Grande festa per il trentennale dell’Associazione Il Faro Onlus

Grande festa per il trentennale dell’Associazione Il Faro Onlus

FROSINONE – I giardini dell’Associazione Il Faro Onlus, in Via Conte Canofari a Sora, diventano teatro di festeggiamenti in un calendario di eventi speciali gratuiti fino al 30 luglio. Vi raccontiamo le prime tre serate all’insegna di musica, teatro e buon umore con cui l’Associazione, da trent’anni attiva nel volontariato contro le dipendenze, ha brindato insieme a centinaia di affezionati.

Trent’anni e non sentirli, si dice di certi giovani non più ventenni che per vuota leggerezza o consapevole incoscienza si ostinano a comportarsi come tali. La frase si addice però anche a tutti quegli adulti che uniscono alla maturità degli anni la freschezza di uno spirito sempre ruggente. È questo con tutta probabilità anche il caso dell’Associazione Il Faro Onlus, che pur operando dal lontano 1989, si avvale di una squadra di ragazzi volontari realmente giovanissimi. Come in tante occasioni di cui abbiamo parlato,  ad esempio nel caso della recente III edizione del Festival della Psicologia. Capire per Capirsi, che ho avuto il piacere e l’onore di presentare nella prima giornata, il gruppo coordinato dal Dott. Armando Caringi affianca la sua vasta rete di attività sociali gratuite, come l’ascolto e la riabilitazione dei soggetti tossicodipendenti, i servizi di supporto scolastico e i tanti laboratori creativi, alla realizzazione di iniziative culturali a libera partecipazione, come ulteriore elemento di crescita e coesione sociale per la città di Sora. Spegnere trenta candeline è un momento di festa ma anche di inevitabili bilanci, che malgrado un cammino non semplice Il Faro ha voluto condividere insieme alla comunità nella maniera più brillante: 4 serate di spettacolo gratuite, che si concluderanno stasera alle 21.30 con lo show musicale “Quando l’Italia conobbe lo Swing”, a cura dei Body and Soul Quartet, composti da Gianni Balestrieri alla Chitarra, Roberto Gabriele alla Fisarmonica, Mario Rea al Basso, e Maurizio Di Tollo alla Batteria. I festeggiamenti hanno avuto inizio lunedì 21 luglio, ancora in musica, con i Cosmic e la loro magistrale rilettura in chiave “jazz siderale” dei successi di grandi artisti come David Bowie, Elton John e alcuni classici degli anni ’50.

È stato però il 24 luglio che l’atmosfera dei Giardini del Faro si è fatta più calda, grazie alla presenza di autorità politiche e religiose, ma soprattutto a un numero di partecipanti che superava le 200 persone, sedute anche oltre i cancelli dell’Associazione, sino al ciglio della via asfaltata. Momenti di arte e cultura realizzati grazie alla collaborazione di musicisti e attori, ma soprattutto, come ha affermato Caringi durante i ringraziamenti di apertura della serata, ai volontari del servizio civile, capaci con pochi mezzi di far fronte a mille difficoltà in una continua corsa contro il tempo. Il Dott. Caringi non ha mancato di spiegare come molti di essi scelgano nel tempo di diventare operatori stabili all’interno dell’Associazione. Proprio un’ex volontaria de Il Faro, la Dott.ssa Paola D’Orazio, assistente sociale, ha preceduto sul piccolo palco le autorità civili giunte in rappresentanza dei Comuni limitrofi. La parola è poi passata al Vice Sindaco di Arpino Massimo Sera, che ha portato i saluti del Sindaco Renato Rea e di tutta l’amministrazione: Senza l’associazionismo vero, che produce atti concretamente significativi nella realtà quotidiana del territorio, le amministrazioni comunali si troverebbero in grande difficoltà, a causa delle risorse limitate. Grazie al volontariato, riusciamo però a sopperire a molti limiti e a garantire servizi di assistenza a tutti. Facendo attivamente parte a mia volta di alcune di queste associazioni, conosco le difficoltà del lavoro quotidiano nel quale sono impegnate. Per questo, in occasione del suo trentennale, auguro all’Associazione Il Faro di proseguire la sua attività negli anni a venire con l’efficacia e l’entusiasmo dimostrati fino a oggi.  Parole d’incoraggiamento per gli operatori sorani sono arrivate anche da Isola del Liri, rappresentata dalla consigliera Annapaola Faticoni, delegata alle politiche giovanili. Dopo aver portato i saluti del Sindaco Massimiliano Quadrini, la Dott.ssa Faticoni ha posto l’attenzione su come l’Associazione coordinata da Caringi abbia sempre messo al centro del suo impegno le storie delle persone. Storie spesso piene di difficoltà, in cui con un’azione silenziosa ma costante si riesce in moltissimi casi a piantare i semi di una rinascita. Ciò è reso possibile, ha continuato la consigliera, anche dalla capacità da parte de Il Faro Onlus di collaborare in rete con gli enti locali.

trentennale il faro onlus

Elemento, quest’ultimo, menzionato anche da Don Toma Akuino Teofilo, Direttore della Caritas diocesana di Sora, Cassino, Aquino e Pontecorvo, che ha dichiarato, citando Don Milani: La cosa peggiore dell’esistenza è perdere la voglia di vivere, ecco perché occorre continuare a seminare questa guarigione delle storie. A testimoniare come l’impegno de Il Faro faccia parlare di sé anche oltre i confini comunali è stato inoltre il consigliere Regionale, Dott. Loreto Marcelli. L’importanza della prevenzione per i giovani riguardo il tema delle dipendenze è stato uno dei punti toccati dall’intervento del consigliere ciociaro, il quale ha ricordato come drammaticamente l’età nella quale tanti ragazzi cadono nella rete della droga si vada sempre più abbassando, anche al di sotto dell’adolescenza. Ecco perché, secondo Marcelli, la presenza dei volontari e di associazioni come Il Faro risultano determinanti e fanno comprendere che tutti in prima persona possiamo essere “istituzione” e agire concretamente per il sociale. Un ringraziamento da parte di Armando Caringi è andato, prima di lasciare la scena allo spettacolo della serata e alla consegna di alcune targhe di premiazione che ha preceduto la grande festa finale con tanto di torta e brindisi, a tre professionisti a cui Il Faro è umanamente e professionalmente legato da un lungo lavoro comune sul campo: il Dott Lucio Maciocia, referente del Dipartimento Disagio, Devianza, Dipendenza ASL FR, la Dott.ssa Maurizia Ottaviani, Direttore AIPES – Consorzio per i servizi alla persona, e la Dott.ssa Cristina Papitto, referente CESV – Centro di Servizi per il Volontariato.

Seguendo le iniziative dell’Associazione Il Faro Onlus da diversi anni, abbiamo avuto modo di dire più volte che essa ci regala non di rado momenti particolarmente emozionanti, grazie all’amichevole collaborazione di artisti che non mancano mai di stupirci: l’attore, regista e musicista Luca Mauceri, in coppia con Francesca Reina, attrice-cantante anch’essa regista, ci ha condotto in un viaggio poetico intitolato Pessoa, l’angelo di Lisbona. Lo spettacolo, con un’impostazione a metà fra la lettura scenica e il teatro da camera, ripercorreva i momenti salienti della biografia artistica dello scrittore portoghese scomparso nel 1935. Le vicende reali della vita di Pessoa, presente nella forma di un manichino che prendeva vita al centro della scena, s’intrecciavano con la sua dimensione onirica, reificata dai corpi e dalle voci dei due attori, tanto lievi nel gesto quanto presenti nella personalità. Con una firma d’autore di particolare sensibilità che siamo ormai abituati a riconoscere, la regia di Mauceri ha cucito poesia, prosa e stralci della corrispondenza personale con l’amata Ophelia Queiroz ai temi principali dell’opera di Pessoa: il viaggio, lo scorrere del tempo, l’amore, l’oscillazione tra la coscienza di esistere e l’illusione di essere veramente qualcosa, tra il sogno e la veglia, tra il mondo reale e quello interiore… Toccanti e rivelatori i momenti canori affidati a Francesca Reina, che donava allo spettacolo una portata di sconfinamento nell’altrove difficilmente ottenibile con la sola parola. Pessoa è infatti un viaggio labirintico verso mari burrascosi e sconosciuti, dove siamo privi di bussola come fra i meandri profondi della mente. Squarci di senso più emotivi che frutto di esercizio della logica possono allora giungere da sguardi che sovvertono la ragione, sfiorano la vita bucando il pensiero, fanno compiere distanze siderali senza muovere un passo: sguardi che solo gli attimi di vera arte possono offrire.

Ancora il viaggio, ma in chiave meno metaforica, è stato il filo conduttore del giorno seguente. Per salutare gli amici de Il Faroe la città di Sora anche in questa estate 2019, Mauceri ha scelto una particolare lettura scenica dal libro La lunga strada di sabbia, di Per Paolo Pasolini. Accompagnato dal supporto tecnico di audio e video immagini a cura di Giacomo De Angelis, l’attore ha dato voce alla lucida scrittura dell’autore friulano, che raccontò negli anni ’50 l’Italia del boom economico a bordo di un’utilitaria in viaggio per tutta la costa dello Stivale. Il risultato scenico restituiva l’affresco satirico, a tratti amaro, di una bellezza variegata come i dialetti parlati nelle varie Regioni. Bellezza in parte perduta come l’ottimismo cantato da Mina in Tintarella di luna, complici le degenerazioni di un capitalismo avulso dalla dimensione sociale, la crisi economica, la visione di un presente che lascia poco scampo al futuro. Inevitabile il confrontarsi dello spettatore con quello che siamo, quello che eravamo e non avevamo idea di poter essere in un futuro diventato tristemente oggi. Particolarmente apprezzabile, inoltre, la capacità di giocare con il testo dimostrata dal navigato performer, a suo agio nelle vesti dialettali mai macchiettistiche delle voci regionali che di volta in voltalo attraversavano. La voce diventava suono armonico e non didascalico delle immagini in bianco e neo, contrappunto jazz delle canzoni dell’epoca con cui entrava in dialogo serio, scherzoso, ironico, malinconico…

Dopo l’immaginaria chiusura del sipario, nei Giardini del Faro era possibile notare, ascoltando casualmente i discorsi dei presenti riuniti in capannelli o in piccole file allineate sui divanetti, come molte persone adulte, che ricordavano l’Italia raccontata da Pasolini e ascoltavano le canzoni dai giradischi in quegli anni, cominciassero a ricordare personali episodi di vita o cogliessero inaspettati collegamenti tra il contesto in cui erano nate determinate canzoni e le immagini alle quali erano state associate dal regista. In casi del genere amo restare in silenzio e in disparte, come un orecchio indiscreto che si nutre di racconti e di pagine scritte da altri.

Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno…recita però il testo di un’altra nota canzone, ed “ecco” che giungeva la mia opportunità di monopolizzare l’attenzione dell’artista per il tempo necessario a svelarci almeno in parte i segreti della sua magia.

  • Luca, quando è nato il tuo spettacolo su Fernando Pessoa e come mai hai sentito l’urgenza di raccontare la sua figura di uomo e di scrittore?

Il mio spettacolo su Pessoa come lo avete visto questa sera costituisce la ripresa di un progetto nato alcuni anni fa, in vista di un prossimo riallestimento. Si tratta di un lavoro da me prodotto nel 2005 per una situazione di teatro d’appartamento, che aveva luogo nei fine settimana con 10-11 spettatori per volta, seduti in semicerchio.

  • Si sta tornando a parlare di questa particolare forma di spettacolo privato, che sembra nuova, ma in realtà, pur con tutte le differenze del caso, non è poi troppo differente dal teatro di palazzo rinascimentale.

Èuna forma di spettacolo che mi è capitato di fare spesso, anche con il maestro Guido Ceronetti, con il quale ho lavorato per anni. Pessoa è per me un punto di riferimento costante, sempre al centro del mio interesse, ma questa drammaturgia a lui dedicata è stata un po’ messa da parte dal 2007. Per l’occasione di ieri sera è stata rimodulata con alcuni tagli e modifiche, visto che si trattava di uno spettacolo originariamente concepito come un teatro “di nicchia”, per piccoli pubblici composti al massimo di 30-40 persone, come nel caso di una data in una biblioteca. Condividerlo invece qui con 200 persone è stata un’ulteriore modalità per amplificare e far viaggiare un discorso poetico per un pubblico più vasto, che magari può non conoscere bene Pessoa e non essere abituato al suo particolare linguaggio. Attraverso immagini e suggestioni emotive ho però cercato di veicolare il senso più profondo che abita le sue pagine: domande su chi siamo, sulla nostalgia, la vita, gli incontri, la casualità e il tempo che non basta mai per conoscere gli altri e sé stessi…

  • In modo particolare il problema del tempo è uno dei temi che ti stanno tanto a cuore. Lo si evince dai testi che scegli di interpretare e dai libri che scrivi, come “L’uomo dei sogni”, nato sulla base di un tuo spettacolo su San Francesco d’Assisi, che abbiamo visto lo scorso anno. In questo lavoro su Pessoa invece troviamo molte poesie originali dell’autore. Il testo della drammaturgia che cuce insieme il filo narrativo è scritto da te?

La narrazione drammaturgica si dipana essenzialmente intorno intreccio di tre fili: le poesie di Pessoa o dei suoi eteronimi, un doppio filo musicale e il carteggio tra lo scrittore e Ophelia Queiroz. Il primo filo musicale è quello in cui Pessoa viene raccontato da due canzoni di Mariano Deidda, cantautore vincitore di un Premio Tenco e autore di un disco su Pessoa, non eccezionale ma contenente due canzoni dalla linea melodica molto interessante che ho arrangiato e riproposto. Il secondo è quello dei Madredeus, gruppo musicale portoghese che combina le influenze del fado e il folk moderno, le cui canzoni sono interpretate da Francesca Reina. Loro raccontano il Portogallo in maniera molto attuale. Il carteggio, segna invece il terzo momento della trama ed è quello che scava nella parte più intima di Pessoa, che sappiamo essere stato un personaggio tutto sommato triste. Non ha mai viaggiato, non ha avuto una vita particolarmente movimentata ed ebbe un unico grande amore, rappresentato da Ophelia Queiroz, cui lo scrittore stesso mise fise a un certo punto. Il solo elemento estraneo ai tre che cuciono insieme lo spettacolo è dato da un frammento di Antonio Tabucchi dal libro “Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa”, edito da Sellerio, in cui si immagina che l’autore portoghese sul letto di morte riceva a turno la visita di tutti i suoi eteronimi.

  • La scelta registica di mostrare il manichino con il volto di Pessoa che viene animato è molto interessante. Si tratta di una novità di quest’ultimo allestimento dello spettacolo o era un elemento già presente nelle prime messe in scena? 

La presenza del manichino animato è una spia evidente del mio passato lavoro sul teatro di figura, le maschere e gli oggetti animati, che svolsi il maestro Guido Ceronetti, recentemente scomparso. L’idea della giacca di Pessoa che prende vita fa quindi parte di un vissuto al fianco di questo artista, che cerco di portare avanti con la mia ricerca. Si tratta in questo caso di un elemento nuovo, che non faceva parte dell’allestimento originario dello spettacolo.

  • Per questa seconda serata di festeggiamenti del trentennale de Il Faro, hai invece scelto di proporre un one man show dedicato a Pasolini. Puoi dirci qualcosa sulla genesi del progetto?

Il mio spettacolo su Pasolini che avete visto stasera è una produzione per la “Fondazione Cesare Pavese” di Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, che qualche anno fa mi propose di portare in scena annualmente un viaggio in Italia letterario. Cominciammo con il Viaggio in Italia di Ceronetti, poi Goethe, Piovene, Pasolini… Ogni volta mi affidavano la creazione, l’allestimento e l’interpretazione di una situazione del genere. Poi siccome mi ero molto appassionato alla lettura del libro “La lunga strada di sabbia”, di Pasolini, di cui conoscevo le opere maggiori ma non questa, ho deciso di continuare a lavorarla artisticamente, fino a renderla una produzione autonoma per le scene. L’opera pasoliniana è un reportage realizzato nel 1959 su commissione della rivista “Successo”, che richiedeva una fotografia dell’Italia dell’epoca, da pubblicare a puntate settimanalmente. Tra luglio e agosto venne così messo insieme l’intero viaggio dalla costa di Ventimiglia al profondo Sud, per poi risalire la Penisola dal versante opposto descrivendola come lui sapeva fare.

  • Un momento dello spettacolo che colpisce è quello in cui Pasolini, in una delle sue tappe, racconta di ricordare un’avventura estiva avuta con una ragazza da giovanissimo. Èun aspetto singolare, se pensiamo a quanto diversa e chiacchierata sarebbe stata la vita privata dello scrittore molti anni dopo.

Mah, credo che sia in parte normale che quando si ha quattordici-quindici anni si sia portati a pensare il rapporto uomo-donna in termini tradizionali, data anche l’educazione preponderante che i genitori davano in casa in quegli anni. Ènaturale che con il passare del tempo un giovane scopra la propria identità e ne prenda via via coscienza, trovando il coraggio di esprimerla e di viverla secondo la propria libertà qualora questa vada in contrasto con una qualche forma di morale limitante. Mi piace infatti che Pasolini parli di quell’esperienza estiva come di un’“avventuretta passata di moda”, espressione che vuole ironicamente significare tante cose.

  • Un altro particolare interessante è emerso nel dopo spettacolo durante una chiacchierata fra te e alcune persone che hanno colto i riferimenti musicali perché effettivamente ascoltavano determinate canzoni in gioventù. Mi riferisco soprattutto al legame fra Tintarella di Luna di Mina e la Versilia. Tu hai inserito casualmente questa canzone proprio nel momento dello spettacolo in cui Pasolini descrive queste zone della Toscana. Ci racconti di più di questa coincidenza?

Èstata appunto una curiosa coincidenza, spiegata forse dal fatto che a me piace lavorare ascoltando di più la mia arte emotiva ed empatica rispetto a quella analitica richiesta dal lavoro filologico, che in questo caso avrebbe prodotto un risultato banalmente didascalico e vicino al docufilm, più che a qualcosa di artisticamente interessante. In questo spettacolo il risultato è affidato principalmente al legame fra certe immagini e determinate musiche. Poi è accaduto per caso che io abbia legato “Tintarella” di Luna di Mina alla regione in cui lei esordì come cantante. In realtà a me interessava semplicemente il testo di questa canzone che racconta l’estate al mare nell’Italia del boom economico, rappresentata dall’apertura delle coste toscane e liguri che vengono descritte come un tripudio di amori e belle donne. Èvero, al di là di questo, che certo pubblico più intellettuale possa essere deviato o portato ancora più all’interno del viaggio nel momento in cui coglie certi riferimenti. Deve sempre esserci un compromesso tra la scelta emotiva e la ricerca tecnico-filologica. Se ad esempio avessi utilizzato la musica di Vasco Rossi sarei stato probabilmente più diretto in alcuni momenti, ma il pubblico avrebbe pensato al cantautore come lo conosce oggi, allontanandosi quindi dalle atmosfere che stavamo raccontando. Considera comunque che almeno la metà delle musiche dello spettacolo sono contemporanee e una parte di esse sono miei brani. Per il resto le varie regioni italiane sono accostate ai loro artisti più vicini: troviamo un Pino Daniele per Napoli, un gruppo di musica tedesca che fa un insert verso il Veneto e così via.

  • C’è un accenno ai temi tipicamente pasoliniani come lo sfruttamento ecologico del paesaggio ad opera dell’industria e di quel capitalismo che sarebbe divenuto una gabbia sociale sempre più opprimente negli anni a venire. Può essere questo l’elemento di raccordo tra l’Italia di oggi e quella di Pasolini, in cui la bellezza era ancora soltanto minacciata come da coccodrilli in agguato sull’altra riva del fiume?

Il senso di questo spettacolo è nella mia intenzione un’inevitabile confronto tra quello che siamo e quello che eravamo. Questi 50 anni hanno divorato una bellezza e un gusto che abbiamo perduto. Pasolini già vedeva con chiarezza la speculazione edilizia, il trionfo della volgarità, l’ignorante tracotanza di una certa fetta di ricconi, la sofferenza del proletariato che lui amava tanto, via via fagocitato dall’idea di dover essere altro.

  • Mi viene in mente che nel raccontare le regioni del Nord emergono altri spunti di problematiche attualissime, come il turismo di massa, che non è realmente sostenibile e non garantisce servizi efficienti come quello d’élite, e il riferimento agli stranieri, visti come una presenza prevalentemente dannosa.

Sì, sono problemi tremendamente attuali, per cui ho voluto semplicemente creare un’occasione di riflessione attraverso questo viaggio nell’Italia che eravamo, nel quale non puoi evitare di confrontarti con certe tematiche. Vedi ad esempio Venezia e l’incidente della grande nave di crociera. Pasolini è inoltre un autore sempre provocatorio, sia per il fatto che si addentra spesso in territori legati alla sessualità più trasgressiva, sia perché è politicamente altrettanto scomodo, ancorché super partes. Quello di Pasolini è prima di tutto uno sguardo sociale e antropologico sull’Italia, prima che un’analisi riconducibile a visioni di partito: questa è la sua forza universale. Mentre ascolta Pasolini, anche chi lo detesti non può in questo caso non riconoscere il valore delle sue affermazioni.

Si ringrazia Alina Martucci per la gentile concessione degli scatti.

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

Leave a Reply

Your email address will not be published.