Regressione suicida: la filosofia interroga il pubblico in libreria

Successo per il lungo e stimolante incontro romano di presentazione di "Regressione suicida", il nuovo libro di Salvatore Massimo Fazio. Ad incontrare il pubblico presso la libreria Mondadori in Via Piave 18 sono stati lo scorso Venerdì, oltre all'autore, il giornalista di Repubblica Emilio Orlando, anche moderatore d'eccezione, e il filosofo Giulio Penna.

ROMA – «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza».

Non sono esattamente queste le parole che animano l’ultima fatica editoriale del filosofo Salvatore Massimo Fazio, nonostante il titolo dalla forza impattante di una scarica di mitra come tutto l’impianto metodologico dell’autore: Regressione suicida. Un titolo che, malgrado la drammatica frequenza dei casi di cronaca frutto di crisi socio-economiche ancora lontane dall’essere risolte in una realtà più concreta della propaganda politica, non ha nulla a che vedere con il gesto estremo di chi materialmente mette fine alla propria vita.

Pur senza la forza diretta del discorso gramsciano, Fazio non manca di scuotere le coscienze e di gettare il seme di una proposta di senso, come è accaduto al nutrito gruppo di ascoltatori d’altri tempi, accorsi Venerdì 2 Dicembre presso la Libreria Mondadori di Roma in Via Piave n.18 per saggiare una “goccia di linfa”, usando il lessico di Angelo Scandurra nella nota introduttiva del testo, dalla viva presenza degli ospiti.

Al centro Salvatore Massimo Fazio, con Emilio Orlando (a sinistra) e Giulio Penna
Al centro Salvatore Massimo Fazio, con Emilio Orlando (a sinistra) e Giulio Penna

Tre le voci a intrecciarsi nell’incontro serale: quella dell’autore e quelle del giornalista di La Repubblica Emilio Orlando, anche moderatore dell’incontro e a sua volta autore che ha pubblicato con Bonfirraro Editore, e del giovane filosofo Giulio Penna. Ancora tre le voci che stabiliscono fra loro un circolo ermeneutico nelle pagine di Regressione suicida, come leggiamo nel sottotitolo dell’opera: Dell’abbandono disperato di Émil Cioran e Manlio Sgalambro. Fazio è infatti uno dei più accreditati studiosi italiani del filosofo romeno ed è allievo del secondo, con buona pace delle riserve del maestro sui rapporti di “figliolanza spirituale” tra docente e discente, motivate forse da atavici timori di parricidio di titanica memoria. Con Regressione suicida l’allievo si muove sulla scorta dei suoi mentori reali e virtuali per effettuare un balzo in avanti affermando la sua autonoma maturità; non prima però di un necessario passo indietro per prendere la rincorsa.

Sulla poliedrica particolarità dello scrittore-filosofo catanese si era già soffermato il nostro Editore (clicca qui). Anche pittore e psicopedagogista, Fazio chiude la tetralogia intorno alla sua nuova tesi filosofica, che rientra nella corrente definita “nichilismo cognitivo”, di cui è ufficialmente indicato come capostipite dal 2013 insieme a Davide Bianchetti, con questo saggio edito nell’Ottobre 2016 da Bonfirraro e a cinque anni di distanza dall’ultima opera Insonnie. Filosofiche, poetiche, aforistiche. Precedentemente troviamo Villa Regnante e l’interessantissimo pamphlet, scritto in tandem con Giovanni Sollima, I dialoghi di Liotrela. L’albero di Farafi o della sofferenza, di vaga ascendenza platonica nella forma e notato da Umberto Eco, il quale volle conoscerne di persona gli autori col proposito di adottarlo per un suo corso monografico all’università.

Lo stimolante incontro romano, inserito in un ricco calendario di date in tutta Italia, ha confermato l’ottima accoglienza del libro da parte del pubblico, che ha animato al termine della serata un acceso dibattito da cui siamo rimasti sinceramente sorpresi, nonostante la complessità delle tematiche. Domande brillanti sulla responsabilità morale del singolo individuo nella società e sulla sopravvivenza o meno di una morale dopo la regressione e l’abbandono alla rassegnazione di una vita da “suicidato”, atto di coraggio necessario secondo Fazio per colpire sul fianco chi direttamente voglia danneggiarci e le brutture del nostro presente, sono arrivate non solo dai docenti e dagli studenti universitari in sala, ma anche da interessati non addetti ai lavori.

Punti nodali della riflessione faziana che sono emersi durante la serata sono stati in primis quelli che motivano la “regressione suicida” e il colpo di pistola de-costruente: il male presente e la delusione delle speranze laiche e religiose, di cui si prende inevitabilmente coscienza dal nostro vivere, oltre che dalla lezione di Sgalambro sulla critica della metafisica positiva che sfocia non nella negazione di Dio, ma nel suo completo disconoscimento. L’abbandono verso il vuoto ontologico e cognitivo, in cui si possono notare influenze pitagoriche e orientali nell’individuazione della complicità dei desideri umani nell’alimentare una condizione di sofferenza, è inoltre contraltare speculativo di un nichilismo anche tecnologico, come faceva notare Orlando. L’eccesso di contatti e di informazione superficiale, si colloca infatti, come è noto da Bauman e Lyotard in poi, sullo sfondo di un’epoca di perdita di memoria e di passioni tristi in cui è venuta completamente meno una prospettiva propositiva verso l’avvenire. La proposta di Fazio non mira a una carica alla baionetta per riprenderci il nostro futuro, ma ad attendere alla maniera taoista che il cadavere del nemico attraversi il letto del fiume, mentre ci fingiamo morti o lo diventiamo davvero durante l’attesa.

L’impianto metodologico della filosofia di Fazio si sposa in maniera coerente con gli intenti, in quanto in essa troviamo l’abbandono di un’ottica sistemica propria delle Accademie e delle Università, da rifuggire sarebbero in particolare queste ultime, e la ricerca della densità immediata dell’aforisma, da intendersi non come banalizzazione, ma come complessità risolta. Già con Insonnie si era in verità proceduto alla demolizione dei concetti di “esistenza”, “metafisica” e “accademia”.

La ricerca della brevità è evidentemente motivata anche dalla convinzione politica secondo cui la letteratura come la sistematizzazione non possano vivere in epoche di oppressione. Ecco allora anche la necessità di rendersi autonomi dai padri, dai maestri e dai miti di ogni tipo, “regredendo” sino alla condizione originaria della nascita in cui possiamo “ricordare” chi siamo, accanto al nostro dàimon personale.

Ancora maggior coraggio occorre poi al “suicidato” per tornare nella società con la responsabilità di una delicata missione di ambasciatore di un nuovo messaggio di consapevolezza, che potrà essere accolto o respinto.

Non sappiamo se l’allievo Salvatore Massimo Fazio sia ora pronto per fagocitare il suo maestro Manlio Sgalambro, tantomeno se egli intenda effettivamente farlo. È tuttavia certo che ha ancora molto da dire e che sentiremo ancora parlare di lui.

Siamo riusciti ad incontrarlo a tu per tu e abbiamo potuto discutere con lui di molte cose.

State con noi per saperne di più.

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Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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