Giovanni Boldini: ritratti che diventano icone

Giovanni Boldini: ritratti che diventano icone

ROMA – Trasparenze e nostalgia nella Belle Époque di Giovanni Boldini in mostra a Roma dal 4 marzo al 16 luglio 2017.

Potremo riscoprire la pittura di Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931)  al Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma in una ricca ed approfondita esposizione che permetterà di immergersi in questa figura di grande fascino. È un omaggio a Giovanni Boldini ed ai suoi celebri ritratti che diventano icone; personaggi che potremo conoscere attraverso circa 130 opere provenienti da musei internazionali e collezioni private, a cui se ne aggiungono altre 30 di artisti (De Nittis, Cristiano Banti, Telemaco Signorini) a lui contemporanei.

Il percorso espositivo costruisce un dialogo di scambi e rimandi con il contesto culturale ed artistico in cui Boldini si trovò a vivere e lavorare. Di origine ferrarese e ottavo di tredici figli, fu sin da piccolo immerso nella pittura, tanto da costruire il suo primo atelier segreto, a soli cinque anni, nel granaio di famiglia; un esercizio continuo nel disegno, ispirato probabilmente dal padre, pittore e restauratore, che, tuttavia, si augurava che nessuno dei figli seguisse le sue orme in “questo sporco mestiere” che a lui aveva assicurato solo povertà; paradossalmente, invece, Giovanni acquistò enorme fama e ricchezza.

Nel 1864, sofferente dei limiti della provincia, lasciò Ferrara per Firenze; qui incontrò gli esponenti di quel gruppo, che era appena stato definito dei “macchiaioli” (Michele Gordigiani, Cristiano Banti – in mostra Aleaide Banti sulla panchina e La famiglia Banti) e che, già da qualche anno, si era allontanato dalle rigidità accademiche verso un ammodernamento artistico in cui l’osservazione diretta della realtà veniva tradotta nei vibranti contrasti di luci e ombre; nelle loro immagini cariche di luminosità, il segno potente della pittura riusciva a restituire, pur nella sua essenzialità, un’immediata verosimiglianza ottica.

Tuttavia Boldini non si integrò mai del tutto nel gruppo fiorentino mostrando sin dagli esordi la sua capacità di attingere dagli stimoli artistici circostanti, riuscendo, nonostante questo, a definire in modo autonomo la propria personalità.

A Firenze, in quegli anni crocevia di importanti artisti europei, Boldini entrò a contatto con l’aristocrazia locale e, grazie ai continui scambi artistici di cui la città era teatro, decise di lasciare l’Italia; la ricerca di successo e la costante rincorsa di vita e novità, lo portarono a soggiornare per un breve periodo a Londra e poi a trasferirsi definitivamente a Parigi dal 1871.

La pittura parigina in quegli anni stava entrando nel pieno fervore impressionista, a cui, tuttavia, Boldini non cedette il passo totalmente. La solida base luministica del periodo fiorentino, coniugata ad una pittura en plain air, si tradusse in pennellate minuziose e vibranti che riuscivano a rendere dinamici e vivi i soggetti rappresentati. Sono gli anni in cui Boldini milita ed emerge tra gli artisti della cerchia del mercante internazionale Adolphe Goupil; per il mercato sono realizzate soprattutto piccole scene in cui gentiluomini e fanciulle sono colti in giardini fioriti tra giochi di luce del sole o in interni stile Impero.

Piccoli quadri costruiti minuziosamente nei costumi e nell’ambientazione da cui si rimane colpiti per le impressionanti definizioni spaziali nonostante le ridotte misure, all’interno dei quali sono collocati i suoi personaggi, spontanei e dinamici.

A Parigi Boldini abitò a Montmartre, ed entrò a contatto con gli ambienti più influenti anche tramite la contessa Gabrielle de Rasty, divenuta sua amante.

Incapace di rimanere ancorato ad un unico modello espressivo, cominciò anche in Francia a sperimentare soluzioni originali in cui ebbe un ruolo importante l’amicizia con il pittore Degas: alternanze prospettiche e volumetriche aggiornarono il suo registro espressivo in cui la resa tecnico-pittorica che ormai costituiva la sua firma, si arricchì attraverso la ricerca della fugacità, della gestualità spontanea dei personaggi, colti in un istantaneo movimento reso immutabile sulla tela.

Boldini è un misto di “lasciato e di fatto”, di compiuto e non; molti lavori sono stati per decenni considerati come dei bozzetti, invece è giusto ritenerli opere concluse, alla luce anche dell’assenza delle opere definitive.

Sul finire degli anni Settanta nella sua produzione, acquistano un ruolo, potremo dire esclusivo, le figure femminili: inizia così la stagione dei ritratti, che celebreranno Boldini come il pittore della mondanità; colui che verrà ricercato dalle nobildonne per la sua capacità di sublimare in pittura la loro bellezza.

Tra le “divine”, così come il pittore le definiva, vi erano nomi di fama internazionale come la baronessa donna Franca Florio o la marchesa Luisa Casati; le loro effigi portarono Boldini, ancora una volta, al di fuori della ritrattistica ufficiale. Egli instaurava un dialogo con le sue muse, annullando i ruoli distinti di “pittore” e “modella”, arrivando a parlare con loro, invitandole ad esprimersi senza reticenze per far emergere il loro carattere; questo permetteva al pittore di mostrare come i principi morali di cui facevano sfoggio non erano altro che una maschera dietro cui celare la fragilità di donne, madri e mogli insoddisfatte.

Come spesso accade, al di sotto di ogni superficie che luccica si nasconde qualcosa all’interno della quale indagare; l’apparente perfezione ovattata dai vestiti vaporosi e da una sicurezza esteriore diventano solo un’impalcatura dietro cui nascondere impensabili fragilità.

Così nei ritratti a pastello a grandezza naturale, così precisi nel restituirne la fisionomia, le sue donne, vestite di trasparenze, sembrano vivere, ed è proprio la malinconia dei loro occhi a renderle ancora più vere, immortalate in un unico attimo prescelto; ogni personaggio nella pittura di Boldini, sebbene vanga reso nella sua verità, appare circondato da un’aurea quasi fiabesca e immateriale, che lo colloca in un mondo evanescente costruito da pennellate incisive che riescono a conservare una nota dolce e sognante.

Ospite d’onore in mostra è la grande tela con il ritratto di Donna Florio, realizzata tra il 1901 e il 1924; il ritratto della “Regina di Sicilia” venne eseguito da Boldini in due versioni. Il dipinto fu esposto dal 2006 presso il Grand Hotel Villa Igiea e sarà messo all’asta nell’ambito della liquidazione degli hotel della società Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone.
Coinvolto suo malgrado in tali vicende giudiziarie, qualora finisse in mani di privati, potrebbe essere una delle ultime occasioni di ammirarlo.

Ritratti che diventano icone: così accade anche al volto di Giuseppe Verdi, reso noto al grande pubblico tramite il ritratto boldiniano.

 

GIOVANNI BOLDINI
a cura di Tiziano Panconi e Sergio Gaddi
COMPLESSO DEL VITTORIANO – ALA BRASINI
4 MARZO 2017 – 16 LUGLIO 2017

Per maggiori informazioni consultare il sito del Complesso del Vittoriano

Giovanni Boldini

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Il Matador, Coppia in abiti spagnoli con due pappagalli, dipinto. 2 dia 6×7 (B01.03.11-12), 2 negativi 6×7 striscia (B02.02.04), stampa 18×24 bianco e nero (G01.14.01), carige
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Giulia Chellini

Giulia Chellini

Silenziosa scrutatrice, appassionata di arte e restauro; spesso sogno ad occhi aperti il mondo come dovrebbe essere per dimenticare il mondo come è..ed intanto perdo l’autobus. Fotografo dettagli insignificanti, cerco quadrifogli nei prati e parlo con i gatti. Penso che lo scopo della vita sia racchiuso nella parola “scoprire”: luoghi, cose e persone.
Giulia Chellini

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