Johnny Cash, il cerchio di fuoco di The Man in Black

Johnny Cash, il cerchio di fuoco di The Man in Black

MONDO – I campi di cotone, la fattoria, le origini, la carriera musicale, il successo, la caduta, le donne. Ripercorriamo l’incredibile storia di The Man in Black, Johnny Cash, che domani, 26 febbraio, avrebbe compiuto 87 anni.

Esiste un equivalente bianco del gangsta style, lo stile dei gangster, che c’è per esempio nella musica nera? Però non nell’hip hop o nel rap, bensì in un genere che è per definizione “bianco” come il country per esempio, un certo tipo di rock’n roll. Insomma c’è un gangsta rock? E soprattutto, c’è un rocker gangster come Tupac o Notorious però bianco? Difficile rispondere, ma se ci fosse, avrebbe un nome e cognome, si chiamerebbe Johnny Cash.

C’è un uomo in prigione. Sente un treno passare oltre la finestra, dietro le sbarre, e allora gli torna in mente il suo paese e sua madre, che gli diceva sempre di fare il bravo bambino e di non giocare mai con le pistole. Lui però è diventato cattivo, ha ucciso un uomo a Reno, solo per vederlo morire davanti a lui e adesso è dietro le sbarre, a immaginare gli uomini liberi che fumano grossi sigari e bevono caffè, mentre lui è lì dentro e tutte le volte che sente quel treno si prende la testa tra le mani e si mette a piangere. Perché quell’uomo è in galera, nel carcere di Folsom, in California.

Ecco, questa è una canzone, una ballata, che mette assieme tanti momenti, i treni, i carceri, il lamento tipico del blues. Si chiama Folsom Prison Blues e l’ha scritta un uomo che si chiama Johnny Cash.

Cash è un tipo strano. Quando nasce nel 1932 a Kingsland, un paesino di 500 abitanti tra le campagne dell’Arkanso, non ha neanche un nome ma solo le iniziali: J.R., perché i genitori non riescono a mettersi d’accordo. Gli piace quel suono, JR Cash, e così lo chiamano semplicemente JR. C’è bisogno di più? No! Lo chiami e risponde: “JR!!” Gli americani, si sa con i nomi sono strani e se ne inventano spesso di tutti i colori, però a un certo punto arriva la burocrazia che costringe tutti ad essere più seri. Il piccolo JR si chiama così finché gioca con i suoi 7 fratelli nelle strade di Kingsland, finché va a scuola ad Ice, un altro paesino di poco più di 500 abitanti, sempre nell’Arkanso, dove i suoi si sono trasferiti, ma quando poi si arruola in areazione, al distretto militare non si accontentano delle iniziali, vogliono un nome vero. Così JR Cash diventa John A Cash. Che significa quella A? Niente, c’è John come nome e quello basta.

John A Cash è un tipo strano. La sua famiglia è strana. 7 fratelli, i genitori lavorano la terra. E fin qui tutto normale o quasi. Solo che John si interroga sulle sue origini, e i suoi gli raccontano una storia particolare: sono irlandesi, sono antichi emigranti irlandesi che sono venuti in USA tantissimi anni prima, poverissimi e si sono uniti agli indiani. Lui infatti è per un quarto indiano, sua nonna è un’indiana cheroke, così lui è mezzo irlandese e mezzo indiano cheroke e ci tiene tanto alle sue radici, talmente tanto da interessarsi al problemi degli indiani d’America e da scriverci una miriade di canzoni. Insomma, irlandese più indiano più americano, uguale? Country, perfetto. C’è un problema però: tutta questa storia non è vera. Johnny Cash non è né irlandese né tantomeno indiano. Quando diventa famoso fa una ricerca approfondita sulle sue origini e scopre di essere scozzese. E mica di famiglia povera; il suo avo era una specie di lord, ma non importa. Ormai Johnny Cash è diventato Johnny Cash, un’icona del rock bianco e della musica country.

Johnny Cash

A fare un uomo e soprattutto un artista non sono le sue origini però ma le sue esperienze. E a diventare quello che sarà, Johnny Cash inizia subito da bambino. Intanto a cantare, comincia a 5 anni con tutta la famiglia. I suoi sono agricoltori poveri e vanno a lavorare a giornata alla raccolta di cotone e siccome sono tanti si portano dietro i figli. E mentre se ne stanno chini a raccogliere i fiocchi bianchi, cantano blues. Così, Johnny impara a cantare.

I Cash sono poveri e quelli sono gli anni della Grande Depressione che getta sul lastrico milioni di famiglie americane, soprattutto negli stati agricoli come l’Arkanso. Sembrano usciti da un romanzo di quei tempi, poveri, tanti e disperati e così Johnny impara ad arrabbiarsi. Non solo, la famiglia Cash è anche sfortunata: John ha un fratello che si chiama Jake, che ha 2 anni in più di lui, e a cui è molto legato. Un giorno Jake ha un incidente nella segheria in cui lavora e muore nel giro di una settimana dopo lunghe agonie. Johnny è sconvolto dalla morte del fratello e così impara anche il dolore. Uno così, nato in quegli anni, con quella sensibilità e quella rabbia, senza un soldo, di solito, può finire in 2 modi: criminale o musicista. Johnny fa un po’ tutti e 2, anzi, diventa un musicista che si comporta da criminale.

L’aviere scelto John A. Cash durante il servizio militare comincia presto a bere forte e a drogarsi. Passa ai barbiturici e alle anfetamine e a un certo punto scopre che ne è diventato dipendente perché non può farne a meno. “E’ sempre così nervoso John – dicono gli amici – è agitato, irrequieto, è lo stress, è il fuoco che ha dentro” sottolineano. “Fa tutto questo perché è un artista, ed è molto impegnato”. “No! E’ perché è sempre fatto Johnny, sempre su di giri” , non manca mai di dire qualcuno. Ci scrive anche una canzone, “Ring of Fire”, che dovrebbe parlare di una schiavitù da un amore ma che in realtà parla di alcol e di droga.

Quando era piccolo e cantava con i suoi nei campi di cotone, la musica che Johnny sentiva era quella delle campagne povere della sua terra, i gospel, gli spiritual e il blues e poi anche le ballate tradizionali irlandesi, che la radio mandava tutte le settimane. Dopo il servizio militare negli anni 50′ si sposta a Memphis, nel Tennessee. Lì si suona il folk, il country e si sta affermando il rock’n roll. Johnny ci prova, va da un talent scout e gli fa ascoltare qualche pezzo. “Si – gli dice il produttore – sei bravo, però fai così. Diventa un peccatore e poi torna da me con una canzone che io possa vendere”. Johnny non ha bisogno che qualcuno gli chieda di diventare un peccatore, di notti in cella per ubriachezza o resistenza alle forze dell’ordine ne ha passate parecchie. Piccoli reati, piccolissimi, come quella volta che finisce dentro per aver violato una proprietà privata: è entrato in un giardino durante la notte e il proprietario della casa ha chiamato la polizia che l’ha sorpreso e arrestato per furto, perché Johnny voleva rubare sì, ma dei fiori. Più che altro, sembra che gli piaccia comportarsi da gangster. Risponde male agli agenti, ai giudici che lo processano per direttissima e poi lo assolvono, perché quasi sempre, non è che abbia combinato granché.

Su tutto quello che gli succede, anche sugli arresti e sulle notti passate in cella, Johnny Cash scrive una canzone e sono canzoni che si vendono eccome. Il primo singolo è del 1955. Due canzoni, lato A e lato B, “Hey Porter” e “Cry, Cry, Cry”, il suo ritorno a casa dopo il servizio militare e un amore andato male. Due fatti veri che lo ispirano e che lo portano ai vertici delle classifiche della musica country di quegli anni.

Il primo album è del 1957 e contiene alcuni singoli intramontabili come “Folson Prison Blues” (5′ posto in classifica) e “I Walk the Line” che lo porta al 1′ posto in USA. Passa alla Columbia Records e arrivano i soldi, quelli veri.

Johnny Cash
Johnny Cash e Elvis Presley

Johnny però continua a comportarsi male, da gangster. È la droga soprattutto a portargli guai. Nel 1965 per esempio, la squadra narcotici di El Paso sta tenendo d’occhio il traffico al confine con il Messico. Johnny Cash è andato a fare una tournée laggiù e al ritorno in Texas lo beccano. Sono convinti che Johnny porti eroina e invece ha la custodia della chitarra piena di droga, ma è la sua: sono le anfetamine e i barbiturici che prende. È roba legale, non in quella quantità, non presa in quel modo, ma salta fuori una ricetta medica e finisce che non gli fanno niente.

Ha anche problemi con le donne Johnny, com’è giusto per un tipo così maledetto e affascinante. Con sua moglie Vivian per esempio, fin dai tempi dell’aviazione, con cui litiga sempre, anche se ci fa 4 figli, fino a un disastroso e costosissimo divorzio. Johnny si è infatti innamorato di un’altra donna, June, la sua corista, sposata a sua volta con un altro uomo. La storia tra i 2 non è facile, lui ha il carattere che ha, però si amano, e quando Johnny torna libero dal divorzio, June accetta di sposarlo a patto che sia pulito e che smetta con la droga. Sembra un film, e lo diventa anche, “Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima” con Joaquin Phoenix.

Bene, come fa Johnny Cash a smettere con l’alcol e con la droga è proprio una scena degna di un film. Johnny è in crisi, ha paura di perdere June ed è convinto che non riuscirà a liberarsi dei suoi demoni. Decide quindi di farla finita. C’è un posto particolare, un posto magico, una grande grotta da qualche parte nel Tennessee che si chiama Nickajack. È un posto deserto, abitato solo da pipistrelli e sacro agli indiani e Johnny in quel periodo, ancora crede di essere mezzo indiano. Così si addentra nel cuore di Nickajack, cerca di andare il più lontano possibile per stare lì e attendere la morte. E invece, si accorge che può stare senza bere e senza drogarsi. Anzi, Johnny torna da quell’esperienza come un uomo rinato, nuovo e può sposare June, proprio come in un film.

Johnny Cash
Johnny Cash in compagnia di June Carter e del piccolo John Carter

Tutto quello che gli succede, tutto quello che gli passa per la testa o lo suggestiona, Johnny lo canta: la sua vita disordinata, il carcere e i carcerati, gli indiani d’America, la lotta contro l’alcol e la droga, l’amore, i suoi album arrivano tutti in cima alle classifiche. La sua voce particolare e il suo mettere assieme blues, country, rock e pop ne fanno un punto di passaggio per la musica di quegli anni.

Si è calmato Johnny, però continua a comportarsi da gangster, romanticamente, perché non fa niente di male, solo come immagine. Per tutti però resta “The Man in Black” perché si veste sempre così in tutti i concerti, con un lungo impermeabile nero. Ma anche se sembra un gangster, Johnny Cash è una persona molto fragile e molto sensibile, sempre un po’ frastornato dal successo che l’ha raggiunto e che lo rende vulnerabile a tutto quello che gli succede e di cose strane ogni tanto gliene succedono. Un giorno per esempio finisce all’ospedale per una grave ferita allo stomaco, e a momenti ci lascia la pelle. Sembra una coltellata, e visto il personaggio ci starebbe pure, ma non è così: è stato uno struzzo. Johnny ne alleva uno nel suo range ma un giorno questo lo attacca e gli da un colpo di becco che a momenti lo ammazza e che a momenti lo fa ricadere nella droga, perché in ospedale, deve ricorrere a farmaci per calmare il dolore.

Johnny Cash muore il 12 settembre del 2003. Nel 1998 scopre di essere malato, va in ospedale perché non si sente bene e gli scoprono una malattia neurologica legata al diabete. In effetti non si fa una vita come la sua senza pagarla. Non puoi essere Johnny Cash gratis. Non si arrende però, continua a suonare e a cantare e da quando sa di essere malato e in pericolo di vita, ci scrive su anche un paio di canzoni. E’ un gangster anche durante la malattia, e a quella non si piega. L’ultimo concerto, l’aveva fatto poco tempo prima, a Bristol in Virginia e poco tempo prima, aveva vinto gli Emmy Awards per il suo video della canzone “Hurt”, bellissima cover di un brano di Trent Reznor. E’ un video bellissimo, struggente per intensità e malinconia, dove un vecchio e malandato Johnny Cash, canta circondato da tutti i simboli della sua vita, il carcere, i concerti, la musica, June. “I hurt myself today”, “mi sono fatto male per sentire se provavo ancora qualcosa” canta Johnny Cash, tutto quello che conosceva se n’è andato, “But i remember everything”, ma io, mi ricordo tutto…

Johnny Cash

Be Sociable, Share!

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

One Response to "Johnny Cash, il cerchio di fuoco di The Man in Black"

  1. Antidoto   25 febbraio 2019 at 14:58

    Grande uomo e ottimo articolo.
    Ammetto che nella parte finale mettendo in play ‘Hurt’ di sottofondo si rischia la lacrima..

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.