La Camorra, di Hugues Rebell, per Mincione Edizioni

La Camorra, di Hugues Rebell, per Mincione Edizioni

ITALIA – Per la prima volta in italiano, il romanzo dell’autore francese Hugues Rebell, La Camorra, tradotto da Sheila Concari per Mincione Edizioni. 

Se dovessi scegliere una parola, una soltanto, a cui affidare il racconto di quest’opera, la sintesi di un lemma asciutto, centratissimo, userei passione. O, meglio ancora, carnalità. Perché carnale è ogni istinto, ogni impulso che anima i personaggi del romanzo di Rebell, così magistralmente descritti e circoscritti nel perimetro di una Napoli in odore di rivoluzione.
La rapidità con la quale l’amore diventa odio, turpiloquio, violenza fisica e verbale, per poi virare ancora, e bruscamente, tornando a farsi amore, a farsi seduzione, devozione, accoramento, e di nuovo tranello, imbroglio, vizio, tradimento. “È il fascino di questa città dove tutte le cose convivono con disinvoltura e i più strani contrasti non distruggono affatto l’armonia. Napoli assomiglia a quelle stoffe orientali il cui splendore e la cui ricchezza si adattano a tutti i colori. Anche se le tonalità più diverse vi fanno a pugni, il risultato è sempre la luce”. Così scrive Rebell, e lo fa col passo di un ritmo incalzante, che non lascia spazio, che non prende fiato, che non trova pace, tra un accadimento e l’altro. Con il nemico in casa, in Piazza del Carmine, a Chiatamone, a via Toledo, a via Marina; con l’esercito piemontese che amministra Napoli quasi fosse una colonia, una provincia straniera, un male non richiesto ma necessario, e perciò prova a sedarla, a tacitarne gli spiriti, l’allegria e la grettezza, mentre quella segretamente si arma, pronta a immolarsi, a morire per la restaurazione napoletana, e trova in Don Prina la sua guida, il suo capitano di ventura, colui che intende fare della camorra un esercito in grado di restituire al re la legittima corona, arruolando, tra le sue fila, nobili decaduti, indigenti, quanti, inaspriti dal presente, nutrono invece grandi speranze nel futuro. Nascono, così, due camorre: “L’antica, che veniva reclutata sempre nelle prigioni e si accontentava di taglieggiare i commercianti, e poi quella nuova ed elegante, dapprima vasta associazione di ricatto, diventata una confraternita politica“, racconta Rebell.
Emerge la figura di un uomo dotato di un potere misterioso e straordinario, Don Prina appunto, e, accanto a lui, Marco Ascalona, la punta di diamante dell’associazione camorristica: un donnaiolo dolorosamente affascinante, dai lineamenti fini, il profilo greco, la grazia erotica per mezzo della quale più di una femmina si piega, o vacilla.
Lisabetta, sua moglie, fra tutte. E poi miss Helen e Barbarina. Fanciulle di facili costumi, duchesse e ballerine del San Carlo, nobildonne inglesi trapiantate a Napoli, puttane, assassine, belle, bellissime, sensuali e viziose.
Ascalona è l’antieroe per il quale, in ultimo, il lettore si sorprende a fare il tifo, a parteggiare, sperando, se non in una sua redenzione, almeno in qualcosa che somigli a un lieto fine.
Il luogotenente Fortiguerri, l’ufficiale che viene da lontano, il forestiero che in quel marasma cittadino non si raccapezza, è l’antagonista a cui tocca in sorte più di una sciagura e che il tratto della penna di Rebell sembra sbeffeggiare, facendo apparire ridicolo o fallimentare ogni suo proposito, ogni intendimento d’amore e d’eroismo.
Sorpresi entrambi – Ascalona e Fortiguerri – da un certo ardore per la splendida miss Helen, per la sua pelle di neve, la sua alterigia britannica, la grazia potente che non si lascia domare, e che pure porterà, l’uno e l’altro, a fare i conti con un epilogo difficile, mentre i complotti politici ed umani si affastellano come legna per l’inverno, come le tessere del domino quando crollano in sequenza rapidissima.

Tradotto per la prima volta in italiano da Sheila Concari che, per Mincione Edizioni, dirige la collana di Poesia, il romanzo di Rebell racconta una storia di turbamenti sentimentali e politici. Scrittore francese, fu autore di opere pornografiche sotto lo pseudonimo collettivo Jean de Villiot, tra cui ricordiamo Les nuits chaudes du Cap Français (1902) che vinse il Premio Nocturne nel 1966. Hugues Rebell ne La Camorra – uscito nel 1900, tradotto in altre lingue e finora inedito in Italia – fa uno zoom su un’epoca storia precisa e, con capitoli brevi, colpi di scena, cambi di inquadratura orchestrati a mestiere, realizza una panoramica umana, politica e sociale dettagliata, utilizzando un linguaggio straordinariamente contemporaneo se si pensa all’epoca in cui l’opera fu scritta, grazie anche al mirabile lavoro della traduttrice.

Ho conosciuto Mariangela Mincione, l’editore di Mincione Edizioni, qualche settimana fa, al Salone Internazionale del Libro di Torino. Ho avuto occasione di rivederla durante la presentazione de La Camorra di Hugues Rebell alla libreria Ubik, nei pressi di Largo San Domenico Maggiore, nel cuore storico di Napoli.
È per me un piacere poterle fare qualche domanda, così che sia lei stessa a raccontarci di questo romanzo, del suo percorso da libraia ad editore, delle iniziative culturali ed editoriali di cui è ideatrice e promotrice.

Quella a cura di Sheila Concari, per Mincione Edizioni, è la prima traduzione italiana dell’opera La Camorra di Hugues Rebell. Come nasce la scelta di questa pubblicazione?

Durante uno tra gli incontri con un nostro autore, Piero Sanavio, giornalista e scrittore di cui ho fondata fiducia professionale, chiesi di segnalarmi dei nomi che potessero nutrire il piano editoriale 2017/2018 rispetto alla direzione che prenderemo: lo sguardo che manca al tema dell’erotismo e della pornografia. Mi citò Rebell. Osservando i testi che mostrò, spuntò La Camorra. Non conoscendo il francese chiesi di raccontarmene e di leggere la prima pagina. Ebbi l’istinto di sceglierlo. Cercai il testo, che essendo fuori diritti è disponibile on line, mi confrontai con Sheila e avviammo il lavoro di traduzione.

In cosa consiste il progetto “Non si giudica un libro dalla copertina” di cui l’opera fa parte?

Ero a Milano per un paio di presentazioni e alloggiavo dall’amica Laura Cionci. Un’artista dalle visioni stimolanti, testa brillante e veloce con cui spesso la mia si diverte.
Mentre descriveva il suo ultimo progetto fotografico le chiesi di mostrarmi i suoi lavori: dentro di me stavo cercando un’immagine che potesse rendere accattivante “Exit” il manoscritto di Daniela De Prato inserito nel calendario delle pubblicazioni. La trovai tra quelle fotografie di Laura: ero felicissima. La scelta della copertina è frutto di uno studio importante e porta il peso di un rischio potenzialmente grave. Da lì l’idea di allargare le possibilità, coinvolgendo artisti scelti da Laura a cui sottopongo dei titoli che calibrano le proposte: “artisti coinvolti ad operare sul contenitore visivo di storie”.

Per restare in tema di iniziative brillanti, sei l’ideatrice di “Libri in testa” che, nata nel 2014, si propone di affiancare i libri alle più tradizionali riviste di gossip, nei saloni di bellezza o dal parrucchiere. Raccontaci.

L’idea è nata da una constatazione che fa male: la maggior parte delle persone, anche lettori, non trascorre più del tempo in libreria. Io ho avuto la fortuna di vivere molto tempo in libreria ed è stato un terreno fertilissimo di stimoli.
Ho voluto o almeno tentato di portare la libreria in un luogo ancora molto frequentato e non solo: dal parrucchiere si passano in media un paio d’ore e non è possibile far altro che parlare o leggere.
In accordo con alcuni colleghi, proposi “Libri in testa” all’ organizzazione della Fiera Più Libri Più Liberi di qualche anno fa che supportò in modo evidente l’iniziativa.
Quest’anno ho voluto riprenderla ma non è facile: i parrucchieri, come è normale che sia, non sono librai…

Tra qualche settimana, la Mincione Edizioni compie due anni. Dopo un’esperienza decennale nel settore libraio, hai deciso di fondare il tuo marchio editoriale. Come sei diventata un editore? 

Inconsciamente la mia inclinazione è sempre stata quella. Quando avevo la libreria leggevo, sceglievo, criticavo, m’incazzavo e m’innamoravo di alcuni libri. E se me ne innamoravo li trattavo come fossero “miei”. Ci costruivo intorno presentazioni e intersezioni, dentro e fuori la mia libreria. Dopo qualche anno il caso o il destino ha voluto che iniziassi a collaborare con una casa editrice ed eccomi qui.

Si è da poco conclusa la trentesima edizione de Il Salone Internazionale del Libro di Torino. Che impressione ti porti da questo appuntamento bibliofilo che si rinnova ogni anno, e che rappresenta un polo di attrazione, una tappa importante per editori e scrittori?  

Non lo so se è davvero ancora una tappa importante. Cerco di esserci sempre e questo per vari motivi ma non ce n’è uno che prevale mentre per me dovrebbe esserci.
Ossia uno scambio completo tra gli operatori del settore, soprattutto con i librai. Quest’anno, con il nuovo ingresso di Nicola La Gioia, il Salone è migliorato. Credo debba crescere di più e sarebbe più coerente se il direttivo artistico fosse formato oltre che da uno scrittore, da un editore, da un libraio e un bravo organizzatore in grado di far coincidere le idee con la logistica.

Ringraziando Mariangela Mincione per la disponibilità, vi auguriamo buona lettura con La Camorra di Hugues Rebell.

Opera in copertina: “Il predatore più grande”, Ilaria Del Monte ©

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Antonia Storace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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