La Bohème di Vick, un caleidoscopio emozionale che riflette i nostri giorni

La Bohème di Vick, un caleidoscopio emozionale che riflette i nostri giorni

BOLOGNA – Lunghissimi gli applausi al Comunale di Largo Respighi al termine de La Bohème, celebre opera di Giacomo Puccini, qui diretta da Michele Mariotti con la regia del britannico Graham Vick, che ha inaugurato la nuova stagione dello storico teatro.

Contemporanea è la chiave di lettura scelta per questa messa in scena dell’opera che prese ispirazione dal romanzo datato 1851, “Scènes de la vie de bohème” di Henry Murge; i suoi protagonisti vestono jeans e maglietta e la famosa soffitta, luogo in cui si svolge il primo quadro, si trasforma in un fatiscente appartamento di studenti fuori sede che offre riparo alle aspirazioni di quattro giovani scapestrati e assetati di vita. Il poeta Rodolfo (Francesco Demuro), il pittore Marcello (Nicola Alaimo), il filosofo Colline (Evgeny Stavinsky) e il musicista Schaunard (Andrea Vincenzo Bonsignore) non rappresentano soltanto i bohémien pucciniani di fine ‘800 ma si fanno portavoce di questa nostra epoca in cui le arti e i giovani vengono spesso poco valorizzati. Come da copione, la sgarrupata abitazione dei quattro aspiranti artisti diventa il palcoscenico del nascente amore tra Mimì (Mariangela Sicilia) e Rodolfo, i quali, essendosi incontrati per caso, svelano l’uno all’altra le passioni che li animano, l’essenza che li caratterizza e le attività che li occupano durante le giornate.

L’idillio del primo quadro lascia poi spazio all’esuberanza dei colori, delle azioni e dei movimenti di una vigilia di Natale nel Quartiere latino. Un tripudio di luci, musica e colori invadono la scena immergendo lo spettatore nel cuore della più vivida Ville Lumière di fine ‘800. Ai tavolini del Café Momus siedono non solo i personaggi de La Bohème, compresa la sopraggiunta Musetta (Hasmik Torosyan Ruth), ma tutta Parigi; i coristi, il Coro di Voci Bianche e gli allievi della Scuola di teatro Alessandra Galante Garrone di Bologna popolano il palco con la loro presenza, le voci e le animate coreografie rese più vivaci dai palloncini variopinti e dai cadeaux natalizi.

Photo by Rocco Casaluci
Photo by Rocco Casaluci. All rights reserved.

Dopo l’esplosione di allegria, la discesa negli inferi avviene nel terzo quadro dove a materializzarsi è il più assoluto degrado, quello della banlieue fatta di spaccio di stupefacenti e prestazioni sessuali a pagamento; la barrière d’enfer diventa qui il crollo delle illusioni, lo sgretolarsi delle chimere, lo smaterializzarsi delle aspirazioni. Mimì è malata, gli amori protagonisti dell’opera (tra Musetta e Marcello e tra Rodolfo e Mimì) sembrano esalare l’ultimo respiro e le ristrettezze economiche non danno slancio ai pensieri. Il grigio di periferia del terzo quadro sembra espandersi anche nell’atmosfera dell’ultimo atto; nonostante il luogo di svolgimento delle vicende sia il medesimo dell’esordio de La Bohème, qui l’allegria scanzonata cede il passo alla più cupa desolazione. L’ambiente domestico si è svuotato dall’arredamento lasciando un grande senso di abbandono, di bruciante sconfitta. L’arrivo della ragazza “dalla gelida manina” in fin di vita non fa altro che esasperare il diffuso senso di disincanto che, come una malattia, ha contagiato tutti i personaggi dell’opera. Sarà un lenzuolo bianco a occultare l’esile corpo esanime di Mimì e un paio di scarpe rosse, come un allarme, segnaleranno la morte di una donna, uccisa questa volta non per mano di un uomo, ma dalla brutalità delle dinamiche dell’esistenza.

Un’esibizione magistrale, quella di Mariangela Sicilia, piena di pathos e teatralità; bravi tutti i principali interpreti partecipi di una mise en scène armonica, emotivamente coinvolgente, colorata e allo stesso tempo en noir et blanc. Chapeau! a questo giovane cast, a Graham Vick e a Michele Mariotti che hanno saputo inserire un classico, oramai immortale, nelle pieghe di questo nostro tempo così feroce, precario e disilluso, ma pur sempre abitato da lampi di passione che spingono, anche nell’incertezza valoriale ed economica, a vivere combattendo.

«Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria.
»

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Elisabetta Severino

Elisabetta Severino

Instancabile viaggiatrice e inguaribile iperattiva si concede raramente del puro relax e nella frenesia delle sue giornate convulsive da ufficio stampa di due teatri l’otium di cui sente più la mancanza è quello letterario. Rimbaud, Verlaine e Baudelaire sono tre delle tante ragioni che l’hanno spinta diverse volte a trasferirsi oltralpe. È cresciuta in una casa piena di libri e si è convinta che la vita è troppo breve per poterli leggere tutti. Lealtà, giustizia e umiltà sono i valori in cui crede e quando esce di casa la mattina spera di poterci ritornare avendo imparato qualcosa di nuovo. Un’enorme coppa di gelato all’amarena, un bel libro, un concerto di Ludovico Einaudi e un biglietto aereo acquistato la rendono la persona più felice del mondo.
Elisabetta Severino

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