Il senso della lotta di Nicola Ravera Rafele

ITALIA – Il senso della lotta di Nicola Ravera Rafele, tra i finalisti dell’ultima edizione del Premio Strega, è una fitta recherche del tempo perduto.

È proprio vero che a volte, finendo di leggere un libro, ci si sente orfani. Orfani della vicenda che si è appena conclusa, orfani di alcuni significativi tratti dei personaggi oramai divenuti familiari, orfani delle atmosfere e di quel nostro irrefrenabile desiderio di partecipare alle scoperte come se fossimo proprio là, nel cuore degli eventi. Così mi sono sentita ieri sera, quando a pagina 438 de Il senso della lotta di Nicola Ravera Rafele ho letto la parola “fine”. Il romanzo, giunto tra i dodici finalisti dell’ultima edizione del Premio Strega ed edito da Fandango libri, racconta la storia di Tommaso Musso, giornalista precario al Corriere della Sera, che, dopo aver girato distrattamente per anni attorno ai fatti riguardanti i genitori, due brigatisti scappati in Francia e uccisi, decide di andare a fondo. L’evento a scatenare questa decisione è un malore, o meglio, la chiacchierata casuale con un medico, il dottor Pinto, che ne consegue.

                                                                        Il senso della lotta. Nicola Ravera Rafele

“La consapevolezza è sempre stata un problema” per il protagonista, adottato dagli zii Diana e Luca e vissuto a Roma, in un ambiente borghese e ovattato; da piccolo “nascosto nell’ombra del corridoio” imparò presto “parole che avevano un senso ancora relativo: terrorismo, omicidio, brigatisti, clandestino, proletariato”. Il senso della lotta è una ricerca individuale ma anche collettiva, il lettore infatti, attraverso l’inchiesta giornalistica che Tommaso conduce sulla vita dei suoi genitori, attraversa gli anni di piombo, delle stragi, dell’uccisione di Aldo Moro e del precario equilibrio politico. “Chi ha deciso di mettersi fuori dalla legge aveva intuito meglio degli altri il disastro alle porte? Aveva capito che la liberazione si sarebbe trasformata nella mercificazione del sesso, che la libertà di scelta l’avrebbe realizzata Mediaset aggiungendo tre canali sul telecomando, e che la sinistra italiana era destinata a diventare una forza reazionaria e corrotta? Avevate capito meglio oppure al contrario siete stati voi i colpevoli di tutto questo?”, Tommaso si rivolge così, con la sua immaginazione, a Michele Musso e Alice Rosato, quei genitori mai conosciuti di cui segue le tracce interrogando con insistenza la misteriosa Diana e tutti coloro che furono amici della coppia, vicini nelle lotte politiche, nei comizi, nelle azioni di guerriglia. Entrando lentamente in quel tunnel inesplorato il ragazzo impara non solo a giudicarli ma anche a conoscerli: Michele divorava libri, Kant, Leopardi, Gramsci, Svevo, Marx, Sartre, Pessoa, Majakóvskij, e pensava che “conoscere” volesse dire “possedere”, Alice era irrequieta, stralunata, insoddisfatta, terrorista eppure allo stesso tempo bambina, felice per le piccole cose.

In una foresta di nomi reali e fittizi, nel costante miscuglio tra passato, presente, finzione e realtà, Ravera Rafele costruisce magistralmente un intricato e appassionante puzzle. Il senso della lotta è un dialogo tra generazioni, è una riflessione sull’attuale crisi, triste eredità di un sistema corrotto, è un consiglio indirizzato ai lettori, un invito a studiare e a non dimenticare la storia italiana, chiave di lettura dei nostri giorni. I continui flashback nelle vite coinvolte dalla narrazione, i cambi d’identità alla Fu Mattia Pascal, gli scheletri nell’armadio, i colpi di scena e i tanti luoghi attraversati (basti pensare alle parti del libro che s’intitolano: “Roma”, “Parigi”, “Pouillac” e “Milano”) fanno convivere in un’unica opera, dallo stile lineare ed elegante, diversi generi come il romanzo storico, quello di formazione e il giallo. “Per la prima volta dopo tanto tempo penso che ho tutta la vita davanti”, Tommaso impossessatosi delle sue radici ha finalmente conquistato consapevolezza. Leggendo, spesso, vedrete crollare l’impianto manicheo al quale siamo abituati, alcuni gesti vi sorprenderanno, altri vi commuoveranno e vi lasceranno senza parole, “il mondo dopo la rivoluzione è silenzioso”.

Ballano fino a quando, mentre fuori rischiara, la balera chiude, restituendo alla città quello strano esercito di nottambuli vestiti a festa. L’avvocato con la moglie che si ribella alla monotonia del sabato sera, la casalinga che si fa portare fuori dall’amica del cuore, il portiere d’albergo che si concede una serata insieme all’amante. Visti in quella luce, all’alba, sembra che ognuno abbia una storia straordinaria da raccontare. E forse tornando verso casa qualcuno si chiederà qual era quella dei due giovani, belli e un po’ ubriachi. Nessuno si avvicinerà alla realtà.”

Elisabetta Severino

Elisabetta Severino

Instancabile viaggiatrice e inguaribile iperattiva si concede raramente del puro relax e nella frenesia delle sue giornate convulsive da ufficio stampa di due teatri l’otium di cui sente più la mancanza è quello letterario. Rimbaud, Verlaine e Baudelaire sono tre delle tante ragioni che l’hanno spinta diverse volte a trasferirsi oltralpe. È cresciuta in una casa piena di libri e si è convinta che la vita è troppo breve per poterli leggere tutti. Lealtà, giustizia e umiltà sono i valori in cui crede e quando esce di casa la mattina spera di poterci ritornare avendo imparato qualcosa di nuovo. Un’enorme coppa di gelato all’amarena, un bel libro, un concerto di Ludovico Einaudi e un biglietto aereo acquistato la rendono la persona più felice del mondo.
Elisabetta Severino

Leave a Reply

Your email address will not be published.