La narrazione audiovisiva nella moda

Con l’imporsi del web come media centrale per le strategie di marca e di prodotto rivolte ai pubblici attualmente più corteggiati dalla aziende moda, sono aumentati gli investimenti in messaggi audiovisivi di vario genere, dai tradizionali commercials alla pubblicità seriale, dalle sfilate on line ai “corti” d’autore, dai reportage dei backstage alle interviste a testimonials e protagonisti. Sembra proprio che la moda abbia definitivamente incorporato nelle pratiche simboliche lo sfruttamento del valore della unità semantica audiovisiva.

1. Figure di una ri(e)voluzione in corso

Prima di inoltrarsi nella lettura del testo, prego i lettori di buona volontà di fare un salto nella rete e planare nel sito ufficiale di Prada. Entrate in A Future Archive e cliccate Prada Universe. Vi troverete un numero sorprendentemente alto di audiovisivi. Cercate tra essi The Postman Dreams e senza indugi guardatevi i cinque short mouvies di Autumn De Wilde, una anti convenzionale e bravissima regista americana, impegnata a narrare con stile le vicissitudini seriali della borsa Prada Galleria, protagonista silenziosa delle narrazioni.

Cercherò di convincervi che queste storytelling rappresentano innovative strutture di senso allestite dalla moda per colonizzare i nuovi territori simbolici inaugurati dal web, attraversati dalle esperienze di lettura liquida dei nuovi soggetti nati con la rete, con i quali le Marche della moda devono fare i conti, partendo dal presupposto che i modi di comunicazione asimmetrica del passato sono per essi praticamente privi di senso.

Possiamo dunque considerare Prada, uno dei brand protagonisti della delicata transizione che vede le marche della moda confrontarsi con l’innovazione mediatica rappresentata da Internet. Naturalmente, come altre grandi marche della moda, l’aggressività degli investimenti nel web punta a raggiungere anche nel mondo on line il dominio simbolico e commerciale che già esercitano nel reale con la rete di negozi, creata nei passati decenni. a fronte di enormi risorse investite. Per non parlare dei budget pubblicitari investiti nei magazine off line e delle sempre più costose sfilate.

Tra le Marche più impegnate a risolvere positivamente lo sfruttamento del web come piattaforma di riferimento per la propria tribù diffusa, è altresì doveroso citare Dior, Chanel, Gucci, Armani… Ma si può dire che tutte le marche presenti nel web con siti articolati ( cioè più complessi del sito vetrina di inizio terzo millennio), stanno velocemente trasferendo in rete contenuti in formato audiovisivo, come mai nel passato. Tra gli oggetti di comunicazione più interessanti apparsi da circa una decina di anni vi sono mini film molto diversi dalla pubblicità ordinaria. Spesso, essi assumono la forma di un racconto seriale. Il più delle volte riscontriamo la presenza del prodotto. Ma non mancano brevimetraggi caratterizzati da temi, apparentemente estranei alle logiche commerciali. In molti casi il livello creativo e artistico dei testi audio-visivi risulta sorprendentemente sofisticato. Per farla breve, si può dire che il modo di interpretare le risorse simboliche offerte dalla messa in testo in formato mini-film nella rete, varia moltissimo. Non è una esagerazione pensare che per alcuni creativi, la trasformazione della propria collezione in una storytellig audio-visiva assuma un’importanza pari al percorso creativo necessario per fare abiti. Per esempio Gareth Pugh, grazie alla collaborazione con un ispiratissimo Nick Knight, da una decina di anni sta sperimentando modalità interattive centrate sulla produzione di fashion film caratterizzati da una debordante creatività. A voler essere precisi, bisogna aggiungere che possiamo considerare il fotografo citato il primo vero sperimentatore dei possibili nuovi standard comunicazionali, artistici, sfruttabili dai Brand della moda. Fin dal 2001, all’incirca nel periodo in cui creò il suo website, SHOWstudio, non si stancava di ripetere che la pubblicità sulle riviste sarebbe stata presto soppiantata dal Fashion Film.

Tuttavia, io penso che per la maggioranza delle marche, il fashion film, rappresenti ancora oggi un esperimento necessario per completare la propria strategia multimediale. La visione che mobilita i manager dedicati, azienda per azienda, alla rete è molto semplice da intuire: con il web essi non vogliono parlare alla folla degli internauti; cercano piuttosto un contatto con le tribù dello stile, qualsiasi cosa intendiate con questo termine. In altre parole, il mini film rappresenta una esperienza di comunicazione che verticalizza la strategia, ovvero funziona come un catalizzatore utile a configurare una possibile community di marca, partendo dall’assunto che la frammentazione e/o la liquidità dei processi interattivi tipici del web, fanno emergere isole di tribalismo, qualsiasi cosa vogliate intendere con questo termine. Ovviamente, la nascita delle nuove forme di testualità di cui parlo, in qualche modo dipende anche dall’enorme importanza che i social si sono ritagliati, sia per permettere di intravedere (o misurare) l’esistenza di un ordine tribale compatibile (al quale ispirarsi) tra il caos eterogeneo della rete, e sia per agire direttamente su insiemi di “tracce di esistenze” aggregabili o manipolabili da narrazioni indovinate.

Comunque se proprio volete saperlo, una possibile linea di demarcazione tra un prima e un dopo ovvero tra l’audio visivo pubblicitario e qualcosa di più complesso, avvicinabile con il termine mini film (short movie), a mio avviso è stato il successo mediatico di un commercial N 5 Chanel, girato nel 2004 da Baz Luhrmann e interpretato da Nicole Kidman al culmine della sua notorietà. Il regista e l’attrice venivano dal grande successo del film Moulin Rouge, e l’idea di scritturarli entrambi per raccontare una storia che strizzava l’occhio al tema del film, si rivelò geniale. L’inusuale spot durava più di due minuti e fu prodotto a costi faraonici. Nicole Kidman si mise in tasca 16 000 000 di $, il più alto compenso mai pagato a un testimonial nella storia della pubblicità; i costi di produzione dello spot superarono i 5 000 000 $; la pianificazione sui media raggiunse cifre mostruose. Il lancio dello spot avvenne con mesi di anticipo rispetto la programmazione sui media. Praticamente prima ancora di essere visto da qualcuno del pubblico, tutti sapevano qualcosa e/o avevano visto immagini del set. Il commercial fu proiettato nelle migliori sale cinematografiche del mondo per alcune settimane, tra gli annunci pubblicitari che anticipavano la visione del film in programma. Per la Tv, a parte la configurazione originale, furono montate anche alcune versioni di limitata durata. Ma non vi rimasero molto. Anche se lo spot aveva come media di riferimento la sala cinematografica, agli occhi degli addetti ai lavori più intelligenti, appariva come una esperienza visiva molto attraente, sfruttabile per la battaglia dell’audience nel web. Con il senno di poi, al netto delle innovazioni tecnologiche che con Smartphone, I pad e modalità di trasferimento dati sempre più veloci hanno indubbiamente creato la possibilità e la necessità di sperimentare nuovi standard di testi audio visivi, possiamo ragionevolmente sostenere che aveva ragione chi trovava nello spot citato i sintomi di un grande cambiamento.

Per chi ama le genealogie, mi fa piacere suggerirgli un’altro commercial fuori standard, chiaramente ispirato al linguaggio cinematografico, che divenne un piccolo mito tra i giovani all’incirca verso la metà degli anni novanta. La serie si intitolava Mogul e fu progettata dalla agenzia Mc Caan Erickson per Martini & Rossi (Mugul è un cocktail). Il regista dello spot era Moshe Brakha, l’interprete femminile era Charlize Theron, molto giovane e di belle speranze. Ma la vera star dello spot era l’attore il cui nome rimane ancora un mistero (c’e chi dice che fosse l’attore e modello Max Parrish; altri sostengono fosse David Charles Sahagian). Soprattutto il primo della breve serie fu un evento di comunicazione di strabiliante notorietà che cambiò la percezione del Brand nel mondo. Durava poco più di due minuti, fu scelto il bianco e nero, non una parola, un ritmo narrativo perfetto per una seduzione molto 007, che si concludeva con un gesto esemplare (un dito che passava velocemente sulle labbra del protagonista). Eravamo solo agli inizi del web e quindi i media di riferimento furono le sale cinematografiche (ovviamente si fecero montaggi brevi per la Tv). Anche in quel caso si discusse a lungo se con quella forma di messaggio non stessimo per entrare in un nuovo mondo di comunicazione. Un po’ era così. Ma solo dopo lo sviluppo della rete divenne chiaro a tutti l’urgenza di raccontare storie via via sempre più complesse.

Da quei giorni, grazie alla banda larga e all’affinamento tecnologico dei device collegabili alla rete, i cosiddetti mini film utilizzati a scopi cultural commerciali hanno cominciato a proliferare. Di Nick Knight e la sua casa di produzione abbiamo già parlato. Ma anche il caso Chanel è emblematico. Sia i brevimetraggi diretti personalmente da Karl Lagerfeld come, solo per fare qualche esempio, Reincarnation; The Return,Once Upon a Time e la serie di short muvie dedicati a Coco Chanel, sia quelli girati da registi famosi come Martin Scorsese (Bleu de Chanel, 2010), hanno cambiato le gerarchie tra generi nell’ambito delle strategie di comunicazione di questo Brand storico. L’accelerazione decisiva ovviamente è avvenuta nel nome di internet. Un po’ perché i Millennials hanno fatto capire quanto la comunicazione audio visiva li appassionasse (vedi il successo di YouTube), e un po’ perché questa forma di comunicazione, che vi piaccia o no, si compenetra perfettamente con l’efficienza dei nuovi standard comunicazionali richiesti dalla moda globale emergente.

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2. Dimensioni e forme della diffusione di messaggi audiovisivi nel web

Nel 2012, molti addetti ai lavori si stupirono quando autorevoli riviste divulgarono la notizia che i video rappresentavano il 57% dell’intero traffico del web. Secondo gli esperti entro il 2017, la percentuale sarebbe salita fino al 69%.

Nel 2015, i centri di ricerca diffusero la notizia che l’aumento dei consumi di messaggi audiovisivi nel web era cresciuto del 20% rispetto l’anno precedente. Gli esperti allora, modificarono leggermente le previsioni e dissero che entro 5 anni il consumo di video era destinato ad arrivare a coprire per 80% le interazioni in internet. Si può quindi presumere che le aziende della moda destineranno enormi risorse per programmare una comunicazione audiovisiva concorrenziale sempre più sofisticata.

L’affermazione del web come media strategico per le prossime generazioni (presso la tipologia di pubblico considerata di primaria importanza per la maggioranza delle aziende moda, ovvero tra i millennials o i New influencer), sta dunque cambiando velocemente le gerarchie dei mezzi attraverso i quali la moda comunica.

È altresì chiaro che, l’interesse per il web, non cancellerà l’esperienza storica fatta utilizzando altri standard comunicazionali. Come è già successo in passato con la televisione in relazione alla carta stampata,  un nuovo medium non annulla i precedenti bensì co-evolve insieme ad essi, modificando usi e abitudini degli utenti.

L’esperienza storica dell’ultimo decennio dimostra che, le aziende più competitive stanno investendo notevoli risorse, sia per aumentare l’efficacia del proprio e-commerce e sia per ritagliarsi un efficiente “luogo” nella rete capace di funzionare come un hub di contenuti eterogenei, configurando strategie multimediali, adattate ad un fascio di consumatori dalle caratteristiche estremamente sfuggenti.

I messaggi audiovisivi sono da tempo immaginati essere l’espressione più efficace per collezionare i soggetti delle possibili nuove tribù che configurano le community necessarie per lo sviluppo e il consolidamento del territorio digitale occupato da ogni singola marca.

Attualmente le forme che assumono i testi audiovisivi messi in campo per un dominio  per certi aspetti ancora molto problematico, sono:

  • I tradizionali commercials
  • Le video sfilate (con l’aggiunta di audiovisivi dedicati al backstage e con la sperimentazione del “See Now, Buy Now”); audiovisivi dedicati a documentare il backstage dei servizi fotografici
  • Fashion Film (presentati come alternativi alla sfilata) Eventi Live e relativi backstage
  • Interviste a personaggi, attori, testimonials, in qualche modo legati al Brand
  • Short Movies d’autore (es: il recente corto di Russell e The Postman Dreams della De Wilde per Prada)

Capire le tendenze delle narrazioni audio visuali gradite dagli internauti rivestirà quindi una crescente importanza strategica. Per tendenze dobbiamo intendere l’individuazione delle forme dell’espressione e dei contenuti in grado di scatenare fenomeni di viralitá attraverso l’uso tattico dei social.

Di passaggio, mi piace sottolineare come l’adattamento o addirittura le possibilità da parte dei brand della moda di esercitare anche nel web il dominio che di fatto manifestano sui media tradizionali, richieda l’affinamento di nuove competenze e di saperi tutto sommato nuovi e per certi aspetti inediti per gli scenari moda. Ecco perché l’attuale fase di sviluppo sembra ancora caratterizzata dall’incertezza e dalla sperimentazione (per molti brand potremmo addirittura parlare di pressappochismo). In altre parole, le modalità di intervento della moda puntano certo al dominare l’interazione con gli internati attraverso l’uso tattico delle immagini che da sempre caratterizza la forma del suo potere. Ma da qui a sostenere che ci stia riuscendo ce ne passa. Direi che per ora, relativamente al web, la moda intesa come aggregato di brand eterogenei come visione e consistenza, è ben lontana dall’aver raggiunto l’efficacia manipolatoria/persuasiva che manifesta da decenni nell’uso di altri medium.

Non dobbiamo trascurare il fatto che ricreare con un fashion film l’impatto di una efficace fotografia non è un lavoro banale. Se perdete un po’ di tempo su YouTube scoprirete una quantità disarmante di audio visivi-moda assolutamente noiosi, ripetitivi, banali. Parte del problema coincide con i costi molto alti di un fashion film fatto come diocomanda. Per non parlare dei tempi di realizzazione. Anche l’uso di un audio visivo per l’e-commerce può dare dei problemi: una foto è cliccabile e manipolabile; con un video tutto diventa più complicato. Diciamo che con dei video si trasmettono delle “istruzioni per l’uso dell’oggetto più pregnanti; con immagini statiche è più semplice progettare la vendita dei prodotti.

Comunque la mettiate, credo di poter affermare che i grandi investimenti in narrazioni audio visive nelle forme che ho elencato sopra, rappresentano il tentativo più sofisticato di creare i dispositivi simbolici immaginati essere performanti nel l’interazione con gli internauti per assicurarsi l’attenzione e per predisporsi a manipolarne le emozioni.

Perchè sono propenso ad attribuire la massima importanza all’interazione audio-visiva? Può piacervi o non piacervi, ma la società globale che sta nascendo, della quale internet rappresenta l’espressione semiologica più potente, è a dominante visuale. Da quando la rete ha potuto riprodurre testi contenenti immagini, la sua espansione è divenuta inarrestabile. Il web ci aiuta a capire la grande trasformazione che ha portato la cultura visiva a essere l’elemento centrale della contemporaneità. Non desta quindi alcuna sorpresa il fatto che la moda, da sempre attiva sul fronte delle tattiche e strategie basate su manipolazioni attraverso immagini, anche in questa fase di grande trasformazione trovi il senso profondo della propria con(e)sistenza nel rinnovamento dei modi di persuadere o come si preferisce dire oggi, nei modi di emozionare i propri pubblici, sperimentando forme narrative nel e per il web.

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3. Performativi audio visuali

Notate come, nel contesto web caratterizzato da instabilità che ho brevemente evocato, le attività di branding siano giocoforza costrette a subire uno scivolamento tattico verso l’affinamento delle relazioni con gli internauti della moda. In altre parole, si ha la sensazione che l’ostentazione dei contenuti (delle narrazioni) e meno che mai l’asimmetria comunicazionale, non siano più sufficienti per la performance richiesta; devono essere ridefinite le regole d’ingaggio con il fattore umano della comunicazione. Infatti, si registra negli ultimi anni una crescente attenzione dei brand della moda nei confronti dei social. L’obiettivo di tutte le marche che cercano di sfruttare il web per ritagliarsi uno spazio vitale per il business del futuro, è la creazione di una community liquida che può assumere la forma di un post-tribalismo, evoluto dal punto di vista tecnologico, ma innervato in profondità nel ricettacolo delle emozioni fondamentali degli organismi umani ( emozioni che, è bene ricordarlo, dal punto di vista evolutivo precedono il linguaggio astratto). Non è certo per caso se la topografia delle emozioni proposta da P. Ekman ha avuto tante attenzioni da parte delle agenzie che producono messaggi pubblicitari Audio visivi. L’idea infatti, che esista un gruppo di emozioni universali è molto attraente per chi di mestiere deve produrre messaggi persuasivi globali. Secondo le ricerche di Paul Ekman, distillate incrociando dati provenienti da osservazioni statistiche di soggetti dislocati in varie parti del mondo, le emozioni comuni ad ogni essere vivente (innate) sarebbero: la rabbia, il disgusto, la paura, la sorpresa, la felicità, la tristezza, il disprezzo (ad eccezione del disprezzo, sono le stesse emozioni individuate da C. Darwin, nel grande libro dedicato ad esse, dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie).

Come interpretano i regolatori dei processi narrativi i dati derivanti dalle ricerche della psicologia sociale e dalle scienze cognitive? Mettiamola giù così: se i segni di una narrazione sono immersi in un bagno umorale polarizzato sulle emozioni fondamentali, allora, le probabilità di attirare l’attenzione dei fruitori risultano molto alte e quindi la storia che abbiamo creato per dare un senso ai nostri prodotti sarà efficace.

A tal riguardo, devo aggiungere che, indubbiamente, un metraggio anche breve in formato audiovisivo, miscela o distribuisce molto meglio di altre forme di comunicazione, il fascio di emozioni che supportano le narrazioni (una narrazione audio visiva cioè, può mettere in gioco quasi tutta la gamma emozionale di cui dispone l’essere biologico, fatto salvo che normalmente la moda vive con difficoltà l’attivazione di rabbia, disgusto, disprezzo, paura). In altre parole, in un audiovisivo può emergere anche una gradation emozionale che permette una articolazione più raffinata è vicina all’esperienza di ciascuno di noi.

Ma perché il riferimento alle emozioni è immaginato decisivo in vista dell’efficacia? Ho già detto sopra che, comunque l’intendiamo, l’emozione anticipa gli effetti del linguaggio naturale. Insomma, prima arriva la risposta emotiva, poi si attiva la macchina che attribuisce alla situazione in corso un orientamento verbale al senso.  Sono almeno vent’anni che Daniel Goleman con il suo famoso testo intitolato L’intelligenza emotiva ha posto le basi per riposizionare il ruolo che hanno le risposte neuronali a determinati stimoli, rispetto alle eccessive pretese di controllo del pensiero lineare, riconoscendo in esse una significazione di tipo logico diverso da quella veicolata dal pensiero astratto. Posso citare anche le ricerche neurobiologiche di Antonio Damasio, culminate nella pubblicazione di libri molto diffusi tra gli addetti ai lavori orientati al fare persuasivo, tra i quali mi piace citare L’errore di Cartesio, Il sé viene alla mente e Emozioni e coscienza, tutti editati per i tipi dell’Adelphi, nei quali le emozioni assurgono ad un ruolo chiave persino per l’innesto dell’orientamento etico dei soggetti (sarebbe a dire: senza emozioni nessun radicamento dei valori).

Per farla breve, in un contesto moda dominato da una inflazione di narrazioni proposte in diversi formati e in cui tutti i players hanno scoperto che l’emozione è la porta stretta attraversando la quale si attiva l’attenzione (soprattutto quando si vuole sfruttare un medium come il web, che esalta la liquidità dell’approccio) raccontare storie con audiovisivi significa appellarsi al mezzo di significazione più efficiente.

Quando diciamo che le emozioni anticipano il senso lineare del pensiero verbale non vogliamo dire che sono insensate (fuori dal processo di significazione). Io credo che tutti, in un modo o nell’altro, sappiano che con la loro attivazione o dominanza saltiamo da un piano astratto ad un’altro piano che sentiamo immediatamente presente in noi, anche se spesso facciamo fatica a descrivere con parole e concetti ciò che proviamo.

Possiamo sintetizzare questo particolare effetto di senso dicendo che le emozioni sono stati mentali che possiedono una valenza estesica, ovvero, quando si attivano le sinapsi tra i neuroni che presiedono l’attivazione della scarica emozionale, esse hanno la proprietà di indurre la percezione propriaccettiva di una trasformazione del corpo.

In termini più semplici: le emozioni sono stati mentali che trasformano il corpo.

Ora, per ritornare al tema centrale dell’articolo, aggiungerei alle considerazioni sintetiche soprariportate, la fondata ipotesi che il  potenziale estesico dei testi audiovisivi sia superiore ad altre forme di messaggi. Quando la storia che raccontano, include attori e situazioni arredate secondo verosimiglianza, la sequenza delle inquadrature e il loro montaggio inglobano i dispositivi emozionali secondo modalità che la nostra mente avvicina alle attese di realismo primario immaginate essere la derivata del lento processo evolutivo che ha permesso al nostro organismo di interagire con l’ambiente nel quale vive.

Questo realismo primario produce l’immediatezza che attraverso l’appello emozionale accende l’attenzione costringendo il fruitore a entrare o a rimanere nel testo, lasciando poi affiorare le domande che, grazie al pensiero verbale, conferiranno alle significazioni elaborate la loro valenza transitiva ( in altri termini: il senso delle emozioni è una esperienza primaria e vista con le lenti del linguaggio possiamo considerarla privata; la traduzione verbale, raggiunta in un secondo tempo, è importante perché permette il confronto, la critica, la condivisione…).

Molti studiosi appellandosi alle ricerche di Daniele Rizzolatti sui citatissimi neuroni specchio, ipotizzano che questa piccola famiglia di cellule neuronali specializzate, attive quando agiamo e al tempo stesso presenti nel con-prendere lo steso tipo di azione/reazione fatta da un’altro che stiamo osservando, siano praticamente una prova del fatto che il nostro cervello si è progettato per dare senso soprattutto alle azioni. Insomma, forzando le teorie di Rizzolatti, secondo gli estimatori dei neuroni specchio, le cose funzionerebbe grosso modo così: se noi vediamo una incantevole modella alzare gli occhi, sorridere e avvicinarsi alle labbra del volto del gommoso che (grazie a un controcampo) noi vediamo starle davanti è come se anche noi fossimo in procinto di baciare qualcuno. Ciò che definiamo empatia è l’emozione che ci illude di poter vivere le stesse esperienze o sensazioni di chi ci troviamo di fronte. L’empatia rende determinati contenuti emozionali estremamente contagiosi.

Se consideriamo che in un audiovisivo il processo del senso viene costruito essenzialmente a partire dalle azioni che mettono in moto una storia e che queste azioni attivano stati mentali nei quali le emozioni in gioco creano l’anticipazione di una significanza percepita come se fosse una quasi-azione, allora, è logico comprendere l’interesse che stanno riversando su di essi i costruttori di messaggi persuasivi: l’idea che sia possibile attivare l’attenzione senza coinvolgere troppo l’intenzionalità o la coscienza dei soggetti, non solo è eccitante per chi deve operare nel Web, ma in un contesto caratterizzato da una fruizione estremamente liquida diviene un vero e proprio criterio di efficacia/efficienza del messaggio. Le ricerche attualmente a nostra disposizione infatti, ci dicono che i testi più visti e letti in internet sono quelli più emotivi. Conta tantissimo dunque riuscire ad attivare il registro dell’attenzione; e ricordiamolo, ciò che attira la nostra attenzione è quasi sempre una emozione che viene decodificata dalla nostra mente come se fosse una quasi-azione che stiamo noi stessi facendo.

Naturalmente non tutte le emozioni hanno questa proprietà. Per esempio, secondo gli esperti la tristezza sarebbe una emozione che inibisce l’azione.

Il segno audiovisivo sarebbe dunque una sorta di performativo emozionale ovvero una macchina testuale di segni in movimento che hanno la proprietà di spingerci verso azioni che modificano gli stati interni del nostro corpo.

Attivazione dell’attenzione, immediatezza (dei contenuti emozionali), spinta all’azione predispongono i video ad essere gli strumenti più efficaci per lo sfruttamento del Web secondo gli scopi classici della moda che un po’  frettolosamente potremmo condensare nell’espressione “produrre del desiderio”.

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4. Caratteristiche delle unità semantiche audio visive

In ossequio al modo di affrontare “testi” (qualsivoglia sia la loro materia e sostanza espressiva) della semiotica, possiamo vedere un cortometraggio come l’integrazione sintattica di unità segniche.

La domanda è: che caratteristiche possiede il segno audiovisivo?

Una concezione classica del segno che ci arriva dalla linguistica, presenta il segno come il taglio o l’aggancio prodotto da un concetto/idea/significato su una porzione di materia espressiva definita Significante (s/S). In altri termini il segno assomiglia a un atto di forza del pensiero che piega o sfrutta una materia particolare, ad essere il supporto di un contenuto intellettuale (il segno vuole sempre insegnarci o convincerci di qualcosa).

Se osserviamo l’audiovisivo dal punto di vista dell’articolazione dei segni che lo trasformano in un testo, possiamo facilmente accorgerci che è ciò che funziona da significante a presentare le maggiori difficoltà di analisi. Il significante può infatti essere la scenografia, il modo di vestire degli attori, il paesaggio, la musica…in altre parole, il significante audio visivo è eterogeneo e polisemico ovvero ha la potenzialità di veicolare una molteplicità di significati. Di solito un bravo regista oppure, se volete, un testo efficace è anche sinonimico cioè riesce a creare tra un fascio di significanti eterogenei una coerenza che libera un senso unitario. Tuttavia rimane il fatto che il segno audiovisivo ribalta l’ordine degli elementi dell’algoritmo linguistico del segno, presentando il significante in posizione dominante e/o eccentrica rispetto il concetto o idea che ne raffigurerebbero il senso (il contenuto).

Il filosofo Charles Sanders Pierce, avrebbe di certo annoverato il segno audiovisivo tra i segni che definiva indicali (cioè che possiedono un riferimento realistico al proprio oggetto). In quanto tali, li differenziava dalle icone (legate all’oggetto da una relazione di somiglianza), e dai simboli (che definiscono il loro oggetto per convenzione).

Il segno audiovisivo presenta dunque una concatenazione di significanti instabili ma realistici. Come mai che il realismo  del segno audiovisivo non produce stabilità a livello del senso verbale? Se ciò che vediamo, per il nostro cervello parla il linguaggio della realtà, dovremmo trovare maggiore stabilità nel senso veicolato da una sequenza video, rispetto a quella raggiunta quando leggiamo un paragrafo di un testo scritto o ascoltiamo un discorso. Invece, spesso tocchiamo con mano che la stabilità (del senso) di un video o una parte di esso, è solo una illusione cognitiva.

Io la metterei giù così: il realismo di un audiovisivo ha, per così dire, una natura traumatica cioè eccede il tempo della cognizione verbale, inondando il testo di significanza emozionale. Possiamo dunque annoverare il testo audiovisivo tra i processi simbolici che presentano caratteristiche di Augmented Reality. Quando i suoi segni si mettono in moto attraverso le sequenze di inquadrature, incollate post quem dal montaggio, noi partecipiamo al senso prodotto da azioni che producono intensità e pregnanza emozionale, superiore alle parole, a illustrazioni o a fotografie. Come facevo notare sopra, molti pensano che attraverso una famiglia di neuroni specializzati (i neuroni specchio), si possa congetturare che quando vediamo una azione, il nostro cervello si comporta “come se” quell’azione, in un certo qual modo, la stessimo facendo anche noi. Le persone che amano i paroloni, a questo punto, chiamano empatia l’attività interiore che crea l’illusione di essere proattivi grazie all’esperienza dell’altro. E, aggiungono, l’empatia risulta uno dei pilastri della socialità ed è importantissima per l’apprendimento.

Se prendete le parole socialità e apprendimento, potete intuire facilmente le ragioni dell’interesse delle Marche della moda verso gli audiovisivi. Non è forse vero che il web ha imposto un nuovo modo di pensare e organizzare la socialità? È da ciò non discende la necessità di nuovi modi di apprendimento?

Ebbene, dicono i neuro scienziati, se c’è un certo livello emozionale durante qualsivoglia tentativo di apprendimento (anche un audiovisivo della moda, tra le righe, si propone di far apprendere qualcosa a qualcuno) allora, vengono facilitati le incorporazioni di fatti nuovi. Emozioni e sentimenti possono dunque risultare efficaci senza coscienza.

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5. The Postman di Autumn de Wilde per Prada

La serie di cortometraggi che Prada ha postato qualche tempo fa col titolo The Postman Dreams, sono un buon esempio di audiovisivi creati per creare community emozionali ancorate ad una marca.

Se avete seguito le mie indicazioni iniziali dovreste aver visto 5 storytelling che evocano in modo silenzioso quanto evidente, la presenza da protagonista della borsa Prada Galleria. Gli episodi si intitolano: The Postman; The makeout; The battlefield; The tree; The landromat.

Il primo episodio comincia con l’inquadratura a campo lungo della Band, Los Angeles che suona una musica gipsy un po’ ironica. Il significato della musica è notoriamente ambiguo, tuttavia il sound zingaresco induce a proiettare nel testo audiovisivo che nel frattempo incalza, una aspettativa di comica surrealtá.

A questo incipit musicale, che più avanti scopriremo essere uno del collanti principali della sintassi di tutti i short mouvies della serie, segue una serie di inquadrature che riprendono il Postman: si tratta di una alternanza di primi piani frontali con inquadrature che raffigurano il set particolare che metaforizza un bizzarro post Office.

Il postino all’inizio sembra voler strafare, agitato e imbranato come ci appaiono le persone divertenti; poi all’improvviso si appisola e comincia a sognare. Il sogno gli manifesta il contenuto dei pacchi ovvero la borsa Galleria che intuiamo essere la protagonista della narrazione. Infatti, dopo un’improvviso segnale acustico, il nostro anti-eroe si risveglia e non senza combinare piccoli disastri si precipita a consegnare i pacchi contenenti le borse.

Nelle ultime inquadrature, guidando un muletto stracarico di pacchi, lo vediamo comicamente entrare in scena, con al centro del campo visivo la Band che, con la musica già citata, conclude magnificamente la serie di quadretti narrativi.

Autumn de Wilde, attraverso modalità narrative che appartengono al genere comico: anti-eroe imbranato ma divertente; musica ironica, un montaggio dinamico e per contrasto, un set essenzialista caratterizzato da colori attraversati da un tono di monocorde che ne spegne la luminosità.

Le geometrie ordinate del set e il tono di fondo del colore, danno una sfumatura estetica seriosa alla comicità delle azioni del protagonista.

Le caratteristiche anti-spettacolari e addirittura anti-web del personaggio (un volto e una figura ordinarie, consegna di pacchi invece che e-mail), unitamente alla disposizione del set e delle luci suscettibili di conferire ai colori sfumature che hanno il compito di indurre la nostra mente a proiettare nel testo un sensimento (una significanza emozionale) di “qualcosa” di particolare: con la ripetizione della fruizione del video, chiunque conosca Prada avvicinerà ciò che ho definito un sensimento particolare, al concetto di minimalismo mutante, ricco di contrasti, del quale Miuccia è stata una delle grandi interpreti.

Non è senza importanza sottolineare quanto la bravura della de Wilde contribuisca a sdrammatizzare il minimalismo contrastato di Prada, spesso serioso e auto-referenziale, avvicinandolo ad un essenzialismo coinvolgente, soprattutto grazie alla caricatura del comico (un comico di secondo livello), abilmente distribuita nel testo.

Il vero eroe della narrazione cioè la borsa Galleria può dunque rivestirsi di un senso emozionale al tempo stesso distintivo e divertente,  acquisendo una valenza da star dovuta alla trasformazione in oggetto desiderante (il sogno produce raffigurazioni del desiderio), insomma un innalzamento riequilibrato o bilanciato dal riso.

Se ci pensate bene, un lusso che riesce a ridere di se stesso, è esattamente il supplemento di significazione che se attivato attraverso sensimenti , risolve forse il problema più drammatico del lusso nel web ovvero l’auto referenzialitá e l’assolutismo comunicazionale assai poco gradito dagli internauti.

ADDENDA

L’articolo presentato sopra, parte da presupposti euristici che voglio sintetizzare per il lettore poco interessato all’analisi di contenuti specifici dei short movie citati (in definitiva essi riflettono le mie preferenze), ma che tuttavia riconosce l’importanza della forma di comunicazione audio visiva nei  processi di modazione nel web:

  1. Sembra chiaro che il futuro della moda o se volete del lusso esperenziale, dipenda dall’interazione tra processi tradizionali e la loro digitalizzazione, nel senso che l’impatto economico dei primi si ridimensionerà mentre i secondi non potranno che aumentare;
  2. Abbiamo già ottime tecnologie per vendere moda di qualità nel mondo virtuale (in percentuali nettamente superiori  quelle sino ad oggi registrate);
  3. Ma il Luxory Shopping virtuale (LSV), dal punto di vista strategico, praticamente non esiste ancora (esistono esperimenti, esperienze, tentativi…non esiste ancora una forma compiuta, ragionevolmente stabile di LSV);
  4. dal mio punto di vista, questo significa che il web (o e-commerce) non è solo innovazione tecnologica ma implica un riassetto culturale a tutti i livelli;
  5. gli audiovisivi o cortometraggi o short movie, qualunque sia l’etichetta che preferite, di cui parlo, tra le altre cose, sono tentativi di creare nuovi dispositivi simbolici partendo dal presupposto che l’acquisto dell’oggetto moda qualitativo dipende sempre da stati del desiderio che mettono in gioco il modo di essere dell’individuo, il suo ineffabile bisogno di incontrare qualcosa che lo rappresenti aldilà dell’utile e del funzionale.
  6. Questo “qualcosa” che in altri contesti mi piace chiamare “spiriti animali della moda” ha a che fare con la produzione di senso e quindi con macchine testuali che attraverso narrazioni fanno e disfano l’immaginario delle persone.
  7. Le macchine testuali della moda hanno da sempre un rapporto privilegiato con le attività visive; ma occorre ricordare che la visione di qualcosa non riguarda solo gli occhi , ma investe il sistema mente-corpo con un insieme complesso di feedback sensoriali.
  8. Ogni giorno, quindi, la moda riproduce le condizioni della sua esistenza attraverso la produzione di immagini che ci arrivano su schermi piccoli e grandi, create per modificare stati interni del corpo (emozioni, passioni) trasformati in una forma di conoscenza ( per capire la moda occorre cultura visiva).
  9. Dal momento che, per gli esseri umani, il sentimento più consistente di cosa diavolo sia la realtà è una specie di incidente audio-visivo, i motori testuali più potenti utilizzati per riprodurre la realtà altra della moda cercheranno di emularne gli effetti.
  10. Allora, il testo audio-visivo, chiamatelo pure film, short movie o come vi pare, avendo la proprietà di ingannare la mente proponendosi come una rappresentazione della realtà e nello stesso tempo potendo presentarsi come “ritmo emozionale” che smuove, con trucchi vari (post produzione) gli stati interni del soggetto, si configura come forma ideale di ingaggio per il tribalismo a opzioni, imposto alla moda dal modo di “essere” digitali del web.

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

50 Responses to "La narrazione audiovisiva nella moda"

  1. Anna   14 gennaio 2017 at 18:45

    Una alternanza di chiarezza e profondità con frasi molto complicate che non ho capito. Probabilmente mi mancano le letture che l’autore ha opportunamente citato. Molto più semplice seguirlo quando analizza i video. Avrei preferito leggere una sua interpretazione su tutta la serie.

    Rispondi
  2. Camilla P   15 gennaio 2017 at 16:43

    E’ sicuramente certo che il 2016 è stata un’ottima annata per gli audiovisivi all’interno del mondo della moda.
    E’ possibile trovare sui web site di marchi come Adidas, Kenzo,Gucci, Calvin Klein, Louis Vuitton, piccoli corti che presentano i nuovi prodotti promossi dai brand. Ma la mia attenzione si è soffermata particolarmente su un documentario musicale, postato online dalla HBO e realizzato per il nuovo album della cantante Beyonce: Lemonade.
    Si tratta di un vero e proprio Fashion Film, che ha una durata di 60 minuti e ogni sua parte viene introdotta da undici diversi capitoli chiamati: Intuizione, Diniego, Rabbia, Apatia, Vuoto, Responsabilità, Riformazione, Perdono, Resurrezione, Speranza e Redenzione.
    La tematica principale è un’esplorazione fumante di conflitti coniugali che, si sofferma anche sulla condizione delle donne di colore in America.Oltre ad essere un “album visivo” è anche e sopratutto un incredibile esempio di contaminazione tra musica, moda e cinema digitale.
    La struttura del video Lemonade è completamente diversa da “The Postman Dreams” di Prada. Non è presente la promozione di nessun oggetto, bensì sarà la stessa Beyonce a dar vita a i capi di Givenchy, Gucci, Roberto Cavalli, Rosie Assoluin, che diverranno capaci di narrare la sua storia allo spettatore.
    La contaminazione tra mondi opposti ma allo stesso tempo complementari potrebbe aiutare la moda a mantenere la promessa fatta negli ultimi anni, ovvero quella di proporre innovazione non solo nel contenuto che viene trasmesso, ma sopratutto attraverso il mezzo con cui lo si fa, continuando anche a preservare elementi tradizionali. E così Beyonce riesce, attraverso Lemonade, a mettere in mostra la moda con molta più energia e desiderio d’innovazione, rispetto a qualsiasi video prodotto dai marchi fashion del momento.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 gennaio 2017 at 10:07

      Grazie per l’informazione Camilla. Sei sempre attenta e pro attiva. Questo video mi era sfuggito. Sembra molto interessante.

      Rispondi
  3. Virginia P.   16 gennaio 2017 at 01:01

    Penso che la moda si stia aprendo ai video perchè con l’avvento prorompente dei social c’è ora davvero una necessità di coinvolgere più a fondo, interattivamente, lo spettatore/prospect client.
    Tra i vari media, due sono sempre stati uno caratteristico e l’altro invece ”nemico” del fashion system: il mondo della fotografia, immagini stampate su pagine patinate da una parte; dall’altra il mondo della televisione di per sè, che mai si è amalgamato bene con le ”cose” di moda, ad eccezione delle pubblicità di profumo.
    Di fatto la scelta di un video, una sorta di cortometraggio a tema – seppur subliminale – moda, è una sorta di incrocio, di compromesso tra i due, immagino.
    Ed è vero che se l’audio ed il linguaggio gioco un ruolo notevole, le immagini hanno sempre un impatto incredibile nella mente umana, beh, l’unione dei due in motion non può che arrivare a far provare quelle famigerate emozioni assolute all’essere umano. Sempre che l’audiovisivo sia fatto bene, ovvio!

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 gennaio 2017 at 10:13

      Oltre all’audio non dimenticare la musica, catalizzatrice di emozioni e ineffabile connettore di immagini: una sintassi dominata dalla musica, quando ė indovinata, trasforma il testo in un dispositivo passionale di grande efficacia.

      Rispondi
  4. FrancescaM. P   16 gennaio 2017 at 10:33

    La moda mira a raggiungere il pubblico attraverso tecniche differenti e, tra le tante pratiche simboliche, decide di dare importanza all’unità semantica audiovisiva. I brand di moda investono molte risorse per la comunicazione che cambia velocemente e diventa sempre più attenta e sofisticata con l’introduzione dei Social Networks e degli audiovisivi. Non soltanto Prada con gli short mouvies di Autumn De Wilde, ma anche Stella McCartney si è dedicato di recente a questo tipo di piattaforma: un fashion film psichedelico ci racconta le nuove collezioni di Stella McCartney. La visual director Philippa Price ha creato una serie di video d’autore, chiamata #Stellaby, in cui descrive le nuove collezioni uomo e donna. L’artista ha apportato la sua visione di surrealismo futuristico a video, performance musicali e installazioni in tutto il mondo. In particolare il corto, intitolato The Uncanny Valley, ha come protagoniste le collezioni Resort 2017 donna e la Primavera Estate 2017 uomo. Il fashion film è stato girato al Clown Motel nel deserto del Nevada, dove i modelli Megan Nison e Bradley Soileau si muovono liberamente e interpretano in maniera giocosa i capi della collezione, indossando abiti e gonne lui, pantaloni maschili lei. La musica di sottofondo e le luci psichedeliche e fosforescenti danno maggiormente l’idea di quest’atmosfera stravagante e divertente. Il Clown Motel è il regno dei pagliacci, un luogo surreale che sembra essere nato per far sognare chi lo guarda e chi lo visita.

    Rispondi
    • Luciano M   16 gennaio 2017 at 15:44

      Sono d’accordo i video nel sito della McCartney sono da vedere. Sarebbe importante che qualcuno si preoccupasse di sapere quante persone li guardano.

      Rispondi
  5. Frank   16 gennaio 2017 at 15:29

    Si scrive sempre meno, si leggono pochi libri e si vedono sempre più immagini. Questa è una verità. La moda si adegua e per questo sceglie di comunicare con le immagini più potenti. L’autore mi ha fatto capire il perché un video può essere uno strumento vincente. Comunque la Tv aveva già stabilito il primato degli spot sui messaggi della carta stampata. Solo la moda non se ne era accorta.

    Rispondi
    • Luigi   16 gennaio 2017 at 15:38

      La Tv era troppo generalista. La moda, quella che conta è tutto il contrario. Gli spot non servivano a nulla.

      Rispondi
  6. Martina P.   16 gennaio 2017 at 19:16

    Non esistono più i semplici spot, oggi è molto facile vedere piccoli film creati dalle case di moda. Questo dimostra come è cambiata la coscienza che gli spettatori hanno dei brand di moda. Questi audiovisivi non si limitano ad avere un obbiettivo consumistico ma vogliono raccontare l’essenza del brand. È un modo di rendere invisibile il marchio, non forniscono informazioni qualitative sul prodotto ma spettacolarizzano il mondo immaginifico del brand.
    I fashion film rappresentano un’ottima risposta al nuovo individuo con cui le aziende devono relazionarsi quotidianamente: esperto, critico, attivo ed eclettico, un individuo che ha bisogno di emozioni. Spesso per realizzarli vengono coinvolti registi ed attori presi in prestito dal grande cinema; ad esempio Prada, già nel 2012, con “A Therapy” coinvolgeva un maestro della regia come Roman Polanski e due premi Oscar come Ben Kingsley ed Helena Bonham Carter.

    Rispondi
  7. Giorgio V   17 gennaio 2017 at 18:26

    Chiedo chiarimenti sul “sensimento”. Altra questione: la moda è veramente così complicata?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 gennaio 2017 at 10:53

      Capisco quello che vuoi dire. Ti rispondo con un esempio. Nel mio articolo mi soffermo a lungo sul rapporto moda-emozioni. Ora, sappiamo tutti dare una risposta più o meno vaga al “che cosa?” di una emozione. Il “perché?”, forse, richiede uno sforzo maggiore. Ma l’aspetto più importante per i rapporti umani è il “come”. Non si può affrontare cognitivamente il “come” aspettando che cada dal cielo l’intuizione giusta. Un po’ di faticoso lavoro intellettuale (e scientifico) è necessario. Nessuno però ti impedisce di vivere semplicemente lasciandoti trasportare dalle emozioni che, tra l’altro, il tuo/nostro corpo “capiscono” benissimo. Ho il sospetto però che la tua vita si trasformerebbe in una tragedia. Possiamo fare lo stesso ragionamento per la moda. Le anime belle (cioè i coglioni) pensano che tutto si risolva con mi piace/non mi piace, questo è bello quello no, quest’altro è di tendenza… è così via. I coglioni pensano che la moda coincida con le cose che vedono e con i desideri che mobilitano. Questa visione ristretta della moda a chi serve? Serve a tutti quelli che fremono dalla voglia di farsi manipolare, trascinare dalle intensità prodotte dalle agenzie della moda per abbindolarli. Se c’è un manipolato, c’è anche il manipolatore. Ora, io ho sempre trovato molto più interessante studiare “come” si trasforma una cosa in segno di se stessa e di altro. Grazie a queste meta-morfosi, si possono cambiare le disposizioni delle persone e planare su un livello cognitivo in cui le “cose” sono meno importanti dei processi i delle relazioni che intrattengono tra loro e gli altri elementi in gioco. Il “come” mi fa pensare alla modazione, cioè a tutte le azioni che mettono in moto i motori della moda. Mi spiace tanto, ma questo livello del problema è precluso ai creduloni, agli studenti scansafatiche, ai pazzi per la moda etc…etc. Mi spiace tanto, ma la modazione è purtroppo un oggetto culturale complesso. Ora ti faccio io una domanda: per chi agisce (o per chi ambisce ad entrarvi) nel mercato della moda attuale, qual’è il punto di vista più efficace? Quello del credulone auto referenziale? Quello dell’esibizionista ad oltranza che pensa sia sufficiente mostrare al mondo quanto sia grosso il suo interesse per la moda?… Non scherziamo! Si può certamente dubitare su molte delle cose che ho scritto, ma mettere in discussione la complessità e la molteplicità dei saperi che possono restituirci immagini e teorie della moda conformi ai problemi che discendono dai processi che impone a cose e persone, a me sembra una sciocchezza alla quale ho dedicato troppo tempo.
      Del “sensimento” ne parliamo un’altra volta.

      Rispondi
  8. Claudio P   19 gennaio 2017 at 10:28

    Art molto interessante. Come ha scritto Anna avrei letto volentieri più analisi. Ho trovato molto suggestivo il corto con l’albero delle borse. Cosa ne pensa? Credo anche che la parte teorica faccia veramente pensare. Ho cercato in internet info su Damasio. È certamente uno scienziato d’avanguardia. Lei crede che i pubblicitari lo leggano?

    Rispondi
  9. daniele   19 gennaio 2017 at 18:16

    Vorrei fare una domanda all’autore: ha un metodo per mettere insieme le sue idee sulla moda?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   19 gennaio 2017 at 18:30

      No, non ho un metodo. Prima tiro a indovinare, poi controllo le conseguenze. Quando mi sento sicuro raccolgo le schede sopravvissute e redigo un testo. L’ho sempre trovato un modo di procedere conforme al mio carattere. Ci vuole però una attrezzatura particolare…

      Rispondi
      • Daniele   19 gennaio 2017 at 18:35

        Quaderni o computer?

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   19 gennaio 2017 at 18:39

          Lo strumento più prezioso è il cestino per i fogli che straccio. Ora ne ho uno meraviglioso color bianco Margiela, grande come un bidone…mi è più facile fare centro quando getto via la carta appallottolata

          Rispondi
          • Daniele   19 gennaio 2017 at 18:46

            Da quello che dice ne deve buttare via tante. Non le dispiace?

  10. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   19 gennaio 2017 at 18:51

    Non ci ho mai pensato. No, non credo sia un problema. Vedi Daniele, quando butto via un sacco di appunti che non portano da nessuna parte, a quel punto conosco benissimo tutte le idee che non funzionano. Per me è già un ottimo risultato.

    Rispondi
  11. Luca O   20 gennaio 2017 at 08:54

    Tutto parte da internet. Ci sono voluti più anni di quanto pensassero gli estimatori della rete, ma ora possiamo dire che il web sta cambiando il modo di comunicare della moda. E siamo solo all’inizio.

    Rispondi
  12. Francesco   20 gennaio 2017 at 09:06

    Siamo sicuri che i video come quelli dell’articolo, servano a qualcosa? È proprio vero che stanno rottamando la vecchia fotografia di moda? Perché non ci forniscono dati sulle visite? L’autore è convincente ma realmente i pubblicitari o i manager sono così evoluti da leggersi libri scientifici noiosissimi?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 gennaio 2017 at 14:14

      Devo dire che ho un debito di riconoscenza con molti amici che lavorano nella pubblicità. Molti di loro mi hanno fatto leggere libri che non conoscevo. Quindi, e rispondo anche a Claudio, io credo che le ricerche scientifiche orientate a chiarire aspetti innovativi della comunicazione o della moda, siano da essi ben frequentate. Per esempio il dibattito sulle emozioni e le nuove acquisizioni dovute alle neuroscienze, ha cambiato il loro modo di descrivere l’oggetto complesso che fa da sfondo al loro mestiere. Oggi, multisensorialità, strategie passionali, catalizzatori di emozioni, neuroni specchio, cinestesie, il ruolo dei neuroni specchio, il legame tra emozioni e memoria etc.,,fanno parte delle strategie discorsive con le quali presentano i loro progetti ai clienti. Piuttosto è la moda, forse, ad essere rimasta un po’ arretrata.

      Rispondi
  13. Vincenzo   20 gennaio 2017 at 15:40

    Per me i video sono sopravvalutati. Non credo che si possa stabilire con certezza la loro superiorità. Se togliamo dal discorso i fanatici di internet, sono molte di più le persone che hanno comportamenti tradizionali. Tra l’altro non si deve dimenticare tutti i problemi che sta causando il web. Io ci andrei piano a celebrare internet come se fosse una divinità.

    Rispondi
  14. Francesca B P.   21 gennaio 2017 at 12:40

    Oggi, in un mercato saturo di prodotti, non basta più cercare di vendere un prodotto. Bisogna raccontarlo, emozionare il cliente, incontrare i suoi bisogni.
    Le storie sono memorabili, interessanti, evocative, credibili, empatiche, virali.
    Per questo negli ultimi anni molti brand di moda hanno deciso di pubblicare audiovisivi per colpire maggiormente i consumatori.
    Ed è indubbio che un brand con oltre un secolo di storia, come Chanel,  possiede un indiscutibile vantaggio nel campo della narrazione. Da qualche anno infatti, la casa di moda ha aperto il sito “Inside Chanel” in cui Coco è al centro della scena. Articolato in dodici capitoli che raccontano con video e immagini la storia della fondatrice.
    Anche Ferragamo ha puntato sullo storytelling ha creato, nel 2014 in occasione della mostra “Il calzolaio prodigioso” due cortometraggi che narravano attraverso un animazione i valori che la casa di moda voleva trasmettere.
    A livello di video però molto interessante il sito “Nowness”, il progetto più innovativo e incredibilmente ambizioso di Louis Vuitton; qui si possono trovare i cosiddetti
    “shoppable video” la nuova frontiera dell’e-commerce. Si tratta di video interattivi che permettono di cliccare sui prodotti mostrati nel filmato e di procedere direttamente all’acquisto e Nowness è stato il primo, nel settore della moda, a sperimentare questa innovazione  con il corto Mine All Mine in cui si usa la tecnologia interattiva motion-touch per acquistare i look indossati dai ballerini facendo clic sui capi. 

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   21 gennaio 2017 at 16:23

      Ottimo intervento con suggerimenti preziosi. Sono d’accordo, Vuitton spinge tantissimo anche nel web. Insomma, si muove da marchio leader. I profumi Chanel sono da sempre supportati da enormi investimenti in comunicazione. Anche per loro, il web è una sfida da vincere.

      Rispondi
    • Giorgio V   21 gennaio 2017 at 16:33

      Gli shoppable video sono la naturale evoluzione dei video sfruttato dalle Marche della moda. Questa tecnologia sembra però più idonea per le sfilate che per i video d’autore.

      Rispondi
  15. Marta   21 gennaio 2017 at 16:48

    La possibilità di infilare la moda in testi visivi sempre più realistici, unitamente a internet aumenteranno il business della moda. Chiaramente la sua struttura verrà sconvolta. Possiamo già vederne gli effetti.

    Rispondi
  16. Eugenia   22 gennaio 2017 at 14:14

    In realtà i video moda sono apparsi nei punti vendita negli anni novanta. Oggi tutto viene attribuito a internet. Ma non è vero. Ricordo negozi sempre sintonizzati con le Tv moda, altri che presentavano il video della sfilata. Diciamo che oggi c’è maggiore attenzione al loro uso.

    Rispondi
  17. Andrea B   23 gennaio 2017 at 10:40

    Se i video sono così potenti usiamoli. Ma siamo sicuri della loro utilità? Prendiamo l’arte. I video sono una realtà ma rappresentano solo una piccola parte dell’offerta artistica.

    Rispondi
  18. Monica G   23 gennaio 2017 at 19:17

    I video sono senz’altro utili. Non possiamo immaginare che i responsabili dei siti buttino via o soldi. Mi chiedo piuttosto cosa dobbiamo sapere per decidere se sono utili. Per esempio ciò che scrive l’autore dell’articolo è utile?

    Rispondi
    • Laura   23 gennaio 2017 at 19:23

      Per me sì. Anche se la prende alla lontana ci fa capire l’utilità.

      Rispondi
      • Luigi M   23 gennaio 2017 at 19:32

        Tutto nella moda deve inchinarsi all’utile. È chiaro che i creativi cercano di convincerci del contrario. I video sembrano investimenti culturali, ma non è vero. C’è un ragionamento sotto, una strategia per non ostentare troppo il business. Ma non è colpa della moda. Siamo tutti interessati a ciò che ci è utile. Anche l’autore scrive ciò che gli è utile.

        Rispondi
        • Carla   23 gennaio 2017 at 19:45

          Chiaramente un autore deve porsi il problema se quello che scrive è utile al lettore. A meno che non faccia letteratura o poesia. Sarebbe bello se oltre che utile fosse vero.

          Rispondi
  19. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   24 gennaio 2017 at 11:49

    Non ho capito bene cosa intendiate per utilità. Mi state chiedendo se quello che scrivo dipende dall’unità di misura che chiamate utilità? Non ci penso quasi mai. E me ne frego. D’altronde i soggetti (artisti, creativi, scienziati, imprenditori…) ai quali dobbiamo i maggiori progressi non mi risulta fossero ossessionati dall’utile. A volte mi viene da pensare che volessero più che altro divertirsi oppure abbandonarsi fino in fondo al desiderio di creare qualcosa di nuovo. Tuttavia mi pongo spesso questioni sull’efficacia dei concetti. Credo dipenda dal fatto che cerco sempre di partire da dei problemi.

    Rispondi
  20. luciano   25 gennaio 2017 at 09:35

    Mi sarei aspettato una analisi del video con maggiori indicazioni semiotiche. Forse il video è troppo diverso da un testo letterario per applicarvi modelli basati su riflessioni maturate su altre forme espressive.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   26 gennaio 2017 at 11:29

      Sì hai ragione, ho preferito nell’analisi del video scriverne un resoconto la cui lettura non implicasse la conoscenza di categorie assai poco intuitive, tipiche della semiotica di oggi.
      Ancora, se avessi voluto configurare una rappresentazione dinamica della produzione del senso (il famoso, tra i semiologi, “percorso generativo del senso”), avrei dovuto specificarne i presupposti: a. Secondo la semiotica di Greimas la struttura profonda di qualsiasi testo è narrativa; b. Il senso può essere colto solo attraverso la narrazione; c. Ogni narrazione deve avere un obiettivo, un compito da svolgere, un oggetto di valore conquistato; d. Vanno identificate e differenziate in un testo le strutture discorsive e semionarrative; c. In un testo è necessario che ci sia una istanza dell’enunciazione e quindi un soggetto dell’enunciazione che crea il testo attraverso operazioni di débrayage/embrayage…va valutato lo spazio topico in cui agiscono gli attori del testo, per non parlare del momento contrattuale (manipolazione) diverso da quello dell’acquisizione della competenza (acquisita sotto forma di modalità)..
      Insomma, spero di essermi fatto capire. Una analisi semiotica completa presupponeva un tipo di lettore che pensavo di non avere. Ho preferito evocare una semiotica leggera, che lasci spazio all’articolata architettura concettuale dei semiotici duri e puri, senza esibirli secondo i modi arroganti che nel recente passato hanno trasformato una disciplina in origine multidisciplinare in una rete di categorie autoreferenziali, chiuse, arbitrarie, il più delle volte esemplificate da analisi dall’aspetto noioso, ripetitivo e poco efficaci.

      Rispondi
  21. Ausilia P   29 gennaio 2017 at 18:35

    Gli audiovisivi come mezzo di comunicazione dei brand, specie di quelli di lusso, non sono altro che una geniale mossa per arrivare meglio a coloro che oramai interessano una sostanziale parte del mercato, nonché i “Millennials”, giovani nati tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila (11.2 milioni in Italia e oltre 80 milioni negli USA).
    La caratteristica più evidente dei Millennials è che sono la prima generazione della storia che nella propria età adulta presenta dimestichezza con la tecnologia digitale e conosce spontaneamente i codici della comunicazione digitale. Hanno un ruolo attivo nell’acquisto di prodotti e utilizzano internet per indirizzarsi verso un acquisto piuttosto che un altro. La loro identità ha a che fare con l’ espressione di sé, soprattutto attraverso elementi visuali diffusi sui social network.
    Per quanto possa apparire paradossale, poiché si tratta della generazione più connessa di sempre e quindi con moltissime alternative d’acquisto, i Millennials sono un target che dimostra fedeltà al brand. Quando le alternative a disposizione sono molte, infatti, entra in gioco il meccanismo psicologico della social proof, per cui una persona è influenzata dai comportamenti degli altri nel prendere una decisione. Questo è evidente con l’interazione che si crea sulle conversazioni dei social network e con le recensioni ai prodotti e nei blog settoriali. Inoltre, i Millennials sono più propensi rispetto ad altre fasce di popolazione a comprare i prodotti di brand con cui hanno una risonanza valoriale, e i cui spot pubblicitari sono autentici. Più che la pubblicità, infatti, è apprezzato il content marketing di quelle aziende che creano contenuti ingaggianti e realmente in linea con il mood del target a cui parlano. Proprio per queste ragioni, i brand più forti con disponibilità avanzate stanno proponendo non più semplici video, ma veri e propri short film che non si basano più sulla vendita di un prodotto ma su insieme di valori, emozioni, sensazioni capaci di captare l’attenzione in primis dei Millenials che appaiono in maniera evidente più distratti degli altri, ma che proprio per le svariate connessioni che hanno con il mondo reale e digitale presentano un’apertura mentale capace di andare oltre ciò che l’audiovisivo propone. L’immaginazione che sollecitano i brand attraverso questo nuovo tipo di comunicazione ha così un duplice valore: portare ad una riflessione soggettiva, ma soprattutto legare maggiormente il brand al consumatore specie quando si propone un messaggio che per le svariate emozioni che suscita riesce a rimanere impresso. Non si tratta più di storie che restano esterne allo spettatore, ma che lo coinvolgono in maniera diretta.

    Rispondi
  22. Antonio P   6 gennaio 2018 at 12:18

    Nel mondo contemporaneo ,l’influenza del web ha raggiunto livelli estremi, tutto ciò che leggiamo , vediamo sul web corrisponde secondo i più al vero .
    Dunque un mondo creato e inventato dall’uomo ha sostituito il mondo reale , molti individui trascorrono la maggior parte della loro giornata sui social , conducendo un’altra vita, virtuale , e trascurando quella reale.
    I brand oltre a dover creare campagne pubblicitarie per i consumatori ‘fisici ‘, hanno dovuto individuare i giusti mezzi anche per i consumatori ‘virtuali’ divenuti sempre più numerosi.
    Nel corso degli ultimi anni l’acquisto online ha acquisito un’importanza notevole , tanto da dover spingere i brand di moda a porre collezioni differenti online e offline , in modo tale da poter incentivare anche l’acquisto offline.
    La differenza tra l’online e l’offline ,tuttavia , non riguarda soltanto i prodotti dei brand ed i consumatori (le nuove generazioni infatti tendono ad acquistare perlopiù online mentre le generazioni più adulte in negozi fisici) , un’ulteriore differenza riguarda anche gli strumenti utilizzati dai brands per promuovere i propri prodotti , con l’avvento di internet , infatti , si sono affermati gli audiovisivi, i quali risultano essere più efficaci rispetto ad altre forme di messaggi in quanto in grado di poter persuadere maggiormente il consumatore.
    Sicuramente tali strumenti sono frutto di genialità e creatività , ma ciò che mi spaventa di più è il controllo che esercitano su noi stessi , e fin dove tale controllo può arrivare .

    Rispondi
    • Lucio   8 gennaio 2018 at 11:38

      Mi trovo d’accordo con quello che scrive Antonio. Però vorrei aggiungere che nel web ci sono tanti video inutili. Non sono completamente convinto che gli audiovisivi siano sempre più efficaci di altre soluzioni. Fare un bel audiovisivo non è facile. Molti fotografi pensano di passare da una immagine fissa a un’altra in movimento come se in fondo le regole fossero le stesse.

      Rispondi
  23. Karina P.   6 gennaio 2018 at 19:01

    Reputo che i messaggi audiovisivi siano sempre più importanti, perché oramai la moda non vende solamente il prodotto moda, ma deve raccontare una storia, deve comunicare un insieme di cose al consumatore e quindi ha bisogno di più mezzi per andare a colpire direttamente il consumatore. Questi audiovisivi hanno, la maggior parte delle volte, come scopo il racconto dell’essenza del brand, piuttosto che uno scopo principalmente consumistico, perché inizialmente ti devono persuadere ed entrare nella tua testa, in modo che alla fine tu ti convinca che hai la necessità di quel determinato prodotto.
    Inoltre la moda sceglie di parlare attraverso le immagini, piuttosto che attraverso le parole, perché le persone sono colpite più da un’immagine piuttosto che da una parola, perché viviamo in un mondo sommerso nel web, le persone trascorrono gran parte del loro tempo sui social e quindi c’è la necessità di coinvolgere in modo più approfondito e interattivo il pubblico.

    Rispondi
  24. Lucrezia P   7 gennaio 2018 at 17:06

    Alla fine del secondo paragrafo ho trovato un termine che mi ha dato modo di estrarre una riflessione: con(e)sistenza, della moda nei confronti dei nuovi testi audiovisivi. Coesistenza perché forse la moda non è nata per il web o per questa tecnica persuasiva, forse la sua magia viene sminuita se deve essere adattata ad un mero montaggio, però allo stesso tempo, a parere mio, la moda in quanto costante nella vita umana, racchiude in sé tutte le arti, e quindi può adottare strategie cinematografiche senza perdere il suo primitivo valore, anzi soddisfacendo l’intento di manipolazione persuasiva.
    Del testo mi ha incuriosito molto anche il riferimento a Paul Ekman, poiché di lui ho precedentemente letto testi riguardanti la psicologia comportamentale, che è sostanzialmente lo studio di un processo totalmente inverso a quello attuato dalle Marche per la produzione di audiovisivi: queste ricercano un effetto nel pubblico producendone la causa, io ricercavo la causa dell’effetto che si mostrava.
    In conclusione vorrei dire la mia riguardo alla ricerca della maggiore efficacia in un audiovisivo: il culmine secondo me è rendere partecipe la storia e il vissuto personale di ogni fruitore, servendosi di sensazioni ed emozioni comuni, situazioni frequentemente ricorrenti e allusioni vaghe, ma studiate ad hoc. In sostanza, se sentiamo un messaggio parlare di qualcosa che ci è familiare, che ci è capitato o che ci sta capitando, il messaggio sarà per noi oggetto di attenzione massima. Dal momento che però non si potrà mai riuscire ad uniformare tutto il pubblico dietro a parole vaghe ed universali, allora sarà lì che prenderà spazio l’estetica dell’audiovisivo e sarà questa a cercare il coinvolgimento del fruitore, senza dare ulteriore spazio al contenuto.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 gennaio 2018 at 18:01

      Certamente hai proposto argomenti molto interessanti. Però non sono sicuro di aver capito fino in fondo tutto quello che scrivi.
      Sintetizzo dunque a mio modo gli esiti del tuo contributo:
      Il senso (o il contenuto) più prezioso di un testo audio visivo inizia là dove le possibilità del linguaggio finiscono.

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  25. Melissa P.   9 gennaio 2018 at 12:20

    Circa due anni fa venni a conoscenza de “L’intelligenza emotiva”, il testo di Daniel Goleman da lei citato, casualmente, girovagando per la libreria vicino casa, non potetti resistere: consapevole della mia inesperienza riguardo l’argomento, decisi immediatamente di leggerlo.
    Ricordo che da subito trovai interessante constatare, il ruolo fondamentale svolto dall’empatia all’interno delle nostre vite, di come essa, più che il pensiero razionale, influenzasse molte volte il nostro agire. Tutto ciò che regala emozioni forti, fresche, chiare e manifeste, positive o negative esse siano, rimane inevitabilmente impresso nella nostra mente. Probabilmente dunque, trovandomi a riflettere sull’efficacia della comunicazione audiovisiva in campo moda, il filmato creerà “engagement” nello spettatore, solo attraverso l’espressione di un messaggio definito, di un mondo evasivo che crei conforto o al contrario, disturbi più del reale.
    Miuccia Prada è sicuramente riuscita a valorizzare questo nuovo mezzo di cui la moda dispone: per Miu Miu, figlia minore del gruppo Prada, la stilista ha scelto di commissionare una serie di cortometraggi chiamati “Women’s Tales” ad autorevoli registe contemporanee internazionali.
    La serie, composta da 14 episodi, ha come collante il racconto di strani, affascinanti mondi immaginari abitati da fantasie tipicamente femminili.
    Un manifesto di femminilità e sensualità, sempre vario e sorprendente. Una storia in cui i vestiti e gli accessori ci sono, ovviamente, ma non sono un vincolo narrativo per le registe, a cui viene lasciata la più ampia libertà espressiva possibile.
    Insomma, un lavoro incentrato sul “Woman Power” che colpisce tutte le donne, dalle più alle meno femministe.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   9 gennaio 2018 at 12:27

      Ottimo suggerimento. Non conosco “Women’s Tales”. Alla prima occasione ne prenderò visione.

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  26. Sofia P.   9 gennaio 2018 at 12:48

    Mi accodo a molti dei commenti precedenti al mio.
    Non sono convinta che gli audiovisivi siano cosí “superiori” rispetto ad ogni altro metodo di comunicazione.
    Magari colpiscono maggiormente il pubblico, coinvolgendone la sfera emotiva, ma non credo che quest’ultima possa essere evocata solo attraverso i video.
    Credo che se ne debba fare un uso moderato, basti pensare a tutti i lati negativity Di Internet

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  27. Margherita P.   10 gennaio 2018 at 08:41

    L’articolo che ho appena letto, l’ho trovato particolarmente interessante perché parla in modo accurato e preciso sull’influenza del web e la narrazioni audiovisive che hanno avuto nel mondo della moda; ma allo stesso tempo alcuni concetti mi sono stati molto difficili da capire.
    Il fatto che le case di moda hanno “puntato” molto sui mezzi di comunicazione digitali e i social media, è qualcosa da non trascurare, ma anzi, da analizzare e approfondire. Il motivo? E’ molto semplice; attraverso questi mezzi di comunicazione le case di moda entrano in contatto con con maggior facilità con il pubblico, trasmettendo messaggi con una grande carica emotiva e con maggior impatto. Sono proprio questi spot narrativi, che ci trasmettono e ci creano un desiderio o un bisogno; soddisfatto attraverso, proprio, la casa di moda sponsorizzata. Ritengo che questa sia un modo geniale di sponsorizzare e pubblicizzare una casa di moda, perché senza dubbio i valori, i dettagli e tutto ciò che gli sta attorno ad essa, arriva di più e con maggior efficacia ad un pubblico tramite un video con i suoi colori, le sue immagini e le musiche rispetto, invece, ad una fotografia.

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  28. Elisabetta Boldrini P   10 gennaio 2018 at 11:20

    Dopo aver effettuato la lettura di questo articolo, il quale parla degli audiovisivi come mezzo di comunicazione dei brand.
    A mio parere la moda nell’ultimo periodo sta dando molta importanza agli audiovisivi perché la moda deve comunicare al consumatore e quindi ha bisogno di mezzi innovativi per impressionare il consumatore.Tutto questo non è altro che una geniale mossa per arrivare sopratutto alla nuova generazione perché essi dimostrano una certa dimestichezza con la tecnologia digitale.
    I brand di moda investono molte risorse per la comunicazione perché attraverso gli audiovisivi devono persuadere ed entrare nella testa del consumatore per il semplice fatto che tu ti convinca che hai bisogno di quel specifico prodotto.
    Se notiamo bene la moda per comunicare al consumatore,già da parecchi anni, non utilizza più tante parole ma preferisce trasmette un valore o un messaggio attraverso le immagini perché le immagini,a mio parere, impressionano di più il consumatore. Questo avviene soprattutto perché,come ho detto in precedenza, la nuova generazione è più abile nella tecnologia e più abile a usare i social network e ecco il motivo per il quale sono più facilmente attirati dal prodotto moda e da tutto quello che riguarda la moda e la sua comminazione.

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  29. Irene P.   29 gennaio 2018 at 22:22

    Sul finire degli anni ’60, McLuhan affermava che “nelle ere della meccanica, avevamo operato un’estensione del nostro corpo in senso spaziale. Oggi, dopo oltre un secolo di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio” (Understanding Media: The Extentions of Man / Gli strumenti del comunicare, Il saggiatore, Milano, 1967). Direi che la sua riflessione in un certo senso è stata assai lungimirante, perché ha saputo comprendere il grande impatto, a livello sociologico e psicologico, che qualsiasi tecnologia, che costituisce un medium, nel senso di estensione e potenziamento delle facoltà umane, può avere sull’individuo e sulla società. E una fra le sue tesi più illuminanti è proprio quella per cui ogni nuova tecnologia esercita su di noi una lusinga molto potente, tramite la quale ci ipnotizza in uno stato di “narcisistico torpore”. Alla luce di tutto ciò, in una fase in cui l’evoluzione tecnologica, nel giro di pochi anni, ha raggiunto traguardi inimmaginabili fino a poco tempo fa, in ogni ambito, dall’ufficio alla scuola, dall’azienda al negozio del piccolo artigiano, l’utilizzo della rete, degli strumenti audiovisivi, è diventato sempre più diffuso in modo capillare e utilizzato comunemente anche nella quotidianità. La nostra cultura si è arricchita non solo di strumenti tecnici, ma di un linguaggio molteplice che, capace di riappropriarsi della ricchezza della comunicazione orale e del contatto diretto con l’esperienza, ora consente di comunicare oltre le parole, una tale quantità di informazioni visive e sonore da far vivere al destinatario del nostro messaggio l’esperienza di cui vogliamo parlargli. Il computer ha reso cioè possibile il sogno di poter manipolare, tutti insieme, testi, suoni, colori, immagini, facendoli interagire, provocando, come conseguenza, il cambiamento nel modo di vivere il tempo e lo spazio. Ecco che allora, in un simile contesto in cui il web è diventato il media centrale, in cui la generazione dei millennials rappresenta un’ampia fetta del pubblico a cui si rivolgono le imprese commerciali, è stato di straordinaria importanza l’utilizzo, anche nell’ambito della moda, della narrazione audiovisiva. Ecco che quindi diventa particolarmente accattivante e interessante la narrazione delle storie del postino nel “Postmam dreams” di Prada, che, in un’atmosfera di altri tempi, con il sottofondo di una musica che fa da colonna sonora delle storie, con il suo modo semplice di attraversare ambienti e situazioni surreali, con il suo fare un po’ ingenuo e maldestro, ci fa focalizzare l’attenzione sulla borsa Prada Galleria che, delle cinque narrazioni, è la protagonista. Il significante visivo e sonoro, la narrazione audiovisiva, caricano ancora più di forza d’impatto il significato, andando a toccare in maniera più diretta le emozioni di chi osserva, coinvolgendolo in un dialogo empatico e spingendolo, una volta raggiunto uno stato di “narcisistico torpore”, ad acquistare l’oggetto del suo desiderio.

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  30. Greta P   2 febbraio 2018 at 19:29

    La moda cerca di raggiungere il pubblico attraverso delle tecniche differenti e tra le tante decide di dare importanza all’unità semantica audiovisiva.
    Gli audiovisivi come mezzo di comunicazione dei brand non sono altro che una mossa per arrivare meglio ai Millennials; ovvero coloro che sono sempre connessi 24h su 24 ad internet.
    Hanno un ruolo attivo nell’acquisto di prodotti e utilizzano internet per indirizzarsi verso un acquisto piuttosto che un altro; non sono dei clienti fedeli perchè scelgono il prodotto in base a ciò che va di moda e non ai loro gusti personali.
    Si identificano più sul mondo virtuale che su quello reale; infatti oggigiorno è difficile trovare un ragazzo che non abbia un proprio account su un qualsiasi social network.
    I Millennials sono più propensi rispetto ad altre fasce di popolazione a comprare i prodotti di brand con cui hanno una risonanza valoriale, e i cui spot pubblicitari sono autentici.
    L’immaginazione che sollecitano i brand attraverso questo nuovo tipo di comunicazione ha il valore di cercare di legare maggiormente il brand al consumatore specie quando si propone un messaggio che per le emozioni che suscita riesce a rimanere impresso.

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  31. Sara P.   18 febbraio 2018 at 22:20

    Negli ultimi anni i video analizzano tutte le emozioni al massimo. L’audio visivo crea una gradualità emozionale. Un video deve emozionare. Cosa vale di più? Oggi si direbbe l’emozione. Si spende tanti soldi per un testimonial per poi raccontare una storiella (es: pubblicità di Shakira del dentifricio). Ma perché? Se ci concentriamo sul fascino delle icone, ci dimentichiamo del prodotto. La società cerca l’effetto.

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