Una vita da Pirata. 15 anni senza Marco Pantani

Una vita da Pirata. 15 anni senza Marco Pantani

“Dalle Alpi francesi solcate da una tempesta, si leva solenne, al di là delle nuvole della fantasia, un dio dello sport: si chiama Marco, il nome forte di un evangelista. È andato lassù, in una bugiarda giornata di luglio, a predicare sulle montagne il mistero eterno dell’uomo ai confini della più spietata fatica. Eccolo, con i rivoli di forza vitale che gli restano addosso, nel suo ultimo gemito soave. È finita. Lo straordinario miscuglio di gioia e sofferenza che agita la sua anima produce una sorta di trasfigurazione nel volto di Marco Pantani. C’è un senso profondamente drammatico nel suo trionfo. Ne ho viste tante in quasi mezzo secolo di sport, ma l’abbraccio di Marco con quel traguardo che gli sta davanti e che gli cambia la maglia e la vita, è un’immagine baciata dall’eternità.”

(Candido Cannavò)

CESENA –  Il 14 febbraio del 2004 moriva uno dei personaggi sportivi italiani più incredibili della storia. Marco Pantani è stato l’ultima vera leggenda del ciclismo, un campione capace di entusiasmare, con le sue imprese epiche sulle montagne del Giro d’Italia e del Tour de France, milioni di tifosi e di semplici spettatori, in Italia e nel mondo. È stato anche un personaggio tragico, inseguito dalle accuse di doping e precipitato nell’inferno della droga, fino alla morte nel residence di Rimini il giorno di San Valentino.

Una volta c’era uno sketch in televisione, io non ero neanche nato, in cui Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, non ricordo chi dei 2, è passato molto tempo, già il fatto che gli interventi dei comici che facevano i personaggi si chiamassero ancora sketch lo dimostra, comunque c’era uno dei 2 che impersonava un ciclista, che aveva appena vinto una tappa del Giro d’Italia, e tutto sporco e massacrato dalla fatica, con una voce rotta e un forte accento dialettale del nord, diceva più o meno: “Ciao mamma, sono contento di essere arrivato UNO! Era un modo per prendere in giro, un modo buono naturalmente, uno sport come il ciclismo, dallo stile genuinamente popolare. Popolare perché era seguito da un sacco di gente che negli anni a cavallo della guerra affollava i lati delle strade, strade vere, quelle di tutti i giorni, non piste o strade fatte apposta, su cui passavano i campioni che correvano sul mezzo di tutti i giorni dell’Italia di allora, la bicicletta e vincevano esclusivamente grazie alla loro potenza fisica e alla loro capacità di resistere alla fatica e al dolore: salite massacranti, discese da ammazzarsi, curve contro curve infinite, rettilinei che arrivavano fino all’orizzonte, sotto la pioggia, con un sole a picco o con un freddo micidiale. E tutto, tutto fatto con quello che la gente di tutti i giorni usa tutti i giorni, le gambe. Più popolare di così?

Marco Pantani
Coppi e Bartali

Questo rapporto, così viscerale, così forte, così intimo tra la gente e questo meraviglioso sport ormai purtroppo decaduto, era parte integrante dell’Italia del dopoguerra. Coppi, Bartali, Luigi Malabrocca, eroi veri, popolari, di tutti. Piano piano però l’Italia cambiò e cambiarono anche le passioni e il ciclismo, sport meraviglioso lo diciamo ancora, perse qualcosa. Fino a un certo punto però, perché alla fine del XX Secolo, c’è stato un ciclista, un italiano, un romagnolo, capace di risvegliare quella passione sopita e portarla ai fasti di un tempo. Si chiamava Marco, Marco Pantani, e di professione faceva il pirata.

Professionista dal 1992 al 2003, considerato tra i più forti scalatori, ottenne in tutto 46 vittorie in carriera con i migliori risultati nelle corse a tappe, vincendo un Giro d’Italia, un Tour de France e la medaglia di bronzo ai mondiali in linea del 1995. Nei fondi, negli scatti, nei recuperi e nelle salite era qualcosa di impressionante. Marco Pantani è stato l’ultimo dei ciclisti (dopo Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche e Miguel Indurain) ad aver realizzato l’accoppiata Giro-Tour ovvero la vittoria al Giro d’Italia e al Tour de France nello stesso anno.

Bastava vederlo per capire che aveva qualcosa di diverso. Quando gareggiava, sembrava che la bici non toccasse neanche terra. Si alzava sui pedali, si metteva seduto. Poi teneva sempre gli occhi bassi e ogni tanto guardava avanti. Era una sfida, secondo me neanche con gli avversari, era una sfida proprio con la salita, la sua specialità. Perché quando arrivava in cima era quasi sfigurato dallo sforzo. Ero poco più che un bambino ma ricordo la sua impresa di Montecampione quando dopo la vittoria insperata – ma i campioni si sa son campioni perché vincono proprio quando nessuno lo ipotizzerebbe – alzò le braccia al cielo e fece uno sbuffo come per dire: “anche questa volta ce l’ho fatta”.

Marco Pantani

Io, Marco, l’ho sempre amato, anche quando non capivo quasi nulla di ciclismo. Ho sempre fatto il tifo per lui. Mi piaceva. Sopratutto perché era uno che non si arrendeva mai, non l’ha mai fatto durante tutta la sua carriera. Tutte le volte che è caduto, tutte le volte che la sorte si è scagliata contro di lui, si è sempre rialzato prontamente. Come quando rimontò nella frazione dell’Aprica, con il suo epico scatto sul Montirolo che lo fece conoscere al mondo nel Giro d’Italia 1994 e che gli permise di superare il russo Evgenij Berzin e lo spagnolo Miguel Indurain. Fu un’emozione indescrivibile vederlo giungere al traguardo! O come quando non gareggiò al Giro 95′ a causa di un incidente d’auto; recuperò a sorpresa per il Tour de France dello stesso anno, ma i problemi al ginocchio che lo tormentavano gli causarono un grosso ritardo dalla vetta. Marco però sulla bici non si arrendeva mai e il 12 luglio, sull’Alpe d’Huez, andò comunque all’attacco a 13 km dal traguardo, staccò i principali avversari, raggiunse e superò il gruppetto di testa riuscendo a ottenere la vittoria di tappa. Fece l’ascesa in 37 minuti e 35 secondi, stabilendo un record storico.

E come si fa a non rimanere ispirati se si ripensa all’anno della storica doppia Giro e Tour. In Francia, fu decisiva la quindicesima frazione, dove sul colle del Galibier a quasi 50 km dal traguardo, Pantani attaccò senza sosta e con successo, arrivando in fondo, in solitaria con ben quasi nove minuti di vantaggio sul rivale, Ullrich.

Insomma, superfluo ripeterlo, Marco Pantani non si arrendeva mai. Ed è per questo che non ero preparato, quando, in quella notte del 14 febbraio 2004, appresa la notizia della sua tragica e ancora misteriosa dipartita, capii che, per la prima volta, Marco Pantani si era arreso.

Dalla sua morte sono passati 15 anni, 15 anni di insinuazioni, di casi riaperti, di lotte senza tregua di Mamma Tonina per arrivare alla verità. Era un San Valentino, la festa degli innamorati, e a morire fu un 34enne che aveva perso amore per la vita. Fu lasciato solo. Tradito dai finti amici, forse da qualche amore, tradito addirittura dal suo ambiente sportivo.

Marco Pantani
Il monumento intitolato a Pantani a Cesenatico

La morte di Pantani è ancora un mistero senza risposta sotto molti aspetti. Ma in qualsiasi modo si concludano le varie inchieste, ci resterà sempre quel senso di colpa per averlo lasciato solo negli ultimi anni, negli ultimi giorni, negli ultimi istanti della sua vita. E se i dubbi sulla sua morte, ancor prima che sulla squalifica per doping sono ancora molti, una certezza ci resta: che Marco Pantani era, è e resterà per sempre un campione. Un campione che, ricordiamolo, non è mai stato squalificato per doping, a differenza di tanti altri. Un campione che ha compiuto le più belle imprese del ciclismo delle ultime 2 generazioni, vittorie che non sono mai state revocate, a differenza di tante altre. Un campione che quando indossava gli occhiali, si alzava sui pedali e piantava in asso gli avversari, faceva diventare tutti suoi tifosi e anzi, li riportava a quegli anni del dopoguerra, dove i ciclisti incarnavano più di qualsiasi altro sportivo il concetto di eroe popolare. Un campione capace di riportare la passione agli italiani per uno sport meraviglioso. Un campione del popolo.

Noi, Marco, vogliamo ricordarlo così, e vi lasciamo con una canzone bellissima a lui dedicata dagli Stadio. Il titolo? “E mi alzo sui pedali” e non poteva essere altrimenti…

https://www.youtube.com/watch?v=VzO0DC3X7cs

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Paolo Riggio

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

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