Il Reggiseno

Il Reggiseno

Indispensabile, democratico, conturbante, rivoluzionario, amato, odiato, il reggiseno è indubbiamente uno degli oggetti più iconici ed evocativi di sempre, dalla celebri allusioni di Marylin in “Quando la moglie è in vacanza”, ai roghi liberatori delle femministe negli anni 60, fino alle spettacolari sfilate di Victoria’s Secret, è chiaro che non siamo davanti a un semplice capo di abbigliamento, ma a un simbolo, una vera icona. Ma di che cosa?
Gli storici del costume sono perlopiù concordi nel sottolineare il parallelismo tra l’evoluzione degli indumenti intimi e il percorso di emancipazione femminile, ma a concentrarsi esclusivamente su questo aspetto si rischia di rimanere prigionieri di figure romanzate e aneddoti improbabili, perdendo invece di vista quelle persone e quegli eventi che hanno contribuito in modo significativo alla nascita, e successivamente alla diffusione, del reggiseno come artefatto materiale e sociale.

La dittatura del corsetto e i primi j’accuse

reggiseno1Nel 1859 un giornale parigino riportava il seguente fatto di cronaca: “una giovane donna, di cui tutte le rivali ammiravano la vita sottile, è morta due giorni dopo il ballo. Cos’era accaduto? Il risultato dell’autopsia è stato sconvolgente: il fegato era stato perforato da 3 costole! Ecco come si può morire a ventitré anni, non di tifo, né di parto, ma a causa di un corsetto”. Nonostante lo stupore del giornalista, simili decessi erano in realtà all’ordine del giorno, la moda del corsetto aveva raggiunto eccessi inverosimili e la sua diffusione era particolarmente radicata tra le donne delle classi più agiate, per le quali la capacità alterante e costrittiva del corsetto obbligava ad un portamento distinto e aggraziato, ma soprattutto, significava superiorità rispetto alle donne di modesta estrazione che dovendo lavorare indossavano sopra l’abito un semplice giubbetto che veniva chiuso frontalmente a differenza del corsetto la cui allacciatura sulla schiena richiedeva la presenza di una domestica.
In quegli stessi anni, però, dietro le quinte si stava preparando una rivoluzione senza precedenti nella storia della moda: benessere, comodità e razionalità stavano diventando fattori di estrema importanza nella scelta di ciò che le persone, in particolar modo le donne, decidevano di indossare.
In realtà le prime richieste di indumenti confortevoli – soprattutto per i bambini – erano state avanzate a metà del ‘500 da parte di numerosi filosofi ed educatori, in seguito, prima Locke e poi Rousseau posero le fondamenta per un nuovo dibattito sulle abitudini vestimentarie, e la moda femminile divenne ben presto oggetto di feroci satire e sbeffeggi; ma fino al XIX secolo, che la moda fosse non solo un folle circo per nobildonne e aspiranti tali, ma anche una seria minaccia per la salute, era solo un’idea senza seguito.
Furono invece lo zelo morale e la rinnovata coscienza collettiva della società vittoriana a sferrare un primo deciso attacco alla moda.
Uno dei primi a sottolineare la necessità di effettuare scelte di abbigliamento che non nuocessero alla salute fu il Dott. Andrew Combe che nella sua opera “Principi di fisiologia applicati alla conservazione della salute e allo sviluppo dell’educazione fisica” (1832) commentava così la pericolosa abitudine di allacciare i corsetti e stringere gli abiti eccessivamente: “guidate dall’ignoranza e da un certo gusto per il ridicolo le donne alla moda, e le loro zelanti imitatrici che arrivano fino ai ceti più bassi, considerano una vita sottile quanto una ragnatela un ornamento degno di merito, da ricercare ad ogni sacrificio”.
Un altro inedito contributo alla rivolta contro le assurdità della moda arrivò inaspettatamente dal mondo dell’arte, grazie alla Confraternita dei Preraffaelliti, fondata nel 1848 da tre giovani artisti allievi della Royal Academy John Millais, William Holman Hunt e Dante Gabriele Rossetti, ai quali in seguito si unirono numerosi pittori, scultori e futuri letterati. L’intento principale del movimento era quello di liberare l’arte dalle stereotipate convenzioni accademiche che si erano imposte a partire dal Rinascimento e riportarla al rigoroso studio della natura. In un articolo comparso nel 1870 sulla rivista The Queen, la giornalista e storica del costume Eliza Mary Haweis spiegava cosi la visione dei preraffaelliti sull’abito: “la regola fondamentale in un bell’abito è che non contraddica la forma naturale del corpo umano e poiché uno degli elementi chiave in una figura aggraziata è la vita, l’obbiettivo principale è avere una “vita all’antica”, ovvero piuttosto larga e posizionata nella sua sede naturale ”, da qui la predilezione per abiti dalle linee morbide, fluenti e ripresi lentamente nel punto vita e quindi estremamente distanti dalla pletora di corsetti e crinoline che dominavano la moda contemporanea.
Simili abiti, in totale rottura rispetto ai dettami dell’epoca, venivano indossati quasi esclusivamente da artiste ed intellettuali vicine al movimento, come cui Elizabeth Siddal e Jane Morris, entrambe muse di Rossetti.
Nel frattempo si moltiplicavano le pubblicazioni che descrivevano gli effetti allarmanti delle diavolerie modaiole, testi spesso arricchiti da illustrazioni di scheletri deformati, referti di decessi causati dalla crinolina e dichiarazioni di medici che ascrivevano all’utilizzo del corsetto oltre 97 patologie.
Abiti da adottare e così, se da un lato la maggior parte delle attiviste optava per una generale accettazione dei codici estetici contemporanei, temendo che scelte vestimentarie poco ortodosse avrebbero finito per oscurare i loro obbiettivi sociali, dall’altro c’era un vigoroso gruppo che rimaneva convinto della assoluta necessità di una riforma dell’abbigliamento come segno dell’emancipazione femminile e che trovò espressione nella Rational Dress Society, un movimento guidato da Lady Harberton e deciso a bandire in nome del comfort e del buon senso tacchi alti, corsetti troppo stretti, crinoline e i vari indumenti che rendevano impossibile muoversi liberamente. In definitiva, nonostante gli sforzi, le varie correnti che alla fine del XIX secolo si battevano per una riforma dell’abbigliamento non riuscirono ad avere un grande impatto né sulla moda e né sulle abitudini della gente

I primi prototipi

Mentre il dibattito sul corsetto si faceva sempre più acceso, iniziavano già i preparativi per un suo possibile sostituto. Un primo prototipo fece il suo debutto nel 1863 quando il Dott. Luman Chapman brevettò nel New Jersey il suo “corset substitute” che, grazie a delle innovative coppe per il seno e a bretelle elastiche che abbracciavano le spalle, era specificamente disegnato per eliminare la frizione sul seno, tipica dei corsetti tradizionali; sfortunatamente il brevetto non fornisce altre indicazioni ma è improbabile che Chapman abbia di fatto realizzato quantità significative del suo modello.
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Ottenne sicuramente più successo Olivia Flynt, una nota sarta di Boston, che nel 1876 sviluppo e brevettò un proto-reggiseno adatto soprattutto alle donne con un seno abbondante, il cui design consentiva alle forme di essere preservate senza stringere oppressivamente e dolorosamente il corpo. Nel suo “Manual of hygienic modes of under- dressing for women and children” Flynt racconta di aver iniziato a vendere il suo modello a partire dal 1881, per venire incontro alle esigenze delle clienti che non si potevano recare nel suo atelier. Era solita inviare 3 campioni di taglie differenti consentendo cosi alla cliente di scegliere quella giusta, i prezzi variavano dai 2.50 ai 7 dollari a seconda del materiale – cotone, lino o seta – e della presenza o meno di stecche.
Negli ultimi decenni del secolo furono registrati, soprattutto negli Stati Uniti, numerosi brevetti per sostituti del corsetto, grazie alla crescente importanza che le donne, sempre più informate ed attente, riservavano alla cura della salute e alla scelta degli abiti più adeguati per preservarla. Nonostante gli sforzi però nessuno dei prototipi americani riuscì ad ottenere un vero successo commerciale e questo perché fintanto che le regine della moda continuavano a ricercare la tipica silhouette da corsetto, non c’era competizione e anche le donne che ne avrebbero volentieri fatto a meno si dovevano scontrare con la realtà: senza corsetto sarebbero state considerate delle “poco di buono” poiché l’abito lento era ancora associato alla prostituzione e al pregiudizio di una lassezza morale.
Dall’altra parte dell’oceano, Herminie Cadolle, titolare della omonima ditta specializzata nella produzione di intimo femminile su misura, dopo aver lasciato Parigi nel 1887 ed essere partita alla volta di Buenos Aires, ebbe la fortuna di arrivare nella capitale argentina, proprio nel momento in cui si incominciava ad utilizzare l’hevea, una pianta dalla cui corteccia è possibile estrarre il lattice, anche nell’industria tessile; intuita la portata dell’innovazione, Cadolle si recò immediatamente a Lione per convincere i tessitori a servirsi di questo nuovo filato elastico e presentò all’Esposizione Universale parigina del 1889 il suo primo “corsetto–seno” basato, come già accadeva nei prototipi americani, sull’inversione delle forze di supporto, per cui invece di appoggiarsi sulle anche e raccogliere il seno partendo dal basso come il corsetto tradizionale, il suo modello sostiene il seno dall’alto, grazia a due bretelle elastiche appoggiate sulle spalle. Le creazioni Cadolle attrassero subito una clientela d’eccezione dalla leggendaria Mata Hari, che ne volle uno con speciali tasche segrete all’interno, a nobildonne che richiedevano ganci d’oro e si facevano recapitare ciascun modello in ognuna delle loro abitazioni.

Dalla protesta alla moda

La moda nella sua smania di novità, non rimane mai uguale a se stessa troppo a lungo e i giorni delle figure deformate da gabbie di stoffa e avvolte in strati di vestiti stavano per finire, destinati a non ritornare mai più.
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Nel 1909 arrivano a Parigi i Ballets Russes di Serjei Diaghilev ottenendo un successo clamoroso e rivelando ai raffinati salottieri europei le meraviglie dell’arte russa, i costumi neo-orientali disegnati da Leon Bakst per la coreografia di Sheherazade ispirarono e convinsero Paul Poiret, uno dei couturier più influenti dell’epoca, a riportare in auge quella linea naturale che non si era più vista dai tempi del Direttorio quasi un secolo prima. Nella sua autobiografia egli ricorda: “Era l’epoca del corsetto e io gli dichiarai guerra. Certo ho sempre conosciuto donne imbarazzate dalle loro forme e desiderose di dissimularle o distribuirle armoniosamente, ma il corsetto le riduceva a due masse corporee distinte: da un lato il busto, i seni e la gola, dall’altro l’intero treno posteriore. In questo modo, divise in due lobi, sembrava che stessero trainando un rimorchio (…) fu in nome della libertà che proclamai la fine del corsetto e l’adozione del reggiseno, che da allora ha avuto la meglio”.
Nonostante le sue memorie, Poiret non riuscì a bandire immediatamente il corsetto pur proibendone l’utilizzo alle sue raffinate clienti – difatti per diversi anni ancora la maggior parte delle donne continuò ad indossarlo – ma il contributo di questo geniale dittatore del gusto fu quello di imporre e diffondere una nuova silhouette femminile, i corsetti si fecero più piccoli e cedevoli e anche la donna alla moda poteva finalmente stare dritta e muoversi più liberamente; ma il vero cambio di rotta fu possibile soprattutto perché le donne erano pronte, il loro nuovo stile di vita, che si stava muovendo in una direzione di maggiore coinvolgimento, a livello sociale e lavorativo ma anche in ambito privato, incitò tutti i sarti a ideare modelli che potessero adattarsi meglio alle loro nuove esigenze: le donne imperiose e privilegiate non erano più il punto di riferimento, lo erano invece le donne attive della middle– class che dividevano il loro tempo tra il lavoro e le mura domestiche.
Le suffragette inglesi si stavano battendo già dal 1904 contro l’abitudine di portare il corsetto, nel 1910 Madame Doria fondo la “Lega delle madri di famiglia contro la deformazione del giro vita causata dal corsetto”, mentre la dott.ssa Arabella Keneally li aveva fatti indossare ad alcune scimmie per dimostrare le conseguenti deformità fisiche; tutte queste battaglie non furono condotte invano dal momento che già nel 1908 si poté notare una vera distensione degli abiti, ormai divenuti completi morbidi e leggeri che non appesantivano la figura.

Scoppia la guerra, il corsetto scompare, “A Kestos, please!”

In un primo momento lo scoppio della prima guerra mondiale non ebbe effetti immediati sulla moda, dal momento che la maggior parte della popolazione civile non era coinvolta ed era ancora diffusa la convinzione/illusione che la pace sarebbe tornata entro pochi mesi.
Ma con il trascorrere dei mesi, quando ci si rese conto che il conflitto non sarebbe terminato a breve il contributo femminile divenne fondamentale e molte donne, sostituendo nei posti di lavoro gli uomini richiamati alle armi, divennero elettriciste, guidatrici di autobus, le contadine si fecero carico del lavoro agricolo, le commercianti cominciarono a guidare l’auto e, soprattutto in periferia, le officine si riempirono di operaie.
Sebbene di fronte al dramma della guerra e alla crescente scarsità di beni di prima necessità non ci fosse molto tempo per pensare alla moda, ci fu un istintivo cambiamento attraverso uno stile che rinunciava alla ricercatezza e al volume, in cambio di praticità e leggerezza e libertà di movimento.
In definitiva le donne erano emerse dalla guerra con un nuovo atteggiamento mentale, era stata data loro la responsabilità e avevano dimostrato di esserne pienamente all’altezza, così durante questa prima ondata di emancipazione, rappresentata soprattutto dalla concessione del diritto di voto e dalla crescita delle working girl nella nuova società post guerra, fu naturale da parte delle donne cercare di dimostrare la effettiva uguaglianza trai due sessi sopprimendo le differenze fisiche.
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Dopo centinaia di anni passati ad accentuare ed esagerare le curve femminili si andava nella direzione opposta, la silhouette ideale era una linea dritta: il punto vita era nascosto, cinture e cinturini venivano indossati lenti sui fianchi e il reggiseno divenne un “flattener”, una semplice benda che avvolgeva il busto e con delle spalline per dare ulteriore supporto, messi nel dimenticatoio pizzi e merletti si preferivano materiali leggeri come il cotone, il lino, la garza o il jersey di seta. Durante gli anni 20 quasi tutti i produttori di busti e corsetti si convertirono alla produzione di questi nuovi reggiseni.
Ma la moda alla garçonne comincio a declinare già alla fine del decennio, ben presto le donne tornarono ad essere donne con abiti che sottolineavano elegantemente il seno e il giro vita.
In quegli stessi anni Rosalind Klin, direttrice polacca della Kestos Company, non riuscendo a trovare un reggiseno in grado di soddisfare le sue esigenze, iniziò a sperimentare di sua iniziativa partendo da due foulard, li piegò incrociandoli di traverso e li unì in un solo pezzo sovrapponendoli al centro nel punto di incontro, per poi cucire in cima ad entrambi i lati delle bretelline elastiche.
Proprio a partire dal Kestos, che per anni rappresentò il reggiseno per eccellenza, iniziò a delinearsi la moderna concezione dell’ intimo, ovvero capi in grado seguire il tracciato anatomico disegnato dalla natura e al tempo stesso dare una mano laddove essa fallisce o inizia a cedere; gli artefatti che da secoli plasmavano e torturavano la silhouette femminile in nome della moda divennero un ricordo del passato e tale rimasero, indipendentemente dalle evoluzioni dell’outerwear da allora il corpo è rimasto libero da costrizioni e distorsioni.
Gli anni trenta segnarono l’affermazione definitiva del reggiseno come indumento di massa in Europa e negli Stati Uniti, in parte grazie ai primi studi antropometrici che consentirono l’individuazione di taglie standard – e quindi la conseguente produzione di coppe graduate secondo misure che da allora sono sostanzialmente rimaste immutate – e in parte a seguito della scoperta di nuove fibre sintetiche elastiche come il rayon e soprattutto il nylon, senza il quale sarebbe difficile pensare ai reggiseni attuali e a buona parte del nostro guardaroba.
Per concludere, volendo rispondere alla domanda posta all’inizio, ovvero che cosa simbolizzi realmente il reggiseno, potremmo dire che indiscutibilmente la sua evoluzione nel corso dei secoli ha significato la progressiva liberazione del corpo femminile ed è stata affiancata dalla crescita del ruolo delle donne nelle società occidentali ma le origini del reggiseno derivano da un’inedita istanza di salute e praticità che si è ribellata contro la moda, le sue assurdità e i suoi dettami e senza la quale chissà dove saremmo oggi. Anche se oggi l’industria della lingerie è perfettamente inquadrata all’interno dei meccanismi di stagionalità e tendenza che scandiscono i corsi e ricorsi della moda, quegli impercettibili pezzi di stoffa che ogni mattina noi donne indossiamo pochi attimi prima di assicurarci che il soprabito o il vestito siano assolutamente in pendant con i trend del momento, sono uno simboli più significativi di emancipazione e affrancamento non dagli uomini, ma dalla moda.

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Elena Bottai

Fiorentina doc ma con un pizzico di Etiopia nel sangue, cerco di essere sempre presente, “ieri” e “domani” li lascio volentieri alle previsioni del meteo. Musica, libri e filmsono gli elementi indispensabili del mio kit di sopravvivenza, impossibile citare “il” preferito, anche se la Pastorale Americana rimane da anni imbattuto, il caso è sempre il consigliere migliore per imbattersi in piacevoli scoperte. Dopo studi classici, una laurea in economia e un master in comunicazione non escludo di iniziare un percorso come biologa marina, mai dire mai! In attesa dell’illuminazione definitiva, vivo con il passaporto in mano, un pila di libri e riviste accanto al letto e il mio inseparabile pc.
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