Le donne di Valerio. Un amore impossibile, tra arte e destino

Le donne di Valerio. Un amore impossibile, tra arte e destino

ITALIA – Le donne di Valerio, il romanzo d’esordio di Mimmo Confessa, edito da Viola Editrice. Un racconto d’amore, d’arte e di ineluttabilità sul fil rouge di un antico e prezioso dipinto. 

Che l’amore possa essere terra d’approdo o mare in burrasca è parte della sua natura doppia, come una supplenza, una specie di pluralità interna per mezzo della quale esiste l’attracco ed esiste la tempesta, in un andamento ciclico, ripetuto, senza soluzione di continuità.
Lo sa bene Valerio che, quasi sessantenne, dopo un passato denso di appassionate conquiste amorose, sembra essersi rassegnato all’assenza di qualunque fremito emotivo, dedicandosi interamente al suo lavoro d’antiquario e alla cura dell’arte per la quale, fin da bambino, ha mostrato un’inclinazione spontanea, genuina.
Ciò non di meno, ogni notte, nel silenzio compiacente del sonno, egli incontra una donna bellissima, impalpabile ed etera come il nome che porta, Blanche, a richiamare una sicura idea di purezza, di candore.
Di giorno, nella sua galleria, si occupa della compravendita di quadri e pezzi antichi, con l’andamento placido di una quotidianità ormai scritta e sempre uguale. Ma la vita è un abile lanciatore di dadi, si sa, e un giorno sceglie di sparigliare la partita con un coup de théâtre da vera maestra. Quel giorno, nella galleria di Valerio Vinci, entra Luciana Hargàn e, con lei, varca la soglia l’intero carico di grazia e complicanza che l’accompagna.

Se si potesse scegliere chi amare, il buon senso indurrebbe l’uomo a scantonare le situazioni potenzialmente rischiose. Quelle che, a fiuto d’intuizione, mettono il cuore sull’attenti lasciando presagire, con una discreta soglia di verosimiglianza, la schiera di problemi che portano con sé e nella quale siamo comunque disposti ad infilarci per mezzo della gioia che potremmo ricavarne e che bilancerebbe tutto il resto. Ma l’amore non si sceglie. L’amore succede, diceva qualcuno. E succede a dispetto di ogni circostanza, di ogni controindicazione. Ne Le donne di Valerio questo fatto appare evidente. Ineluttabilità è forse la parola che meglio descrive l’impeto, lo slancio che attraversa l’intero romanzo come una corrente sparata al massimo voltaggio. Leggendolo, ci scommetto, qualcuno ripenserà a quell’amore che, più di ogni altro, gli è rimasto dentro il cuore, e che non ha vissuto, o non ha vissuto fino in fondo, perché circostanze più grandi glielo hanno impedito, pur continuando a sperarci sempre, pur non arrendendosi mai del tutto, poiché se è vero che certe cose passano, certe altre no, certe altre restano.

I grandi amori possono riconoscersi subito o avere bisogno di un secondo atto. Nel caso di Valerio e Luciana basta poco perché entrambi si sentano avvinti da un sentimento che nasce spontaneo e pericoloso, come certi fiori coraggiosi quando sbocciano tra le crepe degli speroni di montagna, perennemente esposti, in bilico tra il cielo e l’abisso: Luciana è la compagna di Corrado Hargàn, un facoltoso imprenditore, arrivista e senza scrupoli, che la considera una conquista, al pari di tutte quelle che ha ottenuto nella vita, e perciò la tratta come tale, tenendola sotto scacco per mezzo di macchinazioni economiche e ragnatele legali con le quali Valerio sarà presto costretto a fare i conti.
La loro storia d’amore, vissuta nella clandestinità delle cose che, pur essendo belle e vere, faticano a trovare legittimazione, si trasforma in un coacervo di misteri e zone d’ombra, angoli bui che impediscono la visuale d’insieme e sui quali i protagonisti dovranno, via via, fare chiarezza, giungendo ad un epilogo forte, inatteso, che obbliga il lettore a chiedersi se l’amore, quando è amore, possa davvero sopravvivere a tutto.

Incede veloce, la trama de Le donne di Valerio di Mimmo Confessa che, con stile pulito e scorrevolissimo, tratta il tema dell’amore affastellandolo a quello dell’amicizia, che ci è spesso indispensabile per affrontare le salite, e della sete di potere, quando si allea con la vendetta in una sintesi di rabbia e rancore che, alla lunga, può rivelarsi micidiale.

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Antonia Storace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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