Richard Avedon, la necessità dello stile.

Richard Avedon, la necessità dello stile.

A portrait is not a likeness The moment an emotion or fact is transformed into a photograph it is no longer a fact but an opinion. There is no such thing as inaccuracy in a photograpgh. All photographs are accurate.

None of them is the truth

 (dichiarazione di Avedon quando uscì il suo famoso libro In the American West)

 

 

Richard Avedon nacque a New York nel 1923. E’ morto all’età di 81 anni a San Antonio nel Texas l’ultimo giorno di settembre del 2004. Gravi complicazioni dovute a un’emorragia cerebrale lo stroncarono mentre lavorava per un servizio commissionato dal The New Yorker magazine, per il quale era divenuto un prestigioso testimone oculare dal 1992. Stava preparando un portfolio che aveva intenzione di intitolare “Democracy”, che ci avrebbe raccontato il suo punto di vista sulle elezioni che furono vinte da Bush.

Come tutti i più grandi fotografi del novecento viaggiò in molte parti del mondo ma non è inutile ricordare che gran parte della sua vita la trascorse a New York e soprattutto nel suo studio.

Forma, Centro Internazionale di fotografia (Milano), organizzò dal 14 febbraio all’8 giugno 2008 la prima grande mostra italiana del fotografo dalla sua morte ad oggi. Si trattava di un progetto creato da Helle Crenzien in collaborazione con il Luoisiana Museum of Modern Art Istitute e con The Avedon Fondation. Le 250 fotografie esposte, coprivano l’arco di tutta la sua carriera, dagli scatti che fece in Italia nel 1946 fino al ritratto alla cantante Bjork, ultima fotografia ufficiale prima della sua improvvisa scomparsa. In quell’occasione fu pubblicato come catalogo della mostra, un grande libro in verità, ricco di interventi critici, dedicato alla sua lunghissima e in parte controversa carriera.

Anche se ho sempre pensato che una fotografia di moda dovesse essere studiata soprattutto a partire dal suo contesto, ovvero le pagine di una rivista, valutando l’impatto di grafica, lettering, tagli, sequenzialità, vedere meravigliosamente stampate in grande formato una generosa scelta di scatti esemplari, ha rappresentato un momento di godimento e riflessione di rara intensità, qualitativamente diverso dalla ordinaria esperienza cognitiva offerta dalle monografie o libri di fotografia che normalmente acquistiamo.

La curatrice della mostra citata scelse di concentrare l’attenzione sui grandi ritratti ai quali Avedon per altro si dedicò per quasi tutta la sua vita fotografica, presentando una serie limitata di foto di moda, perlopiù circoscritte al lavoro che il fotografo fece per Harper’s Bazar negli anni cinquanta. Forse, se il fotografo fosse stato ancora in vita non avrebbe condiviso il percorso narrativo concepito da Helle Crenzien. Tuttavia è pur vero che bastarono i pochi scatti per la moda esibiti, alcuni dei quali mai pubblicati su riviste e per la prima volta mostrati al pubblico, per confermarmi la misura della grandezza di Avedon nell’interpretazione di un genere fotografico i cui valori furono molto discussi, soprattutto quando grazie alla moda il fotografo verso la metà degli anni cinquanta era divenuto una celebrità in tutto il mondo. Naturalmente non potevano mancare alcuni capolavori assoluti come Dovima e gli elefanti (1955), Suzy Parker  e Robin Tattersall fotografati in Place de la Concorde (1956) e l’Omaggio a Munkacsi del 1957, con una Carmen impeccabile colta in un “momento decisivo” che mi rimandava alla famosa foto di Cartier Bresson intitolata Dietro la stazione di Saint-Lazare(1932).

Della successiva prodigiosa produzione di immagini moda di Avedon comparivano solamente tre foto straordinarie di Veruska, Jane Shirpton e Twiggy (le top model anni sessanta). Alle famose campagne realizzate per Versace negli anni ottanta, veniva riservata una presenza marginale, un atto dovuto per via della sponsorizzazione della mostra da parte della celebre griffe. Era dunque evidente l’intenzione dei curatori di concentrare l’attenzione del pubblico sull’attività ritrattistica di Avedon, immaginando in tal modo di rafforzare la visione/vocazione artistica del fotografo, liberandolo finalmente dall’abbraccio soffocante della moda.

Sulla scorta di quella selezione di foto, Helle Crenzien scriveva in un saggio sul catalogo della mostra: “Avedon crea comunque dei ritratti; non reportage, istantanee o fotografie di moda, ma ritratti… l’intera opera sfaccettata può essere ricondotta a un’unica linea artistica propria della tradizione dei ritratti… Insieme a Irving Penn, Avedon ha trasformato la fotografia di ritratto del ventesimo secolo. Penn è l’ultimo esponente del concetto aristocratico nella fotografia ed è tanto delicato e attento nelle sue immagini, quanto Avedon appare radicale e brutale”.

Un modo di rileggerne l’esperienza e l’attività professionale certo plausibile, nei confronti del quale non mi trovo completamente d’accordo. Se la teoria dei due Avedon, propugnata fino a quel momento dalla maggioranza dei critici, non mi convinceva (il fotografio di moda nobilitato dal ritrattista), fare di un intrusivo faccia-a-faccia col soggetto il principale fattore portante del suo atto fotografico mi lasciava dubbioso. Ho sempre pensato che l’esperienza della moda, della particolare messa in scena che è necessario ideare per fare scatti che meritino di essere ricordati, fosse fondamentale per capire la fattura dei ritratti di Avedon (soprattutto per capire l’illusione cognitiva che li rende così intriganti: la possibilità di una foto di cogliere i pensieri rimossi dell’identità pubblica del soggetto e di rivelarne quindi aspetti nuovi).

A dire il vero la mostra citata ci aveva mostrato un terzo Avedon. Le immagini del reportage della festa di capodanno alle Porte di Brandeburgo, interpretavano in modo sorprendente il particolare sconvolgimento storico della Germania del periodo. E’ come se Avedon avesse fotografato il futuro, trasformando l’aria di festa in un disincantato “racconto breve e triste” delle ombre che la grande storia proietta sulle persone. Lo scrisse e motivò benissimo sul catalogo della mostra milanese,  Christoph Ribbat: “… nelle fotografie di Avedon scattate a Berlino la riunificazione della Germania si dissolve in una depressione post-comunista. I protagonisti sono isolati. L’estetica è febbrile e cruda…”.

Con il senno di poi, è certo possibile, dopo aver analizzato il vastissimo repertorio di immagini  lasciatoci dal fotografo, sostenere l’esistenza di uno, due, tre…Avedon. Dipende soprattutto dai tratti distintivi che il critico sceglie di pertinentizzare, per spingere le significazioni dell’analisi da una parte piuttosto che dall’altra. Per quanto mi riguarda preferisco pensare che con artisti strabilianti, dotati di un immenso talento come Avedon ci troviamo di fronte al paradosso del Grande Stile. Fa parte del gioco che di volta in volta il soggetto, la messa in scena, il senso dell’atto fotografico debbano cambiare. Ma il grande fotografo, non può che imprigionare nella foto il suo stile.  A questo punto non si può forse sostenere che il cambiamento (di genere o semplicemente di soggetto) sia una illusione? Infatti, se siamo in grado di afferrare uno stile ben determinato, l’impronta della differenza diviene sfumata.  Ecco perchè i ritratti possono evocare le foto di moda e viceversa. Tuttavia il grande stile a mio avviso non coincide con una delle tante forme che può prendere il manierismo. Il grande stile ci fa percepire e credere alla giustezza di un bilanciamento tra qualcosa che si ripete e la sensazione di una immagine che trasuda freschezza, originalità garantendo una sua autonomia al soggetto della foto. Si tratta di una illusione percettiva? Oppure siamo in presenza di una induzione culturale? Io preferisco pensare che il grande stile costringa l’occhio e lo sguardo a indugiare un po’ di più sull’immagine, creando lo spazio della visone e il timing dai quali discende la possibilità del bilanciamento che fa convivere in noi la percezione di qualcosa che mette ordine al disordine delle immagini (riconoscimento di uno stile) e al tempo stesso ci fa fare esperienza di un particolare punto di vista sul reale fotografico e sull’oggetto che ne porta e trasmette l’impronta.


Richard Avedon insieme ad uno dei suoi ritratti
beekeeper-in-the-american-west-richard-avedon
Beekeeper dal libro “In The American West” di Richard Avedon

Avedon e la moda

 Chi ama la fotografia d’autore sa benissimo che definire Avedon fotografo di moda è oltremodo riduttivo. Come dimenticare i suoi penetranti e celebri ritratti di star, di familiari, di amici, di gente comune? Anche se ho detto che l’esperienza del set fotografico della moda a mio avviso ha influito sul modo di concepire i ritratti di Avedon, non posso negare la durezza, l’anti-abbellimento, l’implacabile crudezza dello sguardo fotografico dell’autore nei confronti dei suoi simili. I puristi della fotografia da sempre criticano il perfetto controllo delle foto di documentazione sociale che Avedon cominciò a fare negli anni sessanta, tuttavia si può tranquillamente sostenere che questi reportage si fanno ammirare soprattutto per l’eccezionale valore visivo delle immagini.

Avedon fotografa Dovima con Diana Vreeland che controlla
Avedon fotografa Dovima con Diana Vreeland che controlla

In breve, Avedon era magistrale in qualsiasi fotografia che decidesse di scattare.

Riconoscere il suo virtuosismo non cancella però l’evidente maggiore impatto che il fotografo ebbe sulla foto di moda e il valore storico della particolare formula della bellezza che inventò. Non c’è nulla di strano se il grande pubblico lo ricorda soprattutto per le foto che per decenni pubblicò su Harper’s Bazaar e su Vogue.

Richard Avedon è stato il fotografo che a mio avviso, meglio di altri pur dotati colleghi, ha creato l’immaginario spensierato della moda nel tempo in cui, grazie alla fotografia e alle riviste, questo modo di regolare il gusto delle persone divenne immensamente popolare.

avedon-twiggy anni 60
Avedon. Twiggy Anni 60′

Il suo talento per la bellezza e il suo controverso stile fanno dei suoi scatti un documentario insostituibile del new look nella Parigi del dopoguerra, del nuovo pret à porter americano, della moda-contro anni sessanta, della crescita di Milano come nuova capitale della moda negli anni ottanta.

Ma in quanti conoscono veramente l’evoluzione creativa del suo lavoro? La carriera di Avedon nella moda non ha eguali per durata e prestigio. All’inizio degli anni cinquanta era già una celebrità. Secondo molti critici il suo stile, fin dall’inizio, sarebbe talmente marcato e dominante da risultare riconoscibilissimo in tutte le sue fotografie. Penso siano solo sciocchezze. Il suo grande stile non è nato di colpo. E la grandezza di Avedon risiede nella strabiliante varietà dei modi con i quali cercava di catturare ciò che la moda non può raccontare solo con tessuti e abiti. Avedon è stato un infaticabile sperimentatore. Insomma, il ricordo di Avedon corre il rischio di essere vittima del travolgente successo che ha caratterizzato la sua carriera: se diamo retta alla maggioranza dei commenti critici, tutte le sue foto di moda marchiate dal suo inconfondibile stile si assomiglierebbero; e tutte le fotografie che ha scattato in fuga dalla moda, anche le più ruvide, in realtà, pagando dazio all’ingombrante invariante creativa rappresentata dal suo talento, in definitiva si porterebbero addosso l’impronta glamour tipica del mondo fashion.

Questo punto di vista, usato per mitizzare Avedon quanto per sminuirne l’impatto, sottovaluta la grande cultura visiva del fotografo, non si confronta con il suo strabiliante talento nel sperimentare nuove tecniche, non coglie la sua capacità di indovinare le qualità visuali che in qualche modo hanno convinto generazioni di lettori a considerarle contemporanee e al tempo stesso classiche, dure e glaciali ma anche attraversate da un ineffabile flusso di energia.

La prima foto di moda scattata da Avedon apparve su Harper’s Bazaar nel 1944. Il giovane fotografo aveva appena finito il servizio militare e fu assunto da Carmel Snow per far parte dello staff che aveva il compito di illustrare le pagine della rivista dedicate ai lettori più giovani, raccolte nella sezione chiamata Junior Bazaar. Il quel periodo la couture francese era ancora narcotizzata dalla guerra e quindi i primi abiti che Avedon fotografò erano di stilisti americani impegnati nello sport wear.

Durante i primi anni di Harper’s Bazaar si rafforzò il rapporto con Alexey Brodovich, geniale Art Director della rivista e già da qualche anno suo insegnante alla New School for Social Reserch a New York. Un po’ più avanti negli anni, quando era già un fotografo famoso, in una intervista Avedon dichiarò: “Brodovich fu il mio unico maestro…Imparai tantissimo dalla sua impazienza, dalla sua arroganza, dalla sua insoddisfazione” (Popular Photography 71, Novembre 1972, pag.190). Brodovich insieme a Lieberman (Vogue) cambiarono radicalmente l’impostazione grafica delle riviste di moda, trasformandole in prodotti editoriali di grande presa sul pubblico femminile colto. Come insegnante non indulgeva in alcun romanticismo didattico. Seguendo l’impostazione maturata negli anni in cui era professore al Bauhaus fondato da Gropius, amava incoraggiare i suoi allievi a esplorare nuove dimensioni tecniche e stilistiche. Rivisitando i suoi primi anni in Harper’s Bazaar, in un articolo pubblicato sul The New Yorker nel 1958, Brodovich descrisse la collaborazione con Avedon sottolineando che le sue fotografie all’inizio non si potevano considerare perfette per gli standard della rivista. Ma tuttavia in esse traspariva che non c’era nulla di improvvisato…” It has always been the shock surprise element in his work that makes it something special. He has an amazing capacity for spotting the unusual and exciting qualities in each subject he photographs. Those first pictures of his had freshness and individuality, and they showed enthusiasm and a willingness to take chanches”.

In breve tempo Avedon seppe conquistare la fiducia dei personaggi che circondavano Carmel Snow. La sua sensibilità verso la moda si affinò grazie al costante confronto con una fashion editor del calibro di Diana Vreeland, destinata a divenire una delle opinion leader più importanti della fase di mezzo del novecento della moda.

Nel 1947 Avedon riuscì a convincere Carmel Snow e Brodovich a inviarlo in modo ufficioso a Parigi durante le sfilate di presentazione della couture francese alla disperata ricerca di un rilancio internazionale. Un incarico da inviato speciale era da escludere dal momento che Louise Dahl-Wolfe, una delle prime straordinarie interpreti femminili della foto di moda insieme a Toni Frissel, aveva avuto fino a quel momento l’esclusiva dei grandi eventi, e avrebbe certamente opposto una fiera resistenza alle ingerenze del giovane in carriera, creando polemiche e imbarazzi in redazione. C’è da aggiungere che la Dahl-Wolfe detestava lo stile anti convenzionale e pieno di energia di Avedon, ma purtroppo per lei l’entusiasmo e la freschezza delle immagini del giovane fotografo vennero reputate dalla direttrice e dall’art director la soluzione più adeguata per dare lustro al tentativo di far rinascere il prestigio dell’Alta Moda francese e diffondere entusiasmo tra le lettrici della rivista.

A Parigi, Avedon mise a frutto quello che aveva imparato studiando le foto dei grandi fotografi che avevano contribuito a creare l’aura mitica della città capitale della moda durante gli anni trenta e persino nell’immediato dopoguerra. Kertész, Brassai, Doisneau, Boubat, Willy Ronis erano divenuti famosi anche negli USA. Avedon, stimolato da Brodovich, andava alle loro esposizioni e conosceva i libri da essi pubblicati. Infatti nelle prime e decisive foto di moda che Avedon scattò a Parigi si respira l’aria delle scene di vita di città che Kerstéz aveva pubblicato in Day in Paris (1945), senza ovviamente l’aria melanconica tipica dello stile del fotografo ungherese. Mi piace congetturare che il giovane Avedon riuscì a trovare la giusta calibratura tra l’umanesimo di Kerstéz e l’eccitamento dinamico portato nel campo della fotografia di moda da un’altro celebre ungherese, protagonista del successo di Harper’s Bazaar fin dai primi anni in cui Carmel Snow assunse l’incarico di editor in chief. Munkacsi, grazie alla moda divenne uno dei fotografi più innovativi del periodo e una vera celebrità. A mio avviso Avedon deve moltissimo all’idea di fashion in motion creata da un fotografo che proveniva dai reportage sportivi.

I primi scatti parigini di Avedon presentavano un Bianco e Nero molto marcato, quasi drammatico, che suggeriva l’influenza del primo e più famoso libro di Brassai, intitolato Paris de nuit, pubblicato nel 1933. Carol Squires in “Let’s Call it Fashion”, saggio contenuto nel catalogo della mostra che ICF dedicò nel 2009 a Avedon, ci ricorda che il fotografo amava citare come fonte di ispirazione, l’influenza che ebbero sulla sua visione della moda, le immagini e le atmosfere glamour create dai film di Ernest Lubisch, come per esempio Trouble in Paradise (1932), nel quale i lussuosi abiti dei protagonisti, indossati con scioltezza e humour, risultano assolutamente convincenti e decisivi per affascinare lo spettatore con i divertenti giochi d’identità dei personaggi e la piacevolezza della storia.

Avedon e Carmel Snow alle sfilate di Parigi nei primi anni cinquanta (1)
Avedon e Carmel Snow alle sfilate di Parigi nei primi anni cinquanta

Avedon si rivelò subito un fotografo molto affidabile e prolifico. Era capace di creare ad arte in un qualsiasi contesto le situazioni che in quel momento garantivano alla fotografia di moda valenze nuove, senza mai oltrepassare la soglia che le avrebbe rese stravaganti. Giunto a Parigi portò Renèe, una delle modelle della squadra di Dior, nelle strade della città e la fotografò in innumerevoli pose che nella maggioranza dei casi vennero considerate inusuali dai colleghi. Ma non ci sono dubbi sul fatto che in esse si respirava ciò che ogni redattrice o stylist sognava dovesse avere una immagine: allure, grazia ma anche una forte dose di umanità gioiosa e vitale. Mi piace ricordare come buon esempio la foto di Renée di fronte a un Christian Bérard, regista teatrale  amico di Dior e influente personaggio della scena artistica modaiola parigina,  scattata in Place de la Concorde nel 1947. La modella, vestita con un abito da passeggio della celebre prima collezione Dior che inaugurerà l’era del New Look, sorride di fronte a un Bérard sdraiato sul cofano dell’auto con stretto a sé, come giocasse, un barboncino. In realtà vi ho appena descritto uno degli scatti che furono rifiutati dalla redazione. Brodovich/Snow preferirono pubblicare una versione della scena probabilmente più elegante ma un po’ meno gioiosa. Sono convinto che se Avedon avesse potuto scegliere avrebbe preferito pubblicare quella che ho descritto.

E credo che lo sviluppo del suo stile, così come oggi lo possiamo analizzare nella sua compiutezza,  implicasse un affinamento delle forze visive imbricate nell’immagine del primo esempio. Avedon, forse senza saperlo era già oltre i suoi maestri. Ma non è questo il punto. Il fotografo, prima di divenite un mito della moda, seppe imporsi nel contesto di redazioni nelle quali lavoravano i migliori professionisti in circolazione, soprattutto per la duttilità e l’efficacia dei suoi scatti, senza trincerarsi dietro paralizzanti vangeli estetici. Io sono convinto che la guida (e la collaborazione) con Brodovich gli fece capire presto, aldilà dello scatto esemplare, l’importanza della grafica editoriale di una rivista di moda e lo rese sensibile alla sequenzialità delle immagini che prendevano valore anche sulla base del loro posizionamento e dei tagli imposti dall’impaginazione.

Robert Doisneau fotografa Avedon mentre scatta a Parigi sotto lo sguardo attento di Carmel Snow
Robert Doisneau fotografa Avedon mentre scatta a Parigi sotto lo sguardo attento di Carmel Snow

In definitiva dunque la scelta di una immagine trascendeva la valutazione della singola foto. Il montaggio testo/immagini e l’esigenza di meta-comunicare una storia nella storia conforme al mood editoriale del momento, aldilà della scontata rappresentazione di un bellissimo abito perfettamente indossato, potevano essere previsti dal fotografo prima e durante le riprese, agevolando la discesa della fotografia tra le parole e le forme dell’impaginato. Credo che grazie alla lezione di Brodovich, il contributo di Avedon sia divenuto nel tempo straordinario e che il suo apporto redazionale fosse considerato di prim’ordine.

Il primo reportage di Avedon sulle collezioni parigine del 1947 ebbe un grande successo. Alle sue foto fu dato uno spazio rilevante rispetto a quello concesso alla Dahl-Wolfe. In breve tempo il giovane fotografo divenne il punto di riferimento per i servizi più importanti e prestigiosi. Significava lavorare con le modelle più belle, più famose, più brave e fotografare gli abiti più importanti. Fino al 1966 ebbe il privilegio di partecipare come inviato di Harper’s alle sfilate più ambite di Parigi. Le sue foto impreziosite dalle modelle fantastiche e affascinanti, perfettamente guidate dal suo stile empatico, divennero presto leggendarie.

Grazie alla collaborazione con Suzy Parker, Dovima, Lisa Fossangrive, Carmen, Sunny Harnett, creò l’imago della donna elegante, intelligente, auto ironica che possiamo considerare una novità negli anni del New Look. La sua immagine di donna contribuì a trasformare la passione per la moda, vista con sospetto dagli intellettuali europei del periodo, in un fascio di emozioni che arricchivano l’oggetto (l’abito indossato) di una significanza proiettata a narrare il dolce stil nuovo raffinato, umanistico, privo di volgarità. Nelle sue foto degli anni di Harper’s Bazaar, non c’era l’esaltazione della bellezza paralizzante del soggetto/oggetto femminile, bensì grazia contaminata con il sottile humour che rende una donna elegante assolutamente irresistibile e paradossalmente vicina alle lettrici. Milioni di donne di tutto il mondo ammirando stile e contenuti delle sue foto, senza averne piena consapevolezza, partecipavano ai nuovi valori estetici che la sua immaginazione contribuiva a radicare nella cultura della moda.

Verso la metà degli anni sessanta, Diana Vreeland lasciò a redazione di Harper’s Bazaar per passare alla concorrenza. Giunta dunque a dirigere Vogue non tardò molto a ribaltare completamente a linea editoriale della celebre rivista. In particolare convinse Avedon a passare con la propria squadra di grandi fotografi. Nel 1966 cominciò dunque una nuova fase della carriera del fotografo all’insegna di nuove sfide creative. I tempi erano cambiati e Avedon si ritrovò nella stessa formazione che annoverava grandissimi fotografi come Irving Penn e i giovani image makers inglesi capitanati da David Bailey, divenuti molto famosi grazie al successo mondiale degli stilisti inglesi che crearono il mito della Sweet London, nuova capitale delle tendenze giovanili.

Avedon reagì al nuovo scenario in modo encomiabile. Il suo stile fotografico elegante e controllato divenne più teatrale e coinvolgente. Sfogliare quei numeri di Vogue doveva essere un vero piacere per l’occhio. Nacquero leggende sul confronto tra due grandissimi interpreti della fotografia di moda del calibro di Penn e Avedon. Ma il perfetto controllo della messa in scena non impediva al fotografo di continuare la sua ricerca. I suoi scatti di moda negli anni sessanta acquisirono un tono ancor più gioioso, leggero e vigoroso. Faceva saltare le modelle per riprenderle come se galleggiassero come angeli nell’aria. Andava continuamente alla ricerca di scenari nuovi. In breve, non solo tenne il passo di fotografi molto più giovani riuscendo a ottenere il massimo da modelle giovanissime come Twiggy, Shrimpton, Veruschka, Penelope Tree, ma con il senno di poi, si può sostenere che pochi fotografi hanno saputo cogliere lo spirito della moda degli anni sessanta come fece Avedon.

Nel 1971 Diana Vreeland al culmine della sua celebrità fu bruscamente allontanata dalla direzione di Vogue. Avedon perse non solo una amica ma anche una preziosa alleata, che amava il suo modo di rappresentare la moda. Pur continuando a pubblicare con successo scatti straordinari ora doveva competere con le foto estreme di Helmut Newton e Guy Bourdin. Avedon si ritrovò a essere vissuto dai giovani redattori alla stregua di un fotografo che apparteneva all’establishment quando tutti giocavano a essere contro la moda. La sua eccezionale competenza tecnica e maestria non erano in discussione, ma molti redattori lo consideravano sostanzialmente  inadatto a catturare gli spiritelli della moda che dalla metà degli anni settanta in poi volevano sensualità ed erotismo al limite dell’osceno.

Comunque va ricordato che se Avedon all’inizio degli ottanta veniva vissuto come un classico, in un contesto caratterizzato da una sempre maggiore adesione a una visione della moda che privilegiava le tendenze, nonostante ciò fino all’88 continuò a firmare  quasi tutte le copertine di Vogue America.

Proprio nell’88 la prestigiosa rivista cambiò la strategia editoriale. Anna Wintour, la nuova direttrice destinata a una prodigiosa cartiera, senza troppi preamboli cominciò col rigettare le cover di Avedon. Per niente abituato a veder messo in discussione il suo lavoro da persone che evidentemente stimava poco, il fotografo stracciò il contratto e se ne andò.

La moda aveva consumato il talento di Avedon o l’arrivo di una nuova generazione di protagonisti non poteva che rottamare chi incarnava l’ordine costituito?

Propendo per la seconda ipotesi. Anna Wintour si è dimostrata una eccezionale direttrice/manager e una vera donna di potere. Il suo obiettivo era fare di Vogue America la rivista di riferimento per i brand protagonisti della moda-mercato e per le lettrici ludiche che alla moda chiedono fondamentalmente di sognare. L’ordine dei fattori del successo editoriale andava riconfigurato: al primo posto doveva essere collocato l’aumento delle vendite della rivista e, parallelamente ad esso, lo stressante calcolo costi/benefici di ogni atto editoriale, rispettoso del marketing sostanziale. In seconda battuta veniva imposto come un vangelo l’adesione al paradigma culturale dominante scelto dalla direttrice (star system, moda spettacolo). Solo a questo punto potevano intervenire questioni legate alla specificità della messa in testo dei servizi di Vogue, compresa la valutazione della qualità fotografica delle immagini pubblicate dalla rivista. Il risultato che abbiamo ancora sotto gli occhi è un Vogue America enciclopedico (per pagine pubblicitarie), più forte nei numeri che commuovono i consigli d’amministrazione ( incassi e lettori), coerente forse con una visione della moda decentrata in narrazioni eterogenee, ma assai meno intelligente e più brutto dei format che Avedon aveva contribuito a creare.

Nell’ultima fase della sua carriera come fotografo di moda Avedon incontrò Versace per il quale creò per anni chiacchieratissime campagne. Molti consideravano eccessivo l’uso sistematico di super modelle/i immortalate/i in pose sexy quasi sempre collocate in set barocchi che evocavamo esagerate emozioni. Ma c’è da aggiungere che probabilmente fu Versace a stimolare il fotografo in direzione di un glamour estremo. Ancora, negli anni ottanta del novecento praticamente tutto il fashion system che faceva mercato, si auto-celebrava soprattutto con questa tipologia di immagini. Collocate dunque sull’asse di una verosimile storia della foto di moda, dobbiamo riconoscere che ancora una volta Avedon è stato uno dei fotografi che ha saputo interpretare con efficacia la spettacolarizzazione e al tempo stesso la normalizzazione del sex appeal incarnato da modelle in procinto di diventare famose come rock star.

Intendiamoci: io non trovo nelle foto di Avedon per Versace fatue provocazioni o ricadute a rischio di volgarità; la pulizia, oppure se volete le tracce di un dissimulato pudore, nelle sue immagini, malgrado l’intentio trasgressiva sono facilmente percepibili; il glamour estremo rimane sempre sotto controllo, molto rispettoso dei limiti che molti suoi colleghi oltrepassavano per usufruire delle attenzioni mediatiche prodotte da scelte trasgressive. A distanza di alcuni decenni, trovo in queste sue foto l’ambigua celebrazione di un lusso senza limiti, un lusso aldilà del bene e del male, come se la moda fosse una questione riservata a angeli che non conoscono il peccato.

Avedon per campagne Versace
Avedon per campagne Versace

Avedon e l’altra fotografia

Facciamo un salto all’indietro, e ritorniamo agli anni in cui Avedon conquistò le attenzioni di un pubblico eterogeneo che sarebbe restrittivo confinarlo sic et simpliciter nei territori della moda. Nel 1956 a poco più di trent’anni era già una celebrità al punto da ispirare al regista Stanley Donen il personaggio di Dick Avery, per il celebre film Funny Face (Cenerentola a Parigi), interpretato da Fred Astaire e Audrey Hepburn (Avedon fu consulente della produzione).

Ma la foto di moda non assorbì completamente gli interessi di Avedon. In realtà l’orientamento intellettuale che lo contraddistingueva fin dall’inizio della sua carriera lo motivò ad indagare il rapporto mente-immagine ben aldilà degli ovvi limiti posti dalla celebrazione della bellezza. I suoi famosi e discussi ritratti ambivano a ciò che banalmente potremmo definire foto artistica. Ma, se entriamo con attenzione nelle sue foto di moda scopriamo che la distanza con i suoi ritratti dipende più dal soggetto che dal suo modo di concepire l’attività di fotografo. I suoi ritratti provengono dalla maturazione tecnica raggiunta attraverso la regolazione imposta dalla foto di moda. Avedon non indugiava in psicologismi. I suoi ritratti sono significanti e non significati del soggetto. L’assenza di una psicologia dei personaggi fotografati è stata molto fraintesa dai critici quanto apprezzata dal pubblico. Va ricordato che Avedon con i suoi libri di foto di gente più o meno famosa e con le mostre innovative che contribuì a organizzare, creò eventi che, seppur tra critiche a mio avviso ingiustificate, influenzarono il linguaggio della fotografia del nostro tempo.

Come ho già detto, suo lavoro, per la longevità e per l’estensione tematica (Avedon è stato attivo e protagonista per oltre mezzo secolo di storia della fotografia), per la qualità e l’importanza delle sue foto (Avedon è stato scritturato dalle riviste più importanti al mondo), e per l’enorme talento… Il suo lavoro, dicevo, è stato spesso frainteso e criticato.

Soprattutto sono state criticate le sue foto di moda.

Bisogna aggiungere che lo stesso Avedon, a più riprese, è sembrato incline ad accettare l’idea che metà del suo lavoro (i ritratti di gente comune e le foto impegnate) costituisca di fatto la critica dell’altra metà (la moda e ritratti della gente dello showbiz).

L’opinione più diffusa tra i cosiddetti esperti, spiega la sua carriera più o meno in questi termini: all’inizio gli shooting per la moda e i suoi ritratti di varie celebrità ci mostrano le cose come vorremmo che fossero.

Più avanti avrebbe tentato di mostrarci le cose come sono, non riuscendo tuttavia ad essere convincente ovvero a liberarsi dell’abitudine a teatralizzare il reale.

Considero questa interpretazione poco convincente. Se osserviamo con attenzione la sua autobiografia (AN AUTOBIOGRAPHY RICHARD AVEDON, Random House and Eastman Kodak), una sorta di racconto per immagini della sua vita pubblicata nel 1993, la discontinuità tra la fase glamour e il presunto ripensamento critico si dissolve.

A  distanza di quasi mezzo secolo le foto di moda non solo non hanno perso nulla del loro fascino ma rappresentano una documentazione sociale di straordinario valore.

In tutte le immagini emerge una volontà di controllo che fa pensare ad una vera e propria regia finalizzata  a far dire alle immagini altro da ciò che rappresentano.

L’avvenimento fotografico, definitelo pure moda, o ritratto o reportage, per Avedon è sempre rappresentazione, tutti i soggetti sono attori, la traduzione di una certa realtà in una immagine è sempre una messa in scena.

Le sue fotografie sono orchestrate, ritoccate, tagliate, ingrandite, giustapposte.

E dove se non negli ambienti della moda, Avedon, avrebbe imparato a padroneggiare queste dimensioni dell’immagine?

Quando i critici scrivono che la foto di Avedon è sempre e solo uno spettacolo in un certo senso hanno ragione.

Peccato che dimentichino di aggiungere che dare spettacolo non è così banale come vorrebbero. Occorre maestria, capacità di variare la scena della foto, una grande padronanza tecnica.

Molte sue foto sono sensazionali ovvero ci toccano o per dirla alla Barthes, ci pungono (effetto punctum). Ma diversamente da molti suoi colleghi il turbamento che provocano ha una durata tale da trasformare l’emozione del momento, mai estrema tra l’altro, in valori consistenti (in significazioni che non si dissipano facilmente).

Le critiche ad Avedon per l’eccessivo controllo del set e del setting fotografico, per le magistrali manipolazioni e, conseguenza logica del ragionamento, per l’evidente falsità delle sue immagini hanno come sfondo la mitizzazione di alcuni fotografi della generazione precedente.

Secondo i critici Avedon eluderebbe in modo beffardo e irritante (per via del suo inattaccabile talento e per la troppa attenzione al successo commerciale), la vera essenza della fotografia che risiederebbe nel suo realismo e nella sua verità.

E’ evidente che in tal modo lo si contrappone a fotografi come Walker Evans, ad August Sander e soprattutto a Cartier Bresson.

C’è da dire che questo tipo di atteggiamento era molto diffuso tra gli intellettuali della fotografia soprattutto a partire dagli anni trenta del secolo scorso. In quel periodo anche Steichen, il primo grande fotografo di moda americano fu duramente attaccato. Walker Evans in “Hound and Horn”,1931 scrisse: “La nota generale (di Steichen) è il denaro, la compresione dei valori della pubblicità, una vicinanza speciale con l’eleganza parvenu, una tecnica ingegnosa…”. Poco prima Weston aveva definito Steichen “troppo intelligente, artificiale”.

Anche se non mi risultano critiche così sferzanti nei confronti di Avedon l’accusa di essere un fotografo “leggero” e “artificioso” ha accompagnato a lungo la sua carriera.

Ma chi ha detto che il rigore fotografico debba assumere la rigida liturgia di un vangelo?

Non si può forse essere altrettanto rigorosi nell’allestire una messa in scena invece che attendere come angeli o predatori il “momento decisivo”?

Non è forse più importante ciò che la foto ci dice di altro rispetto a ciò che sembrerebbe rappresentare?

Prendiamo come esempio la criticatissima femminilità costruita di Avedon. In tutta la sua carriera, in virtù del suo incontestabile talento e successo, Avedon ha avuto il privilegio di fotografare le modelle più belle del suo tempo, vestite con abiti suntuosi. E non c’è dubbio che soprattutto tra i cinquanta e sessanta del novecento, abbia interpretato fedelmente l’ostinata predilezione della moda per l’immagine magnificatoria della Donna. Ma non c’è solo questo nelle sue foto. C’è anche un distacco ironico da questa femminilità che a me pare storicamente più importante di ogni fondamentalismo sulla supposta essenza della fotografia.

Come otteneva Avedon questo distacco? Attraverso una foto pensosa. Ma come si può catturare il pensiero con una foto?  E’ chiaro, lo si cattura con una finzione.

Le foto di Avedon probabilmente dicono il falso su ciò che le persone sono, ma occorre tenere presente che probabilmente riflettono bene ciò che vorrebbero essere. In altre parole, Avedon ha fotografato il desiderio del soggetto (femminile) di identificarsi con un’Altra idealizzata, in un momento in cui subiva un evidente cambiamento. La cattura di questa nuova impronta della femminilità richiedeva una certa forzatura. La sua adesione (non so quanto fosse mediata da letture filosofiche) all’esistenzialismo, divenuto popolare proprio quando rivoluzionava la foto di moda, lo mise sulla strada giusta per costruire il repertorio di gesti ed espressioni che evocavano una bellezza pensosa. Se l’essere dell’esistenzialismo è concreto (si interessa di individui e non di concetti o di classi), se è  sostanzialmente solo e fatto di un nulla (da qui l’angoscia del vivere), dunque profondamente libero ecco allora che la scelta di avere stile è la sintesi perfetta della sua esperienza interiore. E’ chiaro che il massimo a cui possa ambire è una recita utile per dissimulare con grazia il fondo di angoscia che rende il soggetto unico (le interpretazioni di Avedon nei suoi ritratti hanno sempre qualcosa di pessimistico; anche in molte sue foto di moda negli anni cinquanta è presente un certo disincanto, tale per cui, risultano ai miei occhi intelligenti).

Insomma Avedon ha celebrato e nello stesso tempo criticato una società votata allo stile.

Il problema che si è posto e che ci lascia in eredità ha questa forma:

Se l’essere, rompicapo della metafisica, diviene nella modernità puro stile e lo stile impone dei ruoli come possiamo rimanere semplicemente umani?

La risposta di Avedon alla questione sembra suggerirci che non possiamo rimanere umani senza teatralità. Lo stile rende anti-fragile il soggetto.

Dobbiamo aggiungere che Avedon ha esplorato a lungo le figure umane che sembrano porsi aldilà dello stile. Se sfogliate la sua autobiografia per immagini verso la fine del libro che ho citato, il nostro sguardo urta contro immagini tratte da manicomi, immagini di folli, di mummie da catacomba…

Aldilà dello stile c’è l’angoscia, la follia, l’implosione dei valori comuni.

richard avedon e Audrey Hepburn
Richard Avedon e Audrey Hepburn

L imago femminile di Avedon

 

In una intervista uscita nell’1985 sulla rivista Egoiste il fotografo per la prima volta parlò pubblicamente del rapporto con la sorella Louise:

“La bellezza di Louise… fu l’evento centrale della nostra famiglia e la rovina della sua vita. Lei era molto bella, di due anni più giovane di me. Veniva trattata come se non ci fosse nulla dentro la sua pelle perfetta, come se fosse nient’altro che il suo collo sottile, i suoi profondi occhi castani. Penso che credesse di esistere solo come pelle e capelli e uno splendido corpo. E’interessante che io non abbia mai guardato una sua foto in trent’anni e che solo la settimana scorsa abbia aperto la scatola dei miei primi ritratti, del tempo dell’adolescenza. Tutte le famiglia pensano che la loro figlia e il loro figlio siano i più bei bambini del mondo, ma mia sorella Louise era davvero una bellezza superiore, e io non l’ho mai saputo fino alla scorsa settimana. Solo allora ho scoperto qual era il prototipo di ciò che avevo considerato bello nei primi anni della mia carriera di fotografo. Tutte le mie prime modelle – Dorian Leigh, Elise Daniels, Carmen, Marella Agnelli, Audrey Hepburn – erano brunette e avevano piccoli nasini, colli affusolati, visi ovali. Erano tutti ricordi di mia sorella”.

Luoise morì in una casa di cura per dementi a soli 42 anni.

Trovo interessante che l’indagine sul ruolo della bellezza e del fascino inaugurata da Avedon mi porti a prendere sul serio una origine così psicoanalitica.

Questo mi aiuta a comprendere una piccola scoperta che sia Avedon che Penn fecero nell’immediato dopoguerra. Essi furono la prima generazione di fotografi che cominciò a capire quanto la relazione empatica tra la modella e il suo fotografo fosse feconda per il lavoro.

“Quando Penn e io lavoravamo  davvero, instauravamo con le modelle una relazione intensa come quella del coreografo con le ballerine” (sia Avedon che Penn legarono la loro vita a delle modelle). Le foto che lo ritraggono con Twiggy sono un buon esempio di questo particolare gioco a due. Avedon forza la modella ad uscire dalla propria personalità per assumerne una diversa. E’ chiaro che si tratta di una forzatura che implica complicità. Nessuno gioca volentieri con il primo che passa per strada.

D’altronde la ricetta che il fotografo ha sempre ricordato ai suoi allievi era: “Prendi una modella che t’ispira e poi pensala come donna”.

In realtà, una generazione prima di Avedon, Steichen aveva già sottolineato l’importanza decisiva della personalità della modella nella resa dello scatto di moda. Attribuiva infatti alla fotogenia della sua preferita, la Morehouse, parte del successo che riscuoteva il suo lavoro come fotografo di moda. Anche Erwin Blumenfeld aveva sostenuto la stessa cosa, sottolineando l’importanza di suggestioni sensuali per conferire alla foto una particolare espressività. David Bailey negli anni sessanta arriverà ad erotizzare in modo spudorato il rapporto con la modella, teorizzandone la fecondità per distribuire sulla superficie fotografica la patina di desiderio senza la quale la “moda” sarebbe apparsa fredda e distaccata. Comunque va ricordato che già il grande Stieglitz, quando iniziò la sua relazione con Georgia O’Keeffe, intorno al 1917, cominciò a teorizzare che fotografare è un po’ come fare all’amore. In un’intervista del 1942 Walker Evans espresse lo stesso concetto: “Il mio lavoro è fare all’amore”.

Ma lo stile d’interazione di Avedon è completamente diverso da quello dei suoi colleghi. Non si tratta del riconoscimento di un corpo di eccezionale fotogenia e nemmeno di un coinvolgimento passionale. Avedon sembra giocare con la modella, e mi viene da aggiungere, riesce a giocare come un fratello che ama la propria sorella. In altre parole, la corrente pulsionale scopica è attiva e narcotizzata nello stesso tempo.

Richard Avedon Place de la Concorde
Richard Avedon Place de la Concorde

Forse è esagerato sottolineare troppo l’influenza di Louise. In definitiva l’ideale femminile proposto da Avedon è presente nella nostra cultura almeno dal XIX° sec. Pensate ai quadri di Boldini, di Sargent o ai Modigliani più acclamati… Figure slanciate, colli sottili, serenità, una bellezza delicata quanto un fiore… Ma c’è una differenza. Le donne perfette di Avedon sono argute, un po’ beffarde e soprattutto intelligenti.

Il suo sguardo nella foto di moda è tra il maritale e il fraterno; è amichevole e protettivo … Uno sguardo che non cade mai nell’appetito. Nessun bisogno di conquista.

E’ suggestivo congetturare che Avedon, influenzato da Louise, abbia fotografato ciò che Louise non era ma avrebbe voluto che fosse: una donna intelligente, ironica, capace di giocare con lo sguardo avido di bellezza dell’altro senza perdersi. Non bisogna certo aver letto lo “Stadio dello specchio” di J.Lacan per capire che per il soggetto femminile “essere guardata” può strutturarsi come un problema.

Comunque sul fatto che la sorella abbia avuto un ruolo da non sottovalutare è una evidenza che possiamo ritrovare in altre dichiarazioni del fotografo: “portavo mia sorella al parco per ritrarla…Lei è stata anche la mia prima modella. La facevo posare…cercando di riprendere quelle nuvole alla Toni Frissell nel cielo, imitando le foto che avevo visto su Bazaar… Attaccavo le foto tratte dalle riviste di moda…Poi andavamo al parco qui vicino e mi mettevo al lavoro”.

Noto altresì che è esattamente questa la matrice compositiva che il fotografo utilizzerà per i suoi famosi ritratti.

Ho già detto, parafrasando a più riprese il bel saggio che scrisse Adam Gopnik pubblicato sul catalogo della mostra “Evidence”(1994), che le sue foto non ci mostrano le persone come sono ma come vorrebbero essere o come il fotografo vuole che siano. Da qui le scontate critiche al fotografo dei cultori della foto verità (Walter Evans, August Sander, Dorothea Lange, Cartier Bresson, Robert Franck…).

Avedon è spettacolare, sa quanto il fascino dell’esibizione crei valore per le persone. Non è forse vero che la nostre apparenze creano valore?

Nelle sue fotografie di moda (ma non solo di moda) la costruzione della femminilità non impedisce di cogliere il tentativo riuscito di dare un’immagine virtuosa del femminile.

In altri termini, è vero che la Donna di Avedon, presa nel ricettacolo dei suoi artifici, è irreale ma è più importante notare che le sue donne ci fanno percepire in modo chiaro e distinto l’ideale che rappresentano… A me appaiono generose, argute, cariche di humor… Donne che conoscono il potere della loro bellezza ma che hanno la capacità di sottrarvisi con ironia.

Il mio imbarazzo non è certo nel riconoscimento della manipolazione del fotografo. Ma piuttosto nel fatto che questi ideali sembrano appartenere solo alle donne.

La femminilità, lo stile hanno bisogno dell’artificio e quindi è comprensibile il costruttivismo di Avedon. Costruita ma non inventata, ovvero la magia di Avedon risiede nel fatto che questa ipotesi di femminilità è modellata a partire dall’intimità dell’essere. Da qui la necessità del gioco empatico con la modella con la conseguente gaiezza e affermazione di vita che le sue foto promanano (malgrado il rumore di fondo esistenziale).

Come scrive stupendamente Adam Gropnik..”La pura immagine e il reale sentire sono nel suo modo di vedere inseparabili anziché puritanamente opposti”.

Dovima with the Elephants

 

“Dovima with the Elephants, Evening dress by Dior” scattata a Parigi nel 1955, rappresenta a mio avviso uno dei capolavori assoluti di R. Avedon e probabilmente della fotografia di moda.

Nella foto tutto è mitico e al tempo stesso un po’ melanconico.

L’abito in velluto nero con la fascia di satin è di Dior. Ma oggi sappiamo che in realtà si tratta di una delle prime creazioni di un giovanissimo Yves Saint Laurent, in quei giorni giovane modista presso il grande maestro. Si tratta dunque di una immagine che marca la fine del new look e l’inizio di una nuova fase nella storia della moda.

La modella è la celebre Dovima, famosa per la sua glaciale e grafica bellezza.

Per percepire l’impressionante bravura del fotografo occorre rifarsi ai termini della sfida che con ogni probabilità decise di raccogliere.

Infatti prima di lui solo tre fotografi avevano cercato di catturare l’elefante, il mammifero terricolo più pesante e sgraziato del pianeta, nel campo della fotografia di moda.

Se Toni Frissell ne aveva pubblicato l’immagine in un servizio su Vogue dedicato allo zoo, seguendo un progetto editoriale tipico degli anni ’40 e ’50, inteso ad arricchire i magazine femminili con reportage di altro genere rispetto la moda, Herman Landshoff e Louise Dahl-Wolf cercarono senza grande successo di costruire una forma significante inedita raffigurando elefanti insieme a modelle.

Pur essendo entrambi bravi fotografi i loro scatti suscitarono curiosità ma furono subito dimenticati.

Nella foto di Avedon invece la sincronizzazione dei movimenti dei due elefanti con la modella ha del miracoloso. La grazia che rende armonioso ciò che non lo è? La superficie liscia della modella e dell’abito che emergono come in un bassorilievo per via del contrasto con la pelle grinzosa dei pachidermi? L’eleganza che simbolizza l’imbrigliamento delle pulsioni animali? O il contrario: la domatrice di lusso che evoca simulacri di perversione? Insomma, sarebbe la versione avedoniana de’ la bella e la bestia?

Il fotografo ci lascia liberi di scegliere, di volta in volta, l’interpretazione che ci piace di più. Ci impone, per contro, il rispetto per la moda, perché ci colloca proprio al posto delle bestie, incatenati a terra, un po’ eccitati o irritati, mentre la donna/farfalla sta forse per volare via.

Non ho mai visto un modo più ironico per simbolizzare l’asimmetria radicale che la comunicazione della moda impone al proprio referente. Qual è il modante che non si arrende di fronte a tanta perfezione? Ma l’ironia non ci rende al tempo stesso liberi di sorridere della moda?

Mi piace immaginare che il metasignificato di questa fotografia e, forse, di gran parte degli shooting dedicati alla moda da Avedon sia una sorta di massima morale: se vuoi sopravvivere alla Moda devi imparare ad amarla senza crederci.

Dovima withthe Elephants
Dovima with the Elephants

Be Sociable, Share!

Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

Latest posts by Lamberto Cantoni (see all)

52 Responses to "Richard Avedon, la necessità dello stile."

  1. Roberto   2 maggio 2016 at 16:42

    Avedon è un grande. Non ho letto tutto l’art. ma non pensavo che avesse avuto una carriera così lunga. Per me sono i ritratti che sono unici. Nella moda non mi fa impressione.

    Rispondi
    • Marco   3 maggio 2016 at 17:49

      Avedon è stato un grandissimo in tutto quello che ha fatto. Fare distinzioni qualitative tra i generi significa non avere compreso il suo stile.

      Rispondi
  2. Piero   2 maggio 2016 at 16:56

    Tra i ritratti e le foto di moda di Avedon c’è una bella differenza! Non so se sono d’accordo con l’autore. La moda è senz’altro più redditizia. Può darsi che con i ritratti Avedon cercasse qualcosa di diverso.

    Rispondi
  3. Claudia   3 maggio 2016 at 13:17

    Interessante l’ipotesi di Avedon come quello che ha creato l’immagine della modella che recita come un’attrice invece che essere praticamente una bella statuetta. Mi chiedo da chi ha preso ispirazione. Forse dalle giornaliste che nelle foto dell’articolo si vede che guidano il fotografo.

    Rispondi
    • Marco   3 maggio 2016 at 13:43

      A me sembrano delle megere, vecchie e cattive. Quelle non erano in grado di creare nulla. Avedon invece era giovane e interessato alla giovinezza. Non mi stupisco che sia riuscito a darne una visione moderna per quei tempi.

      Rispondi
      • Lilli   3 maggio 2016 at 13:55

        Diana Vreeland che Marco definisce vecchia megera è stata una donna straordinaria che ha rivoluzionato la moda. Avedon le deve moltissimo. Carmel Snow non la conosco ma se l’autore ha scritto cose giuste anche lei ha contribuito a far diventare Avedon un fotografo dominante. Le foto dove sono insieme testimoniano che è sbagliato pensare che la foto di moda sia il frutto del genio del solo fotografo. Dietro c’è un mondo di professionisti del quale se ne parla troppo poco.

        Rispondi
  4. Renate   3 maggio 2016 at 13:30

    Io preferisco le foto di moda. I ritratti sembrano delle maschere più che personalità. A cosa serve un ritratto che dice il falso?

    Rispondi
    • James   3 maggio 2016 at 17:53

      Hai ragione sono pochi i ritratti che reggono il confronto con Dovima e gli elefanti. Il problema è che la foto di moda viene ancora vissuta da tanti come una foto di serie B.

      Rispondi
      • Giulia   3 maggio 2016 at 18:17

        Non è proprio vero. Oggi tutti i musei fanno a gara per presentare mostre sulla moda. Non è un caso se l’articolo del prof parte da una grande mostra. Diciamo piuttosto che di foto di moda ne vediamo troppe e questo genera assuefazione.

        Rispondi
  5. Ale   4 maggio 2016 at 09:08

    Assuefazione o alienazione? La foto di moda funziona ancora?

    Rispondi
  6. Luigi   5 maggio 2016 at 07:42

    Il canone d’eccellenza della foto di moda non esiste. Senza questo parametro come facciamo a decidere se una foto di moda è rilevante oppure no? L’arbitrarietà del giudizio e il soggettivismo dominano il settore. Questo favorisce la mitizzazione del fotografo e la sua trasformazione in star della comunicazione effimera.

    Rispondi
    • Frank   5 maggio 2016 at 15:49

      Anche l’arte oggi ha difficoltà con i canoni. Quindi non vedo problemi di sorta. Come in tutti i settori estetici sono i critici che hanno accesso ai media più importanti a stabilire se un fotografo vale più di un altro. E poi c’è il mercato. Può non piacere ai romantici idealisti ma se un fotografo viene pagato molto di più di un’altro, una ragione ci deve pur essere. Avedon è al top sia tra i critici e sia per il mercato.

      Rispondi
  7. Alessandra P   7 maggio 2016 at 15:02

    A mio parere tutto l’operato di Avedon ci ricorda che anche se la fotografia è oggettivamente impressione diretta del reale, soggettivamente deve evocare altri significati. Come ha scritto lei nell’articolo “L’avvenimento fotografico … è sempre rappresentazione” insomma una mise en scène, poiché parliamo sempre di una forma d’arte (aggiungerei io), quindi ha il dovere non tanto di rappresentare ma di evocare, richiamare alla mente e rendere possibile il passaggio del fruitore da passivo a attivo, da osservatore superficiale a pensante, coinvolgendolo nella creazione dell’opinione che l’immagine ha e che l’immagine suscita. Detto questo, l’idea che l’essere umano non possa prescindere dallo stile mi fa fa pensare che a questo punto utilizzi lo stile quasi come una corazza a difenderlo da una realtà angosciosa e al contempo a illuderlo di una possibile realtà migliore… sembra che Avedon dica tutto e il contrario di tutto nelle sue opere, ci voglia far credere di una verità che non è reale, perché sa che come l’arte anche la verità è soggettiva, “colei che mi si crede”, e sa che solo al pazzo piace la verità privata da qualsiasi alone di finzione.

    Rispondi
    • Martina   8 maggio 2016 at 21:46

      Mi ha colpito l’intervento di Alessandra. Lo stile come una difesa contro l’angoscia dell’essere posto di fronte alla sfida della moda. Mi piace la profondità di questo pensiero e la sua insostenibile leggerezza.

      Rispondi
      • Sophia   9 maggio 2016 at 09:45

        Trovo molto interessante l’idea dello stile come resistenza all’angoscia. Anche perché permette di capire l’importanza della moda business a parte. Se ho ben capito Alessandra dice che Avedon con il suo stile ci insegna qualcosa che va oltre alla bellezza delle sue foto. Bel pensiero! Complimenti

        Rispondi
        • Anna   10 maggio 2016 at 13:14

          Io l’angoscia nelle foto di moda proprio non ce la vedo. A dire il vero non trovo nemmeno intelligenti le modelle di Avedon. Sembrano civettuole e leggere come le voleva l’ideologia della moda anni 50/60.

          Rispondi
  8. Giorgio   10 maggio 2016 at 10:09

    Io preferisco Irving Penn. Sono entrambi dei n.1 ma Penn è più artistico quindi creativo. Peccato che da un po’ si parli poco delle sue immagini moda.

    Rispondi
  9. Fabio   10 maggio 2016 at 13:05

    Io invece preferisco la classicità di Cecil Beaton che trovo oggi molto sottovalutato. Comunque niente da dire su Avedon, un grandissimo. Purtroppo la differenza la fanno i critici. Per esempio non ho mai letto articoli approfonditi come quello su Avedon scritti recentemente per Beaton. Forse ci sono nelle riviste inglesi ma in Italia dove non abbiamo molto rispetto per la fotografia di moda molti grandi del passato sono quasi sconosciuti.

    Rispondi
  10. Romano   13 maggio 2016 at 09:31

    Bell’articolo. Peccato che l’autore non abbia inserito tra i protagonisti della prima fase avendoniana anche William Klein che considero di primaria importanza nel contesto della foto di moda.

    Rispondi
  11. Gilberto   17 maggio 2016 at 07:58

    Dopo una frettolosa lettura mi viene da scrivere che la difficoltà di fare una analisi critica del lavoro di Avedon dipende essenzialmente dalla sua lunghissima carriera.
    Negli anni cinquanta leggo che rivaleggiava con Penn e altri grandi fotografi come Beaton…; nei sessanta se la vedeva con i giovani fotografi londinesi; nei settanta con i trasgressivi Newton e Bourdin; negli ottanta con i fotografi glamour; nei novanta con fotografi artisti del calibro di Maisel… In ogni confronto Avedon ha saputo cambiare e al tempo stesso rimanere se stesso. Forse ha ragione l’autore dell’articolo a presentarlo come il migliore.

    Rispondi
  12. Sara P   17 maggio 2016 at 10:12

    Penso che Richard Avedon sia stato un grande artista, le sue fotografie rimarranno per sempre contemporanee. Ha collaborato con altri fotografi ma ha sempre mantenuto la sua personalità e identità, caratterizzata da una grande tecnica. Il nostro passato pullula di grandi fotografi con i quali è difficile reggere il confronto ma i nostri fotografi di oggi possono vantare allo stesso tempo, un grande insegnamento. Tutti i fotografi citati nell’articolo sono diversi tra loro, con tecniche e caratteristiche artiche ben distinte, c’è da dire però, che proprio grazie a questo, ancora ce li ricordiamo.

    Rispondi
  13. Mgalli   17 maggio 2016 at 12:44

    Avedon effettivamente rispetta le modelle non è mai totalmente sexy. Interessante il discorso sulla sorella vittima della sua bellezza

    Rispondi
  14. Sabrina Turturici   22 maggio 2016 at 16:56

    Si potrebbe definire la fotografia di moda come una immagine realizzata per fornire un racconto della collezione di abiti e accessori da vendere. Ma come detto da lei Avedon nonostante fosse un ritrattista, si caratterizzava per essere un fotografo di moda, che vedeva le modelle come delle vere persone piuttosto che come dei manichini; lui non le riprendeva in pose tradizionali ma con espressioni naturali e di gioia.
    Avedon era un artista non soggetto alla formalità però avendo sempre una eccessiva cura dei dettagli. Le sue fotografie avevano sempre una storia da raccontare. Lui fotografo non solo modelle ma anche persone normali, a lui non interessava mostrare solo un abito o un accessorio, lui cercava, come detto da lui, andare oltre la superficie e far notare in tutte le maniera la personalità del soggetto fotografato. “Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie, sono piuttosto letture di ciò che sta sopra” (Cit. Avedon).
    Quindi possiamo dire che il lavoro di Avedon è stato vastissimo e complesso, non si occupo solo della fotografia di moda ma anche di notizie e attualità.

    Rispondi
  15. Ginevra P   22 maggio 2016 at 23:50

    Richard Avedon possiamo classificarlo uno dei primi fotografi sperimentatori grazie alla sua carriera di reporter, mostrando l’impronta glamour ma rimanendo sempre nella realtà come un documentario. Mostrando una sensibilità più che riconosciuta come ad esempio la prima foto che viene mostrata nell’articolo “Dovima with the Elephants” riesce a a creare armonia tra tutte le tonalità dei grigi dell’ambiente e degli elefanti con il vestito della modella, le mani appoggiate sugli animali stessi, ma vuole comunque dare la possibilità di scelta interpretativa allo spettatore. Nel mio caso la foto mostra due elementi importanti nella moda grazia (l’abito) e potenza (la posizione della modella e tutto l’ambiente circostante compreso gli elefanti)

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   23 maggio 2016 at 07:36

      Ginevra, fai attenzione alla logica: un foto reporter sperimenta assai poco dovendo aderire a ciò che il senso comune visivo chiama “la realtà”. Nel caso di Avedon non possiamo dire che fu uno “sperimentatore grazie alla sua carriera di reporter”. Probabilmente, penso, volevi dire che sulla scorta della lezione di Munkacsi, fotoreporter sportivo, elaborò una bellezza in motion piena di energia e nuove significazioni.
      Condivido la tua lettura della foto di Dovima.

      Rispondi
  16. Nicole P.   10 novembre 2016 at 09:22

    A mio parere ha lasciato un vuoto per quanto riguarda la fotografia di moda. Mi sorge dunque spontaneo chiedermi: chi potrà essere considerato il suo erede?

    Rispondi
    • Lucia   11 novembre 2016 at 20:39

      Io credo che Maisel sia oggi l’unico che possa essere paragonato ad Avedon.

      Rispondi
  17. Francesca PP.   11 novembre 2016 at 11:11

    “La grandezza di Avedon risiede nella varietà di modi con cui cercava di catturare ciò che la moda non può raccontare con tessuti e abiti”: attraverso le fotografie di Richard Avedon l’immagine della donna cominciò ad arricchirsi con emozioni oltre all’oggetto o il capo indossato.
    Così a partire da queste affermazioni, ho cercato alcune immagini del fotografo per vedere concretamente come potesse mettere in pratica queste idee. Una delle foto più celebri di Avedon è sicuramente quella che raffigura una donna con degli elefanti, lei è ferma in posizione statuaria, mentre gli elefanti sono in movimento. Una composizione perfetta di corpi in movimento: in questo caso il movimento parte da un’onda del corpo della donna, passando per la sua mano fino alla proboscide dell’elefante e alla punta del piede. Il movimento è presente in altri scatti, come in una giravolta di gonna, in un passo di danza, in un drappo dell’abito sospeso nell’aria. Nella fotografia con Stephanie Seymour, Richard Avedon è riuscito a creare una nuova silhouette attraverso le forme del corpo della modella e i capi indossati, creando quasi un’illusione con i colori (immancabili bianco e nero) che sembrano rendere la modella sospesa nel vuoto.

    Rispondi
  18. Martina P.   12 novembre 2016 at 13:26

    Avedon e il suo lavoro sono molto importanti perchè è stato il primo ad infrangere le barriere tra la cosiddetta fotografia impegnata e quella disimpegnata. La sua fotografia di moda risulta vivace e dinamica (soprattutto perchè non resta chiuso in uno studio, ma porta le modelle sulle strade di Parigi, nei caffè, nei varietà.)
    I ritratti li trovo dei veri e propri capolavori. Avedon aveva metodi bizzarri e interessanti per riuscire a tirar fuori le emozioni dalle persone che fotografava. Ogni ritratto ci resta impresso, indelebile. Davanti al vuoto che creava (nessuno sfondo, nessun oggetto di scena, tanto bianco e lui, che sono sicura mettesse in soggezione chiunque) c´era chi si disorientava, chi si intimidiva, chi si innervosiva. Celebre il ritratto di Marilyn Monroe colta nel momento in cui si perde in se stessa, nel vuoto che la opprime. Trovo particolarmente curiosi due episodi che rappresentano la personalità e i metodi fuori dal comune di questo artista. Mi riferisco al ritratto di Ezra Pound e a quello del duca e la duchessa di Windsor.
    Nel primo caso, Ezra Pound era uscito dal manicomio criminale nel ‘59, dopo dodici anni di detenzione per tradimento e antisemitismo, e Avedon lo accolse con queste parole: «Credo che lei debba sapere che io sono ebreo». Questa frase portò Pound all’espressione che troviamo nella fotografia.
    Per quanto riguarda i rigidi cognugi Windsor, Avedon utilizzò una tattica diversa; conoscendo la loro passione canina, li fece aspettare un quarto d´ora e arrivò ansante, dicendo: «Scusate il ritardo ma il mio taxi ha travolto un cane». Così ottenne l’espressività che cercava.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 novembre 2016 at 14:48

      Ottimo intervento Martina. Mi hai donato tante informazioni preziose. Riguardo alla frase iniziale ho molti dubbi. Dovresti guardare le foto di Man Ray, di Blumenfeld, di Toni Frissell, di Steichen, di Munkacsi … Avedon non si discute, ma la foto di moda non nasce con lui e probabilmente tra gli anni venti e trenta del novecento tanti fotografi hanno infranto la barriera di cui parli.

      Rispondi
  19. Elena PP.   12 novembre 2016 at 15:38

    Avedon ha fotografato i più grandi personaggi dei sui tempi.
    I suoi ritratti non si limitavano a mostrare solo la superficie ma andare oltre, mettendo in luce in qualche modo la personalità dei soggetti fotografati.
    Basti pensare alla fotografia scattata a Marilyn Monroe, colta di sorpresa in un’espressione quasi triste e pensierosa.
    Infatti ad Avedon viene attribuito il merito di aver rivoluzionato la fotografia di moda inserendo le modelle in contesti inattesi. Lui però fotografava anche molte persone comuni, ad esempio il padre colpito dal cancro, lo raffigura in dei ritratti dall’inizio della malattia fino alla morte, lui racconta delle verità dal fortissimo impatto emotivo e riesce ad immortalare ogni singolo sentimento, come la folla fotografata durante l’abbattimento del muro di Berlino, le immagini esprimono una varietà di emozioni bellissime e contrastanti e facilmente riconoscibili agli occhi di chi guarda le fotografie.

    Rispondi
  20. AgneseP   13 novembre 2016 at 16:21

    Ritengo che interrogarsi sulla fotografia di moda o periodo storico poco importi quando si parla di Avedon.
    Mi trovo d’accordo con l’autore infatti quando parla di spensieratezza all’interno dei suoi lavori… Quest’ultima insieme alla bellezza e alla perfezione che trasmettono le sue fotografie contribuisce a far provare all’osservatore un’esperienza non solo visiva ma che coinvolge tutti e cinque i sensi… Credo che i lavori di Avedon siano delle vere e proprie storie caratterizzate da un ordine che raramente si può trovare in natura… Come se per una volta finalmente, tutto si trovi al posto giusto nel momento giusto.

    Rispondi
  21. Francesca PP   13 novembre 2016 at 18:07

    Se penso a Richard Avedon come fotografo di moda la prima cosa che subito mi viene in mente è l’equilibrio che è presente nei suoi scatti, lo stesso equilibrio che dà origine a forme geometriche e inaspettate.
    Le sue foto sembrano mai scattate a caso, come se dietro di esse ci fosse uno studio preciso per far risultare sempre impeccabile lo scatto.
    Per quanto riguarda i suoi eccelsi ritratti Avedon, invece, pare che lasci da parte ogni precisione e perfezione per poter captare la vera essenza di chi sta davanti a lui, rompendo l’equilibrio fra realtà e finzione del personaggio.
    Ricordo quando vidi la sua celebre fotografia di Marilyn Monroe la mia prima reazione fu di stupore, per la prima volta vedevo una Marilyn diversa, più umana e più vera.
    Mi sembrava di essere li in quel momento e di capire perfettamente cosa, la diva hollywoodiana stesse provando.
    Penso che Avedon sia uno dei fotografi più rivoluzionari di tutti i tempi.

    Rispondi
  22. Virginia P.P.   13 novembre 2016 at 19:51

    Osservando gli scatti di Avedon mi viene in mente il silenzio. Non so perchè. E’ come se attraverso il suo studio del movimento in realtà a me arrivasse un senso estremo di staticità istantanea, come se i soggetti ritratti fossero stati tramutati improvvisamente in statue per un istante. Mi conferiscono un senso di congelamento temporale, un secondo rubato per sempre allo scorrere del tempo.
    Tutto ciò è enfatizzato dal chiaro-scuro della scelta delle foto in bianco e nero che, particolarmente nelle immagini di moda, rendono la bellezza delle modelle di una perfetta, elegante, glacialità a parer mio disarmante.
    Lo spettatore finisce per trovarsi estraneo alla foto, non potendo far altro che arretrare di fronte all’imperiosità ieratica dei soggetti, come se fossero statue neoclassiche.

    Ciò che apprezzo maggiormente del suo lavoro sono i ritratti non legati alla moda, che scaturivano davvero in modo così inusuale, come dice Martina P.: il mio preferito resta quello di Marilyn Monroe, che per un istante – un solo istante – torna, attraverso la sua lente, ad essere Norma Jeane.

    Rispondi
  23. Ausilia P   13 novembre 2016 at 20:59

    Le critiche mosse all’artista, del quale non si puo’ mettere in discussione il notevole talento, sono date dall’incapacità di cogliere le giuste emozioni. Le foto di Avedon sia di moda che in generale i ritratti manifestano un forzato equilibrio ma al tempo stesso una sorta di perfezione surreale. Non è la foto dell’artista che coglie l’attimo, è tutto studiato nei minimi dettagli. Nonostante il controllo dell’artista sulla fotografia non manca però la spontaneità che seppur non si coglie nell’immagine ritratta è presente. Coloro che guardando tali foto non riescono a concepire le diverse sensazioni che difficilmente coesistono nella realtà (perfezione,emozione,spontaneità), a mio parere,
    tendono a criticarlo proprio perchè non abituati a concepire aspetti cosi distanti tra loro.

    Rispondi
  24. Camilla P   13 novembre 2016 at 21:56

    L’operato di Richard Avedon non inventò la Fotografia, tantomeno quella di moda, ma creò un nuovo modo per guardala e capirla. In modo particolare il percorso costruito per Dior, con cui ebbe una lunga collaborazione. I suoi scatti permettevano di osservare la moda attraverso uno stato di grazia, leggerezza, humor, drama ed eleganza. Avedon ha dato prova di se stesso e del suo talento in scatti che ritraggono personalità diverse che abitano in corpi che non sono circoscritti al mondo del Fashion. Un esempio potrebbero essere i 762 ritratti di The American West, rappresentanti uno stuolo di personalità diverse che in comune avevano lo stesso luogo di nascita. In ogni foto i soggetti, seppur immobili, riescono a trasmettere attraverso lo sguardo e l’espressione del viso la propria personalità, facendo emergere il lato più profondo delle persone, dall’operaio all’impiegato. Per questo dava una grande importanza alla gestualità; la posizione del soggetto, con i suoi gesti rappresentavano simbolicamente la sua psicologia e i suoi sentimenti. Riusciva ad umanizzare e normalizzare ogni suo scatto, rendendolo vero e mostrandolo come un mezzo per esplorare avvenimenti e tematiche di interesse culturale, sociale, politico e personale. Portandolo così ad affermare che “nel momento che un fatto o un’emozione viene trasformato in fotografia, non è più considerabile un fatto ma deve essere analizzato come opinione”. A questo proposito un esempio congenito è sicuramente il ritratto di una diversa Marilyn Monroe nell’ottantanove. La sua fotografia filtra la vita attraverso la luce dello stile. La sua collaborazione con il mondo della moda può rappresentare l’eleganza e la bellezza ma anche brutalità e sofferenza. Però riesce a scardinare con i suoi ritratti le composizioni artificiali che sono al limite della perfezione, portando su pellicola una realtà sentimentalmente più oggettiva. Avedon riuscì a far stabilizzare la Fotografia come forma d’arte contemporanea, rendendola ogni giorno che passava la sua linfa vitale. Oggigiorno credo che la nostra realtà si stia artificializzando e servirebbe un nuovo Avedon capace di spaziare in diversi abiti filantropici, normalizzando ciò che viene esaltato ed esaltando ciò che è obiettivamente normale.

    Rispondi
  25. Gloria PP   13 novembre 2016 at 22:08

    Solitamente le modelle che posavano per le grandi riviste erano sempre ritratte in pose statuarie e rigide. Avedon scompigliò queste pose, immortalando le sue modelle in movimento. Questo “disordine” emergeva anche nella scelta dei set come la strada, i locali notturni o il tema circense, che erano insoliti all’epoca.
    In ogni scatto ciascuna persona, seppur immobile, riesce a trasmettere attraverso lo sguardo o l’espressione del viso la propria personalità, facendo emergere sulla pellicola il lato più profondo delle persone.
    Questa espressività si può notare sopratutto nelle fotografie che ritraggano gli orfani nella guerra in Vietnam, il padre malato di cancro e nel progetto “The American west”.
    Dal 27 febbraio 2015 fino l’11 aprile 2015 presso la galleria d’arte Gagosian di Roma sono stati esposti degli scatti che hanno immortalato il lavoro del fotografo dagli anni ’40 in poi. La mostra fu intitolata “Avedon, beyond the beauty” seguiva il filo rosso della femminilità esaltata dal fotografo. Il percorso espositivo era volto ad indagare la sfuggevolezza e la dinamicità delle sue modelle che, risultano sempre eversive e curiose.

    Rispondi
  26. Eleonora P   13 novembre 2016 at 22:23

    La straordinaria forza di Avedon sta nel congelare attraverso la fotografia le espressioni dei grandi personaggi. Riesce ad entrare in intimità con i soggetti così tanto da catturare le caratteristiche più singolari e quelle nascoste ai comuni spettatori. Grazie alla fotografia di Avedon, entriamo in connessione con i soggetti ritratti, fino a respirare la loro essenza.

    Rispondi
  27. Giulia P.   13 novembre 2016 at 23:33

    Se ci si sofferma un attimo a guardare i lavori di Avedon noteremo un sottile minimalismo necessario per catturare la vulnerabilità, il tutto rimarcato dal frequente utilizzo del bianco e del nero. Le sue immagini sono un turbine di emozioni e sensazioni, a volte surreali, spesso con un tocco di provocazione.
    In molte delle sue interviste Avedon dichiarava che le sue fotografie erano fotografie di se. Questo secondo me è un carattere che sa distinguere un creativo da un altro. Perché al giorno d’oggi non abbiamo un Avedon per stupirci ed affascinarci? Forse perché nessuno è più in grado, come faceva lui, di mettere se stesso all’ interno delle proprie opere, mettendo a nudo le proprie fantasie.

    Rispondi
  28. Sara P.   14 novembre 2016 at 00:02

    Avedon è stato senza dubbio uno dei più grandi fotografi, il suo stile è unico e inconfondibile, è celebre infatti in tutto il mondo per le sue fotografie in bianco e nero. Il suo più grande contributo è legato al mondo della moda, in questo ambito infatti riuscì a cambiare il concetto di foto nella moda. Solitamente le modelle che posavano per le grandi riviste erano sempre ritratte in pose statuarie e rigide, Avedon scompigliò le pose scultoree, immortalando le sue modelle in movimento e conferendogli sempre un carattere particolarmente ribelle. Questo “disordine” emergeva anche nella scelta dei set come la strada o i locali notturni. Possiamo infine aggiungere che le sue fotografie rivelano, narrano ed entrano nel cuore delle persone rappresentate.

    Rispondi
  29. Angela P   14 novembre 2016 at 00:17

    Avedon ha senza dubbio rivoluzionato la fotografia di moda; fotografando le modelle come persone reali più che manichini, in scenari insoliti, come per strada o in locali notturni, e colte mentre ridono o comunque in pose dinamiche ed inconsuete.
    Anche se le foto che più mi emozionano sono gli scatti del padre malato di cancro, esposte nel 1974 al Moma. Nello sguardo del padre si legge tutto il dolore della malattia. “Un’operazione concettuale per evidenziare il rapporto tra fotografia e tempo”. La fotografia diventa testimone del tempo che passa e che attraverso le vicende della vita può cambiare, anche in modo tragico le persone.
    Nel 1985 realizza il progetto “In the American West”, un viaggio durato cinque anni nella classe media americana, in cui scatta più di settecento ritratti di gente comune: operai, impiegati, detenuti… 
    Dagli scatti emergono elementi potenzialmente disturbanti come maglie macchiate, facce sporche di carbone, capelli spettinati, elementi in netto contrasto con le foto scattate fino a quel tempo e che costringono lo spettatore a confrontarsi con la realtà e con gli sguardi dei ritratti. 
     

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 novembre 2016 at 11:24

      I libri che hai citato sono una raccolta di reportage straordinari. Io credo che quel genere di fotografie fossero per Avedon come una boccata d’ossigeno. Mi riferisco ovviamente a “In the American West”. La struggente documentazione che ritrae il devastante cancro del padre, ha ovviamente un’altra storia: un estremo gesto d’amore? una sfida alla morte? Una cinica adesione alle proprie ossessioni fotografiche? La percezione che la foto abbia una partnership con la “morte”? La messa in testo fotografico di Avedon, pur risultando di una fruibilità ammirevole, è molto più complessa di quanto suggerisce la primaria lettura empirica delle sue foto. L’ipotesi che ho seguito nel redigere il mio script grosso modo segue questa idea: Avedon non butta via niente di ciò che trova grazie alla fotografia; ecco perché qualcosa della moda appare nei suoi ritratti e viceversa; ecco perché i suoi reportage (per i suoi detrattori) sono così deplorevolmente perfetti. Cosa produce questo “accumulo”? Produce il Grande Stile.

      Rispondi
  30. IvannaP   14 novembre 2016 at 01:08

    quello che caratterizza a Avedon, è che non e rimasto nella sua zona di comfort, fa vedere le emozioni e sentimenti con i suoi lavori, per me sono impareggiabile le sue fotografie

    Rispondi
  31. Sara S. PP   14 novembre 2016 at 01:40

    Credo che Avedon sia uno dei fotografi che ha dato vita a una fotografia di dimensione, ovvero non piatta, trascendentale, che va oltre al significato fine a se stesso di una rappresentazione visiva, per sfociare in una rappresentazione emozionale.
    Le sue foto sono dinamiche, lasciano libere interpretazioni, hanno varie sfaccettature e si possono adattare a qualsiasi mente, poiché ognuna di esse troverà in loro vari e diversi significati, che, secondo la legge del prospettivismo, non saranno ne giusti ne sbagliati, ma solo modi di guardare, punti di vista, differenti.

    Rispondi
  32. Ilaria PP   14 novembre 2016 at 09:09

    Richard Avedon é stato uno dei più grandi artisti, contraddistinguendo le sue creazioni per contemporaneità perenne e ingegno creativo.
    Ha sempre mantenuto la sua unicità e la sua personalità in qualsiasi occasione, non abbandonando mai il suo sapere. Le sue foto di moda erano molto differenti da quelle classiche, le modelle erano considerate persone e non oggetti, proprio per questo la sua diversità lo ha sempre differenziato da tutti gli altri fotografi, permettendoci così di riconoscerlo sempre a prima vista.

    Rispondi
  33. Marina Di Fini   18 novembre 2016 at 12:11

    Richard Avedon è stato un grandissimo fotografo che ha riscosso successo a paritre dagli anni cinquanta, grazie alla sua vocazione per le fotografie di moda. Si parla di uno stile inconfondibile perché creava attorno al suo soggetto un’allure particolare, tanto da dare allo scatto un valore che i suoi maestri precedentemente non erano stati in grado di dare. Ha dimostrato che si può rappresentare una verità che va al di là della realtà stessa.
    Vorrei sottolineare che Avedon è stato uno dei ritrattisti migliori degli ultimi settant’anni. Ha ritratto i più grandi personaggi del suo tempo, riuscendo a catturare quella caratteristica, quell’aspetto, quello sguardo che il pubblico non conosceva. È stato capace di portare alla luce la personalità dei suoi soggetti, lasciando però sempre la sua impronta. Quel perfetto controllo dei colori e delle luci, dei tagli e delle inquadrature, lo hanno portato a far ammirare la sua fotografia, che ha documentato la storia della moda e del modo di pensare delle persone. Ciò che ho notato è che ogni scatto realizzato da Avedon è come se parlasse, è irresistibile e coinvolgente. Amo gli scatti che ha realizzato alla fine degli anni ’80 per Versace perché esprimono perfettamente i valori del brand, ovvero nessuna volgarità, ma una bellezza che seduce.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 novembre 2016 at 14:50

      Si hai ragione, il lavoro che Avedon fece per Versace dovrebbe essere analizzato, riscoperto e valorizzato. Purtroppo per ora rappresenta una stagione creativa del fotografo praticamente rimossa.

      Rispondi
  34. Chiara P   21 novembre 2016 at 13:46

    Richard avedon…. un’artista che ha segnato la storia della fotografia.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   21 novembre 2016 at 16:13

      Una informazione di commovente profondità…geniale quasi quanto la notizia che il fotografo si faceva il bidè tutti i giorni!

      Rispondi
      • Roberto PP   25 novembre 2016 at 19:10

        Mi scusi professore, nonostante l’appropriatezza del suo appunto riguardo il commento privo di contenuti della compagna vorrei farle io un appunto, se mi è concesso… Non vorrei contraddirla ma l’artista se non erro è nato a New York e negli Stati Uniti si sà, non c’è il bidet…

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   25 novembre 2016 at 20:35

          Non ci avevo pensato, maledizione…Però dobbiamo tenere presente che gli americani scoprirono il bidet durante la seconda guerra mondiale, quando dopo aver ben accoppato il nemico, venivano spediti in viaggio premio a rilassarsi in qualche bordello, fornito di indimenticabili, profumati bidet. Richard Avedon durante la Seconda Guerra mondiale faceva il fotografo da qualche parte del fronte. Chi può escludere che da americano innamorato di cultura francese, proprio in circostanze simili, con scopi documentaristici ovviamente, non avesse subito l’imprinting del fatale alambicco? D’altronde, gli artisti americani, qualche decennio prima, non erano forse stati sedotti dall’urinatoio di Duchamp? Perché dovremmo negare la possibilità al bidet di risultare, vista l’eleganza del nome, se non altrettanto seducente, almeno un po’ efficace? Se così fosse, non possiamo negare cittadinanza all’ipotesi che, Avedon, tornato a New York, con i soldi guadagnati in Vogue, gradisse avere nella toilette del suo studio, un avvolgente, liscio e luccicante bidet. Purtroppo per me, anche ammettendo la possibilità che Avedon fosse divenuto il proprietario di uno splendido esemplare di bidet, il fatto che risultasse l’unico fotografo di moda sul suolo americano ad usarlo, rende inappropriato il parallelismo con il sorprendente commento della tua collega.

          Rispondi
  35. Roberto PP   25 novembre 2016 at 19:00

    Artista davvero affascinante, capace di scatti mai banali dotati di una carica emotiva pazzesca.
    Molto interessante anche il rapporto del fotografo con la sorella Louise, credo fortemente che proprio questo rapporto l’abbia reso l’artista di successo che è stato.
    Ogni avvenimento che giorno per giorno viviamo, dal più grande al più banale, plasma la nostra personalità soprattutto in tenera età.

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.