Il meraviglioso viaggio di Marco Polo continua…

Il meraviglioso viaggio di Marco Polo continua…

FROSINONE – parte seconda – Dopo avervi parlato dell’elegante e garbata serata culturale all’insegna del Teatro d’Arte tenutasi Sabato 11 Marzo all’Hotel Ristorante Il Cavalier d’Arpino, condivideremo con i nostri lettori il ricco incontro con l’attore e regista Frédéric Rey che ha portato in scena per l’occasione lo spettacolo Il meraviglioso viaggio di Marco Polo, prodotto dal Théâtre de La Semeuse di Nizza e precedentemente proposto in Italia nella sola data di Padova durante la celebrazione della Giornata Mondiale della Commedia dell’Arte. Ecco di seguito cosa ci siamo detti…

Per prima cosa desidererei chiederLe di parlarci del fil rouge che in questa vostra pièce lega la struttura grammaticale di base della Commedia dell’Arte e la vicenda di un personaggio storico come Marco Polo, che non è tradizionalmente legato al teatro.

In effetti potremmo dire che questo legame esista e non esista allo stesso tempo. Marco Polo è stato uno scrittore, viaggiatore e mercante italiano originario della Repubblica di Venezia e quest’ultima è storicamente una delle capitali della Commedia dell’Arte. Questa è la ragione per cui ho avuto l’idea di renderlo protagonista di un lavoro di questo tipo. Io sono specializzato nella Commedia dell’Arte da circa dieci anni. Ho studiato con Carlo Boso in Francia, con Antonio Fava, Didi Hopkins e Mario Gonzalez, i quali mi hanno fatto esplorare il teatro da differenti prospettive. Ho deciso di costruire questa storia perché ho viaggiato in Mongolia nella scorsa estate, e mentre mi trovavo nella piazza principale di Ulan Bator, capitale del Paese, ho visto proprio una statua di Marco Polo. Così ha iniziato a crearsi nella mia mente un collegamento tra Venezia, una città che amo, e la Mongolia. Poi, quando sono tornato in Francia, ricordo che era il mio compleanno, un caro amico mi ha fatto un regalo e si trattava di un libro: Il Milione.

Le coincidenze sembrano essere molte…

Già, è buffo. Allora ho detto a Francesca Frassanito e Alessio Vercelli, che sono attori italiani che lavorano con me: “Perché non facciamo qualcosa insieme in Italiano e in Francese, unendo le due culture e collegandole con i luoghi dell’Estremo Oriente che conosciamo?”. Questi sono stati i presupposti da cui è nato “Il meraviglioso viaggio di Marco Polo”. Inoltre, quando ci trovavamo in Mongolia abbiamo visto molti teatri in cui compariva una sorta di cerimoniale religioso e vari personaggi ieratici tra cui la figura con la maschera rossa.

C’è un momento dello spettacolo in cui compaiono, come una sorta di teatro nel teatro, delle forme sceniche autoctone del regno del Gran Khan. La vostra rappresentazione del teatro mongolo è realmente ispirata alle reali strutture dello spettacolo orientale?

Sì, come dicevo abbiamo visto diverse di queste forme di spettacolo, da cui abbiamo mutuato semplicemente uno dei personaggi, appunto quello con la maschera rossa, rappresentato dalla performance di Elise Milano, che riproduce effettivamente anche i passi originali di danza. Siamo riusciti a riprodurre questo particolare tipo di danza attraverso lo studio e l’esame di molti video. È stato molto importante per noi porre in dialogo le maschere del teatro all’italiana e quelle del teatro mongolo. Come sappiamo, le prime non sono maschere sacre ma hanno per lo più origini popolari, mentre in Mongolia esse hanno una forte connotazione religiosa. Devano dal Tantrismo, dal Buddismo e il loro significato è differente perché legato a cerimonie rituali. Questo motivava la nostra volontà di creare un ponte tra queste anime diverse, ma non così tanto. Marco Polo ha rappresentato, credo, il collegamento che cercavamo tra le due culture, poiché si è recato in Estremo Oriente ed è entrato a sua volta in contatto con la cultura locale, con i relativi cerimoniali religiosi e le forme di spiritualità come lo Sciamanesimo, di cui abbiamo potuto vedere alcuni esempi in Mongolia. Anche le parti musicali e cantate del nostro spettacolo sono quindi abbastanza aderenti alla realtà storico-antropologica dei popoli che raccontiamo. L’ultima canzone che io canto nei panni dell’Imperatore, ad esempio, è realmente una canzone mongola.

In effetti La presenza della musica negli spettacoli dei comici, sia essa nella forma del canto o dell’esecuzione strumentale o dell’accompagnamento con la danza, è ampiamente attestata a partire dai primi contratti delle compagnie fino alle più tarde rappresentazioni dei comici italiani in Francia, quando la commedia si trova sempre più costretta a competere con la concorrenza del teatro musicale. Il primo contratto a noi noto che documenta la costituzione di una compagnia comica (Padova, 1545) include tra i socii un musicista, Francesco da la Lira, mentre una ventina di anni più tardi (Genova, 1567) i firmatari di contratto “per recitare insieme commedie” (insimul recitandi comedias), si impegnano a esercitare le proprie abilità, in particolare nel “suonare, cantare e ballare” (sonandi, cantandi, balandi). È significativo in tal senso che uno spettacolo d’Arte nato nel 2016 mantenga gli elementi della tradizione storica innovandoli creativamente con elementi esotici, a loro volta frutto di vero lavoro documentale.

Un punto fondamentale dello spettacolo, direttamente legato a quello della relazione fra differenti culture, è la diffidenza reciproca e il carico di pregiudizio che mina la loro relazione. In questo si rivela il grande potere attualizzante della Commedia, che crea con leggerezza importanti legami con il presente. Anche a 800 anni di distanza dalla storia che raccontate, infatti, molti problemi fra i popoli esistono ancora e sono testimoniati dal persistere dei conflitti armati, economici e dal fallimento ormai acclarato del modello multiculturale.

Sì, condivido. In realtà non ho reale interesse nel fossilizzarmi su questioni storiche legate alle origini della Commedia dell’Arte e alle sue maschere di tradizione come Pantalone e le altre. Si tratta indubbiamente di aspetti molto importanti che ho trattato e che affronto con i mei studenti, i quali  devono aver chiaro cosa sia la Commedia dell’Arte e quali ne siano gli archetipi principali. Tuttavia attualmente per me, e Carlo Boso ad esempio è sulla stesa lunghezza d’onda, è importante scrivere lavori nuovi che parlino al mondo moderno.

I collegamenti con il presente sono indubbiamente molto numerosi nella vostra commedia su Marco Polo.

Noi conserviamo l’impalcatura storica evidenziando che i problemi della società e dei singoli tendono ad essere gli stessi nel tempo, ma sotto nuove forme. Credo che la Commedia dell’Arte sia il giusto strumento per affrontare questi temi, perché è “popolare”, nel senso che tutti possono comprenderla per la sua semplicità, e allo stesso tempo è possibile parlare dei reali problemi che abbiamo, come avveniva nel passato.

Questa è la reale importanza del teatro nella società moderna, per il fatto che esso, in special modo nella forma della Commedia, permette di sorridere riflettendo allo stesso tempo su temi molto seri.

È come abbiamo detto. Proprio per questi motivi per me il teatro non è come lo show in generale. Spesso si dice che il teatro sia greco, mentre lo show-spettacolo sia romano, ma credo che il teatro sia parte integrante della democrazia. Quindi se vai a teatro devi naturalmente ridere, piangere ed emozionarti, ma anche portare qualcosa con te quando vai via: un pensiero, una piccola riflessione.

Una nota di merito per il vostro lavoro va espressa per il modo in cui Lei e gli altri membri francesi del cast siete riusciti a superare brillantemente l’ostacolo linguistico padroneggiando sul palco un perfetto Italiano. Come è stato possibile questo risultato?

Francesca Frassanito ha scritto la versione italiana del testo e abbiamo seguito esattamente la tecnica tradizionale per la scrittura drammaturgica, come lo stesso Carlo Boso mi ha insegnato. Nelle prime fasi di costruzione dello spettacolo si procede per improvvisazioni e ogni attore lo fa nella sua lingua madre. Queste fasi di lavoro vengono filmate, anche quando le improvvisazioni non sono eccellenti e solo in un secondo momento esse vengono trascritte e corrette, per poi essere uniformate in bello stile nella lingua (o nelle diverse lingue, nel caso di uno spettacolo da presentare in più versioni) che la pièce dovrà avere.

Un lavoro molto complesso… Quanto tempo occorre mediamente completarlo e quanto lo sforzo mnemonico impegna gli attori non di madrelingua?

Si tratta di un lavoro impegnativo, ma questo non costituisce motivo di preoccupazione per noi, dato che per un attore la memoria è nel suo corpo. Semplicemente si crea è il collegamento è tra la mente e il corpo. Non si tratta di prendere un testo e di mandarlo meccanicamente a memoria. Sei tu a creare il testo ed è questo a creare la memoria nel tuo corpo. Ecco il punto. Per questo ho scelto questo particolare tipo di teatro.

Ci sono altri spettacoli della vostra compagnia che sono caratterizzati da questo forte legame con una tradizione storica anche nella trama?

Sì, nel nostro repertorio ci sono molti spettacoli di questo tipo. Ad esempio abbiamo un lavoro su Caterina Segurana, eroina nizzarda che noi consideriamo alla stregua di Giovanna D’Arco per il coraggio con cui partecipò nel 1543 alla difesa della sua città, allora sotto il dominio del Duca di Savoia, contro i Francesi e i Turchi assedianti. Anche in questo lavoro abbiamo inserito degli elementi di raccordo con la modernità, anche per il fatto che Nizza oggi vive molto di turismo e necessita di raccontare se stessa in modo sempre attrattivo.

Come è stato accolto il Francia il vostro lavoro su Marco Polo?

Questo spettacolo non è stato ancora proposto in Francia. Lo abbiamo creato in Italia, a Padova, in prospettiva della Giornata Mondiale della Commedia dell’Arte e quella di Arpino è in assoluto la seconda data.

Confesso che la precedente domanda sottendeva da parte mia la curiosità di sapere quale possa essere oggi la percezione in Francia circa un personaggio storico di rilievo come Polo. Nonostante gli Italiani emigrati all’estero anche in epoca moderna abbiano nella più parte dei casi lavorato duramente, essi infatti non sono sempre visti di buon occhio (su questi aspetti sociali la vostra commedia si sofferma molto). Mi chiedevo dunque se almeno i grandi personaggi storici siano al riparo da certi stereotipi che ci affliggono.

Marco Polo è molto noto in Francia e suoi viaggi sono considerati leggendari. È certamente un simbolo per tutti coloro che amino viaggiare, scoprire e conoscere cose nuove. Io stesso ho viaggiato molto: in India, Mongolia, Siria… Lo stesso vale per gli altri membri del cast; se sommassimo in un unico itinerario le tappe dei viaggi ciascuno di loro avremmo realmente l’iter di Marco Polo. Ciascuno degli attori conosce personalmente almeno una tappa del suo viaggio sino alla corte del Gran Khan ed è come se ognuno di noi si sentisse in una certa misura Marco Polo.

Anche se da anni si parla e si lavora (con modalità più o meno contestate) in direzione di un’Europa unita, molte criticità sono ancora presenti e tanta strada sembra ancora da fare prima che il mondo sia davvero un luogo più piccolo e con meno distanze. L’importanza del teatro in generale e di produzioni come “Il meraviglioso viaggio di Marco Polo” in particolare è a maggior ragione fondamentale in relazione a certi temi. La costruzione di un’Europa e di un mondo concepiti come unione di popoli liberi e uguali passa infatti necessariamente, oltre che attraverso scelte economico-pratiche frutto di una politica internazionale su cui nessun artista avrà mai potere decisionale, anche attraverso un cambiamento della percezione comune delle persone: in questo senso gli artisti e gli intellettuali hanno invece una grande responsabilità.

Condivido pienamente il Suo punto di vista. Per lungo tempo gli attori non solo non hanno avuto molta voce in capitolo, ma non parlavano altra lingua che quella d’origine. Lo stesso Piergiorgio Sperduti è stato recentemente in Francia ed ha recitato in francese, come pure in spagnolo in altre occasioni. Credo che lavorare all’estero e far propri gli orizzonti aperti da altre lingue sia molto importante nella crescita delle persone.

A tal proposito mi viene in mente come alcune università italiane stiano puntando molto sui progetti teatrali in lingua straniera.

Beh si tratta sicuramente di esperienze utili. Noto inoltre che il ritmo e la musicalità degli spettacoli di Commedia dell’Arte sono molto diversi in Italiano e in Francese e devo dire che mi sono davvero divertito nel mettere in scena lo spettacolo in Italiano per il ritmo che questa lingua, insieme alle altre lingue neolatine, è in grado di conferire a una forma teatrale in definitiva tutta italiana. Lo stesso tipo di teatro non rende nella stessa maniera ad esempio in lingua inglese. Imparare a fondo i vari sistemi linguistici è molto importante per me, perché mi aiuta a penetrarne le relative culture, ognuna delle quali è un mondo a se stante.

Può dirci qualcosa dei vostri progetti futuri?

Credo che mi interesserò alle atmosfere irlandesi e alla lingua gaelica, anch’essa neolatina.

 

Stefano Maria Pantano

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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