Il giorno di cui non si parla: il romanzo di Nikita Placco

Il giorno di cui non si parla: il romanzo di Nikita Placco

ITALIA – Il giorno di cui non si parla, di Nikita Placco. Un romanzo, edito da Licosia, sui momenti che cambiano la nostra vita per sempre e che, pur tacendo, segnano il confine definitivo tra ciò che avremmo potuto essere e ciò che siamo diventati.

Immaginate voi stessi come una bottiglia piena d’acqua e sabbia. Quando la bottiglia è ferma, la sabbia si deposita sul fondo e lì si accumula, mentre l’acqua le sta sopra e la circonda. In quell’immobilismo, in quello stato di fermo e di quiete, la componente liquida rimane tersa, cristallina, separata com’è dall’ingrediente farinoso. Ora, supponete di prendere la bottiglia e di agitarla, anche di poco, pure con dolcezza. I granelli di sabbia cominceranno a muoversi, a risalire dal basso verso l’alto, valicando la frontiera, lo sbarramento che la forza di gravità ha generato, scorporandoli dall’acqua, e le due parti finiranno per incontrarsi, integrandosi, prima che un nuovo stato di quiete torni a separarli. Succede allo stesso modo con la vita. Fin tanto che restiamo fermi, fin tanto che restiamo inerti, la sabbia dorme, pacificamente adagiata sul fondo, nel suo alveo. Quando invece la vita ci scuote, ci strapazza, quella risale e intorbidisce l’acqua. Questa contaminazione non ha valore negativo, al contrario. Ci richiama a una valutazione più sincera di chi siamo, di ciò che ci appartiene intimamente, emergendo alla luce quando le circostanze si fanno fiaccanti, persuasive. È ciò che accade a Rodolfo, il protagonista de Il giorno di cui non si parla, di Nikita Placco. Rodolfo è un notaio di successo, a cui gli agi materiali del benessere non sono mai mancati, e così le belle donne, dato il fascino che su di loro ha sempre esercitato. Ha un talento da scrittore che matura poco a poco, come la primavera quando incede, garantendo la fioritura al seme. Il successo del suo primo manoscritto, della sua prima fatica letteraria, segna l’inizio di una carriera autorale sorprendente, per mezzo della quale punterà, in ultimo, a vincere lo Strega. Nel quadro del componimento di questa sua realizzazione, si sviluppano le vicissitudini di un’esistenza in cui ha dato e ha preso, senza mai fermarsi veramente, senza mettere radici, posandosi sulle cose con lievità, già pronto al passaggio successivo, all’avventura che viene dopo. Rodolfo è legatissimo al ricordo di nonno Gustavo, tra le cui braccia, da bambino, trovava protezione ed incoraggiamento; a suo padre Luca, che gli insegnò l’arte di riconoscere il profumo degli alberi come fossero persone; ai nipoti, sui quali volge l’amore paterno che non può destinare altrove. Ha un rapporto conflittuale con la madre, Angelica, a causa di un segreto lungamente taciuto, il cui disvelamento provocherà in lui un misto di sollievo e di dolore. Rodolfo saprà convertire questo coacervo di emozioni antitetiche, discordanti, nell’atto creazionistico di un nuovo capolavoro letterario. Ciò non di meno, prima e più di tutto, egli vive una profonda scissione interna che sarà l’origine, il movente, di una sincera evoluzione: da una parte Olivia, il suo totem sentimentale – come lo definisce Nikita Placco nel romanzo – il suo raccordo di affluenti, l’amore che pervade, che rimpicciolisse e adombra tutti gli altri, ma che non si compie mai; dall’altra Carla, la sorpresa che non ti aspetti, il miracolo che arriva da una direzione imprevista, inusitata, sovvertendo l’ordine precostituito delle cose.

Il giorno di cui non si parla, di Nikita Placco, è un’opera raffinata. C’è intimità, c’è introspezione, c’è analisi certosina del dettaglio, come una lente di ingrandimento che ti obbliga ad osservare da vicino certe verità scomode e che, a fronte di questa osservazione, ti mette nella condizione di scegliere, definitivamente, chi essere e da che parte stare.

Nikita Placco
Nikita Placco. Foto di Valentina Tamborra

Nikita Placco è nato nel maggio 1968, fa l’avvocato penalista da 25 anni, vive e lavora a Roma. Il giorno di cui non si parla è il suo primo romanzo. Qui di seguito si è generosamente raccontato alle pagine di MyWhere.

Lei ha molta “cura” delle parole. Le sceglie con premura, con riguardo, con accuratezza. Sceglie specificamente una parola e non un’altra, quando scrive. È la prima cosa che si evince, leggendola…

Antonia, ti sono grato per questa restituzione in cui mi ritrovo pienamente. Il mio amore per le parole è sempre stato tale da maneggiarle con la massima attenzione, “cura” come hai sottolineato tu. Scegliendole chirurgicamente, ognuna di esse non è sostituibile.

Ne Il giorno di cui non si parla, usa un’espressione che mi è rimasta impressa: Rodolfo – il protagonista del romanzo – pensa ad Olivia come al suo totem sentimentale, è così che la chiama. La cultura araba racconta dello Zahir, il pensiero ricorrente, a cui la mente non può sottrarsi; l’amore che c’è anche quando non c’è, anche quando se ne va; il senso di appartenenza profondissima a un altro essere umano, che sopravvive al tempo e alle circostanze…

L’amore vero, quel senso di appartenenza profondissima, prescinde dalla presenza, si espande nel tempo e nello spazio, va al di là del nostro volere, non ha ragioni e non lascia scelta. Ecco perché diventa pensiero ricorrente, quando non ossessione: Zahir, totem, fame inesausta.

Rodolfo, ispirato dal film del regista spagnolo Fernando Leon De Aranoa – I lunedì al sole – sceglie di deputare questo giorno alla sua attività di scrittore, conciliandola con la professione di notaio, i cui impegni, in principio, lo fagocitano. Quali sono i “lunedì al sole” di Nikita Placco? Lei dove e quando scrive?

Ho avuto anche io giornate consacrate alla scrittura, luoghi elettivi e condizioni favorevoli. Il giorno di cui non si parla mi ha, infine, regalato una attitudine “onnivora”: scrivo ormai in qualunque momento, posto o situazione.

Il ricordo ed il rimpianto sono due momenti che ricorrono con una certa significanza all’interno dell’opera. Il ricordo di nonno Gustavo, ad esempio, che Rodolfo concepiva come porto e faro nella tempesta, incitazione e accudimento; il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, o è stato diversamente, con Olivia. Qual è il suo rapporto con queste due misure del passato? Fino a che punto pensa possano essere maestre e quando, invece, diventano carcerieri del presente e del futuro?

Il tema che mi interessa di più indagare è quello relativo alle possibilità: chi potevamo essere in luogo di quelli che siamo, cosa saremmo potuti diventare, quali dei tanti possibili noi, cosa avremmo potuto vivere e con chi. Se solo… Questo è certamente un topos nella mia scrittura, perché in fondo il passato comprende tutti i nostri possibili futuri, dei quali finiamo per vivere solo alcuni.

Il segreto è un altro elemento della sua narrazione, uno dei cardini intorno ai quali edifica l’architettura della trama. Il segreto e il suo disvelamento. “La verità è l’unica forma di restituzione possibile” ha scritto. È una frase fortemente evocativa. Quale significato le attribuisce, con esattezza? Qual è la restituzione di cui parla?

La vita di tutti noi è costellata di piccoli e grandi segreti, più o meno influenti, o intenzionali. La frase in epigrafe vuole essere un’incitazione a restituire appunto, almeno attraverso un atto di suprema autenticità, quello che possiamo aver negato a chi ci sta vicino, ai nostri affetti, al mondo che ci circonda. La verità può essere salvifica.

Nel romanzo emerge nitidamente il legame con la natura, che non manca mai di descrivere con dovizia di particolari, destreggiandosi tra i dettagli e rendendo le immagini molto visive. Uno dei primi ricordi di Rodolfo è appunto legato al profumo degli alberi, che il padre Luca gli insegna a riconoscere, operando una distinzione precisa e ingenerando un parallelismo tra le piante e gli esseri umani…

Sono molto legato a questa scena ed effettivamente la natura rappresenta nel romanzo molto più di un semplice sfondo: è essa stessa protagonista di un’osmosi continua con i personaggi, come credo valga per tutti noi. Questo scambio, a volte più implicito e altre più evidente, è sempre presente nelle nostre vite e le influenza.

Cosa rappresenta, per lei, il mestiere di scrivere?

Una necessità, un’urgenza, una condanna. C’è un bellissimo quadro di Giannino Marchig, “Morte di un autore”, che rappresenta uno scrittore morto alla sua scrivania contornato dai suoi personaggi improvvisamente orfani, che lo piangono e omaggiano l’unico demiurgo che poteva dar loro vita. Ecco, io mi sento circondato da demoni che mi implorano di dar loro esistenza.

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Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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