l’Hortus Deliciarum di Alessandro Michele

l’Hortus Deliciarum di Alessandro Michele

PARIGI – Il direttore creativo di Gucci ha recentemente progettato l’Alta Gioielleria del brand, con una stupenda collezione presentata qualche mese fa nella Capitale francese presso la nuova boutique di Place Vendome.

Chiunque abbia seguito con un minimo di attenzione l’avventura di Alessandro Michele come Direttore Creativo di Gucci, penso sia arrivato velocemente a formulare un pensiero che potremmo evidenziare in questi termini:  molto presto i manager dell’azienda avrebbero visto di buon occhio una vera e propria collezione di gioielli, concepita dallo stilista, per sfruttare il suo enorme talento creativo per le forme decorative.

Per quanto mi riguarda, osservando i look delle sfilate e le immagini di molte sue campagne, in uno script pubblicato tempo fa su MyWhereavevo formulato l’ipotesi che parte del suo successo fosse legato alla magistrale interpretazione decorativa di abiti che colpivano soprattutto per un effetto superficie, intendendo con questa espressione, il dominio percettivo dei contenuti ornamentali sulla forma/funzione dell’abito. Ma guardando con più attenzione le immagini che ho raccolto di molte sue sfilate, mi sono reso conto che i gioielli utilizzati per completare i più svariati look giocavano un ruolo percettivo fondamentale. A dire il vero, più che il gioiello in sé era l’effetto parure a scuotere la mia sensibilità, forzandomi a ipotizzare che il loro sapiente montaggio conferivano ai look una ineffabile forza o, se volete dirla in un altro modo, era grazie ad essi che l’abito indossato si trasformava in evento.

Non mi ha dunque colto di sorpresa la notizia divulgata durante le ultime sfilate couture a Parigi, della presentazione della prima collezione di Alta Gioielleria di Alessandro Michele, che porta il curioso titolo Hortus Deliciarum.

Si tratta di circa 200 gioielli, molti dei quali “pezzi unici”, impreziositi da pietre rare e da un concept tra i più efficaci nella nutrita serie di idee creative elaborate dalla bizzarra fantasia di Alessandro Michele. Da quello che ho potuto capire guardando le immagini, gli “oggetti”  presentano una base ornamentale fortemente simbolica, sulla quale le pietre preziose sono incastonate alla perfezione da orafi di prim’ordine secondo una logica a “simmetria discordante”, tipica del modo di armonizzare i tratti dell’idea di bellezza che al designer piace trovare partendo da contrasti, antinomie, fusioni di immaginari che hanno fatto storia. In questo caso, le intuizioni creative dello stilista si innervano nell’immaginario medioevale, arrivato fino a noi grazie a bestiari e a manoscritti gravidi di figure significanti. Dico subito che gli oggetti mi hanno evocato un senso di perfezione pratica ineccepibile.

D’altronde mi piace sottolineare che all’interno della Holding del Lusso Kering non mancano certo le competenze specifiche nel settore gioiello. Fanno parte della squadra marche come Boucheron ( apparsa nel 1858 e dal 2000 acquisita da Gucci, a sua volta passato nel 2004 a PPR, rinominata Kering), Pomellato (nata nel 1967) e Weeling ( fondato da Chu ling nel 1967, basato sulla grande tradizione orafa cinese e ovviamente specializzato nell’enfatizzare il simbolismo di una tradizione le cui tracce risalgono a 5000 anni or sono). Fa parte del gruppetto anche DoDo, che prende il suo nome da uno sfigatissimo uccello senza ali, un tempo molto diffuso alle isole Maurizius, estintosi nel XVI sec.quando le isole furono occupate dai portoghesi che ne fecero strage. La marca, fondata nel 1994 da Pomellato per intercettare un pubblico più giovane, con minori potenzialità di acquisto ma più esigente per fantasia del design ed effetti cromatici, ironici fu acquisita da Kering insieme alla casa madre… Di tutte queste marche, probabilmente è Boucheron ad aver fornito sia la misura del livello di preziosità degli oggetti che Alessandro Michele, in un certo senso ha sfidato, arricchendo le sue forme gioiello di contenuti che la sua travolgente immaginazione orchestra a meraviglia.

Per farla breve, indubbiamente a designer di Gucci non sono certo mancate le competenze pratiche/artigianali necessarie per incapsulare le sue idee creative sulle varie forme di gioiello presentate dalla sua ambiziosa collezione. Gli suoi oggetti preziosi, di qualità ragguardevole,  realizzati materialmente da mani esperte del settore necessarie per eseguirne la fattura (i sempre poco citati orefici-artigiani, punto di forza del gioiello Made in Italy), aggiungiamoci pure i manager del lusso, fondamentali per progettarne la commercializzazione elitaria scelta dalla marca per trovare nuovi sbocchi alla straordinaria notorietà acquisita negli ultimi anni, i suoi gioielli dicevo, sono da un lato una nuova sfida personale del designer, dall’altro lato rappresentano un affinamento strategico probabilmente necessario nella attuale fase di sviluppo del brand: aver concentrato all’inizio la potenza di fuoco del brand sui Millennials ha portato Gucci ad essere vissuto come il Zeitgeist della moda contemporanea, di conseguenza ora anche chi non appartiene a quell’osannato cluster di consumatori, può essere attratto dalla marca, in particolare le persone molto ricche che desiderano però l’oggetto esclusivo, raro, distintivo, non disgiunto dai valori creativi dominanti nella moda attuale..

 

Hortus Deliciarum come narrazione

alessandro michele

Ho trovato particolarmente interessante le parole/narrazione di questa collezione di Alta Gioielleria, parole che evocano fantasiosi scenari medioevali. Del resto è da quando interpreta il ruolo di art director creativo Gucci che ammiriamo la ragguardevole abilità con quale Alessandro Michele arricchisce le proprie creazioni con narrazioni che eccedono gli stereotipi della moda. Tra gli stilisti della sua generazione a me sembra il più consapevole del fatto che i clienti evoluti abbiano bisogno di dare “un in più di senso” agli oggetti o forme che eccitano i loro desideri. L’Hortus Deliciarum più famoso è senz’altro il manoscritto attribuito alla badessa dell’Abbazia di Hohenbourg (Alsazia), Herrad von Landsberg. Pare sia stato scritto intorno al 1175 e il suo eccezionale valore deriva dalla ricchezza di miniature che illustravano il testo. Purtroppo l’originale andò perduto in un incendio della Biblioteca Nazionale di Strasburgo nel 1870 (guerra Franco-prussiana), dove il manoscritto dopo varie vicissitudini era arrivato. Ma per fortuna esisteva un facsimile redatto da Christian Moritz Engelhardt nel 1818, altrettanto prezioso, che permise di far arrivare quasi integralmente fino ai nostri giorni la proto-enciclopedia voluta dalla Badessa per illuminare la mente delle sue accolite con ciò che allora poteva considerarsi la summa del conosciuto. Delle 344 miniature originali ne furono ricostruite 254, con i relativi testi in latino.

Il titolo viene spiegato dagli eruditi come una sorta di epopea del regno di Cristo che culmina nel ruolo centrale della Chiesa e della promessa del Paradiso del quale l’Hortus Deliciarum è metafora.

Cosa c’entra il paganissimo sincretismo estetico di Alessandro Michele con la mitica narrazione dedicata a sublimare la verginale dedizione della badessa alle virtù cristiane? Praticamente nulla. In realtà, ho il sospetto che il direttore creativo di Gucci, abbia voluto riallacciarsi all’antinomia che molti cultori del Medioevo sottolineano tra Hortus Conclusus Hortus Deliciarum: il primo, tra gli innumerevoli significati a cui rimanda, sarebbe metafora della purezza verginale; il secondo invece evocherebbe i piaceri terreni.

Quindi, anche se la Badessa Herrad, con tocco femminile ribalta l’antinomia ponendo il piacere al centro della purezza del sentimento di adesione al verbo della Chiesa (per esempio, esaltando il piacere nella verginità, uno dei tanti paradossi di cui si nutriva la creduloneria religiosa del periodo), l’Hortus Deliciarum al quale pensa Alessandro Michele per sublimare il suo approccio fantasioso al Medioevo, a me pare più ragionevole agganciarlo ai solidi piaceri terreni implicati dalla consolidata significazione storica del gioiello prezioso che lo presenta come emblema del lusso estremo. Per farla breve, il creativo avvolge l’oggetto del lusso, segno/sintomo di peccato, con l’effervescenza semantica di frattali di storia delle immagini che alludono a valori spirituali, che evocano un sogno di eternità, tali per cui il gioiello assoluto (raro, il pezzo unico) si presenta sia come uno dei simboli fortemente radicati nella vita terrena (come tale marcatore di una identità prestigiosa, distinta) e sia come operatore simbolico: gioielli dunque che significano amore eterno per la bellezza più rara,suppongo.

Naturalmente sappiamo tutti che le narrazioni utilizzate per eccitare l’immaginario dei clienti di un brand, quando non toccano temi scottanti che fanno erompere livelli di realtà critici (razzismo, sessismo, etc…), non hanno certo bisogno di rigorose convergenze con il piano di razionalità. Tuttavia, si può notare che il riferimento all’immaginario medioevale di Alessandro Michele possiede assonanze con la predilezione che John Ruskin aveva per l’arte gotica e con la corrente artistica dei preraffaelliti, un gruppo di artisti dalla vita sentimentale ed erotica travagliata, annebbiati da dosi da cavallo di addictum varie, ma che nelle loro opere grazie al disprezzo di tutto ciò che l’arte aveva prodotto dopo Raffaello e Michelangelo, proclamandosi puri e spirituali come l’artista-artigiano medioevale, ambivano a raffigurare un sogno d’eternità.  Cosa voglio dire? Le suggestioni culturali che lo stilista utilizza per la trasduzione degli oggetti che crea sono certo ammantate di arbitrarietà, ma spesso risultano profondamente innervate in tematiche culturali di robusta consistenza. Grazie a questi studiati “anacronismi” il design degli oggetti acquisisce una energia simbolica a dir poco travolgente.

Il ragionamento che vi ho presentato immagino possa suscitare al lettore una domanda del tipo: quanto valgono le narrazioni nel contesto della modazione (del gioiello)?

Evidentemente, in prima battuta, conviene distinguere la valorizzazione pratica dell’oggetto dai supplementi semantici prodotti dalle narrazioni.

A tal riguardo, relativamente al primo punto, l’Alta Gioielleria Gucci si adegua perfettamente agli standard del lusso assoluto attuale. Senza dubbio il valore delle pietre incapsulate nel testo decorativo progettato da Alessandro Michele, l’alto artigianato degli orafi coinvolti, puntano a trasmettere una forte impressione di rarità, di unicità dei gioielli senza il bisogno di nessuna narrazione particolare.

Ma per la classe di clienti privilegiati che per status o semplicemente come investimento in beni preziosi, la cui durata contraddice il timing della modazione contemporanea (sempre più frenetica), evidentemente i valori pratici e/o materiali legati alla preziosità delle pietre, non sono sufficienti.

Perché? Diciamo che Alessandro Michele sembra aver riflettuto sullo statuto ambiguo del gioiello assoluto nella società contemporanea. Per dirla con Roland Barthes, proprio per la sua origine minerale collocata nella profondità della terra, il gioiello nell’immaginario occidentale era, tra le altre cose, un “oggetto infernale”, proveniente da percorsi costosi e spesso insanguinati. Per secoli questo statuto ambiguo del gioiello ha seguito come un’ombra la sua messa in valore come bene tra i più preziosi.

La bellezza delle sue forme unitamente al sentimento di stupore e meraviglia per l’abilità e la fantasia dell’artigiano, ha funzionato come barriera etica per un lusso altrimenti assorbito da una fastidiosa negatività.

Nel nostro tempo la bellezza ha perso in parte questa valenza etica. Nei suoi vuoti si sono calate ciò che noi oggi chiamiamo narrazioni.

alessandro michele

Ecco allora che, ritornando alla prima domanda, vi sarebbero casi in cui la narrazione aggregata all’oggetto lussuoso, potrebbe essere spiegata con un concetto che traggo dalla Teoria della percezione, ovvero “l’effetto mascheramento”. In altre parole, si sfrutta l’effetto di una forte impressione come impedimento per la percezione di soglie inferiori. Quindi, così come a livello visivo, in pittura, una luce brillante sulla tela maschera le modulazioni più smorzate nelle vicinanze, una narrazione composta da forme simboliche decorative provviste di una alta densità culturale, nasconderebbe le ambivalenti questioni etiche che il gioiello da sempre si trascina dietro.

In breve, una narrazione indovinata insieme alla bella forma del gioiello velerebbero il sentimento di piacere irresponsabile che il lusso estremo nel nostro tempo non può evitare di affrontare.

Vale la pena di aggiungere che Alessandro Michele, da quando Gucci lo ha reso famoso e influente, ci ha fatto capire quanto fossero temerarie le parole di Adolf Loos, profferite all’alba del funzionalismo, sulla progressiva scomparsa dell’ornamento e di ogni eccesso decorativo nello sviluppo della vita civile.

L’architetto viennese, in “Ornamento e delitto” (1908) rinnovava a suo modo, un adagio da sempre presente nella cultura classica, sintetizzabile in questi termini: la mancanza di ornamenti appariscenti conferisce a persone, forme e oggetti una sorta di superiorità estetica (e morale).

Per Adolf Loos la funzione di un oggetto o forma andava depurata da tutto ciò che era ornamento e decorazione. Insomma, secondo l’autore, l’evoluzione della società avrebbe imposto la semplicità come qualità necessaria alla bellezza. La profusione di ornamenti, accettabile per forme di vita primitive o del passato, nel contesto della nostra attuale civiltà, andava per contro condannata come una regressione morale. In alcuni passaggi del suo veemente scritto, Aldolf Loos sembrava far ricadere sulla carica erotica che l’ornamento si trascina dietro fin dalle origini, l’emersione del suo carattere inattuale e degenerativo che soffocava la funzione etica dell’oggetto d’uso moderno.

Se facciamo un salto che copre più di un secolo di civilizzazione e arriviamo al nostro tempo, possiamo facilmente sorridere riguardo le profezie di Adolf Loos. Il successo dei colpi creativi di Alessandro Michele, suonano come una sonora smentita del preannunciato affrancamento dall’ornamento. Per restare ai suoi gioielli, è scontato registrare che sono più voluminosi, più colorati, più espressivi…in definitiva, più erotici. La novità portata della sua prima collezione di Alta Gioielleria è di aver associato alla pulsione erotizzante un sogno di spiritualità. Un tentativo forse di agganciare il brand al sentimento del sacro? Ipotesi affascinante ma improbabile. Preferisco congetturare che lo stilista abbia cercato di suscitare una effervescenza emotiva che potremmo vagamente tradurre con l’espressione lineare “piacere eterno”. Il viaggio estetico che il creativo propone attraverso la sua collezione, aggiungerebbe alla nota formula baudleriana “Luxe, calme et voluptè” (Le fleur du mal), il sentimento di eternità ovvero ciò che risulta più impossibile nell’amore di oggi. Ma forse è proprio questo impossibile ad aprire il sentiero verso la mitizzazione del gioiello amoroso, con gli effetti che tutti conosciamo.

Hortus Deliciarium – Gucci Sito

Hortus Deliciarum – Alessandro Michele

 

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Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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