Napoli d’estate: alla scoperta di una città

Napoli d’estate: alla scoperta di una città

NAPOLI – Le occasioni di bellezza per chi trascorre l’estate in città e per chi arriva da lontano, scegliendo questa terra, terra mia, che profuma di grandezza e libertà. Perché la bellezza è un’occasione, un’opportunità e, per mezzo di questa sua natura possibilista, si trova ovunque, si nasconde dappertutto: certe volte, ad esempio, ce l’abbiamo sotto il naso e nemmeno la vediamo.

L’ansito è il respiro affannoso che viene da una fatica fisica, da una malattia, dalle difficoltà. Una specie di ansia che si poggia sul petto e che preme fino a schiacciare, impedendo quel movimento ritmico, ad ascensore – su e giù, su e giù – che fa entrare e uscire il fiato nella stessa misura e che perciò ci mantiene in equilibrio d’aria.
Ho scoperto che anche del mare si dice che “ansiti”, quando gonfia, quando monta a spuma e non sa stare calmo. E se nemmeno il mare ci riesce, se nemmeno lui è capace di mantenersi esente dagli sforzi, dagli affanni, mi domando come potrebbero farlo gli uomini. Suppongo sia per questo che ciascuno di noi cerchi un posto in cui addomesticare gli ansiti e tornare a respirare. Per me è Napoli, lo è da sempre, per quella fregola di gioia che mi mette addosso persino quando non vorrei, un friccicore che sale dal basso, piano piano, e mi pervade, interamente.
L’altro giorno, parlando con una persona, dicevamo di quanto poco si conoscano certi posti, specie quelli in cui viviamo, quelli che ci stanno a portata di mano, a portata di passo, e che appunto per questo diamo per scontati, rimandando a un futuro ipotetico il giorno in cui faremo questo o quello per rimediare, per riempire il vuoto di conoscenza generato dall’indolenza o dalla cecità, dalla spinta a cercare sempre fuori, lontano, la bellezza che invece abbiamo sotto gli occhi se solo sapessimo orientarli, come fa la il timone con la barca. Forse dovremmo pensarci così, come delle barche la cui vela sfrutta il vento per assicurarsi il moto.

Nel libro Tale e Quale, Luciano De Crescenzo parla di una Napoli di sopra e una Napoli di sotto, riferendosi a quella dimensione sotterranea della città così ricca di storia e piena della fascinazione che viene dal mistero, dall’insondato, dal leggendario. Il cimitero delle Fontanelle, ad esempio, è uno di quei posti che non ti verrebbe in mente di visitare in piena estate e che invece rappresenta un’alternativa originale, una occasione di bellezza, appunto, da cogliere proprio quando la città si svuota. “Lo spettacolo che si offre agli occhi del visitatore” – scrive De Crescenzo – “è quanto di più suggestivo, e nel contempo macabro, si possa immaginare: sotto grotte altissime, tutte tagliate a trapezio, giacciono accatastati, gli uni sugli altri, seimila teschi con accanto le relative ossa. Si vedono montagne di tibie, di vertebre e di rotule, ordinate in distinti mucchietti. Un bel giorno molte di queste ossa furono prelevate dalle donne del quartiere Sanità e usate per ripristinare alla bell’e meglio alcuni scheletri davanti ai quali poter pregare. […] In altre parole, il defunto veniva adottato e riceveva tutte le preghiere di cui avrebbe potuto avere bisogno per abbreviare la sua sosta in Purgatorio. […] Le donne pie, prima strofinavano il teschio con un panno di lana, fino a renderlo lucido, e poi iniziavano col defunto un soliloquio a bassa voce, […] un centinaio di Requiem aeternam in cambio di tre numeri da giocare al Lotto il sabato successivo”.

Napoli
Positano. Foto di Raffaele Piemonte

Il Sentiero degli Dei, invece, fa parte della Napoli di sopra, ma proprio sopra sopra, e sta lungo la Costiera Amalfitana, a Nocelle di preciso, alle pendici del Monte Pertuso, che è il napoletano di pertugio, buco, foro, insenatura. Un vuoto insomma, uno spazio vacante che, pure in questo caso e coerentemente con il resto, si riempie di bellezza. Salite, discese, e panorami mozzafiato per chi volesse fare una passeggiata diversa dalle solite “vasche” lungo i corsi principali delle città metropolitane, e guardare da una prospettiva d’eccezione il punto in cui il cielo scende a picco dentro il mare, verticalmente, come fa la lama della ghigliottina con il collo, mischiando il blu della Napoli di sopra con il blu della Napoli di sotto.
“È questo il paesaggio che, dall’alto del Sentiero degli Dei, si apriva al nostro sguardo: è lo scenario di quell’estrema ansa della Costiera Amalfitana che guarda verso Ovest, verso l’isola di Capri, quella costa ripida, afosa, con le montagne cristalline ove si abbandonano gli Dei di oggi e si scopre di nuovo un sé perduto, mediterraneo, anteriore” diceva lo scrittore inglese David Herbert Lawrence.

Tra le cose che stanno sopra, e quelle che stanno sotto, ci sono pure le cose che stanno ai lati, lungo i margini, un poco dislocate rispetto al nucleo, al cuore, poiché la bellezza sa abitare non soltanto il centro, ma anche ciò che gli sta intorno. Così, ad esempio, la Riserva Naturale degli Astroni, il cratere di un vulcano spento, la cui superficie conta 247 ettari: uno dei più grandi tra quelli presenti nella zona dei Campi Flegrei. Nelle aree più basse del cratere, sono nati tre laghetti – il Lago Grande, il Cofaniello Piccolo e il Cofaniello Grande – con canne, salici, giunchi e tife a circondarli. Attualmente, e fino a Novembre di quest’anno, la riserva ospita la mostra Dinosauri in carne e ossa: una esposizione di 30 esemplari a grandezza naturale, un itinerario originale che riporta gli avventori ai tempi del Paleozoico e spiega loro le ragioni che provocarono l’estinzione di questi giganti della terra.

Sorrento è la terrazza di Caruso dove il mare luccica e tira forte il vento. La cantò Lucio Dalla e da allora non c’è nessuno che, trovandosi lì, non pensi alla ragazza con gli occhi verdi e all’uomo che l’abbracciava.
Si tiene proprio a Sorrento, fino al 5 Novembre 2018, nella cornice del Convento di San Francesco, la mostra Leonardo da Vinci – l’orgoglio italiano che espone le sapienti riproduzioni realizzate artigianalmente dal maestro Mario Paolucci, sia in scala che a grandezza naturale, perfettamente funzionanti, al punto che i visitatori avranno modo di sperimentarle: una bicicletta, ad esempio, una sega idraulica, l’antenato del paracadute, per così dire, ed altre invenzioni. Sono presenti, inoltre, le riproduzioni dei capolavori e dei codici di Leonardo: a questo proposito, è stata esposta quella dell’unico dipinto autografato e datato dal genio fiorentino nell’ Aprile del 1471, a soli 19 anni, e che ritrare l’Arcangelo Gabriele.

Napoli
Gaiola. Foto di Raffaele Piemonte

A Napoli, sapete, c’è un posto protetto, tenuto al sicuro, come si fa con le cose preziose. È piccolo piccolo, poco più di una insenatura di speroni e di scogli sopra i quali arrampicarsi lambendo la costa: il Parco Sommerso di Gaiola, un’area marina che si estende dalla Baia Trentaremi al Borgo di Marechiaro, e abbraccia parte del grande banco roccioso della Cavallara.
Sui fondali, giacciono i reperti archeologici affondati e andati perduti nel corso del tempo, a causa del bradisismo, un fenomeno di natura vulcanica per mezzo del quale il suolo si alza e si abbassa periodicamente, in quel sopra e sotto di cui diceva De Crescenzo e che evidentemente alla città di Napoli deve piacere un sacco.
Sorge lì la Villa Imperiale di Pausilypon, il “luogo dove finiscono i dolori”, come veniva chiamata: apparteneva al cavaliere romano Publio Vedio Pollione, e divenne poi la residenza imperiale di Augusto. Oggi è possibile visitare quello rimane della sua storia e della sua architettura.
C’è una discesa non proprio breve da fare gambe in spalla per arrivare alla Gaiola, ma il risultato merita la scarpinata. Sul finire del giorno, quando il sole s’abbassa per “consegnare” il cielo alla luna, come diceva Totò, ogni cosa si tinge di rosso e d’arancio e, tra i resti di Pausilypon e le falesie di Tufo Giallo Napoletano, è bellissimo navigare l’acqua in kayak.

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Antonia Storace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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