La festa dell’insignificanza e la moda dell’ombelico

La festa dell’insignificanza e la moda dell’ombelico

Il nuovo libro di Milan Kundera, rappresenta una godibilissima sintesi del suo modo di interpretare l’arte del romanzo e, insieme, una lezione magistrale di come si possa sviluppare un fascio di narrazioni pensose (e far riflettere il lettore) senza le pesantezze dell’ideologia o di qualsivoglia dottrina.

I suoi romanzi, penso soprattutto a Il libro del riso e dell’oblio, allo Scherzo, L’insostenibile leggerezza dell’essere, trovano la loro unità in alcuni temi o motivi centrali, ripetuti e sottoposti ad un principio di variazione, intrecciati a sequenze narrative divergenti che restituiscono al lettore l’effetto polifonico rimosso da molta letteratura contemporanea, attratta dalla linearità della narrazione e dalla razionalità degli argomenti.

kundera insignificanza

Il tema centrale del suo ultimo romanzo è l’insignificanza, presentata come l’aspetto più rilevante della vita dell’uomo, sia quando le sue azioni sprofondano nell’orrore e sia quando si trova illuminato dalla bellezza. Amare l’insignificanza significa trovare il benessere, a sua volta catalizzatore emozionale del riso, del comico, di quell’inutile dispendio psichico dal quale pero’ discende la possibilità della saggezza.

La prima figura dell’insignificanza del romanzo si intreccia con il motivo dell’ombelico, ed è un inizio che vale la pena rivivere con le parole dell’autore:

Era il mese di giugno, il sole del mattino spuntava dalle nuvole e Alain percorreva lentamente una via di Parigi. Osservava le ragazze, che mettevano tutte in mostra l’ombelico tra i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta. Era affascinato; affascinato e persino turbato: come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.
La cosa lo fece riflettere: Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle cosce, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: la lunghezza delle cosce è l’immagine metaforica del cammino, lungo e affascinante (per questo le cosce devono essere lunghe), che conduce alla realizzazione erotica; infatti, si disse Alain, anche in pieno coito la lunghezza delle cosce conferisce alla donna la magia romantica dell’inaccessibilità.
Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle natiche, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: brutalità; allegria; il cammino più breve verso il traguardo; traguardo tanto più eccitante perché duplice.
Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nel seno, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: santificazione della donna; la Vergine Maria che allatta Gesù; il sesso maschile inginocchiato davanti alla nobile missione del sesso femminile.
Ma come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata al centro del corpo, nell’ombelico?.

Il tema dell’ombelico scoperto delle ragazze, ossessiona Alain e lo coinvolge in un dialogo immaginario con la madre dalla quale era stato abbandonato da bambino.

Milan Kundera
Milan Kundera

Kundera è magistrale nel configurare una narrazione che attraverso variazioni continue ci presenta ciò che potremmo definire un più-di-reale, costruito avviluppando sequenze di azioni che percepiamo come fatti, ad altre che rimandano alle fantasie dei protagonisti.
La finezza della scrittura, aiuta il lettore a comprendere che questa con-fusione tra il piano della realtà e la disperata ricerca di senso non è nient’altro che la messa in scena dell’insignificanza che accompagna la nostra vita.
La fuga narrativa dell’ombelico, porta Alain a ricordare l’ultimo gesto della madre prima della sua scomparsa, quel fissare e poi toccare delicatamente il buchetto; più avanti presentato come la conseguenza della caduta di Eva dal paradiso e come segno o residuo del cordone che trascina l’essere ad una vita che non ha scelto

Ed è proprio il delirio causato dalla madre assente, madre che Alain deve o vuole reintrodurre nella sua vita, che lo porta a concepire la soluzione dell’enigma della moda dell’ombelico scoperto.
All’amico Ramon, verso la fine del romanzo, Alain rivela la sua congettura sull’importanza del quarto luogo dell’erotismo sul corpo erotico della donna. I primi tre, cosce-natiche-seno, rappresentano un messaggio la cui comprensione non sembra essere un problema.

L’ombelico, invece, non dice nulla della donna che lo porta, ci parla di qualcosa che non è questa donna. Per contro, l’ombelico ci rinvia, dice Alain, alle conseguenze del rapporto sessuale ovvero al feto. Mentre cosce-natiche-seno iscrivono nella vita amorosa l’erotismo in quanto fattore di unicità della relazione tra individui, la coppia ombelico-feto lo consegna alla ripetizione di atti nei quali la soggettivazione orientata all’individualità e’ come sospesa o interrotta da una pulsione più profonda. Nel nostro millennio, continua Alain, vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico.

Ecco allora come da una domanda sul significato di una moda effimera, la moda decennale dell’ombelico scoperto, l’autore ci fa cogliere un passaggio epocale nel quale la vita colta nei suoi momenti bruciati, il desiderio erotico, si risolve nell’insignificanza della ripetizione a suo tempo messa in rilievo da Sigmund Freud, quando riconobbe l’onnipotenza della coazione a ripetere nell’inconscio.

Jacques Lacan
Jacques Lacan

Nei modi del romanzo, Milan Kundera, ci parla di una moda che a suo avviso raffigura un aldilà del piacere erotico che J.Lacan, lo psicoanalista che dopo Freud ha braccato questa dimensione della vita con maggiore accanimento, chiamava jouissance, godimento, definendolo ciò che non serve a niente… puro dispendio, pura superfluità… Carattere acefalo della pulsione privo di ogni soggettivazione.
Secondo J.Lacan la via d’uscita dalla spinta narcisista, autoreferenziale della jouissance è la relazione che chiamiamo amore. Con essa costruiamo una alternativa alla spinta coattiva della pulsione. Anche nel romanzo di Milan Kundera troviamo oltre al messaggio acefalo dell’ombelico la possibilità dell’amore. Ma si tratta di un amore illusorio, raccontato da uno dei protagonisti per dare sollievo ad un amico che immagina gravato dal cancro. Ma sia la malattia e sia l’amore in gioco sono menzogne. Entrambi i personaggi non sanno perché hanno reciprocamente mentito, ma gli effetti, per così dire, sono rassicuranti. L’insignificanza delle menzogne scambiate, sembra suggerire il testo, accompagna la loro comica relazione senza residui.

A differenza di un filosofo o di uno scienziato, lo scrittore non analizza l’oggetto o i temi che lo assillano. Il suo compito e’ di cogliere la complessità dell’esperienza degli uomini nella vita moderna. Per raggiungere questo obiettivo inventa personaggi e storie che poi condensa per dare un carattere finito alla narrazione, altrimenti l’architettura dell’opera diventa informe, troppo vasta e impossibile da ammirare.

Nello stesso tempo lo sviluppo simultaneo di più voci e narrazioni devono aprire delle falle nella linearità del testo, dando tuttavia al lettore la possibilità di ritrovare i temi centrali.

Le fessure introdotte nello sviluppo dei temi impongono un lavoro di immaginazione che può far virare in direzione onirica il testo, può aprirlo a riflessioni o a digressioni filosofiche, scientifiche, aumentando il livello di complessità della composizione.

Nel suo ultimo libro Milan Kundera con digressioni come la piccola storia delle 24 pernici di Stalin, il piscione Kalinin, Kant, Hegel, Schopenhauer, gli angeli che perdono le penne, ci fa cogliere l’aspetto comico che sovrasta le grandi impalcature del senso: la cosa in sé, la volontà di potenza, il comunismo vengono progressivamente assorbiti dal tema centrale dell’insensatezza.

Penso che il grande scrittore abbia la forza e il talento di espandere al massimo il carattere polifonico di un testo senza comprometterne l’architettura, ovvero consentendoci di percepire alla fine la sua unità, la sua bellezza.
Di questa pratica di scrittura, che rappresenta a mio avviso il culmine del genere romanzo, Milan Kundera è uno straordinario interprete e annovero la Festa dell’insignificanza tra le sue migliori esecuzioni.

Informazioni:
Milan Kundera
La festa dell’insignificanza
Traduzione di Massimo Rizzante
Collana Fabula
2013, pp. 128
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Lamberto Cantoni

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L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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91 Responses to "La festa dell’insignificanza e la moda dell’ombelico"

  1. Paola C.   12 novembre 2013 at 17:52

    L’attenzione dello scrittore ceco (Brno 1929), che scrive in questo libro di avvenimenti inventati pseudo storici paragonati e mischiati con la vita odierna dei quattro protagonisti, è rivolta a tematiche esistenziali, ma non nel modo classico con cui scrivono i classici scrittori esistenzialisti. Egli usa l’ironia, un continuo confrontarsi tra presente e passato, dal reale all’inventato, dalle azioni compiute dei quattro amici alle loro fantasie, pensieri. Tutto questo s’incontra alla fine in modo insignificante perché come scrive lui stesso “(…)L’insignificanza è l’essenza della vita. E’ con noi sempre ed ovunque.(…)”. Come a partire dal significato dell’ombelico, con cui s’interroga Alain, che all’apparenza pare privo di significato, un semplice pensiero di un uomo che vede una ragazza che lo scopre. Ma non è così, dopo un’analisi pseudo-freudiana, se ne deduce che è importantissimo: da li “nasce” ogni essere umano, volente o nolente. Perché nessuno ha questo potere decisionale, solo di morire volendo. Il libro continua narrando questi quattro uomini, Alain, Ramon, Caliban e D’Ardelo, ognuno dei quali con il proprio carattere, che beffeggiano, filosofeggiano sui vari aspetti della vita, all’apparenza insignificanti, raccontati in modo goliardico, ma comunque con un significato di sottofondo, in qualche modo percepibile, perché avendo la libertà di parola possono comunicarcelo. Non come la storia raccontata delle ventiquattro pernici, che è stata solo ascoltata dai compari di Stalin, i quali non potevano commentarla, anche se con commenti insignificanti. Sarebbe stato tanto per loro farlo, perché anche dire “fesserie” contro al loro compagno Stalin, non sarebbe stato insignificante, anzi sarebbero state parole piene di significato se pur stupide. Al giorno d’oggi diamo per scontato tutto e cataloghiamo certe azioni, parole, testi insignificanti, ma ci sbagliamo, tutto bene o male ha un significato.

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  2. Irene Alunni   15 novembre 2013 at 21:23

    Si tratta di un testo atipico, difficile da catalogare: nel leggere i primi capitoli mi ha dato l’impressione di essere un testo inafferrabile ed enigmatico a causa dei voli pindarici che Kundera fa fare ai suoi personaggi, alla fine, forse, ne ho invece colto il senso.

    Kundera presenta le esperienze umane nella loro dualità: coraggio e paura, genitore e bambino, piacere e dolore ecc. Tocca molti dei sentimenti umani senza prenderli troppo sul serio, ma anzi lo fa con estrema leggerezza.Il romanzo si apre con la meditazione dell’autore sull’ombelico femminile messo in mostra dalle ragazze e riflette su come sia stato influenzato l’immaginario erotico della nostra società.La sfilata degli ombelichi, tutti uguali, rappresenta il mondo in cui viviamo che ha perso oramai l’individualità, rendendo tutto uniforme e annientando sia l’erotismo che l’umorismo. Altro tema trattato è quello dell’immortalità: ci sono uomini accusati e giudicati, ma poi, alla fine dei giochi, moriamo tutti e i morti invecchiano e nessuno si ricorda più di loro. Kundera ci presenta poi due categorie di uomini , chi chiede sempre scusa e chi non fa altro che accusare gli altri.Questa è l’ennesima metafora per descrivere la nostra società : una lotta continua in cui vincerà sempre chi riuscirà a fare dell’altro un colpevole.

    Il senso di cui parlavo inizialmente l’ho letto tra le righe del secondo capitolo “Il teatro delle marionette” in cui ho rivisto nella figura di Stalin quella dell’ autore: provocatorio e un pò stanco nei confronti dei suoi lettori. Si rende conto di non avere interlocutori adeguati e per questo se ne prende a volte gioco.
    A mio parere, Kundera con le storie dei vari personaggi, che si intrecciano continuamente, vuole in qualche modo descrivere l’individuo di oggi e quella che è la sua vita, insignificante e senza nessuna storia da raccontare.

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  3. Giulia Rivi   16 novembre 2013 at 12:01

    “ alle pareti del suo appartamento era appesa una sola foto: quella di sua madre. Con la quale, ogni tanto, parlava”, è la camera di Alain, un ragazzino che non ha mai conosciuto la donna che lo ha messo al mondo, con la quale non è cresciuto o si è confidato, tantomeno litigato. Lei non c’era, non c’è mai stata, e, oltretutto, per sua stessa volontà. Cosa allora spinge Alain a non avere appesa al muro una foto del padre, colui che invece l’aveva accudito, cresciuto, gli aveva dato una casa? Cosa lo spinge a rivolere la madre nella sua vita? Probabilmente, nonostante tutto, il legame, che ogni essere umano ha con la donna che l’ha messo al mondo, è indissolubile, va contro tutto e tutti: e non si tratta di un legame solamente in senso psicologico, ma il vero e proprio legame naturale che ti tiene stretta a lei fino al momento della tua nascita . Non a caso Alain, ha un’immagine nella testa: la madre che le sfiora l’ombelico e poi se ne va; è quindi possibile che il personaggio associ l’ombelico al tema materno, alla nascita di un bambino, fine ultimo dell’atto sessuale. Bellissima l’immagine di Eva, come donna senza ombelico, creatrice di tutti gli esseri viventi, che stanno attaccati l’un l’altro tramite cordoni ombelicali.
    Sicuramente in pochi, vedendo per strada ragazzine con l’ombelico scoperto, avrebbero pensato ad una visione così profonda sul significato di questo atteggiamento.
    Forse Kundera con il suo romanzo ha voluto andare a sottolineare anche un’altra cosa: la leggerezza che c’è in ognuno di noi per determinati temi, nell’affrontare le cose di tutti i giorni, i pensieri, le difficoltà, le paure, i rapporti con gli altri; questa leggerezza porta all’insignificanza, cioè alla banalità di tutto ciò che ci circonda, alla banalità della vita, che per la madre di Alain è tutta una grande sciocchezza, e ci porta a non dare più importanza alle cose davvero importanti, come per esempio i rapporti con gli altri, la sincerità, la vita è banale, perciò perché non fingere?
    Le persone cercano il diverso, il riso in modi inusuali e del tutto falsi e teatrali, con i quali i personaggi si riempiono di sensi di colpa, e creano rapporti anch’essi irreali e ridicoli, o di sottomissione nel caso di Alain, destinato ad essere un eterno “chiediscusa” e quindi oppresso e sottomesso da chi scusa non lo chiede mai.
    Così prendiamo con leggerezza anche le diverse mode: le mode vanno e vengono, noi le accogliamo se ci piacciono, le respingiamo se non ci appartengono (nella maggior parte dei casi), ma non cerchiamo di capirle in modo più profondo. Cosa sta dietro alle mille passerelle che improvvisamente decidono di scoprire l’ombelico? Cosa porta milioni di ragazzine a fare questo? C’ è chi lo fa perché segue la sua icona preferita dello star system (molte star sono state fotografate con l’ombelico scoperto), chi le vetrine dei negozi, chi per suo gusto personale; tutti, però, partono dal seguire una moda, dal ripetere ciò che è stato proposto da chi, in questo ambito, ha più potere di noi, prendendolo come qualcosa di edonistico e piacevole, con un po’ di leggerezza come probabilmente è giusto che ci sia in chi, di moda, si interessa, ma solo come spettatore.

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  4. Elisabetta Cinquanta   16 novembre 2013 at 16:03

    L’insignificanza presentata come l’aspetto più rilevante della vita umana è un concetto paradossale e la sfilata di ombelichi, tutti uguali, è simbolo dell’amara uniformità cui sembra condannata la nostra generazione. La nudità è una delle chiavi interpretative del nostro tempo e l’ombelico diventa il quarto punto erotico del corpo femminile, che fa riferimento al vero e proprio rapporto sessuale, definito ‘ciò che non serve a niente, puro dispendio, pura superfluità’. Possiamo considerare il nuovo romanzo di Milan Kundera il triste bilancio di un grande scrittore; attraverso l’osservazione di alcune situazioni della quotidianità, teorizza alcune verità che riguardano l’uomo e la sua identità. Per Kundera è l’individuo ad essere insignificante, la vita stessa di personaggi comuni e senza storia; il suo romanzo diventa, quindi, un invito alla riflessione, ma soprattutto all’azione.

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  5. diletta z.   16 novembre 2013 at 16:20

    La scrittura di Kundera credo davvero che sia una con-fusione tra quello che è veramente e quello che dovremmo cercare di capire.
    Leggendo, immagini le parole che ripeti nella mente e raffiguri le situazioni che avvengono, talvolta con disordine, a ciascun personaggio.
    Mano a mano, sfogliando i capitoli, i personaggi si racchiudono in una nicchia di attori attivi ed allora è lì che percepisci il senso della storia, o almeno credi di farlo.

    C’è da dire che il tema centrale del suo romanzo non è semplice da farsene un’idea alla prima, ecco.. L’insignificanza ci è trasmessa attraverso vari episodi cardine, i quali devono essere letti ed analizzati anche (e soprattutto) da un punto di vista umano.

    L’episodio dell’ombelico è la pura riflessione sul contatto feto-donna, primo ad ogni uomo. CONTATTO che accomuna ognuno di noi e che assolutamente non potrà mai essere contrariato; come seconda riflessione l’ombelico ci è indicato come quarta zona erogena, la quale viene spostata al centro del corpo e non più al pari delle altre tre riconoscibili da ognuno di noi.. l’ombelico diviene dunque il punto erogeno che tutti abbiamo in comune, uguale in ciascuno di noi e dal quale, soprattutto, ognuno di noi è DIVENTATO quello che è adesso.

    Trasfigurazioni, spostamenti e ironia caratterizzano le parole dello scrittore, tutto quello che ruota intorno all’umano ormai ha perso ogni genere di comicità… nessuno è più in grado di riflettere precisamente su quel che accade e forse anche l’atteggiamento che Alain ha nei confronti di sua madre ci illustra la mancanza di una crescita insieme a colei che non verrà mai sostituita da nessun’altro: la madre.

    Al termine del romanzo si legge l’insignificanza a contatto con la purezza, il bambino, che agisce immaturamente ‘’senza sapere perché’’ trasmettendo buonumore tutt’intorno è maestro di come dovremmo affrontare la vita: l’insignificanza, la quale ci permetterebbe di vivere nel modo migliore.

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  6. Leonardo P.   16 novembre 2013 at 19:25

    Un romanzo all’apparenza “insignificante”, La festa dell’insignificanza si rivela alla fine come un libro dalla grande profondità. Il tema principale dell’insignificanza, sul quale si sviluppa l’intera opera, rappresenta il valore opposto su cui si basa la società odierna, ovvero la continua ricerca di senso in ogni atto della nostra esistenza. Kundera sconvolge quindi le regole del romanzo tradizionale.
    Anche i protagonisti del romanzo (Alain, Ramon, D’Ardelo, Charles e Caliban) sono caratterizzati dall’insignificanza, ma nonostante ciò riescono ad esprimere riflessioni profonde ed estremamente attuali.
    Il tutto inizia con la visione di alcune ragazze che mostrano un’adesione alla moda dell’ombelico scoperto, in un giardino della capitale francese. L’ombelico, che è appunto diventato una moda mostrare, e che quindi appare insignificante, porta invece ad una riflessione profonda sulla vita. È proprio all’ombelico infatti che resta unito il feto (la nuova vita) alla madre. Uno dei protagonisti Alain è profondamente attratto da questo elemento fisico, che non è un diretto richiamo sessuale, ma al contrario lo induce a riflettere sulla sua esistenza. Sua madre incinta si era gettata nella Senna al fine di togliere la vita non solo a sé stessa ma anche al figlio che portava in grembo (il protagonista del romanzo). Inoltre il libro fa anche molteplici riferimenti allo stalinismo, visto in maniera ironica (anche qui si capovolge il punto di vista tradizionale).
    Quindi notiamo che l’autore ci mostra come ogni aspetto della vita che appare insignificante sia in realtà solo apparente, infatti tutte le nostre azioni e comportamenti (anche quelli più inconsapevoli) manifestano la nostra interiorità (storia, aspirazioni, chi siamo…) che non riusciamo a cogliere a causa della frenesia a cui la vita moderna ci costringe.

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  7. Edoardo G.   16 novembre 2013 at 20:28

    Il libro “La festa dell’insignificanza” di Milan Kundera è un esempio magistrale di architettura avanguardista della letteratura. Se inizialmente il lettore può trovarsi disorientato e non comprendere il solo apparente disordine narrativo, al termine dell’opera tutti i pensieri trovano il loro incasellamento e la figura appare nitida nella mente. L’immagine però non di un quadro non chiaro e definito, ma del paradosso significativo, poiché celebrativo della non significanza. É questo il messaggio di fondo che lo scrittore a mio avviso vuole rimandare a partire dalla metafora di un tondo e piccolo ombelico, simbolo dell’amore carnale, ideale e materno, come fino alla dissertazione filosofica sul sesso degli angeli. Manifestazione di vita, crescita e morte in un eterno ciclo senza significato profondo se nn esso stesso, poiché tutti gli altri elementi sono solo percezioni di una realtà relativa diversa per ogni spettatore, succube e limitato dalla sua stessa visione. Per tale motivo l’esistenza stessa non è che il risultato di insignificanti eventi, attimi isolati che assumono valore nella consapevolezza che il continuum è una somma di singoli. Ma come in un paradosso, è in questa duplice costruzione di realtà e sovra-realtà che l’insignificanza è la chiave della serenità e del raggiungimento della comprensione dell’insieme. Non è un ombelico, non una malattia, né l’amore per un individuo che rendono la vita un cammino interessante, ma gli insignificanti trascorsi che si compiono per e attraverso queste emozioni, in cui può essere scoperta la serenità di un sorriso interiore.

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  8. Chiara C.   17 novembre 2013 at 12:10

    Oserei definire l’opera dello scrittore Milan Kundera come un’arte picassiana dove, ammirando i particolari, non è possibile una visione d’insieme poiché vivono di vita propria, ma allontanandosi si può percepire una visione univoca, come si può apprezzare e ammirare come alla fine di un’esperienza visiva.
    “La festa dell’insignificanza” è contornata da una narrazione intrecciata di eventi che fanno da cornice alla vita dei personaggi, definiti come marionette, con l’aggiunta di digressioni storiche. Potrei definire l’opera di Kundera come una non-narrazione. Un’opera letteraria che cambia colore, come dal nero al bianco, ma delinea l’abilità dello scrittore di far vivere al lettore un’esperienza intellettuale di forte impatto emozionale attraverso un gioco e un riso amaro, poiché mette in luce le problematiche della società post-moderna. Tutti hanno delle opinioni su tutto. Il lettore è vigile, cerca di mettere ordine alla narrazione che appare come contradditoria fino alle ultime pagine che fungono da elemento chiarificatore.
    Durante la lettura mi sono più volte domandata quale fosse il nesso logico tra i temi trattati, per la maggior parte riguardanti la vita dell’uomo, ossimori continui, come il tema della vita e della morte, della futilità della vita dell’uomo, della fisicità e dell’incorporeità, del rapporto tra uomo e donna e tra madre e figlio, su come rendere comici personaggi come Stalin, tutt’altro che comici, nella lotta dell’autore contro il totalitarismo.
    È evidente come Alain, successivamente all’incidente avvenuto con la ragazza, si definisca ripetutamente come un “chiediscusa”, come se fosse sempre necessario scusarsi per sopravvivere nella giungla societaria, tra i colpevoli e i non colpevoli, tra chi chiede sempre scusa e chi non fa altro che accusare l’altro, ma dove alla fine risulta vincente chi riuscirà a smascherare l’altro come il vero colpevole.
    La moda dell’ombelico scoperto è contorniata da più chiavi di lettura: la processione di ombelichi tutti uguali è il simbolo dell’omologazione e della ripetitività del nostro tempo, dove tutto sembra uguale e conforme, portando all’annullamento della soggettività. L’individuo in mezzo alla massa trova difficile distinguersi. L’ombelico è anche il simbolo del legame tra madre e figlio, di quel legame da cui nessun bambino si può distaccare, un legame che ha voluto la natura umana e, sebbene Alain non fosse stato desiderato, come nessun essere umano viene al mondo per sua volontà, resta indissolubile lo stretto rapporto che ogni individuo ha con la propria madre. Dal concepimento di un figlio, al collegamento su quanto gli ombelichi abbiano influenzato l’immaginario erotico contemporaneo, alla ripetitività connessa a questo atto che contribuisce all’annullamento della soggettività.
    “(…) l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla (…), respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…”. L’insignificanza è la chiave di lettura del mondo, dell’inadeguatezza dell’uomo rispetto alla società in cui vive. Tutti sono costretti all’omologazione con la massa. L’insignificanza ha un rapporto simbiotico con l’uomo, è sempre con noi, vive con noi. È opportuno iniziare a conviverci per sopravvivere e imparare a nuotare in un mare di incertezze e perplessità.

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  9. Marta Biagini   17 novembre 2013 at 12:44

    Questo libro è dedicato ad un epoca che ha perduto ogni significato, ogni senso dell’ umorismo dov’ è rimasta solo l’ insignificanza. Kundera parla di problemi seri nonostante non pronunci una sola frase seria ed è proprio questa la cosa che mi ha colpito di più in questo romanzo. I quattro protagonisti ci servono indirettamente per capire molti concetti dei quali lo scrittore ci parla, loro attraverso pensieri, bugie e racconti ci presentano il tema dell’insigificanza.

    A mio parere il tema della perdita dell’individualismo che porta ad essere tutti uguali affrontato da Alain è molto interessante; il protagonista ce lo spiega attraverso l’ombelico: “le cosce, il seno, le natiche hanno in ogni donna una forma diversa(….) ma non puoi identificare la donna che ami dall’ ombelico. Tutti gli ombelichi sono uguali”.

    Il fascino di questo libro sta nella sensazione di avere davanti un gioco architettato da un Kundera un po’ stanco della società in cui viviamo.

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  10. Camilla C.   17 novembre 2013 at 15:13

    Fin quando non ho letto le ultime pagine questo libro mi aveva trasmesso ben poco, ma in realtà mi ha fatto scoprire due pensieri che sono molto interessanti e vicini ai miei.
    “L’insignificanza è l’essenza della vita” sono pienamente d’accordo, e condivido anche che l’accettazione e l’amore per l’insignificanza porta uno stato di “benessere” come lo chiama l’autore; questa continua ricerca di un senso nella nostra vita, nelle nostre emozioni e nei nostri gesti non porta altre che angoscia e malessere.
    In questo romanzo è proprio la storia di Alan che porta un argomento nel quale mi sono immersa, cioè l’importanza della madre nella vita di un essere umano. Questa forza che, anche se la madre lo ha abbandonato, anche se la madre non lo aveva concepito per suo volere, e forse lo aveva provato ad ucciderlo mentre era ancora feto, porta Alan ad appendere solo una foto nella sua casa, la foto della madre. Quanto può avere sofferto Alan?
    E’ cosi forte il legame che sente per la madre che riesce a trovare un altro punto sensuale nel corpo di una donna, l’ombelico: il primo collegamento con la madre quando da feto lo nutriva attraverso esso, e il finale quando l’ultima volta che la vide lei glielo sfiorò.

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  11. Gemma Rigatti   17 novembre 2013 at 15:27

    L’enigma principale su cui si focalizza l’autore dall’inizio del libro è quello che coinvolge uno dei quattro personaggi, Alain, un giovane ragazzo che non sa spiegarsi come l’ombelico, messo in mostra da tutte le ragazze, possa esser diventato simbolo dell’erotismo femminile. Se apparentemente questo dilemma si mostra insignificante, genera una riflessione più profonda: un luogo d’oro che “non dice nulla della donna che lo porta, ci parla di qualcosa che non è questa donna” parla infatti del legame tra la donna ed il feto. Un legame che non sembra esserci stato tra Alain e sua madre ma nonostante ciò lo porta costantemente a ripensare all’unico ricordo che aveva di lei e a costruire conversazioni immaginarie con ella stessa. Questo è uno tra i percorsi e riflessioni che si intreccia con quelli degli altri protagonisti, immersi anche loro nell’insignificanza, ogni cosa diventa insignificante,dai gesti alle parole agli scherzi fino alla morte stessa. I protagonisti del libro sono individui insignificanti. A fianco di questi personaggi comuni, anche figure storiche come Stalin e Cruschev appaiono attraverso storie come “Le ventiquattro pernici” insignificanti, leggeri ed inconsistenti. Il valore dell’insignificanza è un tema affidato a Ramon che quasi a conclusione del libro, in un dialogo con il collega D’Ardelo, la descrive come l’essenza della vita: “E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere” e ” ci vuole coraggio per riconoscerla”,”l’insignificanza è la chiave della saggezza e del buon umore”. Nonostante si pensi di essere originali e diversi è proprio l’insignificanza a renderci comuni.

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  12. Aurora Pierozzi   17 novembre 2013 at 16:14

    Milan Kundera in questo libro affronta il tema dell’insignificanza come un tema intrinseco e nascosto dietro molti avvenimenti e avventure della vita di tutti i giorni. Kundera affronta in maniera quasi comica questo tema, attribuendo molto spesso una sensazione di incoscienza: il fare determinate cose, spesso senza motivo, è qui che si cela l’insignificanza dell’essere e della vita.
    Kundera affronta anche uno dei più importanti avvenimenti storici del ‘900, ovvero l’avvento del comunismo con Stalin, riuscendo ad attribuirgli un fondamento poco sensato, soprattutto alla figura di Stalin.
    L’insensatezza è qualcosa che si cela dietro molte nostre azioni quotidiane, che sia insensatezza pensata o casuale. Molto spesso questo avviene semplicemente per un motivo puramente ludico, come per esempio nel caso di Caliban e Charles, dove Caliban finge di parlare un’altra lingua con l’unico scopo di divertirsi. E’ questo che Kundera vuol far trapelare dal suo libro: l’insignificanza delle azioni e dei pensieri.
    Alain arrivato a convincersi dell’insignificanza della propria vita, arriva a sviluppare una serie di pensieri fittizzi nella sua testa, di storie, riguardo a sua madre e al motivo per il quale lo ha abbandonato da piccolo.
    Alain su questo pensiero basa l’insignificanza della sua esistenza arrivando addirittura a considerarsi un chiedi scusa, uno che nella vita non riuscirà mai ad avere carattere, ma che sarà solo destinato a chiedere scusa. Tutti questi pensieri vengono sviluppati dall’unica immagine di sua madre che gli rimane nella mente: da piccolo, all’età di dieci anni, nella villa delle vacanze, lei gli fissa e sfiora con il dito l’ombelico, poi sparirà per sempre.
    Proprio a causa di questi gesto l’ombelico ha sempre avuto un significato particolare per Alain, il quale è arrivato addirittura a dargli un significato erotico, una parte seduttiva della donna. Dato dal complesso di sua madre l’ombelico viene visto non come parte in sé per sé, ma come “portatore di feto”, infatti è proprio grazie al cordone ombelicale che il feto si nutre dentro al corpo della madre. L’ombelico non è portatore di identità di una donna, è solo portatore di vita, facendo allusione ad Eva, donna senza ombelico, ma che ha generato via via donne e uomini.
    l’ombelico per Alain consiste nel punto cruciale della relazione mancata con sua madre, colui che dà vita al feto che è parte di colei che non lo ha mai voluto.
    in questo libro Kundera, allarga questo tema al mondo attuale, il quale sta diventando sempre più fondato sull’insignificanza che su valori ben stabili.

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  13. Elenagiulia Monzecchi   17 novembre 2013 at 17:28

    La letture di questo libro mi ha reso consapevole di come un romanzo possa stimolare il pensiero e la critica tramite varie storie. A tale proposito ho trovato interessante come già dalle prime storielle su Stalin si metta in evidenza il fatto che un racconto può assumere innumerevoli sfaccettature e suscitare ben diverse reazioni a seconda del pubblico, contesto, e momento storico in cui viene esposto.
    Sono numerosi i momenti del libro che mi hanno scaturito ottimi spunti di riflessione e vorrei quindi riportarne alcuni.
    Mi ha particolarmente colpito l’osservazione sui morti: essi vivono nei ricordi delle persone che li hanno conosciuti, vivono di loro e con loro, delle loro nostalgie e dei loro pensieri. Vi sono personaggi nella storia che sono stati più vivi dopo la morte che durante l’esistenza, nella quale per molti erano nulla. E’ il caso di molti grandi artisti, poeti, autori; persone che hanno vissuto nell’ombra, nella sorda normalità, che sono esistite ma hanno cominciato a vivere solo dopo la morte.
    Il tema della morte viene trattato a più riprese all’interno del libro, ogni volta con significati diversi, grazie soprattutto alla figura della madre di Alain. Nel dialogo immaginario tra Alain e la madre vengono affrontati i temi dell’esistenza e dei diritti dell’uomo che personalmente mi hanno richiamato alla mente una riflessione simile espressa dalla Fallaci in “lettera a un bambino mai nato”. L’uomo rivendica diritti e libertà quando in realtà non li ha mai conosciuti : dal momento in cui nasce, senza aver avuto la possibilità di deciderlo lui stesso, senza desiderare di essere posto davanti al peso della vita, dal momento in cui deve limitare la sua libertà per preservare quella altrui, al momento in cui muore, spesso inaspettatamente o comunque senza esserne pronto.
    “L’uomo è una solitudine circondata di solitudini” la frase pronunciata dalla signora Franck sembra avere un collegamento diretto con la riflessione compiuta nel sottocapitolo seguente da Alain, il quale dichiara che il dialogo non è altro che “ L’intreccio di due monologhi che conservano per ciascuno un’ampia parte di non compreso”. In questa ottica si vede come l’essenza dell’uomo si riconduca alla solitudine, dettata da un forte protagonismo che lo contraddistingue, e lo porta alla cecità nei confronti dei punti di vista altrui.
    Tale concezione si pone all’antitesi dell’anima dei “chiedi scusa” i quali, come emerge nel dialogo, hanno un bisogno inalienabile di socialità e di evitare il conflitto. Tuttavia non sono pienamente d’accordo sul fatto che chiedere scusa implichi una presa di coscienza dell’essere nel torto. A mio parere, chi chiede scusa può anche avere l’intento di esprimere un “mi dispiace per la situazione”, la volontà di voler porre fine al conflitto e non necessariamente di colpevolizzarsi per l’accaduto.
    Uno degli oggetti che, a mio parere, ha assunto maggiore rilevanza all’interno del libro è stata la piuma: interessante la diversa percezione di essa, da sempre intesa come emblema della libertà e spensieratezza in quanto leggera e quasi impalpabile,al contario, nel romanzo, viene vissuta come oppressione,senso di paura e mistero poiché così incorporea.
    Sempre la piuma ha dato origine ad un’altra scena molto affascinante: la descrizione degli invitati tutti intenti a guardare la piuma, mentre gli unici esenti da questa attrattiva sono Caliban e Ramon, sembra ricreare perfettamente l’immagine del classico film di fantascienza dove il tempo è stato fermato ed i personaggi restano immobili nelle loro posizioni( in questo caso fissando la piuma) mentre gli unici ad agire in quest’assenza di tempo sono i protagonisti che riescono ad osservare esternamente la scena.

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  14. Costanza Benelli   17 novembre 2013 at 17:38

    Compassione e disprezzo, sessualità e castità, intelligenza e stupidità, chiarezza e confusione, serietà e insignificanza, binomi antitetici che ritroviamo continuamente all’interno del libro e che si conciliano perfettamente all’interno dell’essere umano.
    Mi figuro il libro stesso come una grande pièce de théâtre dove si intrecciano filosofia, storia, caos, seduzione, perplessità, realtà, finzione, consistenza, leggerezza, tutti elementi alla base dell’umanità.
    La pièce si apre con la meditazione di Alain sull’ombelico, messo in mostra dalle ragazze followers dell’ultima moda, per dirla con termini moderni.
    Un uomo(o un’epoca) può vedere il centro della seduzione femminile nelle cosce, nel seno, nelle natiche ed ha un senso, ma perché nell’ombelico? Cosa rende l’ombelico così attraente? Più che si avvicina la fine del libro, più ci avviciniamo a una chiarificazione, iniziamo a comprendere al pieno il perché del libro.
    L’ombelico diventa il quarto sesso simbolo di vita, morte, sessualità, perdita di individualità, poiché “le cosce, il seno, le natiche hanno in ogni donna una forma diversa. Questi tre luoghi d’oro, quindi, non solo sono eccitanti, ma esprimono al tempo stesso l’individualità di una donna. Non puoi sbagliarti sulle natiche di colei che ami. Le natiche amate, le riconosceresti tra centinaia d’altre. Ma non puoi identificare la donna che ami dal suo ombelico. Tutti gli ombelichi sono UGUALI.” Ecco che l’ombelico si manifesta come chiave di lettura non solo per gli esseri umani, ma per la nostra epoca intera.
    Viviamo, infatti, in una società caratterizzata da una perdita di individualità e noi stessi siamo sempre più conformati gli uni agli altri.
    Ci adeguiamo senza pensarci su a mode che neanche ci rappresentano, per essere uguali agli altri ed appartenere ad un gruppo enorme, esentandoci così da ogni forma di giudizio negativo e critica, non ci mettiamo in gioco e rendiamo muta la nostra voce e la nostra unicità conformandola a quella degli altri.
    Ne è un esempio perfetto la moda dell’ombelico a cui hanno aderito milioni di ragazzine seguendo l’esempio dei loro opinion leader(star, celebrities, icone), scegliendo ancora una volta l’omologazione.
    L’ombelico rappresenta anche il rapporto indissolubile madre-figlio, lo stesso Alain, abbandonato dalla madre che non l’aveva mai voluto e cresciuto dal padre, ha affisso sulle pareti di casa una sola foto ed è una foto di sua madre, con essa riflette, discute, ride, parla.
    Alla fine arriva anche a capire l’abbandono della madre, non più visto come qualcosa di cattivo, bensì giustificato, poiché “è sempre sembrato orribile mettere al mondo qualcuno che non te lo chiedeva”, nessuno è a questo modo per la sua volontà, nessuno ha scelto di vivere, vive e basta. Da qui l’ombelico come ripetizione quasi statica della nostra era, dove anche l’atto sessuale in sé diventa un flusso automatico e privo di pathos.
    In quest’epoca così omologata, fintamente seria, l’insignificanza è una boccata d’aria, aiuto per la sopravvivenza quotidiana, la risposta all’impossibilità di rivoluzionare questo mondo, che non vuole essere rivoluzionato.
    Non tutti capiscono l’importanza dell’insignificanza, come D’Ardelo “così attaccato alla serietà delle grandi verità”, preferiscono vivere nelle menzogne del loro mondo snob e nel rigirio infinito dei loro discorsi… Ma non è insignificante anche tutto ciò?

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  15. Lavinia P.   17 novembre 2013 at 18:24

    La festa dell’insignificanza è un romanzo ambientato in Francia, quasi interamente intorno ai giardini di Lussemburgo,che si sviluppa in una narrazione circolare.
    I protagonisti sono come delle marionette pensanti nelle mani dell’autore che man mano li dirige verso la conclusione che si rende chiara solo nelle ultime pagine della narrazione.
    Tra i personaggi troviamo: Alain, Ramon, D’Ardelo, Charles, Quaquelique e Caliban.
    Il romanzo si apre con l’immagine di Alain che osserva l’ombelico scoperto delle ragazze francesi. Secondo Alain a seconda della parte del corpo femminile che si decide di mettere in rilievo (cosce,seno,natiche e ombelico) si può comprendere il senso e il destino dell’epoca in cui si vive: ma Alain si chiede qual è il senso di un uomo e di un’epoca che vede il centro della seduzione femminile nell’ombelico? Da questa domanda, se ne sviluppano molte altre in una trama semplice che ha a che fare con lo svolgimento quotidiano delle vicende dei personaggi principali:
    D’Ardelo inventa un cancro per sentirsi più vivo con l’amico Ramon; Ramon che spiega a Charles la differenza tra l’uomo brillante, nella realtà l’amico D’Ardelo, e l’uomo insignificante, l’altro suo amico Quaquelique in grado di conquistare proprio per la sua mediocrità, banalità e insignificanza, a differenza di D’Ardelo che risulta troppo brillante per piacere alle donne senza creare automaticamente in loro un senso di sfida e competizione.
    L’autore affianca a questi personaggi anche delle figure storiche come Stalin e Chrushev, raccontati in modo insolito e ironico, che torneranno sempre nella circolarità della narrazione, così come torna l’ossessione di Alain per l’ombelico e per una madre che non l’ha mai voluto e l’ha abbandonato da piccolo, immaginata da lui come una suicida che si libera del proprio istinto suicida togliendo la vita a un altro uomo e poi mettendo al mondo un chiediscusa: un uomo, cioè, con quel particolare tipo di bontà che si scusa della propria stessa esistenza trasformandola in stupidità.
    L’ombelico, su cui riflette per tutto il romanzo Alain e che inizialmente sembra essere privo di significato, porta, invece, ad un duplice messaggio: simbolo del conformismo, della ripetitività e il conseguente annullamento dell’individualità ed ombelico come simbolo del legame tra madre e figlio perché è proprio grazie a questo che il feto resta unito alla madre in un legame indissolubile nel tempo.
    E solo alla fine del romanzo l’autore attraverso le parole di Ramon, spiega il senso dell’insignificanza:
    “…l’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre…”
    L’insignificanza ci circonda ed è l’essenza della nostra vita che viene vista come il risultato di eventi insignificanti e proprio quest’insignificanza, che ogni persona si porta dentro di sé in una maniera o nell’altra, fa vedere ciò che siamo.

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  16. Lamberto Cantoni
    Antonio bramclet   17 novembre 2013 at 19:48

    Il romanzo di Kundera mi ha fatto venire in mente una delle mode piu’ cretine apparse negli ultimi decenni.
    Si ricorda caro prof. Il calzino arrotolato sotto la caviglia indossato con il jeans corto fino al polpaccio? Mai vista moda piu’ scema. Non ha alcun senso. Scommetto che nemmeno un esperto in stronzate come Lei, riuscirebbe a tirarci fuori qualcosa di sensato.
    Perché non propone a Kundera di scriverci sopra uno dei suoi intellettualoidi romanzi? Potrebbe intitolarlo “la caviglia nuda” o “il calzino riluttante”. Così poi potremmo divertirci a leggere una sua recensione cerebrale in cui ci spiega l’importanza di un approfondimento sull’uso decorativo degli arti inferiori per il futuro della moda.
    A proposito, a me hanno insegnato che quando si fanno citazioni bisogna mettere le fonti. Secondo me le sue citazioni sono, non dico inventate, ma improvvisate. Prof. Lei e’ un leggero, un leggero
    Dulcis in fundo: io trovo l’ombelico molto erotico. Come la mettiamo con l’interpretazione di Kundera? Se ho ragione io si può dire che il romanzo si basa su sciocchezze che si intrecciano con altre sciocchezze? Ma come possiamo definire un mix di banalità e invenzioni? leggero, Kundera e’ un leggero

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 novembre 2013 at 12:01

      Bramclet, potrebbe per favore evitare di chiamarmi “caro prof.”! Chissà perché ho la sensazione che mi stia prendendo per il culo. Se fossi stato un suo professore l’avrei senz’altro bocciata a ripetizione.
      Lei non ha affatto letto il libro di Kundera e le sue chiacchiere nate dall’ottusa, disordinata, sgangherata attività dei suoi quattro neuroni manifestano purtroppo l’impossibilità di accedere a contenuti astratti altri, rispetto al tam tam del suo bongo. Ma perché mi rompe le palle? Come faccio a farle capire che tra la mancanza di senso e l’insignificanza c’è una differenza abissale! Trova che l’ombelico sia erotico? Ma chi se ne frega! Citazioni false? E se volessi mettere alla prova il lettore? Non trova che sarebbe una strategia giusta per allenare la gente a non essere dei creduloni? Ma non e’ il caso dell’art. in questione. Le parole di Lacan sono tratte dal sem. XX, “Encore”, non sto a perdere tempo per segnalarle la trad. Italiana. Dubito infatti che lei legga, almeno nel senso che io do alla parola.
      E poi, lasci stare le mode delle ragazzine. Sono troppo complicate per un avanzo da nightclub esotici come lei.
      Quando ci fu la moda dei jeans al polpaccio impazzavano tra le stordite adolescenti le ballerine.
      Durante la stagione estiva nessun problema. Immaginiamo che le furbette vogliano preservare il look anche con la brutta stagione. Allora il collant in questo caso e’ da evitare. Rimane il calzino corto. Ma indossato normalmente non funziona, ovvero viene a mancare lo spazio tra piede e jeans necessario a creare l’estetica particolare fissatasi nella loro “attesa” di fascino. Ecco allora arrivare la soluzione del calzino arrotolato alla caviglia: in questo caso le relazioni tra ballerina, calza e jeans corto funzionano, dando al look un effetto da “bambina ritardata”, difficilmente imitabile dalle donne adulte.
      Ha capito Bramclet, come funziona? Riesce ad arrivarci? Guardi il contesto, consideri l’integrazione di elementi, non pensi alla moda come se fosse una parola magica, pensi piuttosto alla creazione di una “frase” di moda. Sintassi Bramclet! Sintassi.

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      • Lamberto Cantoni
        Bramclet   21 novembre 2013 at 11:40

        Ebbene si, non ho letto come un fanatico Kundera. E allora? In libreria ho aperto il libro tre volte a caso, ho letto cosa c’era scritto e non ci ho capito un cazzo. Mi spiace, Kundera non ha passato il mio test. Rivendico la mia libertà di lettore. I libri li leggo come mi pare e piace. Se mi va di cominciarli dalla fine, perché dovrei pormi dei problemi? Se intuisco che basta leggere il titolo, perche dovrei perdere tempo? Se non mi piace la copertina non lo compro. E allora? Un autore mi ruba del tempo, e io dovrei seguire alla lettera tutto quello che fa comodo a lui? Lei caro prof. e’ un fesso. Quando guarda la televisione cosa fa? La smonta per vedere cosa c’e’ dentro? Guarda tutti programmi dall’inizio alla fine? Zapping, altro che sintassi! Forse se leggesse un po’ i libri con il turbo anche lei, si sbarazzerebbe delle inutili chiacchiere con le quali avvolge altre chiacchiere.
        Non ho capito cosa c’entrano le ballerine con i calzini arrotolati alle caviglie. Mi sono accorto di questa moda quando una amica si e’ presentata con un tacco 12 e calzino studiatissimamente arrotolato. Mi ha infastidito perché se la tirava, se la tirava, se la tirava che a momenti pensavo che annunciasse al tutti che era stata selezionata per x factor.
        Poi ho avuto una illuminazione: non sarà il calzino a darle la sfrontatezza di parlare e comportarsi ripetendo sempre la stesso messaggio “guardatemi e stupitevi di come sono fica”?

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  17. Arianna Nencini   17 novembre 2013 at 19:52

    Kundera è uno scrittore che conosco molto poco (ho letto solo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”) e devo dire che con questo romanzo ha raggiunto l’intento e portato a termine la missione che si era prefissato e che viene specificato dall’autore stesso nella quarta di copertina: creare un’opera senza una parola seria e assolutamente non “pesante”.
    Per quanto mi riguarda ho trovato “La festa dell’insigificanza” decisamente, mi si perdoni il gioco di parole, insignificante. Questo termine non è da considerarsi in in un’accezione strettamente negativa.
    Il libro infatti, offre molteplici spunti di riflessione (si va dall'”ombelico come nuova frontiera dell’erotismo” a “come una donna affronta la morte del suo grande amore” passando per immagini suggestive sulla creazione della vita) ed immagini suggestive (l’albero di cordoni ombelicali come metafora dell’esistenza) che però non fanno niente, stanno lì fermi a fissare il lettore, ad aspettare di essere analizzati e sviscerati nei loro vari significati. Questa cosa l’ho trovata geniale e fa diventare il libro di un autore che “spaventa”, adatto a qualsiasi mente: ognuno ci vedrà e capirà quello che vorrà, senza sentirsi meno preparato di altri.
    L’immagine delle tematiche tendenzialmente passive e umanizzate è adattabile anche per i personaggi. Nessuno di loro ha una psicologia ben delineata ma nessuno di loro suscita mistero o curiosità: non sappiamo la loro età o che lavoro fanno (tranne che per alcuni), non conosciamo il loro passato (anche se per un personaggio si ha un flashback della sua infanzia ma che non dice assolutamente niente sulla sua persona) e la cosa migliore è che non ci interessa. Il lettore non ci pensa minimamente perchè Kundera ci porta in una sorta di magico mondo di superficialità (apparente) dove niente è lasciato in sospeso e tutto viene chiarito, ma allo stesso tempo il lettore si approccia alla storia continuando a porsi domande come in una sorta di spirale discendente.
    Ho trovato magistrale il rendere un romanzo avvincente e insignificante allo stesso tempo.
    Io personalmente ho odiato questo libro, e tutt’ora non mi piace (a parte i siparietti con Stalin che ho trovato esilaranti) ma devo ammettere che la capacità di non scrivere assolutamente di niente e allo stesso tempo instillare dubbi esistenziali è notevole ed è l’unica cosa che permette di proseguire nella lettura e arrivare ad una fine che, ovviamente secondo me, è esilarantemente insignificante.

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  18. Alice A.   17 novembre 2013 at 20:23

    La festa dell’insignificanza analizza l’irrisolvibile dialettica costantemente presente nel genere umano, prendendo atto di suddetta condizione esistenziale, trova la nudità come una chiave interpretativa della contemporaneità. Kundera riflette attraverso gli occhi del suo personaggio sulla moda parigina del momento che consiste nel portare l’ombelico scoperto e conviene malinconicamente che l’uniformità sia l’unica costante presente nella nostra epoca. E’ proprio questa uniformità travestita da un’illusoria individualità che si sviluppa tessendo il filo logico del romanzo fino al suo epilogo, dove lo scrittore conviene l’impossibilità di vivere diversamente dall’accettare il valore dell’insignificanza come essenza prima, da amare in tutta la sua innocenza e bellezza. Personalmente, ho sempre trovato gli scritti di Kundera, geniali e piacevoli. In maniera del tutto personale ho molto apprezzato la tematica affrontata, ma ho trovato l’autore troppo vincolato al suo stile e incapace di reinventarsi in questo suo nuovo scritto, rimanendo troppo ancorato al passato e ai suoi autori di riferimento senza rielaborare le loro citazioni.
    Il libro presentava tutti i presupposti per diventare un romanzo riuscitissimo, ma, forse per le mie troppe aspettative, giunta all’ultima pagina non ho sperimentato il generico senso di epilogo o comunque di compiutezza dell’opera; ma piuttosto ho riposto il libro ponendomi svariati interrogativi (non sempre fenomeno da considerare negativo) sentendomi in un certo modo esclusa dalla visione un po’ stanca ed annoiata dell’autore del mondo attuale, trovando alcune frasi quasi insensate o noiose. Sono fermamente convinta che per criticare negativamente un grande scrittore sia necessario argomentare profondamente le proprie convinzioni e avere un’accuratissima conoscenza di ciò che si sta trattando; perciò mi limiterò a esprimere la mia sottile delusione nell’aver letto e poco assaporato un romanzo decisamente sottotono di uno dei più grandi scrittori contemporanei mondiali.

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  19. Ilaria Hu   17 novembre 2013 at 22:37

    Il tema dell’ insignificanza è presentata con una meditazione sull’ ombelico femminile, messo in mostra per una via di Parigi dalle ragazze che indossano i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta. Alain, un ragazzo giovane, ne resta talmente affascinato e turbato, che non sa spiegare il perchè cio possa essere diventato il quarto simbolo di erotismo femminile, quando invece riesce ad improvvisare risposte per cosce-natiche-seno. La confusione tra il piano della realtà e la disperata ricerca di senso non è nient’altro che la messa in scena dell’insignificanza che accompagna la nostra vita. Infatti, l’ ombelico, non dice nulla della donna che lo porta, ci parla di qualcosa che non è questa donna. A differenza di cosce-natiche-seno, che iscrivono erotismo, l’ ombelico è collegata ad un fattore consequenziale al rapporto sessuale, il feto.
    L’ enigma dell’ ombelico scoperto è insignificante di sè per sè, ma porta Alain ad una riflessione piu profonda come l’ ultimo ricordo della madre, prima che scomparse.
    La festa dell’ insignificanza di Milan Kundera è, per la mia opinione, un romanzo che provoca i lettori e a sua volta la società attuale.
    Il tema dell’ ingnificanza viene attribuita ai personaggi, in quanto le biografie e le personalità non vengono descritte particolarmente, poichè sono solo marionette che rappresentano nella loro singolarità, tutta la generazione attuale; i loro gesti, le parole e persino il tema della morte risultano espresse con ironia e prive di significanza, cosi come anche Stalin ricopre, attraverso le storie raccontate nelle digressioni del libro, un ruolo ingnificante e incosistente; ombelichi tutti uguali è simbolo di conformismo a cui sembra condannata la nostra epoca, dove l’uniformità è celata sotto l’illusione di individualità.

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  20. Simona L.   17 novembre 2013 at 22:40

    “La festa dell’insignificanza”, un libro il cui scrittore, Milan Kundera, enuncia attraverso la narrazione di eventi apparentemente scollegati e confusionari che si alternano tempestivamente, il grande e misterioso potere che può assumere la FUTILITA’ . Ciò in se è un ossimoro; l’importanza dell’insignificanza, così come l’alternarsi tra passato e presente, tra vita e morte, tra genitori e figli, tra malattia e gioia, tra cinicità e compassione, tra fantasie e realtà. Ogni personaggio all’interno di questo romanzo rappresenta l’esigenza dell’essere umano di trovare una spiegazione a tutto ciò che lo circonda, provando un angoscia nella ricerca continua di ipotetiche soluzioni che possano alleviare l’esistenza stessa che in se per se è molto più banale e semplice di ciò che appare. I personaggi assumono quasi il ruolo di attori e comparse che recitano una parte all’interno del palcoscenico della vita, interpretando dei ruoli come il “chiediscusa”, nel caso di Alain o “l’esercito dell’omologazione” nel caso delle ragazze con gli ombelichi tutti uguali , che però, nella loro uniformità scaturiscono un individualismo nell’uomo che le guarda e che associa quella parte del corpo ad una personale esperienza di vita passata che continua ad influenzarlo nel presente. Si parla di un libro dalla scrittura semplice e leggera ma con un concetto di base certamente fuori dagli schemi, particolare ed eclettico. Una trama che pone delle riflessioni importanti sull’esistenzialismo in una chiave, a mio parere, nuova e assolutamente originale.

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  21. Chiara B.   18 novembre 2013 at 00:34

    Come in un quadro puntinista, è la visione globale che da l’immagine nella sua totalità e completezza. In questo romanzo, Kundera, avvicina, infatti, più situazioni che sembrano, all’inizio sconclusionate e senza senso (viste nell’ottica narrativa tradizionale a cui siamo abituati), ma che poi, nella conclusione, si intrecciano grazie ad un fil rouge chiamato “insignificanza”. L’aspetto su cui vorrei soffermarmi è proprio sull’immagine che si presenta all’inizio: la moda dell’ombelico scoperto. Alain si trova davanti ad un gruppo di ragazze parigine, tutte con pantaloni a vita bassa e maglie corte che mettono in mostra l’ombelico, e si interroga sulla valenza erotica di questa parte del corpo femminile, e se questo non possa essere accostato alle parti erotiche per eccellenza, quali le natiche, le cosce e il seno.
    Alain, guardando quegli ombelichi scoperti riflette non su una moda passeggera, ma sulla sua esistenza, sulla sua vita; questo “buchetto tondo”, apparentemente insignificante, rimanda, invece, al legame indissolubile che esiste tra madre e figlio. La madre di Alain ha abbandonato il figlio, in quanto non desiderato e non voluto, ma in occasione di un incontro, non può fare a meno di posare il suo sguardo e la sua mano su quell’ombelico che rappresentava quel legame reciso, quasi come a voler, al termine della sua vita, riscattare quel gesto e ribadire quell’unione . Questo buco tondo in mezzo alla pancia diventa il simbolo ideale della mamma, del rapporto che lui vorrebbe avere con essa (basti notare che in camera l’unica foto che aveva appesa era proprio quella della madre, con la quale improvvisava un dialogo univoco e unidirezionale).
    Quindi, se l’ombelico è visto come simbolo di vita, diventerà anche, indiscutibilmente simbolo di morte. La vita dopotutto è un qualcosa di ciclico, inizia, ha uno sviluppo ed infine, termina (questo ci ricollega anche al concetto di Eraclito del “panta rei”, ovvero tutto scorre, legato ad una filosofia del divenire); un ciclo monotono, ripetitivo, insignificante; dopotutto, però, la vita è fatta di insignificanza ed è proprio questa che la rende più leggera, “vivibile”.
    Un altro spunto su cui riflettere è il modo in cui vengono affrontate le situazioni e gli episodi: la possibilità di avere un cancro, la Franck che appena morto il suo compagno di una vita sorride tranquilla, il rapporto con la morte ed il modo di vederla. Tutte queste immagini, vengono viste e raccontate dagli stessi protagonisti in maniera edulcorata, quasi irreale, ironica.
    Il libro descrive una serie di personaggi e situazioni senza la pretesa di sviscerarne i significati ma anzi, per evidenziare come molte di queste situazioni non hanno proprio nessun significato logico, sono “insignificanti”, ma proprio per questo utili a prendere le cose e i fatti della vita con più leggerezza e disincanto.

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  22. Anikken B.G   18 novembre 2013 at 07:22

    ”La festa dell’insignificanza” comincia con una meditazione sull’ombelico femminile, una sfilata di ombelichi tutti uguali è il simbolo della scabra repitizione cui sembra condannate la nostra epoca. Dove la nudità resta per Kundera la chiave interpretative del nostro tempo, la sensazione di avere davanti un gioco che sembra quasi perverso, create e scritto da un Kundera che sembra un po’ stanca della società in cui vivono i suoi lettori. Da un solo e unica risultato l’inconciliabili dualità dell’esperienza umana; uomo e donna, genitori e bambini, nascita e morte, amore e amicizie, corraggio e paura etc.

    Secondo me ”La festa dell’insignificanza” sembra come un riflessione sulla bellezza e il senso della vita, che viene appunto nel suo essere insignificante. Che per Kundera sembra che è l’individuo la vita stessa di personaggi del tutto comuni e senza storia.

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  23. Angela Romano   18 novembre 2013 at 10:45

    Ogni nuova epoca porta dei cambiamenti, anche a lungo termine. E’ interessante come lo scrittore ponga la sua attenzione su un fenomeno come quello dell’ombelico, che comunemente giustifichiamo come qualcosa che semplicemente va di moda, trascurando i motivi antropologici. Sicuramente la sua è una visione molto poetica e profonda. I dialoghi che mi hanno colpito maggiormente sono quelli avvenuti nella mente del personaggio Alain, tra due ”chiediscusa”, cioè lui e la madre, uno chiede scusa per essere venuto al mondo, contro la volontà della madre, l’altra per aver messo al mondo il figlio senza il suo consenso. Ho trovato molto significativo il pezzo in cui lo scrittore paragona le vite dei singoli individui come diramazioni di un singolo tronco, il tronco sarebbe Eva. Mette in evidenza come anche senza essere consapevoli, forse dipendiamo da qualcosa di molto più potente, e se questo qualcosa cade logicamente cadiamo anche noi, perdendo ogni singola convinzione di potenza o autonomia. Anche a questo potrebbe collegarsi l’insignificanza di cui parla, siamo convinti di dipendere solo da noi stessi, ma questo paragone ci contraddice. A questo proposito ho collegato questa idea alla visione del mondo, ripresa anche nel libro, di Schopenhauer, idea curiosa tanto quanto inquietante, un mondo in cui siamo monitorati , in cui solo chi squarcia il velo di Maya può realmente vivere in maniera autonoma, senza essere controllati o monitorate come marionette. Mi viene da pensare che la donna con l’avvento dell’ombelico abbia voluto squarciare questo velo di Maya, abbia voluto mostrarsi ribelle anche alla sua creatrice stessa, Eva, essere privo di ombelico. Che importa essere uguali se in realtà ci si sente diverse da ciò che è stato prima, appunto Eva e le diverse ”seguaci” che non mostrando l’ombelico hanno quasi negato la sua esistenza? Questo paragone può essere riportato al cambiamento di un’epoca. Necessariamente, l’essere umano doveva escogitare qualcosa di così diverso per sentirsi appartenente e costituente di un’epoca opposta a quella precedente e, con l’ombelico il messaggio arriva, rivelandosi come un fenomeno che non è mai accaduto prima. Trovo che la donna abbia voluto dare una nuova idea di seduzione, i tre elementi citati dall’autore quali ”natiche, cosce e seni” sono un qualcosa che appartengono alla donna e che fa di lei donna, in senso estetico, elementi che non si possono nascondere. In questo modo, invece, secondo me la donna ha voluto esplorare un territorio più neutro come l’ombelico, su qualcosa che non ci permetta di essere catalogate immediatamente, e di andare oltre l’evidente omologazione. Inoltre, è curioso il fatto che l’ombelico è realmente il primo simbolo di maternità, eppure a chi riporta alla mente un’immagine di una donna materna? Penso a pochi, se non a nessuno, anzi, viene considerato come una ribellione al volersi coprire. E’ così che considero l’avvento dell’ombelico, una ribellione al sesso determinato, alla donna materna, alla donna troppo coperta, fino ad arrivare ad Eva, la creatrice. Per la prima volta la donna ha deciso dove far posare lo sguardo, è vero non ci dice nulla in senso individuale, non ricordiamo un ombelico, ma trovo che per una volta le donne si sono sentite libere e di trasmettere chiaramente la seduzione dal loro punto di vista, una nuova seduzione per una nuova epoca.

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  24. Matilde Morozzi   18 novembre 2013 at 13:46

    E’ la prima volta che leggo un libro di Milan Kundera e personalmente credo che non riaccadrà.
    La forza con cui lo scrittore si ostina a parlare per ben 128 pagine dell’assoluta insignificanza è da ammirare.
    Certamente vengono affrontati temi seri e degni di tutto il mio rispetto, ma proprio perché seri non possono non essere affrontati con ” parole serie”.
    Temi come la malattia del cancro, la morte del compagno amato, il tentato suicidio di una giovane ragazza incinta, la crescita di un bambino affrontata senza la figura materna non possono assolutamente e categoricamente essere utilizzati per portare a termine il desiderio e il bisogno, considerato quasi come uno stupido e banale gioco, di scrivere un libro sull’insignificanza.

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  25. Francesca C. Barbieri   18 novembre 2013 at 17:46

    Questo ultimo libro di M. Kundera inizialmente non mi aveva appassionato particolarmente. Anzi, non ne trovavo nemmeno un senso logico e continuativo. Ho poi riletto più lentamente alcuni passaggi, alcuni di quei piccoli capitoletti in cui viene suddiviso questo saggio, pièce teatrale e romanzo. Una suddivisione quasi psicologica, come se l’autore avesse voluto dividere e spezzare i vari momenti topici delle vite che descrive dandogli un nome, un titolo.
    Ho notato un’ingente contrapposizione di elementi: la nascita, la vita e la morte, le persone chiediscusa e chi accusa. Uno dei passaggi che ho piacevolmente analizzato più volte è stato, infatti, quello della madre di Alain che si getta da un ponte di Parigi con l’intento di suicidarsi ed annega il suo soccorritore. Mi ha colpito come questo episodio, immaginato nella mente del protagonista, fosse intriso di drammaticità e di un’amara ironia. Un’ironia che permea l’intero scritto di Kundera, una sorta di sarcasmo sull’inconciliabile dualità tra l’uomo ed il mondo che lo circonda.
    Partendo da un argomento che pare insignificante nella vita di tutti giorni, ossia l’ombelico scoperto delle ragazze delle vie parigine, viene analizzato in modo, a mio parere, quasi perverso, tratti di vite verosimili, che nascondono delle inadeguatezze di base, delle mancanze di significato. Sembra dunque uno specchio della società di oggi: ripetitiva, come gli ombelichi tutti uguali fra loro, noiosa e rarefatta. La fine suona come un addio, come una resa dopo una rivoluzione finita in piccole ed invisibili ceneri. Questo però, viene trattato dall’autore con estrema ingegnosità. Ci stupisce facendo intuire che questa sofferenza, questa inconsistenza ed amarezza della nostra realtà vanno accettate, addirittura amate per quello che sono, senza sfuggire alla pesantezza e alla paura. Bisogna ammettere l’esistenza e la potenza che hanno queste forze su di noi e che forse, sono tutto ciò che ci rimane in termini di valori.

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  26. giuliana battistutta   18 novembre 2013 at 18:43

    Il nuovo libro di Milan Kundera “La festa dell’insignificanza” presenta molti temi intrecciati, un pò confusi, che non ci fanno mai capire con assoluta esatezza dove sia il limite tra finizione e realtà.
    I suoi racconti sono originali, stravaganti , carichi di umorismo, vivacità e colore. Kundera è un maestro di talento per nulla scontato e molto sensibile , capace di toccare argomenti profondi con la giusta dose di tatto e sarcasmo.
    Questo libro è pieno di forti contrasti( si passa dal presente al passato, dal vero al falso ) che si mescolano generando caos, perplessità,confusione, insignificanza. L’insignificanza è uno dei temi fondamentali della vita umana nel bene o nel male. Questo è un concetto chiave attorno al quale girano molti significati, teorie ed idee. Kundera analizza diversi sentimenti umani ma non lo fa mai in modo pesante . Un tema che mi ha colpito e su cui Kundera focalizza la sua attenzione sul tempo e sull’immortalità : “il tempo vola. Grazie a lui, anzitutto siamo vivi (…) poi moriamo,restiamo ancora qualche anno con cui ci ha conosciuto, ma ben presto si verifica un alto combiamento: i morti invecchiano, nessuno se li ricorda più e spariscono “. Il tempo scorre molto velocemente, la vita è una sola e a ciascuno di noi viene data una sola possibilità…e noi cosa facciamo?? nulla! Trascorriamo le nostre giornate, settimane, mesi,anni , che poi diventano vite nell’insignificanza. Oggi gli esseri umani sono vuoti, spenti, non hanno nulla da raccontare o da offire. Viviamo in un mondo in cui non ci sono più rapporti umani, dove manca la voglia, la curiosità di conoscere/conoscerci. Le persone preferiscono passare il proprio tempo con lo smart phone o con il tablet anzichè in compagnia di altre persone. La comunicazione è diventata ad una via. Non vi è più lo scambio tra persone ma solo quello informatico. Le nostre vite sono fredde , scontate, banali…inisgnificanti. Tendiamo a prendere tutto con troppa leggerezza, senza impegno.. credo che dovremmo tutti cogliere l’opportunità di riflessione che Kundera ci ha voluto dare ed iniziare a porci delle domande.
    Ci sono molti libri scontati ,che non trasmettono niente e di cui ci dimentichiamo subito. L’insignificanza non è di certo tra questi libri..esso colpisce e, nel bene o nel male, non lascia indifferenti..sono certa che questo non sarà un libro di cui ci dimenticheremo facilmente.

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  27. Federica B.   18 novembre 2013 at 19:06

    La festa dell’insignificanza è una riflessione, attraverso le parole semplici e digressive di un gruppo di personaggi che vivono nella città di Parigi, sulla bellezza e il senso della vita, che risiede appunto nel suo essere insignificante.
    Questo libro è di difficile collocazione fra i vari generi letterari infatti esso si sviluppa nella forma di una pièce teatrale, di un romanzo, di un saggio ma senza mai confermarsi in nessuna di queste forme.
    Tra le righe si intende una riflessione sui problemi più seri della vita senza pronunciare alcuna frase seria. Questa è la festa dell’insignificanza.
    Il fascino di questo libro, forse risiede nel fatto che si ha la sensazione di essere dinnanzi a un gioco architettato dallo scrittore Kundera stanco della società odierna ma non abbastanza per continuare a provocare i suoi lettori.
    Per quanto riguarda la riflessione sull’ombelico, citando l’autore: “Tutti gli ombelichi sono uguali” possiamo intravedere un’allusione al conformismo e a questa moda che segna il millennio che è come un’ uniforme ancora più asfissiante che annienta qualsiasi tipo di erotismo e umorismo.
    Ed è questa sfilata di ombelichi messi in mostra e spogliati della loro intimità a simboleggiare la ripetitività che governa il nostro tempo. Il conformismo mascherato da individualità.
    Citando sempre l’autore: “Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo… Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio”. Ciò può indicare il sogno di cambiare il mondo almeno con le parole. La visione di Kundera coincide con una resa: “l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla”.
    In conclusione potremmo dire che c’è amarezza in questo epilogo, poiché anche se tutto è messo in burla, quella che si intende tra le pagine è realmente l’essenza del nostra inconsistente realtà.

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  28. Jade   18 novembre 2013 at 20:01

    Inizialmente la lettura del romanzo di Kundera, “La festa dell’insignificanza”, mi ha lasciato alquanto perplessa: ho pensato che il romanzo meritasse a pieno il titolo che gli era stato attribuito. Quattro amici, quattro storie diverse, che apparentemente non presentano una connessione logica l’una con l’altra, ma che tuttavia si ritrovano unite per uno strano motivo che non ci è noto sapere. Ciò che accomuna i protagonisti è il dramma dell’essere, il cercare un perché a tutto quello che accade loro nella quotidianità, un senso alla vita che hanno condotto fino a quel momento.
    È solo in un secondo momento che sono andata più affondo nella lettura del’opera e ho iniziato a capirne più a pieno l’essenza: Kundera cerca di trattare in maniera “leggera e comica” argomenti che per anni sono stati affrontati da filosofi, letterati, antropologi e molti altri ancora: perché nasce l’essere? Quale motivo o destino lo ha portato allo stadio di vita? Ha senso questa stessa vita? L’accanirsi nel ricercare un significato all’esistenza ha un fine ultimo? Queste e molte altre domande sono sorte da una mia più profonda riflessione ed è proprio da queste che ho potuto percepire il significato più intimo del romanzo. Kundera ci fa capire come spesso ci si affanni nella ricerca di una verità, nel desiderio di grandezza o ricchezza, ci si nasconde dietro menzogne, ma alla fine per quale motivo lo si fa? Non c’è una spiegazione precisa, in realtà seguiamo degli impulsi inconsci nelle scelte più banali che si fanno ogni giorno: apparentemente una stessa persona fa delle scelte che, viste dall’esterno, sono totalmente distanti l’una fra l’altra. Eppure perché ha agito così? Ci è noto sapere il perché di tanta diversità? Purtroppo no, poiché sono del parere che una Verità ultima non ci è data da conoscere.
    L’insignificanza fa da sfondo alla nostra vita, ci accompagna perennemente nel nostro cammino, siamo circondati da cose o persone effimere, con le quali entriamo in contatto, ma solo alcune sono in grado di lasciare un segno nella nostra banale esistenza.
    Personalmente trovo che esiste un parallelismo tra il romanzo di Kundera e un altro grande classico della letteratura italiana, ovvero “Uno, Nessuno e Centomila” di Luigi Pirandello. Entrambi gli autori hanno utilizzato uno stile canzonatorio, l’ironia, per scrivere dei romanzi che celano, sotto l’ingannevole semplicità di lettura, un mare di riflessioni. Ma oltre ciò, trovo che le due opere sono accumunate anche per i temi trattati: così come Kundera fa riflettere i suoi lettori su come in realtà l’insignificanza ci accompagna nella vita di tutti i giorni, allo stesso modo Pirandello ci fa riflettere su come spesso ci soffermiamo a riflettere solo sulla nostra idea di “Io”, ma in realtà non esiste un io oggettivo, ognuno trae un’immagine diversa sulla stessa persona, da cui derivano le centomila personalità attribuibile ad un soggetto.
    Lo sfondo di entrambe le opere è la riflessione sull’esistenza, sui quesiti che ciascuno si pone e, non trovandone sempre una risposta , continua a trascinarseli per il corso della vita. Come Kundera, mediante i suoi personaggi, si interroga sul significato della moda dell’ombelico, sul perché la madre di Alain l’abbia abbandonato e rifiutato, allo stesso modo Moscarda si chiede se esiste una vita oggettiva e condivisibile oppure tutto è soggettivo, pertanto non esistono verità e unicità. Ed è proprio questa la conclusione che ci portano a dedurre entrambi i romanzi: l’impossibilità di trovare un significato, la dissacrazione della verità ultima, l’insignificanza che genera la vita, ma non gli attribuisce una soggettività unica e rintracciabile.
    Concludo pertanto questa mia riflessione, collegandomi alla filosofia di un altro grande pensatore, ovvero Kierkegaard, il quale riflette sul significato dell’esistenza, affermando che non esiste una certezza, tutta la nostra vita si basa sull’insicurezza e la fragilità dell’essere. Questo si forma mediante le sue scelte: per il filosofo tutto si basa sulla possibilità che il singolo ha di decidere fra varie alternativa. Ogni scelta fatta comporta il rinunciare ad altre infinite possibilità (quindi altre infinite vite). L’uomo, rendendosi conto di ciò, basa tutta la sua esistenza sulla parola, o meglio sul concetto di angoscia, un sentimento indefinito, che ci porta a rimanere costantemente su di un baratro, ad avere costantemente il presentimento che qualcosa di brutto stia per accadere, ma tuttavia non si sa quando questo si verificherà.
    Ho trovato giusto ricollegarmi al pensiero del filosofo per approfondire ancora una volta le scelte che i protagonisti de “La festa dell’insignificanza” compiono: Alain vive tutta la sua esistenza con la paura che qualcosa stia per succedere: pensa costantemente al suo passato, al perché la madre lo abbia odiato così tanto al punto di abbandonarlo, il costante pensiero verso la donna lo porta ad essere ossessionato dal desiderio di volerla rivedere almeno una volta per porre tutti i quesiti per i quali non possiede una risposta.
    Allo stesso modo D’Ardelo, appena scoperto l’inesistenza di una malattia che sembrava affliggerlo, preferisce dire agli altri di essere malato. Perché preferisce che gli altri provino compassione e dispiacere nei suoi confronti, invece che affermare la verità, ovvero di essere sano come un pesce? Cosa lo ha portato a scegliere la strada della menzogna piuttosto che quella della verità e della salvezza?
    Sono i quesiti che ci poniamo il centro intorno al quale ruota tutta la nostra esistenza e, l’impossibilità di trovare una spiegazione logica alle proprie scelte e a quelle altrui, ci porta a riconoscere l’insignificanza della ricerca, la non logica su cui proprio Kundera ci vuol far riflettere.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 novembre 2013 at 09:57

      Jade mi ha aperto gli occhi su un parallelismo al quale non avevo pensato. Pirandello sembra attinente a ciò che fa da sfondo al modo di narrare l’avventura umana di Kundera. Ma tra il non senso del primo e l’insignificanza del secondo c’è un gradino da non sottovalutare.
      Relativamente a Kierkegaard ho dei dubbi. Se il filosofo/teologo danese fa dell’angoscia il fondo dell’essere e la base del suo programma proto-esitenzialistico, Kundera rimane invece intorno ai sui bordi, lungo i quali esplora la leggerezza, l’insignificanza,il lato comico della vita. Direi che lo scrittore ceco e’ attratto da tutto ciò che funziona come anti-angoscia. Comunque l’interpretazione di Jade mi ha suscitato nuove domande, nuove prospettive

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      • Jade   24 dicembre 2013 at 12:26

        Gentile professore, mi scuso per il ritardo con cui arriva questa mia risposta. Sono felice che il mio commento le abbia aperto nuove prospettive di pensiero e, benché non condivida appieno il parallelismo che ho individuato fra Kundera e Kierkegaard, sono ben disposta ad accettare il suo punto di vista. Ritengo che non esista un’unica interpretazione del pensiero del filosofico e, pertanto, dipende dalla prospettiva da cui lo si guarda, l’interpretazione che gli si può attribuire.
        Detto ciò, apprezzo comunque l’attenzione che ha riservato al mio commento.
        Jade

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  29. Aleksandra Bebneva   18 novembre 2013 at 20:37

    Il romanzo di Milan Kundera rappresenta un palcoscenico della vita, ricco di protagonisti, vicende e significati.
    L’intero libro si basa sulla meditazione riguardo l’essenza della vita, presentata volutamente dall’autore in modo “maliziosamente” misterioso.
    La particolare scrittura di Kundera rende la trama quasi inafferrabile in un primo momento. Egli tratta molteplici tematiche come la psicologia, la filosofia e l’arte, inserendole nelle vite dei suoi personaggi, definiti come “marionette”, in modo che traspaia il suo pensiero. Il quale, personalmente, ritengo sia presentarci il dualismo della vita, anche nel campo emotivo.
    Infatti nelle vicende dei vari personaggi possiamo intuire questa dualità, percepiamo una sottile linea che spazia tra i vari sentimenti ed emozioni oltre che nelle azioni dei protagonisti.
    Il lettore può facilmente riconoscersi nei racconti rivedendo i suoi stessi dubbi, paure e drammi interiori.
    Il comun denominatore delle storie è sostanzialmente la riflessione sull’insignificanza (come dice il titolo), la banalità, l’appiattimento e lo “stereotipamento” che oramai il mondo ha raggiunto.
    Lo scrittore tratta i profondi e seri argomenti dell’opera scrivendo con leggerezza per portarci a riflettere su questa insignificanza che ormai ha preso il sopravvento nelle nostre vite e nella nostra società, quasi come se bisognasse rassegnarvisi e accettarla fino ad uniformarci, tanto “tutti gli ombelichi sono uguali”.

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  30. Mina   18 novembre 2013 at 21:07

    La significatività dell’insignificanza. Questo il tema centrale del romanzo di Milan Kundera, che vede l’intrecciarsi di una pluralità di narrazioni in una struttura asimmetrica al fine di esaltare l’insignificanza, invadendo i confini di una terra vastissima, quella della filosofia.
    Ponendo l’insignificanza come condizione di inesorabilità per l’uomo, in quanto riscontrabile costantemente in ogni azione portata a compimento, Kundera rivela al lettore come, partendo dalla consapevolezza dell’insignificanza, si possa raggiungere il benessere. E l’autore si preoccupa di condurre per mano il lettore in questo cammino dai tratti contemplativi, che parte da una sensazione di disagio suscitata dall’apparente insignificanza delle proprie azioni e segna il suo punto d’arrivo nell’amare l’insignificanza stessa. Amare l’insignificanza vuol dire accettarne l’essenza, pertanto non può esistere se non associata alla sua materialità, riproducendo quel meccanismo proposto da Kant di ricerca del noumeno che la realtà fenomenica tende a celare al suo interno.
    E, all’interno del romanzo, il primo esempio materiale dell’insignificanza è rappresentato dall’ombelico femminile, con la sua forma insolita e la sua altrettanto insolita capacità di evocare una particolare manifestazione di erotismo, sottile al tal punto da non identificare la tipologia di donna cui appartiene, ma da diventare segno tangibile di un profondo ed intimo amore. Superando l’usuale triade erotica cosce-seno-natiche, l’ombelico si pone ad un livello superiore, in quanto permette all’amore di plasmare la vita, una vita che diverrà autonoma attraverso la recisione del cordone ombelicale. Un “buchetto”, come definito da Kundera, che abbraccia un’esistenza intera.

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  31. Silvia Valesani
    Silvia Valesani   18 novembre 2013 at 21:54

    “Mi hai detto tante volte che un giorno avresti scritto un romanzo in cui non ci sarebbe stata una sola parola seria” recita il risvolto di copertina del libro, attingendo da un’opera precedente di Kundera, “La lentezza”. Ecco dunque che il romanzo che ci troviamo a esaminare sembra proprio quello promesso allora, affermandosi come excursus sul nonsense del nostro (relativamente) breve passaggio terreno.

    L’ironia metafisica, per altro già cara a Umberto Eco, è secondo me la chiave di lettura più aderente al testo, oltre a essere l’arma più idonea a demolire ogni forma di drammatica impalcatura retorica. Le 128 pagine di cui si compone “La festa dell’insignificanza” costringono il lettore in bilico fra il ridicolo e la tragedia, tra il faceto e l’abbrutimento. In un certo qual modo, Kundera ripercorre i sentieri già solcati da Luigi Pirandello a proposito dell’umorismo, percepito come comune sentimento di fragilità umana da cui nasce una commiserazione per le debolezze altrui che, inevitabilmente, finiscono per essere anche le proprie. Se il letterato siciliano distingueva però l’umorismo dal comico (ritenendo il secondo più spietato perché privo di fattore emozionale), Milan Kundera li concatena consequenzialmente, parlando di un’epoca comica proprio perché priva di umorismo. In sostanza, Kundera descrive un’era che fa della propria vacuità ideologica il traguardo intellettuale più pertinente, il divertissement osservato sotto una luce vantaggiosa. Ed è proprio il ribaltamento delle questioni circa l’irrisorietà della vita lo strumento scelto da Kundera per scolpire il suo pensiero: la risposta ad ogni angosciante interrogativo giace nella superficialità che ci consente di accettare l’insignificanza per ciò che è, ossia essenza stessa della vita e origine del buonumore. Infatti, citando Hegel, Kundera suggerisce: “Solo dall’alto dell’infinito buonumore puoi osservare sotto di te l’eterna stupidità degli uomini e riderne.”

    Nel rispetto di questo fil rouge, perciò, il contributo di Kundera si articola in modo consapevole anche nelle più tragiche realtà che la storia abbia mai conosciuto, una su tutte il feroce stalinismo praghese del quale evidenzia i demenziali paradossi. Così facendo, tra le rovine e la polvere di dispotismi, crisi e disorientamento sociale, emerge il sogno estetico di una civiltà che fa dell’inconsistenza e della mediocrità i propri orgogliosi capisaldi. Ed è in questa definita congiuntura che s’innesca perfettamente la fuga narrativa, tutt’altro che alata, circa l’ombelico, prova tangibile dell’illusoria individualità di cui siamo vittime. Attorno a questo perturbante dettaglio anatomico si dispiega un’emblematica preoccupazione circa l’opaca uniformità del sentire umano: se l’ombelico è realmente la culla dell’erotismo del “neonato” millennio, allora gli uomini sono risucchiati dalla più cupa spersonalizzazione, attratti da un dettaglio tutt’altro che discriminante, dal momento che “tutti gli ombelichi sono uguali”. Senza rimproveri né colpe, Kundera vuole esclusivamente portare alla luce il complesso destino dell’umanità, di cui ha scelto un campione qualunque per il suo libro, diretto verso il senso più profondo dell’insignificanza, verso quella leggerezza (se vogliamo utilizzare un altro celebre riff del repertorio dell’autore) che ci consente di andare avanti senza porci quesiti irrisolvibili per la loro stessa natura: “Respiri, D’Ardelo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore”.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 novembre 2013 at 12:36

      Silvia, mi inchino una due tre volte di fronte al resoconto della tua lettura. Lo trovo pertinente e dopo aver letto anche il commento di Eleonora devo dire che mi avete fatto venire la voglia di rileggermi il libro.

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  32. Hande T.   18 novembre 2013 at 21:55

    In questo libro, Milan Kundera parla dei problemi e delle realtà’ della vita in maniera molto leggera.Ci mostra le relazioni; tra madre e figlio, tra le persone che si conoscono da poco, tra amici vecchi, tra amanti.E vediamo sempre due estremità di sensazioni.Per esempio quando Ramon (che prima era di bruttissimo umore) vede Julie alla festa il suo mood cambia in positivo subito.
    Fa queste narrazioni aggiungendo scene con vecchi personaggi della storia.
    Il suo modo di elaborare insignificanza si vede per esempio con la storia di ‘Ventiquattro Pernici’ di Stalin; i suoi amici pensavano che lui diceva bugie, non erano in capace di capire che lui li prendeva in giro.E Stalin godeva questa insignificanza.L’ autore ci mostra come trascorrono le loro vite i protagonisti, in modo che ognuno di noi possiamo trovare degli elementi che possiamo associare a noi stessi.E’ un opera che contiene tanti componenti della vita che ognuno completa l’altro con l’aiuto di umorismo e osservazioni su sensazioni.

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  33. Federica Crosato   18 novembre 2013 at 22:29

    “[…]La dannosità. Quando un tipo brillante cerca di sedurre una donna, questa ha l’ impressione di entrare in competizione. Anche lei si sente in dovere di brillare. Di non concedersi senza opporre resistenza. Mentre l’ insignificanza la libera. La affranca dalle precauzioni. Non esige alcuna presenza di spirito. La rende spensierata e, per questo, più facilmente accessibile.[…]” Ho ritenuto particolarmente rilevante riportare uno dei concetti espressi da uno dei protagonisti, Ramon, nella prima parte del libro. La lezione sull’ uomo brillante e sull’ uomo insignificante a prima impressione appare inutile e senza una conclusione concettuale ben definita e costruttiva; al contrario continuando a leggere, si comprende, a mio parere, come possa rappresentare l’ esempio di un concetto ben più grande. Un concetto di cui raramente, o magari mai, ci si sofferma a pensare. Kundera pone in relazione due aspetti della vita reale che apparentemente non hanno alcun tipo di legame: questo è l’ aspetto che più mi piace e incuriosisce. Il centro dell’ intera composizione del libro, infatti, si può dire che si divida in due parti differenti ma nello stesso tempo intrecciate tra loro: il racconto della vita dei protagonisti, amici tra di loro, e la presentazione dei loro pensieri e delle riflessioni su questioni personali o sulla complessità della società. E’ come se Milan Kundera volesse proporre al lettore un’ osservazione più ampia, ossia quella di portarlo al ragionamento di ciò che vediamo tutti i giorni, di quello che mostra la società e di cosa essa stessa vuole mostrargli. L’ intreccio di momenti della vita comune e di momenti dove i protagonisti si ritrovano a ragionare sulla vita in senso profondo, è, secondo la mia opinione, la conferma di questo ragionamento implicito dell’ autore.
    Un altro aspetto rilevante che ho trovato e che contiene un significato ben più radicale, è quello che viene affrontato nell’ ultima parte “La festa dell’ insignificanza”: viene raccontato il discorso falsamente contorto di Alain sulla volontà di ogni singola persona della società di essere realmente dov’è, cioè in vita. Ritiene che l’ intera esistenza non si fonda su alcun diritto.
    Personalmente mi ha colpito perché costituisce un altro esempio di un tema che comunemente è raramente osservabile o preso in considerazione: Kundera presentandolo sotto forma di racconto e non come una disciplina teorica, lo rende piacevole, comprensibile e gli conferisce la giusta importanza che possiede.
    L’ insignificanza quindi cos’ è? Non è altro che il tema conduttore del libro che si mischia in modo intrinseco nella rappresentazione apparentemente elementare della vita dei protagonisti e nei loro ragionamenti sull’ esistenza di loro stessi e su ciò che li circonda.
    L’ insignificanza è il benessere più difficile da cogliere nei singoli momenti che ogni persona vive; è l’ elemento che regala la vera chiave di accesso per affrontare nel modo giusto la vita; è, in poche parole, quel “non-significato” che ci permette la reale comprensione del significato che crediamo abbiamo le cose.

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  34. Luisa C.   18 novembre 2013 at 22:32

    La festa dell’insignificanza è strutturato come un racconto, un po’ rarefatto, dove si intervallano i vari punti di vista e le riflessioni dei diversi protagonisti: ogni “scenetta” è la base per la successiva e va avanti così, con un ritmo altalenante e irrequieto. Milan Kundera, attraverso il rincorrersi di queste storie nosense, descrive il non senso della vita; attraverso il rincorrersi di queste scenette, a tratti grottesce, attraverso la successione di frasi men che mai serie, affronta un tema più che serio. (“È stata del resto la strategia di tutti noi. Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio.”). Ironico. Tuttavia si tratta di un’ironia che mi ha disturbato dalla prima pagina fino all’ultima. È un esperimento letterario interessante: mi intriga la capacità di affrontare temi importanti con una certa leggerezza formale, ma non ritengo gradevole il risultato che è questo libro. L’ho apprezzato veramente solo dopo averlo concluso: chiuso il libro e aperta la riflessione. È dunque una contraddizione? No, perchè resta il fatto che se anche ne rileggo anche solo qualche passaggio riassaporo l’amaro in bocca che mi ha lasciato la prima volta. La sintesi del pensiero e gli intenti formali di Kundera sono mirabili esempi di una grande cultura e una raffinata profondità, tuttavia mi sono sentita spaesata durante la lettura e non sono riuscita a cogliere “in itinere” l’idea che “l’insignificanza è l’essenza della vita”.

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  35. Giada Filippetti   18 novembre 2013 at 22:56

    Sono arrivata a finire il libro continuando a chiedermi quando sarebbe arrivato il punto focale, il punto dove si capisce il senso di tutte queste piccole storie ma tutt’ora mi sfugge. Una volta arrivata all’ultima pagina e chiuso il libro mi sono chiesta se fossi io a non cogliere la retrospettiva di questa storia o se l’insignificanza del titolo fosse proprio il punto focale.
    Parlando dell’ “ombelicofilia” di Alain che viene ripresa anche in questo articolo devo dire che ho trovato questa riflessione, tra l’altro riproposta fino alla fine tra i vari aneddoti prostatici e di dubbia macabra ironia, quasi patologica. Ma ciò che ho trovato ancora peggiore è arrivare alla conclusione che «non puoi sbagliarti sulle natiche di colei che ami. Le natiche amate le riconosceresti tra centinaia di altre. Ma non puoi identificare una donna che ami dall’ombelico. Tutti gli ombelichi sono uguali».
    Questa peculiarità erotica mi ha lasciato con un dubbio: è l’insostenibile leggerezza ed insignificanza del libro a fargli scalare le classifiche?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   23 novembre 2013 at 10:21

      Giada, ricordi l’ombelico dei tuoi fidanzati? Prima di leggere il libro di Kundera ci avresti mai pensato? Che cosa significa romanzo? Dobbiamo leggerlo come un trattato di anatomia? Kundera, tra le altre cose, ci fa riflettere sulla scomparsa dell’erotismo. Per creare una trappola letteraria capace di alludere ad un campo di significazioni che ambiscono da un lato a cogliere l’essere nelle sue risonanze piu umane e dall’altro a mostrarne il declino, lo scrittore crea situazioni e personaggi. Cosa c’è di più umano del rapporto erotico con l’altro? Sembra chiedersi Kundera negli spazi vuoti del testo che l’autore ci chiede di riempire. Non stiamo forse perdendo l’unità e l’unicità delle nostre esperienze più intime? Ora, se Kundera partisse da domande di questo tipo non potrebbe fare altro che sociologia o filosofia. Attraverso la messa in scena del romanzo, la volontà di sapere lascia il posto ad altri inneschi del senso… Forse al di sotto della coscienza, oppure, se vuoi, tra l’Io che pensa di essere padrone della lettura e il flusso di parole e intrecci che lo dissolvono o lo allargano tanto quanto basta per fargli percepire la bellezza, la musica dei temi che variano, si riprendono, fuggono per poi ritornare; insomma, una volta si parlava di letterarieta’ e si faceva attenzione a come sono scritti i testi. Il cosa ha scritto Kundera in questo romanzo ha interessato un po’ tutti gli autori di questo commentario. Peccato che il come lo ha scritto sia rimasto al palo di partenza. E con esso, suppongo, la possibilità di esprimere un giudizio diverso dalla reazione soggettiva alla superficie del testo.

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  36. Ginevra Carotti   18 novembre 2013 at 23:10

    Partendo proprio dal tema centrale dell’ultimo libro di Milan Kundera “l’insignificanza”, vorrei riportare alcune parole dell’autore che secondo me sintetizzano in modo chiaro il fine ultimo di un tema così astratto ma anche così fisico perché presente nella vita di tutti gli esseri umani: “ l’insignificanza è l’essenza della vita. è con noi ovunque e sempre. è presente anche dove nessuno la vuole vedere (….). Non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla. (…) D’Arledo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…”
    Trovo bellissimo l’invito che Ramon fa a D’Arledo, lo invita a respirare l’insignificanza che è presente nell’aria di tutte le cose che ci circondano; a dare un valore aggiunto a queste parole, a mio avviso, è il contesto dove avviene la chiacchierata tra i due amici perché intorno a loro ci sono bambini che ridono senza sapere il motivo e non solo rende il tutto più bello ma anche pieno di significato, che all’insignificanza viene dato immediatamente il giusto valore sia da parte dei personaggi ma anche da parte del lettore che si immedesima in essa.
    Amare l’insignificanza è una delle cose più belle che un essere umano potrebbe fare perché a volte annichilendosi troppo sulla quotidianità, non si ferma a pensare alle cose più insignificanti della vita, che come dice Ramon sono la chiave del buonumore, sono proprio le cose insignificanti che potrebbero strapparci un sorriso nel momento più buio della nostra vita nonché chiave della saggezza perché solo il saggio capisce che amare e ridere per delle cose insignificanti non è stupido ma è semplicemente razionale.

    Nonostante Kundera usi variazioni continue tra reale e fantastico, il risultato è assolutamente omogeneo, tutto si amalgama nel più chiaro dei modi affinché il lettore con lo sfogliare delle pagine giunge alla scoperta dell’insignificanza e comprende l’importanza del quarto luogo d’oro, cioè l’ombelico come conseguenza del rapporto sessuale; tutto questo avviene insieme ai personaggi.
    L’autore partendo da una piccola e insignificante parte del corpo, paragona la sfilata di ombelichi tutti uguali alla società odierna che è pregna di conformità e si divide in due categorie: i chiediscusa ovvero coloro che chiedono sempre scusa anche quando non hanno colpa e gli accusatori ovvero coloro che accusano sempre gli altri. Entrambi fanno parte della nostra società civile e combattono un impari lotta poiché solo il più forte né uscirà vittorioso.

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  37. Sara Cecconi   18 novembre 2013 at 23:32

    L’ultimo romanzo di Milan Kundera, “La festa dell’insignificanza”, personalmente non l’ho trovato semplice da leggere, per il suo contenuto intrecciato e per i suoi concetti filosofici.
    Attraverso i fatti e i comportamenti di una cerchia di personaggi che gironzolano per Parigi, possiamo iniziare la nostra ricerca personale sul significato e sul senso della vita.
    Alain che pensa come può suscitargli interesse l’ombelico delle donne e che gli ricorda l’ultimo incontro con sua madre quando aveva dieci anni. Gli altri personaggi del romanzo: Ramon, D’Ardelo, Charles e Kaliban, pensano a come trascorrere la loro vita.
    É un romanzo dove ci sono una miriade di stati d’animo, crisi, angosce, disorientamenti, interrogativi sul “nosense” della vita, del nostro breve passaggio terreno.
    I temi affrontati sono forti e delicati: la malattia, il suicidio, la morte e personalmente ribadisco, che oltre la difficoltà nel leggerlo, ho trovato difficile dare il senso che ci ha voluto trasmettere il signor Kundera.
    L’insignificanza è con noi sempre e ovunque. Occorre riconoscerla ed amarla. Insignificante è l’essenza della vita.
    ..”Respiri d’Ardelo, amico mio, respiri. Questa insignificanza che ci circonda è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore..”.

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  38. Eleonora Paggetti eleonora.p@gmail.com   18 novembre 2013 at 23:36

    Filosofi, storici, poeti, scrittori, artisti: chi ne vuole più ne metta, la tematica dell’esistenzialismo perseguita l’uomo da non si sa quanti secoli, si pensi al celebre Pirandello che affronta l’argomento in più di un libro.
    è proprio questo concetto che Milan Kundera, nel suo racconto “La festa dell’insignificanza”, ripropone attraverso una linea spazio temporale che si alterna tra passato e presente.
    Il testo inizia attraverso la descrizione dell’ombelico, componente considerata da Alain, uno dei protagonisti dell’opera, come il quarto elemento erotico della donna, che a discerne degli altri tre, ossia natiche-cosce-seno riconoscibili poichè diversi l’uno dall’altro, proprio perchè similare in tutte le donne.
    Il significato dello stesso è attribuibile simbolicamente al feto e quindi alla nascita, all’inizio del tutto, che nel caso di Alain rappresenta un evento tragico, ovvero, non avere avuto la possibilità di conoscere la propria madre.
    Kundera analizza la vita segmentandola in stralci di esperienze vissute apparentemente superficiali e che invece rivelano drammi esistenziali profondi.
    Il tutto ruota attorno ad un concetto ben preciso: una totale mancanza di scopi e obiettivi.
    Si tratta di una vera e propria celebrazione della futilità, che altri non è che insignificanza: la vera e propria essenza della vita, l’anima delle cose che comprende il tutto.
    Tra beffa e serietà, realtà e illusione, comicità e malinconica tristezza, lo scrittore osserva l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, sviscerando la società senza mai prenderla troppo sul serio.
    Questa mancanza di serietà nel trattare argomenti tutt’altro che futili rende il testo avvincente e memorabile, destabilizzante per il lettore, che viene appositamente disorientato per elogiare ed enfatizzare al meglio il concetto di irrilevanza.
    Ed è proprio qui che risiede l’insignificanza nell’affrontare il mondo, la stessa insignificanza paragonabile alla spensieratezza, come si percepisce chiaramente dalle parole del libro che cito <>.
    Non è però questo l’unico senso del testo.
    Nel finale del libro, che si conclude con la festa nei giardini del Lussemburgo, si percepisce chiaramente che Kundera paragona la vita ad una recita in cui tutti ci destreggiamo come abili burattini: è proprio in questo che viene a mancare la serietà, che altri non è che un’effimera finzione, una sorta di maschera ideale che tutti amiamo portare.
    Infondo il titolo dell’opera non prende il nome de “La festa dell’insignificanza”?
    Quest’insignificanza assume allora un altro significato: una banale esteriorizzazione della falsità umana.

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  39. Pauline R.   18 novembre 2013 at 23:38

    Secondo me questo libro si concentra su due argomenti principali, il buonumore e l’insignificanza. Però e solo alla fine del libro che l’autore descrive come questi due argomenti sono connessi e come l’uomo potrebbe trovare il benessere se amasse e accettasse l’insignificanza.
    Un altro argomento importante è quello dell’ombelico. L’ombelico è il simbolo della nostra insignificanza nel mondo. Secondo Alain è sia un luogo dell’erotismo e sia il segno del cordone che ci ricorda del fatto che non possiamo influenzare le cose più importanti della nostra vita. Magari per Alain questo è anche un modo per accettare il fatto che è stato abbandonato da sua madre quando era piccola. Comunque il fatto che non possiamo decidere o influenzare le cose più fondamentali della nostra vita ci rende insignificanti.
    Milan Kundera in questo libro, porta il lettore in tanti mondi diversi. Sembra spesso che non c’è una connessione fra una storia e l’altra. Questa struttura rende difficile per il lettore capire il senso del libro.
    Poi l’autore descrive due tipi di uomini, quelli che chiedono sempre scusa e quelli che accusano gli altri. Alain e Charles sono uomini che chiedono sempre scusa, anche se non pensano di aver sbagliato. Ne parlano a telefono e questo discorso fa vedere che le cose che succedono e vengono dette non rappresentano nemmeno quello che sta davvero succedendo. Quindi anche il chiedere scusa e accusare degli altri è in realtà insignificante.

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  40. Eleonora Paggetti eleonora.p@gmail.com   18 novembre 2013 at 23:40

    Filosofi, storici, poeti, scrittori, artisti: chi ne vuole più ne metta, la tematica dell’esistenzialismo perseguita l’uomo da non si sa quanti secoli, si pensi al celebre Pirandello che affronta l’argomento in più di un libro.
    è proprio questo concetto che Milan Kundera, nel suo racconto “La festa dell’insignificanza”, ripropone attraverso una linea spazio temporale che si alterna tra passato e presente.
    Il testo inizia attraverso la descrizione dell’ombelico, componente considerata da Alain, uno dei protagonisti dell’opera, come il quarto elemento erotico della donna, che a discerne degli altri tre, ossia natiche-cosce-seno riconoscibili poichè diversi l’uno dall’altro, proprio perchè similare in tutte le donne.
    Il significato dello stesso è attribuibile simbolicamente al feto e quindi alla nascita, all’inizio del tutto, che nel caso di Alain rappresenta un evento tragico, ovvero, non avere avuto la possibilità di conoscere la propria madre.
    Kundera analizza la vita segmentandola in stralci di esperienze vissute apparentemente superficiali e che invece rivelano drammi esistenziali profondi.
    Il tutto ruota attorno ad un concetto ben preciso: una totale mancanza di scopi e obiettivi.
    Si tratta di una vera e propria celebrazione della futilità, che altri non è che insignificanza: la vera e propria essenza della vita, l’anima delle cose che comprende il tutto.
    Tra beffa e serietà, realtà e illusione, comicità e malinconica tristezza, Kundera osserva l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, analizzando la società senza mai prenderla troppo sul serio.
    Questa mancanza di serietà nel trattare argomenti tutt’altro che futili rende il testo avvincente e memorabile, destabilizzante per il lettore che viene appositamente disorientato per elogiare ed enfatizzare al meglio il concetto di irrilevanza.
    Ed è proprio qui che risiede l’insignificanza nell’affrontare il mondo, la stessa insignificanza paragonabile alla spensieratezza, come si percepisce chiaramente dalle parole del libro che cito “- i bambini che ridono senza sapere perchè- non è forse bello?Respiri D’Ardelo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…”
    Non è però questo l’unico senso del testo.
    Nel finale del libro, che si conclude con la festa nei giardini del Lussemburgo, si percepisce chiaramente che Kundera paragona la vita ad una recita in cui tutti ci destreggiamo come abili burattini: è proprio in questo che viene a mancare la serietà, che altri non è che un’effimera finzione, una sorta di maschera ideale che tutti amiamo portare.
    Infondo il titolo dell’opera non prende il nome de “La festa dell’insignificanza”?
    Quest’insignificanza assume allora un altro significato: una banale esteriorizzazione della falsità umana.

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  41. MICOL FORMICA   19 novembre 2013 at 01:02

    Milan Kundera è riuscito ad analizzare la nostra contemporaneità con una leggera vena ironica.
    I protagonisti del racconto, sono quattro persone comuni che vivono nella città di Parigi.
    Attraverso le loro storie, l’autore, affronta una serie di problematiche quali: il cancro,la morte dell’amato, la perdita della figura materna ed il tentativo di suicidio di una ragazza in stato interessante; e lo fa con estrema leggerezza senza mai pronunciare parole serie.
    Ciò che personalmente, mi è rimasto impresso del racconto è stata la categorizzazione degli uomini in “chiediscusa” e “accusatori”, l’idea (ribadita più volte) che il potere della seduzione sia interamente concentrato sull’ombelico ed infine i riferimenti a personaggi storici come Stalin (in cui l’autore, a mio parere s’identifica anche).
    Kundera rappresentando in questi toni quella che è la società contemporanea, vuole essere un provocatore. Al contempo, tramite i suoi aneddoti, permette al lettore d’immedesimarsi tranquillamente nei protagonisti.
    Quest’opera rappresenta propriamente la festa dell’insignificanza e quindi l’enorme difficoltà del significare.

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  42. Ambra Cretì   19 novembre 2013 at 02:21

    La raffinatezza dell’insignificanza, è il merletto che crea la tovaglia della nostra vita e Kundera ci ha mostrato i vari modelli di disegno. Quanto e quale peso dare ad ogni evento della nostra vita dipende dall’ombelico al quale apparteniamo e nessuno potrà mai dirci se è giusto darne meno o darne di più. In fin dei conti quant’è interessante pensare a quanto tempo ognuno di noi sta impiegando a riflettere e commentare questo libro? Lo abbiamo letto tutti, e ora? Ha qualche importanza reale? Non potrebbe proprio essere questo l’obbiettivo sul quale dovremmo soffermarci? Personalmente, ho percepito, man mano che procedevo con la lettura, una leggera “ri-taratura” interna che cominciava a ri-calcolare i miei tempi ,proporzioni e metodi creando non pochi dubbi su questioni di vitali importanza, mischiate a domande del tipo: “a che gusto lo prendo il tè ora?”.
    Kundera ci tira quel pizzicotto che dovremmo autonomamente stimolarci ogni giorno: tutto è uguale anche senza di noi, senza di me, te, la tua famiglia e la società in cui vivi. Seppure i dogmi mentali che ci indichino l’esatto contrario, non siamo una variabile particolarmente determinante e non dovremmo sentirci in obbligo di creare mondi ed entità superiori a noi per poter giustificare le nostre azioni.

    La mia bilancia è stata smossa e non è successo altro che un’ennesima presa di coscienza di quanto il mio thè e la mia vita siano piacevolmente insignificanti.

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  43. Ludovica Giulianini   19 novembre 2013 at 09:57

    Catalogare letterariamente l’opera di Kundera? Difficile,impossibile. Opera eclettica,pur non trattandosi di una pièce teatrale, si presenta proprio come un palcoscenico, un teatrino in cui una serie di personaggi, quanti non ha importanza (e sfido ogni lettore a ricordarlo senza prima prendersi il tempo di spremersi le meningi e catalogarli) entrano ed escono caoticamente in scena, singolarmente, simultaneamente, repentinamente ma soprattutto senza mai lasciare il minimo segno, in virtù di quell’insignificanza che li contraddistingue, che contraddistingue tutta quanta l’umanità e l’esistenza in senso ampio. E senza distinzioni; dagli uomini qualunque ai grandi personaggi della storia.
    Eppure l’insignificanza di questi personaggi e dei loro drammi personali appare cruciale nel presente della loro esistenza, un fardello insostenibile per ognuno di essi è diviene per Kundera quasi come uno strumento di comparazione, di cui si serve per misurare la vita di ciascuno di loro rispetto a quella degli altri. Quasi come se fosse proprio quel fardello dell’insignificanza che ciascuno di noi porta dentro di sè a renderci umani, persone, quindi a renderci comuni ma inesorabilmente a contraddistinguerci, a illuderci nel presente che stiamo vivendo, di essere diversi, anche se poi saremo destinati a rimanere insignificanti nella storia.
    Ad essere insignificante per l’autore è l’individuo, è la vita di ciascuno di noi, comune e senza storia; così come i personaggi del romanzo ogni individuo è leggero e inconsistente come una piuma. Già, come la piuma che in una scena del romanzo inizia a scendere dal soffitto in un’affollata sala da ballo; incombente, preoccupante, attira l’attenzione dei personaggi e dei lettori, eppure destinata a cadere senza lasciare il segno.
    E così come la vita non ha senso e significato, Kundera si beffa di quei lettori che increduli e inguaribili romantici speravano ancora di trovare una soluzione, un significato più vero e profondo in un’altra vita, dopo la morte. Ma persino “i morti invecchiano”, neppure l’immortalità oggi ha un senso, tutto è destinato a dissolversi, a non lasciare traccia, nemmeno nella memoria.
    D’altronde siamo giunti al crepuscolo delle beffe, “nell’epoca postbeffarda”, dove l’umorismo è men che mai ben accetto, “l’era dell’ombelico scoperto”, in cui anche l’erotismo ha trovato un epilogo, è stato annientato insieme al’umor. Si, perché ancora una volta l’aurore si serve della nudità, dell’eroticità come chiave interpretativa di un’epoca, la nostra, segnata dall’uniformità,dalla ripetizione celata sottoveste di individualità, testimoniata dalla sfilza di ombelichi scoperto, tutti uguali.
    La nostra modernità così impregnata dai sensi di colpa, dalla noia e dalla stanchezza in cui in pochi riescono a trovare uno spiraglio di buonumore, dove non c’è più neanche la sofferenza a fare da fondamento all’ira. Un vero e proprio addio ai grandi valori; ciò che rimane è solo l’insignificanza, che bisogna arrendersi ad accettare e ad amare, solo in questo modo è possibile raggiungere il buonumore, il benessere interiore.
    È così che Kundera si congeda dai lettori, con un ultima risata, dopo averci permesso questa profonda immersione nel tetro della vita, colmo di comparse e personaggi, un mosaico di esistenze in cui è impossibile non imbatterei nel proprio io, nella propria esperienza personale.

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  44. Alice Rosati   19 novembre 2013 at 15:04

    Non avevo più avuto occasione di “affrontare la filosofia” dai tempi dei banchi di scuola, forse per colpa dello scorrere del tempo troppo veloce, forse per pigrizia. Sono quindi contenta di aver avuto occasione di rientrare in questo mondo, anche se sotto un punto di vista rappresentativo totalmente diverso. Gli interrogativi sul significato della vita, del nostro breve passaggio terreno sono antichi quanto l’uomo e quanto la letteratura, e in filosofia sono stati affrontati da qualunque esperto in materia ma, meno provocatoriamente di quel che può sembrare, Kundera prova a ribaltare questo problema, a sovvertire gli schemi, cominciando dall’accettarlo per quel che è, facendo affermare a un suo personaggio che ”L’insignificanza è l’essenza della vita”. Ecco quindi che il libro che ho appena letto riesce ad affrontare anche le realtà più tragiche con aspetti poco seri e paradossali, con la convinzione che restando in superficie si abbia uno sguardo più vasto e che molti segreti e la bellezza siano appunto nella superficie, delle cose, della vita, e nella sua insignificanza, nel suo portarci a risultati imprevisti e imprevedibili.
    Riuscire a fare luce sui problemi più seri e allo stesso tempo non pronunciare alcuna frase seria: questo forse, è l’aspetto di vera “genialità filosofica” che ho apprezzato maggiormente nel pensiero di Kundera e nel libro in sè.

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  45. Martina Bader
    Martina B.   19 novembre 2013 at 19:14

    Definirei questo libro illuminante,Kundera(come anche ne “L’insostenibile Leggerezza dell’essere”)riesce a mettere su carta pensieri talmente profondi e intrinsechi nella natura umana che a volte neanche noi riusciamo a identificare in maniera netta.Questo è quello che lui fa:donarti quell’apparente momento di lucidità.Nel breve romanzo,secondo il mio punto di vista, fa comprendere quanto in realtà siano i piccoli gesti a darci la curiosità di andare avanti e a rendere vivibile questa vita,come una conversazione immaginaria con una madre che non ti hai mai accettato o come una bottiglia di armagnac o una piuma che scende piano piano verso il basso.L’autore non segue una trama nitida come ci si potrebbe aspettare normalmente in un romanzo ma è concentrato a descrivere momenti normali e quasi banali all’interno della vita dei personaggi che quindi impariamo a conoscere solo attraverso piccoli episodi.Questi ultimi sono resi unici dalla loro psiche,da quello che essi pensano e provano in quel momento e dalla correlazione di quei momenti con il loro passato.Si creando così interpretazioni personali su ciò che viene vissuto così come in effetti accade a ognuno di noi nella vita reale.Ogni individuo infatti interpreta la realtà in modi diversi e questo Kundera lo sviscera perfettamente nei suoi romanzi che ripropongono soprattutto un mondo interiore più che esteriore.
    Amo I riferimenti alla storiella di Stalin e al creare all’interno del romanzo un clima surreale e comico che si basa appunto sull’insignificanza dell’essenza stessa del tutto.E’ meraviglioso pensare che l’insignificanza stessa sia il motore di tutto come anche la banalità e l’uguaglianza che noi tentiamo in tutti modi di evitare ma ci viene ricordata sempre dal piccolo ombelico che tutti possediamo.Tutto è superfluo tutto è banale tutto è privo di senso tranne l’interiorità umana e i suoi strani equilibri.

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  46. Jessica Xia   19 novembre 2013 at 20:59

    Il libro, come da titolo, ruota attorno all’insignificanza.
    I personaggi, attraverso le loro storie e riflessioni ci mostrano come nelle piccole e grandi cose della vita possiamo trovare l’insignificanza se viste seriamente, ma diventano subito la chiave della felicità se riusciamo a riconoscerla e ad amarla.
    Come l’umorismo di Stalin nel racconto delle 24 pernici o nella riflessione sulla moda dell’ombelico scoperto (una moda all’insegna della massificazione dei consumi e l’individualità non conta più?) dove ogni donna è indistinta e la sensualità verrà vista come potere di procreazione. Apparentemente sembrano cose banali ma introducono tematiche che fanno riflettere: come il provare piacere nel mentire ad un vecchio amico sul cancro o nel diventare un triste attore senza spettatori.
    Kundera ci apre un mondo e ce lo mostra con immagini, pensieri, simboli, situazioni e usando un linguaggio scorrevole e leggero, come deve essere l’insignificanza, non la noti subito, trascurabile, non provi forti emozioni per l’insignificanza.

    “Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla”.

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  47. Chiara Tintisona   20 novembre 2013 at 00:09

    E’ sicuramente la prima opera di Kundera alla quale mi avvicino.
    L’inizio è molto contorto perché privo di qualunque legame e/o nesso logico tra quelle che sono le storie narrate nel libro. E’ proprio questa “mancanza”, che mi ha portato ad una lettura più approfondita e più vorace del libro. Una ricerca di un nesso che possa far capire le intenzioni dell’autore. Secondo la mia personale opinione, Milan Kundera, cerca di descrivere vere problematiche della vita attraverso un senso di scarsa profondità, in modo di renderle più leggere e digeribili. Vengono trattati temi come tumori e abbandoni infantili , il tutto con una narrativa molto sciolta e una visione esterna quasi voglia lanciare un monito di distacco tra problematiche e opposizioni che ne conseguono. Dietro questa sua apparente insignificanza, vuole descrivere le difficili condizioni che l’uomo attraversa durante la vita. Il senso di leggerezza e la parola insignificanza è proprio il modo di alleggerire le tematiche trattate.
    Inoltre, il romanzo dell’ombelico, seguito da una visione antropologica e filosofica, funge quasi da ago della bilancia per equilibrare sensazioni più profonde e toccanti.
    In conclusione è proprio il respiro dell’insignificanza che aiuta l’uomo ad affrontare gli ostacoli della vita. Senza quest’ultima saremmo tutti sepolti da un senso di oppressione e di malinconia.
    Forse è proprio per questo che il mondo è dei “pazzi”?!

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  48. Andrea Catanzaro   20 novembre 2013 at 11:41

    Leggerezza e problematiche, termini opposti , che non si attraggono, ma che in questa confusione di esperienze personali troviamo legate insieme , una il sollievo dell’altra, una che rende insignificante l altra.
    Momenti banali, momenti di ogni giorno, ogni istante, momenti semplicemente consoni alla vita di tutti, focalizzati in un punto, un punto di uguaglianza, un punto di collegamento, un punto centrale, un punto che diventa l arte e la maestria di chi ti mette al mondo, portandoti per mano dal passaggio e dalla particolarita’ del singolo individuo , alla comune banale vita del ” tutti uguali”
    E cosi’ mille esperienze, tanti personaggi, tanti rumori, tanti specchi, dove ci vediamo ci immedesimiamo e ci raccontamio, Kundera, con un’insignificanza ricca di potere mi porta a porre una domanda: ma se nell’ insignificanza del nostro io nascituro, passato, siamo tutti uguali, siamo veramente disposti a rimanere insignificanti per il futuro?…………

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 novembre 2013 at 14:03

      Bella domanda. Se proviamo a rispondere sulla base di ciò che Kundera sembra suggerire mi pare di poterla mettere giù in questi termini: comunque vada, gran parte della nostra vita si rivelerà nei suoi aspetti piu’ intimi annodata all’insignificanza. Questo non esclude la performance,il successo, il riconoscimenti degli altri. La provocazione di Kundera non consiste nel negare una possibile vita gloriosa, ma nel mostrare una faccia dell’esistenza che la coscienza occidentale, innamorata di eroi e impegni, trascura o rimuove.

      Rispondi
  49. Giovanni Ercoli   22 novembre 2013 at 19:04

    “l’inutilità di essere brillanti?”
    “Ben più che l’inutilità. La dannosità. Quando un tipo brillante cerca di sedurre una donna, questa ha l’impressione di entrare in competizione. Anche lei si sente in dovere di brillare. Di non concedersi senza opporre resistenza. Mentre l’insignificanza la libera. La affranca dalle preoccupazioni. Non esige alcuna presenza di spirito. La rende spensierata e, per questo, più facilmente accessibile.”
    non appena ho finito di leggere queste quattro righe tutto mi è sembrato più chiaro e limpido. nelle prime venti pagine la confusione mi spingeva lontano da quella copertina blu. ma sono rimasto affascinato dal punto di vista di Kundera il paragone tra “uomo brillante e uomo insignificante”. credo che se un individuo si presentasse ad una donna come un uomo insignificante, questa scapperebbe più lontano possibile. Kundera descrive la situazione opposta dove i’insignificanza dei comportamenti rende libere le relazioni,
    facendo cosi degli eroi stereotipati magnifici perdenti.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Bramclet   22 novembre 2013 at 21:26

      Boh! Caro Giovanni, se Kundera avesse ragione, io dovrei fare strage di donne. Mi e’ piaciuto il tuo intervento perché conferma la mia idea: Kundera ci ha preso tutti per i fondelli, stravolge la realtà perché altrimenti il suo libro sarebbe veramente insignificante. Solo quel leggero del prof. non ci e’ arrivato

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Cantoni   22 novembre 2013 at 21:50

        Bramclet, guarda che tu non fai strage di donne perché oltre ad essere insignificante sei un bruttone.
        Ma e’ possibile che non capisci mai il livello logico del discorso?
        Kundera, come mi pare abbia intravisto Giovanni, mette il rilievo un tipo di donna che sessualmente funziona come un uomo.
        Sceglie un partner per un rapporto senza futuro e complicazioni sentimentali. L’insignificanza narcotizza l’erotismo e rende improbabile l’innesto di quel sentimento che con un eccesso di confidenza chiamiamo amore. Questo tipo di donna lavora per la ripetizione. E’ libera di ripetere sempre lo stesso banale rapporto sessuale.
        Insomma, il tema della scomparsa dell’erotismo, non mi sembra affatto banale.
        E’ una variazione e al tempo stesso un rinforzo del tema dell’ombelico.

        Rispondi
      • Giovanni Ercoli   24 novembre 2013 at 17:48

        caro Bramclet.
        se il mio commento ha confermato la sua idea su Kundera ne sono lieto, ma vede ciò che intendevo io non è minimamente avvicinabile con il suo punto di vista.
        ritengo Kundera in questo breve passaggio un genio.
        sono cresciuto con miti televisivi e letterari dove il più “figo”, il più “grosso” e il più “dotato” ha sempre avuto la meglio su tutti coloro che Kundera considererebbe Insignificanti.
        ho intravisto una novità, e mi sono affezionato al idea che l’insignificanza possa avere riscontri positivi.
        ” se Kundera avesse ragione io dovreì fare strage di donne”.
        non saprei dirle la ragione dei suoi scarsi successi, ma posso confermarLe che in alcuni casi la tattica, inconsapevole, di Quaquelique consente di arrivare al raggiungimento di un obiettivo.
        Sempre ammesso che lei sappia chi sia Quaquelique

        Rispondi
  50. Giulia Ficini   24 novembre 2013 at 10:22

    Per la prima volta, con questo libro mi sono avvicinata alla scrittura di Kundera e devo dire che dopo un primo momento di smarrimento, mi sono ritrovata a seguire le varie vicende dei protagonisti, tutte intrecciate, con molta curiosità. C’era sempre quella linea sottile tra la verità e la “ menzogna” che era lasciata di libera interpretazione. Durante la lettura mi sono ritrovata molto spesso a ridere o a sorridere di determinate situazioni che, in realtà avevano un contesto quasi tragico e ho cominciato a pormi delle domande.
    Mi sono ritrovata a pensare che la vita quindi, ti porge due opzioni di visualizzazione di essa: o la guardi per ciò che veramente è, o cominci a costruirti delle finte di verità che ti permettano poter vivere meglio e superare degli ostacoli. Chi è che non lo fa? Nessuno. Tutti quanti noi, nel nostro piccolo, ogni giorno ci costruiamo una finta verità, pur non rendendocene conto, pur non dandogli troppa importanza o meglio dovrei dire significanza. Sì, perché io credo che sia proprio questo il punto. Il fatto che non diamo significato a ciò che ci costruiamo intorno.
    In realtà è proprio l’insignificanza che ci aiuta nel nostro percorso. “L’insignificanza, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre.” Con questa breve frase si rende chiaro il concetto di cosa sia per Kundera, ed è ciò che durante le 128 pagine trasmette al lettore. L’Insignificanza che diventa significanza. Come la moda dell’ombelico per Alain. Una moda, che vive ed esiste, che per molti rimane qualcosa di fine a se stesso, ma che per Alain diventa oggetto di discussione e di riflessione. Diventa quel pensiero che gli permette farlo sopravvivere ai suoi problemi legati alla sua triste infanzia. E questo mi porta a pensare che in fin dei conti la moda non viene capita, viene semplicemente guardata, giudicata… la maggior parte delle persone la considera semplicemente come tendenza passeggera che cambia nel tempo senza un motivazione specifica, quando in realtà la moda è ben altro. La moda è prima di tutto lo specchio della società, riflette i suoi problemi, le sue paure e anche le sue gioie il suo benessere, è espressione a 360 gradi che ti permette di comunicare un certo tipo di messaggio, ma sta a noi decidere o meno di decifrarlo.
    Kundera, con questo suo libro, mi ha portato, oltre che a riflettere sulla moda, all’importanza delle piccole verità che ci costruiamo e alla consapevolezza che anche noi lo facciamo. Un romanzo pieno di messaggi e contenuti da decifrare che stimola il lettore ad una riflessione sulla vita.

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  51. Francesca Orsi Spadoni   24 novembre 2013 at 15:46

    E’ la prima volta che affronto un libro di Milan Kundera e devo dire che alla prima lettura non avevo capito molto il senso della narrazione: forse per la presenza di tanti ponti che passano da un argomento all’altro, per poi ritornare all’argomento iniziale. Nonostante questo, dopo la seconda lettura del libro, in realtà mi sono accorta che conoscendo bene o male la generica narrazione e magari rispolverando i vari momenti della storia, è stato come un momento di immersione totale con il libro, dove tutto il resto scompare: eravamo solo io e il libro in una stanza vuota. Da come si potrà capire, per me è stata una narrazione molto interessante e diversa dalle solite letture. Kundera è riuscito ad esaltare l’insignificanza delle cose, ma a mio parere anche l’importanza di altre: faccio l’esempio del fulcro del libro sulla moda dell’ombelico scoperto. Si, inizialmente Alain rimane un po’ sorpreso da questa nuova moda delle ragazze, ma ciò che ne vuole far emergere è la sua motivazione: perché le ragazze camminano nei giardini del Lussemburgo tutte con l’ombelico scoperto? Alain a tal proposito si dà delle risposte: lo aggiunge come quarto luogo dell’erotismo (cosce-natiche-seno-ombelico), ma sicuramente i primi tre non hanno bisogno di domandarsi il perché simboleggiano il luogo dell’erotismo. Il quarto invece si; il quarto forse simboleggia qualcosa di diverso; forse è anche considerato come richiamo al feto e quindi si crea il binomio ombelico-feto. Sicuramente tutte le varie digressioni che risaltano dal libro di Kundera ci fanno riflettere anche noi sulle motivazioni di tali momenti della nostra vita e probabilmente ci fanno anche pensare: “Perché non continuare a rispondere alle varie domande che il testo fa risaltare nella sua narrazione intricata?”. Kundera in questo senso è stato semplicemente geniale ed è stato capace di unire gli aspetti della vita quotidiana insignificanti con aspetti del tutto comici (la storia delle 24 pernici di Stalin, il piscine Kalinin).
    Potremmo anche seguitare la digressione ponendoci la domanda sulla frase rilasciata da Kundera “L’insignificanza è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre” (?)

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  52. Greta Del Popolo   24 novembre 2013 at 15:49

    La festa dell’insignificanza è un intreccio di storie dal forte contenuto esistenzialistico: il titolo stesso indica, sin dal principio, la chiave di lettura con cui analizzare l’opera di Kundera. L’impianto filosofico su cui l’autore costruisce la propria visione del mondo è nettamente schopenhaueriano: esplicito in questo senso è Kundera nel capitoletto “Il mondo secondo Schopenhauer” (pag. 101-103). Lo stile e lo sviluppo della narrazione ricordano d’altra parte un altro grande autore, Luigi Pirandello: le scene oscillano infatti tra momenti dalla forte intimità ed esasperate rappresentazioni teatrali; per quanto riguarda lo sviluppo narrativo, Kundera fa proprio il relativismo dell’autore siciliano. L’insignificanza si basa infatti sulle diverse interpretazioni della realtà che possediamo: Kundera ci dice che dietro alla nostra percezione non vi è una cosa in sé, come affermava l’altro filosofo più volte citato nel libro Kant, non esiste una realtà data. Questo ci ricollega al “Così è se vi pare) di Pirandello, in cui non vediamo una verità unica e sola ma una verità “porosa”, di cui non è possibile delineare i confini. Premesse schopenhaueriane e sviluppo pirandelliano. Le conclusioni sono al contrario del tutto originali: Kundera suggerisce infatti che, se ognuno di noi ha una sua personale verità, l’unico fondamento della stessa può essere solo l’insignificanza. L’umorismo che accompagna tutta la narrazione e che sfocia nella scena finale ci suggerisce come la leggerezza portata dall’insignificanza sia il modus vivendi da adottare per essere felici nella vita di tutti i giorni. Ma, come insegna Calvino, ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere” Kundera sostiene che “tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile”. La festa dell’insignificanza potrebbe quindi essere in contraddizione con l’opera sopracitata o potrebbe andare a porsi come opera complementare per ribadire l’inesistenza di una verità data.

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  53. Federica Piedimonte   24 novembre 2013 at 17:28

    È la prima volta che leggo un libro di Kundera.
    “La festa dell’insignificanza” parte da un concetto filosofico, quello ultimo e assoluto del non senso della vita. Quest’ultimo romanzo di Kundera è una riflessione, attraverso le parole inutili e scomposte di una cerchia di personaggi che gironzola per le strade di Parigi, sulla bellezza e dunque il senso della vita, che risiede appunto nel suo essere insignificante. In questo romanzo l’insignificanza è l’essenza stessa della vita. Essa si riproduce nei gesti, nelle scelte, nelle parole, nei drammi delle persone, tocca perfino l’animo delle cose.
    Questo è il libro con cui Kundera realizza il suo sogno estetico: “sui problemi più seri e al tempo stesso non pronunciare una sola frase seria, subire il fascino della realtà del mondo contemporaneo e al tempo stesso evitare ogni realismo” (Adelphi).

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  54. Lisa R.   24 novembre 2013 at 19:38

    Dopo ben quattro anni di silenzio, esce il libro “La festa dell’insignificanza”. Si tratta di un’amara meditazione sull’essenza della vita. Il racconto si sviluppa sotto forma di pièce teatrale, di romanzo, di un saggio, senza però essere effettivamente nessuna di queste forme. Inizialmente ho trovato la lettura molto semplice, andando avanti, gli intrecci, i passaggi improvvisi da un argomento all’altro che l’autore concede ai suoi protagonisti, lo zigzagare dentro e fuori la trama, dare e togliere la parola ai personaggi e dare libero sfogo alle loro riflessioni, hanno reso la lettura ancora più intrigante e curiosa, tanto da farmi finire il libro in un solo pomeriggio. Il libro comincia con una riflessione sull’ombelico femminile, messo in mostra dalle ragazze. La sfilza di ombelichi che Kundera vede mentre passeggia, sono il simbolo della ripetizione cui sembra condannata l’epoca in cui viviamo. L’autore cerca di mettere il lettore davanti ai misteri irrisolti della vita, quell’irrisolto che ognuno si porta dentro. Ad essere insignificante per Kundera è l’individuo, la vita di personaggi comuni senza una storia. La missione dell’autore è quella di fare luce sui problemi più seri, provocando e ironizzando sia i suoi lettori, sia i personaggi ed anche la società in cui viviamo. In conclusione oserei dire che è proprio l’insignificanza di ognuno di noi a renderci persone.

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  55. Kira C.   25 novembre 2013 at 11:54

    Kundera mette il lettore davanti ai misteri irrisolti della vita, alle azioni e al vivere quotidiano. E quell’irrisolto che ognuno si porta dentro è al contempo tanto pesante, individuale (ma l’individualismo non esiste, come dice Kundera facendo uno dei suoi personaggi portavoce del suo pensier), da essere insignificante. E allora tutto diventa insignificante: i gesti, le parole, le bugie, gli scherzi, le assenze, gli amori mancati, la morte. In poche parole: insignificante per Kundera è l’individuo, la vita stessa di personaggi del tutto comuni e senza storia. Ma insignificanti riesce a far apparire anche grandi personaggi storici come Stalin e Cruschev che Kundera cita nell’opera. Tutto il romanzo diventa quindi la rappresentazione di una scena affollata, costellata di esistenze che trascolorano nel personaggio successivo, incapaci di segnare un sentiero, di lasciare traccia. Tanto nella vita quotidiana quanto nella storia.
    Eppure, Kundera non sminuisce i piccoli drammi personali – insignificanti nella storia ma cruciali nel presente – il fardello di ogni personaggio lo caratterizza, lo misura rispetto alla vita e agli altri. Si potrebbe quasi azzardare cheè quell’insignificanza che ciascuno si porta dentro a renderci persone, a contraddistinguerci e a farci comuni, nell’illusione della differenza.
    Volendone quindi dare un parere personale, nonostante il libro sia molto discorsivo e interessante, penso che sia poco coinvolgente per il lettore non tanto per i temi trattati al suo interno quanto per ciò che suscita nel lettore.

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  56. Caren Z.   25 novembre 2013 at 13:40

    “La festa dell’insignificanza” non è un romanzo di semplice lettura poiché gli intrecci ed i continui capovolgimenti che l’autore concede ai protagonisti fanno sì che l’essenza dello stesso possa cogliersi a pieno solo se letto d’un fiato.
    I personaggi citati da Kundera sono numerosi e vengono mostrati come in un palcoscenico, entrano ed escono di scena continuamente durante tutto il romanzo.
    L’interrogativo che aleggia è sempre il non senso della vita, una vita che non è rappresentazione della volontà dei singoli individui come cita l’autore “mi è sempre sembrato orribile mettere al mondo qualcuno che non te lo chiedeva” e ancora “guardati intorno: di tutti quelli che vedi nessuno è qui per sua volontà”; ma ancora il tutto che è insignificante: le parole, gli scherzi, gli amori presunti o reali, realtà tragiche come lo stalinismo che viene presentato dall’autore nei suoi aspetti paradossali e quasi comici, le bugie ed anche la morte. Insignificante è per Kundera l’individuo e la vita di ogni singolo, senza storia così come i personaggi del romanzo, presenti, numerosi ma allo stesso tempo leggeri come una piuma, la piuma che cade dal soffitto di una stanza da ballo e che attira l’attenzione del lettore e dei personaggi pur senza far rumore.
    “L’insignificanza è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere […] ma non basta riconoscerla, bisogna amarla” Ramon, il personaggio a cui Kundera affida queste parole, indica all’amico D’Ardelo il parco del Lussemburgo (luogo in cui si apre e chiude il racconto) la bellezza del luogo, la gente, le risate, “l’insignificanza è la chiave della saggezza, del buonumore” (dell’hegeliano unendliche Wohlgemutheit).
    Kundera utilizza inoltre la nudità e l’eroticità per identificare ed interpretare un periodo, un’epoca. Cosce,seno,natiche tutte hanno forme diverse e sono dunque espressione di individualità; questa però è per Kundera l’epoca dell’ombelico scoperto e gli ombelichi sono tutti uguali, non vi è più individualità forse perché questa è l’epoca del conformismo. Alla fine del romanzo a mio parere Kundera parla del nostro mondo e soprattutto della nostra società con grande leggerezza e con sottile ironia intellettuale.

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  57. Caterina V.   25 novembre 2013 at 15:37

    Amo moltissimo Kundera, e ho trovato questo libriccino delizioso. Se potessi paragonarlo a qualsiasi cosa, sceglierei delle bolle di sapone, leggere e frivole, ma briose e piene di vita.
    Mi sono stupita di trovarvi qualche concetto di Schopenhauer, che insieme a Eraclito rappresenta per me la filosofia più cara. Infatti condivido la credenza che qualsiasi cosa a questo mondo segua la legge degli opposti, che tutto sia Logos.
    Non solo l’insignificanza è “con noi ovunque e sempre”, ma è l’unica che riesce ad annientare totalmente il suo opposto, la significanza, invece di trarne linfa vitale. Che ne è del bene senza il male? Che ne è del caldo senza il freddo? La significanza non ha più senso di esistere di fronte all’insignificanza. E ciò mi fa stranamente sorridere!
    Durante la lettura di questo libro, la mia mente ha provato a seguire i sentieri battuti della significanza. Mi sono domandata: “Ma come sarà stata la morte della madre di Charles?”, “Cosa avrà vissuto in America la madre di Alain?”, “Come si saranno conosciuti Ramon e Madeleine?”. Domande lecite per una curiosona come me, ma talmente unutili! Insignificanti, appunto. L’insignificanza contagia qualsiasi cosa tocchi e qualsiasi pensiero con cui venga a contatto. E’ stato molto bello seguire il flusso di pensieri dei protagonisti, personaggi tutt’altro che insignificanti, resi ancora più magici da questa consapevolezza.
    Forse Kundera ha scovato il principio dei principi, l’atomo primo che compone il nostro universo. E sono molto sollevata all’idea che possa essere l’insignificanza!

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  58. Giulia Capone   25 novembre 2013 at 18:50

    Milan Kundera è un autore che non avevo mai avuto il piacere di leggere e questo primo approccio nei confronti del suo nuovo romanzo “La festa dell’insignificanza” mi ha positivamente colpita soprattutto per la vastità della cultura che sta dietro allo scheletro apparentemente scarno dell’opera.
    Kundera mi ha impressionata anche svolgendo un grande compito cioè quello di rimuovere il romanzo dalla banalità di una trama lineare che porta spesso il lettore ad una lettura senza sentimento o ragionamento; infatti per seguire l’opera di Kundera è necessario tenere ben presenti tutti i collegamenti tra un intreccio e l’altro, che ad una distratta lettura potrebbero sembrare discorsi banali o insignificanti.
    Proprio l’insignificanza è il fulcro dell’ultima fatica dell’autore; quest’ultimo non si ferma ad analizzare l’insignificanza tenendo presente il suo significato analitico ovvero di un qualcosa che non ha rilevanza ,che manca di significato o che non ha personalità, ma sulla base di questo costruisce una semplice e allo stesso tempo complicata architettura che attraverso parallelismi e analogie ci conduce verso quell’idea di fondo sempre chiara a Kundera: sono insignificanti sia l’individuo che la vita stessa di personaggi comuni e senza storia.
    Milan Kundera ha però un altro talento speciale; nella sua scrittura infatti spiega ad un lettore sempre più preso dalla narrazione ciò che in realtà gli dovrebbe apparire lampante: l’insignificanza che ciascuno di noi si porta dentro è proprio quella scintilla che ci rende persone, che ci fa misurare con gli altri ma soprattutto con la vita.

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  59. Margherita Baldi   25 novembre 2013 at 20:38

    Tutto si può mettere in discussione. Questo ci dimostra il sarcasmo tagliente di Kundera, che affronta aspetti della vita che possiamo considerare banali, prendendo spunto da ciò che abbiamo intorno e diamo per scontato, ma per spiegare temi ben più profondi, o almeno fasi domande su di essi. Infatti Milan non scrive un libro per risolvere i grandi interrogativi dell’esistenza dell’uomo, ma per far vedere che ci sono. Per dire alla gente “guardate, ci sono altre cose oltre al vostro punto di vista”. Due amici che si inventano un linguaggio inesistente per (non) comunicare tra di loro, il fermo immagine sul volo di una piuma, le persone. Quel mondo complicato che sono le persone e i loro comportamenti, talvolta apparentemente privi di senso. La festa dell’insignificanza ci porta in un mondo parallelo ma non troppo lontano dal nostro, solo visto sotto una luce diversa. Gli uomini vengono messi tutti sullo stesso piano, è vero siamo tutti uguali, ma nella loro insignificanza. Tutto passa sotto la lama tagliente dell’ironia, non viene risparmiato niente e nessuno. Sembra quasi che non ci sia speranza di una via d’uscita, ognuno di noi, consapevole o meno, sta partecipando alla festa dell’insignificanza, una festa che dura secoli e che potrebbe non finire. Dalla mia parte vedo invece un tunnel immaginario che potrebbe portarci dall’altra parte, dove potremmo vedere una soluzione: l’ombelico. Proprio ciò che ci accomuna, che dovrebbe essere uguale in ognuno di noi, invece è diverso. Perchè ogni individuo è nato a suo modo e il cordone ombelicale è stato staccato diversamente dagli altri. Il proprio segno di nascita, quella fatalità che ci ha messi al mondo, è proprio questo il nostro segno distintivo. Sta però a noi la decisione di usarlo come punto di forza o meno. Alzare la maglietta e vedere che il nostro buchetto vuole dirci qualcosa o coprirsi e rimanere al caldo delle nostre convinzioni.

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  60. Elisa Miglionico   26 novembre 2013 at 22:45

    È la prima volta che mi trovo alle prese con un’opera di Kundera e andando oltre questo semplice dato oggettivo, ne ho ricavato degli spunti interessanti (tra le righe) e la curiosità di testare, in un futuro prossimo, altro suo materiale. La trama del romanzo si dimostra sin da subito non lineare. Si presenta sotto forma di un insieme di sequenze narrative intrecciate e divergenti con salti in avanti e indietro e cambi di personaggi, tipico dell’effetto polifonico a cui mira lo scrittore ceco. Il lettore di primo livello si troverà senz’altro spaesato. Consiglio, perciò, una lettura di secondo livello, in grado di afferrare i meccanismi narrativi utili per giungere ad un interpretazione il più trasparente possibile. In ogni caso il tema centrale (introdotto in primis dal magnifico titolo) è l’insignificanza, la quale, secondo Kundera, costituisce una costante della nostra vita, sia essa serena o tumultuosa. Sotto questo concetto si nasconde a mio avviso un significato più profondo e filosofico al quale Kundera fa appello implicitamente. Nomina molte volte filosofi del calibro di Kant, Schopenhauer, Hegel aprendo così digressioni filosofiche, correlate però, a spaccati di vita reale. Dopo tutti questi artifizi qual è lo scopo ultimo mi domando. A SUO modo vuole cogliere la complessità della vita e delle relazioni dei soggetti che la animano, nell’epoca moderna, e la sua impossibilità di significare appunto. Mi trovo d’accordo con Lamberto Cantoni sul carattere polifonico dell’opera: Kundera presenta una dote eccelsa in questo. La sua capacità narrativa tocca apici in: Alain medita sull’ombelico (incipit), Charles sogna una pièce per il teatro delle marionette (pag. 33), l’arrivo della Frank alla festa (pag. 72-73), Il mondo secondo Schopenhauer ( pag. 101) e infine l’elogio dell’insignificanza (pag. 125). Tuttavia sono uno delle isole felici in un mare di congetture che si esauriscono come il calesse del finale il quale si “allontana lentamente nelle vie di Parigi”.

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  61. Eleonora Ramerini   28 novembre 2013 at 16:13

    Ho letto questo libro credendo che prima o poi ci sarebbe stato quel punto in cui ogni cosa acquisisse un senso e che tutte le parole sconnesse potessero finalmente formare qualcosa di sensato e chiaro.
    Ecco, quel punto non è mai arrivato! Allora ho pensato che Kundera (prima volta che leggo questo autore) fosse veramente un genio, riuscendo a tenermi inchiodata a leggere un libro che parlasse, sostanzialmente, del niente. Non mi è piaciuto molto, perchè troppo dispersivo e caotico, ma arrivata in fondo, non so perchè, ma lo vorrei rileggere, forse perchè il fatto di aver letto 128 pagine su un tema come sull’insignificanza, mi sembra così assurdo, che per forza dentro qualcosa di sensato lo devo pur trovare!

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   29 novembre 2013 at 21:03

      Eleonora, forse il problema e’ che la modalità di lettura che prevede un testo come quello di Kundera e’ molto diversa da quella alla quale sei abituata. Non e’ colpa tua. Una volta si parlava di cultura alta e bassa. Era scontato che la prima presupponesse una preparazione culturale e una capacita’ di sublimazione piu sofisticata rispetto ad altre forme di cultura che per semplificare potremmo definire “intuitive”.
      La società dello spettacolo, la nostra per intenderci, ha sconvolto ogni gerarchia. Ciò che un tempo veniva considerata non cultura oggi e’ addirittura dominante.
      Praticamente viviamo nel tempo dove tutto e’ cultura. Ma tra un romanzo scritto come se fosse un serial televisivo e un’altro creato da uno scrittore in cui risuonano almeno 5 secoli di storia della scrittura, rimane una differenza che nessun populismo può colmare.
      Comunque trovo esagerata la tua critica. Trovi dispersione dove invece la dove c’è polifonia, storie parallele che poi si intrecciano. Confondi il caos con la complessità dei temi.
      Non ti viene il sospetto che la vita reale sia molto piu’ simile al romanzo di Kundera che hai tuoi bisogni di un senso lineare e chiaro?

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  62. Gaia R.   14 gennaio 2014 at 10:20

    Dopo tanti anni, Kundera torna a scrivere un libro, anche se non all’altezza dei suoi capolavori indiscussi. La vita di quattro personaggi si alterna nella storia. Quattro amici di età molto diverse che non perdono occasione per vedersi e parlare di arte, libri e teatro non appena ne hanno la possibilità.
    L’insignificanza viene eretta a valore assoluto da parte dell’autore, che ne descrive e ne mette in luce tutti gli aspetti “positivi”. E’ comuque inevitabile arrivare all’ultima pagina e non provare una leggera malinconia.
    Non penso comunque che questo racconto possa essere ritenuto un (suo) vero e proprio romanzo: è sicuramente scritto in maniera impeccabile, tuttavia, a fine lettura, si ha la triste sensazione che il meglio lo abbia già scritto.

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  63. Luca C.   20 gennaio 2014 at 11:13

    Non ho mai letto un libro di Kundera e quando mi sono ritrovato a leggere il suo libro mi sono ritrovato davanti un romanzo breve e conciso che contiene dei messaggi chiari che l’autore spennella lì a modo suo, senza impegnarsi troppo a costruirci su una trama che valga la pena di meritare l’appellativo di romanzo. Non è il genere di libro che leggo solitamente e forse proprio per questo motivo che non l’ho letto con il giusto entusiasmo, fatto sta che a me personalmente non è piaciuto poi così tanto.

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  64. Martina Brocchi   24 gennaio 2014 at 08:22

    È la prima volta che mi avvicino a Kundera ed a un suo scritto, l’ho trovato assai interessante ed intrigante! Inizialmente il racconto è un pò contorto, ed è proprio questo che ha fatto sì che mi prendesse particolarmente ed il livello di cocentrazione, con una sorta di curiosità, salisse per continuare a leggere sempre più approfonditamente il libro. Secondo Kundera tutto si può mettere in discussione, con una pungente ironia viene fatto del sarcasmo su fatti ove generalmente non facciamo, che dire? A me è piaciuto molto, il livello di attenzione deve rimanere alto mentre si legge questo libro, non si può leggerlo con disinvoltura poichè il suo racconto sembrerebbe privo si senso, il ragionamento e la riflessione da parte del lettore sono fondamentali, penso inoltre che l’obiettivo dell’autore sia stato proprio questo: cercare di far ragionare chiunque si avvicinasse al suo scritto, affermando che l’insignificanza fa parte di noi, ed è quel lato che ci rende persone e che ci mette alla prova

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  65. Huang Rongrong   1 febbraio 2014 at 16:09

    Questo è il genere di libro da leggere e rileggere più volte, per coglierne sempre più il senso.
    Il tema dell’insignificanza è inusuale e stupendo, ed i ragionamenti sono intricati quanto geniali.
    Ammetto che a tratti è forse eccessivamente contorto, al punto che è difficile riscontrare un ritmo incalzante che, generalmente, accomuna molti bei libri. Non è di certo il tipico libro che si legge a fine serata per rilassarsi ed occupare il tempo, non è un raccontino banale. Per me è stato davvero necessario soffermarmi su certi punti e rileggere più volte.
    E’ interessante il fatto che tutto possa essere messo in discussione, ed è per questo che è stato per me uno spunto su cui riflettere.

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  66. Mariagrazia Di Rosa MKSC2 sez.2   2 febbraio 2014 at 12:59

    E’ la prima volta che leggo un libro di Milan Kundera ma devo dire che non mi ha appassionata particolarmente, anzi non ho trovato molto un filo logico perché presenta un insieme di temi intrecciati, confusi che non mi hanno fatto capire con precisione quale sia il limite tra il vero e il falso. E’ pieno di forti contrasti mescolati, insomma non è il genere di libro che solitamente leggo e anche per questo forse non mi sono impegnata abbastanza a capirne il senso appunto perché non mi ha particolarmente entusiasmata.

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  67. Lorenzo S.   7 febbraio 2014 at 11:25

    Il romanzo di Milan Kundera è una piccola commedia umana, dove la vita di quattro personaggi si alterna ripetutamente nel corso della storia. Tema fondamentale: l’insignificanza, o meglio la festa dell’insignificanza, far emergere problemi seri e allo stesso tempo non pronunciare alcuna frase seria, subire il fascino della contemporaneità e ugualmente cercare di evitare ogni realismo. Personalmente sono rimasto colpito dalla parte iniziale, in cui uno dei protagonisti, Alan, è affascinato e turbato da alcune ragazze che esibiscono l’ombelico. Qual’è il suo potere di seduzione?
    Un insignificante particolare che porta ad una visione più ampia del mondo, un’ qualcosa che è accaduto e coinvolge tutti i protagonisti, nel loro immenso cammino che è la vita.
    Come Kundera scrive alla fine :” Solo il romanzo ha saputo scoprire l’immenso e misterioso potere della futilità”. Futilità che si manifesta come l’ insignificanza che distrugge la serietà umana, disorientandoci.

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  68. Laura Parenti   8 febbraio 2014 at 18:40

    Kundera, attraverso l’attenta analisi da lui stavolta, si concentra su quel piccolo segno che circoscrive il centro del nostro corpo: l’ombelico. Gli associa l’insignificanza come aggettivo ma non potrebbe essere una scelta un po’ frettolosa la sua?
    Nella sua analisi la figura della donna è concatenata ai suoi feti, altri individui, altri ombelichi. Proviamo a guardare con un’altra ottica questo schema che ci viene proposto dallo scrittore. Eliminiamo tutto ciò che può essere realmente insignificante: gli esseri, per primi la donna e tutti i suoi discendenti.
    Abbandoniamo l’idea del corpo che in questa analisi può essere illusoria. Concentriamoci solo sugli ombelichi e parliamo della loro funzione.
    Prendono forma dall’interruzione del cordone ombelicale e quindi da una separazione: allora se l’ombelico disegna una separazione ci domanderemo da cosa, giusto? e perchè?
    A questo punto torniamo indietro a quando non esisteva l’ombelico. Pensate alla vita come energia biologica. Come sappiamo l’energia non si crea ne si distrugge, ma si trasforma ed è in continuo movimento.
    Mettiamo che questa energia scorra in un canale perchè non è in grado di restare immobile in un contenitore, ma necessita una moltitudine di celle e canali per svolgere il suo compito. Proviamo a pensare ad un circuito dove i nostri ombelichi non sono altro che resistenze e la nostra energia biologica scorre in esso. Adesso aggiungiamo al nostro schema la variabile del tempo e trasformiamo il nostro circuito in una linea temporale, dove gli ombelichi segnano nient’altro che un passaggio dell’energia da un circuito all’altro, da un corpo ad un altro, da una generazione all’altra.
    Ecco quindi espressa la funzione dell’ombelico, il simbolo del divenire, un piccolo apostrofo dell’essere che si incarna come centro di tutto e di nulla. L’energia vitale della madre si riversa in un corpo tramite quel buchetto, una volta tagliato il cordone questo si separa dalla madre creando un individuo che ha un proprio centro, l’anello che cingeva l’unione si scioglie e lascia solo un segno di ciò che era unito ed adesso non lo è più. Possiamo quindi realmente dire che l’ombelico è insignificante? Oppure potremmo dire che è proprio ciò che prelude al cambiamento del centro e quindi il vero inizio del divenire?

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  69. Clara Desirò   8 febbraio 2014 at 19:35

    Gli avvenimenti inventati,ma con un richiamo storico, riportati in questo testo sono inizialmente quasi incomprensibili; solo con il susseguirsi delle pagine e delle parole dell’autore possiamo iniziare a capirne la morale che vi è contenuta dietro ogni storiella narrata. Ritengo che la centralità di tutte le storie, di tutti i personaggi del libro sia nel continuo cercare di dare un senso al proprio essere,un senso alla propria vita, a chi sono ed a cosa sono riusciti a fare sino a quel momento. Si può dire che Kundera partendo dall’ombelico scoperto cerchi di svelare le più intime verità che accomunano ogni essere umano. Detto ciò vorrei sottolineare ciò che più ho fatto mio delle morali di questo testo, ovvero che all’insignificanza segue spensieratezza e che davanti ad un volto si nasconde una maschera, come la vita fosse solo una grande palcoscenico dove recitiamo continuamente la nostra parte.

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  70. Michela Mascitelli   9 febbraio 2014 at 10:37

    Insignificance presented as the most important aspect of human life is a paradoxal concept and the parade of belly buttons, that seem to be all the same, is a symbol of the bitter uniformity which seems doom upon our generation. Nudity is one of the main key interpretations of our time and the navel becomes the fourth erotic points of the female body. We can consider the new novel by Milan Kundera the sad balance of a great writer and throughout his observations of everyday life situations, is able to theorize truths about man and his identity. For Kundera the individual in itself becomes insignificant, belonging to a mass and having no story. His novel becomes, therefore, an invitation to reflect upon the deeper meanings of life, but more importantly one to act against.

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  71. Benito Navarretta   9 febbraio 2014 at 14:23

    L’ intero libro sembra gravitare qualche piano più su rispetto alla realtà e sembra osservarla con occhio critico. In realtà non la osserva ma si rivede nella realtà ed è proprio questa la chiave ironica e divertente del libro e dei concetti di Kundera. Chiaramente l’ autore non vuole fare un semplice elogio all’ insignificanza, al contrario mostrarci come essa domini la società e la realtà in generale.
    La nostra ancora di salvezza è rappresentata proprio dall’ ironia più spicciola perché ci permette di osservare chi è sotto d noi con occhi diversi e giudicare molti aspetti della realtà con leggerezza e indifferenza soprattutto.
    L’ ottica attraverso cui ci presenta e descrive i personaggi e gli aneddoti è singolare ma suppongo che rientri nel suo pensiero rispetto al tema dominante del libro che è esso stesso un involucro dalla corteccia dura ma che dentro nasconde proprietà molto ma molto interessanti.

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  72. Giacomo Gasparri   9 febbraio 2014 at 18:21

    Con un’amara meditazione sull’essenza della vita lo scrittore boemo porta al culmine la rarefazione dell’arte del romanzo, prendendo come punto di riferimento l’ombelico di una donna. “La festa dell’insignificanza” comincia con una meditazione sull’ombelico femminile, messo sfrontatamente in mostra dalle ragazze a passeggio in una via di Parigi, La sfilata di ombelichi tutti uguali è il simbolo della scabra ripetizione cui sembra condannata la nostra epoca. L’uniformità celata sotto l’illusione di individualità. Stanchezza e noia appena camuffate da sprazzi di buonumore, come grandi scrittori come Kafka hanno fatto prima di lui. È l’affollato palcoscenico della vita che brulica di comparse, ciò che noi tutti siamo. Dietro al sipario, come sempre nei romanzi di Kundera, appare ogni tanto a consolarci la “meraviglia di vedere il proprio io”, come in uno specchio. è quindi diventato così difficile guardarci dentro, in una società che ci vuole omologati e renderci culturalmente e personalmente sterili?

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  73. wang qin   9 febbraio 2014 at 20:03

    non ho letto questo romanzo ,purtroppo non riesco a capirlo in italiano.
    ma ho letto il suo articolo , mi sono interessata di questo libro.vorei cercare in visione cinese a legerlo meglio.

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  74. wang qin   9 febbraio 2014 at 20:36

    她說話真的非常有趣,她說『如果你要說一件无聊的事情,不管多有意義,都不要說。』
    『我非常喜欢錢,喜欢的不得了,從不认为這是一件丟臉的事情,不在乎錢的人才應該是心理出了问题。
    許多的简单的观念,她就這樣一語道破,還非常幽默。

    这部紀錄片,最主要在传达一個意念,而這些概念都不单属于時尚圈的,套在人生人际关系和待人处世上,都有相當程度的顛覆性,就像她在战争之後,让女性穿著比基尼在杂志上晃來晃去,把流行時尚向前推进,在那样一個相當保守的年代,她特立独行一枝独行,创造出許多不朽的流行概念。
    她不是美丽的女人,但她绝对是有魅力的女人。
    而她斜倚在紅色客厅的优雅姿态,則成了時尚界传颂不朽的經典之最。

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  75. marta(Jingxian Shen)   9 febbraio 2014 at 21:02

    “L’insignificanza è l’essenza della vita”
    e condivido che l’accettazione e l’amore per l’insignificanza porta uno stato di “benessere” come lo chiama l’autore; questa continua ricerca di un senso nella nostra vita, nelle nostre emozioni e nei nostri gesti non porta altre che angoscia e malessere.

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  76. Jingzi Wu (Gioia)   9 febbraio 2014 at 21:20

    如果这本书可以以电影的方式呈现给外国同学们看的话,我相信那可以更方便我们去理解这本书要写的是什么. 教授不好意思,我没有看这本书,不能给太多意见.
    谢谢。

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  77. Martina S.   11 febbraio 2014 at 13:18

    Kundera tratta, nel suo romanzo, un tema comune a moltissimi autori, poeti, filosofi. La sua particolarità sta tutta nel modo insolito e singolare che ha di trattare l’insignificanza, egli si sveste di quella serietà propria dei suoi colleghi per portare avanti riflessioni in chiave ironica, a tratti tragica, che permettono di riflettere in modo non poco profondo.
    Si noti che attraverso un argomento che potrebbe risultare banale e, appunto, insignificante come quello dell’ombelico, l’autore riesca a portare il lettore a riflessioni non banali e non scontate.
    Ma non sono solo i temi ad essere “leggeri”, anche il modo di scrivere scorrevole e la narrativa sciolta fanno del romanzo uno scritto all’apparenza privo di tanto significato.
    Personalmente questo è stato il primo libro che ho letto di Kundera e, anche se inizialmente è stato complicato da seguire a causa delle vicissitudini scollegate logicamente, quando sono arrivata all’ultima pagina mi sono ritenuta soddisfatta della lettura perché, a differenza di molti autori, non mi era stata impartita la riflessione personale dello scrittore ma ero stata guidata ad una mia riflessione pagina per pagina.

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  78. Costanza Cipriani   24 febbraio 2014 at 10:25

    Kundera, con questo suo ultimo libro, vuole probabilmente farci riflettere sulla superficialità soffocante del nostro mondo contemporaneo, su come, nel corso degli anni l’attenzione si sposti continuamente su “accessori” differenti. Questo libro racchiude l’essenza della nostra società moderna, dove tutto ciò che ha importanza è tutto ciò che è insignificante e privo di motivazione, l’ombelico è solo l’ennesima dimostrazione di una disperata ricerca di desiderio, ormai scemato a causa della possibilità di avere tutto e subito.

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  79. Maria Bergamaschi   24 febbraio 2014 at 11:48

    Questo libro mi ha fatto scoprire un nuovo modo di leggere.
    Bisogna stare molto attenti a tutti gli intrecci profondi e nascosti del romanzo per poterlo comprendere fino in fondo.
    E’ un libro che può piacere come non piacere per la sua lettura autoironica della realtà.
    Una presa in giro di come l’insignificanza ha maggior peso delle cose importanti nella vita umana.

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  80. Veronica Pagliochini   24 febbraio 2014 at 21:25

    Questo libro andrebbe letto non una ma più volte. A primo impatto risulta un libro assai contorto e caotico, ma poi riflettendoci sopra mette in evidenza la superficialità e la leggerezza della nostra società; una società caotica, frenetica, dove nessuno si sofferma più su ciò che ha un valore sia a livello personale che a livello sociale. Abbiamo bisogno di celebrare l’insignificante, non siamo più in grado di scindere ciò che ha veramente importanza da ciò che può essere catalogato superfluo, che nella società coeva si configura come valore fondante portando a quella che è una crisi di valori. Forse è quello che ha cercato di farci capire Kundera con il suo libro.

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