Jackie Kennedy: ritratto di una first lady comune

Jackie Kennedy: ritratto di una first lady comune

ROMA – Il 19 maggio 1994 ci lascia Jackie Kennedy. In occasione dell’ anniversario di morte, il ritratto della first lady americana, alla luce dell’ultimo successo cinematografico: Jackie.

Quando Jackie Kennedy morì, io avevo solo otto anni.

Troppo pochi per comprendere la complessità di una personalità così dirompente. Abbastanza, forse, per maturare quella convinzione assolutamente errata, che nella vita, per essere felici, basti avere la fortuna di incontrare un uomo bello e importante come John Kennedy e diventarne presto la moglie.

Sarà che da bambine ci raccontano le favole.  Ci insegnano che siamo tutte principesse salvo poi, una volta adulte, ritrovarci a sognare un principe che nove volte su dieci la favola ce la promette ma raramente riesce con noi a condividerla.

E così ci consoliamo con loro. Principesse reali, donne borghesi trasformate in miti d’amore.  Personalità di rara intelligenza e bellezza a cui diamo il potere di riscattare le vite di tutti. Per poi scoprire che hanno versato più lacrime loro di quante non abbia fatto nessun altra donna nella vita.

E che sono state infelici. A volte sole. A volte sedotte e abbandonate.

Con in comune l’ammirazione del popolo, il riconoscimento di icone della moda, la possibilità di avere qualsiasi cosa desiderassero. E tutte, o quasi, accomunate dal triste destino di una vita spezzata troppo presto e in modo, generalmente, drammatico.

A differenza di altre però, Jackie, (chiamata comunemente cosi), ha  acquisito la sua fama non solo grazie al matrimonio con il grande presidente JFK, ma piuttosto in seguito alla sua morte.

Donna di grande cultura e intelligenza, amava la penna e pare sapesse usarla molto bene. Conosceva perfettamente la differenza tra ciò che è vero e ciò che la stampa, e di conseguenza il popolo, tende a credere come tale.

Un concetto che tese a sottolineare spesso, almeno da quanto documenta il film uscito nelle sale lo scorso 17 febbraio, diretto da Pablo Larràin, in un’intervista esclusiva ad un giornalista del “Life”, nel tentativo di cucire e confezionare una storia che avesse del credibile.

Un film, quello di Larràin, che mostra una Jackie fragile e nel contempo forte e decisa, giocando al disvelamento di un’identità che si nasconde tra le mura imponenti della Casa Bianca e i vestiti di Chanel.

Natalie Portman, che interpreta Jackie sul set, riesce a catturarne l’anima e la racconta al pubblico con grande intensità. Lo fa attraverso il dolore delle lacrime che seguono alla brutale morte del marito e attraverso il sangue che leva con fastidio, visto come il simbolo di un orrore che desidera a tutti i costi urlare.

E così, in un ritratto che non la vede né vittima né carnefice, l’icona del Novecento, si trasforma, improvvisamente in una donna come tante. Per modo di dire.

Distrutta dal dolore, incapace di viverlo accanto ai figli, mentre medita il suicidio e si accompagna freneticamente al vizio dell’alcool e del fumo. Di quel periodo, l’ America ricorderà per sempre Jackie. La sua attenzione al dettaglio, la vocazione maniacale di non lasciare nulla al caso. Perché Jackie seppe esprimere come nessun’altra i messaggi inibiti dalla parola. Trasformò la Casa Bianca in una maison di stile e glamour, divenendo padrona dei media dell’epoca.

Lei, che rivoluzionò l’arredamento della dimora presidenziale. Lei, che all’interno della Casa Bianca, centrale e prepotente nel film, costruì persino una scuola. Lei, che già a 12 anni, visitando da turista la White House, ne riconobbe limiti e incompletezze.

Insomma una Jackie che nel film è una Natalie Portman intensa e profonda, incarnando un personaggio che riuscì ad essere amante sensuale e moglie addolorata, donna raffinata e abitudinaria alcolista. A metà strada tra verità e performance, tra edonismo e semplicità, tra intimo e pubblico.

Tra la donna Jacqueline e la first lady Jackie, si estende un mito tutto al femminile. Ed oggi amiamo ricordarla così.

 

Lia Giannini

Lia Giannini

“Volere è potere”. Questo mi ha insegnato la vita ed è il monito che mi spinge a non fermarmi mai. Nata e cresciuta in Calabria, la terra del mare, del sole e dei mafiosi, trascorro la mia vita tra mare, amore e mille obiettivi. Lavoro come operatrice telefonica nell’odiatissimo mondo dei call center ormai da anni, ma studio da sempre per arrivare un giorno a realizzare il mio sogno di redattrice di moda e organizzatrice di eventi. Non mi piacciono gli eccessi, gli alternativi o gli eccentrici a tutti i costi.
Penso che da sempre la vera “specialità” consista nell’essere “normali”, ammesso che il normale esista. Attualmente studentessa presso lo Ied del Master in marketing e comunicazione per la moda, scrivo perché è l’unico modo che ho per “raccontare” quello che penso, quello che sogno, quello che vedo.
Lia Giannini

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