Le croci uncinate: il romanzo poliziesco di Giancarlo Tarantino

Le croci uncinate: il romanzo poliziesco di Giancarlo Tarantino

ITALIA – Le croci uncinate. Le indagini del commissario Annunziata di Giancarlo Tarantino, edito da Viola Editrice: un omicidio a sangue freddo, consumato nel cuore di Napoli, in Piazza San Domenico Maggiore, diventa una corsa a ritroso nel tempo, la ricostruzione storica di un mistero insoluto, e di passata memoria, che getta ombre sul presente.

Io amo Napoli. Perciò partirò da qui, dal centro storico, da Piazzetta Nilo, da San Biagio dei Librai, da San Gregorio. Chiunque conosca questi posti, boccioli di rosa dentro i vicoli della città, sa di cosa parlo e non farà fatica a immaginarli. Chi non li conosce, invece, chi non c’è mai stato, può cominciare da questa storia, da questo libro, da Le croci uncinate di Giancarlo Tarantino, che, come me, inizia da lì, inizia da Napoli, e racconta la bellezza di una terra che non passa solo per il mare ed il Vesuvio – che pure, per carità, sono bellissimi, sia chiaro. Tuttavia, la bellezza di cui scrive Tarantino, e con la quale apre il suo romanzo, ha più a che fare con la veracità, con la carnalità di un posto, e della sua gente, che si lascia amare fin da subito, per quel suo dialetto stretto stretto che non lo conosci ma lo intuisci, oppure per i vicarielli, stretti stretti pure loro, come il dialetto – quasi che Napoli volesse sfidarla, la strettezza, dimostrando che può rendere mirabile anche quella – che insieme fanno una scacchiera, si incontrano e si intersecano a mo’ di ragnatele, labirinti all’incontrario in cui ci si ritrova agevolmente.

Proprio lì, nel cuore antico della città, Martin Weber, professore tedesco ed esperto di storia, in viaggio con gli amici di sempre – Marcus Fischer, Ludolf Schmidt e Herbert Wagner – viene brutalmente assassinato per ragioni sconosciute. Come il bandolo di una matassa dispiegato poco a poco, con pazienza, risalendo all’inizio dalla fine, allo stesso modo il commissario Annunziata conduce le indagini, scontrandosi a muso duro non soltanto con l’uccisione di un uomo – cui seguiranno numerosi altri omicidi – ma anche, e specialmente, con un coacervo di misteri e di segreti rispetto ai quali la stessa vittima stava indagando e che affondano le radici nelle storia dei fasci e del nazismo, nella deportazione degli ebrei e, più in generale, in quelle tragedie umane che la seconda guerra mondiale ha sfornato come una fucina dell’inferno che lavora a pieno ritmo.

Mistero e storia sono, dunque, due delle roccaforti intorno alle quali è organizzata l’architettura letteraria de Le croci uncinate di Giancarlo Tarantino. L’amore è il basamento. L’amore del padre di Martin Weber – che, arruolato nell’esercito tedesco, aveva vissuto a Napoli durante gli anni della guerra – per Angela Navarra rappresenta infatti il punto da cui la storia nasce, spingendo il figlio a tornare più e più volte nel capoluogo campano, animato dal desiderio di ricostruire le vicende che coinvolsero suo padre e i cui racconti ascoltava da bambino. Per mezzo di essi, Martin Weber proverà a rintracciare i tasselli mancanti, andando incontro a un destino di morte per mano di quel dio pagano che fagocita ogni cosa: l’oro, il denaro.
Il commissario Annunziata, de Le croci uncinate, sarà perciò coinvolto in una specie di caccia al tesoro per scoprire l’assassino di Weber, sciogliere i nodi delle fila della camorra, che in questa vicenda trova le sue implicazioni, e venire a capo di un mistero chiuso tra le mura di una antica casa di tolleranza nelle cui grotte cercarono rifugio e salvezza più di duecento ebrei.

Il racconto si svolge tra febbraio e marzo, sotto un cielo tetro, piovigginoso e perciò dissonante rispetto al sole che tipicamente illumina quelle strade, quasi sentisse anche lui le brutture umane che lì stanno consumandosi e perciò scegliesse di accordarvisi con coerenza, senza strappi narrativi. Intorno al commissario Annunziata, sfila un corteo di personaggi bizzarri, custode ciascuno di un frammento di storia che, recuperato e disposto ordinatamente insieme agli altri, contribuisce a ricostruirla dal principio. Persone intese come forzieri, come diari, cassetti dentro i quali si stipano memorie, testimonianze dirette di fatti lontani che ancora influenzano il presente e che troveranno pace e acchetamento solo nella verità.

Ci sono molti modi per raccontare una storia, per scrivere un libro. Il più bello è quello che, giunto all’ultima pagina, ti fa esclamare: “Peccato, è già finito”. Giancarlo Tarantino, ne Le croci uncinate. Le indagini del commissario Annunziata, ci riesce benissimo, non soltanto per la fascinazione che viene dall’intrigo, dall’insoluto, che lui così magistralmente adopera, ma anche per quel modo che ha di raccontarla, come se prendesse per mano il lettore e lo aiutasse ad attraversare un incrocio pericoloso.

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Antonia Storace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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