L’arte contemporanea spiegata a mia nonna di Alice Zannoni

L’arte contemporanea spiegata a mia nonna di Alice Zannoni

ITALIA – L’arte contemporanea spiegata a mia nonna. Ridere, piangere e capire – NFC edizioni. Il libro di Alice Zannoni – critica d’arte, curatrice indipendente e spirito da runner – in una conversazione appassionata con Zita Urbani, la nonna ultranovantenne che tiene un coccodrillo nell’orto e per la quale “tutte le cose del mondo sono arte. L’arte è nella nostra testa. La vita, da quando si nasce, è arte”. Perciò, cominciamo.

“Per andare avanti, ci vuole fede e spirito. Se hai fede e spirito, vai in capo al mondo”. Si chiude così il libro di Alice Zannoni, con le parole di nonna Zita. Può suonare come uno spoiler, un’anticipazione non richiesta, una festa a sorpresa in cui le luci s’accendono prima del previsto e gli invitati si fissano sgomenti. E invece no. Non è uno spoiler, questo, non è una anticipazione, non è nemmeno un finale, in verità. È ciò da cui tutto inizia, il punto da cui ogni cosa parte, si origina. È il nerbo, il corrimano al quale ci si tiene scendendo le scale, o sopra il quale si scarica il peso salendo, per bilanciarsi. Fede e spirito sono le fondamenta di un libro che non è solo un libro: è la sintesi del rapporto tra una nonna piena di vigore, di ardimento, e una nipote intelligente, acuta e poco doma, impossibile da imbrigliare. Questo libro è un lascito, il ricordo che smette di essere astrazione per farsi materia, raccontando le declinazioni dell’arte e quelle della vita, e stabilendo un ponte tra le une e le altre.

Alice Zannoni
Alice Zannoni

Dopo aver letto il libro di Alice Zannoni, giunta all’ ultima pagina, ho messo su jeans e scarpette e sono uscita. Avevo voglia di passeggiare, di camminare. “Alice approverebbe” mi sono detta. Camminare mi aiuta a mettere ordine tra i pensieri, impilandoli in disciplinata successione, come giornali, come i maglioni di lana durante il cambio di stagione. Così, un passo alla volta, un giornale o un maglione alla volta, ho ripensato a quel giorno di aprile in cui l’avventura di Alice e nonna Zita comincia, e nel cuore della prima germoglia il seme di un’idea. Non credo esista al mondo seme più potente. È dalle idee e per mezzo delle idee che nascono le rivoluzioni. Zita Urbani sarebbe d’accordo. Non ho avuto modo di parlarle personalmente, ma sono certa che mi guarderebbe dritta negli occhi, agitandomi contro il dito indice come fosse una bacchetta, e, con la sua calata veneta, direbbe: “Hai pensato una cosa proprio vera, una cosa giusta”. Lei, che ha trascorso larga parte della sua vita nell’ orto; lei, che sull’ orto sta bene. La terra è il posto in cui la natura ti insegna ad avere cura di ciò che pianti, perché crescere non è un’azione passiva, indolente. Crescere è una decisione, un verbo attivo. Crescere bene, almeno. Crescere dritti. Non limitarsi alla conta degli anni. La terra somiglia alle donne, questo l’ho imparato da nonna Zita. Se la dai per scontata, se la trascuri, se ti aspetti che non abbia bisogno di garbo e dedizione, ottieni un raccolto scadente e ti tocca rassegnarti a un inverno di fame e di stenti. Allo stesso modo, tuttavia, la terra è donna, la donna è terra, per quella capacità innata di rigenerarsi, di rimanere fertile e fruttuosa, permeabile alla vita, a dispetto dell’incuria e dell’inclemenza.

Alice Zannoni
Zita Urbani

Sotto il sole di aprile, dicevo, seduta accanto a nonna Zita, ciascuna immersa nelle proprie letture, Alice Zannoni comincia ad accarezzare l’idea di scrivere un libro con la sua adorata nonna, una conversazione che spieghi l’arte contemporanea a chi, come Zita, come me, come molti, la sente una cosa un po’ stramba, bizzarra, qualche volta persino fasulla, perché non sempre facile da comprendere.

Alice Zannoni
Zita Urbani

Lo Scolabottiglie di Duchamp, ad esempio, o i quadri di Fontana, l’artista che “tagliava le tele” e che rivoluzionò il concetto di tridimensionalità generalmente inteso, trasferendolo su una superficie piana, bidimensionale. A tal proposito, le opere di Lucio Fontana si prestano bene all’eterno cliché del “mia sorella di cinque anni saprebbe farlo meglio”. Alice Zannoni e nonna Zita smontano questo luogo comune come fosse il meccanismo interno di un orologio da taschino: armate di taglierino, incidono una tela. Due, quattro, sei volte. E insieme provano a capire, e a farci capire, perché noi no, non sapremmo farlo meglio.

Oppure “L’impossibilità fisica della morte nella mente di chi vive”, l’opera di Damien Hirst, uno squalo tigre di oltre 4 metri immerso nella formaldeide e chiuso in una teca, del valore di 12 milioni di dollari, al quale fa da contraltare il coccodrillo gonfiabile che nonna Zita ha voluto comprare e mettere nell’orto, al posto del più classico spaventapasseri. “Mi hai raccontato di uno squalo in una mostra… perché no il coccodrillo tra i pomodori? Staria anca ben!” Mi pare giusto.

O ancora le performances potenti, vibranti, di Marina Abramovic e Ulay. The Lovers, ad esempio. Coppia nell’ arte e nella vita, Marina e Ulay decisero di lasciarsi nel 1988, costeggiando la muraglia cinese. Camminarono da soli per tre mesi, percorrendo 2500 km e partendo dai poli opposti della muraglia per incontrarsi nuovamente sotto di essa: lì, si accomiatarono per sempre. Un percorso da fuori a dentro, da dentro a fuori. Una performance che è un lavoro sulle relazioni umane, sull’ amore quando finisce, pur credendolo destinato alla durevolezza; sull’ amore che si trasforma in qualcosa d’altro, di diverso, e trova una nuova maniera di esistere nel mondo; sull’ amore che resta amore e ce la fa; sull’ amore che resta amore ma non ce la fa, e allora ci chiede di aprire le mani e lasciarlo andare.

“L’arte – scrive Alice Zannoni – dà corpo alle idee, è un modo di parlare del mondo attraverso una lingua fatta di segni che possono essere disegni, pitture, sculture, installazioni, gesti e azioni”.

“L’arte contemporanea spiegata a mia nonna” non è un manuale, un tomo per soli studiosi, una disquisizione destinata a un gruppo ristretto di esperti e di privilegiati.  È, al contrario, un binocolo, un cannocchiale: ci consente di vedere più vicine, e perciò più grandi, forme d’arte apparentemente lontane, distanti, insondabili. Come faresti con la luna, con i crateri lunari, con le stelle che abbiamo sopra la testa e che indichiamo con la punta delle dita. Ed è, insieme, un microscopio, poiché prende al cuore quelle forme d’arte e le analizza da dentro, raccontandole senza sofismi, senza arzigogoli letterari, per ricongiungerle alla vita, che dell’arte resta la prima Musa. Forse addirittura l’unica. Assomiglia ad Alice, questo libro: diretto, chiaro oltre ogni possibilità di equivoco e di fraintendimento, onesto, brillante, fedele alla promessa di ridere, piangere e capire custodita nel suo sottotitolo. Ecco, Alice è una che mantiene le promesse. Nonna Zita pure. Il loro libro anche.

Tra queste promesse c’era quella di una lunga chiacchierata in cui la curatrice, critica d’arte e ora scrittrice, Alice Zannoni, ci raccontasse un po’ di sé, del suo libro, e del laccio da cuore a cuore che la lega a Zita Urbani…

Nel film “32 dicembre”, un grandissimo Luciano De Crescenzo dice: “Il tempo è un’emozione, ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che lo puoi vivere in due dimensioni diverse: in lunghezza e in larghezza. Se lo vivete in lunghezza, in modo monotono, sempre uguale, dopo sessant’anni, voi avete sessant’anni. Se invece lo vivi in larghezza, con alti e bassi, innamorandoti, magari facendo pure qualche sciocchezza, allora dopo sessant’anni avrai solo trent’anni. Il guaio è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla”. Il tempo è la prima cosa a cui penso quando rifletto sul libro che hai scritto, Alice. Per il modo in cui i tuoi 37 anni incontrano i 92 di nonna Zita, e insieme parlano, dialogano, creando un’età diversa, un po’ sua e un po’ tua, come un tempo nuovo, che prima non esisteva e, dopo questo libro, sì. L’arte stessa presta il fianco al tempo, lo accoglie e lo combatte, certamente si evolve, al pari delle cose del mondo, e di quel mondo racconta, ogni volta, un pezzo diverso, o magari lo stesso pezzo da una prospettiva diversa. Ecco, vorrei che il tempo fosse il nostro punto di partenza. Qual è la tua personale clessidra, la tua intima misura?

Antonia, hai colto un punto importante, direi il punto, di ciò che ho voluto affrontare attraverso lo sviluppo di questo progetto, sebbene esso sia diluito nella struttura dialogica che fa perno sull’arte contemporanea: la questione tempo. Il tempo è la mia tragedia, nel senso che di fronte ad esso vivo una sorta di sudditanza che marchia l’impotenza della mia esistenza di fronte all’ambizione dell’assoluto. Ecco, con questo – con l’impossibilità di possedere l’assoluto – riprendo la tua domanda: una grandezza è definita quando si precisa il modo di misurarla, ebbene io non ho ancora precisato a me stessa “i quanti” della questione. Sto sperimentando, da una parte c’è l’irrazionalità che spinge ad abolire la realtà del tempo e dall’altra la consapevolezza dei limiti, ma ho capito, imparando a conoscermi, che questi “quanti” lavorano per estremi arrotondando per eccesso e mai per difetto. Io non ho mezze misure. Nella mia mente il concetto di “mezz’asta” non esiste. Io vivo per issare la bandiera nel pennone più alto e per vederla poi giocare orgogliosa con il vento. Non avere mezze misure non significa non avere coscienza di ciò che si fa, essere arrivisti o indifferenti a ciò che ci circonda; tutt’altro, io mi misuro in continuazione, ma il criterio di autovalutazione è sempre oltre rispetto a quello precedente. Sì, potrei dirti che la mia “intima misura” è “l’oltre”, non importa cosa ciò comporti. È  una misura severa con me stessa, spesso faticosa, ma è travolgente e non potrei fare diversamente.

Il tema della fede ricorre spesso ne “L’arte contemporanea spiegata a mia nonna”. Puntella i capitoli e rappresenta il viatico per mezzo del quale sei riuscita a tradurre concetti qualche volta difficili, o almeno non immediati. “Fede e spirito” ci tiene a sottolineare nonna Zita, che allude non soltanto alla fede cattolica, ma ad un concetto di credenza più ampio, qualcosa che ha a che fare con l’affidamento, con la fiducia nell’amore, che sta alla base della vita, e nella volontà, la forza più potente di cui l’uomo disponga. Fede e spirito, come i nervi del corpo umano che vestono la struttura muscolare, consentendole di muoversi e di “sentire”. Alice Zannoni e Nonna Zita. Arte e Fede. In che modo la prima necessita della seconda e come la seconda è una forma d’espressione della prima? In quale punto le due – Alice e Zita, Arte e Fede – si incontrano?

Come hai ben detto il monito spesso ripetuto dalla nonna Zita “Fede e spirito”, sebbene sia mosso da una matrice cattolica, esprime la sua potenza come invito che non ha nulla a che fare con i precetti di uno specifico credo, perché “fede e spirito” trascendono ogni religione. Non ho mai avuto una predisposizione matematica, ma mai più d’ora trovo che la correlazione ideale per esprimere il concetto sia la somma: fede+spirito = vita. Nessuno dei termini può essere sostituito con una x, perché questa non è una equazione, è un’operazione semplicissima. L’arte è vita quindi necessita di entrambi – di fede e di spirito – per esprimersi, non importa quale dei due termini sia posto per primo, il risultato non cambia. Il rapporto tra arte e fede è in continua circuitazione.

Alice e Zita si incontrano nell’amore. Qui ho riunito due grandi amori, quello per l’arte e quello per mia nonna. A sua volta, la disponibilità di mia nonna è mossa, oltre che da una sua predisposizione a voler conoscere cose nuove, dall’amore che lei prova per me, amore che è puro, disinteressato… credo che avrei potuto proporle di spiegarle qualsiasi cosa e non mi avrebbe detto di no. Abbiamo trascorso dei mesi che mi porterò nel cuore per tutta la vita. Ci siamo ascoltate, ci siamo confrontate, ci siamo anche provocate, ci siamo “insegnate” l’una con l’altra, ci siamo accolte nei rispettivi tempi che sono diversissimi, ci siamo venute incontro nelle abitudini… solo l’amore permette tutto ciò. Questo libro, per me, sarà ancora più prezioso quando mia nonna non ci sarà più… immagino di ritrovarla, di riascoltarla, di riviverla nelle sue parole… ho voluto fermare il tempo e ciò che esso rappresenta nella relazione che intercorre in questi 37 anni che ho avuto la fortuna di vivere insieme a lei.

Tempo. Fede e Spirito. Amore. Vorrei che parlassimo anche di amore, Alice, e che lo facessimo attraverso l’arte di Marina Abramovic e Ulay. Conoscevo “The artist is present”, la performance del 2010 in cui Marina sta seduta per tre mesi in un museo, i visitatori siedono davanti a lei, condividendo un minuto di silenzio, e tra questi, durante la serata di apertura, arriva anche Ulay, il compagno di vita al quale aveva detto addio sotto la muraglia cinese, tanti anni prima. Chiunque abbia visto quella scena, il video di quell’incontro, deve aver pensato: “L’amore assomiglia a una cosa come questa”. Io l’ho fatto, onestamente. C’è una loro performance, però, che ho scoperto solo leggendoti e che più di altre mi ha colpita. “Rest Energy”, classe 1980. Marina, spalle al muro, tiene un arco, Ulay tende corda e freccia in direzione del petto di lei. Restano immobili, fissi, per quattro minuti: la più piccola variazione di moto può diventare pericolosa. Si tratta di un lavoro di forte impatto simbolico, naturalmente. Marina e Ulay raccontano così il delicato gioco di equilibri sopra il quale si reggono i rapporti umani. Nonna Zita, guardandola, ha detto: “Una volta corre il can e una volta il liegore”. Una volta corre il cane e una volta il coniglio, in quella ciclicità di ruoli, che spesso accompagna le storie d’amore, tra chi cerca e chi aspetta, chi insegue e chi si lascia inseguire. Fa leva dentro di me questa performance, devo ammetterlo, e vorrei chiederti in quale opera Alice Zannoni vede Alice Zannoni…

Anche la ciclicità dei ruoli ha che fare con il tempo e nonna Zita, con la sua esclamazione serafica ha descritto, con parole semplicissime, la complessità dei rapporti umani che vanno e vengono, si evolvono, tornano in altre forme. Quando mi lamentavo di qualcosa, fin da bambina, mi ha sempre risposto “la ruota gira”, questo per dirmi di non stare lì’ a incaponirmi con rammarichi perché tanto “una giustizia divina” avrebbe provveduto a far cambiare le cose; ora senza focalizzarmi sull’aspetto giustizialista, mi ha fatto un effetto stranissimo avere coscienza che il tempo è volato senza che me ne accorgessi, che gli anni sono trascorsi anche se, per certi aspetti, tutto mi pare uguale… eppure la ruota gira: solo ieri imparavo ad andare in bici nel cortile di casa della nonna, oggi, dopo poco più di trent’anni, quella stessa nonna, sullo stesso cortile, la prendo sottobraccio per premura.

Ci ho pensato Antonia, ma non mi vedo in nessuna opera d’arte, non vorrei sembrarti arrogante, ma io sono io e non mi vedo in nessun’altra cosa fatta da altri. Le opere le sento, vi entro, alcune le amo, ma l’immedesimazione nel processo creativo o il feeling che provo, non mi porta all’immedesimazione totale della mia persona con esse.

E nonna Zita? Che opera d’arte sarebbe nonna Zita?

Nonna Zita sarebbe di certo un happennig: lei ha predisposto con pazienza, con la buona parola, con il suo essere donna di grande umanità e determinazione, una solidissima trama su cui ogni suo incontro è divenuto una sana relazione, sia in famiglia che nella sua vita sociale. Dovessi immaginarmi nonna Zita come un’opera d’arte sarebbe un abbraccio immenso, un gesto semplice ma potente, come è lei, un gesto di scambio, di accoglienza nei reciproci corpi, un prendersi l’un con l’altro, un dare-avere incondizionato, un’unione.

Il tuo libro ha il grande pregio di fare vicina una cosa appartentemente lontana ed elitaria come l’arte contemporanea. Insieme a nonna Zita e alla sua saggezza antica, prendi le opere, le correnti artistiche e di pensiero, e le accompagni per mano fuori dalla porta della torre dorata in cui, certe volte, sembrano essere relegate, conducendole nel giardino antistante la torre, dove sono seduti quelli che osservano, quelli che si interrogano, la gente comune, i curiosi, che indagano la bellezza, che indagano la conoscenza. Mi viene in mente un modo di dire anglosassone: “Less is more”. Meno è più. Come ci sei riuscita? Come hai fatto a spogliare i discorsi ampollosi, che spesso ruotano intorno all’arte, dagli eccessi e a renderli così squisitamente fruibili anche per chi, come me, non è del settore?

Riprendendo un proverbio, ho fatto “di necessità virtù”. Mi sono messa alla prova, ho dovuto spogliarmi di una certa espressione del sapere, per così dire dotta, senza però eliminare il fondamento del sapere; così via tecnicismi e raffinatezze linguistiche, ho chiuso il mio vocabolario forbito a favore di un approccio concreto, di sostanza. Non ero preparata, all’inizio mi sentivo muta a non saper dire le cose in modo comprensibile senza usare “paroloni”. Poi ho capito che dovevo lavorare sul contatto, ovvero sulla creazione metafore ed escamotage che creassero dei ponti “convertitori” di concetti partendo dall’orizzonte di vita di mia nonna e dalle esperienze che ci accomunavano, solo in questo modo potevo far sì che le nozioni si agganciassero a lei divenendo parte della sua realtà e non le scivolassero via. A me interessava che lei capisse; mi interessa, con questo libro, rendere le informazioni accessibili, la comprensione fruibile, non avrebbe avuto senso fare l’ennesimo esercizio di stile aulico… sono tornata indietro, ma per andare avanti. Descrivo questo progetto come mosso da uno spirito rivoluzionario; la rivoluzione per me è la trasmissione della conoscenza; la rivoluzione, facendo riferimento alla scienza, è il giro che compie il pianeta sull’orbita trovandosi poi al punto di partenza, in questo senso ho voluto “andare avanti-tornando indietro”, ho voluto trovarmi a punto di partenza per legittimare un altro giro che è il futuro.

Quando metti la parola “fine” alla stesura di un libro, non sei più la stessa persona che ha cominciato a scriverlo. Ogni libro è un viaggio, un percorso da dentro a fuori. In questo viaggio siete in due, non sei sola, non lo sei mai stata, e sebbene sia tuo il ruolo dell’insegnante, e sia nonna Zita l’allieva a cui spieghi l’arte contemporanea, anche lei ti ha certamente fatto da maestra, in questa esperienza come nella vita. Cosa ti ha insegnato la tua nonna? Quale lascito ti consegna in eredità?

Con il senno di poi ho pensato che, inconsciamente, mi sono rivolta a mia nonna, (facendo di un’idea che mi è venuta sotto il sole di aprile un progetto di divulgazione dell’arte), perché avevo bisogno delle parole di mia nonna. Avevo bisogno di sentirle, di scriverle come se fossi la penna del suo testamento etico-morale. Io, forse, lo sapevo in cuor mio come sarebbe andata, sapevo che non avrei avuto davanti a me una semplice allieva, ma una donna che mi avrebbe trasmesso qualche segreto di vita. Sapevo che, seppure in cattedra vi ero io, continuavo ad essere anche la sua bambina. Volevo continuare ad ascoltare chi, pur non avendo laurea, master o qualifiche risonati, ha da offrire sempre una buona parola per tutto perché frutto di una lunga esperienza di vita!

Alice Zannoni
Zita Urbani

Alice… come sta il coccodrillo?

È  bucato! Ma torneremo al mare e ne prenderemo un altro, prenderemo tutto quello che vuole… chissà cosa le viene in mente adesso che è “esperta” d’arte! E poi, ti dico la verità, il coccodrillo ha funzionato molto bene come spaventapasseri e non vedo l’ora di mettermi a tavola con i “cuori di bue” dell’orto di nonna Zita… che sinceramente sono fenomenali!

Alice Zannoni e Zita Urbani vi aspettano in libreria!

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Antonia Storace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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