Sebastiao Salgado: Genesi

Sebastiao Salgado: Genesi

Il racconto foto-antropologico del grande fotografo, a tre anni di distanza dalla sua presentazione al pubblico di tutto il mondo rimane una delle testimonianze più efficaci per diffondere l’urgenza di una nuova alleanza tra uomo e natura.

Ritorno alla Terra

Per comprendere le ragioni dell’ultimo racconto/poema fotografico del grande fotografo brasiliano, dobbiamo fare un passo indietro e prendere in considerazione le conseguenze sul corpo dell’autore del lavoro compiuto per terminare la devastante serie di reportage culminati nel libro In cammino (Contrasto, 2000).

L’odio, la violenza, la sofferenza, l’orrore vissuti in prima persona, soprattutto in Mozambico e Ruanda, prostrarono fisicamente e psicologicamente Salgado. La crudeltà dell’uomo vissuta in prima persona, in molti casi insensata e senza limiti, sia nei confronti dei propri simili e sia come sfruttamento della natura, gli avevano lasciato in eredita’ depressione e pessimismo.

Salgado aveva ripreso masse enormi di individui, famiglie e a volte di intere etnie nei drammatici sradicamenti che accompagnano le guerre, i conflitti etnici, gli sconvolgimenti economici, le crisi ecologiche. Le sue foto, in quel libro, documentavano la distruzione di interi ecosistemi, paesaggi rovinati in modo indelebile, alberi abbattuti, economie agricole abbandonate, megalopoli soffocate dal dolore di milioni di persone senza più passato, dal presente incerto, senza alcun futuro. Credendo ciecamente nel principio di testimonianza come aspetto etico centrale della fotografia di reportage, aveva raggiunto i luoghi nei quali poteva documentare l’esistenza di un’umanità che sarebbe entrata nei libri di storia forse solo come numero, come drammatico effetto collaterale di deliranti questioni ideologiche o semplicemente come tragico destino.

Le sue foto restituivano dignità agli ultimi, ma al tempo stesso facevano traballare le sue certezze interiori generando una sorta di “doppio legame” psicologico: se fotografo tanta sofferenza non rischio di diventare complice dell’orrore, trasformandolo in spettacolo? Ma, per contro, se non fotografo, tutto questo dolore non sarà servito a nulla?

Il profondo senso di depressione rappresentava la risposta somatica al dilemma del fotografo/testimone che risponde alla violenza delle crudeltà della vita con la violenza dell’atto fotografico capace di strappare l’orrore dalle incombenti ombre del nulla, consegnandolo pero’ al mondo ambiguo dei circuiti informativi, delle interpretazioni aberranti, dello sguardo cinico dell’occhio occidentale spesso più attratto dalla spettacolarità dei grandi drammi piuttosto che dai loro risvolti morali o etici.

Nella sua autobiografia, Dalla mia Terra alla Terra (Contrasto, 2014), Salgado racconta che riuscì a ritrovare serenità e forza per tornare a fotografare, grazie a due grandiosi progetti: insieme alla moglie Lelia, creò la rete di alleanze che permisero di ricostruire in parte la foresta atlantica brasiliana, andata distrutta dall’espansione urbanistica; e quindi, forse grazie alle energie positive che gli arrivavano dalla baby foresta in crescita, comincio’ a concepire il progetto Genesi, ovvero la riscoperta degli spazi incontaminati del pianeta come suggestiva metafora del luogo delle origini dell’uomo.

Progetto Genesi

L’idea rigenerante di Salgado consisteva in 32 reportage nei territori meno accessibili del pianeta, alla ricerca delle immagini dei luoghi che potessero evocare con verosimiglianza scientifica le origini dell’uomo e delle forma di vita che ne riproducevano i ritmi e le armonie.

Il primo reportage fu realizzato nel 2004, l’ultimo dei viaggi previsti l’intraprese nel 2012.

In otto anni, Salgado percorse il mondo in aerei grandi e piccoli, in navi, in barche, in canoe, a piedi e in mongolfiera. Dopo aver dedicato quasi tutta la sua vita a fotografare donne, uomini, bambini, divenuto uno dei fotografi più celebri del pianeta, mise alla prova tutto quello che aveva appreso, riprendendo vulcani, deserti, ghiacciai, foreste, canyon, jungle, balene, renne, leoni, pellicani etc.

Le parole dell’autore ci fanno capire benissimo cosa rappresentavano quei viaggi per il suo sguardo fotografico, tornato ad essere penetrante, colto, etico: “Sono stati anni magnifici, che mi hanno portato gioie immense. Dopo aver visto tanto orrore, ho potuto contemplare tanta bellezza… Durante la realizzazione dei reportage, Leila mi ha spesso raggiunto nei miei viaggi. Insieme, siamo rimasti tante volte senza fiato di fronte alle maestosità della natura e a tutte le forme di vita che vi regnano, attraverso i milioni di specie che la abitano. Alla fine, la Terra ci ha regalato una magnifica lezione di umanità. Scoprendo il mio pianeta, ho scoperto me stesso e ho capito che tutti noi siamo parte dello stesso insieme – il sistema Terra”.

Tuttavia, mi permetto di aggiungere alle parole dell’autore un non trascurabile supplemento di significanza dei suoi viaggi. A me pare decisivo il fatto che, aldilà del movente interiore e del valore umanistico del progetto, Salgado sia riuscito a restituirci la bellezza di cui parla, nel suo particolare “linguaggio” fotografico, senza cedimenti sul fronte del colore o di tecniche da realismo documentarista. Le sue immagini definitive, ovvero quelle che abbiamo ammirato nelle esposizioni e pubblicate nel libro editato da Tashen, nascono come foto di reportage scattate nei luoghi meno contaminati dalla civiltà della Terra, ma portano anche le stimmate dell’oggetto preso da una vertigine estetica che mi fa pensare al sublime dei grandi pittori romantici e alla celebre enunciazione di Spinosa Deus, sive natura (Dio, ovvero la natura), che ho sempre interpretato come un monito per avere nei confronti del mondo la reverenza necessaria per sentirne la bellezza.

La suggestiva foto delle zampe anteriori di un’iguana, ripresa durante il primo reportage dedicato alla rivisitazione delle Galapagos, così lontana ma anche vicina alla mano di un guerriero del Medio Evo, mi trasmettono il prodigio della diversificazione delle specie, secondo un registro affettivo/passionale che forse non ha lo stesso valore cognitivo delle straordinarie pagine scritte da Darwin (Viaggio di un naturalista intorno al mondo), ma che     per certi versi, mi avvicina alle cose del mondo e mi coinvolge facendomi desiderare la loro esistenza.

Posso generalizzare questa impressione di una bellezza sapiente alle foto del Madagascar, a quelle fatte a Sumatra, in Nuova Guinea, in Papuasia, nella Russia Asiatica, in Africa, in Amazzonia, nei grandi ghiacciai del Nord del pianeta.

Anche le foto che si propongono di ritrovare le origini della specie umana trasudano del tono emotivo di bellezza, del quale Salgado è maestro. I ritratti dei Kuikuros, dei Wauras e dei Kamayura del Mato Grosso trasmettono dignità, armonia con la natura, una grazia inaspettata.

Quale e’ il messaggio che le immagini di Salgado  trasmettono? A me sembra di capire che il fotografo intenda far dipendere la sottile regolazione del registro di bellezza e gli effetti passionali che le foto evidenziano, dall’atteggiamento di reverente conoscenza dell’ambiente in cui vivono le tribù. Una bellezza che deriva dunque da un’unità tra uomo e ambiente che noi occidentali abbiamo perduto.

Tutte le tribù documentate da Salgado possiedono una conoscenza perfetta dell’ambiente in cui vivono. Il trucco a fin di bene, che il fotografo mette in gioco, è centrato su uno scivolamento metonimico, nel nome della bellezza, tra i frammenti di mondo ripresi e i popoli tribali raffigurati.

Grazie alla sua particolare tecnica fotografica, Salgado, riesce a farci percepire le somiglianze di famiglia tra aggregati di forme eterogenee, ghiacciai che hanno la forza emotiva di un ritratto, ritratti che hanno la consistenza e la magia di una foresta, stabilendo tra esse la sacra unità,  raffigurata nel linguaggio, dalla parola quant’altre mai simbolica Genesi.

Perché un mondo in bianco e nero?

Salgado ha lavorato spesso con il colore. Ma per i suoi grandi reportage ha sempre scelto il bianco e nero. Secondo la sua opinione i parametri delle inquadrature a colori erano troppo rigidi per poi sperare di poter configurare l’immagine in post produzione, in modo tale, da restituirle l’impronta emotiva percepita al momento dello scatto.

Le pellicole in bianco e nero invece, hanno la proprietà di permettere al fotografo le sovraesposizioni di qualche diaframma, che in un secondo tempo verranno corrette in laboratorio. Per tentativi ed errori, si può arrivare ad ottenere esattamente quello che si e’ provato al momento dello scatto.

Il vangelo estetico di Salgado si basa dunque sull’idea della continuità, ovvero sulla capacita’ del fotografo di concepire l’atto fotografico come se fosse un processo che inizia prima del clic e prosegue con la distillazione dell’immagine esemplare.

Un’altro argomento contro il colore, per le finalità di Genesi, l’intrinseca bellezza del soggetto-causa dell’atto fotografico.

I colori della natura possono essere così intensi da diventare più importanti delle emozioni (incontrate dal fotografo) contenute in una foto.

La sottile regolazione della gamma dei grigi, invece, ha consentito a Salgado di concentrare la forza visiva sull’intensità delle persone e delle cose, conferendo ad esse la serena dignità che induce reverenza e rispetto.

Scrive il fotografo nella sua autobiografia: “Penso che il potere del bianco e nero sia straordinario e per questo l’ho utilizzato senza nessuna esitazione per rendere omaggio alla natura: fotografarla così era per me il modo migliore di mostrare la sua personalità, far emergere la sua dignità. Bisogna sentire la natura, bisogna amarla e rispettarla per poterla fotografare, come per le persone e gli animali”.

Da queste parole, possiamo inferire facilmente il messaggio che la bellezza sapiente di Salgado vuole meta comunicarci in forma di speranza e non come ideologia.

Se paragonati ai Papua, alle tribù dell’amazzonia, ai Nenci della penisola di Yamal (Siberia) siamo diventati persone molto complicate, spesso tanto complicate da divenire estranei a noi stessi, a chi ci ama, al pianeta. Tuttavia non c’è nulla di definitivo o irrisolvibile. La soluzione non sta nel volgere uno sguardo nostalgico al passato, nel tornare indietro, ma nel ritornare a sentire in noi l’immensa bellezza conservata nel pianeta Terra.

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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9 Responses to "Sebastiao Salgado: Genesi"

  1. Guido   22 giugno 2017 at 16:00

    Conosco bene il progetto Genesi avendolo visto a Forlì. L’articolo me lo ha fatto ricordare. Amando la fotografia pura le foto super elaborate di Salgado mi avevano lasciato qualche dubbio. Ha ragione l’autore: è la mostra più importante fatta dal grande fotografo. Però a me fece più impressione mostra e libro dedicato ai grandi esodi delle popolazioni più sforrtunate.

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  2. Antonio Bramclet
    Antonio   22 giugno 2017 at 19:06

    Salgado non si discute. Però quello che dice Guido è vero. Le foto di Genesi sembrano quasi glamour. Sembrano fatte con una macchina fotografica diversa dal passato. Strano peró, avrei giurato che Salgado fosse attaccatissimo alla Leica.

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  3. Luciano   23 giugno 2017 at 08:02

    Salgado è stato un grande reporter, ma non ci trovo nulla di strano se con Genesi oltre alla testimonianza ha cercato anche altre qualità fotografiche che prima non aveva sperimentato. Io non so se ha cambiato macchina o meno però sono sicuro che voleva evitare la resa fortemente contrastata B/N delle sue ricerche precedenti. Con Genesi la sola drammatizzazione non avrebbe trasmesso alla gente il sentimento di poetica grandezza che lui stesso ha dichiarato di provare difronte alla natura.

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  4. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   23 giugno 2017 at 08:37

    Quando si parla di Salgado la parola glamour non ci sta proprio. Io credo che, soprattutto con Genesi, il fotografo abbia riflettuto sulla bellezza dello scatto. Ma il glamour è più vicino alla bellezza nel senso della parola inglese beauty (una bello in cui si sente il desiderio). La bellezza di Genesi è grandiosa, rispettosa, reverente. Non è nostalgica e nemmeno mielosa. La complessa sfumatura dei grigi ha il compito di allontanarla da noi (dalle nostre emozioni ordinarie) per farci scoprire una più sottile regolazione del sistema mente-affetti, che ha come fine la creazione di un momentum di sincronia interiore con la natura-messaggio.
    Per quanto riguarda il cambio di macchina, Antonio ha avuto una intuizione giusta. Se cercate in internet troverete l’informazione che dovendo fare tanti viaggi, atterrando in aereoporti super controllati per via del terrorismo, Salgado temendo che le ispezioni attraverso rivelatori ai raggi X potessero danneggiare le pellicole, fu costretto a passare al digitale (pesa molto meno, tra l’altro). Probabilmente l’uso del digitale lo ha poi costretto in fase di sviluppo a processi elaborativi complessi. Ma gli ha permesso anche una maggiore precisione nella ricerca delle note affettive che voleva trasmetterci.

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  5. Marco   23 giugno 2017 at 12:35

    Un consiglio per tutti: andate a guardarvi il film documentario girato da Wenders su Salgado. Si intitola il Sale della terra ed è un capolavoro.

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  6. Stella   25 giugno 2017 at 09:38

    Apprendo leggendo l’articolo Salgado che avrebbe impiegato 8 anni di viaggi per il suo progetto. Già solo questa dedizione al vero spirito del reportage annuncia i suoi capolavori. Comunque per me le sue foto sono belle per via della loro forma e non perché il fotografo quando le ha fatte era emozionato,

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   27 giugno 2017 at 09:35

      La pregnanza formale delle immagini di Salgado non ha bisogno di essere marcata: il nostro occhio è in grado di percepirla benissimo senza alcun ingombro concettuale. Ma la loro specificità è di essere, in qualche modo, empatiche. Salgado intenzionalmente tenta di trasmetterci ciò che in quel preciso momento ha sentito (di fronte al soggetto della foto). Cioè sfrutta il lavoro dei neuroni che consentono l’empatia tra l’occhio-mente del fotografo e l’occhio-mente del fruitore dell’immagine. Il contenuto delle sue immagini non è solo una figura di una più vasta narrazione che ha come tema il pianeta terra, la natura, l’origine… Il contenuto che sta a cuore a Salgado è una emozione complessa. Questo sdoppiamento semantico, tra l’altro, nel quale l’affetto o una emozione sovrainveste il contenuto lineare che deriva dal pensiero linguistico/discorsivo, è il tratto caratteristico di una immagine che ha fatto centro. Salgado è abilissimo nel sfruttare la portanza affettiva delle immagini, nobilitandola attraverso cornici concettuali etiche.

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  7. Massimo   29 giugno 2017 at 16:01

    Chi non conosce Salgado? A me piace perché trasmette emozioni. Trovo inutile concentrarsi su questioni tecnologiche. E vorrei chiedere all’autore: ma cosa c’entra la moda?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   2 luglio 2017 at 10:39

      Con la moda intesa come abbigliamento Salgado non ha niente da dire. Se la pensiamo come dispositivo simbolico il discorso cambia. Se fossi un fotografo interessato alla moda la tecnica e contenuti di Salgado mi intrigherebbero.

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