Peter Lindbergh, a different vision on a fashion Photography

TORINO – Presso La Venaria Reale è in corso una straordinaria mostra delle foto di moda di Peter Lindbergh, considerato uno degli image maker più influenti degli ultimi vent’anni

 1.  Nel 1939 Erwin Blumenfeld portò Lisa Fonssangrives sulla torre Eiffel per un sensazionale servizio fotografico in alta quota, da pubblicare su Vogue. Bisogna ricordare che proprio in quell’anno si celebrava il cinquantenario dalla fondazione della struttura, divenuta una delle icone architettoniche più conosciute al mondo. Il fotografo ambiva a farsi una salda reputazione nel mondo della moda dal momento che era uno dei pochi generi fotografici in grado di garantire una certa sicurezza economica ai suoi protagonisti.

Va tenuta presente inoltre, l’esuberanza creativa di Erwin Blumenfeld, poco incline ad adattarsi alle routine di lavoro in studio, previste per i fotografi arruolati dalle riviste di moda. Un reportage spettacolare, mai visto prima sulle pagine di una rivista di moda, avrebbe aumentato il valore del suo portfolio e lo avrebbe accreditato presso i fashion editor delle testate più importanti, aumentando i compensi per le sue foto, garantendogli infine una maggiore autonomia creativa.

Io credo che tutte queste presunte opportunità lo abbiano convinto a scegliere per il citato servizio un set particolare mai tentato prima da nessun fotografo di moda.

Peter Lindbergh
Fig.1 Erwin Blumenfeld 1939

Osservate una delle foto scattate a Lisa Fonssangrives sulla torre Eiffel (fig.1). L’altezza vertiginosa, a quei tempi, doveva essere vissuta dalle lettrici all’insegna di una inquietante sorpresa. La modella si tiene aggrappata alla struttura mentre sembra controllare con attenzione dove mette i piedi. Ma al tempo stesso, dando prova di possedere un notevole sangue freddo, non manca di compiere un gesto che valorizza l’abito di Lelong che indossa. Sullo sfondo vediamo la Senna, il Gran Palais e numerosi altri edifici di Parigi, colti da un’altezza di un paio di centinaia di metri.

Blumenfeld non ebbe subito il successo che si attendeva. Vogue America (l’edizione più importante della testata) rifiutò la pubblicazione del servizio perché secondo i poco lungimiranti art director e redattori, avrebbe potuto disturbare lettrici che nelle pagine della rivista dovevano trovare solo messaggi rassicuranti ( magnificativi di una bellezza incantata, senza attriti e emozioni estreme).

Ovviamente noi oggi sappiamo che aveva ragione Blumenfeld. Il suo scatto esasperava un nuovo paradigma della bellezza, inaugurato da Munkacsi sulle pagine di Harper’s Bazaar, che prevedeva l’iscrizione nel campo fotografico di gesti, movimenti, tagli e punti di vista innovativi rispetto le pose armoniose e classiche che, fino a quel momento, avevano dominato l’immaginario della moda raccontato alle riviste. Blumenfeld fu uno dei primi fotografi di moda a sperimentare l’efficacia di una bellezza estrema. Quando poteva, si dedicava ad esplorare ciò che mi piace definire fashion vitality form, ovvero immagini che hanno la propensione a evocare il come un pattern visivo, attivando registri neuronali diversi rispetto a quelli che rispondono al cosa e al perché, mobiliti propensioni a identificarsi a una immagine più performante, perché è il gesto, il movimento, l’atteggiamento a focalizzare l’attenzione partecipativa. Il futuro della foto di moda andava nella direzione prefigurata da Blumenfeld, anche se il grande fotografo nella sua vita raccolse solo in parte ciò che gli spettava.

Nel frattempo le foto di moda che prevedevano la presenza nel campo fotografico della Torre Eiffel divennero sempre più numerose. Ma, fino a Peter Lindbergh, nessuna di esse, a mio avviso, ha mai emulato il fascino non privo di feconde imperfezioni dei citati scatti di Blumenfeld.

L’unica eccezione che sento dover sottolineare sono le foto di Marc Riboud del 1953, intitolate “Le peintre de la tour Eiffel” (fot.2). Furono pubblicate su Life e immortalavano un operaio impegnato a ridipingere la struttura. Era dunque un reportage di documentazione sociale, fatto da un fotografo molto distante dalla moda, un vero cultore del vangelo estetico propugnato dai protagonisti della agenzia Magnum. Infatti, secondo Cartier Bresson e Robert Capa, la prima regola per un fotografo era di trovarsi il più vicino possibile alla scena da strappare all’oblio. Dalla prossimità al fatto dipendeva la valenza del valore di testimonianza di una immagine. Possiamo notare quanto il fotografo, probabilmente rischiando qualcosa, si sia avvicinato all’operaio. La foto alla vostra destra, caratterizzata da una posa dal sapore teatrale, sembra prendere in giro la famosa immagine di Blumenfeld. Probabilmente è solo una mia fantasia, resa plausibile dal disprezzo che provavano in quel periodo, i fondamentalisti della fotografia “impegnata” nei confronti della foto di moda.

 

Peter Lindbergh
Foto 2 – Marc Riboud 1953
Peter Lindbergh
Foto 3 – Marc Riboud 1953

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Ai celebri scatti che ho appena commentato, Peter Lindbergh, uno dei più acclamati fotografi di moda contemporanei, dedicò un tributo importante in due occasioni.

Nella prima (fig.4) osserviamo Tina Turner aggrappata a una delle strutture della torre Eiffel, colta in una prospettiva che verticalizza il movimento e perciò lo rende pericoloso, accentuando il carattere estremo della bellezza che per la generazione di lettori post moderni si è trasformata nel carburante emozionale necessario per allertare l’attenzione.

Di fianco alla foto della celebre rock star, potete osservare un’altro scatto che fece Lindbergh in quel reportage. Anche in questo caso la posa tranquilla della modella stride con la percezione di pericolo indotta dalla situazione. Il bianco/nero molto contrastato fa oscillare il senso dell’eleganza della protagonista, contaminandolo con emozioni caratterizzate da note estreme. A me sembra evidente che il fotografo con questa messa in scena voglia trasmetterci l’idea di donne forti, coraggiose, in pieno controllo. Un esito che raggiunge inserendole in un contesto che evoca il “sublime” del primo romanticismo.

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Peter Lindbergh
Foto 4 Peter Lindbergh 1989
Peter Lindbergh
Foto 4 – Peter Lindbergh 1989

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Vale la pena di aggiungere che gli scatti appena commentati furono dedicati dal fotografo a Marc Riboud.  La vertiginosa prospettiva e i forti contrasti bianco/nero stabiliscono certamente una somiglianza di famiglia tra le immagini dei dei due grandi fotografi, anche se l’ordine di bellezza, il marchio di fabbrica di Lindbergh, è ovviamente diverso: il fotografo di moda trova una naturalezza che il fotogiornalista non riesce a catturare. Le modelle sembrano angeli; l’imbianchino un pò sfrontato di Riboud, appare come un impavido operaio impegnato in un lavoro di merda.

Nella seconda immagine creata grazie a un set portato sulla torre Eiffel (fot.5), scattata nel 2009, Lindbergh riprende una Marion Cotillard vestita Dior che sembra nascondersi, preoccupata da qualcuno o da qualcosa. Ai suoi piedi, in lontananza, si intravede Parigi. L’orizzontalità della ripresa fotografica e il colore, apparentemente, attenuano il senso di drammaticità della situazione. Ma se focalizziamo la visione sul piede destro della protagonista, la percezione dell’immagine cambia radicalmente dal momento che Marion sembra per metà galleggiare nel vuoto, in una situazione disperata. La mano che stringe forte a sè la borsa, rafforza il senso di allerta e al tempo stesso conduce l’attenzione a identificare l’oggetto moda dello scatto. Forse, paragonata all’immagine di Blumenfeld, potrà apparire ai più, di minor pathos, ma troviamo in essa la possibilità di una e più storie, una propensione cinematografica che la rende viva, efficace almeno quanto quella oramai classica.

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Foto 5- Peter Lindbergh, 2009
Foto 5- Peter Lindbergh, 2009

 

Ho scelto questi due scatti dedicati da Peter Lindbergh a Blumenfeld e a Marc Riboud,  per demarcare gli argini che, a mio avviso, gli hanno consentito di navigare da protagonista nel corrente impetuoso delle immagini di moda della post modernità, senza mai perdere la bussola del suo stile.

Da un lato, abbiamo la propensione artistica e il talento per indovinare la cifra di una bellezza femminile non banale che Erwin Blumenfeld ha sempre difeso a costo di non essere pienamente compreso dal suo tempo; dall’altro lato, abbiamo la spontaneità, la naturalezza, il gusto della prossimità tipico dei fotografi che amano commisurare la valenza del loro lavoro con il reale, dei quali Marc Riboud è stato un grande interprete.

Tra questi due estremi Peter Lindbergh, nelle ultime tre decadi, ha creato una sua originale poetica della foto di moda, riconosciuta come efficace dai maggiori interpreti del settore.

Naturalmente, non sto sostenendo che il fotografo abbia debiti culturali specifici verso i due colleghi citati. Probabilmente Irving Penn lo ha influenzato molto più di Blumenfeld. E al posto di Riboud potevo citare Don McCullin: gli esiti dello stile fotogiornalistico del secondo, molto partecipativo, anche quando documentava episodi di guerra strazianti, familiarizza con le serene l’intensità che Lindbergh spalma tra i soggetti delle sue messe in scena.

Anche se Lindberg, divenuto famoso, spesso ricordava a giovani colleghi che fare l’assistente di un altro fotografo non serviva praticamente a nulla, questo non significa che a suo modo non studiasse con passione i grandi fotografi del passato, secondo un principio selettivo che privilegiava l’approccio documentarista e una forte curiosità nei confronti della bellezza femminile.

La sua personale sintesi tra questi due mondi fotografici spesso in contrasto tra loro, gli ha consentito di presentarsi come un image maker della moda diverso dai tipici fotografi glamour e il suo immaginario dedicato a raffigurare una donna in fuga dal sex appeal ha consentito agli interpreti dello sperimentalismo poetico/radicale nella moda di avere delle trasduzioni in immagini delle proprie collezioni di straordinario impatto (penso ai servizi che Lindbergh ripetutamente fece per Comme des Garson e Yamamoto).

3.  Peter Brodbeck nacque nel 1944 a Leszno cittadina di confine tra la Germania Est e la Polonia. Non so il perché e quando cambiò il suo cognome in Lindbergh. Le notizie biografiche relative alla sua formazione che sono riuscito a recuperare sono molto scarne. La mia impressione è che sia stato un pessimo studente, un po’ irrequieto nei confronti dell’istituzione scolastica, incapace di adattarsi alle stupidate che vengono normalmente rifilate agli adolescenti per omogeneizzarne l’apprendimento e eliminarne la singolarità. Da ragazzo, passava la maggioranza del suo tempo all’aria aperta. I paesaggi duali della sua infanzia pare siano divenuti i significanti spaziali ai quali, divenuto famoso, agganciava l’intuizione degli scenari dei suoi celebri reportage di moda: terreni,campi semiabbandonati e insediamenti industriali in disuso. Paesaggi di una bellezza struggente, avventurosa, ai quali la foto in bianco/nero dava un tono severo. Non mi sorprende la sua irrequietezza nei confronti di asettiche aule scolastiche e nemmeno la notizia che studiò senza crederci troppo all’istituto d’arte di Duisburg, cittadina della Germania Ovest nella quale era arrivato dalla Germania Est. I ragazzi liberi, un po’ ribelli, come doveva essere Lindbergh, hanno bisogno di ben altro rispetto l’indottrinamento burocratizzato previsto in quel periodo in in una Germania in ricostruzione. Lasciata la scuola a 15 anni fece il vetrinista. Nel 1953 si trasferì in Svizzera. L’anno dopo fu la volta di Berlino. Per sbarcare il lunario lavorava in fabbrica. Di sera si iscrisse a un corso di disegno. Naturalmente le sue idiosincrasie per l’apprendimento canonico lo convinsero quasi subito a interrompere il corso per lanciarsi in una sorta di autolegittimazione della propria pratica artistica, spontanea, concettuale, culminata in opere e mostre che per fortuna non ebbero un travolgente successo. Infatti, in tutta questa faccenda, la buona notizia è che si dedicò con passione alla fotografia. Prese per la prima volta una macchina fotografica in mano a 27 anni, quindi all’incirca nel 1973. Poco prima aveva sposato Astrid, madre dei suoi tre figli. Entrò come assistente in uno studio fotografico specializzato in pubblicità. Vi rimase due anni senza ricavarne una buona impressione. In quel periodo cominciava a maturare il suo credo estetico, ispirato dal bianco e nero dei grandi fotografi di documentazione sociale come Walker Evans e Dorothea Lange. L’assenza del colore avvicinava di più l’immagine alla verità, pensava all’inizio. Più avanti negli anni, quando era già divenuto una star della fotografia di moda, più prudentemente ripeteva spesso: Black and White photography is an interpretation of reality. Fin da subito, una delle caratteristiche fondamentali del suo modo di fotografare era la spontaneità e la naturalezza che creava sul set di lavoro, grazie a una notevole sincronia interiore con le protagoniste degli scatti. Questa empatia con le modelle, probabilmente legata al sentimento di protettiva amichevolezza e ammirazione nei confronti della bellezza femminile, si rivelerà uno dei tratti determinanti del suo esplosivo successo nella moda che arriverà dopo pochi anni dopo il suo trasferimento a Parigi nel 1978.

Dopo una decina di anni, nell’ambiente delle redazioni era già una leggenda. Tutti i più grandi stilisti che negli anni ottanta/novanta erano alla ricerca di una nuova figurazione del femminile, utilizzarono lo sguardo amichevole e partecipativo di Lindbergh che restituiva al lettore, una idea di giovinezza ammantata di una purezza che tutti sapevamo essere fasulla, ma alla quale volevamo credere. Le sue campagne per Kawakubo, Yamamoto, Armani, solo per citarne alcune, erano dei capolavori di poesia visiva.

Guardate, per esempio, la foto 6. Non chiedetemi di datarla. Non me ne sono mai preoccupato. Per me, in questi casi, è la dimensione di eternità che conta. È solo una foto di moda? Forse sì, ma a patto di dimenticarci subito tutto ciò che credevamo di sapere sulla moda. È una immagine che interpreta in modo encomiabile l’idea del femminile che aveva maturato Kawakubo a partire dagli anni ottanta. Ragazze romantiche, severe ma non arroganti, dolcezza e forza che insieme smuovono una dimensione dell’essere che di liquido ha solo l’esteriorità che qui viene evocata dalla vaporosa solitudine di una spiaggia. Le ragazze Kawakubo/Lindbergh narrano storie di singolarità duali, identità che trovano la propria consistenza nel fare gruppo senza però divenire massa.

 

Foto 6- Lindbergh per Comme des Garson
Foto 6- Lindbergh per Comme des Garson

 

Una fotografia, lo sappiamo bene, è una narrazione che non ha un inizio o una fine, se non nella mente di chi l’osserva. Noi cogliamo la storia che vuole raccontarci, in un punto imprecisato che sta nel mezzo. In questa metà dell’itinerario di una storia, nascono le visioni che embricano nell’immagine significazioni che funzionano come le tegole che ricoprono un edificio: configurano uno spazio protetto nel quale può abitare una emozione, una passione… protetto da cosa? Da un eccesso di pensiero linguistico, suppongo.

Lindbergh è un maestro di questo momento mediano che ci dà l’illusione di essere sospesi in un mondo senza tempo (senza il tempo della nostra esperienza ordinaria, voglio dire), nel quale nasce la possibilità di una o più storie.

Guardate una delle tante foto che scattò per Yamamoto (foto 7).

Al posto del mare abbiamo la bruma mattutina che esala da un territorio selvaggio. La modella sembra corrucciata, lo strano ombrello che tiene tra le mani è un geniale rappresentante rappresentativo del grumo di emozioni che l’attraversano. La nostra intuizione dunque crea il sentiero lungo in quale si muove una narrazione. La foto la rende possibile ma non la certifica (cioè potremmo inventaci altre storie compatibili con la situazione). Da cosa dipende la possibilità di una storia? Dipende dalla giustezza del punto mediano, dalla sospensione che crea il vuoto riempito dall’emozione il cui effetto è la nascita dello spazio-tempo della narrazione.

Intendiamoci, non sto dicendo che Lindbergh ha inventato tutto ciò; semplicemente riconosco nel suo stile, la magistrale interpretazione di uno dei tratti determinanti che trasformano un reportage in capolavoro.

Foto 7- Lindbergh per Yamamoto
Foto 7- Lindbergh per Yamamoto

4. Oltre ai tratti di stile fotografico sui quali mi sono soffermato, Lindbergh focalizzò l’attenzione del pubblico sul suo lavoro grazie all’efficacia di altri fattori, ripetutamente sottolineati da giornalisti, critici e nelle interviste che lo vedevano protagonista. Mi piace sintetizzarli e descriverli secondo tre dimensioni operative:

A. La sua scelta di fotografare spesso modelle a gruppi, si rivelò azzeccata in un decennio caratterizzato da un neo tribalismo metropolitano, dilagante tra i giovani. Osservate la foto 8. Si tratta di una messa in scena che il fotografo replicherà un’infinità di volte. Con il senno di poi è facile capire che in questo modo, dal punto di vista della fruizione, stimolava una identificazione non solo al sembiante di una singolarità ideale (come avviene nei ritratti), bensì spingeva il soggetto a riconoscersi in un discorso dal sapore generazionale.

Foto 8- Peter Lindbergh
Foto 8- Peter Lindbergh

 

B. Un’altro fattore sul quale si è detto e scritto molto, è relativo a chi erano le modelle con le quali il fotografo elaborò i ritratti generazionali che contribuirono al suo successo. Si trattava di un gruppo di giovani ragazze di notevole bellezza e personalità. Grazie al fotografo, si dice, divennero delle icone della moda, costringendo critici e giornalisti a inventare una nuova categoria lessicale per classificarle. Sembra che il termine top model derivi appunto da questa passione dello sguardo, scatenata dalla particolare messa in scena ideata da Lindbergh (vedi foto 8), rinforzata in seguito grazie agli innumerevoli reportage pubblicati sulle edizioni più importanti di Vogue che spesso avevano come protagoniste le stesse ragazze. Anche se molti ritengono sia stato soprattutto Versace con le sue acclamatissime sfilate, per le quali scritturava a costi esorbitanti le modelle più famose, a generare l’incidente semantico che diffuse fino all’abuso il termine citato, non possiamo trascurare il fatto che fu Lindbergh a consegnarle all’immaginario della moda fin da quando erano giovanissime. Nel 1991 il fotografo girò un corto intitolato Models-The Film nel quale raccontava il gioco a due tra lui nel ruolo di un neo Pigmalione e coloro che funzionavano da muse ispiratrici per la sua arte, ovvero Noemi Campbell, Cindy Crawford, Linda Evangelista, Christy Turlington, Stephanie Seymour, Tatiana Patitz. È interessante prendere atto che, quando per la prima volta le scritturò, queste ragazze non erano certo famose. La sua scelta dipendeva dal fatto che secondo lui non rappresentavano affatto l’ideale di perfezione che ossessionava la moda. Consentitemi di chiarire questo punto: Lindbergh, non ha mai nascosto la sua passione per donne attraenti e nemmeno possiamo considerarlo un temerario che pur di scioccare il sistema moda avrebbe fotografato delle bruttone allo sbaraglio. Aveva bisogno ovviamente di belle ragazze ma, ciò che rifiutava, era la loro trasformazione in sembianti di una bellezza artificiosa, artefatta al punto da risultare lontanissima da quella di una ragazza del vasto pubblico della moda. Allora, per farla breve, possiamo immaginare che il suo problema assumesse questa forma discorsiva: come faccio a tenere insieme la legittima aspirazione della moda a proporre modelli di bellezza ai quali identificarsi e al tempo stesso farli apparire imitabili quindi vicini alle altre donne? La soluzione che trovò passava attraverso “la trionfal porta del ritrarre dal naturale”(Francesco Datini, mercante pratese del trecento). Se osservate le foto 9/10, credo possiate comprendere facilmente il concetto di bellezza che in una fase decisiva per la propria carriera, Lindbergh propose agli art director delle riviste di moda.

Foto 9 - Peter Lindberg
Foto 9 – Peter Lindberg

 

Foto 9 - Peter Lindberg
Foto 10 – Peter Lindberg

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Le foto ritraggono le famose top model. Ma il bianco e nero, la mancanza di arroganza, l’aria amichevole, la naturalezza, il look minimalista ce le restituiscono come ragazze concrete, forti, determinate. Si può dire che Lindbergh con innumerevoli scatti di questo tipo, abbia intercettato un bisogno di purezza che andava diffondendosi tra i soggetti femminili che non si ritrovavano più nelle idealizzazioni barocche delle foto glamour del periodo e meno che mai nelle provocazioni erotiche che si ispiravano a Helmut Newton.

Grace Mirabella, direttrice di Vogue America, rifiutò le foto, considerandole insignificanti e troppo banali per eccitare il desiderio di bellezza che secondo lei la rivista doveva in qualche modo innescare. Era il 1987, credo, e la direttrice sopravvisse a queste sciocchezze solo pochi mesi (la posizione che assunse contro il fotografo, era un drammatico indizio del fatto che Grace Mirabella aveva perso il contatto con gli spiriti animali della moda ovvero con le narrazioni emergenti che puntavano a smarcare dalla forzatura del sexy un modo di essere donna più spontaneo e libero). Fu bruscamente licenziata, e al suo posto arrivò Anne Wintour che, certo non per caso, scritturò la sua prima copertina di Vogue a Lindbergh (foto 11).

Foto 11- Peter Lindbergh per Vogue America diretto da Anne Wintour
Foto 11- Peter Lindbergh per Vogue America diretto da Anne Wintour

Il fotografo ritrasse una modella in jeans scoloriti con la pancia scoperta che senza alcuna affettazione modaiola passeggiava per le strade di New York. Eravamo nel 1988, la copertina fece scalpore, Anne Wintour aveva capito tutto.

Negli anni ‘90 Lindbergh firmerà tantissimi reportage straordinari. Anche se devo aggiungere che, a mio avviso i più rappresentativi del suo stile li produrrà per Franca Sozzani, divenuta direttrice di Vogue Italia suppergiù nello stesso periodo in cui Anne Wintour arrivò a dirigere l’edizione americana. Entrambe si dimostrarono all’altezza del difficile ruolo che erano state chiamate ad interpretare. Ma se posso permettermi una opinione personale, io credo che Franca Sozzani avesse molta più sensibilità per l’estetica della foto di moda rispetto alla collega americana, più pragmatica e alla fine fatalmente hollywoodiana e star system. Per anni, molti critici hanno considerato Vogue Italia la rivista di moda più bella al mondo. Io credo che il merito in buona parte vada ascritto al lavoro motivazionale e di regia della sua direttrice. Non mi sorprende scoprire che i servizi di Lindbergh che ricordo con maggiore facilità furono pubblicati sotto la sua supervisione.

Per ritornare alla questione centrale dalla quale ero partito, l’intuizione della foto di un gruppo di modelle fisicamente diverse dagli standard, portatrici di valenze estetiche che si compenetravano con un altro fascio di valori dal sapore vagamente etico come spontaneità, sincerità, naturalezza, narrate da uno stile fotografico senza orpelli, preciso come le lettere che fanno percepire la musica di una poesia e al tempo stesso consistente perché spalmato su scenari assaporati come reali, generarono l’effetto iconico che trasformerà il gruppo di ragazze citate in top model, garantendo a Lindbergh la notorietà del grande image maker.

C. Un ulteriore fattore che ha permesso a chi ama la fotografia di moda l’identificazione di uno stile sufficientemente riconoscibile per demarcare Lindbergh dal mare di immagini che ci sovrastano, è legato alla logica sottrattiva alla quale sottopone gli elementi strutturanti la particolare visione della moda che step by step deve produrre. Lindbergh detesta trucchi, make up pesanti, decorazioni, ornamenti non strettamente necessari. D’altronde come potrebbe ambire a trasmettere un messaggio impregnato di sincerità, spontaneità, senza toccare le fondamenta barocche della rappresentazione della moda? Anche quando passa dal bianco nero al colore, si coglie benissimo il suo sforzo di togliere l’eccesso di passione che normalmente ci fanno percepire i colori.

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 Peter Lindbergh
Foto 12- Peter Lindbergh

Se osservate la foto 12, spero intuirete facilmente cosa voglio dire quando parlo di logica sottrattiva. Le note di colore sono straordinariamente precise. Tuttavia il mood che ci trasmettono, familiarizza con il sentimento di verità fotografica che sembrerebbe implicato nel bianco/nero. È chiaro che noi vediamo normalmente il mondo a colori, le cose hanno una loro specifica identità non solo perché hanno una forma ma anche perché ci trasmettono fotoni di luce riflessa che il nostro cervello differenzia attraverso la scala dei colori. Ma la fotografia efficace non è sempre una riproduzione perfetta di ciò che vede il nostro occhio. Con uno scatto piuttosto che un’altro, un autore seleziona o orchestra gli effetti della luce secondo una gradazione di significati visivi che riconosciamo, secondo determinati rispetti, come dei corrispondenti del reale ordinario, ma anche come l’espressione di qualcosa di specificatamente fotografico. A me sembra di capire che Lindbergh quando scatta a colori tenta di restituirci i medesimi equivalenti semantici delle sue foto in bianco/nero. Per raggiungere questo effetto di senso, sfrutta al massimo la luce naturale, probabilmente quella dell’alba o della prima mattinata; e crea set nei quali i pesi visivi degli elementi portatori di colore sono bilanciati dagli spazi o dagli elementi neutri che hanno il compito di mantenere il senso complessivo della messa in scena, sotto un registro emozionale che evita i superlativi, l’eccitamento forzato, l’evaporazione dei contenuti per surriscaldamento cromatico.

 

5. La grande mostra presentata da La Venaria Reale di Torino, ricca di 220 immagini, aperta al pubblico fino al 4 febbraio 2018, è una eccellente occasione per farsi una idea dell’itinerario artistico e professionale di Lindbergh, dagli inizi sino a oggi. Si intitola A different vision of fashion photography. Vi troverete esposti una nutrita serie di mirabili scatti, in formato mostra, quindi realizzati con la qualità di stampa e l’ordine di grandezza che attivano modalità fruitive che permettono di godere maggiormente gli esiti delle idee dell’autore fattesi foto, rispetto ovviamente le stesse immagini stampate in un magazine.

INFO MOSTRA 

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

32 Responses to "Peter Lindbergh, a different vision on a fashion Photography"

  1. anna   28 novembre 2017 at 17:18

    mi sfugge il concetto di fashion vitalità form. chiedo chiarimenti

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   29 novembre 2017 at 19:32

      Anna ora sono impegnato. Ho speso il poco tempo che ho a disposizione per difendermi dall’accusa di ubriacarmi di vov e limoncello. Ti rispondo sulla questione che hai posto domani.

      Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 novembre 2017 at 11:16

      Pensavo di aver chiarito il concetto nell’articolo. Evidentemente mi sbagliavo. Proviamo a metterla giù in un altro modo. Nell’immaginario della moda ho creduto di osservare un momento di demarcazione sul quale dobbiamo riflettere: in pochi anni,nei trenta del novecento, l’imago Moda creata dalla fotografia è cambiata moltissimo; da una idealizzazione classicheggiante siamo passati a figurazioni di gesti, movimenti, positure del corpo estreme, disordinate, senz’altro innovative. Il mio campione di questa trasformazione è Munkacsi. Ora la domanda è: perché ha avuto successo? Come mai da quei giorni la nuova bellezza o bruttezza ha raccolto l’adesione di un pubblico femminile crescente? Come mai quello stile fotografico èrisultato più performante? Allora, spero che tu comprenda la necessità di trovare nuovi concetti con i quali tentare risposte migliori di quelle avanzate sinora. Da qui l’idea o la congettura del valore operativo di una Fashion Vitality Form. Ovvero che il taglio fotografico e la scelta di fissare il movimento in modo casuale di Munkacsi, generassero a livello di fruizione una impressione di vitalità, di energia, di passione. Chi mi ha ispirato questo concetto? Le Vitality Form furono ipotizzate dallo psicoanalista americano Daniel Stern, molto interessato ai problemi dello sviluppo infantile, per comprendere meglio il modo in cui noi interagiamo con gli altri. L’idea grosso modo è questa: il modo in cui produciamo azioni dipende spesso dal nostro stato interno. Eseguendole non possiamo fare a meno di comunicarlo agli altri. Quindi di conseguenza in ogni gesto o azione ci sarà un aspetto auto-referenziale (i nostri tumulti interiori) e un suo opposto che potremmo definire il riconoscimento dell’azione prodotta. L’osservazione di Vitality Forms ci permette di attribuire un significato specifico a routine di comportamento, per esempio ci consente di capire se l’umore dell’agente dell’azione è più o meno gentile piuttosto che più o meno aggressivo. Ora, questi aspetti legati al “come” rappresenta un elemento fondamentale del comportamento sociale.
      Il grande neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, lo scopritore dei famosi neuroni specchio per intenderci, ispirandosi a Stern, ha da tempo iniziato una ricerca per configurare le equivalenze neuronali di questo processo molto importante delle attività del vedere.
      Tieni conto che, la maggioranza degli studi sulla visione, sono stati concentrati sulle performance discriminatorie delle attività degli occhi. Insomma, noi normalmente pensiamo che la visione serva per percepire un oggetto o una immagine. Ma questo è solo un aspetto delle attività del vedere. Secondo Rizzolatti, e io sono completamente d’accordo con lui, il compito evolutivo primario dell’attività citata non è incorporare informazioni visive, bensì quello di agire in maniera appropriata sull’ambiente. Lo so benissimo che quando guardiamo una foto di moda ci sembra che il piacere della bellezza sia il suo significato dominante. Ma non è così: la bellezza potrebbe essere solo un epifenomeno. Potrebbero esserci altri scopi (non coscienti) più decisivi.
      In breve, tra gli stimoli visivi un posto particolare (per la mente profonda) è rappresentato dalle azioni degli altri esseri viventi. Queste azioni possono essere catturate in una immagine. Chiamiamole im-azioni. Queste im-azioni possono dunque divenire stimoli visivi cioè possono attivare
      Il circuito perc-azione, quindi una forma di attività più o meno equivalente a quella fissata dall’im-azione.
      Rizzolatti, ti dicevo sopra, studia le basi naturali delle Vitality Forms e scompone una azione in tre fasi:
      1. Meccanismo mirror ( corrisponde alla domanda: che cosa?;
      2. Meccanismo Who (il perché di una azione);
      3. Meccanismo How (l’aspetto più importante per i rapporti umani.
      Il meccanismo 3 corrisponde alle Vitality Forms.
      Spero che ora tu capisca il perché foto di moda che rappresentano azioni, meritino un approfondimento. E spero che tu comprenda il perché, malgrado la loro grande bruttezza (guardati le foto di Munkacsi e paragonale a quelle di Horst, Steichen etc..) siano risultate così esplosive tra il pubblico. Di passaggio ti ricordo che Harper’s Bazaar, grazie a Munkacsi e ai suoi emulatori, divenne una rivista che riuscì ad intaccare in profondità il dominio di Vogue (arroccata intorno a uno stile fotografico statico, scultoreo).
      Le Fashion Vitality Forms cambiarono il registro immaginario della moda, avvicinandolo all’impasto passionale, oggi dominante.

      Rispondi
      • Anna   30 novembre 2017 at 19:36

        Molto molto interessante. Riesce a concedermi un ulteriore commento esplicativo?

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   4 dicembre 2017 at 11:06

          E poi? Vuoi anche una siringata di sangue?
          Prova a pensare a tutta la faccenda in questi termini.
          Le prime foto di moda raffiguravano il corpo come se fosse una statua oppure fissato in un ritratto. Poi appariranno i primi gesti, le prime pose teatrali. Verso gli anni trenta il corpo della moda esplode in movimenti mai visti prima. Contemporaneamente comincia a trasudare passione. Nei settanta del novecento la passione diventa perversa. Fermiamoci qui.
          Ora, dal corpo-statua al corpo-passione, la moda ha aumentato o diminuito il suo potere? Lo ha certamente aumentato. La rappresentazione del corpo che ruolo ha giocato? Senza la foto di moda ciò che definiamo con la stessa parola, sarebbe stata la stessa? Quindi la moda si è espansa in ogni meandro della nostra vita grazie alla sua capacità di farci desiderare ciò che non sapevamo di desiderare. Questa promessa o obbligo a desiderare viene amplificato, tra le altre cose, dalla foto di moda. Perché? A quali condizioni? Come funziona l’induzione di passione attraverso un testo a dominante visiva?
          Bene, io tento di rispondere a queste domande perché, aldilà delle cose sono convinto che la vita dipenda da “processi” (cioè da mutamenti, trasformazioni etc.etc.etc.).

          Rispondi
  2. Antonio Bramclet
    Antonio   29 novembre 2017 at 09:38

    Un art ricco di suggestioni. Peccato per i troppi spazi bianchi. Ma le immagini sono quelle che si vedono in mostra a Torino? Sulle fashion vitality form la penso come Anna, cioè non ho capito un cazzo. Ma quando l’autore parla delle foto le racconta benissimo. Secondo me però ogni tanto beve e da ubriaco spara qualche machiavellica teoria.

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    • Luigi   29 novembre 2017 at 13:42

      Effettivamente l’ultima volta che l’ho visto era in un baraccio low cost seduto in un tavolo mentre imprecava perché non riusciva a collegare il computer con il wi Phi del locale. Stava bevendo qualcosa di giallastro, forse era vov o limoncello. Non mi sembrava del tutto a posto. Però il pezzo su lindbergh a me è piaciuto.

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      • romy   29 novembre 2017 at 14:19

        anche a me è piaciuto. però mi fa venire l’ansia. prima di arrivare a Lindbergh ce ne ha messo. non capivo dove volesse andare. Però se beve allora…

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        • Antonio Bramclet
          Antonio   29 novembre 2017 at 17:07

          Vov e limoncello! Che schifo. Il vov pensavo fosse estinto. Lo bevevano i miei bisnonni.

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          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   29 novembre 2017 at 19:21

            Mi fa piacere confermarvi che sì! Ogni tanto bevo 😙. Sono convinto inoltre che vi interesserà sapere che ogni tanto usufruisco della toilet e se ho a disposizione Tex Willer mi faccio anche il bidet🤓.
            Colgo l’occasione per notiziare Luigi con l’informativa relativa al bicchierone del presunto vov: in realtà si trattava di un pernod ovvero di un aperitivo all’anice che si consuma diluito nell’acqua ( ecco la ragione del bicchierone)😡.

  3. Karina P.   30 novembre 2017 at 14:54

    Devo dire che questo articolo è stato molto interessante dal punto di vista del contenuto, in quanto mi ha aperto nuovi orizzonti conoscitivi sul mondo sulla fotografia.
    Reputo che sia un processo più che naturale l’evoluzione della fotografia, in particolar modo di questo tipo di fotografia, perchè comunque i tempi sono cambiati, e mi viene da pensare che sia una cosa abbastanza naturale quella che è successa a Blumenfeld. Nonostante la sua fotografia sia di forte impatto, a mio avviso, non poteva certamente essere accettata dalle persone di quel periodo.
    È da ammirare come Peter Lindbergh riesca a fare tesoro di tutte le nozioni dei fotografi a lui precedenti e a riprenderli, in chiave se vogliamo dire leggermente nuova. Inoltre trovo che sia un elemento rilevante il fatto che sul suo set di lavoro riusciva a creare spontaneità e naturalezza, questo reso possibile dalla sincronia interiore che possedeva con le modelle. Non faccio fatica a credere che proprio questo sentimento di empatia che aveva nei confronti della bellezza femminile, gli ha garantito il successo e l’importanza che ha ora.
    Infine è molto interessante la scelta delle modelle per le sue fotografie, perché non è da tutti scegliere ragazze belle, ma pulite, particolari, al contrario dei canoni che di solito si hanno di una modella.

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    • Melissa P.   5 dicembre 2017 at 11:32

      A mio parere, il potere delle immagini, delle atmosfere ricreate dal fotografo, va oltre la scelta di volti “inusuali” e la creazione di una situazione spontanea e naturale sul set di lavoro, come leggo dal tuo commento. Trovo che tali affermazioni siano certamente vere ma che, da un determinato punto di vista, riducano l’importanza e la forza espressiva degli elaborati.
      Ciò che Lindbergh esprime va oltre. Sono emozioni che derivano dalla somma di innumerevoli fattori, forse inspiegabili a parole.

      Rispondi
  4. Irene P.   30 novembre 2017 at 18:26

    “Ogni fotografia racchiude in sé un’Avventura e una Sfida. L’Immagine e lo Sguardo si impegnano in un duello” e “nel breve attimo in cui lo Sguardo incrocia l’Immagine, il duello ha il suo svolgimento e conosce il suo esito. La posta in gioco è l’indifferenza o la Seduzione” (Massimo Di Forti). Ecco, guardando le foto di Lindbergh (foto 6- foto 7), direi che il duello è stato vinto dalla Seduzione. La capacità di riuscire a cogliere quel senso mediano che ci dà l’illusione di essere sospesi in un mondo senza tempo, come si afferma nell’articolo, è proprio quella che consente di se-ducere, cioè di condurre, spostare l’attenzione e l’emozione dell’osservatore verso un qualcosa di magico, indefinito che stimola a cogliere la storia e il mistero al di là del visibile. Allo stesso tempo un altro aspetto che colpisce delle sue foto è la naturalezza, libera da qualsiasi enfasi che presenta un modello di bellezza femminile più concreto e meno artificioso. Tuttavia tale modello di bellezza è comunque rivestito da donne molto belle e con tratti fisici ben diversi l’una dall’altra, perché una creazione di Moda continua ad essere essenzialmente una “cosa desiderabile” e, anche se le immagini sono più vive, libere e naturali, la fotografia di Moda resta pur sempre una rappresentazione di tale desiderabilità. Il bianco e nero, poi, è la caratteristica che amo maggiormente perché rivela la pura essenza del soggetto rappresentato.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 novembre 2017 at 18:38

      Vorrei chiederti: quando incontri il tuo principe azzurro gli fai una istantanea in bianco e nero per scoprire la sua essenza? Voglio dire, se ti ama oppure no, se è uno stronzo etc…Se l’evoluzione dell’occhio ha configurato quest’organo in modo tale da colorare la realtà ti pare possibile che la sua essenza dipenda dal bianco/nero? Evidentemente, il corto circuito che ti segnalo dipende tutto dall’uso d questa parola.

      Rispondi
      • Anna   30 novembre 2017 at 19:38

        L’intervento di Irene è bellissimo. Non sono d’accordo con la sua ironia.

        Rispondi
    • Karina P.   4 dicembre 2017 at 21:04

      Non sono pienamente d’accordo con Irene sul fatto che il bianco e nero sia sempre in grado di rivelare la pura essenza del soggetto rappresentato. Reputo che anche tramite i colori si riesca a rappresentare l’essenza delle cose, anzi forse tramite l’uso di più colori differenti si riesca ad esprimere meglio un’emozione.

      Rispondi
    • Lucrezia P   5 dicembre 2017 at 12:25

      Se posso dire la mia l’assenza di colore allontana dalla realtà, nonostante le premesse di intenzione: rende distanti dal verosimile, complica l’immedesimazione. Reputo che due soli colori, che poi sarebbe uno insieme alla sua assenza nelle diverse sfumature, siano altamente limitativi e colpevoli di celare una realtà a colori più incisiva e immediata. Lindbergh reputa la tecnica del bianco e nero un’interpretazione: condivido questa considerazione solo nel caso in cui essa sia l’effetto ambito. I motivi per cui egli opera con questa tecnica sono relativi ad altro, e in particolar modo nascono dalla sua continua ricerca per il perfetto bilanciamento (cromatico, effettuale e d’intensità), ma a parere mio, uscire fuori dalla comfort zone con colori ricercati e cromaticamente combinati, è una chiave alternativa e degna di valore.

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    • Margherita.P   5 dicembre 2017 at 21:46

      Non sono d’accordo sul fatto che due colori come bianco e nero possono rappresentare il soggetto in maniera più pura, anzi secondo il mio parere, il loro unico utilizzo possono limitare la vera rappresentazione. Il motivo per cui secondo me il bianco, la presenza di tutti i colori, e il nero, l’assenza di tutti colori, non possono esprimere la vera essenza di un soggetto, è che in esso sono presente varie sfumature che lo definiscono in modo più definito e preciso.

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    • Elisabetta Boldrini P   5 dicembre 2017 at 22:43

      Non sono del tutto d’accordo con Irene sopratutto sulle ultime frasi da lei scritte. Irene sostiene,infatti,che il bianco e il nero riescono a rivelare la pura essenza del soggetto rappresentato. Ragionamento del tutto giusto,però, a mio parere anche una foto a colori riesce a rivelare l’essenza del soggetto perché può svelare ad esempio un particolare impercettibile che nella foto in bianco in nero non era visibile. Di conseguenza una foto a colori può esprimere allo stesso modo quell’essenza del soggetto di cui parlava prima Irene.

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    • Antonio P   8 dicembre 2017 at 15:40

      Più che rappresentare la pura essenza del soggetto rappresentato credo che il bianco e nero sia in grado di proporci un’essenza alternativa che i nostri occhi non sono in grado di vedere , mostrandoci una realtà diversa.

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  5. Melissa P.   30 novembre 2017 at 18:52

    Avrei voglia di salire in macchina e guidare fino alla Reggia di Venaria.
    Vedere con i miei occhi, provare sulla mia pelle le emozioni che, Professor Cantoni, ha brillantemente espresso attraverso l’articolo.
    Ringrazio Peter Lindbergh per aver dimostrato che, in alcuni casi, l’immagine può superare la parola: le fotografie scattate in vetta alla celebre Torre Eiffel lasciano con il fiato sospeso, creano nello spettatore sensazioni contrastanti, sconosciute, inspiegabili.
    Il suo operato fu a tal punto rivoluzionario da costringere critici e giornalisti alla creazione di un nuovo vocabolo che potesse esprimere, chiaramente, chi fossero i volti sinceri ed anticonformisti scelti, le future Top Model.
    Trovo interessante il servizio dell’artista a Cara Delevigne per Interview Magazine (Parigi, 2013).
    Le immagini della modella, divenuta icona per il suo atteggiamento scomposto e la sua intemperanza, non rinunciano ad una marcata carica erotica resa però attraverso un modo di essere donna più impulsivo e svincolato.
    Mi domando dunque se è questo che si cela dietro l’enorme popolarità della ragazza, l’esigenza di verità.
    È questo che ha reso Lindbergh così celebre? L’intercettazione di un esigenza, la risposta ad un pubblico che necessita verità?

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   5 dicembre 2017 at 10:14

      Sono andato a rivedermi il reportage su Cara Delevigne, credo che Melissa abbia colto ciò che Lindbergh voleva trasmetterci: una sensualità dark fetish naturalizzata, senza doppi sensi: sto benissim col mio corpo, mi piace usarlo per eccitarvi, trovo bello che mi guardiate…Il resto sono fatti miei…Ciao ciao.

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  6. Lucrezia P.   5 dicembre 2017 at 12:07

    La fotografia di moda non deve imitare le arti visive ma deve creare qualcosa di scisso dalla banale mondanità e deve innescare nei suoi fruitori un desiderio percettibile seppur impalpabile. Per catturare l’attenzione, in un campo mediatico che pullula di contenuti moda, il fotografo del passato si è dovuto servire di un’esasperazione estrema della bellezza, i cui esiti possono essere considerati rivoluzionari o altresì antecedenti un flusso incontrollato di ricerche della perfezione che sfociano in problematiche sociali più articolate. Senz’altro la fotografia ha perso la sua forma di austera e sfolgorante poesia del vero, per riversarsi in un contenuto grafico d’impatto ma artefatto.

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  7. Letizia P   5 dicembre 2017 at 12:51

    A mio parere l’articolo è molto interessante. Credo che nella moda, in questo caso nella foto di moda, il fotografo abbia un ruolo fondamentale, in quanto da solo il vestito comunicherebbe molto poco. Il vero desiderio che scaturisce la foto di moda è dato dal contesto, dalle modalità, dalla modella, dai colori e non dall’abito in sè. Uno dei primi a intuirlo fu Erwin Blumenfeld. Egli capisce che per attirare l’attenzione bisognava riprodurre un’immagine con un’atmosfera surreale e la centralità dell’abito ridurla al minimo. Blumenfeld riesce a riprodurre l’aspetto surreale tramite : giochi di luce e di colori, giochi di volumi, prospettive e angolature. Su questa scia continua anche Peter Lindbergh. Egli per esempio fa due scelte fondamentali : la prima è quella di produrre le foto in bianco e nero, la seconda è quella di fotografare un gruppo di modelle. La scelta del bianco e nero la trovo una scelta geniale, poiché ritengo che la foto in bianco e nero evoca ricordi, in quanto è un colore associato al passato, per questo riesce in modo migliore a provocare un sentimento. La scelta del gruppo di modelle al posto della singola modella ma soprattutto la naturalezza ricercata, permette una maggiore identificazione da parte delle spettatrici. Come è citato anche nell’articolo, Lindbergh sceglie sempre modelle anche se non convenzionali ma sempre bellissime. Questo potrebbe essere contestato, perché si potrebbe pensare che quando c’è un buon soggetto è più facile che la foto sia bella. Mi piacerebbe vedere come Lindbergh riuscirebbe a valorizzare una foto con un gruppo di modelle definite non belle secondo i nostri canoni estetici.

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  8. ChiaraM P   5 dicembre 2017 at 19:42

    Peter Lindbergh è stato, ma lo è ancora tutt’oggi uno dei più grandi fotografi contemporanei. E’ così riconosciuto perché durante la sua carriera ha segnato, rivoluzionato, ribaltato la figura e la bellezza della donna. Come è stato detto anche nell’articolo, ha preso ispirazione da diversi maestri come Irving Penn, Don McCullin ma anche Blumenfeld e Marc Riboud, i quali hanno lasciato a loro modo un segno indelebile nella storia della fotografia di moda. Sin dai suoi primi esordi, Lindbergh ha sempre rifiutato l’uso del ritocco, per sottolineare che la vera bellezza non sta esclusivamente nell’accettazione di se stessi ma soprattutto nella consapevolezza di chi siamo realmente, nella nostra identità. Questo concetto di continua ricerca di autenticità ed essenzialità, lo ha trasmesso anche nella costante scelta di utilizzare il bianco ed il nero; perché sebbene il mondo sia percepito a colori, il bianco ed il nero sono capaci di trasmettere maggiormente la verità profonda dell’immagine, spogliata da ogni “eccesso” rendendola più sincera e reale. A mio parere ciò che lo ha reso così celebre è l’aver avuto la capacità di raccontare la donna nella sue verità, senza accessori superflui e libera dai vincoli della perfezione e giovinezza. L’esempio più recente è il manifesto della mostra “A Different Vision on Fashion Photography”, per il quale il fotografo tedesco ha scelto Kate Moss, lanciando una provocazione, come simbolo di eterna adolescenza, in uno scatto che la ritrae meravigliosamente segnata dal tempo.

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  9. Margherita P.   5 dicembre 2017 at 21:26

    “A different vision of fashion photography” è una mostra fotografica con oltre 220 immagini del celebre fotografo Lindbergh che attualmente si trova alla Venaria Reale di Torino. Il titolo della mostra contiene l’aggettivo Different, che rimanda alla sua personale visone della fotografia di moda.
    Il fotografo tedesco-polacco, infatti, ha contribuito a rivoluzionare alcuni cliché considerati immodificabili, come per esempio l’idea di fotografia in posa armoniosa, superando l’immagine algida sino a quel momento proposta sulle riviste per introdurre nuovi canoni di bellezza e armonia. La sua idea di immagine infatti, trova ispirazione al mondo cinematografico ed alla danza e questo suo gusto lo portano a esprimere una bella-disarmonia rendendo ogni scatto, unico e vero in grado di creare un forte impatto sul pubblico. Ciò che è disarmonico-imperfetto, sostiene Lindbergh, non è sinonimo di bruttezza anzi, spesso, può essere l’elemento in più che rende la modella, più vera e naturale, più vicina a noi e quindi in grado di attirare maggiormente la nostra attenzione.
    In questo modo Lindbergh ha creato un prototipo di fotografia che va oltre la semplice immagine. Essa infatti, è il risultato di una sincronia interiore che il fotografo sviluppa in modo immediato con le modelle creando un tipo di fotografia che rispecchia la sua percezione della bellezza femminile, in modo unico e del tutto personale.
    I suoi scatti, disinibiti e nello stesso tempo raffinati, hanno immortalato tutte le più importanti modelle degli anni ’90 come Cindy Crawford, Naomi Campbell, Linda Evangelista aprendo l’era delle top model le cui fame hanno superato i confini delle passerelle di moda.
    Per tutto ciò, Lindbergh ancora oggi deve essere considerato un’artista di riferimento, a cui tutto il mondo della moda deve molto.

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  10. Belinda P   5 dicembre 2017 at 22:18

    Erwin Blumerfeld è riuscito a catturare perfettamente la bramosia che suscita la foto di moda. Questo è dato dal contesto, dalle forme ,dai colori, dai movimenti e dai punti di vista più innovativi rispetto alle classiche foto armoniose e in posa.
    Infatti come riporta l’articolo lui è stato il primo a sperimentare l’efficacia di una bellezza estrema. Cerca di ricreare un ambiente in cui la foto non si concentra sull’abito ma sul set della stessa.
    Adotta alcune caratteristiche come la scelta del bianco e nero che per lui stava a significare l’avvicinamento più tangibile dell’immagine alla realtà. Ma qui non sono d’accordo perché penso che il colore tante volte esprima al meglio i concetti e le emozioni che quella fotografia ci vuole trasmettere. Se penso a questi colori, in una fotografia mi rimandano al passato , ad una cosa ormai finita senza potere di espressione.
    Anche Lindenbergh iniziò ad adottare il bianco e nero ,come già utilizzato da altri fotografi affermati.
    Del suo modo di fotografare trovo caratteristico il fatto di ricreare sul suo set un atmosfera naturale e spontanea adottando anche modelle che sono al di fuori dei nostri canoni estetici. La scelta di adottare bellezze fuori natura ,limpide e ricercate fu azzeccata ;a differenza di oggi che abbiamo un ideale di modella in parte diverso dal suo prototipo.
    Bisognerebbe catturare maggiormente questo aspetto e inserirlo nel contesto reale \attuale.

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  11. Elisabetta Boldrini P   5 dicembre 2017 at 22:22

    L’articolo tratta l’argomento della fotografia e della sua evoluzione nel corso del tempo. L’articolo si apre con la descrizione della carriera di Erwin Blumenfeld, più in particolare su un suo servizio fotografico sulla Torre Eiffel insieme alla modella Lisa Fonssangrives. Attraverso questo suo servizio Blumenfeld voleva fare un reportage spettacolare mai visto prima. Non fu visto,però,idoneo perché non trasmetteva quell’idea di bellezza del suo periodo. A mio parere il suo scatto traspirava un nuovo paradigma di bellezza che al quel tempo non era ancora accettato e ben visto.
    Sono rimasta affascinata,inoltre,dal talento di Lindbergh,il quale riesce sempre a scegliere delle belle modelle per le sue fotografie e in più riesce a mantenere il ricordo dei fotografi precedenti e riprendere da loro le informazioni per poi applicarle in maniera nuova nelle sue fotografie.
    La fotografia è una narrazione che non ha un’inizio ne una fine e attraverso la foto noi cogliamo una storia che vuole raccontarci e ci può dare l’illusione di essere sospesi in un modo senza tempo nel quale noi possiamo dare vita a una o più storie. La foto di moda,quindi, deve riuscire a creare qualcosa di nuovo diverso dal comune per far crescere un desiderio avvertibile.

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  12. VittoriaP   6 dicembre 2017 at 12:03

    Come già detto da alcune compagne anche io non sono pienamente d’accordo su ciò che ha scritto Irene. Il bianco ed il nero non esprimono la vera essenza di ciò che viene rappresentato, anzi essi mi riportano subito ad un contesto triste e cupo. Sono invece gli altri colori ad esprimere al meglio qualsiasi contesto e qualsiasi emozione.

    Rispondi
  13. Antonio P   8 dicembre 2017 at 15:28

    Come ben sappiamo il potere della fotografia è quello di trasformare l’oggetto in emozione , e sono proprio le emozioni a governare le opere di Peter Lingbergh , uno dei più importanti fotografi di moda viventi . Ciò che in particolar modo ha contraddistinto Lingbergh dai suoi colleghi , rendendo i suoi scatti ‘’ diversi’’ , è stato il voler allontanare , sciogliere il vincolo che legava la figura femminile all’idea di perfezione , proponendo una nuova forma di bellezza che si allontana dai canoni del passato , una bellezza autentica , semplice, reale.
    Ciò è stato reso possibile soltanto ricreando questa semplicità anche sul set di lavoro , attraverso una sincronia emotiva con i soggetti dei suoi scatti.
    Osservando le sue opere , mi è venuto in mente Roger Ballen, fotografo contemporaneo il cui modo di fare fotografia , nonostante sia molto differente da quello di Lingberh vuole allo stesso modo proporre una nuova forma di bellezza . Peter Lingbergh considera la fotografia in bianco e nero come un’ interpretazione della realtà , Roger Ballen sostiene che : ‘’ Black and white is a very minimalist art form and unlike color photographs does not pretend to mimic the world in a manner similar to the way the human eye might perceive. Black and white is essentially an abstract way to interpret and transform what one might refer to as reality’’.

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  14. Irene P.   9 dicembre 2017 at 15:13

    Ho letto i vari interventi sull’articolo relativo a Peter Lingbergh e devo dire che non ho niente da controbattere o da criticare su concetti che oggettivamente non possono che essere, dal mio punto di vista, condivisibili. Ringrazio il professore e i compagni per le loro osservazioni sul tema del bianco e nero come rivelazione della pura essenza del soggetto rappresentato nella foto. Tuttavia vorrei ribadire, a tal proposito, qualche concetto. Con la persona con cui vorrei condividere la vita, il cosiddetto “principe azzurro”, che penso di aver già incontrato, non basta certo un’istantanea né in bianco e nero né a colori per comprendere chi sia veramente, perché questo non riuscirà a farlo completamente neanche lui stesso. Siamo fatti di mille sfaccettature, sfumature, particolarità, colori che spesso non riusciamo a cogliere e a vedere dentro di noi, ma è anche vero che dall’unione dei colori otteniamo il nero e che siamo fatti di bianco e di nero (inteso come sintesi di tutti i colori). Siamo, insomma, doppi, come Dottor Jekyll e Mr Hyde, e spesso non sappiamo a quale dei due assomigliare, ma siamo anche uno, nessuno e centomila, come ci insegna Luigi Pirandello, dipende da chi pensiamo di essere, chi vogliamo essere, chi gli altri vogliono che siamo. Quindi, la sfumatura giusta, se non tra bianco e nero, dipende dalla situazione, dall’ambiente, da come in quel momento della nostra vita pensiamo di essere. Per questo resto convinta del fatto che il modo di vedere questi due colori, per me molto efficaci nella foto e nella riproduzione della realtà, resta legato al punto di vista personale che deriva dal proprio vissuto e dal cogliere in essi le mille sfumature dei colori della vita.

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  15. Greta P   9 dicembre 2017 at 18:43

    Reputo questo articolo molto interessante e adatto al giorno d’oggi in cui il lavoro del fotografo ha subito un’evoluzione assai notevole per poter restare al passo con i tempi.
    In quest’epoca in cui la bellezza effimera è molto più importante della bellezza interiore il fotografo assume un ruolo fondamentale per l’espressione dei valori della modella.
    Lindbergh è riuscito a portare questa bellezza su un’altro campo, ed ha “utilizzato” la modella sotto un altro aspetto, ha cercato di portare la seduzione in primo piano, quindi ha voluto far spostare l’attenzione dell’osservatore verso qualcosa di non chiaro che riporta sempre alla naturalezza e chiarezza della modella.
    La scelta delle modelle è molto interessante, perché non ha voluto solo fotografare delle belle ragazze, ma ha voluto ricreare sul set un clima di tranquillità e questo ha permesso alle modelle di posare con pose spontanee e naturali.
    Lindbergh quando aveva iniziato a fare il fotografo, le sue fotografie non erano apprezzate perché erano considerate di forte impatto e quindi per la società era difficile adattarsi e capire ciò che lui voleva trasmettere; questo perché il canone di bellezza di Lindbergh era lontano a ciò che erano solitamente abituati.
    Credo che Lindbergh riesca a trasmettere il ricordo delle foto dei fotografi precedenti e cercare di trarne informazioni per poi utilizzarle al meglio nelle sue fotografie.
    Per catturare l’attenzione il fotografo ora è quasi costretto dalla società ah dare una definizione di bellezza diversa, oggigiorno le ragazze sono continuamente esposte alla perfezione esteriore che hanno dato per scontato che è molto meglio valorizzare quella bellezza esterna rispetto a quella interna.

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