25 novembre 2017: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

25 novembre 2017: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

ITALIA – Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per denunciare le barbare violazioni dei diritti umani e civili di cui, troppo spesso, siamo vittime.

In questi giorni sto leggendo “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés. E’ un libro allegorico, un libro che analizza gli archetipi con i quali siamo cresciute, i paradigmi femminili, più o meno lucidi, coscienti, che hanno cucito a mano la trama della nostra educazione, investigandoli a fondo e smembrandoli con accuratezza chirurgica, così che ci sia dato vederli dall’interno, comprendere il meccanismo che li muove e che, muovendo loro, aziona pure noi. Una specie di vivisezione emotiva dai risultati sorprendenti, roba che mai avresti pensato di te stessa e nella quale, invece, sei costretta a riconoscerti, a dire: “Sì, questo lo faccio anch’io. Questo capita anche a me”. Ho letto poco più di cento pagine, me ne restano ancora molte altre prima di arrivare alla fine. Ad oggi, tuttavia, la parola più ficcante, quella che sembra ricorrere con maggiore frequenza, è “consapevolezza”.

Consapevolezza è un’espressione abusata, di questi tempi. Una specie di calderone per la minestra dentro il quale butti tutto quello che avanza, perché ogni cosa fa brodo, si sa, e allora bene, chiamiamola consapevolezza che di sicuro non sbagliamo. Ma, contrariamente a quanto si creda, consapevolezza non è essere informati circa, avere cognizione di, sapere che. Consapevolezza è una trivella, un foratoio. Serve a scavare, a bucare i livelli di coscienza più superficiali, a spaccare la crosta. E’ un fatto intimo, è conoscenza “coerente”. Clarissa Pinkola la paragona ad una chiave che apre porte vietate, varchi che ci sono stati preclusi dalle intimidazioni psicologiche dei nostri “predatori interni”. Quando la fanciulla del mito, che Clarissa racconta, schiude la sola porta che le era stato intimato di non aprire, la chiave si sporca di sangue. La donna prova a ripulirla ma non c’è verso di far andare via la macchia che, a dispetto di ogni sforzo di lucidatura, si fa sempre più copiosa, invadente, impossibile da occultare. Funziona così con la consapevolezza: aperta la porta e incrinata la crosta, non è possibile fingere di non aver visto. La consapevolezza è una pistola carica, una finestra spalancata sul mare magnum del nostro valore intrinseco, con orizzonti nitidi e nessuna foschia ad appannare la vista.
Armarsene significa tagliare i cavi d’acciaio con i quali Mangiafuoco orienta i nostri passi sulle travi di legno del palcoscenico della vita e cominciare a camminare da soli, al prezzo di un necessario disorientamento iniziale. E’ un’opera di coraggio, è la libertà che passa per il dolore della crescita, quando ci infiliamo sulla testa un sacchetto di plastica e impariamo a respirare a respiri corti, illudendoci che quella sia aria di montagna; oppure navighiamo a vista in una pozzetta melmosa, chiamandolo mare, vedendoci dentro addirittura l’oceano e tutta la fauna marina. Ce la raccontiamo. E lo facciamo per sopravvivere. Perché sopravvivere è il primo istinto, il più forte, il più vicino alla nostra natura animale, quello che tiene al mondo e che sottintende ogni azione umana. Sopravviviamo dentro un lavoro mortificante, ad esempio, dal momento che i soldi ci sono indispensabili. Sopravviviamo dentro amori che dipingiamo più belli di quanto siano in realtà, perché li abbiamo scelti e sentiamo il bisogno di nobilitare questa scelta, di renderla sacra, o perlomeno giusta: riconoscere di aver sbagliato, di aver fallito, non è mai una bella cosa.
Le storie sbagliate, però, non sono tutte uguali. Alcune sono più sbagliate di altre. Sono le storie che alzano le mani. In senso fisico. Sono quelle che parlano il linguaggio dei pugni, dei calci, dei nasi rotti, delle costole incrinate, dei cavi stretti intorno al collo, dell’acido che ti mangia la faccia, dell’intimidazione psicologica. Funzionano su meccanismi a leva e le leve son sempre le stesse: il ricatto emotivo, il senso di colpa, la sudditanza, la dipendenza, la mortificazione dell’altro, la prevaricazione. Quando prevaricare diventa un atto di forza bruta per mezzo del quale sottomettiamo il più debole e imponiamo noi stessi. La consapevolezza è il solo strumento di cui disponiamo per salvarci. In sua assenza, siamo prede di docile cattura.

Essere donna – di questi tempi, prima ancora di questi tempi, e in qualunque tempo la storia ci consegni – vuol dire che, sul lavoro, a parità di titoli e capacità, dovrò fare uno sforzo doppio per dare prova del mio valore ed essere pagata meno rispetto a un uomo.
Essere donna vuol dire che, camminando per strada, mi sforzerò di ignorare i fischi, gli apprezzamenti pesanti, gli sguardi indagatori, perché se reagisco, se ti chiedo cosa diavolo hai da guardare, rischio una reazione nella quale, probabilmente, avrò la peggio. E, a seconda del mio abbigliamento, mi assolveranno, facendo di me la vittima che effettivamente sono, o mi condanneranno, dipingendomi come la Maga Circe che ha provocato Ulisse. “Se l’è cercato”, mi diranno.
Essere donna vuol dire che, in alcune parti del mondo, mi metteranno un velo sulla bocca, togliendo voce e peso alle mie parole; mi amputeranno gli organi genitali, per una malata idea di purificazione a cui devo sottopormi, per un peccato che non ho commesso ma che sono tenuta ad espirare; mi obbligheranno a sposare il mio aguzzino e mi chiameranno “sposa bambina”, come fossi una bambola, come fossi un giocattolo.

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Foto di Edwin Andrade, da Unsplash.

La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, designando il 25 novembre come data della ricorrenza e incentivando i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a promuovere attività volte alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica. La data fu scelta da un gruppo di attiviste in ricordo del brutale assassinio, nel 1960, delle tre sorelle Mirabal – chiamate mariposas, farfalle, per la loro azione di liberazione – ree di aver osteggiato il regime dittatoriale di Rafael Leónidas Trujillo, che tenne sotto scacco la Repubblica Domenicana per oltre trent’anni. Il 25 novembre 1960, le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono fermate dagli agenti del Servizio di informazione militare, torturate, massacrate a colpi di bastone, strangolate e poi gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

Anche quest’anno, da Nord a Sud, dai grandi capoluoghi ai paesi di provincia, le iniziative italiane per la celebrazione del 25 Novembre sono numerosissime. Ikea e Telefono Donna, a questo proposito, lanciano uno spot pubblicitario all’interno del quale i mobili per l’arredamento della casa vengono scelti col criterio dell’ “arma” con cui difendersi – brandendo un portacandele, ad esempio, o la cornice di un quadro – e del “nascondiglio”, della via di fuga da prendere per sottrarsi alla violenza del proprio compagno. L’ottanta per cento dei maltrattamenti, infatti, avviene all’interno della propria dimensione familiare, e conta moltissime declinazioni: l’abuso sessuale, l’aggressione fisica, l’intimidazione, lo stalking, la deprivazione economica. Stefania Bartocetti, fondatrice di Telefono Donna, e Sara del Fabbro, Deputy AD IKEA Italia, spiegano: «Lanciamo insieme una campagna forte dal titolo #PerUnaGiustaCasa, perché troppo spesso le mura domestiche non sono confortevoli né rassicuranti ma sono barriere da cui sembra impossibile uscire».

A Roma, torna “Non una di meno”, con un corteo nazionale che, il 25 novembre, partirà da piazza della Repubblica alle ore 14.00. “Un documento politico femminista che considera la violenza maschile e di genere come fenomeno strutturale e sistemico, che non può essere affrontato aumentando le pene dei reati o con approcci emergenziali ma a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza e del movimento femminista”, si legge nell’appello lanciato per accompagnare l’iniziativa. #wetoogether – Noi abbiamo un piano è il grido della manifestazione di quest’anno, a richiamare il senso dell’ unione, che non lascia sole e che fa la forza.

La Città di Napoli si fa invece promotrice de “Quello che le Donne non dicono” con “l’intenzione di sensibilizzare la cittadinanza sul fenomeno della violenza di genere quale pratica, oltre che reato, trasversale e pervasivo tipico di una società fortemente sessista, maschilista e patriarcale. Finalità della manifestazione è un invito alla consapevolezza, alla denuncia del processo e del ciclo proprio della violenza, così da generare nelle donne la volontà di sottrarsi a un’immagine vittimistica e a non restare chiuse nel silenzio. “Quello che le donne non dicono” è anche un’esortazione a una riflessione critica circa le cause e le con-cause della violenza contro le donne, al fine di rafforzare un necessario processo di responsabilizzazione umana, individuale e collettiva in tema di tutela dei diritti umani, civili, politici, sociali, culturali, economici, sanitari, ambientali e sessuali delle donne” spiega il comunicato, che invita gli istituti scolastici secondari di primo e secondo grado a prendervi parte, e prevede, per l’occasione, reading, azioni di street-art, flash mob, live – show, performance di danza e musicali.

A Milano, Marina Massironi e Livia Grossi salgono sul palco dell’ottava edizione del WeWorld Festival, la tre giorni dedicata alle pari opportunità e all’empowerment femminile che WeWorld – Organizzazione non Governativa impegnata da quasi vent’anni nella difesa dei diritti delle donne e dei bambini in Italia e nel mondo – organizza all’UniCredit Pavilion di Piazza Gae Aulenti dal 24 al 26 novembre. In particolare, Livia Grossi alle 17.30 presenta “Nonostante voi”, un reportage teatrale sulla resistenza al femminile realizzato raccogliendo testimonianze sul campo; alle 21.30 Marina Massironi, invece, porta in scena lo spettacolo “Ma che razza di Otello?”, una sfilata, per così dire, delle principali donne del melodramma.

Negli ultimi 5 anni sono stati registrati 774 casi di femminicidio: una media di circa 150 l’anno, che equivale ad una donna uccisa, ogni due giorni, dal compagno. La mattanza non si ferma nonostante la legge del 2013. Legiferare non basta quando l’applicazione della giustizia è lenta, mortalmente lenta; e basta ancora meno in assenza di una rivoluzione intima, culturale, che scardini per sempre l’idea patriarcale, maschilista, di appartenenza della donna all’uomo, come fosse una casa da ipotecare, un bene di cui disporre arbitrariamente, invece che un essere umano emancipato, libero di dire: “Ho un altro”, “Non ti amo più”, “Questa sera esco con le amiche”, “La nostra storia è finita” senza rischiare la vita per l’esercizio dei propri diritti. Il diritto al rifiuto, ad esempio. Perché è questo il femminicidio: una crociata di “annullamento” dell’identità femminile, che cancella la donna, celebrando la sepoltura – fisica ed emotiva – della sua indipendenza, della sua specificità, della potestà della sua esistenza. Chissà cosa accadrebbe se gli autori di simili efferatezze potessero essere donna per un giorno almeno, per ventiquattr’ore. Come succede in alcune commedie americane, in cui uno dei due protagonisti entra nel corpo dell’altro, e viceversa. Sentirebbero, forse, come sentiamo noi. E capirebbero quello che si prova a stare dall’altra parte, ad essere il bersaglio della crociata, il tratto a matita da rimuovere, la voce da depennare.

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Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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