Rei Kawakubo, Comme des Garsons

Rei Kawakubo, Comme des Garsons

Una grande mostra al Costume Istitute del Met di New York celebra la straordinaria carriera della stilista Giapponese.

rei kawakuboQuando Rei Kawakubo esordì a Parigi nei primi anni ottanta del novecento, gli opinion leader del periodo per alcune stagioni rimasero scioccati dai tagli, dagli squarci, dalle asimmetrie che infliggeva a look che presentavano inoltre giacche e top spesso sovradimensionati. Le larghe maniche, i profondi girocolli, esibite negli show da modelle a volte senza trucco, in altre sfilate grottescamente imbellettate, sempre con scarpe senza tacco, significavano una femminilità anni luce lontana dal sex appeal occidentale. Rei Kawakubo, con coraggio e determinazione aveva scelto di perseguire una visione della bellezza che contrastava i traballanti canoni della moda glamour. I suoi abiti trascuravano i contorni del corpo erotico, togliendogli gli eccessi di sensualitá che servivano agli abiti, per dare vita alle variazioni di forme che la maggioranza degli stilisti utilizzavano per rinnovare il guardaroba delle donne che desideravano soprattutto essere belle e seducenti.

Concedetemi di sintetizzare l’idea di bellezza che caratterizzava la moda occidentale del periodo attraverso due parole. Tò Kalón rappresenta l’idea di bellezza che ci arriva dalla cultura greca, ed esprime il secolare sentimento del bello nei confronti di oggetti armoniosi quindi marcati da qualità come chiarezza, razionalità, semplicità. La seconda parola è beauty, termine di lingua inglese che indica uno scivolamento dell’oggetto in direzione del desiderio. L’esperienza estetica della moda occidentale moderna possiamo concepirla come un costante confronto tra il bello che pone dei limiti o dei criteri per farsi riconoscere e una bellezza carica di passioni che rompe con i confini del canone in voga. Per parafrasare le discusse teorie di Heinrich Wolfflin sull’arte, potremmo metterla giù così: l’intera storia della moda europea può essere considerata un dialogo aperto tra il classico e il barocco ovvero tra la ricerca di un’ordine e la sua rottura. Aldilà dei mondi prefigurati dalla dialettica tra le parole/concetto segnalate sopra, secondo i custodi dei valori che discendevano dall’esperienza della haut couture, cominciavano i territori oscuri delle cosiddette anti mode, culminate alla fine dei settanta negli orrori estetici del punk. Da un lato dunque trovavamo il  romanzo della moda e la sua grande bellezza (classica e/o barocca), dall’altro lato il suo negativo con il rovesciamento dei valori che implicava. Quindi sembrava chiaro ai più dove e che cosa fossero le belle apparenze dal momento che esisteva “l’altro”, nemico del bello, protagonista delle eterogenee, chiassose e irriverenti figurazioni delle bruttezza.

Questo modo di narrare le belle apparenze entrò definitivamente in una irreversibile crisi, all’incirca nel periodo in cui J.F. Lyotard pubblicò il suo citatissimo libro “La condition post-moderne” (1). Improvvisamente, le grandi trasformazioni sociali messe in moto dalla “società dell’informazione”, dalle sub culture giovanili, dalla contaminazione di stili diversi che fin dagli anni cinquanta aveva rappresentato l’opposizione al modernismo internazionale di Le Courbusier, dalle riflessioni filosofiche che contestano le opposizioni binarie sulle quali per secoli il pensiero occidentale aveva costruito le sue fondamenta (Deleuze, Foucauld, Deridda,Baudrillard..,), sembrano riunirsi e compattarsi per decretare la fine delle reductio ad unum di tutti i concetti attraverso i quali la nostra cultura sognava la costruzione dell’impossibile equilibrio simbolico ereditato dal modernismo. Ovviamente anche il concetto di bellezza nella moda venne sconvolto. All’inizio degli ottanta Vivienne Westwood attraverso decostruzioni, citazionismi, anacronismi inizia un processo di distruzione delle belle apparenze che aprirà la strada alla generazione di Galliano e McQueen. Le anomalie delle cosiddette mode di strada nel breve volgere di pochi anni diverranno street style, fonte inesauribile di una eccedenza di creatività, sfruttabile dai brand della moda. A Parigi invece sono due giovani stilisti giapponesi a costringere i maître à pensé del settore a reazioni scomposte: Rei Kawakubo e Yamamoto, come ho già scritto all’inizio, presentarono un pret à porter di sconvolgente audacia che genererà scontatissime ironie, stupide critiche e qualche legittima preoccupazione.

Osservate l’immagine n.1 (in realtà si tratta di un look del 1982, ovvero della seconda collezione presentata a Parigi). Se date una occhiata alla moda di quel periodo non troverete nulla di paragonabile agli abiti che furono concepiti da Kawakubo/Yamamoto. Io credo che l’intenzionale attacco alla bellezza occidentale, attraverso abiti che ai più sembravano stracci sovrapposti ad un corpo che risultava de-erotizzato, avesse il significato di esibire l’orgoglio di appartenere ad una tradizione estetica raffinata quanto la nostra. Diversamente da Kenzo, divenuto famoso un decennio prima, grazie a look divertenti, gioiosi ma anche completamente asserviti al modo di concepire l’abito che faceva tendenza, nel quale possiamo certo registrare citazioni della tradizione giapponese trasformata tuttavia in cliché, diversamente da Kenzo, dicevo, la coppia Kawakubo/Yamamoto voleva presentarsi sulla scena parigina ostentando senza remore una concezione della moda nella quale lo stile giapponese risultasse depurato da stereotipati storicismi ma sempre connesso alle idee profonde che ne caratterizzavano la specificità rispetto all’estetica occidentale. I look delle scioccanti prime collezioni dei due stilisti non erano dunque una mera apologia della loro tradizione. Io li interpreto come la reazione di una generazione di creativi che, dopo l’invasione delle mode occidentali post seconda guerra mondiale, rivendicava lo spazio per poter esibire al mondo una visione della creatività alternativa al dominante canone europeo. La forza delle idee di Kawakubo/Yamamoto aveva come perno centrale il rifiuto dell’esibizionismo del corpo tipico della qualità sexy che la maggioranza degli stilisti ricercava. Possiamo certo ritrovare nelle prime collezioni alcuni decisivi rinvii alla tradizione tipicamente giapponese. Per esempio, l’abito citato della figura 1 mi fa pensare alla ceramica Kintsugi, l’arte di ricomporre un vasellame ridotto a frammenti con una lacca particolare chiamata urushi; e alle vistose imperfezioni della tazza per il tè Kizaemon. Il concetto estetico che valorizza queste tecniche implica una risonanza semantica particolare riservata all’idea di imperfezione. Per noi occidentali qualcosa di imperfetto, relativamente al bello, fa affiorare in prima battuta l’idea del limitato, dell’incompleto, dell’incompiuto. Nell’estetica giapponese l’imperfezione può essere un valore incapsulato nel linguaggio da una parola pressoché intraducibile, wabi-sabi, che per l’appunto significa la bellezza che possiede una nota emotiva malinconica che sembra disgregarla, inviluppandola tuttavia in forme umili, imperfette, povere (2).

Kawakubo, nei primi anni della della sua attività creativa focalizzata nelle sfilate parigine (ricordo al lettore che la nascita del suo brand invece, risale al 1969), presentò collezioni che io vedo illuminate dal concetto wabi-sabi. Più avanti le sue forme assumeranno caratteristiche shibui (forma aggettivale di shibusa) ovvero mostreranno una inattesa raffinatezza, senza mai divenire appariscenti, imbrigliando lo sguardo delle donne occidentali in oggetti per il corpo più pensosi, oserei dire più meditativi di qualsiasi altra forma d’abbigliamento, allora in circolazione.

Di passaggio, aggrappandomi ad alcune parole/concetto giapponesi di difficile traduzione,  mi piace marcare ciò che differenzia Kawakubo da Issey Miyake, altro grandissimo stilista del Sol Levante. Per farla breve, la mia impressione è che il programma di ricerca estetico del secondo, oltre alla dialettica con le forme occidentali interessata ad un dialogo creativo e non a sovvertirne le valenze, presenta note di eleganza molto diverse dalla prima. Le sue creazioni raramente fanno pensare al wabi-sabi. Piuttosto, presentano caratteri che, seguendo la deriva di concetti tratti dal lessico giapponese, definirei Iki, parola che traggo dal filosofo Kuki Shuzo (3), che significa qualcosa che ondeggia tra spontaneità e artificio, capace tuttavia di raggiungere un alto grado di raffinatezza (intesa come il risultato di un atto di maestria). Forzando la traduzione potremmo avvicinare l’Iki alle ricercate sfumature di stile che noi occidentali integriamo attraverso il concetto di grazia.

La creatività di Kawakubo esplorava soluzioni molto più radicali. Posso citare come esempio la collezione del 1997 caratterizzata da spiazzanti rigonfiamenti posteriori che irridono al tempo stesso le crinoline e il rinforzo erotico ad esse connesso. Poi arriveranno stranianti aumenti dei volumi, al primo sguardo aberranti, ma alla fine, superato lo shock iniziale, sorprendentemente dis-armonici, ovvero perdono l’aderenza con l’immagine ideale che ciascuno di noi ha del corpo e della immaginaria seconda pelle (l’abito) che lo significa per il desiderio, per guadagnare l’autonomia dell’oggetto abito che a questo punto è involucro significante immanente al supporto biologico.

C’è da aggiungere che aldilà dei ragionamenti sulle forme degli abiti creati da Kawakubo, incluse le fin troppo citate destrutturazioni concettuali, l’appercezione che inducono confluisce misteriosamente in una sorta di poetica curvatura della bellezza grazie alla quale convivono drammaticamente forze che nei codici dell’abbigliamento occidentali evocano la fitness formale, con pulsioni estetiche estreme.

Le conseguenze inintenzionali del l’intenzionale attacco di Kawakubo ai determinanti dello stile dell’eleganza occidentale, saranno l’immediata mitizzazione della stilista tra i soggetti emergenti del mondo fashion, per i quali diverrà una sorta sacerdotessa del radicalismo ad oltranza per una visione della moda in motion, che si opponeva al potere delle rappresentazioni vestimentarie occidentali.

 

 

La mostra al Costume Istitute del Met

 

Le mostre sulla moda del Met, oltre spettacolarità e alla cura dei dettagli, rappresentano anche un momento di sintesi culturale di grande rilievo per chi, in qualsiasi forma, opera nella moda. Queste notazioni risultano particolarmente pregnanti soprattutto quando coinvolgono miti culturali del calibro di Rei Kawakubo. Devo aggiungere, in ossequio al Met e al curator Andrew Bolton, che la mostra assume una sua particolare specificità per via della nota ritrosia di Rei Kawakubo ad esposizioni personali e a collaborare ad eventi fatalmente compromessi con interpretazioni storicistiche sulla sua carriera. Infatti, da interviste rilasciate dal curator, sembra che gli siano occorsi 13 anni per convincere la stilista ad accettare l’invito del Met. E non ci sono dubbi sul fatto che Andrew Bolton abbia effettuato una ricerca eccezionale per offrirci un racconto per quanto possibile completo del lavoro creativo della stilista giapponese, ma al tempo stesso svincolato dalla mera cronologia. Gli oltre 140 look femminili che documentano la mostra “Rei Kawakubo/ Comme des Garsons, Art of the In-Between”, inaugurata il 4 maggio è che terminerà il 4 settembre, sono stati scelti con cura sulla base di un fascio di concetti antitetici immaginati essere la porta stretta che permette di comprendere la particolare visione estetica della stilista e in seconda battuta di avanzare una teoria sulle ragioni dell’impatto delle sue forme significanti sul nostro tempo.

Le otto coppie di concetti, inventariati da Andrew Bolton con l’evidente intenzione di evitare una esposizione di forme orientate nel tempo, per far si che, in ultima istanza, fosse l’articolazione dello spazio della mostra a far emergere il senso del lavoro di Rei Kawakubo, sarebbero queste: Design/not Design; Assenza/Presenza; Fashion/Anti-fashion; Clothes/not Clothes; Model/Multiple; Object/Subject; High/Low; Then/Now.

Una citazione del curatore della mostra può aiutarci a chiarire l’architettura concettuale che fa da sfondo alla mostra: “In Kawakubo’s work, this in-between space is revealed as an aesthetic sensibility, establishing an unsetting zone of oscillating visual ambiguity that challengs conventional notions of beauty, past taste, and fashionability”.

Secondo Andrew Bolton dunque, le creazioni di Kawakubo (gli abiti esposti in mostra sono campionature delle collezioni comprese tra i primi anni ottanta fino alle più recenti) avrebbero occupato uno spazio semantico mediano tra le coppie di concetti che ho elencato. L’ipotesi molto condivisibile del curatore è ben chiara: la moda della stilista giapponese sarebbe la dimostrazione che lavorando fuori dai territori del sex appeal e del glamour, evitando la trappola della ricerca tendenze (come veniva operativizzata negli anni ottanta), narcotizzando le regole del marketing standard, risulterebbe possibile sfuggire alla logica dualista della moda occidentale, inaugurando uno spazio di sperimentazione nel quale fare emergere la vischiosità di fusioni, connessioni, coesistenze. Ecco perché, sviluppando l’interpretazione di A.Bolton, si può definire in-between fashion, l’atto creativo di una stilista genuinamente visionaria e radicale come Rei Kawakubo.

Mi sembra di capire inoltre che, l’idea del curator sia di farci comprendere le conseguenze assiologiche di questo stare nel mezzo in relazione al dibattito moda/arte: per Bolton gli “oggetti per il corpo” di Kawakubo sarebbero una forma dell’arte del nostro tempo (è opportuno però sottolineare che Kawakubo ha sempre rifiutato la parola arte, preferendogli la semantica aggregata al saper fare dell’artigiano).

Il concetto di in-between nasconde tuttavia una ambiguità. Stare nel mezzo, potrebbe lasciare intendere una sorta di mediazione dal sapore aristotelico che purifica o narcotizza passioni estreme e tende ad un bilanciamento estetico.

A mio avviso sembrerebbe più corretto (coerente con la carriera della grande stilista giapponese) definire il suo atto moda interstizial, nel senso che Michel Maffesoli dava alla parola quando nei suoi lavori (4), ci parlava di arte interstiziale come risposta estetica alla visione frammentata della realtà nella post-modernità. Per il grande sociologo francese in un mondo simbolico fatto a pezzi dall’evaporazione dei concetti un tempo stabilizzanti in codici, in un mondo nomadivizzato, l’arte non può che riempire dei vuoti. Vista l’impossibilità di creare qualcosa di olistico (per tutti) l’atto artistico emergente si insinua nei frammenti sociali in movimento, senza mai raggiungere una identità fissa, calcolabile, stabile. È chiaro che seguendo questa visione della realtà ogni singolo atto estetico si trova limitato in termini di spazio del senso, ma al tempo stesso illimitato ovvero libero di errare in tutte le direzioni. Ecco perché Michel Maffesoli a più riprese definisce Barocchus post-modernus l’estetica del nostro tempo modulata da ripiegamenti interiori che mettono in primo piano una sensibilità messa in movimento da ciò che chiama l’imaginal  (in verità, prendendo spunto da un ordine di fatti sintomali diversi, qualcosa del genere l’aveva già anticipato Omar Calabrese nel suo libro, troppo presto dimenticato, intitolato “L’età neo-barocca”(5).

Ora la domanda è: il ragionamento di A.Bolton e le aggiunte che ho apportato ci restituiscono il nocciolo duro dell’esperienza di Rei Kawakubo? Se pensiamo a qualcosa come l’essenza dello stile Kawakubo, la risposta è no. Invece, se siamo interessati a valutare l’impatto che gli atti di moda della stilista hanno avuto nel nostro tempo, allora il discorso cambia. Io credo che l’interpretazione di A.Bolton, al netto della medietà, sia tra le migliori sin qui articolate, in grado di farci comprendere per esempio, come mai creativi come J.P. Gaultier e Martin Margiela o Watanabe, abbiano avuto nella stilista giapponese un punto di riferimento per i détournement di oggetto (moda) con i quali hanno creato vie di fuga per chi non si ritrovava nelle programmate tendenze, in pseudo avant-garde, nel fashionismo.

A questo punto sorge spontanea un’altra domanda:  Rei Kawakubo, per i propri oggetti moda, ha sempre tentato di difendere uno spazio libero da eccessive interpretazioni, come se la semantica fondamentale dei suoi abiti non potesse coincidere con una griglia di parole o concetti stabilizzati in una teoria, bensì aprirsi ad una moltitudine di impressioni, percezioni, sentimenti. Come tenere insieme la devozione per l’oggetto in quanto oggetto, con le legittime estensioni concettuali di chi ne reclama una messa in testo (ne reclama la significazione)?  Il già citato curatore della mostra ha risolto il problema togliendo ogni cartello esplicativo nei dintorni degli abiti. Le coppie di concetti elencate sopra, sono scritte in piccolo formato sulla pavimentazione all’inizio delle gallerie che raggruppano gli abiti per temi. Naturalmente i fruitori della mostra potranno certo prendere atto, da schede opportunamente messe a loro disposizione, delle ragioni che hanno portato a scelte e interpretazioni che ho brevemente illustrato. Ma in questo modo la psicogeografia della mostra è contenuta in uno spazio sterilizzato da ogni traccia decorativa, connotativa, informativa, e il fruitore si trova costretto ad un faccia-a-faccia con l’oggetto, per quanto possibile libero da pre-concetti.

In penultima istanza (6), a me sembra questa la significazione alla quale pensa Kawakubo quando parla di “oggetti per il corpo”: una semantica dell’abito che è un affetto o, se volete una emozione, in quanto tale “privata”; un Uno aperto al molteplice ( o unicité multiple, per dirla con Maffesoli) che mi fa pensare a un aldilà dei problemi di identità che spesso ossessionano la moda, ponendo come centrale l’identificazione ovvero il processo con quale ridefiniamo la nostra esteriorità dall’interno e non come adeguamento deterministico o lineare ad un look piuttosto che un’altro.

 

Sconclusioni

 

L’impatto della visionarietà di Rei Kawakubo va ben oltre la circolazione dei suoi abiti. A tal riguardo, trovo sostanzialmente corretto ciò che scrisse Quirino Conti, in uno dei suoi proustiani  e illuminanti interventi sul quotidiano la Repubblica del 29 Aprile: “All’improvviso, tutto delle nostre logiche sembrò inespressivo, cinico, decorativo. Mentre, tornando da Parigi, dopo le loro complesse presentazioni cerimoniali (perché tali erano, per colonne sonore e ritualità), ci si sentiva come privati delle proprie  stampelle di luoghi comuni e ovvietà, tanto su quelle teatrali pedane tutto appariva eccezionalmente nuovo. E nessuno che per mestiere dovesse mettere mano allo Stile poté più prescindere da quegli Occidentalisti che impastavano le nostre forme con il loro lievito, componendo con le nostre parole poetici versi in giapponese. E non ci fu più un solo bottone certo della propria asola; o un mezzo-davanti sicuro di ritrovare il suo corrispettivo. Il nostro era un codice fatto di certezze; partenze, percorsi e arrivi logici. Lì ci si muoveva nel buio: per un cammino senza garanzie di esiti. Grandissimi, impareggiabili inventori di musica in forme e volumi fatti d’aria”(7). Per il lettore aggiungo che i citati Occidentalisti sarebbero Rei Kawakubo, Yohji Yamamoto e Issey Miyake ovvero gli stilisti che tradussero nel proprio linguaggio estetico, la nostra tradizione. Ma non fatevi ingannare dalla sottile retorica del critico. In realtà, Quirino Conti, come già aveva adombrato nel suo libro capolavoro (8), interpreta i visionari giapponesi come dei distruttori e sabotatori dello Stile, inteso come adeguamento al codice estetico dell’eleganza occidentale.

Ma a questo punto la domanda è: come mai un numero rilevante di stilisti ha in qualche misura aderito alle visioni moda degli Occidentalisti? Ancora: come mai che il pubblico femminile più esigente ha eletto Kawakubo o, se volete, i suoi look anti-fashionismi, a immagine ideale delle proprie apparenze?

Io credo che il codice della moda vestimentaria occidentale in realtà fosse crollato ben prima dell’arrivo dei giapponesi. Il concetto stesso di moda, dalla modernità in poi, lascia spazio a codifiche a patto che siano deboli,facilmente riconfigurabili, sostituibili, trasformabili. Come scriveva nel suo celebre dialogo Giacomo Leopardi intorno al 1824, la moda implica sempre morte e distruzione simbolica (9). Osservare Kawakubo privilegiando questo punto di vista, significa negare ad una visionaria il grande merito di aver rigenerato le passioni per la moda, anche se ci ha costretto a rimodulare le nostre esperienze interiori secondo un registro diverso rispetto a quello imposto dallo Grande Stile. Per farla breve, potremmo metterla giù così: forse la distruzione creatrice di Kawakubo ci ha fatto perdere definitivamente l’illusione di avere un centro regolativo al quale appellarci  per limitare i disagi dell’essere (alla moda); ma di sicuro la lezione di singolarità creativa e stilistica che ci ha dato, ci ha reso un po’ più liberi, consapevoli e curiosi verso modi dello stile estranei alle logiche del potere delle apparenze, sempre subdolamente presenti nell’approccio occidentale al rapporto immaginario con l’altro.

Met, Costume Institute (New York)

Rei Kawakubo/Comme des Garsons, Art of the In-Between

4 maggio-4 settembre

 Le immagini della mostra sono state gentilmente concesse per il presente articolo dall’ufficio stampa del Met.

 

Libri citati in ordine di apparizione:

 

  1. F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, 1982;
  2. Crispin Sartwell, I sei nomi della bellezza, Einaudi, 2006, pag.135/163;
  3. Kuki Shuzo, La struttura dell’iki, Adelphi, 1992;
  4. Michel Maffesoli, Au creux des apparences, Plon, 1990;
  5. Omar Calabrese, L’età neobarocca, Laterza, 1986;
  6. Detesto le “ultime parole” e chi se ne fa scudo. In particolare quando si affronta creativi polarizzanti come Rei Kewakubo, nei confronti dei quali, relativamente a certe questioni, forse sarebbe saggio applicare l’assioma finale del Tractatus di Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Il problema è che sentiamo come rilevante proprio ciò che sfugge al nostro linguaggio ordinario e che quindi emerge come domanda.
  7. Quirino Conti, E i giapponesi sabotarono lo Stile, la Repubblica, 29 Aprile, pag.34.
  8. Quirino Conti, Mai il mondo saprà, Feltrinelli, 2005;
  9. Giacomo Leopardi, Dialogo della moda e della morte, in Operette Morali, Sansoni editore, 1969;

 

KAWAKUBO

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

29 Responses to "Rei Kawakubo, Comme des Garsons"

  1. Ann   21 luglio 2017 at 14:48

    Vorrei solo chiosare con due parole l’articolo molto interessante su una stilista che conosco poco.
    Se penso alla moda che a me piace gli abiti di Rei Kawakubo, salvo qualche look, personalmente mi sorprendono ma non mi attraggono. Però non sono insensibile al messaggio forte che trasmettono. Anche se privilegio l’estetica dell’abbigliamento della nostra tradizione, riconosco che per la contemporaneità i giapponesi sono stati dei veri innovatori.

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  2. Luigi   21 luglio 2017 at 15:03

    Nel caso di Kawakubo su può parlare di arte nel senso che la volontà di esprimere le proprie idee non si piega a calcoli mercificanti. È anche vero che arte è una parola troppo spesso usata a sproposito. Capisco quindi l’atteggiamento prudenziale della stilista che preferisce definirsi una artigiana.

    Rispondi
  3. Luciano   22 luglio 2017 at 08:20

    Il grande artigianato ha sempre avuto qualcosa di artistico. Un pizzico di follia, sperimentazioni audaci e ricerca di maestria. Queste sono qualità che ritrovo in Rei Kawakubo. Aggiungerei che il suo modo di rapportarsi alla moda è stato lungimirante con l’evoluzione dello stile.

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  4. Gabri   22 luglio 2017 at 15:14

    Visto che gli è stata dedicata una mostra alla carriera, potevano anche mettere qualche abito maschile. Da quello che ho letto non mi pare che l’abbiano fatto. Dico questo perché Kawakubo è stata rivoluzionaria anche in questo. È lei che ha presentato look maschili ispirati alla donna e anche abiti pensati per entrambi i sessi. Si parla tanto oggi del gender. Kawakubo lo ha fatto vent’anni fa.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   23 luglio 2017 at 10:29

      I completi per uomo a fantasie femminili di Kawakubo meritavano di essere citati. Tieni conto però che le contaminazioni tra guardaroba femminile e maschile non le ha certo inventate lei. Io credo che il curatore volesse mostrare una raccolta di abiti coerenti con il tema centrale della mostra: l’oggetto per il corpo di Kawakubo come forma d’arte del nostro tempo. Non c’è dubbio che, con le collezioni donna, emerga in modo intrigante la specificità dell’estetica della stilista giapponese.

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  5. Antonio Bramclet
    antonio   24 luglio 2017 at 10:53

    Oggi le barriere del passato non hanno più senso. Quindi perché non considerare gli abiti di Kawakubo delle opere d’arte? Non tutti è chiaro. Anche lei dovrà fare i conti con il mercato. Ma non segue le tendenze e privilegia la propria personale creatività. Cosa fanno di diverso gli artisti contemporanei?

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  6. Margot Ferri
    margi   10 agosto 2017 at 20:28

    Alcune fotografie alla fine dell’articolo trovo siano fantastiche per farci capire l’essenza della moda di Kawakubo. Purtroppo non c’è il nome del fotografo ma mi trasmettono il pensiero che Kawakubo oltre ad essere rivoluzionaria é anche molto romantica e spirituale.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   13 agosto 2017 at 19:31

      Il fotografo che ti ha colpito è Roversi. Hai ragione, le sue trasduzioni dei concetti moda di Kawakubo sono pregnanti. Tra l’altro è uno dei fotografi di moda che ammiro di più. Se ci riesco aggiungerò un breve testo all’articolo sulle foto che ti hanno colpito.

      Rispondi
  7. Irene P.   7 ottobre 2017 at 18:00

    Per noi Occidentali non sentirci condizionati da quei canoni di bellezza, equilibrio, armonia che fanno parte del nostro patrimonio culturale, di quella classicità che nel corso dei secoli ci ha contraddistinto, ma anche limitato, è, se non inconcepibile, sicuramente difficile. Per questo concordo con quanto l’autore afferma nella parte conclusiva dell’articolo, cioè che Rei Kawakubo, con la sua “distruzione creatrice”, ci ha incoraggiati a sentirci più liberi, meno assoggettati al potere delle apparenze e più aperti verso il cambiamento e nuove sperimentazioni. Penso che, se gli “oggetti per il corpo” da lei creati hanno avuto un’influenza così profonda su altri stilisti nel tempo, sia proprio per la loro capacità di farsi portatori di un’ interiorità libera da stereotipi e adeguamenti ad un look piuttosto che ad un altro. Troppo spesso, infatti, ci sentiamo condizionati da una qualche tendenza e mortifichiamo il nostro modo di essere per apparire come gli altri vorrebbero che noi fossimo o quanto meno per aderire ad un sentire e apparire comuni.

    Rispondi
  8. Karina S.   8 ottobre 2017 at 16:53

    Nella lettura dell’articolo sono rimasta colpita dalla scelta molto interessante, da parte del curatore della mostra, di fare in modo che coloro che osservano siano liberi, in un primo momento, di interpretare le opere, per poi poter confrontare, nel caso in cui essi volessero, la propria idea con l’interpretazione e le scelte adottate dalla stilista giapponese.
    Mi trovo in accordo con la conclusione dell’articolo, nella quale viene messa in evidenza una grande svolta nell’approccio alla moda occidentale. L’influenza che vi è stata da parte delle arti orientali, in questo specifico caso della moda giapponese, ha sconvolto la visione occidentale della moda.

    Rispondi
  9. Ginevra P   9 ottobre 2017 at 16:18

    La determinazione di Kawakubo di lanciare un messaggio estremamente stravolgente nel mondo del fashion si evince dalle sue collezioni.
    Da occidentale ho difficoltà purtroppo ad osservare le sue creazioni in modo totalmente avalutativo perché la società in cui vivo e -soprattutto- le realtà che mi circondano, mi fanno sentire l’esigenza e la voglia di immergermi in un’idea di abbigliamento completamente diversa.
    Ammiro tanto la sua tenacia e la sua spiritualità; è stupefacente vedere come una donna abbia la forza e il coraggio di mettersi alla prova e in confronto, con il mondo intero, pur sapendo di “andare contro” ad un canone di bellezza occidentale ormai radicalizzato.
    Sicuramente osservando le collezioni della stilista (o meglio artista) non vedo capi d’abbigliamento bensì idee e valori che hanno lo scopo di valorizzare la spiritualità della donna e non la sua immagine.
    Indossare Kawakubo significa rispecchiarsi e avvicinarsi all’idea che, oltre all’esibizione della sensualità fisica femminile, ci sia prima la sua nudità interiore.

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  10. Melissa P.   10 ottobre 2017 at 10:40

    Trovo interessante osservare come la nostra visione del mondo, creduta per secoli unica ed inequivocabile, cada dinnanzi alla creazione di forme a noi prima sconosciute.
    È ammaliante pensare che Rei Kawakubo, attraverso le sue voluminose creazioni, abbia in primo luogo messo a nudo la sua idea di femminilità: imperfetta, sensibile, fragile e successivamente le abbia fornito le armi, oserei dire “l’armatura” per essere non più oggetto del desiderio ma soggetto delle sue volontà di essere o apparire.
    La sua autenticità rende unico e sconnesso da ogni qualsivoglia preconcetto il suo elaborato che per tale motivo ha in noi l’effetto di una forbice liberatrice.

    Rispondi
  11. Elisabetta P.   10 ottobre 2017 at 11:51

    E’ ammirabile come una stilista proveniente da un’altra realtà rispetto a quello che è l’occidente e quindi da diverse usanze, culture e tendenze sia riuscita a far ” accettare ” la sua innovativa idea di come la moda può essere interpretata dalla popolazione.E’ riuscita a uscire dai canoni di perfezione della moda dell’occidente di quel tempo quali la sensualità, l’apparenza e l’erotismo, facendo capire a donne e uomini che “moda” non è solo quello ma anche ciò che esce dagli schemi non seguendo il trend del momento e quindi la massa.

    Rispondi
  12. Karim.P   10 ottobre 2017 at 12:32

    La rivoluzione portata dall’oriente in occidente cambiò l’idea di bellezza, sconvolgendo con nuovi abiti/un nuovo abbigliamento la tradizione occidentale che puntava a mettere in risalto l’aspetto fisico.
    Credo che l’espressione orientale abbia dato la possibilità agli aspiranti stilisti di poter essere più creativi dandogli quindi una maggiore libertà, riuscendo anche a trasmettere delle emozioni attraverso la moda.
    Concordo con lo scrittore per aver dato kawakubo il merito di aver rigenerato la passione per la moda, ovvero la volontà di trasmettere le proprie emozioni attraverso essa.
    Non sapevo molto su Kawakubo, ma questo articolo mi ha incuriosito molto riguardo al suo lavoro e all’innovazione che ha portato con sé.

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  13. Belinda P.   10 ottobre 2017 at 16:36

    Leggendo questo articolo sono rimasta molto attratta dalla forza di Kawakubo nel mettersi a confronto con il mondo intero e di andare in un certo senso contro corrente pur essendo consapevole di andare contro agli stereotipi di bellezza e di femminilità che nel mondo occidentale sono ben radicalizzati.
    Noi occidentali forse facciamo fatica ad apprezzare queste sue creazioni perché viviamo in una società ben definita,che ci propone dei modelli diversi che purtroppo ci fa sentire prigionieri e non liberi verso nuovi cambiamenti. Personalmente queste creazioni mi sorprendono molto ,sopratutto per l’innovazione.

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  14. Sara P   10 ottobre 2017 at 17:24

    Sono rimasta colpita nel vedere le evidenti diversità che due culture opposte, quella occidentale da una parte e quella orientale dall’altra, hanno nell’esprimere attraverso i vestiti femminilità, glamour e sensualità. Trovo interessante come Kawakubo esalti le forme femminili senza cadere nella volgarità, stravolgendo i canoni europei. Importante è l’impatto che la stilista ha sulle donne occidentali, le quali, aderendo al suo stile, acquisiscono maggiore libertà di espressione, allontanandosi dai canoni tradizionali della moda occidentale.
    Trovo la stesura dell’articolo coinvolgente e chiara con digressioni molto gradevoli.

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  15. Greta P   10 ottobre 2017 at 18:18

    Mi sento di esprimere solo il mio stupore riguardo questo articolo e le abilità di Kawakubo.
    La stilista deve aver messo alla prova la sua abilità di interiorizzare la cultura propria e quella occidentale, per poi poter crearne una nuova senza riferimenti espliciti alle tradizioni sopracitate.
    Ammiro il modo in cui ha riprodotto la cultura occidentale schivando banali stereotipi, mantenendo l’incorruttibilità del proprio stile.
    Inoltre mi ha fatto piacere venire a conoscenza di nuovi termini e argomentazioni sull’arte e sulla moda, in particolare la visione dialettica dell’arte in occidente.

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  16. Chiara R.P   10 ottobre 2017 at 18:43

    A mio parere l’articolo in questione oltre ad essere molto interessante contiene tutte le informazioni necessarie per comprendere al massimo lo stilista in questione “Rei Kawakubo”.
    La moda occidentale ha rivoluzionato ogni tipo di idea tradizionale antecedente portando con se un nuovo modo di sperimentare la moda e uscendo fuori dai canoni predisposti dalle icone passate. Mi ha colpito particolarmente la modalità con cui l’autore ha trasmesso a noi lettori il messaggio, ponendosi in oltre domande opportune con risposte totalmente connesse a quanto richiesto. Citando in oltre numerosi critici di fama a cui egli stesso a espresso un parere riferente alla loro critica.
    Mi sono soffermata molto sulla parte in cui l’autore descrive dettagliatamente l’estetica Giapponese definendola imperfetta.

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  17. Letizia P   10 ottobre 2017 at 18:47

    Dopo questa descrizione accurata su Rei Kawacubo, capisco perchè Andrew Bolton ha voluto creare una mostra dei suoi abiti.
    La stilista ha dimostrato coraggio ad attaccare e rivoluzionare i dettami occidentali della bellezza femminile e dell’eleganza del tempo, creando nuovi canoni fino ad allora inespressi. Così facendo rese la moda libera di interpretare la bellezza, l’eleganza e la sensualità del corpo femminile. Lei dimostra come trovarsi fuori dagli schemi sia importante per riuscire a creare qualcosa di nuovo e non rimanervi intrappolati. I vestiti della stilista non incontrano esattemente i miei gusti, tuttavia non posso non ammirarne la genialità, il coraggio e la creatività. Infine sono contenta che la visione della bellezza femminile sia stata rivoluzionata da una stilista donna.

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  18. ChiaraM P   10 ottobre 2017 at 19:18

    Senza dubbio il rifiuto, o meglio, lo stravolgimento del concetto estetico occidentale nei propri canoni di bellezza e sensualità è stato rivoluzionario. Dico rivoluzionario perché la nostra cultura è sempre stata estremamente legata alla tradizione e vedere contrapporre alla classicità l’imperfezione e l’irregolarità è stato sicuramente molto critico. Su questo concordo con l’autore nel dire che Rei Kawakubo ci ha reso più curiosi, liberi e consapevoli proprio perché la stilista ha la capacità di rompere ogni schema, indagando sul concetto di bellezza attraverso una visione anticonformista ed autonoma. Infatti nella mostra al Met, il curatore ha voluto sottolineare ed evidenziare come lei possa abbattere le barriere di ogni dualismo, riuscendo a lavorare nello spazio tra i due opposti. Gli abiti esposti non sono solo concepiti come “abiti di moda” ma come oggetti unici e portatori di grandi valori impliciti, e questo per me è fenomenale.

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  19. Ilaria P.   10 ottobre 2017 at 20:05

    Secondo un mio punto di vista questo articolo è ben descrittivo e mi fa capire che Rei Kawakubo sia molto determinata e coraggiosa per aver scelto di perseguire una visione della bellezza che contrastava i canoni della moda , rifiutando , in un certo senso, quegli abiti che valorizzano i contorni del corpo , appare una grande stilista che non vuole rimanere legata alle tradizioni , ma anzi adora il cambiamento e il difforme , il suo è uno stile difficile da interpretare ma unico nel suo genere .

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  20. Antonio P   10 ottobre 2017 at 21:04

    L’articolo in un’introduzione iniziale consente di poter comprendere non soltanto l’essenza dello stile di Rei Kawakubo , stilista Giapponese che ha rinnovato radicalmente la moda , ma anche alcuni concetti filosofici che rappresentano la stilista , che si allontanano dalla tradizione e che hanno totalmente trasformato l’idea di bellezza rendendoci in un certo senso più liberi e aperti nei confronti dell’altro. In un secondo momento viene descritta la mostra realizzata al Costume Istitute del Met di New York , curata da Andrew Bolton , il quale è stato in grado di rispettare Kawakubo evitando eventuali interpretazioni, che avrebbero potuto limitare la libertà intrinseca nelle opere della stilista. Pur ignorando l’esistenza della mostra , le informazioni riportate ed il modo in cui sono state descritte , hanno consentito alla mia mente di poter ricreare l’evento ed immaginare come esso possa essere stato. Tuttavia , ciò che ha maggiormente catturato la mia attenzione sono i quesiti che l’autore si pone immedesimandosi nel lettore , ottimi spunti per importanti riflessioni.

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  21. Alyssa P   10 ottobre 2017 at 21:51

    Nell’articolo sono ben chiari ed espliciti i veri valori di Kawakubo, una stilista di grande personalità e determinazione.
    La sua filosofia e il suo modo di realizzare, nonostante lontani dai soliti canoni occidentali, sono stati ben riportati nella mostra organizzata da Andrew Bolton.
    Con l’assenza dei cartelli esplicativi ha lasciato agli abiti la facoltà di parlare,esprimere e trasmettere dei sentimenti differenti per ogni osservatore, proprio come uno stesso vestito indossato da persone diverse li faccia sentire unici con modalità e sfumature differenti senza soffermarsi sull’apparenza.

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  22. Lucrezia P.   10 ottobre 2017 at 22:15

    Un elaborato perlopiù scorrevole, ricco di riferimenti e ben articolato, nonostante in alcuni passi vengano azzardate considerazioni poste come universali ma a parere mio opinabili e personali; altre volte ho immaginato che tali giudizi fossero semplicemente condizionati dai reali esiti e successi del poi. Trovo altresì particolarmente efficace l’inserimento delle sensazioni che un pezzo-moda ha suscitato nell’autore, vittima di emozioni come il lettore.
    Mi ha molto colpito il concetto di wabi-sabi, di cui non ero a conoscenza.
    Nel testo viene poi illustrato efficacemente il passaggio rivoluzionario messo in atto da Kawakubo: con lei l’abito si trova mutato nella sua funzione, passando da “immaginaria seconda pelle” a mero “involucro”.
    La mostra del Met ha reso la moda, secondo la mia interpretazione, un momento di apprendimento e di accostamenti stilistici, in cui persino l’architettura si modella su uno stile estetico che è altresì descrivibile tramite accostamenti di opposti estremi.
    Inoltre si è sviluppato un mio dubbio circa la parte trattante l’arte: se essa è universale, anche se strettamente personale e da interiorizzare, come può essere ignota, instabile e indefinita? Proprio in base a questo principio dell’arte ho notato che Rei Kawakubo ha voluto lasciare i suoi capi alle interpretazioni dei singoli, nonostante il pezzo fosse materialmente uguale agli occhi di tutti.
    La descrizione che più mi ha colpito riguardo allo stile di Kawakubo è ossimorica: la distruzione creatrice che in qualche modo rende liberi. Dalle costrizioni dei trend occidentali, dalla standardizzazione proveniente dalla cultura antica, dagli schemi tipici. Mi ha assolutamente affascinata.

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  23. Margherita P.   10 ottobre 2017 at 22:39

    La stilista giapponese Kawakubo è una delle artiste che fine anni ’70, a mio avviso, ha sconvolto di più la società moda, in particolare nel mondo occidentale. Al suo debutto, i suoi abiti, cosi stravaganti e orientaleggianti, non hanno riscontrato un grande apprezzamento da parte del pubblico occidentale e sono stati oggetto di discussione e dibattito. Questo è accaduto perché Kawakubo ha modificato i canoni della moda occidentale, sostituendo uno stile classico e rigoroso con una attenta ricerca dell’imperfezione. E’ proprio quest’ultima parola a spiazzarci, probabilmente perché siamo abituati ad associare l’aggettivo imperfetto a qualcosa di banale non finito e spesso anche sgradevole. In realtà per Kawakubo l’imperfezione significa tutt’altro: oltrepassare le apparenze e far si che l’abito ci susciti emozioni. Penso che la grandezza di Kawakubo sia stata la sua perseveranza nel portare avanti la sua idea di moda indipendentemente dai giudizi esterni e dalle critiche .

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  24. Beatrice P   10 ottobre 2017 at 22:40

    Ho trovato l’articolo molto stimolante, ricco di informazioni e parecchio interessante.
    A parer mio complesso per la grande quantità di informazioni.
    Trovo molto innovativo e ammirevole come Rei Kawakubo e Yamamoto abbiano deciso di infrangere in quale modo tutti gli schemi della bellezza classica rendendola attraverso gli abiti meno erotica e sensuale, ma più imperfetta e con forme più umili.
    In complesso penso che sia un articolo molto profondo per questo porta a riflettere e a lasciarti qualcosa dopo la lettura.

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  25. Elisabetta P   10 ottobre 2017 at 22:42

    L’articolo consente di capire lo stravolgimento estetico occidentale di Rei kawakubo. Essa è riuscita a distaccarsi da quel idea degli abiti che valorizzano i corpi fino a trascurare i contorni del corpo e togliendogli gli eccessi di sensualità . Attraverso l’articolo, infatti, è molto chiaro che essa non vuole seguire le tradizioni ma appunto le vuole stravolere. Vuole qualcosa di diverso, vuole un cambiamento rispetto alla nostra cultura che è legata da sempre alla tradizione. Basta vedere le sue creazioni, con le quali propone modelli diversi rispetto ai nostri. Purtroppo molti di noi occidentali non riusciamo a capire questo stile a causa del nostro legame alla Nonostante questo sono rimasta molto affascinata dalle sue creazioni e il suo modo innovativo di creare abiti.

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  26. Sofia P.   11 ottobre 2017 at 00:59

    Esempio di coraggio e determinazione incredibile: si oppone alla bellezza occidentale e fa di ciò il proprio punto forte (nell’articolo si parla addirittura di mitizzazione).
    Definirei (forse troppo banalmente) la sua capacità di pensare oltre gli schemi invidiabile.
    I suoi abiti comunicano valori/idee scissi sia dalla cultura orientale sia da quella occidentale: appartengono ad una nuova cultura, la “cultura Kawakubo”, caratterizzata dalla messa a nudo delle caratteristiche femminili e al tempo stesso dalla realizzazione di voluminosi “oggetti per il corpo”.
    Ha sicuramente sconvolto il mondo della moda, enfatizzando l’apertura mentale nei confronti del diverso e soprattutto la libertà.

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  27. Almida P   23 ottobre 2017 at 19:42

    Rei Kawakubo ha portato nella moda un punto di vista totalmente nuovo, ma l’intento non è mai stato quello di appagare il mercato, compiacerlo, voleva innovare, sfidare alcuni preconcetti legati al fashion world. Una sfida coraggiosa considerando che questo mondo si concentra sempre di più sulla commerciabilità piuttosto che sulla creatività.

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