Il Potere della foto di Moda

Il Potere della foto di Moda

“Al suo apice, la fotografia di moda è l’erede di uno dei più frivoli ma grandiosi progetti: la creazione di una testimonianza di quell’alone del desiderio che sostiene l’umano bisogno di felicità, di serenità e di spensieratezza su questa terra”

Alexsander Liberman

“la macchina fotografica è stata un elemento decisivo
per imporre delle tipologie di bellezza”

James Laver

1.

Cecil Beaton - 1948
Cecil Beaton – 1948

Se la moda viene riconosciuta oggi come uno dei dispositivi maggiormente implicati nel buon funzionamento delle società di mercato, infatti senza il ritmo accelerato degli acquisti risulterebbe impossibile mantenere sotto controllo il PIL condannato alla costante crescita, lo si deve soprattutto al lavoro di amplificazione dei suoi effetti realizzato con la complicità della stampa e dei media.

E se è vero che la capacità dei media di cambiare, manipolare, eccitare le aspettative della gente fa sorgere più di un dubbio etico ai molti critici della post modernità, non possiamo disconoscere che senza di loro, probabilmente i cambiamenti di stile di vita decisivi per la crescita costante dei mercati, difficilmente avrebbero potuto realizzarsi.
L’impatto del mass media sulla gente è divenuto importante quando le tecniche di stampa, prima dell’invenzione della televisione e di Internet, hanno consentito la pubblicazione di immagini in gran quantità. E le immagini a loro volta hanno assunto una autorevolezza imbarazzante quando le riviste hanno potuto utilizzarle con la stessa facilità con la quale si stampavano le parole.
Infatti, per la generazione di fotografi plasmata dal vangelo estetico di Cartier-Bresson (Le moment decisif), esisterebbe un eterogeneo insieme di “fatti”, potremmo considerali dei frattali di storia, che approderebbero alla coscienza collettiva solo perché ci sono fotografie che li raccontano.
Da questo autorevole punto di vista, discenderebbe dunque il grande potere di testimonianza della fotografia e le responsabilità del fotografo. Come testimone sul campo, il suo valore etico corrisponderebbe a questa raccolta di frammenti del presente, restituiti grazie all’eloquenza di scatti impregnati di verità, all’eternità ovvero alla Storia.
Ancora oggi, il potere di testimonianza delle immagini, viene considerato l’essenza del giornalismo colto.

La foto di moda nasce in un contesto intellettuale lontano dal discorso sulla fotografia impegnata. Sia Edward Steichen che Mr. Condè Nast osservano le immagini fotografiche da una angolazione completamente diversa. Il primo compie la sintesi tra estetizzazione dell’oggetto couture e la comunicazione dei suoi tratti pertinenti, aggiungendovi una estrema cura degli effetti visivi e una interpretazione soggettiva che evidenzierà il potere manipolatorio della fotografia relativamente al processo di fruizione immaginaria dell’oggetto moda.
Il secondo, perfettamente cosciente dell’istanza manipolatoria configurata dalle scoperte visive di Edward Steichen, trasformerà la fotografia di moda e Vogue nello strumento fondamentale per dominare i ritmi e l’assiologia dei mutamenti della moda, dall’esterno del sistema produttivo primario (in altre parole, l’esperienza di Vogue insegna che il comando delle operazioni da un certo punto in poi, non si trovava più nelle maison, tra i creativi e tantomeno nel sofisticato pubblico della couture; il centro della propagazione delle mode passò nelle mani di chi controllava la comunicazione).
L’istanza manipolatoria della foto di moda implicava la riconfigurazione degli ideali di bellezza moderna e una pratica costruttiva degli effetti che privilegiava sistematicamente il lavoro nell’atelier del fotografo rispetto all’incontro e alla sincronizzazione con il reale, considerato dalla straight photography in poi, un principio non negoziabile di autenticità, coerenza e serietà. Si comprende facilmente l’ostilità dei maître à penser della fotografia come testimonianza, nei confronti di un nuovo genere di immagini che faceva della falsificazione della realtà un potente dispositivo di induzione passionale, capace di trasformare in profondità le disposizioni del fruitore dell’immagine.
Di conseguenza l’uso della fotografia della moda non poteva che essere relegato in una sorta di limbo che, quando andava bene, la trasformava in un messaggio tutto sommato innocuo. Per i più intransigenti appariva invece come una aberrazione dell’essenza della fotografia e una inaccettabile volgarizzazione.

Ora, nessun dubbio sul fatto che la fotografia come testimonianza del reale, narrando in modo potente le ragioni della verità, reciti un ruolo importante sull’attuale scena storica.
Ma questa evidenza non dovrebbe rimuove il grande potere che nasce dalla possibilità di mentire.
Possiamo dunque inserire la foto di moda all’interno di dimensioni eccedenti le figure del potere (di dire la verità su ciò che si presenta davanti all’obiettivo come reale) tradizionalmente attribuite all’essenza delle immagini fotografiche; dimensioni che pur configurandosi in qualcosa di falso, incontrando tuttavia una straordinaria partecipazione sociale, rivelano una presa sulla realtà altrettanto efficace.
Il vero problema è capire quale livello di reale mette in movimento la studiata falsificazione della realtà che caratterizza la foto di moda.

Viki Goldberg, nel suo The Power of Photograpy (Abbeville Press, 1991), sostiene che “photographs have a swifer and more succinct impact than words, an impact that is instantaneous, visceral, and intense. They share the power of images in general, which have always played havoc with the human mind and heart, and they have the added force of evident accuracy”.
Secondo l’autrice dunque l’immagine fotografica oltre a dire qualcosa di sostanziale sulla realtà, grazie al suo impatto, contribuisce ad affermare ciò che sembrerebbe documentare.
Il fatto che le immagini rappresentino ben più di una semplice evocazione o rappresentazione del potere di testimonianza, è confermato dall’ostilità che religioni come l’ebraismo e islamismo hanno da sempre, nei confronti di chi voleva raffigurare la divinità. Anche il cristianesimo, quando era l’espressione di una forza coercitiva sulla società, con le dovute eccezioni, ha sempre visto con sospetto la proliferazione di immagini non sottoposte ad un accanito controllo.
Ma perché le immagini possono contenere un potere così sovversivo? Secondo David Freeberg, autore di The Power of Images: Studies in the History and Theory of Response (University of Chicago Press, 1989), la propensione della nostra mente ad attribuire felt efficacy alle immagini, dipenderebbe in buona parte dalla loro exactly lifelike, ovvero, sostiene l’autore, dovremmo prendere molto sul serio una efficacia senziente in qualche modo motivata dal realismo della fotografia.
Ma nel nome del realismo si sono spese troppe parole per teorie che ci hanno confuso le idee. Che tipo di realismo potrebbe essere implicato negli effetti della foto di moda?
Nessuno, a mio avviso, ha messo a fuoco questo aspetto delle immagini fotografiche meglio di Roland Barthes nel suo celebre libro, La camera chiara (Einaudi, 1980). Si tratta di una ricerca che trascura gli ambiti semiologico e psicoanalitico degli scritti precedenti dell’autore, a favore di una visione fenomenologia dell’atto fotografico e dei suoi effetti. L’autore non è interessato a sviluppare il suo pensiero a partire dalla foto di moda. La sua interpretazione ha come obiettivo cogliere ciò che in una foto travolge la nostra coscienza di essa (effetto studium ), trasformando la certezza di una presenza, in una risposta passionale che definisce l’effetto punctum di una immagine.
La fotografia – scrive Barthes – rende l’oggetto presente e assente nello stesso tempo: “Ora, ciò che io ipotizzo nella Fotografia non è soltanto l’assenza dell’oggetto, ma anche, sullo stesso piano e all’unisono, che quell’oggetto è effettivamente esistito e che è stato lì dove lo vedo. Ecco la follia è proprio qui; infatti fino ad oggi, nessuna raffigurazione poteva assicurarmi circa il passato della cosa, se non per riferimenti ad altre cose; invece con la Fotografia, la mia certezza è immediata…”.
Barthes definisce realismo folle la proprietà di ogni fotografia di essere falsa a livello di percezione e al tempo stesso vera a livello del tempo.
In cosa consiste questa follia? Interrogandosi sulle immagini che in qualche modo lo avevano colpito, Barthes, ipotizza a livello di ricezione l’improvvisa emergenza di un sentimento amoroso…”Attraverso ognuna di quelle immagini, infallibilmente, io andavo oltre l’irrealtà della cosa raffigurata, entravo follemente nello spettacolo, nell’immagine..”.
Come può una forma di vita basare il suo sviluppo su immagini che, come scrive Barthes, aprono la porta alla follia?
L’ingegnosa ipotesi dell’autore è che la società normalizzi questa follia facendo della fotografia un’arte.
“In effetti – scrive Barthes- la fotografia può essere un’arte: quando in essa non vi è più alcuna follia”.
L’altro mezzo per far rinsavire la fotografia è di generalizzarla: tutto si trasforma in immagini. Infatti, come scrisse acutamente Guy Debord, oggi si producono e si consumano soprattutto immagini. “Il godimento passa per l’immagine, ecco il grande mutamento”, scrive Barthes e questo rovesciamento ha fatto emergere una questione etica. Il problema che ha ossessionato molti commentatori della post modernità, tra i quali dobbiamo annoverare il già citato Debord, seguito negli anni settanta da Baudrillard, non ha più riguardato tanto la questione dell’immoralità delle immagini, bensì il fatto che esse, generalizzandosi, derealizzano completamente il mondo umano dei conflitti e dei desideri.
In altri termini, a livello empirico sembra che le immagini illustrino e descrivano il mondo. In realtà con la loro straordinaria diffusione esse tendono a prendere il posto delle credenze, dei discorsi, dei miti. Consumando soprattutto immagini la nostra società appare meno fanatica rispetto alle forme di vita del passata, ma paga la sua presunta liberazione dalle grandi narrazioni ideologiche con una sua inautenticità di fondo.
C’è un ulteriore aspetto, non rilevato da Barthes, che ci permette di capire un ulteriore limite al potere delle immagini.
Un mondo che generalizza le immagini fotografiche produce anche la loro saturazione.
Susan Sontag nel suo celebre libro dedicato alla fotografia (Sulla fotografia, Einaudi) faceva notate che un evento conosciuto grazie ad essa ha la proprietà di sembrarci più reale di quanto lo sarebbe stato se non le avessimo mai viste, ma se siamo ripetutamente esposti alle stesse immagini ecco che l’effetto in-più-di-reale si dissolve.
Potremmo concludere provvisoriamente queste riflessioni dicendo che la fotografia di moda pur accettando la critica di una sua inautenticità costitutiva, ha sfruttato l’impatto segnalato dagli autori citati e quindi ha approfittato certamente di un potere inedito orientato a smuovere il desiderio. Ma nello stesso tempo il suo successo mediatico ha contribuito allo svuotamento veloce della sua potenziale “follia”.

2.

Arthur Elgort - 1971
Arthur Elgort – 1971

Siamo partiti dalla fotografia in senso lato, per arrivare alla moda. Abbiamo visto che le immagini fotografiche hanno un rapporto con la realtà affatto pacificato. Il loro impatto va oltre il valore di testimonianza e presuppone assunzioni etiche/estetiche in difesa della verità altrimenti compromessa. La foto di moda ha sfruttato questo potere imponendo una sua visione etica centrata sulla stimolazione del desiderio.

Facciamo ora il percorso inverso, ovvero dalla moda alla fotografia.
Quentin Bell, autore di pregevoli studi sulla moda, sosteneva che: “Fashion for those who live its empire is a force of tremendous and incalculable power. Fierce, and at times ruthless in its operation, it governs our behavior, informs our sexual appetites, colors our erotic imagination, makes possible, but also distorts, our conception of history, and determines our esthetic valutation” (On Human Finery, The Hogart Press, 1947).
Ora, l’autore con parole forti presenta la moda come un meccanismo proattivo nei confronti della realtà. La moda è un agente trasformatore e la sua forza possiamo considerarla come un potere. Tuttavia, se osserviamo la concezione che ha della moda il senso comune, possiamo notare che la gente raramente la pensa come se fosse un reale potere. Gli individui sono certamente attratti dagli “oggetti” che ne portano le stigmate, ovvero amano le cose della moda soprattutto in funzione dell’esercizio quotidiano del vestirsi per meglio presentarsi sulla scena sociale. Nessuno contesta l’importanza della moda per quanto riguarda le decisioni dei modanti sulle preferenze nell’abbigliamento e negli accessori. Ma più dell’immagine del potere la gente sembra associare le foto di moda alla libertà di scegliere il look preferito.
Tuttavia, se passiamo dalla fruizioni di “oggetti” ad interrogarci sul “processo” che li impone all’attenzione del pubblico, sembra difficile contestare le parole di Quentin Bell.
Ma, dobbiamo introdurre un passaggio che l’autore citato non aveva colto: dal punto di vista del processo (e non delle cose della moda), l’efficacia passa attraverso la trasformazione dell’oggetto moda in una immagine-dispositivo.
Senza questa sintesi aggiuntiva la moda non avrebbe mai potuto diffondersi al punto da diventare qualcosa che caratterizza la nostra forma di vita.
La moda quindi, grazie alle sue protesi simboliche, è una forma di potere, il cui funzionamento trascende il fascino dell’oggetto (o del prodotto).
Infatti, se osserviamo il come un insieme di merci a dominante estetico/estesica prendono posto nell’avventura umana, siamo costretti a prendere molto sul serio l’ipotesi di una sostanziale autonomia delle immagini per quanto riguarda l’efficacia della loro necessaria comunicazione. Per chi opera nella moda e per chi la consuma con maggiore piacere, sembra che le parole per raccontarla abbiano scarsa importanza. Al contrario l’immagine esemplare di un prodotto viene pensata come una tattica per scatenare attenzione, interesse, emozioni… Dopo di che, l’azione di acquisto diverrebbe una conseguenza collaterale scontata.
Potremmo pensare il potere della foto di moda come il risultato degli effetti dell’efficacia simbolica delle immagini pertinenti alla modazione. In altre parole, il loro fine sarebbe il cambiamento di disposizione del fruitore nei confronti del significante-moda imbricato nel testo visivo configurato da un image maker.
Uso il concetto di efficacia simbolica nel senso datogli dal celebre antropologo Claude Levi-Strauss, nel suo celebre libro intitolato Antropologia strutturale (Il saggiatore, 1956). In alcune pagine divenute famose l’autore si interrogava sul perché lo stregone riuscisse là dove il medico occidentale falliva: come mai procedure non lineari (ai bordi della razionalità) riescono a curare con più efficacia rispetto la medicina scientifica? Dobbiamo immaginare, scriveva l’antropologo, che il racconto mitico, la gestualità rituale dello stregone aldilà del significato immediato, in qualche modo si trasformi in un dispositivo di induzione passionale che fornisce al soggetto malato la forza per vincere il dolore.
A partire da queste considerazioni, possiamo concepire il potere della foto di moda come l’azione trasformatrice di un dispositivo che attraverso l’attivazione di processi passionali può arrivare a ristrutturare la disposizione dei modanti (definisco modante il soggetto della modazione ovvero della “moda in processo”).
La componente mitica elaborata dal dispositivo fotografico è la bellezza ideale dell’altro, sottoposta alla costante deriva delle narrazioni che ne rinnovano l’efficienza.
L’imago del mio simile, rivestita di prestigio e bellezza, rappresenta una potente sfida per il desiderio, che se ben sfruttata può includere nel suo spazio molto di più che banali informazioni o contenuti comunicazionali. Una foto di moda ben riuscita riempie lo spazio di passioni significanti (per la vita del soggetto preso nell’ingranaggio).
L’efficacia simbolica di una fotografia indovinata può dunque trasformare il fruitore in un soggetto desiderante.

Aldo Fallai per Giorgio Armani - 1989
Aldo Fallai per Giorgio Armani – 1989

3. Le riviste di moda sono state le prime a scoprire il potere dell’anticipazione dell’immagine nei confronti del desiderio di mutare il proprio aspetto, anche se, ricordiamolo, fino agli anni cinquanta, il lavoro delle grandi redattrici di moda era, in termini di prestigio, superiore a quello degli image maker.

Per esempio difficile immaginare lo strabiliante successo di Christian Dior senza la collaborazione di Carmel Snow (e Harper’s Bazaar) che coniò per la sua prima collezione, l’espressione New Look; per non parlare dell’influenza che ebbe Diana Vreeland su couturier e fotografi, prima come fashion editor durante la sua esperienza in Harper’s Bazaar e come Editor in Chief di Vogue dopo.

Proprio a partire dal New Look esplose la prima grande generazione di fotografi di moda vissute da milioni di persone come autentiche celebrità: Avedon, Penn, Maywald, Beaton, Klein…solo per fare alcuni nomi.
C’è da dire che la legittimazione popolare e commerciale del fotografo di moda era fortemente ridimensionata dalle élite intellettuali, tutte schierate dalla parte dei vangeli fotografici promossi da grandi fotografi come Cartier Bresson.
Si riconosceva il potere della foto di moda, assumendo però come limite la sua sostanziale inautenticità, la sua strutturale menzogna, l’oltraggio che perpetrava nei confronti della “verità” fotografica.
Un potere quindi che appariva ridicolo se non proprio negativo, da momento che rifletteva l’abisso di banalità dalle quali il fotografo di moda non poteva smarcarsi.

Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Molti fotografi di moda espongono regolarmente le proprie immagini nei musei più importanti. Spesso in questi luoghi dedicati all’accumulo e alla presentazione di “oggetti” artistici, ammiriamo scatti mai pubblicati dagli editor delle riviste che in un certo qual modo li hanno resi possibili.
Alcuni fotografi considerano la possibilità di mostrare i propri scatti liberi da scelte editoriali come una sorta di rivincita nei confronti di redattrici o art director incapaci di apprezzare il valore di un’immagine in sé, essendo legati in modo indistricabile a ciò che definiscono il mercato dei lettori e le esigenze dei brand della moda che forti di investimenti pubblicitari importanti, interferiscono con gli aspetti redazionali dei magazine.
Comunque si voglia giudicare questo aspetto delle riviste di moda molto criticato dai puristi del giornalismo, dobbiamo tenere presente che, raramente una mostra di fotografie di moda ha fatto pensare a mutamenti del gusto da parte del pubblico.
Non ci sono dubbi invece sul fatto che le riviste di moda, nel corso del novecento abbiano influenzato pesantemente le preferenze dei loro pubblici.
Come dobbiamo valutare la differenza tra l’esibizione museale di una fotografia e la sua eventuale pubblicazione su di un catalogo, con la stessa immagine pubblicata su di una rivista?
Se miriamo a valutare l’effetto dell’immagine su un vasto pubblico nei termini di catalizzazione del desiderio connesso con gli effetti della moda, sembra evidente che sia la seconda forma a dover essere il vero oggetto d’indagine.
Diviene quindi importante prendere sul serio il lavoro redazionale che, a partire da una serie di fotografie, effettua una operazione di “messa in testo” suscettibile di alterarne in qualche misura il senso.
I fotografi di moda, quando lavorano per le riviste, accettano che le loro immagini possano essere modificate per poter essere assimilate dallo stile grafico in quel momento dominante, per dare una identità visuale al magazine.
Di solito i direttori delle testate di moda scelgono i propri fotografi di riferimento per il loro talento creativo e la reputazione conquistata sul campo. Ma raramente accade che essi siano lasciati liberi di operare in totale autonomia. Le immagini pubblicate su una rivista di moda sono quasi sempre il risultato del lavoro di professionalità molto diverse: la modella, la stylist, l’esperto in make up, l’air stylist, l’art director, il grafico esperto in ritocchi, il fashion editor… Scrive Nathalie Herschdorfer, nella sua introduzione al libro Fashion (Contrasto, 2012), dedicato a Vogue: “L’industria della moda è un mondo complesso, e l’elenco dei crediti che compaiono accanto al nome del fotografo diventa sempre più lungo. Oggi preparare un servizio fotografico per Vogue equivale quasi a fare un film, e può arrivare a coinvolgere fino a cinquanta persone, con sessioni infinite e budget astronomici negoziati dalle agenzie”.
L’autrice, inoltre sottolinea che, sin dai tempi di Condè Nast e di Edna Chase (mitica direttrice di Vogue dal 1914 al 1952), nei casi in cui le immagini prodotte non corrispondessero allo stile editoriale della rivista, era pratica abituale criticare apertamente il lavoro di fotografi che per noi, oggi, appartengono alla ristretta cerchia dei grandi maestri della fotografia di moda.
Horst P. Horst, Cecil Beaton, Hoyningen-Huene, Blumenfeld e tanti altri, impararono in fretta la differenza logica tra scatto creativo autoreferenziale e il concetto di foto di moda maturato dall’intrusivo editore di Vogue.
Secondo Mr. Condè Nast una fotografia doveva certo rappresentare un modello di bellezza ideale per le lettrici, ma doveva anche mostrare come un abito era fatto e come poteva essere indossato.
Una foto di moda dunque dipendeva da una trama significativa interna al campo di forze visuali dell’immagine.
Il lavoro di impaginazione, fatto anche di tagli e manipolazioni che i fotografi puri consideravano un oltraggio, inseriva le immagini in una sequenza parole-immagini a sua volta responsabile di un livello di senso che trascendeva il valore di ogni singola foto.
In altre parole, chi lavorava in un contesto editoriale, indovinò presto l’efficacia di sequenze che trasformavano le immagini in racconti visivi che avevano come trama implicita “la bellezza dell’altra donna”, interpretata da un corpo improbabile (e quindi molto informativo per l’occhio) di colpo trasformato in un simbolo di perfezione.
A partire da queste considerazioni cosa possiamo congetturare ai fini del nostro discorso sulle figure del potere aggregate all’idea di una moda in processo?
Dal punto di vista della logica editoriale, il potere della foto di moda non risiede tanto nello scatto esemplare, creativo, artistico, bensì nel configurare un racconto per immagini che ha come finalità l’emersione di una bellezza mutante e verosimile perché sempre accompagnata da un perno centrale che è il corpo (seppur idealizzato o statisticamente improbabile come quello delle modelle).
Il potere delle foto di moda è dunque un potere apparentemente innocuo, che prende la forma di un racconto per immagini sui mille modi che la bellezza può assumere quando prende la strada delle tattiche e della strategie per risultare più attraenti.
Le riviste danno dunque “voce” alle bellissime forme duali (abito di moda e il super corpo della modella) create dai fotografi. L’impaginazione e la sequenza le trasforma in storie plastiche capaci di rappresentare le passioni e i sentimenti interiori ricollegati alla dialettica con “l’altro” riconosciuta come centrale per la strutturazione di un immaginario desiderante.
Naturalmente non sto escludendo che la fotografia presa nella sua singolarità non abbia la forza necessaria per imprimere nella mente di chi la guarda un evidente messaggio di bellezza.
Ma nelle riviste, quando ci lavora un bravo art director, avviene un rafforzamento del potenziale cognitivo e passionale delle foto utilizzabili. Scatti di grande efficacia plastica acquistano ulteriore potenza grazie ad una ritrovata forza narrativa. Foto di moda che raccontano storie, per l’appunto. Ovvero, immagini che evocano parole nascoste con le quali raccontano storie di bellezza, seduzione, incontri, emozioni, sentimenti, passioni. Raccontano storie su come una donna dovrebbe essere per riequilibrare l’immagine di sé che, lo dobbiamo presupporre, presa nella sua realtà ordinaria non tiene, si perde nelle fragilità dell’essere.
A questo punto comprendiamo il senso di un doppio movimento che la moda attraverso le sue immagini esemplari impone al soggetto:
– da un lato si mostra come potere innocuo, una sorta di involucro di piacere col quale ricopre il corpo;
– dall’altro lato, ponendo il soggetto di fronte ad un piacere che è il piacere dell’altro, grazie alla forza plastica che la bellezza fotografica impone al messaggio, lo forza ad una identificazione immaginaria che può essere interpretata come una sottile alienazione. Il potere innocuo della foto di moda (e per estensione della moda) diviene allora un potere tout court (il potere di fare e disfare la soggettività).
E’ difficile, quindi, sopravvalutare il lavoro di chi opera attraverso le immagini.
Per esempio, impossibile comprendere il successo del Made in Italy senza prendere in considerazione l’intreccio tra moda e star system di alcuni suoi protagonisti. E’ chiaro che queste liason sono avvenute attraverso un uso strategico di raffinate immagini ad ogni livello. Per esempio come dimenticare il rapporto fecondo che Avedon ebbe con Versace negli anni ottanta quando lo stilista italiano divenne famoso come una star del cinema; oppure lo straordinario lavoro che Aldo Fallai fece nel periodo più importante per la carriera di Giorgio Armani.
Insomma, per farla breve, la stampa e i media, garantendo ai fotografi di moda privilegi e spazi editoriali immensi, ma anche forzandone il lavoro nella direzione di quel racconto sulla bellezza di cui parlavo sopra, non hanno avuto solo la funzione di diffondere le mode create da geniali stilisti; non hanno solamente proposto descrizioni, magnificazioni, critiche più o meno adeguate a una collezione. Grazie ad immagini di ogni tipo, essi hanno trasformato un gioco di forme in un vero e proprio romanzo work in progress, senza parole, a volte intriso di romanticismo, in altre occasioni provocante e trasgressivo, spesso visionario.
Lo strumento fondamentale per questa semiosi a dominante visiva della moda sono state per lungo tempo le riviste glamour per il pubblico femminile.
Senza voler dimenticare il cinema, Tv e soprattutto Internet, vi ricordo che attualmente la carta stampata riveste ancora un ruolo di primo piano nelle strategie d’immagine e comunicazione delle aziende moda-orientate.
Sulla carta stampata, il messaggio della moda preferibilmente prende la forma significante della fotografia che tematizza le infinite possibilità di mostrare il corpo perfetto dell’altro, rivestito della classe di segni che ne rappresentano l’attualità, lo stile, l’estetizzazione.
La ripetizione di forme significanti provviste di efficacia simbolica mette in ordine una soggettività in prima battuta disfatta da quel momento di follia che abbiamo visto con Barthes rappresentare l’altra faccia della fotografia.

Norman Parkinson - 1952
Norman Parkinson – 1952

4. Insistiamo sulla valenza etica della bellezza.

La forma significante per eccellenza della moda è raffigurata dall’immagine dell’abito indossato da un corpo eccellente, colto da un certo punto di vista scelto da un image maker, di solito un fotografo, che ha il compito di trasformarlo in un simbolo di eleganza, di tendenza, di distinzione.

Questo dispositivo ha la funzione di scatenare dei desideri e, se ci pensate bene, non rappresenta qualcosa di specifico del nostro tempo e nemmeno della cultura occidentale.
In molte forme di vita la rappresentazione di donne nude o vestite in modo sontuoso è stata fonte di piacere e ha contribuito a creare standard visuali di bellezza fatti propri da classi di individui al vertice della gerarchia.
La moda contemporanea grazie alla potenza di fuoco dei media ha esasperato la funzione biologica della bellezza dell’altro, rivestendola di un fascio di segni eterogenei dai quali sono stati distillati simboli visuali capaci di attivare identificazioni che si sono dimostrate estremamente performanti per la loro diffusione.
Per dirla con le parole di E.Gombrich, “Tendiamo a proiettare vita e espressione sull’immagine arrestata e ad aggiungere in base alla nostra esperienza ciò che non è presente” (Arte e illusione, Einaudi). In altre parole la fotografia di un abito (nuovo) indossato da una modella, mobilita la nostra proiezione. Attraverso una relazione empatica catturiamo la vita in una immagine ferma. Si tratta di un processo di bilanciamento di mosse compensatorie in cui velocemente trasponiamo noi stessi nella configurazione che ha attirato la nostra attenzione e viceversa. Possiamo considerare questa banale esperienza una sospensione dell’identità definendola addirittura una alienazione. Ma non può sfuggire un altro aspetto della relazione empatica: l’identità che si scioglie nell’identificazione mi rende partecipe a un ordine di bellezza che mette limiti al desiderio di essere desiderabili.

De Meyer 1920
Barone De Meyer – 1920

5. La moda, dunque, crea archivi di immagini probatorie e rappresentative di figure del desiderio che incapsulano idee e modelli di bellezza condivisi, innescando tra il suo pubblico emozioni e sentimenti facilmente prevedibili.

Possiamo congetturare che attraverso la foto di moda avvenga una sorta di istruzione collettiva alle logiche del desiderio (come conseguenza indiretta della scelta intenzionale di far vedere in modo persuasivo un prodotto).
La memoria collettiva non è un semplice ricordo (che è sempre individuale) ma il risultato di un contratto, per cui tacitamente ci si accorda su ciò che dovrebbe essere rilevante per il nostro desiderio (quindi propriamente non esiste una cosa chiamata memoria collettiva, bensì esistono dispositivi che attivano processi di apprendimento individuali che attraverso la ripetitività del messaggio possono raggiungere esiti tali da configurare qualcosa che potremmo definire un desiderio condiviso).
Perché la foto di moda è così efficace?
La resa bidimensionale di un effetto di realtà creato dalla fotografia pare che abbia risonanze particolari per la nostra memoria. Secondo accreditati studiosi la fotografia amplificherebbe le nostre possibilità di memorizzazione.
Grazie alla credenza di questa “presa” sulla memoria, la fotografia è diventata un potente mezzo di comunicazione (e di vendita) di ogni merce. In questo contesto la foto di moda ha aggiunto al processo di comunicazione/informazione attraverso immagini (potremmo definirle istruzioni per l’uso), una seconda forza che potremmo definire il sex-appeal delle merci.
La bellissima modella trasfigura la merce che indossa o alla quale si trova in relazione di prossimità, trasformandola un una protesi del desiderio.
Quindi attraverso la foto, le merci possono insinuarsi in alcune agenzie della mente in cui la traccia mnestica acquisisce una certa durata. E, in secondo luogo, attraverso un certo modo di configurare la foto le merci si interfacciano con gli apparati neuronali che regolano il piacere.
Come spiegare altrimenti l’uso imbarazzante che la foto commerciale ha sempre fatto del corpo femminile erotizzato?
Il corpo femminile nella nostra cultura occidentale da secoli è stato celebrato soprattutto attraverso drammatiche oscillazioni tra corpo nudo e corpo vestito.
Questo interesse erotico e l’impatto durevole di immagini che in un modo o nell’altro esibiscono la bella apparenza, ci costringono a prendere sul serio la congettura che dietro questa forma di coinvolgimento esista un inesauribile flusso di desiderio al quale la moda conferisce un ordine provvisorio.

David Bailey - 1961
David Bailey – 1961

 

6. La foto di moda ha ereditato, amplificato e massificato immagini dalla doppia valenza: simboli o testi visivi caratterizzati da una forte impressione sulla memoria e, al tempo stesso, suscettibili di scatenare un folle desiderio di cambiamento.

Perché molta gente trova le foto di moda così attraenti? Che cosa vede una donna in una foto di moda?
Sulla scorta di quanto ho scritto, la risposta sembrerebbe scontata: vi vede l’immagine della Donna (una rivale immaginaria e al tempo stesso un modello con cui identificarsi) al massimo della propria bellezza.
Ma che cos’è che ci fa presupporre che esista un passaggio dalla posizione contemplativa ad un coinvolgimento più profondo? Diciamo che tutto ci porta a pensare che il gioco tra corpo coperto e scoperto costituisce un modello per poter abbracciare un comportamento che possiede implicazioni erotiche ineludibili.
L’identificazione dello sguardo della donna a ciò che in una foto significa il suo desiderio di apparire bella nel senso di “attraente”, è cruciale per comprenderne l’efficacia.
Perché il desiderio di apparire più belle/attraenti riveste un ruolo così esorbitante? Possiamo congetturare che tentare di essere belli non significhi solamente fare sfoggio di leziosità o di comportamenti superficiali, bensì derivi da una strategia riproduttiva tipica della nostra specie, in gran parte inconscia, che privilegia la bella forma in quanto portatrice di fitness fisica e mentale.
Una persona bella, ci dice la normale appercezione, deve essere in forma (essere fisicamente in forma significa avere un corpo vicino al picco potenziale della propria specie) e mentalmente in salute, ovvero dotata di una certa razionalità e abilità nel comunicare se stessa manipolando gli altri.
La moda con i suoi a volte inesplicabili pseudo-codici culturali e le innumerevoli prescrizioni di carattere fisico, rappresenta un “ostacolo” importante per dare senso alla competizione per apparire belli.
La foto di moda dunque, lungo tutto il novecento, potrebbe aver raffigurato il linguaggio standard attraverso cui le persone hanno misurato e modificato la propria efficienza estetica, con l’obiettivo di arrivare ad essere desiderati dai propri simili.

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Note aggiuntive

(L’articolo sopra riportato in origine era una conferenza che ho tenuto in un master per imprenditori della moda alla Fondazione Cuoa di Vicenza, nei primi anni del terzo millennio. In seguito, dopo una lunga latenza, ho sviluppato il tema dandogli la dimensione attuale, per trasformarlo in un agile script per i miei studenti. Le note dal sapore euristico che il lettore si appresta a leggere, sono in realtà una sintesi della prima lezione di comunicazione, nella quale elenco le questioni da affrontare per orientare il fare comunicativo nella direzione di una pratica regolativa dei processi simbolici che considero l’atto manageriale standard nel campo della comunicazione).

Ho cercato di dimostrarvi che ancora oggi, malgrado l’inflazione di immagini abbia eroso il capitale d’attenzione del quale ciascuno di noi è biologicamente fornito, la fotografia di moda mantiene il suo forte impatto sulla sensibilità del pubblico.

Vi propongo, in questa sede, di pensare l’impatto come conseguenza di una forza della quale dobbiamo controllare gli effetti.
Immagini che producono un impatto fuori controllo, il più delle volte, provocano danni alle aziende, le quali, per contro, si attenderebbero da esse ciò che abbiamo definito efficacia simbolica nei riguardi delle aspettative dei fruitori. Un impatto fuori controllo non ci consente dunque di essere dei buoni regolatori dei processi simbolici con i quali i prodotti moda prendono posto nell’avventura umana.

La produzione e la regolazione delle “buone immagini”, presuppone la capacità di saper guardare.
Sembrerebbe un genere di attività tutto sommato semplice perché naturale.
Non è così. Il guardare è plasmato da complessi processi culturali e neuronali.
E per quanto mi riguarda, preferisco immaginare che per voi sia un problema. Io vi considero una delle prime generazioni digitali. Come tale vi siete abituati a guardare le immagini in piccolo (Smartphone, tablet, computer portatili). In altre parole avete l’abitudine a guardare immagini chiudendo il fuoco della visione. Sostanzialmente siete abili nel mettere a fuoco l’oggetto (di una foto), ma avete problemi a destreggiarvi con il “contesto”.
A voler essere ottimisti, potete essere considerati buoni cecchini, ma pessimi strateghi.

Prevedendo le tempeste di immagini che quotidianamente investiranno le attività delle azienda-moda nelle quali opererete, conviene forse fare più di un tentativo per convincervi a prendere sul serio le immagini-moda, affinché possiate destreggiarvi con consapevolezza tra quelle che potranno garantire efficacia/efficienza, separandole da altre inutili se non dannose.
Prendere le difese di un rapporto critico con le immagini non significa togliere ad esse la spontaneità, l’imprevedibilità, la sorpresa.
Significa semplicemente scommettere sul valore aggiunto prodotto da un obiettivo didattico fondamentale: abituarvi a pensare che le immagini che sarete invitati a creare, decostruire, analizzare, criticare siano anche sotto certi aspetti, la premessa di un pensiero più profondo, compatibile con una visione strategica.

La questione che dovrebbe attirare la nostra attenzione potremmo formularla in questo modo: cosa dobbiamo sapere per avere un buon controllo delle immagini che decidiamo di produrre?
Vi ricordo ancora una volta che le buone immagini sono fondamentali non solo per la circolazione dei prodotti ma anche per la regolazione della significanza del brand.

Per dare maggiore consistenza didattica alla domanda soprariportata, ovvero per passare dal cosa? al come ci conviene agire? possiamo riformularla dandole questa forma:
Quali sono le dimensioni (di senso) che dobbiamo orchestrare affinché le nostre decisioni siano sempre misurabili in termini di razionalità emergente?

Vi propongo dunque di far dipendere il concetto di razionalità emergente da ipotesi e congetture correlate a un percorso di apprendimento cognitivo basato sui seguenti criteri che sto per presentarvi:

1. Saper leggere una immagine (fotografica)

Ora, a me pare evidente che esistano numerosi livelli di lettura di una immagine. Posso immaginare che di fronte a un oggetto estetico uno storico dell’arte privilegi aspetti che per il senso comune potrebbero apparire esotici o troppo complicati. Così come per un fotografo di moda spesso il senso da privilegiare coincide soprattutto con la sua idea creativa.
Come deve ragionare invece chi opera nel mk della moda quando si mette in una posizione “regolativa”?
La possibilità di una regolazione simbolica che tenga sotto controllo la forza del brand e aiuti i prodotti nel loro avventuroso viaggio verso il soggetto desiderante, implica una mente capace di ragionare inserendo una immagine tra due dimensioni, ante-quem e post-quem, dalle quali far discendere i diversi valori del senso possibile o probabile di una data forma dell’immagine in uno stato piuttosto che nell’altro (affinché possa essere, se necessario, ben calibrata o addirittura cambiata).
È chiaro che l’atto regolativo simbolico non esclude la radicalità dei contenuti della narrazione prescelta. Se osservate le immagini usate dalle aziende moda nel corso del tempo, scoprirete facilmente che nel tempo 1 dicono (Nx), nel tempo 2 affermano (Ny), per poi, nel tempo 3 gridare (Nz).
Ma i passaggi dalla fase 1,2,3… presuppongono sempre la capacità di calcolare l’adeguatezza dell’immagine che opera le trasformazioni di (N) in un contesto problematico mutante. Ora, dal momento che queste narrazioni per immagini sono create da specialisti quasi sempre esterni all’azienda, se non riesco a effettuare una lettura compatibile con il mio punto di vista tattico/strategico come posso capire se sarà efficace?
Quindi saper leggere una immagine è un esercizio molto importante, senza il quale sembra impossibile pensare la regolazione degli effetti dell’uso di immagini in funzione di determinati obiettivi. Senza regolazione non ci sarà manutenzione del brand. Senza manutenzione, è solo questione di tempo, saremo costretti a effettuare dolorose (e costose) operazioni chirurgiche sul corpo aziendale.

Dal punto di vista pratico la buona lettura (funzionale alla regolazione degli effetti di senso) sembra dipendere dall’attivazione e dalle risposte a queste domande:

a. Che senso ha la foto x?
b. I suoi contenuti rispondono al problema che devo risolvere?
c. È efficace?
d. Quanto costa produrla?
e. Come la posso utilizzare?

2. Saper riconoscere gli stili fotografici

La fotografia di moda ha più di un secolo di vita. Nel corso del tempo i fotografi hanno scoperto la sua efficacia attraverso una lunga sequenza di tentativi/errori. Le forme più appropriate sono state imitate e riprodotte. Oltre una certa soglia, la ripetizione di modelli si è trasformata in una codifica pratica di stili fotografici.
L’emersione di stili ha consentito un calcolo anticipato del valore di una immagine, in funzione dei significati tattici utilizzati per comunicare questa o quest’altra moda.
Riconoscere lo stile d’immagine appropriato alla promozione di una collezione riveste un ruolo decisivo per la “regolazione degli effetti simbolici”.

3. Il punto due comporta il riconoscimento dell’utilità marginale della conoscenza storica dell’evoluzione della fotografia di moda (e delle conoscenze pratiche ad essa correlata: progresso tecnologico e evoluzione dei mass moda).

4. Saper valutare l’affidabilità dei fotografi

Quasi sempre le aziende serie utilizzano professionisti specializzati nella fotografia di moda. Anche se si tratta di un lavoro che costringe a misurarsi con generi e stili fotografici eterogenei, molto spesso ciascun fotografo si predispone ad essere veramente efficace solo in determinate circostanze o modalità di lavoro.
La conoscenza preliminare delle abitudini professionali e degli stili preferiti da un fotografo è il modo migliore per evitare spiacevoli inconvenienti.
I criteri minimi da negoziare con un image maker sono:

Rispetto dei tempi di consegna
Rispetto delle priorità
Rispetto della qualità e delle significazioni concordate

5. Saper valutare i media che funzioneranno da acceleratori degli effetti potenziali di una foto di moda.

Dal punto di vista operativo la valutazione di una foto di moda dovrebbe sempre essere correlata ai media che la diffonderanno. Una immagine che la cartellonistica valorizza, stampata su di una rivista potrebbe risultare banale. Una foto che in internet appare chiara e efficace, nel catalogo off line potrebbe apparire insignificante.
Gli spazi dei media sono enormemente costosi. Utilizzati in modo maldestro rappresentano un doppio danno: non danno energia sufficiente al mio prodotto; esaltano i valori simbolici dei miei concorrenti.
Ulteriori Note sul punto 2

Per analizzare brevemente gli stili fotografici conviene utilizzare una dicotomia di base semplicissima:
foto in studio/foto en plein air.

La foto in studio possiamo considerarla sotto 3 aspetti:

– foto Still Life
La natura morta fotografica è stata uno dei primi ambiti in cui la tecnica della fotografia si è dimostrata fondamentale per lo sviluppo della società dei consumi.
Nella moda le scoperte visive fatte dai fotografi che emulavamo l’arte e la pittura di genere, si sono rivelate utilissime per magnificare prodotti, dando a essi un carattere e una personalità molto eloquenti. Per questo motivo è un genere amato dai pubblicitari. Grandi fotografi come Irving Penn e Gastel, interpretando creativamente materie, forme e luce, hanno trasformato still life di ogni genere di accessori in suggestivi simboli della bellezza.

– foto teatrale
I suoi effetti in gran parte dipendono dall’allestimento degli scenari in cui si cala la recita silenziosa della modella e dell’abito che indossa. L’originalità della messinscena, una certa stravaganza sovraccarica di elementi visivi fanno parte degli strumenti che un fotografo di moda deve saper orchestrare.
Il maestro della teatralità della moda è stato Cecil Beaton, fotografo inglese che ha ispirato generazioni di giovani colleghi.

– foto ritratto
Probabilmente è la più antica applicazione della fotografia. Non è un azzardo sostenere che il grande successo della fotografia subito dopo la sua invenzione, fu dovuto ai ritrattisti. Probabilmente l’origine della foto di moda deve tantissimo al genere ritratto. Tutti i grandi maestri della foto di moda si sono cimentati nel raffigurare ritratti di personaggi di spicco, ambitissimi dalle riviste.
Il ritratto, coinvolgendo il volto delle protagoniste e mettendo in primo piano l’abito che indossano, è da sempre un potente simbolo di umanità e di status (farsi fare un ritratto da un grande fotografo è po’ come passare alla storia).

Per quanto riguarda la foto en plein air le forme che può assumere sono 2:

– foto reportage
Reportage in luoghi esotici; reportage in luoghi stranianti; reportage in luoghi storici; reportage umanistici.
È utile ricordare che Vogue America consolidò la sua leadership editoriale grazie ai grandi reportage di Parkinson, Henry Clark, Richard Avedon… Da quei giorni i servizi fatti nei luoghi più interessanti o stranianti sono divenuti una delle strategie narrative più frequentate da fotografi e aziende.
Il reportage avvicina la foto di moda all’idea del viaggio avventuroso; allude e stimola il desiderio di trasformare il proprio aspetto.

– foto stile di vita
Si tratta di immagini che hanno lo scopo di valorizzare i tratti pertinenti che danno unicità e uno specifico senso a un individuo e/o un gruppo di individui.
Probabilmente rappresenta la narrazione visiva più esplorata negli ultimi trent’anni di fotografia di moda.

Tra gli stili fotografici che la moda ha faticosamente imparato a padroneggiare per amplificare l’impatto delle immagini, dobbiamo aggiungere:

– la foto shock
Si tratta di immagini che inducono reazioni passionali estreme, apparentemente negative le quali, tuttavia, attraverso una sapiente regia della comunicazione, trasformano i contenuti polemici da negativi a positivi.
L’esempio storico per eccellenza è rappresentato da Oliviero Toscani durante la collaborazione con Benetton (anni 1989-2001).
Ma impossibile non ricordare Helmut Newton e Bourdin (metà anni settanta), probabilmente i primi a perseguire con continuità la rottura dell’ordine visivo normale della moda, punteggiandolo con foto-evento scioccanti.

– la foto trasgressiva
La foto trasgressiva puo’ essere considerata una amplificazione del sex appeal e sua trasformazione in forme e situazioni che attivano la provocazione erotica.
Ragionando per gradi, la foto trasgressiva può facilmente evolvere configurandosi in una immagine shock.
Dal punto di vista storico il primo fotografo ad esplorare (prudentemente) le possibilità di una immagine di moda provocante dal punto di vista erotico, fu Blumenfeld. Dagli anni sessanta in poi lo stile trasgressivo è divenuti uno dei tratti tipici della foto di moda (David Bailey, Helmut Newton, Guy Bourdin, Bob Richardson…).

Brevi note sull’utilizzo di fotografi star-system

Spesso le aziende moda per le strategie di immagine più importanti, fanno riferimento ad un numero ristretto di fotografi la cui notorietà è paragonabile se non superiore a quella di un brand di successo.
Io li definisco fotografi star-system.
I vantaggi che discendono dal loro utilizzo sono evidenti:
grande professionalità e compentenza; attenzione anticipata da parte del lettore; garanzie di controllo sul set delle riprese e con le altre star coinvolte (top model, attori e attrici, vip) etc.

I fotografi star-system, indubbiamente aggiungono valore al nostro messaggio ma sono anche molto più costosi e difficili da gestire rispetto a onesti professionisti.
Sono fotografi che hanno una reputazione da difendere e proprio perché sono diventati famosi possiedono un loro stile che a volte presenta delle rigidità.
In alcuni casi non sono propriamente fotografi di moda e quindi si comportano come outsider ovvero producono immagini che tendono ad evadere dalle provvisorie cornici che la foto di moda ha eretto per delinearsi come genere (spesso sono proprio gli outsider ad essere i più indicati per la produzione di immagini efficaci perché percepite come fortemente innovative: significativi esempi storici potrebbero essere Man Ray e Munkacsi; il primo stimolò enormemente la sperimentazione fotografica tra la metà degli anni venti e trenta del novecento; il secondo avviò la foto di moda verso la conquista del movimento naturale a partire dal 1932, quando a sorpresa divenne uno dei fattori di successo di Harper’s Bazaar; in tempi a noi più vicini possiamo ricordare Ferdinando Scianna, autore di reportage efficacissimi a favore di Dolce & Gabbana).
Tenete presente che molti grandissimi fotografi di moda, attualmente dominanti, non fanno solo foto di abiti: Bruce Weber ama fotografare corpi sportivi e fare ritratti di gente che non c’entra nulla con la moda. Pubblica libri su luoghi, non luoghi, paesaggi per niente effimeri. Herb Ritts nasce come fotografo di scena e preferibilmente scatta come se fosse su di un set cinematografico. Steven Meisel, divenuto una star grazie alle copertine di Vogue Italia, ha studiato arte e insegnava disegno. Le sue foto di moda curatissime nei dettagli, riportano sistematicamente su di un’altra scena le pratiche artistiche che non ha mai rimosso.
Di solito scegliamo fotografi star-system per proporre un mondo visivo diverso da quello dei fotografi che normalmente usiamo.
La ricerca di un nuovo immaginario viene senz’altro favorita dalla collaborazione con grandi professionisti che hanno saputo sviluppare una visione originale, stilizzata della moda.
Non bisogna mai dimenticare che il potenziale talento e l’impulso creativo spesso sfuggono alle logiche della razionalità aziendale.
Quanta libertà espressiva posso concedere al fotografo? Ecco una domanda alla quale è utile ritornare, senza dimenticare però che non ha senso impegnare un creativo di primo livello per poi imporgli ante quem il nostro punto di vista.

Quando scegliamo un fotografo star-system la conduzione strategica della messa in immagine del prodotto o della collezione risulta molto più delicata. Un ruolo importante lo recita la stylist ( che deve divenire il nostro occhio all’interno del set fotografico ). Egualmente importante risulterà la nostra capacità di dialogare con il fotografo evitando con cura atteggiamenti troppo assertivi, ponendosi in una posizione di ascolto e cercando di creare fiducia ed entusiasmo per un progetto. Non si spendono capitali di risorse per assicurarsi un grande professionista che poi pretendiamo di guidare come se fosse un fotografo come tutti gli altri.
In questi casi la “regolazione” dipenderà moltissimo dalla nostra cultura visiva, dalla sensibilità (al talento) e in taluni casi da una certa propensione al rischio calcolato.

Ovviamente il fotografo star-system riposiziona verso l’alto tutte le professioni implicate in un servizio di moda.
Il set designer, cioè l’ideatore dell’ambiente in cui si scatteranno le foto, dovrà essere all’altezza delle fantasie creative del fotografo (o in grado di suggerirgli dei progetti alternativi).
Di solito più un fotografo è famoso e maggiore è l’ampiezza delle sue autonome scelte. Per esempio, risulta molto difficile imporre a un fotografo di primo livello una modella a lui sgradita. Ma non è detto che la sua preferita sia idonea al nostro progetto. Che fare? In questi casi molto tatto e la capacità di essere vissuti come persone che conoscono la fotografia di moda, fa la differenza.
La modella come soggetto spesso non ci dice nulla senza la collaborazione di hair stylist creativi/e, competenti e proattivi.
Stesso discorso per il make up, assolutamente fondamentale per i primi piani.
Non dobbiamo mai dimenticare che una star della fotografia, lavorando per noi, mette in gioco la sua reputazione. In molti casi le sue rigidità non sono ossessioni, ma dipendono dal suo diritto di difendere un prestigio conquistato spesso a caro prezzo.

In breve, un servizio di moda per un brand affermato è il risultato del lavoro di alcune decine di persone. Forse è esagerato paragonarlo a un set cinematografico, ma è certo che si avvicina molto a quel grado di complessità.
I costi sono ragguardevoli e il rischio di produrre foto ordinarie è alto.
La capacitazione da parte di manager preparati a esercitare un controllo olistico sulla produzione delle immagini che per una stagione verranno replicate un po’ ovunque, sembra dunque una imprescindibile e desiderata competenza, per tutte le aziende che hanno imparato a sfruttare il potenziale persuasivo, seduttivo, manipolatorio di una foto di moda efficace.

Perché spendere tante parole per i fotografi star-system? In definitiva, potreste obiettarmi, sono una rarità. Pochi di noi a breve avranno la responsabilità di coinvolgerli in progetti (naturalmente spero di sbagliarmi augurandovi una veloce e brillante carriera).
Il fatto è che i grandi fotografi, oltre alle performance professionali, in modo inintenzionale recitano un ruolo fondamentale: configurano infatti gli standard generazionali che stabiliscono ciò che deve essere visto (adorato, imitato, emulato, superato). In qualche modo determinano i modi di raffigurare, raccontare, magnificare la moda che funzionano vagamente come il canone dell’eccellenza nell’arte. In una società liquida questo canone non può che essere fragile, provvisorio…lo sappiamo tutti. Tuttavia, per farla breve, i fotografi star-system sono i protagonisti del linguaggio per immagini della moda.
L’impatto delle loro foto si riversa primariamente sul pubblico, ma esercita una forte influenza anche sui colleghi più giovani e sui colleghi meno fortunati.
Di conseguenza, anche le aziende moda che non posso permettersi le loro prestazioni, devono fare i conti con i contorni che impongono al come realizzare foto efficaci.
Bisogna però aggiungere una ulteriore considerazione. È tipico della moda negare se stessa compresi i linguaggi che usa per esercitare il suo potere.
Quindi anche i grandi maestri della fotografia sono sottoposti a una stressante rimessa in questione.
Le loro prestazioni possono perdere facilmente la qualità più importante ovvero quella freschezza o atmosfera cool (che sembra familiarizzare con l’idea di novità) della quale non riesce a fare a meno la moda che, pur amando il clamore, la spettacolarizzazione, il tumulto mediatico, ne coglie anche i limiti.
In queste fasi di rimessa in discussione dei paradigmi stilistici il negativo del canone prende il sopravvento. I grandi maestri perdono il loro appeal. Le aziende moda diventano audaci, sfrontate, e così vediamo sulle riviste foto inimmaginabili solo qualche mese prima.
Un esempio recente sono le campagne Gucci. Con l’arrivo di Alessandro Michele, il brand è passato da immagini glamour chic ad uno stile dominato dall’immediatezza, dai tagli d’immagine apparentemente casuali…una sorta di free style fotografico. Vale la pena di aggiungere che in soli sei mesi Gucci è ritornato ad essere un brand cool.

Oltre alla bellezza della foto di moda, questa è la massima da ricordare, occorre non perdere di vista la saturazione dei paradigmi estetici del momento, mantenendo sempre aperta la strada della sperimentazione.

Brevi note sulla post-produzione delle immagini

Attualmente il mercato editoriale della foto di moda dominato dalle immagini digitali, tiene in grande considerazione gli effetti correttivi e creativi della post-produzione.
Moltissimi fashion editor sono affascinati dagli effetti del morphing, soprattutto perché attraverso queste tecniche di manipolazione delle immagini è possibile uscire dai rigidi confini della realtà.
Quindi occorre tenere presente che la post-produzione non serve solo per migliorare una immagine. Sono interventi tecnici, permessi da sofisticati software, che consentono, a costi contenuti, di realizzare dei messaggi altrimenti impossibili da realizzare.
Come sempre succede con le tecnologie avanzate, per i molti che osannano le post-produzioni, ve ne sono molti altri di parere opposto. Anche se il “ritocco” di una foto esiste da sempre, per i neo-puristi le straordinarie possibilità di manipolazione delle immagini consentite dalla digitalizzazione, rappresentano un depauperamento professionale e etico del mestiere di fotografo. Il dibattito/dissidio è destinato a continuare a lungo. Ma la diffusione del web e il costante bisogno della moda di immagini “impossibili”, in questo momento, gioca a favore degli innovatori tecnologici.

Un esempio straordinario di post-produzione è la foto che ritraeva David Bowie pubblicata in copertina di GQ British nel 2002.
L’immagine concepita da Tony Chambers, art director della rivista, ritrae la celebre rock star mentre cammina sulla neve con al guinzaglio un vero lupo. I fotografi che fecero gli scatti, in seguito elaborati con il computer, furono Markus Klinko e Idrani Pal-Chaduri. La foto è molto coinvolgente e trasmette in modo convincente due aspetti del carattere attribuiti alla star: il lato wild e il gusto per un’eleganza quasi aristocratica.
Ebbene, se usiamo il metro di giudizio dei difensori del modo tradizionale di riprendere un soggetto, la foto è una impostura. Al posto della rock star sul set era stato ripreso un modello con la sua stessa corporatura; probabilmente anche il lupo era stato fotografato a parte. In un secondo tempo il tutto è stato assemblato in modo magistrale. Il risultato è una immagine strabiliante che altrimenti non avrebbe potuto essere realizzata dal momento che David Bowie era impegnato in un tour musicale.

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

108 Responses to "Il Potere della foto di Moda"

  1. Luciano   3 aprile 2016 at 09:11

    Potere della foto di moda e potere della moda. In cosa differiscono?

    Rispondi
    • Giorgio   3 aprile 2016 at 14:09

      In effetti delle differenze devono esserci, se non altro perché tra stilisti e fotografi non corre sempre buon sangue.

      Rispondi
      • Gabriele   4 aprile 2016 at 11:59

        Ha piu potere chi dirige una rivista di moda o il fotografo di moda? Io penso che l’industria editoriale abbia più potere. Il fotografo è solo uno strumento. Il suo è un potere fasullo.

        Rispondi
        • Albi   4 aprile 2016 at 12:11

          Io da fotografo chiedo: il lettore guarda delle immagini o i nomi di chi dirige la rivista riportati in piccolo in pagine che nessuno vede?
          Un direttore sceglie, un fashion editor con il grafico ritocca, ma chi crea è il fotografo. Perché le riviste cioè chi ci lavora come un burocrate non se le fanno loro le foto? Ve lo dico subito, perché nessuno le comprerebbe. Quindi ha ragione l’autore nel concentrare l’articolo su chi fa concretamente le immagini.

          Rispondi
          • Romano   5 aprile 2016 at 12:25

            Sì certo, tu crei, ma se io fossi un fashion editor e tu non rispettassi le mie priorità, te lo scordi il lavoro!

  2. Arianna   5 aprile 2016 at 15:30

    Il fotografo di moda senza lo stilista che fa gli abiti non fotografa niente. Lo stilista senza le immagini non può comunicare. Sono due professioni legate dalle stesse finalità. Non ha molto senso contrapporle.

    Rispondi
  3. Antonio Bramclet
    Antonio   6 aprile 2016 at 16:51

    L’autore ha dimenticato una cosa fondamentale. Il mestiere di fotografo di moda è bellissimo. Si lavora con bella gente. Si viaggia tanto. Si ha il piacere di vedere il proprio nome stampato su riviste popolari. La possibilità di lavorare con modelle bellissime è un privilegio che non tutti hanno. Se il fotografo lavora bene le modelle diventano delle icone e può giustamente andarne fiero. Queste gli sono grate e gli fanno fare bella figura. Quanti sono i mestieri che possono garantirti questo premendo un tasto? E poi dato che le immagini valgono più delle parole i fotografi di moda guadagnano molto di più che le giornaliste che non legge nessuno. Quando ne hanno voglia raccolgono le foto già pagate dagli stilisti e fanno un libro oppure le affittano a musei per fare mostre. In questo modo diventano ancora più famosi e si riservano le attenzioni delle star del cinema o dello spettacolo diventando i loro ritrattisti. Poi vendono alle riviste i ritratti delle star e fanno ancora business e così via. Questa è la realtà del fotografo di moda. Delle paturnie psico labili dell’autore dell’articolo se ne fregano assai. Seguono una semplicissima regola: tutti vogliono essere più belli di quelli che sono, tutti gli stilisti vogliono che i loro abiti siano favolosi. Fine della storia.

    Rispondi
  4. Beatrice Caprarella
    Beatrice I.M.   7 aprile 2016 at 07:23

    Il New Yorker ha recentemente pubblicato un articolo online dal titolo profetico “In the future we will photograph everything and look nothing”.
    Questa affermazione, avvalorata da una testata di tale importanza, ci fa comprendere quanto il nostro mondo si stia velocemente evolvendo dalla dimensione del reale alla dimensione dell’immagine, generando in questo modo una realtà non autentica, la quale ci permette di rifugiarci in un contesto di evasione, abbandonando gioie e dolori del nostro vivere quotidiano.
    In pratica una cosa diventa tanto più vera per noi quanto la sua presenza viene testimoniata da una fotografia e quest’ultima diviene dunque un testimone attivo della nostra realtà.
    La credibilità che noi attribuiamo alla fotografia come mezzo di comunicazione le conferisce un enorme potere nell’influenzare le nostre scelte di vita. Potere non sempre giustificato, poiché se questa espressione artistica ai suoi esordi rappresentava la realtà così com’era, senza filtri o edulcorazioni di alcun tipo, oggi è più che mai soggetta ad un accurato lavoro di post produzione (criticato dai neo puristi), che inevitabilmente ci presenta un’immagine alterata rispetto al modo in cui era stata concepita. Senza analizzare peculiarmente le ragioni di tali modifiche possiamo senz’altro affermare che la fotografia, in particolare quella di moda, sia un mezzo di comunicazione parziale, influenzato dalle persone che contribuiscono alla sua creazione e diffusione, e mirato ad un determinato obiettivo: l’induzione del desiderio nella mente dell’osservatore.
    Fin dall’inizio dei tempi l’arte ha svolto il ruolo di catalizzatore del desiderio umano, ma al principio del XX secolo é stata soppiantata proprio dalla fotografia, che in maniera più immediata dava corpo alle fantasie ed alle aspirazioni di un pubblico sempre più vasto.
    Il grande potere dell’immagine sta infatti nella capacità di raggiungere in maniera immediata persone con differenti background culturali, senza per questo perdere di efficacia comunicativa.
    Indubbiamente maggiore sarà la nostra preparazione culturale più raffinata diverrà la nostra comprensione dell’immagine, ma essa non risulterà meno penetrante anche nei confronti di chi la analizzerà in maniera più superficiale.
    La fotografia diventa quindi a mio parere la forma d’arte del Novecento e la fotografia di moda
    il suo esempio più emblematico. Quest’ultima ha in sé un dualismo, che manca alle altre forme fotografiche: presenta infatti oggetti del quotidiano, proponendoli però al massimo della loro fitness e in contesti più o meno insoliti, trasportando così l’osservatore in un’altra realtà parallela a cui egli desidera immediatamente appartenere (fattore reale e fattore di evasione). Cosa ancor più importante essa indica come strumento d’accesso a questo nuovo mondo l’acquisto del bene di consumo presente nella foto.
    Questa é la differenza più importante tra la fotografia di moda e l’opera d’arte (e quindi tra l’arte e la moda stessa): l’arte attraverso le sue rappresentazioni ha lo scopo di far evadere, mentre la moda, attraverso la fotografia, propone una realtà alternativa al quotidiano per instillare in colui che la osserva il desiderio di appartenenza. Da questo punto di vista, anche se può apparire paradossale, la moda é la forma d’arte più concreta che ci sia e i fotografi di moda sono gli artisti che “regolano” i nostri desideri e le nostre necessità. Essi diventano parte integrante dello star system. La loro immagine, prima abilmente nascosta dietro l’obbiettivo oggi è nota ad un pubblico in continua crescita e sono innumerevoli i film e i documentari, che ci presentano la loro vita e il loro lavoro.
    La lettura di questo saggio mi ha permesso di comprendere come la moda agisca sul nostro lato istintivo, quasi primordiale, e attraverso la fotografia, suo mezzo di espressione ideale, ci spinga a desiderare un oggetto non in quanto mero bene materiale, quanto piuttosto come mezzo simbolico di appartenenza ad una realtà che sentiamo nostra.

    Rispondi
  5. Eva Giaquinta
    EVA I.M.   7 aprile 2016 at 11:36

    Risulta chiaro che la fotografia di moda è spesso considerata un elemento di basso livello più di quanto non ne meriti; definita superficiale e soprattutto diretta solo alla mercificazione e al commercio dell’immagine e dei corpi. Ma se diamo un’occhiata al tempo che scorre e a come la foto si è evoluta, possiamo renderci conto di quanto ha assunto un ruolo d’integrità artistica e di importanza sociale. La fotografia infatti, va di pari passo col tempo che muta ed è quindi un mezzo necessario per esprimere lo spirito del tempo o meglio dire, riflette indubbiamente l’identità di ciascuna epoca e la definisce meglio. Mi sorge spontanea una domanda: la fotografia, riproduce davvero la realtà? Oggi la fotografia è ben diversa dalle immagini dei grandi fotografi quali Avedon, Bresson, Newton in cui scattavano la purezza dell’inaspettato che oggi non esiste, rendendo vero ciò che in realtà è falso. La fotografia sta cercando una strada che non si limita a quella puramente estetica di uno scatto, ma ad un nuovo modo di raccontare l’immagine. Adesso vi è espressa una verità ideologica, pensata, voluta e costruita; si scatta la coincidenza di quello che pensiamo di una cosa, con la cosa che si sta verificando, si scatta perché vediamo il quadro della situazione che abbiamo dipinto nella nostra mente. La realtà viene ridotta ad un fermo immagine, all’attimo che mi permetterà di cogliere solo gli aspetti che coesistono e che interagiscono in quella foto! Come afferma Susan Sontag, nel suo saggio “Sulla fotografia”, chiarisce e definisce il concetto di foto dicendo che “ le fotografie sono pezzi di un mondo, miniature di realtà che ognuno può produrre, è una diretta emanazione del reale, una traccia che il soggetto lascia su una superficie materiale”. E a questo proposito mi sembra opportuno esaminare in maniera molto chiara ed evidente una lettura che ho intrapreso durante gli studi universitari per aggrapparci al significato di fotografia: il mito della caverna di Platone. In breve, narra di prigionieri che hanno sempre vissuto in una caverna sul cui fondo sono legati in modo da non potersi voltare. Fuori la caverna vi è un muro ad altezza uomo dietro il quale camminano persone che portano sulla testa statuette di vario genere. Dietro questi individui vi è un fuoco intenso che proietta nella parete della grotta davanti agli uomini legati, le immagini degli oggetti. I prigionieri a questo punto, vedendo solo le ombre pensano che questa sia la realtà, ma uno di loro riesce a liberarsi e si volta, esce dalla grotta e inizialmente è accecato dalla luce del sole; si guarda intorno, vede il mondo della natura e capisce che ciò che vede adesso è più vero degli oggetti proiettati e che è il sole che da significato a tutto. A mio parere, quest’allegoria può certamente collegarsi al significato intrinseco della fotografia, in quanto ciò che vediamo oltre l’obiettivo e riusciamo a catturare altro non è che la proiezione di cose “reali”, le ombre quindi sono ciò che noi “prigionieri” percepiamo con i sensi e che è ben diverso dal mondo delle idee che si trova fuori la caverna, quindi fuori l’obiettivo della macchina fotografica ed è solo da chi, dopo un cammino di ricerca e di lavoro riesce ad accendere nel proprio intelletto la scintilla dell’intuizione che riusciremo a capire e a dare un senso alla “realtà” che vediamo. Le ombre quindi, rappresentano l’immaginazione come le foto rappresentano ciò che noi riusciamo a percepire attraverso l’immagine che viene riprodotta. La macchina fotografica riesce a catturare solo una porzione della realtà, così come gli occhi dei prigionieri riescono a catturare solo le ombre che vedono proiettate sul muro senza rendersi conto che la realtà è fuori da quella visione. E’ chiaro quindi che il mio punto di vista è evidente, in quanto conferma quanto detto prima: la fotografia non rappresenta la realtà nella sua completezza, ma solo l’attimo che in quel momento il fotografo è riuscito a cogliere. Esiste quindi, una sorta di confine che separa “l’io” che scatto dall’ “io” che guarda oltre l’immagine, un confine quasi impercettibile che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero come antologia di immagini. “Collezionare fotografie è collezionare il mondo” , così afferma la Sontag. La fotografia sembra quindi favorire una consapevolezza di tipo acquisitivo: la prima risiede nel click di ogni scatto, la seconda invece rimanda allo statuto ontologico delle immagini fotografiche, in quanto sono pezzi di un mondo che ognuno può produrre a suo piacimento. La fotografia è un’impronta, una riproduzione, come l’orma di un piede.
    Ritornando al concetto di fondo, la fotografia di moda altro non è che la realizzazione di un immagine che fornisce una descrizione di abiti e accessori da vendere, ma questa definizione non può rimanere tale in quanto dietro ogni foto vi è una ricerca etica che imprime la concezione di bellezza e di desiderio. Nella foto di moda quindi la realtà è sempre costruita, voluta e fa parte ovviamente di una strategia; la finta naturalità, il set fotografico che simula la vita, la posizione della modella etc.. sono elementi che fanno parte integrante di essa. L’ossessione per la bellezza, che è inevitabile per la moda, ha generato un modo di scattare che cerca l’inganno estetico, influenzando anche i fotografi che non hanno mai avuto a che fare con questo mondo. Moda e fotografia sono territori che si sviluppano in osmosi, s’intrecciano e non fanno altro che alimentare l’immaginario collettivo e influenzare i comportamenti sociali, e il desiderio di essere in possesso di un abito fotografato cambia a seconda delle tendenze e del tempo che cambia e la moda altro non fa che incarnare questo desiderio grazie soprattutto ai nuovi mezzi di comunicazione che sono diventati fattori essenziali per la fotografia di moda divenendo ancora più persuasiva. Gli individui oggi hanno la libertà di scegliere il look preferito o l’accessorio di tendenza guardando le foto presenti in riviste. Il godimento passa attraverso le immagini e le riviste di moda hanno provocato una sorta di challenge nei confronti di tutti gli altri mezzi di comunicazione, influenzando fortemente le preferenze e le abitudini del pubblico fruitore. Parlando di preferenza quindi di gusti personali, parliamo anche di bellezza. Una fotografia per essere un’attrazione deve necessariamente rappresentare un modello di bellezza ideale per le lettrici, la foto deve essere in grado di narrare una storia fatta di immagini; attraverso cosa? Attraverso la bellezza che ha come punto di forza il corpo: questa è la doppia faccia della medaglia che la fotografia di moda ha pian piano sviluppato; da un lato abbiamo la bellezza che si configura con un bel corpo, dall’ altro abbiamo la bellezza che sta dietro quel corpo, che va oltre il significato dell’immagine visiva, una sorta d’immagine nell’immagine che la fotografia ci racconta attraverso un messaggio immaginario che sta a noi saper cogliere. Oggi quindi è soprattutto il sistema di consumo della moda che costruisce, attraverso le modelle, gli stereotipi della bellezza femminile e si tratta indubbiamente di un input culturale molto forte che poi si somma ai numerosi altri da cui siamo giornalmente bersagliati e che vanno tutti nella stessa direzione: quel che conta è essere perfette, bellissime e vincenti. Che gli stilisti siano responsabili di questo innegabile sviluppo del modello di bellezza femminile è un dato inconfutabile ed è chiaro che loro, i “maestri del gusto” insieme alle nuove stoffe, colori propongano a volte con troppa noncuranza un’idea di donna in cui la bellezza è sinonimo di magrezza e perfezione delle misure del corpo femminile. Ma questi preconcetti sono ormai relativamente lontani da quello che noi definiamo bello come la comparsa delle donne più mature in passerella, quelle più in carne, assai più simili a quella che è la realtà. Viene rappresentata oggi una nuova ondata di bellezza diversa. Ricordo benissimo l’avventura della ragazza canadese affetta da vitiligine che nonostante il disturbo ha partecipato come concorrente ad America’s Next top model e poi è passata a lavorare a tempo pieno nella moda in colossi quali Desigual e Diesel. E lei, insieme anche ad altre modelle sono diventate portavoce di chi non rientra nei rigidi canoni estetici a cui la società ci costringe: al posto del desiderio di uniformarsi a ogni costo, tutti loro stanno dimostrando come l’inusuale possa essere altrettanto bello e affascinante e questo è un ottimo segnale di una società che si sta muovendo nella giusta direzione.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 aprile 2016 at 10:27

      Platone ovviamente non aveva la possibilità di conoscere la fotografia. Ma credo che ne avrebbe interpretato le immagini alla luce del mito della caverna e quindi le avrebbe considerate come una mera copia del reale.
      D’altronde si possono fotografare le idee? Il filosofo avrebbe certamente risposto che non era possibile. Anche ammettendo che la fotografia potesse essere assimilata a una passeggiata fuori dalla caverna e quindi all’osservazione e alla cattura delle cose reali (e non delle loro ombre), i principi della loro vita e conoscenza non avrebbero potuto iscriversi nel campo dell’immagine.

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      • Eva Giaquinta
        EVA I.M.   8 aprile 2016 at 14:22

        Ovviamente il suo commento non fa una piega, ho cercato di fare un parallelismo con il mito della caverna interpretandolo come una sorta di anticipazione della fotografia. Gli schiavi vedono nelle ombre una realtà, la loro realtà, perchè non possono accedere ad altri mondi; ma lo schiavo che riesce a liberarsi non è colui che scopre la realtà, ma colui che può mettere in relazione le ombre con un altro mondo, di conseguenza egli diventa autonomo e consapevole, così come lo siamo noi quando cerchiamo di dare una interpretazione alla fotografia poichè la mettiamo a confronto con quello che ci circonda. Gli schiavi, invece, sono ingannati perchè manca loro la libertà di muoversi tra i due mondi. Penso che l’ombra in sè, non possa di certo essere definita l’antenata della fotografia ma non sono neanche d’accordo sul fatto che la fotografia possa essere assimilata alla cattura delle cose reali e non delle ombre, d’ altronde le ombre cosa sono, se non una riproduzione, anche se non totale, delle cose reali? Le ombre non esisterebbero se non ci fosse una cosa reale che la rappresenterebbe e così come la foto non esisterebbe se non ci fosse un oggetto o un individuo reale davanti l’obiettivo che lo cattura. Le ombre in fin dei conti non sono altro che riflessi, forme che riproducono un oggetto; le fotografie sono ombre registrate e fissate su carta!

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   8 aprile 2016 at 17:51

          Ben detto e ben scritto. Nel mio commento cercavo di immaginare come poteva risponderti una mente platonica ossessionata dalla verità (aletheia). Ovviamente per Platone l’ombra (sulle pareti della caverna) è nemica della verità (per Platone qualcosa è reale solo se è vero). Quindi l’ombra delle cose fuori dalla caverna è molto meno importante della luce (idee) che le illumina. In questa prospettiva quando il filosofo rientra nella caverna cerca di distogliere gli uomini dal fascino delle ombre.
          Il successo di questo mito probabilmente è responsabile del fatto che per secoli nessun autore ha osservato e dipinto con attenzione ombre.
          La fotografia ci ha insegnato a pensare le immagini in modo diverso rispetto il passato. L’impronta di qualcosa che sappiamo “esserci stata”, è assimilabile alla sua ombra? Certamente. Secondo le leggi dell’ottica la presenza dell’ombra sta a indicare la realtà consistente. Dal punto di vista percettivo l’ombra portata di un oggetto ci aiuta a riconoscerne la forma.
          Ma il gioco delle ombre può facilmente essere usato per fornire a una immagine un tono di irrealtà. In questo caso l’ombra si riveste di una semantica sfuggente, nella quale le leggi della percezione sono narcotizzate e le immagini diventano leggenda.
          Direi che la foto di moda ha sfruttato di gran lunga sia il mito platonico, ribaltandone però i valori (una immagine perde in verità ma acquista bellezza), e sia l’effetto realistico, per il quale l’ombra è essenzialmente informazione ottica che completa la cattura della forma da parte dell’occhio.

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  6. Daria Craparo
    Daria I.M.   7 aprile 2016 at 14:35

    Multiforme e molto interessante argomento quello del potere della fotografia, in particolare volendone rilevare un ramo complesso: lo scatto di moda.
    Soffermandosi sulla sua autoritá, quasi fuori dal comune, l’autore investiga le sue molteplici sfaccettature: la fotografia come testimonianza, memorizzazione, propagandismo, induzione del desiderio, regolazione, racconto e intepretazione.
    Partendo dall’ idea che la prima impressione si costruisce in sette secondi, dobbiamo sicuramente alla forza dell’immagine tutta la valenza di un peso comunicativo ed in quanto tale, il peso di un’influenza.
    Non é da sottovalutare inoltre l’importanza del pensiero estetico racchiuso nel percorso tracciato dalla fotografia di moda attraverso le epoche: ogni cambio direzionale prevede un cambio stilistico all’interno del sistema redazionale di moda.
    Cio’ porta alla riflessione di un altro concetto ben evidenziato: la funzione di regolazione dei processi simbolici.
    Come viene interpretata una determinata immagine all’interno dell’attuale contesto? Qual é l’ effetto che sará in grado di scatenare e, soprattutto, attraverso quali elementi portero’ il mio pubblico ad avere la reazione che voglio ottenere?
    Proporrei quindi un parallelismo semplificato con il gioco del telefono senza fili, noto gioco infantile, dove la frase riportata dall’ultimo giocatore è spesso molto diversa da quella di partenza a causa del combinarsi e sommarsi di tentativi successivi di interpretazione.
    Egualmente varie sono le figure coinvolte nel processo di pubblicazione di un servizio di moda, dal fotografo che decide l’inquadratura al grafico che aggiungerá e toglierá elementi in postproduzione fino all art director che impaginerá ed accosterá le singole immagini.
    Sono poi proprio questi passaggi a stabilire il racconto, elevando la fotografia da mero specchio della realtá a conformazione artistica.
    Forma d’arte, pero’ non dimentichiamolo, commerciale poiché viene fornita una ben precisa chiave di lettura mirata ad un pubblico, perfettamente studiato a priori, a cui verrá indotto il desiderio e per gran finale venduto un prodotto.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 aprile 2016 at 10:37

      Trovo interessante il parallelismo che hai congetturato con il gioco del telefono senza fili dei bambini. Anche se ciò che distingue un bravo fotografo dal dilettante è proprio l’illusione che i fili ci siano.

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  7. Claudia Polo
    Claudia I.M.   7 aprile 2016 at 16:14

    “Il lavoro di un fotografo è quello di rapportarsi al soggetto che ritrae. La foto di Fidel Castro che beve una Coca Cola immortala qualcosa di semplice, ma anche carico di significato e di energia. Sebbene Castro abbia bevuto decine di bottigliette di Coca Cola, quella foto è di per sé un evento.”
    Questa citazione è un pensiero elaborato da uno dei fotografi di moda più in voga del momento, capace di trasformare le proprie fantasie ed i propri sogni in realtà fotografiche: David LaChapelle. La citazione che ho scelto non è presa a caso, credo che la chiave di lettura della foto di moda sia proprio ciò che afferma LaChapelle, portavoce moderno di una generazione di acclamati fotografi. La foto di Fidel Castro non ha nulla di particolare, nulla di estremo e nulla di fondamentalmente sconvolgente, lui, come qualsiasi uomo sulla Terra, beve una coca cola. Ma allora la domanda sorgerebbe spontanea: qual è la vera forza di quella foto?
    Se devo darne un giudizio prettamente soggettivo, credo che quasi nessuna foto abbia qualcosa di speciale…non me ne vogliano i grandi artisti ma penso che una foto, per essere d’impatto e soprattutto ricordata deve possedere due aspetti basici: 1) la forza comunicativa creata dall’intero team dietro il fotografo, capace di trovare le strategie migliori da adottare e dal fotografo stesso (discorso a parte il fatto che egli sia competente o meno, in questo caso ovviamente mi riferisco ad un fotografo di alto livello); 2) dai fruitori, cioè coloro che saranno capaci di decifrare e decodificare i messaggi che quella foto è capace di inviare.
    Infatti dobbiamo ricordare che la foto è la trasposizione di una serie infinita di significati, per cui è giusto dire che la nostra mente, come afferma David Freeberg nel suo libro “The power of images: studies in the History and Theory of Response”, ha una propensione ad attribuire felt efficacy alle immagini, e che essa dipenderebbe dalla loro exactly lifelike, in quanto di una foto dovremmo imparare a coglierne soprattutto l’elemento realistico. A tal proposito si è soffermato il semiologo Ronald Barthes, egli afferma che una foto è capace di rendere presente e non presente l’oggetto in essa e questo viene chiamato realismo folle, perché una foto risulta essere falsa a livello di percezione ma vera a livello di tempo e la cosiddetta follia sarebbe il sentimento amoroso che mi permette di penetrare nelle foto che osservo, ovvero di andare oltre l’irrealtà di ciò che viene raffigurato.
    Ritornando a David LaChapelle lo definirei un eclettico, un fotografo molto vicino all’idea di surrealismo, molte sue foto mi ricordano i quadri del celebre pittore Dalì, ma a mio dire, molti sono i rimandi anche a Guy Bourdin, con il suo stile “shock” a cui certo non mancano elementi passionali. Nelle foto de LaChapelle è sempre presente l’elemento della post produzione ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi. Nel saggio viene affrontato il tema affermando che come in tutte le “novità” vi sono i cosiddetti apocalittici e gli integrati (detta alla maniera di Eco), e a tal proposito, io mi pongo dalla parte degli integrati. Sostengo il cambiamento. Da integrata penso che i media e la cultura di massa, stanno modificando il sensorio degli uomini e contribuiscono alla nascita di un nuovo linguaggio, capace di rendere più immediata la comunicazione. Un linguaggio simile al pensiero, che non si muove seguendo schemi rigidamente sequenziali ma che “balza” qua e là, da concetto a concetto, proprio come un ipertesto, e una serie di immagini ne sono l’emblema.
    Al giorno d’oggi in una società fluida, dove l’unica cosa capace di attirare la nostra attenzione sembra essere la foto più “particolare”, più shoccante possibile, la post produzione deve avere un ruolo di tutto rispetto. Amante della fotografia, prediligo “l’attimo fuggente”, la foto scattata prima del momento clou, insomma un po’ la classica visione bressoniana, ma in fondo mi rendo conto che non è più il momento di rimanere ancorati al passato, di difendere su tutti i fronti l’estrema semplicità e mi schiero così, forse si potrebbe pensare per convenienza (seppur non vero), dalla parte del cambiamento.
    La moda e la fotografia per quel che si voglia dire, hanno sempre avuto un forte legame infatti, le riviste di moda, negli anni ’50, sono state le prime a capire che a presto sarebbe avvenuto un cambiamento a livello mondiale e così ad accoglierlo. Le redattrici di moda come Carmel Snow furono le iniziatrici dei grandi fotografi di moda, spianarono la strada a coloro che poi divennero fra i più acclamati di sempre: Avedon, Penn, Beaton, Klein. Inizialmente per questi fotografi non fu facile essere “accettati” dalla società in quanto si prediligeva il modello Cartier-Bresson, accusando così i primi di menzogna ed oltraggio alla realtà.
    Ed è per questo che una foto di moda deve possedere un impatto visivo, deve comunicare e non deve essere statica, l’immagine di moda deve agire su un vasto pubblico e se, al giorno d’oggi produco un’immagine uguale alle altre milioni di miliardi di immagini prodotte negli anni, sarò certa di non avere successo e ciò porterà a me, come al mio team verso la strada del fallimento ed è per questo che io dico sì alla post produzione.
    La post produzione a me piace e, soprattutto se usata nei termini giusti, è capace di suscitare emozioni, ma più che altro, è facilmente memorizzabile.
    Insomma credo che attraverso una foto di moda è facile creare una memoria collettiva che risponda alle logiche del desiderio (parlando in termini di persuasione). Un prodotto di moda, se ben collocato in un contesto (in questo caso in una fotografia) è capace di attivare dei processi individuali che, attraverso la continua ripetizione del messaggio, possono raggiungere i desideri collettivi (perché condivisi da più individui).
    Vance Packard, sociologo americano sosteneva che “In una società e in un sistema economico fondati sul consumo è necessario accelerare la sostituzione di alcuni prodotti al di là del loro effettivo deterioramento, e indurre l’acquisto di altri a prescindere dalla loro utilità dichiarata.”
    Il sociologo nel suo libro del 1957 “I persuasori occulti”, propone un insieme di strategie pubblicitarie che non si basano sulle caratteristiche dei prodotti promossi ma sui bisogni e le motivazioni profonde dei potenziali acquirenti. Libro del ’57 che anticipava i meccanismi tipici della società contemporanea, che sarebbero stati comunemente riconosciuti in futuro. Ed è per questo che mentre si era alla ricerca di nuovi stimoli psicologici dei quali dotare i prodotti, potenziandone così la forza di attrazione, gli analisti s’imbatterono, e subito ne trassero preziose indicazioni, in quella regione dell’inconscio in cui si agitano i nostri bisogni, desideri, aspirazioni e nostalgie. Il sociologo così ne indica ben 8 e li chiama bisogni segreti: la sicurezza emotiva, la stima e considerazione, le esigenze dell’ego, il senso di potenza, il bisogno di immortalità, gli impulsi creativi, la speculazione sull’affetto e i legami familiari.
    A questo punto credo che sia facile ritornare al discorso che oramai gira intorno alla foto di moda: la fotografia è divenuta sempre più, con il passare degli anni, un potente mezzo di comunicazione (e vendita) di ogni merce.
    Le immagini ci bombardano continuamente, i ping (pacchetti dati inviati e ricevuti al millisecondo) ci permettono di visualizzare immagini lontanissime dalla nostra realtà. La moda è sicuramente la prima schiava delle immagini, a partire dalle riviste di moda, per passare alle sfilate e per poi giungere ai nostri cellulari. Oggi il mondo è veloce, tutto cambia da un giorno all’altro e stare al passo non è facile, ma sicuramente dobbiamo a questi cambiamenti radicali tanti vantaggi: se oggi non siamo più incentrati su un unico canone di bellezza lo dobbiamo alla velocità, alla fluidità in cui viviamo.
    In passato vi erano degli standard universali di bellezza che erano, per l’appunto, suggeriti dalle passerelle e dalle riviste che prediligevano le “solite” modelle, oggi, con l’avvento dei social media (quali instagram, facebook, pinterest e twitter) è possibile vedere immagini di bellezze eterogenee; non siamo più incanalati verso una sola direzione ma siamo influenzati da una serie di diramazioni (tutte che partono dall’empatia che la moda ci suggerisce) che permettono al nostro essere di identificarsi in chi sente più vicino al suo canone di bellezza e magari, attraverso la navigazione mediale, sarà capace di comprendere che la diversità è bella e ne farà di essa il suo punto forte

    Ps: vorrei ricordare uno dei nomi più in voga del momento: Eugenio Recuenco. E’ un fotogafo spagnolo, adoro il suo stile così cupo, mi ricorda le atmosfere filmiche di Tim Burton, i colori così fuori dal tempo, tetri e le sue sceneggiature pittoriche mi hanno rapito. Credo che sia un visionario, una personalità eclettica ma allo stesso tempo reale, nelle sue interviste è sempre molto amichevole e lontano dal cosiddetto “fotografo star system”. Invito a vedere le sue opere (io le definisco tali). Voglio qui lasciare il link di una famosa e bellissima campagna pubblicitaria edita da Recuenco nel 2009 per la regione Campania. https://www.youtube.com/watch?v=mGO_Mgo_dUA

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 aprile 2016 at 10:57

      Hai ragione Recuenco è senz’altro da studiare. Il suo raggelante e fantastico immaginario non lascia indifferenti. La perfezione dei sui scatti rimanda senz’altro allo stile cinematografico di La Chappelle. Ma mentre in quest’ultimo l’orchestrazione e la perfetta esecuzione delle forme, la studiatissima messa in scena e la musica delle luci del set rafforzano la colorata ironia che attraversa gli scatti che fece per la moda, in Recuenco tutto appare più severo, come se tutta quella bellezza non potesse rivelarsi senza un’ombra di cupezza, a volte melanconica, altre tragica, più frequentemente perturbante.

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  8. Giada Russo
    Giada I.M.   8 aprile 2016 at 09:56

    Catturare l’impressione luminosa fu il principio fondatore dell’Impressionismo ugualmente espresso dalla fotografia, una ormai acclamata forma d’arte, la quale ha mosso i primi passi nell’Ottocento perfezionandosi e ramificandosi fino ad oggi. Come forma d’arte per l’appunto è in continua evoluzione.
    Nella storia della moda ha rivestito un ruolo fondamentale: ha saputo dar “voce” concreta ad una realtà lasciata quasi totalmente all’immaginazione, quella propria dei figurini, i quali seppur rappresentavano discretamente la creatività dell’abito, a mio parere negavano l’immedesimazione all’occhio dell’osservatore.
    All’apice di questo fenomeno d’arte visiva risiedono Steichen, seguace di una sintesi estetico/comunicativa meno invasiva e più immaginativa, e Condé Nast, precursore di una centralità maggiore della comunicazione.
    Oggi la fotografia di moda risulta essere un dispositivo essenziale per la buona riuscita di una collezione, poiché nel tempo è riuscita a catturare qualcosa ben più importante del mero tocco creativo di un abito: l’emozione passionale del fruitore. Per citare Paul Gauguin: “Innanzi tutto l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!”. Passando attraverso diversi stili, l’impatto fotografico si è indissolubilmente legato a parole come shock, trasgressione ed erotismo, ovvero tutto ciò che riguarda il proibito, tutti gli istinti sotterrati da secoli di discutibile moralismo, con la conseguenza di affascinare morbosamente chi osserva.
    Ma cos’ha permesso alla fotografia di moda di librarsi nell’aere senza catene dogmatiche? A mio parere soprattutto l’esigenza di influenzare sempre più individui nel nome di un’arte chiamata moda, permessa anche dall’avvento di una New Age.
    Secondo il mio occhio estetico-percettivo, comunicare attraverso le immagini resta un buon veicolo per aprire le menti ad osservare i dettagli che fanno sognare l’immedesimazione, rendendo più realistico il prodotto moda e di conseguenza stimolando l’acquisto. I colori, gli scenari e tutti gli elementi che circondano il prodotto, accendono quell’istinto che per Spinoza dovrebbe riuscire a farci penetrare l’essenza e la bellezza delle cose. Tuttavia per completare l’assorbimento di questo processo creativo ritengo altrettanto necessario il coinvolgimento degli altri organi di senso, per questo motivo dissento dal considerare l’immagine abilmente costruita come la sola strategia vincente per la vendita. Ritengo più veritiero il contatto tattile unito a quello visivo per apprezzare ad esempio una rivista, stampata su carta liscia e solida nelle mani, o un abito che accarezza la pelle con stimolante emozione.
    Il valore che riconosco nella fotografia di moda è quello quindi di riuscire ad accendere i sensi a tal punto da suscitare sensazioni immaginative, che ritengo assolutamente necessarie ma altrettanto fugaci. L’abilità del fotografo risiede nel comunicare il più possibile un messaggio coerente con l’identità dell’azienda, e tra i tanti passaggi del processo moda credo sia uno dei più ardui.
    In conclusione al giorno d’oggi tutto è mercificato, tutto è bombardamento mediatico, a mio parere bisognerebbe trovare altri metodi di comunicazione che coinvolgano sì la fotografia, ma non in maniera assoluta.

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  9. Ilaria De Leonardis
    Ilaria I.M.   8 aprile 2016 at 11:47

    La moda ha da sempre rappresentato una connessione tra l’individuo e la sua identità, intesa come insieme di caratteristiche uniche ed irripetibili, e tra la società e l’individuo stesso. E’ proprio tramite l’acquisizione di comportamenti, stili ed espandenti estetici, più o meno “di moda”, che l’essere umano comunica agli altri chi è o, meglio, chi desidera apparire, alla ricerca di un senso di appartenenza e di un’individualità completa riconosciute dalla collettività. La moda si spoglia, così, delle limitazioni che la confinano ad un mero esercizio di vanità, trasformandosi in motore sociologico e semiotico, che comunica con il suo pubblico attraverso un linguaggio chiaro, universale e diretto. La comunicazione per immagini, infatti, e in particolare quella fotografica rappresentano probabilmente il primo approccio che ognuno di noi ha con la moda e soprattutto l’aspetto che consumiamo più frequentemente e a cui si regge tutto il castello dei nostri desideri. Riprendendo il pensiero di Quentin Bell, la moda possiede un efficace agente trasformatore sullo spettatore, controllandone i comportamenti, i sentimenti e perfino gli istinti, cosa che però non può discernere dall’impatto evocativo e di impersonificazione che solo una fotografia di moda è capace di attuare. E’ il desiderio stesso che si muove per immagini, avvicinandoci a nuovi modelli di bellezza condivisi e suscitando quello che Barthes definisce effetto punctum, ossia una risposta passionale ed emotiva. Eppure l’autore riconosce una follia all’interno di questo mezzo comunicativo, osservando la contemporaneità della presenza e dall’assenza del prodotto moda ritratto nella foto, cosa che potrebbe riportare alla mente l’arte surrealista di Magritte che provocava lo spettatore rinnegando l’essenza stessa dell’oggetto rappresentato nell’opera. Ecco, allora, che la fotografia di moda si tramuta arte e il godimento del fruitore passa inesorabilmente attraverso essa, diventando fonte di educazione per la collettività e suoi desideri. I fotografi e i vari professionisti del settore sono ormai , infatti, consapevoli di detenere un potere prima esclusivamente in mano ai principali stilisti internazionali, ossia quello di costituire cosa debba essere veramente rilevante per un dato pubblico, accompagnando, influenzando ed anticipando quelli che sono e saranno i diktat del prossimo avvenire. Eppure di recente questa autorevole piramide sembra essersi rovesciata, ponendo al vertice un consumatore non più da educare e guidare ma fin troppo informato e saturo, a causa dell’avvento del web con conseguente aumento delle velocità di fruizione della comunicazione di moda e l’utilizzo di un mass marketing sempre più aggressivo. La fotografia di moda diventa, così, un espediente comunicativo che, se utilizzato in modo oculato e sfruttandone la potenza narrativa, può fornire più di un vantaggio ad un marchio moda o ad una rivista di settore. L’utilizzo dei fotografi star-stystem può essere una di queste oculate strategie, conferendo al marchio o alle pagine della testata un carattere di autorevolezza e di prestigio, grazie alla fama e alle competenze del professionista in questione. Al di là di come una realtà moda desideri sfruttare questi maestri della fotografia, appare evidente il contributi che questi hanno conferito a all’iconografia di moda, sperimentando, inventando e appassionandosi alla bellezza e alle sue mille declinazioni. I nomi in questa lista potrebbero essere infiniti a partire da Richard Avedon e i suoi lavori sul movimento catturato attraverso l’obbiettivo, Helmut Newton e la sessualizzazione estrema del corpo femminile, fino alle immagini shock di Oliviero Toscani per Benetton. Un’arte che si rispetti merita dei grandi artisti che ne sappiano cogliere l’essenza e valorizzarne il carattere, arrivando a “pungere” il cuore e lo stomaco e non solo lo sguardo. La fotografia di moda, con il tempo e attraverso i suoi massimi esponenti, ha assunto un valore simbolico, di potere, dei connotati riconoscibili ma sempre più estesi, conferendo alla comunicazione in generale un potere d’influenza immediato e frontale nei confronti della massa. E’ proprio questa capacità, che la rende così indispensabile per questo settore e che ha collaborato, insieme ad un’inevitabile strategia di marketing ben pianificata, a trasformare numerose marche in una serie di mondi possibili, in quanto portatori di qualità semiotiche e di significato. Andrea Semprini, sociologo e semiotico della moda, riprende infatti la nozione di mondo possibile formulata da Eco, ma inserendola nel contesto moda e analizzando quanto al giorno d’oggi un marchio discerna dall’oggetto in sé e fidelizzi il cliente attraverso un insieme di valori in cui può riconoscersi e partecipare. Che si tratti di pagine patinate o cartelloni pubblicitari, la fotografia di moda parla esattamente con il potenziale cliente, raccontandogli un mondo di prototipi, ispirazioni e suggestioni all’insegna di un bello irraggiungibile ed invitante, che possa sollecitare un desiderio potente e quasi inconscio. Ogni fotografo trova il proprio vocabolario di significati attraverso una ricostruzione sintetica e, ovviamente, estetica della realtà alla ricerca di uno stile autentico e riconoscibile, di una connessione profonda e violenta con il prodotto e l’individuo.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 aprile 2016 at 15:13

      Sì, hai trovato un concetto molto interessante. Il compito del branding, tra le altre cose, è di creare “un mondo possibile per la marca. La fotografia ha il duplice compito di raccontarlo e renderlo plausibile.

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  10. Rita Ricciardelli
    Rita I.M.   8 aprile 2016 at 19:55

    “La decisione più politica che possa essere presa é dover dirigere gli occhi della gente” ci suggerisce sapientemente Win Wenders, intendendo per politica la volontà di dirigere le scelte di valore delle persone. Ora, senza dovere per forza immaginare di trovarci all’interno del Panopticon, o sotto l’occhio del Grande fratello orwelliano, non risulta difficile comprendere come la società capitalista odierna abbia regole ben precise, governate dalle leggi del mercato e dai consumi nonché dal loro orientamento. Il mercato della moda, che produce parte considerevole del PIL, é un mercato saturo che ha un continuo bisogno di rinnovarsi, sfruttando sí le leggi del marketing, ma andando oltre. Il marketing nella moda é cucito sulla moda e per la moda, in modo diverso e più stravagante, data la sostanziale imprevedibilità e l’ontologico carattere della moda di essere mutante, vischiosa e relativa a tutti gli aspetti della vita, aggettivandola. Ecco che in questo caos, come ben testimoniato da Franca Sozzani, l’immagine, rappresentata dalla fotografia di moda, assolve al ruolo di mettere ordine, più di mille parole, nell’ambito della comunicazione. Mettere ordine come? Cercando di condurre lo spettatore di moda in maniera tale che possa recepire il messaggio, messaggio che, quanto più sará univoco, tanto più sará compreso da una fetta ampia di persone. Prima di addentrarci sul punto, che riguarda quello che viene individuato nell’effetto studium ed effetto punctum della fotografia, di cui si fa menzione nel saggio, potrebbe risultare utile spendere qualche parola sul potere dell’immagine ed in particolare dell’immagine di moda. Nella società odierna, che Eugenio Borgna definisce “autistica” poiché avrebbe reso difficile l’estrinsecarsi delle capacità relazionali tra le persone, l’immagine, se non usata con cura, potrebbe diventare inflazionata e perdere il suo affascinante carattere simbolico che le conferisce un decisivo potere manipolativo. Vi ricordate il famoso slogan della Sprite “l’immagine é zero la sete é tutto”? Giocava su questa verità e ci prendeva in giro, risultando vincente. Ecco nella moda non potrebbe funzionare: l’immagine é tutto.
    La nascita della fotografia di moda come sorella minore della fotografia impegnata ha sempre alimentato quel leitmotiv, più teorico che pratico, che le vedeva contrapposte sul presupposto di una virtù di autenticità che mancherebbe alla fotografia di moda. Ma é stato un errore di concepimento che ha influenzato il dibattito, come una stigmate che la fotografia di moda si porta dietro da sempre. Parlo di errore di concepimento perché il padre di questa diatriba fu Henri Cartier-Bresson, con la sua dogmatica affermazione per cui la fotografia coglie l’autenticità di un attimo che non si ripete più. E se lo diceva Bresson e se il grande Richard Avedon si sentiva in dovere di sfidarlo con i suoi magnifici scatti “esteticamente” più belli, capiamo perché ancora oggi le differenziazioni tra fotografia e fotografia di moda trovano posto nelle elucubrazioni intellettuali. La fotografia con i sui stili differenti, che si riconoscono tanto nella fotografia artistica che in quella di moda, sono il collante che rende le due espressioni di identico valore. Il realismo fotografico é uno stile, ma non è tutta la fotografia, così come si é compreso che l’artista fotografo che fa foto di moda non snatura se stesso. La grande Annie Leibovitz, fotografa a tutto tondo, affermava con coscienza di essere sempre lei che fotografava, poi, da grande artista quale era, necessitava non solo di ispirare ma di nutrire le sue ispirazioni e quindi, talvolta, sentiva bisogno di prendersi una pausa dai set di moda. Ecco che si spiega come oggi molti fotografi di moda espongono regolarmente le proprie immagini nei musei più importanti. É anche difficile comprendere l’influenza della fotografia di moda sulla fotografia più in generale e viceversa. Per Nobuyoshi Araki la fotografia “é un fugace atto d’amore dove sesso e sacro si mescolano”, l’occhio della macchina fotografica, una sorta di prolungamento meccanico del proprio sesso e lo scatto il momento del culmine del piacere. Ma non ci ricorda forse David Bailey e il suo intento di estrarre l’energia erotica attraverso i sui indimenticabili scatti? Vi é una costante contaminazione tra fotografia di moda e fotografia tout court che contribuiscono a trasformare, talvolta raffinare, il gusto estetico.
    Il carattere di “follia” descritto da Barthes appartiene in generale alla fotografia che “riproduce all’infinito ciò che é avvenuto una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente”; tuttavia la fotografia “non sa dire ciò che dà a vedere”. Essa é violenta perché invade il senso della vista, suscitando emozioni e passioni. Fu Georges Bernanos a sostenere che ogni réclame sfrutta i vizi capitali, perché ha come obiettivo quello di svelare il vizio dei vizi, l’invidia. Essa é collegata al desiderio, a qualcosa che é oggetto di amore, ma non é in nostro possesso. Il motore delle azioni dell’uomo é il desiderio di bellezza. Ma quale bellezza? Ecco che etica ed estetica vanno di pari passo, come la intendevano i greci, padri della filosofia, quando non a caso parlavano di Kalokagathia. Non ci scandalizziamo a dire che il David di Michelangelo ha il pene piccolo, in una cultura dove contavano le proporzioni e l’eleganza ed in cui certamente il pene non é mai stato esteticamente bello da mostrare, al contrario della sinuosa sessualità femminile. Oggi possiamo dire che non é così, basti osservare le foto di Robert Mappelthope ed ecco che il membro maschile viene straordinariamente riabilitato. Qualsiasi visione di contenuto immorale si purifica se lo si rende bello, simpaticamente potremmo dire che “ci fidiamo del bello come della mamma e quindi non potrà farci del male” (Simone Casu, Intuizioni sui futuri sviluppi dell’estetica della nuova spiritualità). Come non trovare bella l’immagine della perfetta donna nuda con il collare e la gamba ingessata all’interno di un lussuoso salotto, immortalata da Helmut Newton? Sono quei due dettagli l’effetto punctum, poi c’è il concetto del bello come qualcosa di imperfetto in cui ad una rottura esteriore corrisponde una rottura, una debolezza interiore. E cosa c’è di più affascinante di una fragilità bella?
    Si potrebbe cercare di distinguere la fotografia di moda sul presupposto di trovare un metodo nel carattere “folle” della fotografia, partendo dall’analisi dell’effetto studium e dell’effetto punctum nella foto di moda?
    L’effetto studium, nasce da un patto implicito (voluto o non voluto) tra l’autore e lo spettatore, cioè si dá per scontato una serie di presupposti culturali e cognitivi dello spettatore. É studiato perché riguarda il mio approccio alla foto che mi desta un certo interesse e mi rimanda ad uno o più concetti che l’autore esprime. È la consapevolezza comune al fotografo e allo spettatore di una realtà che si vuole rappresentare, che spesso non é come appare, spesso é l’opposto, é bella anche se é imperfetta, dolorosa come un’immagine di morte o addirittura non esiste ( vedi il surrealismo).
    Se in una fotografia artistica l’effetto punctum può sovrastare l’effetto studium, che é altrettanto fondamentale, quale anima espressiva dell’artista che esprime un concetto anche a sua insaputa, nella fotografia di moda il messaggio deve essere voluto. La fotografia artistica può essere autoreferenziale, la fotografia di moda deve presupporre una comunicazione, un messaggio da lanciare. Nella fotografia di moda, questa unione tra effetti deve pungolare il desiderio ma non lasciare lo spettatore dominato, o ancora peggio disorientato, anche se un potente effetto punctum può, in sinergia con altre immagini, o forme di comunicazione, centrare l’obiettivo. L’equilibrio, non inteso in senso negativo di smorzamento dell’effetto, ma come precisione tra causa ed effetto, diventa quantomai importante nella fotografia di moda.
    Poi c’è da tutelare l’anima del brand, quei valori del brand che possono essere traditi della foto di moda, e che una volta che il cliente ha avuto una sensazione é difficile spiegargli che non é così, quindi é necessario non snaturare il brand. É un lavoro di squadra che certamente nella realtà, quando ci si trova di fronte a fotografi famosi non al libro paga di un brand o di un magazine, risulta difficile attuare, nella misura in cui il compromesso non é il massimo del suo lavoro, di un fotografo, quando egli deve decidere se tradire se stesso o il brand.
    Ma veniamo ai fotografi più in “Vogue” del momento, protagonisti dello star system, amici delle modelle, i turchi Mert Alas e Marcus Piggott. Loro si che fanno spettacolo, nel vero senso della parola, uno spettacolare cast in cui le modelle diventano delle attrici scelte con cura, come si fa nei film di Hollywood. Geniali nella foto ritratto, si rimane travolti dal dolcissimo ritratto di Rihanna, o dal trasformismo di Lara Stone, sexy adolescente nella campagna di Calvin Klein jeans e distruttiva nell’atto di suicidarsi con un laccio al collo. Le contaminazioni degli stili sono evidenti, la passione per i corpi immersi nelle vasche, meraviglioso il viso di Chloe Moretz che ad occhi chiusi emerge dall’acqua di colore blu. Mi piace pensare che la foto di Gisele Bundchen presa dal basso, per W Magazine, Agosto 2008, sia un omaggio al grande Avedon, in una versione che imprime il loro stile, il loro efficace uso del colore. Anche perché oggi non ha senso parlare di fotografia di moda dimenticandosi della postproduzione, della manipolazione digitale degli effetti. E a chi verrebbe in mente di obiettare che l’artificiosità della fotografia di moda depaupera la forza della fotografia, non esiterei a rispondere che giudicare una foto di moda – non una qualunque ma una foto di moda- dal suo grado di autenticità, é come giudicare il famoso pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi.
    Al di là del talento indiscusso di Mert e Marcus, vediamo la loro estrema duttilità che risponde alle esigenze dei brand per cui lavorano, talento anche questo. Certo emerge una visione di un tratto distintivo che si potrebbe ravvedere nell’amore per il contrasto, per dirne qualcuna, la fotografia di Madonna legata sadomaso con un fiore in bocca, Lara Stone con una corda al collo che guarda nell’obiettivo come una femme fatale nell’atto di sedurre anche la morte. La donna ha sempre qualcosa di seduttivo, o dolcemente sensuale o fortemente femme fatale, non c’è posto per la paura, lo stupore, l’ironia, per la noia, quella che ci conquista negli scatti di Irving Penn. Poi c’è Tim Walker, il surrealista, per cui non esiste la realtà, e ce la fa sognare, e per quanto mi riguarda, me la fa sognare divinamente.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   9 aprile 2016 at 10:15

      Ottima scelta di fotografi. Mert, Piggot e Walker sono tra i migliori. Le tue considerazioni sulla bellezza estrema (il bello oltre il bello) sono interessanti e giuste. Qualche volta bisognerebbe però ricordarsi che la lingua naturale ci offre altre unità lessicali da porre accanto al bello. Per esempio “brutto”. Il bello che deborda nella bruttezza. La volgarità ( quindi una figura del brutto) che mantiene al suo interno una traccia di bellezza. Dopo aver inflazionato la bellezza, si può notare come il linguaggio della moda, ricominci il suo lavoro sull’immaginario del modante attraverso una “negazione” che riabilita gli opposti di ciò che sembravano le colonne dei propri vangeli estetici.

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      • Rita Ricciardelli
        Rita I.M.   23 aprile 2016 at 00:10

        Il problema che volevo sollevare rispetto all’effetto studium della foto era quello di un codice implicito tra spettatore e fotografo, che seppure invertito o stravolto aveva il fine di esprimere un contenuto potente. Quando questo patto implicito viene a mancare perché in realtà non si sa neanche cosa si vuole comunicare, la fotografia perde di bellezza, perché non ha nulla da dire. Il brutto inteso come mancanza di contenuto al di là della forma, come due lati della stessa medaglia.

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  11. E Silvestri
    EMANUELE I.M   8 aprile 2016 at 20:29

    La fotografia di moda è senza dubbio, uno degli strumenti di comunicazione più potenti del 900.
    Dalle sue origini ha dimostrato di essere capace di raccontare, interpretare e dettare i codici estetici di ogni epoca.
    La sua dote indiscussa è l’immediatezza, che la rende capace di riversarsi su persone estremamente diverse e variegate.

    Dietro una foto di moda si nasconde una realtà sbiadita, dettata dalle strategie di marketing e il puro consumismo, volta a trasformare l’individuo in un potenziale compratore.
    Una fotografia di moda riesce in poco tempo a diventare l’ideale di bellezza e ad entrare nella cultura popolare, proprio grazie ai numerosi e perfetti passaggi di cui si fanno carico le figure che prendono parte alla creazione di un progetto volto a impossessarsi della soggettività dell’individuo.

    In questo labirinto, dove la fotografia di moda, con l’avvento del digitale, si eleva a regina della comunicazione, riesco a trovare pochi e significativi esempi di soggettività, le subculture.
    Proprio loro sono la testimonianza della manipolazione dei codici estetici, ma anche la testimonianza del valore della moda.
    Esse provano ad opporsi al calcolo stilistico, rendendo indecifrabile il loro codice estetico, proponendo una vera e propria libertà di espressione e sottraendosi al potere smisurato della fotografia di moda.

    In conclusione, ho voluto evidenziare la volontà dell’individuo a ribellarsi ai codici estetici dominati dal potere della fotografia di moda, sottolineando però la differenza che c’è tra la moda e la fotografia, che lavorando sullo stesso binario influenzano e dettano le logiche del mercato, ma lavorando su binari differenti creano, raccontano ed incantano l’individuo.

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  12. Elena Silei
    Elena I.M.   8 aprile 2016 at 23:28

    Nel 1892 Le Mode Pratique è la prima rivista a pubblicare la riproduzione di una fotografia, nel 1909 Condè Nast, a capo di Vogue, assume De Meyer intuendo che la fotografia è un mezzo che non esaurisce la sua funzione nel mostrare gli abiti ma soprattutto crea punti di riferimento, di gusto e di stile, è lo strumento ideale per rendere concreto e accessibile il sogno della moda. Dalla metà degli anni ’30 la fotografia surclassa le illustrazioni nelle pagine delle riviste.
    Barthes nota che esiste una categoria denotativa, la chiara relazione tra immagine e contenuto, e una connotativa, una complessa relazione tra immagine e più contenuti. Nell’arco di tutto il ‘900 questi due lati della fotografia si accavallano e si contaminano reciprocamente, la fotografia non è più una mera immagine della realtà ma si afferma sempre più come possibile sostituzione della realtà. Con la post- produzione si aprono le porte del fantastico, in particolare per la moda che deve rendere possibile e afferrabile il suo sogno, essa si serve di un doppio gioco altamente equilibrato, calibra il lato connotativo dello scatto per naturalizzarlo, rendendo la moda reale e in grado di suscitare desiderio, poi calibra il piano denotativo per arricchirlo di elementi e rendere il desiderio realizzabile. Oggi la maggior parte degli scatti rinuncia al piano denotativo, suggerisce un aurea o un sogno senza neanche mostrare l’oggetto del sogno stesso, si passa così dalla presentazione alla ri-presentazione del reale.
    Le foto di moda non si limitano a diffondere un qualcosa che già esiste in una forma compiuta, come un abito o un gioiello, prima lo plasmano sotto forma di immagine, poi lo istituzionalizzano e infine lo diffondono; così esse partecipano attivamente al processo di comunicazione della moda come strumento materializzante e fissante, e al processo di sviluppo delle mode come catalizzatore dell’estetica e del gusto. Questo fa si che oggi la fotografia più che strumento di esaltazione dell’oggetto moda è espressione del bello e sintesi di uno stile.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   9 aprile 2016 at 09:52

      Devo dirti che tra i semiologi la divisione barthesiana tra denotazione e connotazione non ha avuto un gran successo. Tuttavia non dobbiamo buttare via niente di utile. Mi sembra di capire che tu hai notato nel campo della foto di moda due traiettorie che tendono più a intrecciarsi che a escludersi a vicenda: una strada “denotativa” nella quale la relazione significante tra segno e oggetto risulta sostanzialmente calcolabile; e una rete di sentieri “connotativi” in cui il senso determinato dagli elementi del testo visivo rimane clamorosamente aperto (e a rischio di interpretazioni aberranti). Belle idee da mettere ella cassetta degli strumenti.

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  13. Diana I.M.   9 aprile 2016 at 09:23

    La fotografia in generale non è un territorio separato e autonomo regolato da leggi proprie. Quando si pone il problema dell’estetico essa appartiene totalmente alla unica nazione dell’arte. La fotografia di moda, essendo parte della fotografia, fa evidentemente parte della nostra arte contemporanea. Soffermandoci per un secondo sul significato di moda, essa è qualcosa di più articolato che un semplice abito o accessorio, ma al contrario essa è un fenomeno complesso che riguarda e mette in relazione fra loro atteggiamenti, modi di essere, forme di linguaggio e qualsiasi altra scelta grazie alla quale strutturiamo il nostro essere al mondo. «Quel che conta nella moda è solo il cambiamento» scriveva Simmel. La moda non è l’abito, ma un regime di cambiamento del gusto e quest’ultimo ha a che fare con un insieme di fattori di carattere storico e sociale di cui i mass media sono elementi inscindibili (infatti la rivoluzione inizierà nel 1880-1890, quando la fotografia di moda entra nell’uso comune, influenzando le masse, ottenendo un ruolo commerciale attraverso la pagina stampata e attraverso l’invenzione tecnologica del processo di stampa denominato “mezzotono”) . La moda, dunque, è anche l’atto e la pratica del fotografare intesi come desiderio di creare e di raddoppiare la nostra vita in immagine. Questa riproduzione del reale che ci propone la fotografia di moda, ci fa entrare in contatto con qualcosa d’altro, di più suggestivo, rispetto all’analogon del reale e che quindi non è la pura informazione sul prodotto. Nella foto di moda si immagina e si definisce, si desidera una possibilità di comportamento, perché l’immagine ci propone un prototipo di vita, un’esperienza di stili e di modi di essere, e quindi anche se virtualmente la moda vive dentro la fotografia. È quindi il sogno che viene esaltato non il mero prodotto! Essa si concentra sul corpo, sulla sua costrizione, sulla sua libertà, sulla sua imprescrutabilità fino, negli ultimi anni, a privarlo totalmente di qualsiasi elemento estraneo, segnando la sua nudità : dalla mannequin al corpo polisemico della top-model, dal pittorialismo alle avanguardie artistiche, dalla divisione in generi all’entrata in scena del corpo maschile, al marchio di fabbrica sul corpo nudo.
    Ma cosa rende così potenti e forti le fotografie di moda dal punto di vista mediatico? perché hanno il potere di influenzare le decisioni collettive? Secondo me, proprio perché esse hanno un’impatto così diretto e immediato sulle masse in un determinato spazio X e in un determinato tempo Y, sono divenute delle icone e quindi un simbolo, conduttore di significato, e capace di sostituirsi nella memoria collettiva, al ricordo della persona stessa raffigurata o all’evento storico raccontato. Aristotele affermava che “l’uomo è un animale sociale” Attraverso la fotografia il fotografo esprime i suoi codici, le sue emozioni ed interpreta la realtà affinché, poi, successivamente il fruitore, attratto dall’immagine che desidera di sé, si identifica con quello stile o quel gusto particolare poiché desidera avere la certezza soggettiva di sentirsi parte di un gruppo di una società che utilizzano i suoi medesimi codici, fornendo elementi di identificazione e di riconoscimento.

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  14. Alessandra P   10 aprile 2016 at 16:03

    Il potere della foto di moda, oggi, non sta tanto nel modo in cui essa viene veicolata ma nella sua capacità di ingannare il fruitore nonostante sia conscio dei processi tecnici attraverso cui la fotografia di moda si costruisce. Oggi è cambiato l’atteggiamento dell’uomo nei confronti di ciò che vede perché ha imparato a porsi in modo critico: egli sa che ciò che appare non è ciò che vede. Sarà perché nella maggior parte dei casi le sue aspettative vengono deluse? O forse perché sa che il desiderio che lo spinge ad una identificazione immaginaria con il soggetto visto non è che pura velleità?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 aprile 2016 at 10:19

      Se veramente l’atteggiamento critico fosse dominante, probabilmente gli investimenti in fotografie di moda sarebbero di gran lunga minori.
      Le ricerche delle neuroscienze (vedi Semir Zeki) sulla visione ci suggeriscono che la costruzione dell’asse immaginario che vede il soggetto impegnato emotivamente con l’oggetto della visione, anticipa la lettura logico/critica dell’immagine.
      Possiamo certo aggiungere che après coup, la nostra mente recupera il posizionamento critico. Ma il “danno”, passami questa espressione, se l’immagine funziona è fatto: con l’emozione la relazione immaginaria mi ha fatto essere ciò che non sono, depositando in specifici ammassi neuronali tracce mnestiche pronte ad agire al di sotto della coscienza.
      Perché allora il potere della foto di moda di trasformarmi è tutto sommato innocuo? Qui entrano in gioco le infinite ripetizioni e l’inflazione di belle immagini tipiche di una forma di vita sovraccarica di stimoli comunicativi, il cui effetto principale è la costante tensione tra spinta verso la relazione immaginaria e il suo annullamento.

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  15. Edo   12 aprile 2016 at 13:44

    Dal momento che l’inflazione di foto di moda rende innocuo il suo potere vorrei chiedere all’autore a quali condizioni essa ritorna un potere vero.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   13 aprile 2016 at 09:14

      Bella domanda. Risposta complicata. Io vedo le cose in questo modo: 1. Molte aziende moda, reagiscono al logoramento delle immagini, applicando il (deludente) principio “maggiori quantità della stessa soluzione”. 2. Le aziende che possono permettersi budget importanti associano a 1 una strategia multimediale ( moltiplicano le piattaforme sulle quali proiettano le immagini; e/o creano algoritmi di concetto composti dalla correlazione di funzioni segniche eterogenee: foto + video + vetrine + eventi …).
      3. Ma forse nella nostra forma di vita il potere della foto di moda viene costantemente ricostruito attraverso operazioni che implicano un lavoro creativo su concetti come novità e futuro. Noi occidentali adoriamo le novità. In altre parole troviamo piacevoli le informazioni che riguardano il futuro. Sembra addirittura possa essere dimostrato che le informazioni alle quali attribuiamo “novità” e futuro, possano essere assimilate agli effetti piacevoli delle droghe (cioè darebbero dipendenza). Secondo i neuroscienziati, per la nostra specie le costruzioni mentali avrebbero acquisito la capacità di stimolare il circuito del piacere nell’encefalo.
      Allora, per tornare al nostro problema, si può congetturare che le immagini che in qualche modo fondono un certo discorso sulla bellezza con le idee di novità e futuro, possono generare un piacere avvicinabile a una dipendenza. È attraente pensare che in questo modo la superfetazione di immagini (con i legittimi dubbi sul loro effettivo potere) proceda insieme al riconoscimento del loro superpotere.

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  16. Luca   12 aprile 2016 at 13:59

    Io mi chiedo invece se non sia proprio il gran numero di foto di moda che ci circondano a rappresentare un potere. Forse non lo percepiamo come tale ma assediati dalla pubblicità finiamo con l’essere coinvolti.

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  17. Eleonora P   12 aprile 2016 at 17:16

    Per quanto riguarda la tesi di Ernst Gombrich che sostiene che tendiamo ad aggiungere delle proiezioni alle immagini statiche che ci circondano, sono pienamente d’accordo. Tuttavia penso che ormai il fruitore di oggi abbia uno sguardo disilluso verso tutto ciò lo circonda: non sto sostenendo che l’uomo riesce ad avere un atteggiamento critico, anzi si lascia travolgere dall’immaginario racchiuso nella fotografia. Dico soltanto che è abituato all’inesorabile delusione che ne deriva subito dopo e ne è consapevole.

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  18. Sofia p. P.   12 aprile 2016 at 17:50

    La fotografia nasce come possibilità più efficace di poter raggiungere e cogliere la realtà mentre le illustrazioni e gli sketches come possibilità di poterla interpretare a nostro piacimento, plasmandola attraverso non solo l’occhio ma il “mood”.
    Nella moda le due vie si convergono in un’unica funzione: quella di trasmettere il suo sogno.
    Diversamente da un’arte libera e astratta, la moda mantiene sempre un margine di realtà, trattandosi anche di prodotto concreto, ma è altrettanto libera di spaziare sulla sua identità, il messaggio che vuole trasmettere e il canone di bellezza da promuovere.
    La fotografia di moda sta passando dall’imitazione della moda all’idealizzazione della moda attraverso strumenti non sempre del tutto leciti (come il fotoritocco con Photoshop). Se prima la finzione era costituita solo dalla creazione di un finto set, adesso è l’immagine stessa, spesso l’umanità propria della foto ad essere contaminata di finzione, tanto da rasentare il perturbante, producendo canoni di bellezza inesistenti. La foto non basta più, la rappresentazione attraverso un obiettivo non è più abbastanza per il fashion system. Forse per questo c’è un lento ritorno all’illustrazione di moda, allo sketch; forse perché questo, nella sua libera interpretazione della moda e nella sua distorsione della realtà, resta genuino e con una certa franchezza, come a dire “sono arte, non imito la realtà, la interpreto e le sottraggo certe cose per aggiungerne altre, lo sapete, questo dovete aspettarvi da me”. La stessa frase detta dalla fotografia, considerando la sua storia, non sarebbe altrettanto credibile.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 aprile 2016 at 19:10

      Questo ritorno del figurino o dello sketch mi è sfuggito. Sei sicura?

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  19. Gao P   13 aprile 2016 at 10:43

    Io mi dispiace tanto su mondo di oggi usa così malamente la parola “foto di moda”, in mondo di Instagram sembra qualsiasi foto c’è un oggetto di moda indossa in una persone e si fa un hashtag “fashion photography”. Per noi, la generazione millennio, abbiamo già visto troppo, e ci stancano i occhi e persone cliccano “like” senza un attimo di pensare. Quanti persone veramente mettono un po’ di tempo a pensare cosa c’è in dietro una foto che gli piace? La foto di moda ha un potete perché non soltanto una foto.

    Rispondi
    • Lucrezia   13 aprile 2016 at 14:25

      Hai ragione Gao. Ma devi considerare che se una immagine piace, la risposta emotiva arriva in un attimo. Non c’è bisogno di tempo per pensare. È anche vero però, e su questo hai ragione, che anche se sono certo che una foto mi piace, non so spiegarmi il perché.

      Rispondi
      • Virginia   14 aprile 2016 at 11:39

        Può anche darsi che le spiegazioni non siano poi così importanti. La risposta emotiva basta e avanza!

        Rispondi
        • Lucrezia   14 aprile 2016 at 11:53

          Volevo solo dire che l’emozione è tutto in una foto di moda e che quello che normalmente pensiamo sia una spiegazione può darci delle informazioni ma non spiega l’aspetto più importante cioè l’emozione. Una foto funziona bene se il suo segreto viene preservato.

          Rispondi
          • James   14 aprile 2016 at 12:06

            Scusate tanto, ma allora secondo voi la critica non serve a niente! Se contano solo le emozioni non vale la pena nemmeno di parlarci sopra. O scatta l’emozione oppure no! Fine dei giochi. A me mi sembra un punto di vista un po’ troppo romantico.

          • Virginia   14 aprile 2016 at 12:17

            Ma ci sarà una distinzione qualitativa tra l’emozione e le chiacchiere critiche! Mi chiedo. Io penso sia più importante l’emozione. L’emozione mi fa pensare effetivamente al potere di una fotografia di moda. Le chiacchiere non saprei, a me sembrano inutili.

  20. Luca   16 aprile 2016 at 12:31

    Credo di aver capito che il potere della foto di moda è insensato cioè si concentra sulle emozioni e non sulla logica. Perché funziona? Non sono sicuro che l’autore abbia risposto chiaramente a questa domanda fondamentale.

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  21. Roberta   17 aprile 2016 at 11:13

    Ho l’impressione che chi commenta interpreti la foto di moda solo in un modo. Leggendo la seconda parte dell’articolo dovrebbe essere chiaro che i fotografi si ispirano a numerosi generi. Forse sbaglio ma ho la percezione che siano le foto trasgressive a manifestare il potere della foto di moda.

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  22. Francesco   17 aprile 2016 at 13:04

    Come potremmo definire le foto di Oliviero Toscani per Benetton? Trasgressive? Se avevano il potere perché il fotografo è stato licenziato e la Benetton è andata in crisi?

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  23. Martina   17 aprile 2016 at 13:14

    Io credo che la trasgressione sia solo una messa in scena che serve per attirare l’attenzione. Con quello che si vede in giro per internet come si fa a crederci? Ai giornalisti fa comodo creare scandali così vendono più copie. La moda sta al gioco per suscitare l’interesse. Ma qualcuno si chiede mai se il pubblico è realmente interessato!

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  24. Arianna P.   18 aprile 2016 at 21:53

    La moda non è semplicemente l’abito, ma uno stile, un modo di essere, un comportamento, un immaginario che la fotografia costruisce e rende credibile. Dalla biforcazione De Meyer-Steichen, grandi iniziatori, tra l’immagine e l’immaginario, a Deborah Turbeville, se posso dirlo la mia preferita, la fotografia di moda racconta una storia, racconta l’abito, racconta il sè. Nonostante la fotografia di moda è comunemente considerata superficiale, corrotta dall’eccessiva ricerca di uno stile, dal commercio dell’immagine e dei corpi, credo che la concentrazione più grande bisogna averla sull’immaginazione del fotografo, sul suo occhio, punto dove risiede la sua qualità.

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  25. Cecilia P.   19 aprile 2016 at 22:33

    La fotografia di moda rappresenta per il soggetto fruitore dell’immagine una proiezione del suo sé, uno specchio che ricorda il mito di Narciso, dove la proiezione del desiderio si fa passione ed ossessione. L’evocazione di questo desiderio compulsivo porterà come effetto la trasformazione dell’oggetto che perderà necessariamente il suo un valore effettivo, “reale” per trasformarsi in un’icona da possedere. Il fotografo attraverso uno speciale storytelling, contribuisce perciò a questo processo evocativo, che comporta quindi anche una nuova percezione di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere attraverso modelli riconosciuti. Come per il linguaggio, la koiné sarà infatti una serie di modelli riconoscibili da colui che guarda l’immagine e per questo codificabili ed accettabili. Solo attraverso questo processo di riconoscimento, accettazione, proiezione, la foto di moda si trasforma da specchio della realtà in proiezione del sé.

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  26. Marco   20 aprile 2016 at 07:42

    Cecilia, seguo con interesse lo sviluppo del tema. La tua idea che il fruitore proietti il suo sè nella foto di moda mi porta a pensare che il potere della foto sia di natura proiettiva, cioè dipenda essenzialmente da chi sta guardandola. Se così fosse non credo che potremmo concepirlo come un vero potere e quindi dici cose interessanti che necessitano di un ulteriore chiarimento. Un elemento proiettivo sicuramente c’è ma è solo un momento che va articolato ad altri.

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    • Cecilia P.   20 aprile 2016 at 21:54

      Grazie per il suo commento, mi ha molto colpito nell’articolo la spiegazione di come in effetti la foto di moda non è solo un arte-fatto o un modello mimetico, mera copia della realtà, ma come eserciti anche un potere su chi guarda. Credo che però affinché ci possa essere un momento empatico, tra me e l’oggetto, sia necessario che in qualche modo io mi riconosca in ciò che vedo, che non lo consideri un qualcosa di lontano o inarrivabile, ma un qualcosa a cui io possa tendere, e solo allora la foto mi induce a provare il desiderio di diventare in parte ciò che vedo. Non so se è fin troppo azzardato trovare in questo meccanismo che mi affascina un parallelo con la “suspention of disbelief” teorizzata dal poeta inglese Samuel Coleridge a proposito dell’arte, della poesia ed applicata ancor oggi nel cinema. Per godere a pieno di un’opera d’arte, per esserne partecipe emotivamente, devo sospendere il giudizio, credere che quello che leggo o vedo sia reale. Parallelamente anche la foto di moda esercita un potere quasi “coercitivo” al momento in cui io sospendo la distanza che c’è tra me e ciò che vedo. Poi ci sono molti altri aspetti che potrei approfondire, ma questo è quello che mi ha maggiormente stimolato ad una riflessione.

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      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   27 aprile 2016 at 08:39

        Ottimo intervento Cecilia, mi studierò con attenzione la modalità proiettiva da parte del fruitore. Se ho ben capito il tuo pensiero, il potere della FdM risiederebbe nella capacitazione del fotografo nel padroneggiare le forze visive che promettono l’attivazione della proiezione. Come spiegare allora l’uso di immagini che sembrano respingere e inquietare i destinatari?

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  27. Annalisa P   20 aprile 2016 at 09:06

    Ritengo la fotografia di moda un valore aggiunto a quella che è la moda stessa. Un abito su un manichino non è capace di trasmette le stesse emozioni di quando si trova su una modella in un’ambientazione. Penso quindi che non sia “tanto importante” se ad oggi la fotografia di moda rispecchia o meno la realtà, ma è fondamentale che essa riesca a catapultare chi l’osserva nella dimensione desiderata dal fotografo. L’immediatezza con cui una foto comunica è incredibile ed è proprio questa la forza della fotografia.

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  28. Maria P   20 aprile 2016 at 12:28

    La foto di moda oggi non trasmette più a mio parere quel sogno che invece prima comunicava.
    Perché quando vediamo una foto di moda vecchia rimaniamo abbagliati, mentre quelle moderne ci sembrano tutte uguali?
    Anzi, dire che sono tutte uguali è una bugia, ma di sicuro nessuna riesce a tramandare un valore aggiunto.
    L’aurea che caratterizzava le vecchie foto di moda, mi riferisco a De Meyer, Tuberville, Irving Penn e tanti altri citati nell’articolo era magica, sognatrice, utopica nel senso più positivo del termine.
    I marchi del lusso oggi si affidano alla ripetizione del messaggio, che di solito è un prodotto privo di qualsiasi storia, da tramandare piuttosto che sul contenuto dello scatto, sul sogno che esso può tramandare e può catturarci.
    La moda DEVE farci sognare, perché è l’unica che può permettersi di illuderci di una realtà onirica in cui rivederci, attraverso non solo gli abiti che indossiamo, ma anche attraverso una comunicazione utopica. L’uomo ha bisogno di sognare, di sperare in una realtà non reale. Ritornerà?

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  29. Sofiadn P.   26 aprile 2016 at 23:02

    Anni 60, anni d’oro per la moda, arriva la rivoluzione sessuale, la minigonna e Woodstock. Il nudo si fa spazio grazie alle immagini del fotografo Helmut Newton che ribalta il ruolo della donna. Anni ’70, la donna si conferma ancora la vera protagonista e arriva il colore. Anni ’80: lusso sfrenato, nudo e sperimentazione. Anni di Oliviero Toscani e della shockvertising.
    Arriviamo infine agli ultimi decenni, caratterizzati da una nuova rivoluzione: l’avvento della tecnologia digitale. Questo ha avvicinato al mondo della fotografia di moda un numero sempre più crescente di aspiranti fotografi con la conseguente dispersione di veri e propri punti di riferimento. Social media e programmi di post produzione hanno portato ad una continua sperimentazione dando meno importanza, come scrive Maria, al sogno, all’emozione.
    Alexander Liberman, storico direttore di Vogue, descriveva la fotografia di moda come “un’operazione sottile e complessa che richiede arte, talento, tecnica, psicologia, e capacità di vendita”.
    Ritornerà?

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    • Ric   27 aprile 2016 at 11:19

      Per me la grande fotografia non se n’è mai andata. Con il digitale sono aumentate la valenza creativa della post produzione e la pressione di incredibile massa di immagini. Capisco la tua critica ma ci conviene guardare al futuro e trasformare le criticità in nuove opportunità.
      Creare una immagine efficace continua a essere un lavoro complesso che richiede arte, talento e tecnica. Aggiungiamoci pure anche l’abilità nel negoziare con il committente e l’aspetto psicologico.

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  30. Sabrina Turturici   22 maggio 2016 at 19:22

    Un po’ tutti ci chiediamo: veramente la fotografia di moda ha un potere? Ma al mio parere quel potere e un po’ cambiato rispetto agli inizi…
    La fotografia di moda è spesso considerata come non meritevole di seria attenzione; è definita superficiale, corrotta dall’eccessiva ricerca di uno stile, dalla mercificazione e quindi dal commercio dell’immagine e dei corpi.
    Però solo negli ultimi anni, la fotografia di moda ha iniziato a emergere come argomento di analisi storico.
    Guardando dall’inizio la fotografia di moda, e ovvio come questa è diventa un mezzo che esprime lo zeitgeist, dandoci uno strumento per farci notare il cambiamento nell’influenza artistica e il loro impatto commerciale.
    E anche molto importante, non sottovalutare le fotografie di moda, perché sono solo grazie a loro che vengano mostrate gli abiti di una collezione e, avvolte, viene anche raccontata una brave storia.

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  31. Ginevra P   22 maggio 2016 at 22:22

    Se il punto fondamentale della fotografia di moda era di mostrare la realtà allora si direbbe che allungo andare questo messaggio viene totalmente ignorato. Per quanto sia utile e meraviglioso il mondo dei programmi di ritocco toglie tutta l’essenza dell’immagine stessa e lasciare solo una lettura impercettibile per rendere leggermente più accattivante l’acquisto, ne vale così la pena ? Mi viene spontaneo pensare che la cosa più bella di vedere una foto sia di pensare come il fotografo nel momento in cui scatta.

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  32. GiuliaP   23 maggio 2016 at 10:49

    La foto di moda ha un potere in più rispetto ad un abito senza vita su di un manichino, lo scatto dona all’abito la possibilità di riprendere vita e creare un legame con l’osservatore, legame che viene creato e catturato in un momento e che deve essere così forte ed espressivo da attrarre il soggetto fruitore e spingerlo ad immedesimarsi con la modella o con il modello. Creare una situazione, un modo, un particolare che sia unico. Non importa se attrae o respinge, anche inquietare lo sguardo genera interesse e anzi, genera quella curiosità inconscia nell’essere umano verso l’oscuro.

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  33. Chiara P   23 maggio 2016 at 18:35

    L’immagine è sempre stata nel corso della storia il mezzo più utilizzato in quanto comprensibile da tutti e di facile diffusione. Oggi, ancor più di una volta, è il mezzo privilegiato dalle persone che vogliono esprimere un concetto, convivere un mood e/o semplicemente un qualcosa di esteticamente bello. Nella nostra epoca, caratterizzata da una dinamicità frenetica e dal costante bombardamento di informazioni attraverso internet, l’immagine vince sicuramente la lotta visual-scritto, essendo di impatto e facile da ricordare. Indubbiamente per un periodo, e in parte anche per ora, la fotografia di moda è stata un mezzo per ritrarre modelli di bellezza imposti dal sistema, il canale su cui proiettare se stessi per aspirare ad un’affermazione personale nella società ed essere identificati come persone “attraenti” e quindi di “successo” (’90-’00). Tuttavia io penso che in tutto ciò, ad ora, ci sia solamente una piccola parte di verità. Nel corso degli ultimi anni molti fotografi sono riusciti ad emergere grazie al loro “realismo-non realismo”: la loro capacità di ritrarre aspetti psicologici reali della società, non più quindi immagini patinate che aspirino ad essere un modello, quanto piuttosto testimonianze dei disagi e dei problemi che ogni persona può avere. Ritratti della realtà, seppur astratta, ma in cui ognuno di noi ci si può ritrovare in un momento della sua vita. Ren Rox, ad esempio, attraverso le sue foto riesce abilmente a far emergere la voglia e il bisogno di evadere, utilizzando talvolta colori acidi, talvolta bianco e nero. Oppure potrei citare anche la fotografa Sonya Kydeeva ritrattista dei giovani volti della Russia post-sovietica, che tramite le sue foto riesce a far emergere il mood generale proprio dei ragazzi di quel territorio che si accingono a scrivere una nuova storia del paese. O ancora Lea Colombo, Saga Sig, Victor Baladoch, Michaela Knizova e moltissimi altri. Non sto certo dicendo che questa tendenza non ci sia stata anche nel passato: ricordiamo infatti la fantastica Francesca Woodman, morta suicida a 23 anni e il suo disagio interiore rappresentato attraverso il corpo femminile, l’ambiente e la fusione di entrambi. Tuttavia la società oggi necessita di realismo e ciò è provato dalla crescente tendenza a pubblicare foto di reportage, di backstage, immagini di volti dalla bellezza non convenzionale, imperfetta dei giovani adolescenti sempre più in lotta per ottenere un mondo vero, concreto libero dalle falsità e dai preconcetti. Le persone ora vogliono sapere e condividere la vera essenza delle cose, sapere cosa si nasconde dietro la facciata.

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  34. Irene P.   11 novembre 2017 at 18:37

    La fotografia, fin dalla nascita del dagherrotipo, ha conquistato tutti, persone colte e incolte e ha suscitato le più diverse interpretazioni. Se Zola e Verga erano soliti immortalare con i loro apparecchi fotografici ambienti, scene, personaggi che poi avrebbero ritratto nei loro romanzi, perché valutavano la macchina fotografica meno soggetta alla volontà dell’”autore” che le è nascosto dietro, in quanto oggetto autonomo in rapporto a ciò che vuol far vedere e raccontare, dall’altra parte Baudelaire (articolo Il pubblico moderno e la fotografia, 1859 “ Revue francaise”) esprimeva disappunto nei confronti della nuova tecnica fotografica, soprattutto in relazione a chi riteneva tale invenzione capace di soppiantare ogni forma d’arte per la sua capacità di riprodurre perfettamente il vero. Egli, infatti, è stato il primo ad intuire che la fotografia va oltre le apparenze del reale, in quanto la macchina fotografica è uno strumento che registra la realtà, ma questa passa comunque attraverso il filtro dello sguardo umano.
    Di quanto poi la fotografia potesse essere utilizzata come mezzo di promozione di se stesso, si rese ben conto Gabriele D’Annunzio, che si fece ritrarre nelle pose più eccentriche per promuovere la propria immagine quale icona del divismo maschile italiano, della moda dandy dell’epoca, del poeta-soldato, dell’eroe nazionale. Grazie alle fotografie che lo coglievano nel contesto delle sue dimore con arredamenti sfarzosi, tappezzerie e tessuti pregiati favoriva la sua identificazione con i protagonisti dei suoi romanzi. La fotografia fu quindi il mezzo migliore di cui lo scrittore si servì per costruire la sua immagine moderna di grande mito della moda e dell’arte.
    A tal proposito Federica Muzzarelli (Moderne icone della moda. La costruzione fotografica del mito. Einaudi 2013), nell’analizzare alcuni dei più significativi ritratti di Nancy Cunard tra i quali quelli realizzati da Man Ray e da Cecil Beaton, afferma che gli scatti “si presentano come vere e proprie performance fotografiche atte a mettere in scena, e dunque visivamente costruire, il mito di Cunard che deve essere reso immortale perché, si sa, l’immagine è tutto”. Del potere dell’immagine come strumento di comunicazione è senza dubbio l’esempio più rappresentativo la foto di moda. Questa ha avuto ed ha una forte influenza sull’osservatore per la sua capacità di cogliere lo Zeitgeist, di trasmettere l’ideale di bellezza, di suggerire cosa sia desiderabile, oggi più che mai, in quella che viene definita “era di Internet”, in un tempo, il nostro, in cui si parla addirittura di passaggio dalla civiltà della parola alla civiltà dell’immagine. Immagini, soprattutto con l’utilizzo del digitale, che sempre meno riproducono la realtà, grazie all’utilizzo di effetti correttivi, interventi tecnici, fotomontaggi ecc… che consentono di realizzare prodotti fotografici sempre più artefatti, ma efficaci sul piano commerciale, aspetto questo sicuramente da non trascurare in particolare quando si parla della promozione di un prodotto. In ogni caso, in una società liquida come la nostra, diventa sempre più difficile, anche per il grande fotografo, catturare lo spirito del tempo per influenzare l’immaginario di ciascuno di noi e attrarre la nostra attenzione.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 novembre 2017 at 10:13

      Sono d’accordo con le idee che hai brillantemente esposto nel tuo commento. Federica Muzzarelli con il sul bel libro ha dimostrato con grande lucidità quanto la fotografia sia stata decisiva per trasformare personaggi eterogenei in icone. È interessante registrare che negli stessi anni in cui apparivano i primi personaggi iconici creati dall’interazione tra riviste capaci di presentare illustrazioni fotografiche sempre più efficaci e affinamento delle tecniche della fotografia, Walter Benjamin denunciasse l’evaporazione dell’aura dall’oggetto artistico. Si può dire che l’effetto iconico ne abbia preso il posto, con conseguenze spettacolari che annunciano l’avvento di una società dominata dalle immagini. Se mi permetti una precisazione, vorrei ricordarti che l’espressione civiltà dell’immagine non nasce con Internet. È una ipotesi forte che accomuna i lavori di McLuhan sull’impatto dei nuovi media (la Tv, soprattutto) e di Guy Debord, autore del citatissimo testo “La società dello spettacolo, del 1967. Si potrebbe pensare che la moda intesa come sistema che esercita un suo potere, abbia avuto un ruolo da protagonista in questa trasformazione. Non è esattamente così. Così come con la fotografia è arrivata in ritardo a padroneggiarne le potenzialità, anche con la televisione (il linguaggio audio visivo) e il web si è mossa con prudenza. Scoprirne le ragioni potrebbe rivelarsi della massima importanza e riservarci delle sorprese (forse la moda non è così rivoluzionaria come pensiamo).

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      • Antonio   15 novembre 2017 at 13:23

        Per una volta sono d’accordo con l’autore. Molte persone sopravvalutano la moda considerandola sempre rivoluzionaria. È vero il contrario cioè che la moda è fascista e vuole imporci i sui diktat. Comunque Irene ha scritto un ottimo articolo e concordo con lei sul fatto che la nostra civiltà è una civiltà dell’immagine.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   16 novembre 2017 at 09:31

          Non senza una robusta nota di ineffabile piacere prendo atto che Antonio continua a non capire un cazzo della moda. La parola fascismo andrebbe spesa meglio e con più pudore. Se la sintassi tra elementi di abbigliamento che chiamiamo moda fosse fascista allora cosa potremmo dire della Langue saussuriana? Ha senso definire fascista la grammatica della Lingua solo perché ha delle regole? Provò a sostenere questa tesi il grande Roland Barthes verso la fine degli anni settanta. Fu solo una boutade per dare una svegliata a un esercito di chiacchieroni che si facevano delle pippe riempendosi la bocca con una verbosità estenuante, immaginando con questo di essere libere, intelligenti, rivoluzionari. La moda non può essere fascista dal momento che vive negando sistematicamente se stessa. Eventualmente sono fasciste le persone che la usano mettendola al servizio della propria ideologia. Ma a questo punto diventa una divisa, un modo per effigiare il soggetto, conferendo alle sue apparenze la valenza di un discorso precostituito. Allora, mi chiedo, possiamo considerare moda anche la foglia di fico usata da Adamo ed Eva per nascondersi a vicenda uccello e passera? E il pelliccione di bisonte dell’uomo del paleolitico? La tentazione di vedere la moda dappertutto e di vederla compromessa con tutte le espressioni dell’umano, è una ingenuità che porta soltanto a crampi mentali. Civiltà dell’immagine può essere efficace per focalizzare alcuni aspetti della nostra forma di vita. Ma vorrei chiedere ad Antonio: quando vai al ristorante per mangiare i tortellini, al cameriere fai vedere una foto o glielo chiedi comediocomanda? Quando vedi la tua fidanzata e vuoi farle capire quanto le vuoi bene, che fai? Tiri fuori una istantanea per farle vedere quanto sei eccitato?

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    • Melissa P.   16 novembre 2017 at 18:22

      Irene non credi che i prodotti fotografici definiti sempre più “artefatti” più che allontanarci dalla realtà in senso negativo, ci permettano di scoprire un nuovo volto di essa? In fondo, chi ha stabilito che l’obiettivo della fotografia debba per forza esser quello di riprodurre la realtà nella sua pienezza?
      Il limite più grande riconosciuto alla fotografia nei primi anni di diffusione, fu proprio quello di rappresentare passivamente la realtà, tralasciando le emozioni; sicuramente con lo sviluppo di tale forma comunicativa si è cercato di colmare questa mancanza ed io non lo interpreterei come qualcosa necessariamente annebbiante.

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  35. Karina P.   15 novembre 2017 at 22:28

    Ho trovato questo articolo molto interessante e coinvolgente nella lettura.
    Reputo che le immagini siano sempre state un ottimo mezzo di comunicazione, perché secondo me molto spesso esprimono concetti che le parole non riescono, sebbene possano essere più precise.
    Oggi la fotografia di moda è molto diversa da come lo era tempo fa, si cerca sempre di più la perfezione e quindi spesso si tende a esagerare a mio avviso, facendo risultare le fotografie come qualcosa di “troppo”.
    È anche vero che oggi è molto più difficile emergere come fotografo, bisogna avere quella marcia in più, quella creatività differente dagli altri.
    Mi trovo d’accordo sulla frase “A livello empirico sembra che le immagini illustrino e descrivano il mondo”, perché attraverso una fotografia possiamo unire mondi diversi per raccontare il nostro modo di vedere il mondo.
    Durante la lettura di questo articolo avevo in mente un nome ben preciso di una fotografa che è emersa da poco tempo, ma ha già un grandissimo successo e scatta campagne pubblicitarie per i più grandi stilisti, come per esempio Dolce & Gabbana, e con le modelle più famose del mondo, sto parlando di Nima Benati.
    Una ragazza giovanissima nata a Bologna, che ha imparato tutto da sola, partendo da una sua passione per la fotografia e che è arrivata ad avere un successo incredibile, grazie alla sua creatività e bravura. Personalmente adoro le sue foto, perché mettono allegria, ti permettono di avere uno sguardo sulla realtà un po’ diverso.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 novembre 2017 at 08:49

      Ho sentito parlare di Nima Benati un paio di anni fa, quando intervistai la stilista che le faceva look su misura. Puoi leggere l’intervista a Julieta nella mia rubrica. Forse alcune delle immagini a corredo dell’art. sono di Nima. Chiesi a Julieta di farmela conoscere, ma poi non se ne fece nulla. Forse non le piacque la mia intervista e ha voluto punirmi.

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    • Margherita P.   16 novembre 2017 at 23:42

      Sono d’accordo anche io con Karina che la fotografia sia uno strumento importante di comunicazione, perché va oltre un semplice testo di parole. La fotografia può evocare qualcosa di intenso: emozioni, sensazioni, ricordi..quindi sicuramente è un mezzo, a mio parere, più incisivo rispetto ad un testo. Non a caso l’immagine viene definita un disposto di induzione passionale che induce nell’uomo un forte desiderio e attrazione. Sicuramente è altrettanto vero che oggi la fotografia è cambiata rispetto al passato, pur di raggiungere l’ obbiettivo di suscitare qualche emozione, essa cerca di ricercare ciò che noi vogliamo, arrivando a tal punto da astrarsi dalla realtà in cui è stata fatta.

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    • Antonio P   19 novembre 2017 at 12:53

      Concordo con Karina per quanto riguarda il potere di cui godono le immagini, le quali non soltanto sono in grado di poter esprimere meglio concetti , ma anche di poter catturare la nostra attenzione moto più delle parole, inoltre credo che l’immagine , rispetto alla parola , abbia un rapporto differente con la realtà ,infatti, mentre la parola è astratta , con la nascita della fotografia l’uomo per la prima volta ha la possibilità di catturare l’essenza stessa della realtà.

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  36. Irene P.   16 novembre 2017 at 12:59

    Condivido l’opinione di Karina riguardo all’efficacia dell’immagine come mezzo di comunicazione, nella consapevolezza che, in un mondo sempre più social, la tendenza sia più quella di trasmettere messaggi, informazioni, persino stati d’animo postando le foto più svariate piuttosto che scrivere o parlare. Questo, a maggior ragione, vale nell’ambito della moda in cui, come si afferma anche nell’articolo, per chi opera in questo settore e “per chi consuma la moda con maggior piacere”, sembra “che le parole per raccontarla abbiano scarsa importanza”. Tuttavia, dal mio punto di vista, la parola sia scritta sia verbale, in molti altri ambiti, riesce ad avere una forza evocativa, a concedere una libertà di immaginazione, ad affascinare quanto nessuna immagine possa eguagliare.

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  37. Melissa P.   16 novembre 2017 at 17:08

    Mille sono le modalità che al giorno d’oggi permettono la comunicazione di emozioni, pensieri, visioni.
    All’interno di una società sempre più sclerotica, certamente, tempi di trasmissione e ricezione esigono velocità ed immediatezza.
    Ciò che, in maniera indiscutibilmente egregia, potrebbero comunicare le parole, viene spesso sostituito con la creazione di un immagine rappresentativa: essa viene prediletta, nella moda come in qualsiasi altro campo, data la sua tempestività.
    Se proviamo a far riferimento all’esperienza diretta e quotidiana che accompagna ognuno di noi, ci renderemmo conto di come la comunicazione interpersonale sia effettivamente cambiata; la cosiddetta comunicazione 2.0 non predilige in effetti, il più delle volte, l’utilizzo di Emoji?
    E cosa sono le Emoji se non la raffigurazione visiva di un’emozione descrivibile a parole?
    Tutto questo per sottolineare come talvolta, grandi meccanismi apparentemente lontani siano in realtà riscontrabili nel mondo delle piccole cose.
    Detto questo, è a mio parere scontato sottolineare l’importanza delle parole, senza di esse, sono tante le cose che non potremmo trasmettere oppure decodificare; ma è allo stesso tempo errato credere di poter decidere chi tra le due (parole, immagini) veste il ruolo di protagonista.
    Necessitano l’una l’esistenza dell’altra.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 novembre 2017 at 17:29

      Nessun dubbio che la comunicazione interpersonale sia cambiata e che in 2.0 si assista alla superfetazione di questi esserini chiamati emoji. Ma è anche l’era definita dagli osservatori “l’era dell’analfabetismo di ritorno”. Sè questa tendenza è vera a me non pare che sia cosi scontato sottolineare l’importanza delle parole.
      Dici una cosa giusta quando affermi che le une necessitano delle altre. Ma quando dovrai collaborare per configurare un messaggio moda non potrai sempre appellarti a Ponzio Pilato. Dovrai scegliere il giusto peso tra le due componenti. Dovrai decidere chi è la protagonista.

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      • Melissa P.   16 novembre 2017 at 17:55

        Quando dico “è allo stesso tempo errato credere di poter decidere chi tra le due (parole, immagini) veste il ruolo di protagonista” mi riferisco ad una visione universale delle suddette. Secondo il mio parere è generalmente impossibile definire chi tra le due abbia maggiore importanza. Nella configurazione del dato messaggio moda, la scelta non si può senz’altro evitare, di questo sono consapevole.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   16 novembre 2017 at 18:24

          Delle visioni universali o trascendentali non so nulla. Però credo di essere nel giusto se ti ricordo che gli esseri umani si distinguono da altri organismi perché hanno sviluppato la capacità di argomentare, descrivere, scegliere ciò che è valido da ciò che non lo è. A tal riguardo astrazioni come parole e numeri, sembrano molto più decisive rispetto le immagini. Cosa significa decisive? Significa che le funzioni alte del linguaggio includono quelle che condividiamo con marameo maramao (il gatto di mia madre) cioè quelle che le immagini riflettono meglio. Ma l’inverso non funziona. Cioè, marameo maramao può riconoscere la mia immagine, può indovinare la mia intenzione di molestarlo dai miei movimenti e darsela a gambe, ma non può dirsi “domani a quest’ora sarò spaparanzato al sole”.

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    • Karina P.   16 novembre 2017 at 21:23

      Mi trovo d’accordo con te sul fenomeno delle emoji, in quanto attraverso semplici “faccine” riusciamo a esprimere uno stato d’animo o concetti senza usare le parole. Mio malgrado queste emoji potrebbero però essere fraintese, perché ognuno è libero di darli l’interpretazione che preferisce.

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    • Elisabetta Boldrini P   16 novembre 2017 at 23:29

      Sono d’accordo con Melissa riguardo l’utilizzo delle Emoji per comunicare. I tempi sono cambiati, ogni cosa cambia e si evolve. Attraverso le Emoji le persone sostituiscono le parole e di conseguenza molto spesso non trasmettono il messaggio che vogliono comunicare. Come sempre esistono dei pro dei contro ma andando avanti con il tempo è normale che la comunicazione si evolva come tante altre cose. Io sono favorevole all’utilizzo delle Emoji perché attraverso loro possiamo esprimere concetti senza l’utilizzo di troppe parole anche se a volte ci possono essere dei fraintendimenti.

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    • Ginevra P   17 novembre 2017 at 07:44

      Sono d’accordo anche io con Melissa riguardo la comunicazione tramite “Emoji” come mezzo comunicativo più utilizzato da noi giovani e su come queste piccole immagini spesso possano darci un significato ad un testo anziché un altro.
      Concordo anche su ciò che Melissa pensa riguardo l’importanza delle parole, infatti secondo me, tanto è importante l’immagine quanto la parola e come ha scritto lei: “necessitano l’una l’esistenza dell’altra”.

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  38. Lucrezia P   16 novembre 2017 at 21:48

    Grazie alla trattazione più che approfondita della storia della fotografia, dell’oggetto moda, della psicologia femminile e delle strategie comunicative, ho potuto sviluppare un mio personale pensiero critico: mi ritrovo nella definizione di Edward Steichen, considerando però la fotografia di moda un impiego che si può accostare alla fotografia storica e a quella impegnata solo per una denominazione comune. Reputo infatti la fotografia di moda un mondo parallelo e lontano dalla straight photography, che, se proprio deve essere messa in relazione con l’altra, è solo un suo straripamento percepibile.
    Se la fotografia storica ha il potere di scuotere, la fotografia di moda ha il potere di muovere.
    Essa può essere criticata solo se si dà per buono che la “vera” fotografia è quella intesa come testimonianza: il che, ammette contestazioni.
    Lo sbilanciamento emotivo che provoca la visione della perfezione – se perfezione è quella condivisa dai più – in una rivista oppure online, si riversa nell’enorme buco del desiderio suscitato nella psicologia femminile e nell’annesso concetto di bellezza, analizzati entrambi eccellentemente in questo script.
    A mio parere, l’unico limite che ha la foto di moda è la moda stessa, in quanto suo superiore e artefice: essa con i suoi simbolismi e la semiotica, trascende prodotti e fotografie.
    Trovo che la foto di moda sia da considerarsi arte solo se non ci sono dietro fini di lucro, se cioè lo si fa per passione personale e non su commissione: le immagini editate per fini stampa sono come la spiegazione dell’arte, è un’azione invasiva e contaminante, che porta ad una perdita di essenza e purezza l’arte sopracitata: il senso primo ne viene alterato.

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  39. Margherita P.   16 novembre 2017 at 23:03

    Fin dall’antichità, l’immagine è stata una delle forme comunicative più efficaci. Già in epoca primitiva, infatti, gli uomini consideravano colui che dipingeva uno di stregone, capace attraverso le sue rappresentazioni, di garantire una buona caccia. L’immagine, quindi aveva un ruolo, oltre comunicativo, anche spirituale trasformando il disegno in un atto propiziatorio e religioso. In accordo con questa visione, già nei primi del novecento il celebre antropologo Claude Levi-Strauss sottolineava come il potere dell’immagine creato dallo stregone fosse più efficace nell’alleviare la sofferenza del paziente rispetto al rimedio tradizionale. Questo accadeva perché riteneva che l’immagine fosse un dispositivo di induzione passionale in grado di indurre nell’uomo un forte desiderio e interesse tale da modificarne le proprie percezioni.
    Partendo da questi considerazioni, si comprende quanto la fotografia sia determinante per il successo di una rivista dedicata alla moda. L’abito, la modella, l’ambientazione sono importanti così come i colori, le forme e le geometrie. Tutti questi elementi sono parte integrante di una narrazione e quanto più essa è ben assemblata dall’editor tanto più risulta efficace il suo messaggio. Le immagini rimangono impresse nella mente del cliente in modo più efficace rispetto ad un testo scritto perché evocano emozioni più immediate ed intense. Per questo motivo le riviste di moda puntano molto sulla loro qualità e composizione utilizzando anche spesso la provocazione come strumento per suscitare curiosità e empatia. Pur di raggiungere questo obiettivo, alla fotografia non si chiede di rappresentare la realtà in quanto tale, ma come vorremo che essa sia o meglio come vogliamo che il cliente desideri. L’immagine viene quindi modificata in modo da creare una realtà virtuale dominata dal bello, dalla perfezione delle forme e dei colori. A questo punto ci possiamo chiedere:” Chi è che non vorrebbe vivere in questa realtà?” Come diceva Claude Levis Strauss, l’immagine crea archetipi, modelli che evocano piacere e come tale la gente è portata a ricercarli in qualsiasi modo. Il piacere è determinato da immagini che permettono una fuga da una realtà che spesso è triste e proprio per questo si vuole dimenticare.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 novembre 2017 at 18:50

      Fai attenzione Margherita. È vero che quando parlo di immagini che dimostrano di possedere un’efficacia simbolica cito Lévi Strauss. Ma nel racconto che il grande antropologo ci propone per farci capire quanto un mito possa alterare la percezione del corpo, lo stregone non fa vedere delle figurine alla puerpera, ma interpreta un rituale nel quale il mito prende il posto della realtà.
      Nel nostro tempo, al posto dei miti abbiamo messo delle immagini. A volte ci sembra che alcune di queste abbiamo il potere di scuotere a soggettività. Penso sia corretto usare l’espressione “efficacia simbolica” per indicare narrazioni e immagini che cambiano la percezione che abbiamo di noi stessi.

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  40. Elisabetta Boldrini P   16 novembre 2017 at 23:13

    La fotografia cattura l’essenza della realtà e se osserviamo attentamente nel corso del tempo la foto, si è evoluta e ha assunto un ruolo importante nella società. La fotografia, a mio parere, va di pari passo con il tempo e questo fa si che rifletta e definisca al meglio l’epoca cui appartiene.
    La fotografia di moda è un genere fotografico il cui scopo è di valorizzare capi di abbagliamento e accessori legarti alla moda. Essa è sfruttata nelle campagne pubblicitarie o servizi in riviste come Vogue, Vanity Fair e tanti altri. Nel corso del tempo la fotografia di moda ha sviluppato una propria estetica, in cui gli abiti e la moda sono valorizzati da altri elementi presenti negli interni della fotografia. Generalmente i fotografi di moda sono informati sui trend da seguire; devono conoscere bene il trucco, i materiali con i quali gli abiti sono realizzarti, il modo in cui sono disegnati, questo per capire come la foto valorizzerà il soggetto nel modo migliore. Si comportano cosi semplicemente perché la fotografia sta cercando una strada che non si limita semplicemente a uno scatto, ma a un nuovo modo di raccontare l’immagine.
    Senza fotografia, senza immagini, a mio parere, non esisterebbe la moda. Ecco perché sostengo che la moda è vincolata dalle immagini, dalle riviste di moda e dalle sfilate. Oggi il mondo è più veloce rispetto al passato, tutto cambia da un giorno all’altro e stare al passo non è facile. Non siamo più incentrati su un unico canone di bellezza ma siamo influenzati da più modelli e possiamo identificarci nel canone di bellezza più vicino al nostro.
    Ritornando al concetto principale, la fotografia di moda non è altro che la realizzazione di un’immagine che fornisce una descrizione di abiti e accessori da vendere ma soprattutto deve procurare in noi una concezione di desiderio. Questo desiderio ci porta a sognare ecco perché la moda deve farci sognare perché è l’unica che può illuderci da una realtà fantastica ad esempio attraverso gli abiti che indossiamo.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 novembre 2017 at 19:23

      Elisabetta il tuo intervento testimonia una certa brillantezza e lucidità. Mi permetto solo di estenderti due perplessità: in generale non credo esista qualcosa che sia l’essenza di una cosa; per giunta nell’epoca della fisica quantistica considerare la fotografia come essenza della realtà mi sembra ingenuo. Possiamo piuttosto dire che una foto è una traccia di qualcosa; possiamo ragionevolmente sostenere che qualcose c’è stato (davanti al fotografo); possiamo insistere e accettare l’idea che la nostra mente viva come più realistica una foto rispetto ad un disegno. Ma il realismo non è la realtà.
      Considera per esempio quante foto di moda funzionino bene attraverso strategie surreali. Considera tutti i trucchi che vengono usati per costruire una immagine.
      Tra l’altro ciò che chiamiamo moda esiste da molto prima dell’invenzione della fotografia.
      Quindi, non arrabbiarti se ti suggerisco di riflettere sul tema in questione. Tieni conto che molte persone, forse la maggioranza potrebbero essere d’accordo con quello che scrivi. Ma tu non vuoi essere “molte persone”. Tu vuoi conoscere meglio i determinanti della moda, perché ambisci a governarne gli effetti. Hai la responsabilità di cercare precisione e chiarezza perché così valorizzi i tanti ragionamenti giusti che hai proposto nel tuo commento.

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  41. Ginerva P   17 novembre 2017 at 07:37

    Io credo che dove finiscono le parole inizi la fotografia e dove non ci sono le parole ci sia l’immagine.
    Spesso mi è capitato di andare a visitare musei e di soffermarmi davanti un quadro o una scultura che ad impatto mi ha generato un’emozione talmente forte da non saperla descrivere nella sua interezza.
    Le immagini sono qualcosa di forte, incisivo, entrano dentro di noi veloci come fulmini.
    Sicuramente sono sempre state il mezzo di comunicazione più diretto e istantaneo; però è anche vero che un’immagine non va solamente guardata ma va anche capita.
    Da piccola duravo meno fatica a guardare le foto perché la mia empatia mi permetteva di intuirne immediatamente il significato mentre per le parole ci mettevo più tempo, perché avevo bisogno di rielaborarle.
    Di conseguenza durando così tanta fatica prediligevo le immagini alla scrittura credendo che esse avessero più potere e fossero più importanti.
    Nel tempo ho imparato a non avere un atteggiamento così selettivo ma a saper capire gli aspetti più profondi delle cose senza posizionarmi pro o contro.
    Detto ciò io penso che ad oggi sia la fotografia (soprattutto di moda) che le parole siano assolutamente importanti allo stesso modo; se le persone danno più importanza all’immagine è perché con le nuove tecnologie abbiamo più difficoltà ad “andar dentro” il significato di una parola. E’ ovvio che descrivere l’immediatezza di un’immagine sia più facile piuttosto che capire ed esporre la “Divina Commedia” o i “Promessi Sposi” per esempio.
    Però bisogna sforzarsi di andare oltre ciò che il nostro cervello capta a primo impatto perché è solo mantenendo salda la nostra mente e la nostra voglia di soffermarsi sui particolari,di un’immagine o di una parola, che diventeremo bravi critici e bravi comunicatori.
    Il tempo che trascorriamo sui -social- purtroppo ci assuefà e ci fa perdere quella determinazione nel voler approfondire i contorni della nostra vita.
    Secondo me la domanda da tener ben a mente al giorno d’oggi è: ” E’ fondamentale toccarla una fotografia per essere capita o guardarla tramite uno schermo?”
    L’immagine è importante quanto la parola ma la presenza lo è ancora di più e dato che lei professore, ci dice sempre di dover uscire “dall’invisibilità” ecco, credo che oltre a quella mentale oggi, regni quella fisica.

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    • Belinda P   22 novembre 2017 at 11:24

      Sono molto d’accordo con Ginevra quando parla del potere della foto. La fotografia è in grado di esprimere emozioni ma allo stesso tempo di suscitarle nella persona che la sta guardando. È anche vero che non basta guardare per capire ,ogni foto va analizzata con precisione per capire realmente che cosa ci vuole trasmettere. Ogni foto è un libro da leggere,è un mondo da scoprire.

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  42. Antonio P   19 novembre 2017 at 12:23

    La nascita della fotografia e gli effetti esercitati dalle immagini hanno profondamente mutato la vita degli individui,il mercato e soprattutto il mondo della moda . La moda vive di immagini , poiché esse sono in grado di trasmettere con immediatezza significati e di catturare , molto più rapidamente di quanto possano farlo le parole , la nostra attenzione. L’articolo in questione mi ha permesso di conoscere e soffermarmi sulle parole di Barthes ,il quale mise in evidenza il potere della fotografia di essere falsa e reale allo stesso tempo e di rendere l’oggetto fotografato presente e assente nello stesso istante . Barthes , a mio avviso , ha sottolineato un aspetto della fotografia che fondamentalmente abbiamo sempre avuto davanti ai nostri occhi ma su cui nessuno si era mai soffermato; nella società contemporanea tuttavia , attraverso i lavori di post-produzione , la concezione di Barthes è entrata , a mio avviso , in crisi , poiché gli strumenti digitali ( come dimostrato dall’esempio della foto che ritraeva David Bowie ) consentono di poter ingannare chi osserva le immagini facendo passare per reale , qualcosa che in realtà non è mai esistito ( David Bowie ,infatti , era in tour e non avrebbe mai potuto essere il soggetto della foto ). Sicuramente i lavori di post-produzione consentono di poter migliorare la qualità delle foto , aiutando il fotografo ad esprimere meglio ciò che le sue immagini vogliono comunicare , tuttavia nella società contemporanea dove non vi è più garanzia di credenze ,certezze , valori , l’uomo non può più appellarsi neanche all’autenticità foto.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   19 novembre 2017 at 13:57

      Sì, dici cose giuste. Considera però che il ritocco fotografico è sempre esistito. Senza contare che gli art director delle riviste di moda spesso tagliavano le immagini o creavano sequenze che retroagivano sul significato di ciascuna piegandolo in una direzione a volte imprevista dal fotografo.
      È chiaro che oggi la postproduzione amplifica la possibilità di una foto di mentire. Lo hai scritto benissimo. Ma il punto è: le foto hanno perso potere oppure no? Ricordati che la verità fotografica non ha mai avuto troppo importanza nella moda. È la pertinenza e l’efficacia che ha ossessionato gli image maker. Il libro di Roland Barthes che ho citato non si interessava di foto di moda ma del noema fotografico. Con questo concetto tratto da Husserl, il celebre scrittore, saggista e semiologo intendeva indicare il campo teorico in cui una coscienza vede attraverso una immagine il referente della fotografia e lo sguardo delle macchina da presa coincidere: una sorta di mescolanza tra stato reale e qualcosa di passato. Quindi in sintesi il noema fotografico (si usa la parola noema per indicare il concetto più vicino al vero) sarebbe “è stato”. Allora una fotografia è sempre contingente e trascina sempre con sè il suo referente.
      Tu giustamente poni un problema: cosa succede se il referente è una menzogna, una costruzione (grazie alla post produzione)? Se è efficace ovvero se scatena nella mia coscienza un tumulto emozionale, a livello del noema cambia ben poco: qualcosa (di fasullo) “è stato” e mi sta animando.

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      • Lucrezia P   23 novembre 2017 at 17:02

        Pertinenza ed efficacia da un lato, verità dall’altro: personalmente vedo due facce della medaglia, attinenti alla stessa moneta ma separate nel verso. Se consideriamo che la moda implica una non-verità, allora pertinenza ed efficacia saranno possibilmente il risultato, nei casi di riscontro di una professionalità editoriale. Ma se si punta ad una realtà fotografica e ad una verità dei contenuti che si rifaccia al mondo quotidiano, il campo della riuscita, nel complicato mondo della moda, si ristringe. Forse perché la moda, sovrintendente di altri ambiti, non appartiene ad una realtà tangibile e concreta, ma si fonda sull’idealità delle forme e sul perfezionamento di tutte le sue parti.

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    • Beatrice P   19 novembre 2017 at 18:17

      Sono d’accordo con Antonio, quando afferma che l’immagine ha cambiato profondamente la vita degli individui.
      Poiché se ci si pensa oggi grazie a un’immagine si può esprimere un concetto o un simbolo.
      Secondo me è preferibile usare un’immagine per scaturire da parte della persona che vede un’emozione, piuttosto che le parole; perché a volte queste se non usate in modo corretto posso fuorviare da un concetto e essere interpretate in modo sbagliato.

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  43. ChiaraM P   19 novembre 2017 at 13:40

    L’immagine in questo caso di moda, ha sempre indubbiamente rivestito un ruolo fondamentale, parallelamente sotto due aspetti e per questo concordo con l’autore. La sua importanza va interpretata incentrandosi su un punto di vista psicologico e uno più commerciale. Il primo riguarda il fatto che la fotografia di moda è ed è sempre stata molto efficace poiché incarna perfettamente quelle caratteristiche di bellezza, sensualità, eleganza che ogni donna desidera avere tanto da entrare in conflitto e in competizione; d’altro canto raffigura delle icone così ideali dal punto di vista fisico ed estetico che molte volte superano il reale. L’altro aspetto, non meno importante, è quello mediatico commerciale il quale non punta sulla semplice trasmissione di informazioni ma bensì di infliggere la sfera emotiva. Tuttavia per questo non va ignorato il fine economico del sistema moda, promosso grazie al
 carattere persuasivo che solo le immagini sono in grado di trasmettere. Le foto moda hanno il potere di catturare lo spirito del tempo e suggerire cosa sia desiderabile, plasmando lo stato mentale delle persone. Oggi come non mai, l’immagine viene consumata e diviene obsoleta velocemente seguendo il ritmo stesso della moda, per lasciare spazio ad un altro sogno.
    
Inoltre credo che intesa come strategia di comunicazione, l’immagine sia in grado di spronare qualcosa di inconscio dentro di noi con un’estrema immediatezza, rendendola più incisiva rispetto all’’uso di parole che allo stesso tempo però sono, sotto altri aspetti, fondamentali nei determinanti della moda.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   19 novembre 2017 at 14:38

      Chiara, mi fai pensare che sono proprio sfortunato. Non riesco a vedere “lo spirito del tempo”. Ti giuro che ci ho provato in tutti i modi, ma non sono mai riuscito a vedere alcun spiritello. Mi sono sbronzato ma ho visto solo le cose diventare sfumate, sempre più sfumate… Ho provato a trattenere il respiro, niente da fare, di spiriti neanche l’ombra. Mi sono astenuto da pratiche sessuali lecite e illecite senza nessun risultato, niente Zeitgeist. Ho chiuso gli occhi e brancolando ho tentato almeno di toccarli. Ho visto solo una luce improvvisa, ma credo sia stata la craniata inflittami dallo spigolo della porta. Mi vuoi spiegare perché tu e le tue colleghe continuate a vedere spiriti del tempo dappertutto? È una esperienza riservata solo ai Millennial e ai filosofi hegeliani?

      Rispondi
      • ChiaraM P   19 novembre 2017 at 23:13

        La mia espressione che ha origini filosofiche, stava a significare che la fotografia è capace di riportare nello scatto il clima culturale e le tendenze sociali di un determinato periodo; immortalandole in un immagine, la quale è in grado di rendere riconoscibile attraverso per esempio luoghi, vestiti, pose l’epoca a cui risale. In pratica quello che intendevo è come una foto di moda degli anni ‘20-‘30 sia evidentemente diversa da una scattata nel terzo millennio.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   20 novembre 2017 at 08:52

          Sì certo, una foto di moda scattata negli anni trenta è diversa da quella del terzo millennio dal momento che allora non esisteva il digitale. Ma cosa c’entrano gli spiriti del tempo? Sono gli spiriti del tempo a renderla diversa? Non amo particolarmente questa espressione perché è uno pseudoconcetto che serve a spiegare tutto cioè niente.
          Tutte le cose e i fatti e le persone che hanno vissuto negli anni trenta, anche quando fotografavano il canarino, appartenevano al loro tempo. Quindi tutte avevano lo zeitgeist? Se rispondi sì, allora lo zeitgeist è poco più di una flatulenza concettuale per menti anoressiche che hanno bisogno di appellarsi ad entità inesistenti che sono immuni a ogni critica perché sono nate per spiegare tutto cioè niente, senza fare troppa fatica (risparmio di energia nervosa). Se rispondi di no, allora devi avere una teoria sui tunnel spazio temporali attraverso i quali possiamo passare da un zeitgeist all’altro. Il secondo caso mi interessa. Se conosci qualche tunnel fammi sapere.

          Rispondi
  44. Beatrice P   19 novembre 2017 at 18:26

    Trovo l’articolo molto coinvolgente e interessante da diversi punti di vista.
    Credo che al giorno d’oggi le immagini siamo molto importanti, poiché grazie a queste si possono scaturire delle emozioni, diverse impressioni e in certi casi anche turbamento.
    Nel corso della storia il concetto di esprimere un’immagine è cambiato, prima non era così essenziale, ora invece credo che esprimere un concetto attraverso un’immagine sia la base del mondo della moda.
    Attraverso una fotografia si può suscitare un simbolo.
    Sono molto d’accordo con questa frase “La moda, dunque, crea archivi di immagini probatorie e rappresentative di figure del desiderio che incapsulano idee e modelli di bellezza condivisi, innescando tra il suo pubblico emozioni e sentimenti facilmente prevedibili.”
    Credo che ogni stilista e art director rappresenti la sua immagine tramite un brand.

    Rispondi
  45. Chiara R.M   20 novembre 2017 at 08:32

    La fotografia nella moda è il motore che la fa muovere. Senza essa non sarebbe così di impatto grazie alla fotografia puoi osservare,scegliere,desiderare, quell’abito senza vedertelo addosso. Cos’è in se la fotografia? qualcosa che rimane o qualcosa che va via per sempre? si trova in quale spazio temporale? mi sono posta questi dubbi per il semplice fatto che la fotografia non è per forza qualcosa a cui si può dare una definizione esatta ma ben si qualcosa a cui forse non c’è spiegazione se non che ciò che rimane da uno scatto è quell’attimo che riesce a raccogliere molto più di quanto facciano i pensieri e i ricordi. La fotografia di moda in questo caso riesce a catturare immagini dove si trovano modelle con addosso abiti che sono stati disegnati da qualcuno. Questa non è arte? Per me c’è poca differenza tra un quadro e una fotografia se non che la fotografia ti da la certezza e il quadro ti da il mistero.
    La fotografia è quella cosa che ti da la certezza che ciò che tu vedi è vero.
    Professore mi sorge spontanea una domanda però..
    Quanto nella nostra vita ci siamo mostrati autentici in una fotografia,ma sopratutto quanto in una foto posata si può trovare credibilità? Io penso solo che la foto più bella è quella dove il soggetto non sa di essere fotografato.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 novembre 2017 at 09:29

      Dipende. Immagina di essere una culona e la tua amica del cuore, senza che tu te ne accorga, ti riprende dal basso all’alto dal didietro mentre sei in ginocchio perché stai cercando una lente a contatto caduta. Poi in un secondo tempo, la tua amica del cuore, posta l’immagine sul web. Prova a immaginare il tenore dei commenti e come, alla fine di tutto questo, potrebbero essere i tuoi sentimenti sugli scatti liberi. Perché nessun personaggio che vive della propria immagine non si farebbe mai fotografare di sorpresa da un dilettante allo sbaraglio? I grandi ritrattisti dicono che ci vuole tanto artificio è una assoluta competenza tecnica per imbricate un po’ di naturalezza in una immagine. Sono tutti degli ubriachi che non sanno quello che dicono? Tuttavia non possiamo escludere il colpo fortunato: senza pensarci scatto e il risultato è eccellente. Tutti fotografi della domenica nel loro data base di schifezze hanno qualche capolavoro.
      Sulle tue preferenze per una bellezza naturale non discuto. Sono affari tuoi. Ma come fai a essere certa che il soggetto dell’immagine che tu reputi bella perchè lui/lei non sa di essere fotografato, come fai ad essere certa che non sappiano invece di essere ripresi? A questo punto devo correggere una tua affermazione: la fotografia non dà certezze in termini di verità, la fotografia si limita a dirci che qualcosa “è stato”.

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  46. Belinda P   22 novembre 2017 at 11:19

    Credo che la fotografia non se ne sia mai andata. Con il digitale la fotografia a mio parere ha raggiunto un livello maggiore perché guardando il futuro tutto sarà molto più digitale. Creare comunque un immagine buona è sempre un lavoro che richiede talento e tecnica. Penso che le immagini siano un ottima forma di comunicazione perché molte volte le parole non riescono ad esprimere al meglio ciò che le immagini possono trasmettere. È anche vero che con tutti i mezzi super tecnologici le foto di oggi non sono come quelle di un tempo.

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    • Letizia P   23 novembre 2017 at 19:36

      Sono pienamente d’accordo con te Belinda. Credo che oggi il 90% della bellezza di una foto sia merito del talento e della tecnica e non del soggetto, cosa che non era così fino a solo 10 anni fa. Credo anche che tra molti anni, i soggetti delle fotografie spariranno completamente e la foto sarà unicamente frutto di un lavoro tecnico, vedendo come si sta evolvendo il mondo.

      Rispondi
      • Sofia P.   24 novembre 2017 at 08:42

        Condivido il tuo pensiero Leti, come te penso che attualmente le foto siano per la stragrande maggioranza frutto di tecniche, ritocchi e modifiche applicate in post produzione e non piú frutto della bellezza del soggetto.
        Questo porterà senza dubbio a un miglioramento delle tecniche di modifica, quindi ad in utilizzo sempre piú necessario di programmi di fotoritocco. Allo stesso tempo ciò ha anche in risvolto negativo, poiché il soggetto perde valore

        Rispondi
    • Sara P.   26 novembre 2017 at 15:45

      Sono d’accordo con te Beli, penso anche io che la fotografia sia uno strumento di comunicazione molto potente. Oggi i fotografi sono molto più protagonisti di prima, e si da loro il riconoscimento che gli spetta. Mi chiedo però se questi mezzi tecnologici renderanno il processo della fotografia migliore o rischieranno di far perdere il loro vero scopo, cioè la rappresentazione della realtà per ciò che è.

      Rispondi
  47. Letizia P   23 novembre 2017 at 19:30

    La prima parte dell’articolo mi rimanda al quadro di Renè Magritte “ceci n’est une pipe” dove l’artista evidenzia che quello che stiamo vedendo non è una pipa ma bensì l’immagine della pipa. Magritte con questo quadro vuole metterci difronte al fatto che quando noi descriviamo un’ immagine di qualsiasi tipo, in questo caso un quadro, per pirma cosa nominiamo l’oggetto raffigurato, scordandoci che quella è una rappresentazione dell’oggetto e non l’oggetto stesso. Lo stesso discorso vale per le fotografie. Esse rappresentano immagini di oggetti e non gli oggetti stessi. L’unica differenza con i quadri è che le fotografie per essere tali devono riportare qualcosa di realmente accaduto. Per questo le fotografie hanno il potere di fermare il tempo in uno scatto. Questa somiglianza concettuale fa si che anche la fotografia sia una forma di arte, dove il fotografo come l’artista ha un ruolo dominante. Oggi con i programmi dove è possibile modificare, stravolgere, creare immagini dal nulla, abbiamo perso l’autenticità delle foto. Anche se questi pogrammi possono sembrare falsificanti, hanno la possibilità di creare delle immagini che in natura non sarebbero possibili, che fanno sognare, attraverso dimensioni fantastiche e situazioni ultraterrene. La vera potenza della fotografia è avere la possibilità di scaturire nell’uomo qualsiasi tipo di emozione. Allo stesso tempo una fotografia, giocando sulle emozioni, corre sempre l’alto rischio di essere interpretata in modo sbagliato o addirittura contrario, rispetto a quello che voleva trasmettere il fotografo. Ecco perchè le immagini sono predilette rispetto alle parole, perchè nel minor tempo possibile riescono a trasmettere un messaggio e scaturire un sentimento. Nella fotografia di moda è esattamente la stessa cosa. Tutto si basa nella creazione di un desiderio attraverso un’immagine. Come ho detto prima per me il fotografo è come un’artista, per questo, esso riesce a esprimersi al meglio quando è in totale libertà.

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  48. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   23 novembre 2017 at 19:34

    Lucrezia, l’umanità sta litigando nel nome della verità dai presocratici, cioè dal VI sec A.C.
    Quando diciamo che in molte situazioni il livello pertinente della misura di un messaggio è la sua efficacia, intendiamo smarcarci dall’ossessione della verità a tutti i costi e in tutte le situazioni. Nella moda come nell’arte ma suppongo anche nella vita quotidiana agire e vivere secondo l’imperativo morale “dire solo la verità, nient’altro che la verità” non solo non è possibile, ma produce disastri.
    Questo significa che dobbiamo dedicarci alle menzogne? Assolutamente no! Dobbiamo capire qual’è il luogo o la situazione in cui la verità può emergere, può funzionare. Il mondo non è fatto di angeli, ma di uomini fallibili, per i quali la verità non è trasparente. Io distinguerei tra la verità come ricerca (sapendo che possiamo sbagliarci) e l’esperienza pratica che ci pone nelle condizioni di agire o di credere in assenza di certezze. Quando con una fotografia creiamo un immaginario, sappiamo benissimo che non c’entra nulla con la verità, ma serve per distribuire speranze, desideri, emozioni. Sono dimensioni della vita che non possiamo rimuovere con un imperativo morale.

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  49. Karim.P   23 novembre 2017 at 21:57

    La fotografia di moda è un genere fotografico il cui scopo è quello di ritrarre e valorizzare capi di abbigliamento, accessori ed altri oggetti legati ad essa, ma non solo: la fotografia nella moda è il ritratto di un prezioso momento della vita che durerà per sempre. È quindi più di un metodo di vendita, si può associare ad un testo per alcuni fotografi. Un modo per esprimere un sentimento senza evidenziarlo, ma rendendolo più interessante e con vari opinioni e punti di vista. Se volessimo paragonare tra loro due foto di moda, anche se distanti tra loro centinaia di anni, noteremmo che parlano entrambe di uno stile di vita.

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  50. Vittoria   24 novembre 2017 at 08:19

    Oggi più che mai è possibile capire come le parole siano state spesso sostituite dalle immagini in quanto quest’ultime sono più rapide ed efficaci, basta pensare al fenomeno delle emoji.
    Nella moda, più che in qualsiasi altro settore, l’immagine è fondamentale, pensiamo solo al fatto di descrivere un outfit con le sole parole, praticamente impossibile.
    In ogni caso, immaginiamo un bel libro, costituito da sole immagini, ognuno potrebbe dargli un’interpretazione differente e personale. Quindi come su scritto dalla mia compagna Melissa, parole ed immagini sono secondo me complementari.

    Rispondi
  51. Sara P.   26 novembre 2017 at 15:32

    Ho trovato l’articolo molto interessante e ricco di spunti riflessivi. Penso che la fotografia sia uno dei mezzi di comunicazione più potente che ci sia. Aiuta a esprimere ciò che una persona ha dentro, lasciando libero l’osservatore di interpretare la foto attraverso le proprie emozioni e le proprie esperienze. Questo messaggio celato che il fotografo cattura però, non sempre si può cogliere per ciò che è realmente, si può fare solo se si osserva la foto con un occhio diverso, più attento e meno superficiale. Per questo ritengo che la fotografia sia qualcosa di estremamente personale. Per far emozionare l’osservatore e portarlo nel proprio mondo il fotografo deve essere estremamente bravo. È lo stesso lavoro che il cantante fa con la sua canzone, il regista con il suo film, e il pittore con il suo quadro.
    Nel tempo però la fotografia si è modificata, oggi gli strumenti a disposizione del fotografo sono molti di più rispetto a prima. Spesso mi sono chiesta se sia opportuno o meno modificare così tanto la realtà catturata dalla fotografia. Ad oggi non mi sono ancora data una risposta definitiva. Penso sia giusto personalizzare una foto per renderla ancora più personale ed esprimere al meglio quello che vogliamo tramettere. Mi trovo però contraria se penso a tutte quelle ragazze che sfogliando una rivista aspirano ad essere come le modelle ritratte, che probabilmente non appaiano come in realtà sono. È giusto allora far credere che ci sia un canone di bellezza in realtà non raggiungibile? Penso sia proprio questo il difetto più grande della foto di moda. Non siamo più in grado di distinguere ciò che è reale, e quindi raggiungibile, da ciò che è irreale. Certo non è il solo mezzo che distrae dalla realtà, basta pensare alla chirurgia plastica, o più banalmente al make-up.
    Ma la fotografia non è sempre stata esaltata per essere in grado di rispecchiare la realtà al meglio, come niente altro sa fare? È a questo punto che penso che le parole, forse, quelle che oggi facciamo fatica ad usare, siano lo strumento più sicuro e potente che abbiamo.

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  52. Sofia P.   27 novembre 2017 at 10:01

    Il potere della foto di moda sta nel creare una sorta di volontà in chi osserva di immedesimarsi nel racconto che l’immagine suggerisce. La foto di moda stimola il desiderio. Ha quindi lo scopo non tanto di raffigurare uno scatto perfetto o esemplare, quanto di catturare l’attenzione attraverso il racconto suggerito.
    Trovo incredibile come un immagine possa suscitare tutti questi sentimenti; come un click sulla macchina fotografica evochi questa moltitudine di sensazioni.
    Sta proprio qui la differenza tra immagini e parole: quest’ultime sono astratte, non hanno la stessa capacità evocativa delle prime.

    La situazione però si complica col passare del tempo, con l’avvento del digitale, dei programmi di fotoritocco.. la foto raffigura sempre la realtà? l’osservatore può immedesimarsi in figure e situazioni sovrannaturali?

    Credo che questo articolo fornisca numerosi spunti di riflessione, i quali non hanno una risposta assoluta, ma è proprio questo ciò che li rende così interessanti!

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    • Greta P   5 dicembre 2017 at 22:42

      Concordo con Sofia per quanto riguarda il discorso che la foto di moda cerca di catturare l’attenzione attraverso il racconto suggerito; infatti trovo affascinante come solo attraverso uno scatto si possono comunicare tantissime narrazioni e come ognuno di noi riesce a recepirleed assimilarle in maniera diversa.

      Rispondi
  53. Almida P.   4 dicembre 2017 at 21:41

    Quando pensiamo alla fotografia di moda, nello stesso momento anche il fascino e lo stile solleticano la nostra immaginazione. La fotografia di moda è un riscontro culturale importante che riflette l’identità di ciascuna epoca e aiuta a definirla meglio. Molti sviluppi sociali possono essere tracciati attraverso la moda: molti cambiamenti e liberazioni sociali. Nella foto di moda fine a se stessa, destinata alla rivista o al sito web che promuove il prodotto di uno stilista o di una casa di produzione, ciò che conta di più è solo apparentemente il prodotto stesso, l’oggetto. In realtà, è l’insieme delle cose, il dualismo fra il potere del ritratto della persona e l’oggetto.

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  54. VittoriaP   5 dicembre 2017 at 21:02

    Concordo con ciò che ha detto Beatrice, oggi le immagini sono molto importanti, fondamentali, grazie ad esse si possono scaturire emozioni differenti che le parole non riescono ad esprimere ed addirittura concetti diversi che una sola frase non riesce a spiegare.

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  55. Ilaria P   5 dicembre 2017 at 21:18

    La foto nella moda è un punto fondamentale , non solo per illustrare ciò che è la moda stessa, ma anche per rinforzare molti concetti , la moda parla attraverso le immagini , non servono parole per esprimerla, ma non solo in questo settore l’immagine è così importante , perché attraverso le fotografie riusciamo meglio ad esprimere sentimenti che magari con parole non si è in grado di poterlo fare , alcuni miei colleghi hanno citato il concetto delle emoji, penso che non solo sostituiscono parole ma possono anche essere usate come rafforzativo del concetto che una persona vuole esprimere, ho trovato questo articolo comunque molto interessante.

    Rispondi
    • Karim.P   14 dicembre 2017 at 16:46

      Concordo con Ilaria, che attraverso le fotografie riusciamo meglio ad esprimere sentimenti che che con parole non si è in grado di fare, ma non solo la fotografia è informazione, ricordo, passatempo, arte e l’unica cosa che con uno scatto riesce a fermare il tempo

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  56. Greta P   5 dicembre 2017 at 22:23

    Leggendo questo articolo ho compreso meglio come la moda agisce sul nostro lato istintivo, e attraverso la fotografia, che è suo mezzo di espressione ideale, ci spinge a desiderare un oggetto non in quanto bene materiale, quanto piuttosto come mezzo simbolico di appartenenza ad una realtà che sentiamo nostra ed appunto questa credibilità che noi attribuiamo alla fotografia che le conferisce un enorme potere nell’influenzare le nostre scelte di vita; e questo influenzamento fatto dalle persone che contribuiscono alla sua creazione e diffusione, è mirato ad un determinato obiettivo: l’induzione del desiderio nella mente dell’osservatore.
    Sono convinta che la fotografia di moda non rappresenta a pieno la realtà , in quanto è una realtà alternativa al quotidiano per far si che colui che la osserva abbia il desiderio di appartenenza ; e credo anche che rappresenti solo l’attimo che in quel momento il fotografo è riuscito a cogliere; infatti nella foto di moda la realtà è sempre costruita, è tutto voluto: come la finta naturalità, il set fotografico che simula la vita, la posizione della modella ecc..
    Al giorno d’oggi in cui l’ossessione per la bellezza è tutto, la società ha generato un modo di scattare che cerca l’inganno estetico, influenzando anche i fotografi che non hanno mai avuto a che fare con questo mondo e quindi si sono dovuti adattare ai canoni impostagli da essa.

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