, cioè il carbonchio della fede, lo smeraldo della speranza e il rubino della carità. Detto questo, è molto curioso osservare come in questo caso la Vergine venga ornata di gioie in maniera differente a seconda dell’evento narrato nel polittico: nelle ante esterne, in cui viene raccontato il momento dell’Annunciazione, Maria appartiene ancora al mondo terreno e viene raffigurata con pochi e semplici gioielli ˗ porta sul capo una sorta di frenello composto da un filo di perle, simbolo di purezza ˗ ma, al contempo, viene investita della luce divina emanata dal diadema e dal medaglione indossati dall’Arcangelo Gabriele.

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Annunciazione dal Polittico dell’Agnello Mistico. Le linee evidenziano la diversa propagazione della luce divina a seconda del personaggio e del suo ruolo all’interno dell’enunciato. (Tavola di studio)

I gioielli e la luce che emanano divengono espressione del messaggio divino, manifestazione dell’invisibile (fig. 3). All’interno del polittico, nella rappresentazione della Deesis, la Vergine indossa un abito finemente decorato e ornato con perle, zaffiri, smeraldi e rubini. Sul capo porta una corona anch’essa decorata con gemme e arricchita da gigli, mughetti ed altri fiori simbolici. Sulla corona è incastonato un grosso diamante, segno che ora anche lei fa parte del Regno Celeste (fig. 4).

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Hubert e Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico o Polittico di Gand (aperto),1432, olio su tavola (3,5 x 4,6 m), Museo delle Belle Arti di Gand, Gand. Focus sui gioielli indossati dalla Vergine nelle ante esterne ed interne del polittico. © Web Gallery of Art

E se il gioiello diventa occhio della rappresentazione?

Il gioiello è espressione di status di appartenenza, d’amore, di pensiero. Il terzo itinerario vuole porre l’attenzione sul ritratto e sul gioiello inteso come cornice sull’animo degli effigiati, cioè come demarcazione tra mondo reale e virtuale del soggetto. All’interno dei ritratti il gioiello partecipa alla costruzione di una regolamentazione del senso più sottile e specifica rispetto ad altri elementi. Ma funziona anche e soprattutto da elemento spia: esso può essere considerato dal punto di vista culturologico come uno dei dettagli utili alla datazione dell’opera, allo studio della moda di una determinata epoca, per individuare pezzi unici appartenenti a grandi collezioni principesche, per comprendere quale fosse lo status sociale d’appartenenza dell’effigiato e se questi avesse particolari connessioni a ordini, sette o famiglie d’alto rango. Talvolta però i monili incarnano anche un ruolo psicologico: divengono espressione dei moti interiori dell’animo, rivelatori di parte, occhi parlanti, come nel caso delle vistose collane di Frida Kahlo. Queste coloratissime gioie polimateriche si trasformano, durante il periodo di maggior dramma psicologico dell’artista, in collane di spine che le stringono e le trafiggono il collo facendolo sanguinare (fig. 5).

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Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e dettagli, 1940, olio su tela (47 x 61 cm), Harry Ransom Center, Austin. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust

Infine, quando si parla di occhi della rappresentazione non si può certo prescindere dal trattare il gioiello che meglio li rappresenta: i Lover’s Eye (fig. 6), gioielli sentimentali diffusi tra XVIII e XIX secolo. Il lover’s eye si configura come una magnificazione dell’occhio dell’amato, dipinto e incorniciato da splendidi monili in oro e pietre preziose o luminose perle. È qui che il gioiello diviene feticcio e cornice, e, talvolta, come nei dipinti contemporanei di Fatima Ronquillo,  quadro nel quadro. Partendo dal fatto che molto spesso i lover’s eye erano occhi di amati defunti o molto lontani, si può affermare che essi si configurano come finestra sul mondo dell’amato, sul suo animo, su una dimensione che fa parte della persona che lo indossa ma che al contempo essa non può vivere personalmente, una sorta di realtà virtuale.

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Anonimo, Occhio in miniatura (lover’s eye), inizio XIX secolo, V&A Museum, Londra. © Victoria and Albert Museum, London 2017

L’oro sulla pelle

Abbiamo avuto modo di constatare come la materia prediletta nel gioiello dentro al quadro (o come cornice del quadro) sia l’oro. L’ultimo itinerario è quello delle strette relazioni che intercorrono tra le arti durante la produzione artistica. Sono stati tanti gli artisti che durante la loro formazione o durante la propria carriera incrociarono l’arte orafa: tra questi è impossibile non ricordare Ghiberti, Donatello, Benvenuto Cellini, ma anche in tempi più recenti altri grandissimi come Salvador Dalì e Giorgio De Chirico, solo per citarne alcuni. Per quanto concerne i primi, l’oreficeria fu spesso il punto di partenza della loro formazione. Essi erano in grado di lavorare i metalli tanto da redigere trattati sulle tecniche e sui materiali. Per i secondi, invece, si parla di gioiello d’artista e la realizzazione delle loro creazioni veniva affidata quasi sempre a mastri orafi che eseguivano i loro progetti. Il titolo è dunque un gioco di parole: si intende, mettendo tra parentesi l’apostrofo, tanto l’oro come materiale quanto loro, gli artisti.

Il gioiello d’artista si manifesta come fenomeno nascente con le Avanguardie Storiche e si protrae fino ai giorni nostri; delle sue molteplici nature e attitudini è molto interessante il passaggio dal bidimensionale pittorico al tridimensionale del gioiello in casi come quelli di Salvador Dalì e Giorgio De Chirico (fig. 7-8), i quali si ispirarono a loro famosissimi dipinti per la realizzazione di monili unici e inconfondibilmente connotati.

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I gioielli di Dali indossati contemporaneamente. © 2012 Novoceram

Un altro elemento straordinario è il legame tra pelle e oro nel gioiello d’artista (e non solo). Queste opere d’arte vengono immortalate nella fotografia artistica proprio come si fa anche con la scultura. All’interno del medium fotografico giocano con il corpo e divengono protagoniste assolute, mentre la pelle, superficie neutra, fa da supporto al gioiello e ne sottolinea le forme, così come accade ad una tela accolta su una parete bianca. Il gioiello d’artista è ricerca formale, scultura in miniatura; talvolta, come accade per i gioielli di Salvador Dalì, cerca di imitare il corpo stesso, le sue fattezze e la sua pelle. Si verifica una trasposizione di significati intensa, di traduzioni da definizioni letterali a gioielli tangibili e indossabili. Il gioiello d’artista vive di vita propria e gioca e dialoga e si fonde con i corpi, in un continuo scambio reciproco.

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Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca,1924, olio su tela (90 x 60 cm), Collezione Privata e Spilla Manichini (Ettore e Andromaca), 1955-1960, oro, smeraldi, brillanti, firmata sul retro di lato a sinistra: G. de Chirico. © Fondazione Giorgio e Isa de Chirico

Conclusioni

Il gioiello è qualcosa di magico: dalla chimica che si cela dietro ai cambiamenti di stato del metallo, alla progettazione, alla lavorazione e fino ad arrivare alle relazioni che instaura con l’uomo. Esso è il risultato dell’unione tra la passione, lo studio, la tecnica, la dedizione, il sudore dell’artigiano e materiali di suprema bellezza, alchemici ed eterni. Tutto questo intreccia e fonde inevitabilmente l’amore di chi lo custodisce, la meraviglia di chi vi si approccia per la prima volta, il corpo di chi lo indossa.

In conclusione cosa sostenere? Forse, che dietro ogni gioiello c’è una molteplicità di storie (relative alla sua evoluzione, alla tecnica, allo stile e via dicendo). Ma, in particolare dietro al gioiello oggetto delle mie riflessioni, cioè quello che sta dentro al quadro, quello che incornicia foto e dipinti in miniatura o quello pensato dall’artista, si trovano le storie che riflettono meglio i significati connessi ai mondi interiori del soggetto, evidenze utili alla comprensione del senso complessivo dell’opera.

Per le opere di Fatima Ronquillo in cui compaiono i lover’s eye cliccate qui

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Marika Jessica Farina

Marika Jessica Farina

Vivo a Bologna ma la mia terra natale è sempre nel cuore. Il vento della Sardegna, il mare, gli aspri paesaggi e l’odore di ginepro non mi abbandonano mai. Ne porto sempre con me un pochino, perché le radici sono lunghe e ben salde, motivo della mia determinazione e della mia testardaggine. Ho imparato ben presto che le mete si raggiungono con costanza e dedizione. Laureata in Arti Visive, scrivere mi dà modo di raccontare ciò che vedo, amo, studio. L’arte ha sempre fatto parte della mia vita, fin da quando coloravo i muri con i pastelli, cercando di non farmi scoprire da mia madre. Da allora prediligo giorni arcobaleno, specchio della mia personalità.
Marika Jessica Farina

8 Responses to "Il gioiello d’artista. Cosa può comunicare il gioiello?"

  1. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   11 ottobre 2017 at 16:37

    L’ipotesi che nei gioielli indossati dai personaggi ritratti, si possa trovare indizi che rimandano all’interiorità del soggetto rappresentato è interessante. Tuttavia io credo che il più delle volte vengano usati nella pittura pre romantica non per aggiungere verità interne, bensì per cancellarle.

    Rispondi
    • Marika   16 ottobre 2017 at 11:36

      La sua osservazione è molto interessante! Probabilmente vi è una molteplicità di occasioni in cui il gioiello viene rappresentato come “scudo” dell’interiorità della persona effigiata, essendo esso stesso il più delle volte semplice vezzo da sfoggiare. Ovviamente il ragionamento sul gioiello come indizio all’interno del quadro parte dal presupposto che i dipinti scelti come oggetto di studio appartengano tutti a specifici momenti della storia dell’arte in cui sovente veniva proposta una spiccata attenzione all’iconografia e/o al simbolismo, ragion per cui non pare difficile imbattersi in “gioielli che parlano”.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   22 ottobre 2017 at 10:54

        Sì certo, ogni segno finisce col dire qualcosa. Volevo dire che i gioielli nella ritrattistica pre romantica mentono sul soggetto, volendone eterizzarne l’effigia.

        Rispondi
  2. Adriana   11 ottobre 2017 at 21:17

    Stupendo! Uno scritto pieno di spunti e riflessioni sul ruolo del gioiello che invita a prestare molta più attenzione alla sua presenza nel quadro!

    Rispondi
  3. Ezio   12 ottobre 2017 at 11:09

    Articolo molto interessante, sarebbe bello poter approfondire alcuni punti.

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  4. Mariacristina   13 ottobre 2017 at 21:32

    Articolo veramente interessante, scorrevole e coinvolgente! Trasmette al lettore la passione di chi scrive.
    Inoltre è affascinante che il gioiello, di solito considerato un mero accessorio, possa invece celare significati simbolici o addirittura messaggi!
    Mi piacerebbe leggerne degli approfondimenti.

    Rispondi
  5. Marika   16 ottobre 2017 at 11:45

    Adriana, Ezio e Mariacristina, vi ringrazio! Sono felice che la lettura dell’articolo vi abbia appassionati! Riguardo gli approfondimenti vedremo come procedere, sarebbe un piacere.

    Rispondi
  6. Marco p.   17 ottobre 2017 at 14:25

    Articolo interessante

    Rispondi

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