Nazionale, il giorno del giudizio è arrivato. Cosa serve per rialzarsi da questa catastrofe?

Nazionale, il giorno del giudizio è arrivato. Cosa serve per rialzarsi da questa catastrofe?

ITALIA – A pochi giorni dalla catastrofica eliminazione dell’Italia ci poniamo una domanda. Cosa serve al movimento calcio italiano per tornare ai fasti del passato?

La frustrazione e il senso di vuoto per la mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali di Russia 2018 fanno ancora da padrone nei sentimenti di tutti i tifosi azzurri. Sono i giorni dei morsi e dei rimorsi, i giorni in cui si pensa a quello che si sarebbe potuto fare in questi 2 anni e che invece non si è fatto.

Non ci sono alibi, né arbitraggio che tenga. L’Italia non avrebbe fatto strada ai Mondiali, ma uscire con la Svezia più scarsa degli ultimi 20 anni è davvero troppo.

La compagine calcistica azzurra è nel periodo più buio di sempre e la luce in fondo al tunnel appare ancora molto lontana. Basti pensare alle vergognose mancate dimissioni di Tavecchio e Ventura, non gli unici responsabili della catastrofe, ma un po’ di dignità a volte sarebbe meglio conservarla, anche a costo di perdere un proficuo compenso economico, perché è di questo che si tratta.

Responsabili sì. E state tranquilli, i due, con ogni probabilità, verranno licenziati (Ventura al 100%). Ma Ventura e Tavecchio non sono gli unici colpevoli di questa situazione. I problemi riguardano un intero sistema che va rivoluzionato e bonificato alle radici, dalle curve alle scuole calcio, dai club alle istituzioni. Le cose che nessuno di noi vuole rivedere sono tantissime.

In questo articolo cerchiamo di rispondere alla domanda più in voga in questo momento in tutto il pianeta calcio italiano. Cosa serve alla Nazionale per rialzarsi da questa Hiroshima?

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I giocatori azzurri stesi a terra dopo l’eliminazione con la Svezia

L’Allenatore

La prima cosa da fare, è ingaggiare un allenatore con la a maiuscola. Serve un vincente, o almeno un tecnico con grande esperienza internazionale, abituato alla pressione, in campo e fuori. Nel corso della sua carriera, Ventura ha fatto delle buone cose, ma sempre in campo nazionale e comunque mai lontanamente vicine all’eccellenza. Il profilo perfetto è sicuramente Carlo Ancelotti, l’unico grandissimo allenatore libero in questo momento. Ancelotti darebbe sicuramente una grande iniezione di fiducia al rilancio azzurro, e porterebbe a Coverciano certezze e mentalità vincente, due punti necessari per il nuovo progetto.

Se Carletto rifiutasse la panchina (“non mi vedo ancora in nazionale, ho bisogno del campo tutti i giorni” aveva dichiarato 1 mese fa) si potrebbe giocare una carta mai provata prima: l’allenatore straniero. Perché si, i nostri tecnici sono tra i migliori a livello tattico, questo non si discute, ma una ventata di freschezza e di novità non ci farebbe bene? Un allenatore offensivo magari, non troppo legato ai tatticismi, e focalizzato sul bel gioco e sul possesso palla. Ipotesi remota certo, ma non impraticabile, anche perché in caso di mancato ingaggio di Ancelotti, le alternative nostrane libere in questo momento sarebbero davvero poca cosa.

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Carlo Ancelotti, 58 anni

Serie A a 18 squadre

Un altro punto fondamentale è la riduzione delle squadre in Serie A. 20 sono davvero troppe. Diminuire il numero dei club nella massima serie porterebbe non solo ad un aumento esponenziale della competitività (Benevento, Crotone, Verona, Spal, sono compagini troppo modeste) ma ridurrebbe il numero di impegni per i giocatori, che arriverebbero più freschi agli appuntamenti importanti con la Nazionale. Una Serie A a 18 squadre gioverebbe anche alla Federazione, che potrebbe organizzare con maggiore continuità incontri e stage tra i commissari tecnici e i giocatori. Conte 2 anni fa ci aveva provato. Voleva uno stage al mese e più controllo della Figc sui club. I presidenti delle varie squadre gli risposero picche e Conte se ne andò.

Speriamo che questa apocalisse porti più giudizio. Per crescere c’è bisogno di una collaborazione sinergica da parte di tutti gli addetti ai lavori.

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Carlo Tavecchio, 74 anni

I Centri Federali

Volete sapere come ha fatto la Germania a uscire dalla crisi calcistica nei primi anni 2000? Semplice, ha investito tutto sui settori giovanili. I pragmatici tedeschi rifondarono il Centro Sportivo Federale che assunse un controllo totale sulle scuole calcio di tutta la nazione. Vennero realizzati 366 centri federali di base distribuiti sul territorio, dove tutt’oggi convogliano ben 22 mila ragazzini tra gli 11 e i 14 anni, provenienti da non più di 40 km di distanza (per evitare traumatici distacchi da casa). Ogni anno vengono visionati 600 mila ragazzini, i quali vengono sottoposti a una seduta supplementare a settimana come completamento dell’attività. Ogni club appartenente alle prime 6 categorie, possiede un centro d’eccellenza, focalizzato sulla crescita e lo sviluppo dei talenti più dotati dai 15 ai 18 anni, il tutto senza trascurare l’istruzione.

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Iscrizione squadre primavera nei campionati di Serie B o lega pro

I nostri giovani fanno fatica a passare dalla primavera alla serie a? Benissimo, allora facciamoli passare prima per la Serie b o per la Lega Pro. Ma non come succede adesso, dove ad esempio un giovane della primavera della Roma viene mandato in serie b a fare panchina perché in serie b “se non meni non vai da nessuna parte”.

No! Il modello deve essere quello spagnolo dove squadre come Real e Barca hanno la possibilità di iscrivere la propria squadra Primavera, così da far fare esperienza, fisica, tattica e tecnica alle giovani promesse.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, visti i trionfi in serie della Nazionale spagnola a tutte le latitudini. Della rosa della Spagna Campione del Mondo 2010, solo Torres e Fabregas non erano passati per le squadre B. Volete mettere cimentarsi per un anno in un campionato primavera e farlo contro avversari esperti e pronti come quelli delle squadre di b?

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Il Barcellona B classe 1987.
Tra i presenti, tre nostre conoscenze, vale a dire Messi, Pique e Fabregas

Distribuzione dei diritti tv come in Inghilterra

Rendere il nostro campionato il più allenante possibile è qualcosa di a dir poco necessario. Distribuire in modo equo o quasi i diritti televisivi, aumenterebbe il tasso tecnico di ogni singola squadra e i giocatori, a noi ora interessa focalizzarci su quelli italiani ma il discorso vale per tutti, si ritroverebbero a giocare alla morte ogni partita. Questo in Italia non succede, ci sono 4 squadre che battono tutte le altre quasi sempre in modo agevole, e si giocano lo scudetto in 2 o 3 scontri diretti. In Inghilterra, anche una squadra che lotta per la retrocessione può contare nel suo arsenale su un giocatore da almeno 20-25 milioni di euro.

A onor del vero però bisogna ammettere che questo punto è forse il più difficile da realizzarsi. Il campionato italiano ha molto meno appeal dal punto di vista commerciale rispetto a quello inglese, e a muovere l’economia del pallone nostrano sono fondamentalmente due o 3 squadre, Juventus, Milan e Inter. Le altre vendono pochissimo merchandising in giro per il mondo, il che rende tutto molto più difficile.

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2 anni fa il piccolo Leicester di Ranieri vinceva la Premier. Miracolo sportivo si ma anche un budget superiore alla nostra quinta squadra più ricca.

Scovare il grande Numero 10

Chiudiamo con un auspicio più che con una soluzione. Il movimento calcio italiano, non riesce più a costruire un talento assoluto, un fantasista in grado di risolvere le partite con una giocata, con un dribbling, con il carattere, o con quel spirito in grado di unire tutti. Un Baggio, un Totti, un Del Piero per capirci. Prendiamo ad esempio la partita della Nazionale con la Svezia. Si, l’Italia non è riuscita a esprimere una manovra concreta e lineare, ma se ci fosse stato uno di loro, siamo sicuri che non saremmo riusciti a passare comunque?

Per ritrovare un grande campione ci vuole fortuna sicuramente, ma anche progettualità. Gli allenatori delle scuole calcio devono essere più competenti e premiare la tecnica al posto della forza fisica e dell’agonismo.

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Roberto Baggio, 50 anni. Ne vedremo altri di giocatori così in Italia?

In conclusione, non possiamo far altro che sperare. Di solito noi italiani, almeno nel calcio, dopo una grande delusione riusciamo sempre a rialzarci. Anche stavolta sarà più dura del previsto.

 

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Paolo Riggio

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

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