La Pasqua partenopea: in tavola tra magia e tradizione

La Pasqua partenopea: in tavola tra magia e tradizione

NAPOLI – All’ombra antica di papà Vesuvio, con le feste pasquali ai blocchi di partenza, Napoli imbandisce la sua tavola. La apparecchia a colpi di tradizione e di abbondanza, in un profluvio di piatti tipici e di bontà. Ecco a voi tradizioni, leggende, ricette e profumi della Pasqua partenopea.

Meglio tacitare i sensi di colpa, in questi giorni. Fare orecchie da mercante, nascondere sotto il letto la bilancia e rassegnarsi ad aggiungere una tacca alla cintura, una cifra alla taglia.
La “fellata”da “fella” che è fetta, in napoletano – apre le danze della Pasqua partenopea e prepara l’appetito: l’antipasto tipico della costumanza partenopea si compone di salame, capocollo, pancetta, formaggi stagionati, ricotta salata, uova sode e mozzarella di bufala. Che non stona mai e ci sta sempre bene.

Il casatiello.
Il casatiello, pane rustico napoletano. Foto di Anna Memoli

Per la Pasqua partenopea alla fellata si accompagna il casatiello, il più tipico pane rustico, che deve il nome alla parola “caso”, formaggio, di cui è ricco il suo ripieno. Se ne scovano tracce – e briciole – già nel Seicento. Esso ricorda, nella forma e nella simbologia, la corona di spine che fu messa sul capo di Gesù Cristo. La pasta di pane, a lievitazione naturale, ne costituisce la base di partenza. La farcia è conciata con formaggio, strutto, ciottoli e salumi; le uova, crude e con il guscio, vengono disposte a raggiera, in superficie, bloccate con due lingue di pasta a mo’ di croce, e cotte in forno insieme al resto.
Nella sua versione dolce, prevalentemente casertana, la ricetta prevede uova, zucchero, strutto e glassa, ed una simpatica decorazione di “diavulilli”, di confetti colorati.

Segue, a stretto giro, la minestra maritata. Un nome che è un programma. Cicoria, scarulelle, verza e borragine si maritano, si sposano alla carne – generalmente di pollo – e con questa si incontrano in un unico sapore, in un sodalizio che funziona meglio, e dura più a lungo, di certe coppie. In fede all’antica tradizione gastronomica, sul fondo del piatto, si è soliti disporre gli scagliuozzi, frittelle di farina di mais in alternativa al più classico pane tostato.

La pastiera.
La pastiera, dolce tipico della tradizione partenopea. Foto di Anna Memoli

Chiaramente per la Pasqua partenopea, alle sopracitate “nozze culinarie” si aggiunge la pastiera. Tipica del periodo pasquale, gode del riconoscimento ufficiale di prodotto agroalimentare tradizionale campano.
Si tratta di una torta di pasta frolla, croccante fuori e morbida all’interno, farcita con un composto di ricotta, frutta candita, zucchero, uova e grano bollito nel latte, cui si aggiungono aromi come la cannella, le scorze d’arancia o la vaniglia.
Probabilmente risalente anch’essa al XVII secolo, più di una leggenda narra la sua storia.

La prima leggenda celebra il culto della dea Cerere, la materna divinità della terra e della fertilità, cui si deve l’origine dei fiori, della frutta, degli essere viventi: l’uovo, portato in processione dalle sue sacerdotesse, rappresenta, secondo la più diffusa simbologia, la massima espressione della fecondità e della resurrezione.
Un‘altra leggenda racconta invece della Sirena Partenope che, in primavera, risaliva le acque del Golfo e salutava il popolo napoletano allietandolo con la bellezza commovente del suo canto. Un giorno, sette delle fanciulle più graziose della città furono incaricate di portare in dono alla sirena sette presenti, uno per ciascuna: la farina, come simbolo di forza e opulenza della campagna; la ricotta, ossequio dei pastori e del gregge; le uova, ad indicare la vita che ciclicamente si rinnova; il grano tenero bollito nel latte: i due regni di natura; l’acqua di fiori d’arancio, affinché anche i profumi potessero mostrarsi deferenti alla letizia della voce di Partenope; le spezie, in rappresentanza di tutti i popoli del mondo; e lo zucchero, per esprimere la dolcezza del suo canto.
La sirena, felice dei doni ricevuti, si inabissò nuovamente nelle acque del Golfo di Napoli e porse agli dei la “dote” ricevuta. Questi, con divine arti, rimestarono i sette ingredienti e da essi nacque la pastiera che, si dice, superasse in dolcezza persino la voce della celebre creatura.
Una terza leggenda narra, infine, di quattro pescatori che, a causa di una tempesta improvvisa, furono costretti in mare un giorno ed una notte intera. Sopravvissero alla disavventura sfamandosi con la “pasta di ieri”, fatta di ricotta, uova, grano ed aromi. Per questa ragione la pastiera assurge, oggi, a simbolo di rinascita.

Il Vesuvio, la Reggia di Caserta, Il sentiero degli dei, Capri Ischia e Procida, Amalfi Positano e la costiera tutta, il Bosco di Capodimonte, le Terme di Agnano, il Belvedere San Leucio sono tra le mete preferite per il Lunedì dell’Angelo: passeggiate e picnic all’aria aperta, immersi nella natura o col mare di fronte, insieme agli amici più cari.
Secondo la tradizione cristiana, il Lunedì dell’Angelo nasce per commemorare l’incontro tra l’angelo e le donne giunte al sepolcro di Gesù Cristo. La ricorrenza civile è invece stata introdotta nel dopoguerra per protrarre le festività pasquali.

Un altro suggerimento per la Pasqua partenopea. Inaugurata il 25 marzo, si concluderà il 30 aprile la Fiera di Pasqua 2017, ai Decumani, nel cuore storico Napoli. Giunta alla sua quinta edizione ed organizzata dall’ Associazione Corpo di Napoli ONLUS, in occasione della speciale rassegna le botteghe di San Gregorio Armeno realizzeranno ed esporranno i loro capolavori artigianali raccontando le fasi della passione di Gesù Cristo.
Ancora una volta, come spesso accade nella storia di Napoli e del suo popolo, cultura e tradizione incontrano l’arte, la magia di certi fatti atavici, lontani, che i nonni raccontano, che i nipoti ascoltano, che lo spirito umano continua a tramandare affinché non si perdano, affinché permangano nel cuore di chi resta, di chi viene dopo. Per non dimenticare.

Pasqua partenopea

Be Sociable, Share!

Antonia Storace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

Leave a Reply

Your email address will not be published.