Sfilare o non sfilare?

Metalogo sullo stato del rituale più importante della moda nell’era liquida.

1- Kate Moss ologrammizzata discende come un’angelo sul pubblico della sfilata di McQueen A/I 2006
1- Kate Moss ologrammizzata discende come un’angelo sul pubblico della sfilata di McQueen A/I 2006


Da molti anni si discute se abbia ancore senso sfilare nelle forme tradizionali del rituale che ha accompagnato lo sviluppo della moda da F.Worth fino all’era del web. Ma se passiamo dal dibattito critico alle pratiche messe in campo dai brand della moda per annunciare le nuove collezioni scopriamo che le soluzioni sperimentate avviluppano tradizione e innovazione in una ricerca di evenenziabilità che pur non fissandosi in un modello standard, nel nome dell’efficacia simbolica, traghettano il nucleo centrale da sempre costitutivo del fenomeno moda, sul quale possono crescere le passioni che le diffondono tra la gente.  download

 Prologo

 Milano, settimana della moda. Johnny Scorreggia, Minnie e Suzy, con ruoli diversi partecipano per prima volta al grande spettacolo delle sfilate pret à porter. Il primo è stato inviato dall’agenzia di RP con la quale ha un contratto a tempo determinato per relazionare sulle tendenze moda promosse dai brand più rappresentativi; la seconda ha un contratto di consulenza come creativa aggiunta (al lavoro dello stilista ufficiale), e partecipa alle sfilate in previsione di un cambio di marcia dell’azienda per la quale lavora: sbarcare a Milano con un evento all’altezza degli standard di una delle capitali della Moda mondiali; la terza è assistente marketing di un brand interessato a incrementare la propria notorietà partecipando fin dalla prossima stagione al calendario ufficiale della CNMI.

Johnny, Minnie e Suzy sono in città solo da qualche giorno ma un tempo sufficiente per dissolvere l’aura mitica che la settimana della moda aveva assunto ai loro occhi durante gli anni all’accademia, quando con internet, social e una pletora di immagini assorbite da ogni dove, ai tre amici sembrava quasi di conoscere l’essenziale delle tendenze stagionali anche se, senza averne piena coscienza in realtà ne assorbivano l’onda immaginaria che trasformava quelle sfilate in un desiderio, in un destino il cui target non era più la moda bensì la loro vita. 

Primo quadretto: chiacchiere in libertà

Johnny Scorreggia: A proposito, cosa pensate quando guardate una sfilata?

 Minnie: …..

 Suzy: …..

Da quando si erano incontrati nessuno aveva detto una parola. Forse perché frastornati dall’insensato traffico umano in prossimità dell’ingresso alla sfilata nel cortile del Museo nazionale della scienza.

 J.S.: Cioè secondo me nessuno pensa a niente. Possiamo dare per scontato che senza le quattro righe anoressiche dei comunicati stampa, tutti si perderebbero nello spettacolo cioè nelle proprie fantasie. A me pare che la sfilata sia diventata una delle cose più inutili…

 S: Perché inutili?

 J.S.: Dimmi solo a cosa pensi. Cosa arriva alla tua testa? Idee, piacere, noia…guardi, percepisci, senti…eppoi? A cosa serve una sfilata se i look non si trasformano in pensieri…

 M: Ma guardare è un po’ come pensare senza parole…

 J.S.: Mah! Il pensiero e sognare a occhi aperti sono forse la stessa cosa? Nel cervello succede la stessa cosa cioè gli stessi neuroni eccitati? Boh!

 M: No sogni. Emozioni. Pensieri che sono emozioni…

 J.S.: Quindi secondo te tutto si risolve in accumuli di cianfrusaglie nervose cioè rumori che può udire solo chi li mette in moto?

 M:  …..

 S: Cianfrusaglie?

 J.S.: Cosa te ne fai di emozioni che non provi tu e che non puoi conoscere? Mettiti nei panni di chi deve valutare l’utilità o meno di una sfilata. E quanto costa! Quella che ho visto nel primo pomeriggio, niente di che tra l’altro, un milione vicino a un milione è costata solo la sfilata voglio dire. Figuriamoci il resto. E che cazzo! Quanti stracci devo vendere per rientrare dei costi delle cianfrusaglie nervose…

 M.: Le emozioni mi dicono che sono presente. Grazie ad un look che rimescola il mio mondo interiore posso vedere meglio…

 J.S.: Prima non avevi detto che guardare è come pensare, adesso anche vedere è pensare?

 M.: …la bellezza. Si può guardare e non vedere niente. L’emozione apre lo sguardo e mi trascina verso quel qualcosa che a questo punto posso vedere…

 S: (si sta facendo un selfie con i vecchi amici) E le motivazioni dove le mettete? Le emozioni motivano cioè risvegliano l’interesse…

 J.S.: E tutta questa roba qua la chiamate pensiero? Cioè il rumore dei vostri neuroni che potete sentire solo voi, lo chiamate pensiero?

 M: …..

 S: …..

 M: E va bene. Vaffanculo. Chiamala pure pre-pensiero. Ma sono le emozioni che preparano la valorizzazione della sfilata.

 J.S.: Valori sospesi nel vuoto? O afferrabili con le parole? Fammi capire. Si lavora dei mesi sul concetto di una collezione, si investono tanti tanti money per presentarla, e alla fine ciò che stringiamo con le mani sono impalpabili emozioni? Cazzo e poi ricazzo, io qualche dubbio me lo porrei…

 S: Ehi! Belli! Non cominciate a litigare come a scuola! Guardate, stanno facendo entrare. Andiamo a vedere questa sfilata…tirate fuori i pass. Comunque la faccenda era interessante. Imparo un sacco di cose quando bisticciate eh! eh! eh!

2. Alcune immagini dell’Enrico Toti nello spazio antistante al Museo della Scienza di Milano, location della sfilata immaginaria narrata nel metalogo

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Secondo quadretto: improbabile decostruzione di una sfilata

 

 I tre amici, subito dopo la sfilata (l’ultima della giornata) camminano silenziosi lungo via …. Camminano trafficando con il proprio cellulare. Johnny Scorreggia sta guardando le foto che ha fatto della sfilata; Minnie e Suzy impugnano il cellulare con le due mani e con il movimento incredibilmente veloce dei pollici stanno postando immagini/messaggi. Come riescano a non urtare persone che arrivano in senso opposto, a non inciampare nei marciapiedi sconnessi, evitare il laccio del cagnolino della milanese che avanza come se la bestia che ha in rapidissima successione davanti, di fianco, dietro fosse fatta di atomi aeriformi (non compattati dai loro nuclei), come riescano, dicevo, a fermarsi al rosso, ad evitare le merde dei cani arricciolate come la parte superiore dei coni gelato sistemate verso la parte delle mura del caseggiato, come riescano con disinvoltura a rimanere connessi in strade arredate dagli ostacoli più imprevedibili, è un mistero. Due persone anziane, vestite come se la temperatura fosse quasi invernale e non intorno ai 22 gradi del momento, quasi si fermano al loro passaggio, e scuotono all’unisono la testa. Johnny Scorreggia è vestito come Sherlock Holmes interpretato da Jonny Lee Miller nel serial della CBS: giacca grigio topo troppo stretta e corta, sempre con il bottone di mezzo allacciato per ottenere gli sbuffi laterali, camicia con il colletto bianco arrotondato alla francese e il corpo azzurro decorato con minuscoli quadrifogli sbiancati, calzoni di fustagno marron chiaro senza risvolto e studiatamente accorciati per far risaltare lo scarponcino a due colori allacciato lateralmente con bottoni nero luccicante alto fino alla caviglia. Forse l’effetto straniante del look è dato dal berretto da aviatore che non si toglie praticamente mai e dagli occhialoni da pilota di sidecar anni trenta (come il berretto, comprati dopo lunghe ricerche in un negozio di cose andate). Minnie ha una gonna di tulle voluminosa a più strati di color viola scuro, un bustino correttivo da ospedale color pelle malsana che rinchiude una camicia di seta rosa pallido, dalle maniche voluminose; al collo e ai polsi un trionfo di bigiotterie di qualità, ai piedi stivali color testa di moro da cavallerizza. Ma ad attirare l’attenzione è sicuramente lo Schott tipo quello indossato da Marlond Brando nel film “Il Selvaggio” dalla taglia adatta a un giocatore di basket. Minnie è una fanatica di borse e cappelli. Oggi indossa una bombetta alla Charlie Chaplin e al posto della borsa ha scelto un piccolo coloratissimo zainetto a sacco in stile peruviano. Il viso è parzialmente nascosto da occhiali simili a quelli indossati da Uma Thurman nel film “Kill Bill” (rettangolari con gli angoli arrotondati e la bordatura gialla). Suzy invece sembra una via di mezzo tra una aggressiva manager in carriera e una delle tante pierrre che presidiano le sfilate. Calzoni larghi, neri lunghi fino a nascondere il tacco 10 delle sue scarpe a punta, rigorosamente nere. Camicia bianca di seta, molto stretta, con i bottoni slacciati fino all’imboccatura dei seni. L’unica stravaganza è la cravatta bordot corta e molto larga con un nodo grande come una pera sistemato per nascondere il perturbante canalino lasciato scoperto dai bottoni slacciati della camicia (Suzy, pur sentendosi coinvolta da sempre in una specie di guerra mai dichiarata con l’altro sesso, è stranamente sempre andata fiera del potenziale incantatorio delle sue tette tra il pubblico maschile). Sopra la cravatta trionfa una preziosa, voluminosa spilla del vecchio Bulgari, fonte di eccitanti gridolini e domande spesso cretine tra il pubblico femminile. Ovviamente una giacca a bolero corta e stretta con i revers in seta nera provvista di un minuscolo aderentissimo corpetto (ovviamente nero e da lasciare sempre aperto) completano il look. Bisogna aggiungere che per l’occasione Suzy si è lasciata convincere da Johnny ad indossare un vecchio Borsalino reso avventuroso dall’amico con l’aggiunta di un foulard lungo e stretto coloratissimo che copre la fasciatura centrale esterna originaria.

Arrivati a un bar con tavolini e sedie fuori, decidono di improvvisare un breve Happy Hours prima di rientrare in albergo per prepararsi a partecipare alla festa post sfilata di un famoso brand, del quale non avevano potuto entrare alla sfilata ma che grazie all’intraprendenza di Suzy e alla sua abilità di spacciarsi per blogiornalista erano in possesso dei biglietti invito per l’evento notturno e Johnny a questo punto dice spegniamo per mezz’ora il cellulare nemmeno per sogno risponde Minnie meglio morta aggiunge Suzy e allora si siedono con i tre smartphone sul tavolino come fossero il loro terzo occhio che li fa essere sempre connessi con il mondo pensano mentre in realtà la sua necessaria presenza forse dipende più dal fatto che come una protesi del corpo è disceso in loro più in profondità di quella che possono raggiungere gli organi naturali della visione a contatto con il mondo…

 J.S. (dopo aver bevuto in un sorso mezzo bicchiere di birra allungata con gin da quattro soldi, una disgustosa invenzione della quale va fiero): Alla festa di stasera ci sarà qualcosa da mettere sotto i denti?

 M. (Sta guardando con sospetto il calice di formicolante prosecco davanti a lei): Io non ci conterei troppo. Ho sentito commenti vari. Per niente positivi…

 S. (Ha scelto un bicchiere di vino rosso, perché contiene meno solfiti le hanno declamato una volta, un Pinot nero molto buono si fidi di me ha detto il barista, e lei pur non fidandosi ha risposto sì va bene): Dipende da che ora entriamo. Un po’ di roba ci sarà senz’altro…roba da catering per eventi con centinaia di invitati…nell’invito c’è scritto che sono a pagamento solo le consumazioni di superalcolici. Niente di che ma saremo a 10 Corso Como, uno del luoghi cult se sei a Milano ma anche una buona occasione per incontrare gente del settore e di annusare ciò che sta succedendo…

 M. (reagisce al primo sorso di prosecco infilandosi subito in bocca arachidi salatissime): Tutto vero. Alla sfilata di questa mattina, la fashion blogger che avevo di fianco mi ha detto che secondo lei le sfilate non contano più nulla. Internet ha cambiato tutto. Le feste invece servono alle pierre dei brand per intercettare l’umore di ragazze e ragazzi come lei cioè blogger per sapere se hanno postato le immagini sui social, quanti like hanno avuto (si interrompe per bere un sorso di prosecco seguito da altre arachidi), di solito io non dico niente alle sfilate, mi ha detto, ma nelle feste sai mi sento più a mio agio e mi apro…

 J.S: Aveva ragione. Avete visto quanti blogger c’erano stasera? Molti più dei fotografi. Tutti quei cellulari sempre puntati sui modelli! Internet ha cambiato tutto…

 M.: Si certamente! Ma in meglio o peggio? Non sono mica sicura. Lo so, indietro non si torna ma se io presentassi una mia collezione preferirei conoscere le critiche di giornaliste vere. Forse nelle sfilate dei big sono ancora trattate con rispetto e reverenza. Non lo so. Non mi hanno fatto entrare. Però alle sfilate che ho potuto vedere mi hanno fatto quasi tenerezza con il loro blocchettino di appunti in mano circondate da ragazzi e ragazzi che potevano essere i lori figliocci arroganti inespressivi eretti come se fossero loro lo spettacolo mentre in realtà il fatto che non aprano mai bocca significa solo l’impossibilità di dire cose sensazionali e paura di esternare stronzate …

All’improvviso un extracomunitario di colore si avvicina ai conversanti con le mani raccolte davanti a sé nel gesto della preghiera emettendo suoni oscuri che vorrebbero comunicare qualcosa che nessuno comprende fino a quando non distende la mano con il palmo rivolto verso l’alto… Johnny Scorreggia volta la faccia verso il traffico e conta le macchine che passano, Minnie mette le mani nella tasca dello Schott e pone un euro sul palmo che ondeggia davanti ai suoi occhi, Suzy fa un sorriso e allarga le braccia per significare che non ha nulla e il nero invece che ringraziare andarsene rimane immobile di fianco ai conversanti che non conversano più e guarda fisso Johnny Scoreggia che conta le macchine mentre con la mano sembra proteggere il cellulare sul tavolino Suzy allarga ancora le braccia Minnie si infila in bocca arachidi e guarda il cellulare mentre il nero resta immobile…poi di scatto se ne va accompagnando i sui passi con suoni gutturali che i tre non comprendono ma il cui senso vagamente intuiscono…

 M.: Prima o poi la moda dovrà riscoprire il valore delle parole…

 J.S.: Seh! La guerra con le immagini le parole l’ha persa da sempre. Nella moda voglio dire. Ma scusa non eri tu prima che teorizzavi il primato delle emozioni? Le parole di solito annoiano, le immagini ci danno piacere…E poi anche tu hai sempre lo smartphone in mano…

 M.: Mi riferivo alla sfilata e non all’analisi dei look! La sfilata deve emozionare. Ma a me stilista serve anche l’approvazione di chi conosce la moda e può comunicarne i valori alla gente in modo che li capiscano. Io non ho mai conosciuto fashion blogger amanti della critica. Loro amano solo se stessi, amano esibirsi e quello che ci offrono sono autoscatti con addosso i nostri vestiti interpretati come vogliono loro. Per una Chiara Ferragni sicuramente geniale anche se mi sta sulle palle, ci sono migliaia di fashion blogger che inquinano il sistema inondandolo di foto insulse…La rivoluzione digitale sta avvenendo all’insegna del Vieni avanti cretino!…È vero, non mi separo mai dal cellulare, ma non lo utilizzo per dire o postare stronzate…Cerco di essere responsabile…

 S.: Sarà come dici tu però sui social comandano loro. E poi a me non mi pare che il resto della società abbia aspettato la moda per ubriacarsi con un mare di immagini…La prevalenza del cretino ha una storia profonda…

 Un’altro nero è arrivato silenzioso al tavolo dei tre e li fissa immobile non dicendo una parola Johnny Scorreggia torna a contare le macchine infilandosi in tasca il cellulare, Minnie meno convinta di prima fa lo stesso gesto di prima per cercare monete che non trova, Suzy ne approfitta per terminare il vino raccomandato dal barista e fa finta di aver ricevuto un sms il nero resta fermo e immobile secondi che sembrano non finire mai e allora Suzy dice che li ha interrotti e che non hanno monete e che è il secondo poi si alza con il cellulare in mano per andare a ordinare un altro bicchiere di vino Minnie passata ad esplorare lo zainetto estrae una timidissima moneta da 50 centesimi e la porge al nero immobile che la prende con una smorfia e resta immobile a fissarli Suzy torna e per sedere deve chiedere al nero permesso ma lui rimane immobile e allora gli gira intorno siede e chiede a Johnny se ha una sigaretta il nero si allontana e a tutti e tre pare di udire stronzi …

 S.: E allora cosa ne pensate della sfilata che abbiamo visto? Adesso è il momento di concettualizzare vero Johnny? Prima le emozioni poi il pensiero ah! ah! ah!

 J.S.: Divertitevi pure ma io rimango della mia opinione…Comunque a me è piaciuta. Quasi quasi mi sono emozionato…Peccato per le musiche zingaresche…

 M.: Scusa tanto ma quali emozioni? A me quell’enorme suppostolone d’acciaio dall’aria truculenta mi ha dato l’ansia…E poi era Dvorak le musiche voglio dire, l’unica cosa che salvo…

 J.S.: Ohcazzo! Allora non hai capito niente. Il sommergibile Enrico Toti è una gran figata. Cinquanta metri di tecnologia, di avventura, di mistero. Gli effetti luminosi sono stati fantastici…Lo spirito della collezione è venuto fuori bene…Un set indovinatissimo…

 M.: Seh! Indovinatissimo. Ma fammi il piacere! Quella luce azzurrognola dominante aveva qualcosa di sinistro. E tutti quei giacconi e giacche lunghe ma chi li compra! Per l’estate poi? Lo stile marinaretto/marinaretta a me sembra per ritardati mentali. Dimmi cosa c’entra con la contemporaneità? E quei dettagli decorativi da film di costume dei tempi di mia nonna li avete visti? Irritanti. Guarda, voglio essere buona salvo anche alcuni abiti femminili che però non mi sembravano c’entrare nulla con la collezione…

 S.: No! Sbagli. Sei prevenuta perché a te non piace lo stile marina. Cerca di ragionare senza mettere davanti a tutto ciò che piace a te. Ha ragione Johnny, per un brand che si chiama “Corto Maltese” il set non era male. L’azzurro di cui parli poteva essere il mare all’imbrunire. L’aria di mistero e di avventura c’entra con il personaggio, con le sue storie…Credo.

 M.: Va bene va bene faccio ammenda. Mi ero scordata che il brand riprende il nome proprio di un eroe dei fumetti. Sì adesso capisco la scelta del set…Una specie di rinforzo simbolico per far sì che la collezione raccontasse una storia. Okay, okay la gente ama le storie perché emozionano…Non ci sono arrivata subito perché da bambina non ho mai letto un fumetto di quel tipo e il suppostolone mi ha depistata…

 J.S.: Fumetto? Ma stiamo parlando di grapich novel…roba che leggono soprattutto adulti. Da adolescente mi sono emancipato da mio padre che leggeva Tex Willer scoprendo Hugo Pratt mentre i miei amici erano tutti per gli eroi Marvel. Un giorno mentre a tavola stavo sfogliando un corto appena comprato, lui mio padre, strizzando l’occhio a mia madre cominciò a rompermi le palle chiedendomi se mai stavo diventando una checca. Io allora ero timido ma gli risposi che Corto Maltese invece che farsela con Kit Carson o con Tiger o con entrambi, quindi notate bene gli rimandavo l’accusa, trombava donne bellissime che con il suo Tex non avrebbero nemmeno preso un caffè tipo Pandora, Ipazia, Shanghai Lin, Madame Java, Bocca d’Orata…Eh sì! Forse ho cominciato ad uscire da quella specie di ingorgo che è l’adolescenza grazie a episodi come quello che vi ho raccontato…

 S.: E chi era la tua preferita?

 J.S.: Bocca d’Orata, naturalmente…

 S.: Tutto un programma…Come dicevano gli antichi, nomen omen..

 M.: Che stronzo che sei…Meno male che i miei mi hanno fatto innamorare dei libri illustrati e non di fumetti…o scusami di graphic novel…A essere precisa quello che ricordo con più affetto è un vecchio libro illustrato regalatomi dalla mia nonnina, Tea Patata…

 J.S.: …..

 S.: …..

 J.S.: …Patata nel senso di fica?

 S.(piegandosi in due): …Ah!ahah!…Uh!uh…Ah!ah!ah!….

 M.: Quanto sei cretino, c-r-e-t-i-n-o, Tea Patata è una bellissima storia scritta da una tale Zillotta, secondo me ancora attuale. Ricordo che i disegni erano in bianco e nero evocavano gli anni sessanta, uno sballo quel decennio, e io li colorai e poi li disegnai più belli cioè con abitini più conformi alla Tea che mi immaginavo, hippy ma anche chic. Forse il mio destino professionale è cominciato con quel libro…

 J.S.: Vabbè, vabbè…Comunque non avete capito niente. Corto Maltese era un dandy affascinante che non aveva bisogno di darsi da fare. Magnetizzava le donne tutte le donne che incontrava …E poi mica gliela davano sempre, anzi il più delle volte cercavano di farlo fuori, un po’ come fate voi due con i malcapitati che vi capitano a tiro…

 M.: ….

 S.: ….. Si vede che se lo meritano…

 M.: Magnetizzava… A me pare che abbia magnetizzato il tuo cervello da gorillino che se la tira. Ma che cazzo c’entrano le tue paturnie con la sfilata?

 J.S.: C’entrano, c’entrano, come le tue del resto. Gli abiti che ti sono piaciuti non fanno parte della collezione. Sono abiti creati per rendere suggestiva la storia raccontata dalla collezione. Le modelle interpretavano le donne di Corto. Raccontare storie, ragazze, questo è il segreto, raccontarle bene. Non è quello che avete detto prima?

 S.: Abiti che non si vendono quindi. Mmmm..non so se li farei passare…

 J.S.: Sei la solita markettara. Se sono le storie raccontate bene a scatenare tumulti passionali tu che fai? Presenti semplicemente abiti in un mondo dove ce ne sono tanti e troppi pretendendo che la gente si emozioni solo perché c’è il tuo marchio? E poi chi ti dice che una blogger con 100 000 follower, una attrice non ancora superstar, una escort da copertina di riviste per donne frustrate, non vedano nella mise di Bocca d’Orata il loro look del momento…Pensa alla comunicazione integrata, al potenziale virale. E poi sono pezzi unici che riverberano sul resto della collezione di abiti seriali l’aura dell’artigianalità…

 S.: Uuuh! Hai ragione. Fateli produrre subito, li voglio anche nelle vetrine del mio flag..

 J.S.: Ipocrita!

 S.: No! Flessibile. Grazie per il suggerimento. Ora sei licenziato ah!ah!ah!

 M.: Suzy non dargli corda. Non vedi che cerca in ogni modo di convincerci. Per me basta quel suppostolone da incubo per riverberare come dice lui un’aura di grigiume su tutto, abiti compresi…

 J.S.: Ehi! Se hai problemi con i grossi simboli fallici è difficile farti capire che…

 M. Che cazzo c’entrano i simboli fallici? Ma che c-a-z-z-o c’entrano i simboli fallici… Guarda che non siamo più a scuola e sono stufa delle tue provocazioni sessiste…

 J.S. (con un sorriso preoccupato): Sessismo? Ma sei fuori? Hai letto troppi articoli su #Metoo e soprattutto li hai interpretati male, io volevo solo dire…

 M. (alterata): Cerca di usare un linguaggio meno molesto. Le tue metafore maschiliste sono moleste. Cazzo, arriverà un bel scandalo sessista anche nel mondo della moda per fare un po’ di pulizia…

 J.S: Polizia, un po’ di polizia vuoi dire…

 Avete delle monetine, dice una voce rauca dietro le spalle di Minnie che si volta e si trova la faccia di un nero chinato come uno che vuole confidarti un segreto e dice di scatto Nooo non ce l’ho la monetina non vedi che stiamo conversando! e si volge di nuovo verso gli amici ma il nero rimane lì immobile Johnny si alza per dirgli che le monetine se le può mettere in quel posto Suzy dice solo Johnny sta calmo ottenendo l’immediata trasformazione dell’amico in una isterica caricatura di uno spietato leghista della bassa veneta e allora cerca di attirare l’attenzione del barista che invece si concentra a ripulire il bancone come se fosse stato improvvisamente lordato da pensionati con il Parkinson che bevono un cappuccino senza schiuma pieno fino all’orlo mentre nel bar non c’è nessuno il nero è grosso anzi imponente immobile e resiliente alle minacce fino a quando Johnny prende il cellulare per telefonare ai vigili e allora con un respiro che purifica 2 metri cubi di O2 inquinata si gira di lato allontanandosi lungo il marciapiede poi si volta guarda fisso i tre muovendo leggermente le labbra e se Johnny sapesse leggere come Jonny Lee Miller alias Sherlock Holmes i movimenti della bocca saprebbe con certezza che li sta mandando affanculo …

 M.: Mi spiace tanto è colpa mia dovevo stare zitta…

 J.S.: Se l’è cercata. Quanto mi fanno incazzare quando se ne stanno lì immobili come ebeti…

 S.: Proprio una bella tattica Marketing, restando immobili e facendo finta di non ascoltare quello che dici ti sfidano a prendere a calci la tua educazione. In questo modo, dopo, ti senti una merda e forse quando ti ricapita davanti invece di un euro gliene dai due…

 J.S.: Beh! Io non mi sento di sicuro una merda…

 M: Io sì, e mi piacerebbe che anche voi condivideste questo sentimento…

 S.: Dai terminiamo i discorsi sulla sfilata, tanto tra 10 minuti ne passerà un’altro così potrai purificarti ah!ah!ah!

 M.: Come sei cinica. Non mi era mai capitato…è come scoprire che c’è un’altra Minnie dentro di me…

 J.S.: Approfitto della situazione down di Minnie per dire quello che penso del suppostolone. Il sommergibile, la sua stazza mi ha fatto riflettere sul gigantesco. Voglio dire che se il contesto generale della sfilata fa di un oggetto enorme qualcosa che si connette con la storia che raccontiamo allora il fatto che sia fuori misura diviene un catalizzatore evenemenziale…

 S.: E questo cosa significa?

 J.S.: … significa che aumenta la percezione di esserci e il sentimento di vivere un’esperienza. È come se il carattere gigantesco dell’oggetto lo trasformasse per un po’ in una via di mezzo tra un enorme totem e una rappresentazione simbolica che certifica il valore della storia che vogliamo raccontare…

 M. (Guardando Suzy): Io non ho capito un cazzo e tu?

 S.: Come te. Scusa Johnny ma perché allora non lo fanno tutti i brand?

 J.S.: E chi ha mai detto che non lo fanno? Secondo te perché tutti cercano location strane?

 S.: che domanda! Per sorprendere, per non annoiare…

 J.S.: Ammetto che è una ottima risposta. La noia per chi tutte le stagioni deve sorbirsi un centinaio di sfilate è un problema. Vi sarete accorte anche voi del calo di concentrazione che subiamo nelle sfilate ripetitive. Non basta cambiare decorazioni in una sala dove hanno sfilato altri per mantenere alta l’attenzione…Allora, una location indovinata trasforma la sfilata in evento. E se la location si compenetra con il tema, la storia che racconta la collezione allora diventa tremendamente efficace…

 M.: …Sta storia che come creativa devo perdere tempo con queste strambe teorie sullo spazio che accoglie le mie creazioni mi fa incazzare. Ma perché non basta più fare abiti onesti leali belli. Insomma sono nuovi, indossati da modelle e modelli scelti tra i ragazzi più interessanti della loro generazione, ho delle brave vestieriste, truccatrici…Ti dò anche della buona musica. What else?

 J.S.: Beh! Con solo quella roba lì puoi fare, come dici tu, una onesta leale sfilata commerciale. Peccato che non serva più a un cazzo…

 S.: Questo lo dici tu! Armani detesta le delocalizzazioni e le messe in scena stravaganti e non mi pare che faccia sfilate banalmente commerciali. Io ho provato ad entrare ma non c’è stato niente da fare, ma quanta gente c’era!

 J.S.: Ma l’hai mai visto il teatro che gli ha fatto Ando? Hai mai visto l’enorme schermo che fa da sfondo alle sfilate? E la passerella che si illumina quando ci camminano sopra le modelle? Spettacolo puro spettacolo anzi cinema…

 M.: Quello che mi deprime in tutti questi discorsi è non capire più qual’è il ruolo della creatività. Intendo quella degli stilisti…gli abiti, i look…

 S.: Se c’è è meglio no! Ma non basta più fare abiti belli, nuovi…Daiii l’abbiamo sempre saputo fin dai tempi della scuola. Ma tu hai sempre disprezzato il marketing, non a caso mi chiamate markettara. Oh! Bisognerà che vi adattiate al mondo in cui viviamo. Le lezioni di Storia della moda che avrete seguito anche voi le consideravo inutili e deludenti. Ma chi se ne fregaaa delle leggi suntuarie del Medioevo e tutte quelle cazzate sugli stilisti raccontati come se fossero figurine dell’albo Panini. Ma io credo di aver capito una cosa, malgrado tutte le cretinate che ho dovuto ascoltare: la moda che vince è quella che si adatta al tempo in cui opera. Beh! Io penso che con le sfilate succeda la stessa cosa, gli stilisti o chi per loro sanno che devono parlare al loro tempo e se ci riescono vincono cioè vendono…

M. (Alzandosi): Mi sento svuotata scusatemi, te faccio finta di non averti sentito. A parte il fatto che Storia della Moda era la mia materia preferita non so proprio cosa significhi adattarsi al proprio tempo. Come faccio ad essere creativa e adattarmi…a chi e a cosa? E tutti gli stilisti visionari che dovresti conoscere ma non conosci perché per te tutto quello che risale a più di dieci anni fa non esiste, dove li metti? Tra i disadattati di successo? Il tuo ragionamento sembra logico ma nei desideri della gente non c’è nulla di logico. È il desiderio che ci fa essere creativi e il desiderio rompe gli schemi ma questo significa però che da qualche parte gli schemi devono esserci e bisogna conoscerli altrimenti il desiderio cosa rompe?

 J.S. ( Alzandosi di scatto): Allora, cioè volevo solo dire una cosa. Internet sta cambiando tutto no! Siamo tutti d’accordo no! E che cazzo sta succedendo ora? Si perché chi paga la nostra settimana milanese prima o poi ce lo chiederà. Che cazzo succede ora? Ha ragione Minnie cioè appaiono gli schemi cioè l’ossatura del passato che non vuole scomparire cioè la vecchia sfilata tradizionale, quante ne abbiamo viste no! Noiose malgrado i decibel, ripetitive malgrado gli abitini si fa per dire nuovi, cadaveriche malgrado gli applausi finali, sfilate per vecchie trombone del giornalistese cartaceo e per buyer in via di estinzione, ma è anche un rituale che rassicura e costa il giusto…

 S.( Alzandosi lentamente): E allora? Cosa dobbiamo fare secondo te? Cosa dovrei dire alla mia capa? Sentiamo…

 J.S.: Adesso viene il bello! Cosa bisogna fare? Sfilate che reagiscono alla viscosità del web, che non si fanno vampirizzare facilmente dal quel mostro assetato di immagini che è il web, sfilate che se anche le vedi in internet capisci che ti sei perso l’essenziale, che il corpo è importante…Ragazze l’idea me l’avete data voi con le chiacchiere prima della sfilata…Il corpo sono le emozioni, vabbè questo lo sanno tutti, ma cosa ti rende consapevole della emozione che sentì? Possiamo amplificare questo effetto e puntare a sfruttare la consapevolezza di essere consapevoli di provare questo o quest’altro? l’evento presentifica il corpo, quando è veramente evento e non pseudo evento consapevolizza le emozioni, cazzo questa è l’idea!

 M.: Una specie di anfetamina dello spazio, cioè droghiamo lo spazio alterandone l’espressività per esponenziare l’emotività… sembra fantamoda…Fammi dei nomi!

 J.S.: McQueen.., per esempio McQueen…Vi ricordate i video che faceva vedere quel prof, l’avete avuto anche voi no!, che usava paroloni strani che ci facevano incazzare e che a lezione ci faceva vedere immagini con il contagocce per costringerci a pensare diceva facendoci incazzare ancora di più…Vi ricordate cosa diceva? Non guardate solo le cose della moda imparate a mettere a fuoco i processi, il come la moda agisce, la modazione ragazze, lo stronzo diceva così “ragazze” come se noi maschi non esistessimo. Ma aveva ragione, ora lo posso dire…Beh! Vi dico che ho visto e rivisto le sfilate di McQueen su YouTube e ogni volta nasceva in me lo struggente desiderio di poter tornare indietro nel tempo e trovare il modo di vederle live, tra il pubblico. Ero grato a Internet perché potevo averne un assaggio ma mai e poi mai mi ha sfiorato l’idea che il web potesse liquidare l’autonomia dell’evento. Quelle sfilate facevano ritornare il web un semplice strumento di comunicazione e non un mondo a parte con la pretesa di rimuovere quello vero, ruvido a volte ma l’unico che riesca a coinvolgere tutto il nostro corpo…

 S.: …E io che volevo terminare il mio report proponendo di fare la sfilata solo on Line. Mi dai da pensare…

 M.: Io invece voglio proporre alla mia azienda di sbarazzarsi di tutto, solo modelle e abiti come un tempo…Togliere anche la musica…Basta drogare gli spazi della moda. La vostra consapevolezza della consapevolezza emotiva sembra produrre qualcosa che assomiglia a un’allucinazione e non a esperienze di immaginazione creativa applicate all’oggetto della moda…

 J.S.: Alt! Fermi tutti…Io non volevo proporre un modello dogmatico. Però se tu mi trasmetti solo on Line una sfilata normale, ripresa frontalmente con qualche sventagliata laterale e gli immancabili primi piani, mi dici come ti distingui? Ti chiami Chanel? Fai sfilare il cast del Trono di Spade nano compreso? Mi dici chi ti caga? Chiedi a Chiara Ferragni di passarti i suoi 10 milioni di followers? Quanto ti costa? Che messaggio dai?

E tu Minnie chi inviti alla tua monacale sfilata? Sei sicura di avere una creatività così potente da reggere il silenzio scenografico e tecnologico? Gli abiti da soli non vanno da nessuna parte…

 M.: Questo lo dici tu!

 S.: Ma allora tu che faresti al mio posto?

 J.S.: Se reputassi che è Internet il luogo nel quale voglio ritagliarmi un ruolo importante farei un film pensato per il web e non semplici video che fanno tutti…

 S.: Un film?

 M.: A questo punto perché non ci suggerisci di andare a Hollywood!

 J.S.: I video stanno spopolando sul web. Diventeranno il linguaggio standard della rete. Per film intendo qualcosa di creato ad hoc per il web e non qualcosa che si muove da infilare nel web. Una storia non una specie di documentario…Cercati nel web Showtime di Nick Knight…

 S.: Chi? Il fotografo che fa foto strambe?

 J.S.: È riduttivo chiamarlo fotografo. Sono anni che sbandiera in giro che il futuro della moda sono i video. Potete cominciare col guardare i film per Gareth Pugh utilizzati al posto della sfilata…

 M.: Ma allora tutta l’enfasi sul corpo, sulle emozioni di prima, che fine ha fatto?

 J.S.: Guardatevi i film anzi i webfashionfilm e poi capirete…

 S.: Visto che fai l’esoterico e che si sta avvicinando un’altro nero, proporrei di andarcene subito in albergo a meditare…Non ho voglia di essere importunata nuovamente.

 M.: Andate voi, io rimango ancora un po’…

 J.S.: Nooo non ci credo!…Vuoi espiare…Non ci credo.

 M.: No! Voglio essere solo me stessa….Andate!

 S.:…..

 J.S.: ……

 M.: Andate! Ci vediamo stasera alla festa…

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3. Il momento per me più emozionante di un’indimenticabile sfilata di Alexander McQueen (1999)

 downloadTerzo quadretto: festa e dintorni

 

 10 Corso Como, il concept store inventato da Carla Sozzani, quella sera era tirato al lucido come nelle grandi occasioni. Reinbiancato di recente, esibiva fin dall’ingresso e soprattutto al suo interno un tessuto organico floreale fluido, vitale, pulsante per via delle luci sapientemente distribuite come se le piante partecipassero alle chiacchiere, ai gesti, ai movimenti degli invitati. Con molta più grazia devo dire. In realtà quella sera c’erano due feste. La prima nello spazio a sinistra del vecchio cortiletto. La seconda sotto l’ampia tettoia che copriva lo spazio di mezzo tra il bazaar e il ristorante.Nella prima dominavano giovanissimi blogger, alcuni vestiti in modo strambo, molti asiatici, tutti con il cellulare in una mano e il bicchiere nell’altra. Quasi nessuno parla, in attesa che qualcuno si accorga di loro e che l’alcol faccia effetto. Nella seconda, il pubblico dominante erano giornaliste e buyer della vecchia guardia, già in conversazione e con i borsoni pieni di cartelle stampa parcheggiati sulle poche sedie a disposizione degli invitati. Minnie è la prima ad arrivare. Si è cambiata la gonna, ora infatti indossa un tulle rotondeggiante nero con sopra un vecchia camicia di Ferrè, quello vero, bianca ovviamente e con ampie maniche sbuffanti. Al posto della giacca ha scelto di mettersi un giubbotto di jeans Moschino vintage al quale ha tolto le maniche sovrapponendo intorno alle quattro taschine lungo le cuciture una stoffa in rilievo di raso nero. I bottoni d’orati completano il restyling del Moschino scovato nel suo guardaroba postadolescenziale. Al collo porta un voluminoso collier di false perle nere tenute insieme da una sottile struttura di metallo annerito. La gonna di tulle è un po’ più corta di quella che ha indossato durante il giorno. Ai piedi emergono minacciosi degli anfibi neri, alti quasi fino al polpaccio legati da cordonetti dello stesso raso nero che decora i contorni delle taschine dell’ex giubbottino di jeans. Non porta calze e prevedendo che circa 10 cm di tibia rimangano sempre scoperti, per non parlare di quando seduta accavallerà le gambe, confida nel residuo di abbronzatura rimastale dall’esposizione solare prolungata delle vacanze. Mentre attraversa il cortiletto un blogger, subito imitato da un collega, scambiandola per chissà chi le fa una foto. Johnny Scorreggia arriva qualche minuto dopo e non se lo caga nessuno. Del suo look di giornata è cambiata solo la camicia. Per la serata ha messo l’ultima rimasta pulita, azzurra con il colletto così piccolo e rigido da non sopportare una normale cravatta che tra l’altro non indossa mai. Appena arrivato a malincuore si toglie il berretto di aviatore e lo infila nella borsa quadrangolare da caccia o da pesca legata di traverso, dalla spalla sinistra al suo fianco destro, per poter estrarre con il minimo sforzo il contenuto che per quella sera si riduce al cellulare quando la prevista ressa sconsiglierà l’utilizzo delle minute tasche della giacca che tra l’altro non ha mai liberato dalle cuciture che ne proteggevano l’aderenza prima di essere venduta. Usando la testa come un periscopio cerca con lo sguardo le amiche. Vede Minnie già seduta ad un tavolo, sbracciarsi guardando nella sua direzione ma indugia nel rispondere allo stesso modo, poco consono al contesto, pensa. In realtà Minnie sta cercando di attirare l’attenzione di Suzy che arriva da dietro, supera Johnny senza accorgersene e raggiunge l’amica con la quale dopo i bacetti intreccia immediatamente una conversazione che a una persona normale apparirebbe quasi un avvenimento, come quella tra due amiche che non si vedono da un pezzo, mentre si tratta semplicemente di routine fonetiche e cinestetiche per esibire una disinvoltura che non provano, ma che gli altri devono riconoscere.

Where is the exibition? Dice una voce dietro di lui probabilmente rivolta a qualcun altro, I am seeking the exibition of Sarah Moon chiede una ragazza a una blogger che la guarda fissa ma non risponde e allora Johnny sfiorandole con delicatezza la spalla attira su di se l’attenzione e con il braccio e l’indice in posizione deittica indica la scala che porta alla Galleria ma la ressa dei presenti è tale che la decina di metri che separano i due dai piani alti sembrano un problema allora Johnny rischiando di farsi rovesciare addosso i bicchieri che tutti tengono nell’unica mano libera dal momento che nell’altra vi è come innestato il cellulare, senza chiedere permesso a nessuno si apre uno stretto sentiero fino ai primi gradini con la ragazza attaccata al suo corpo mentre con la coda dell’occhio può vedere le facce sorprese di Minnie e Suzy che lo guardano e la musica ambient in quel momento gli sembra stranamente conforme a ciò che sente dentro. Johnny Scorreggia non può sapere che le amiche stanno guardando intensamente esclusivamente la ragazza che appare ai loro occhi allo stesso tempo diversa da tutti e straordinariamente inelegante per via del giubbotto da fotografa reso sgraziato dalle tasche rigonfie di tecnologia indossato sopra un abito da sera con il collo rialzato che per via della ressa non possono vedere integralmente, però anche in quel caso non sarebbe sopravvissuta alla negatività dello sguardo delle due amiche dal quale prendono origine i loro commenti che dopo un lungo peregrinare aggiusteranno a livello della coscienza l’effettiva valenza del look messo a fuoco ribaltando in molti casi il giudizio iniziale. Così come Johnny Scoreggia non può aver colto il senso della situazione createsi con la misteriosa fotografa. Il rumore e la ressa avevano narcotizzato l’efficienza delle mappe neuronali della sua corteccia prefrontale impedendo che avvenisse la trascrizione verbale delle mappe più profonde collocate dai neuroscienziati nel tronco encefalico superiore, ovvero non era apparsa in superficie della sua autocoscienza un’espressione muta tipo urka che gnocca! o qualcosa del genere che pur nascondendosi all’altro avrebbe generato routine comportamentali a rischio di una reazione prudente se non difensiva nella ragazza. Il dominio provvisorio delle mappe neuronali più profonde interamente emozionali aveva generato invece empatia e disinvoltura interpretate dalla ragazza come un sincero piacevole aiuto per raggiungere la sua meta cioè la mostra, mentre per Johnny era quell’aderenza che sentiva dietro di sé a renderlo così efficiente tra la ressa mentre la meta di tutto ciò gli restava sconosciuta…

 

…Sono passate più di tre ore. Molti blogger attratti da altre feste se ne sono andati da un pezzo. Le giornaliste ferite da una giornata faticosa hanno raggiunto i loro alberghi. Rimane un numeroso pubblico tra i quali si distinguono per l’accuratezza del look ragazzi e ragazze asiatici all’inizio respinti all’ingresso per mancanza di inviti o pass ma poi, dopo ore, alla spicciolata, fatti entrare in piccoli gruppi.

Minnie e Suzy, un po’ ubriache, hanno raggiunto l’enorme terrazza giardino dalla quale osservano il possente abbraccio del grattacielo UniCredit che domina lo skyline di quel lato del panorama. Suzy continua a guardarlo a lungo cercando nella propria memoria il ricordo dell’altezza della torre. Minnie distoglie quasi subito lo sguardo dai 231 m di cemento, acciaio e vetro per dedicarsi a piani sequenza interrotti e continuamente ripresi del giardino, cercando di seguire la logica decorativa degli organismi artistici creati da Kris Rush che ai suoi occhi trasforma la pletora di piante in un disegno unico…

 S.: Allora ti sei divertita?

 M.: Sai benissimo che per me 10 Corso Como è un luogo magico. Carla Sozzani è un genio e a suo modo un’artista come Kris…

 S.: Mah! Pare che ora non abbia più il controllo che aveva in passato…

 M.: Non mi interessano le questioni finanziarie. La sua impronta c’è ancora ed è questo che conta.

 S.: Faresti la tua sfilata qua?

 M.: Di corsa! Ma solo se Carla Sozzani assumesse l’onore della direzione creativa. Chi meglio di lei potrebbe interfacciarsi con il genius loci….

 S.: Sempre del parere di prima?

M.: Si, mi attira la visione di una moda che torna alla semplicità delle origini. Basta con il doping spettacolare…Ne ho parlato con una vecchia giornalista e mi ha fatto piacere osservare che mi ascoltava con attenzione…

 S.: Quella signora elegante vestita Armani?

 M.: Si, abbiamo visto la mostra di Sarah Moon in galleria insieme. È una che ne sa tanto di moda. L’avevo urtata mentre cercavo di prendere un bicchiere di vino quando tu sei andata tra i blogger e mi ha detto ci vada piano signorina siamo solo all’inizio e io ho risposto che era solo il terzo e lei allora mi ha chiesto se scrivevo e io ho risposto che preferivo disegnare una buona illustrazione vale più di tante parole ha aggiunto e a questo punto ho dovuto chiarire che sono una stilista. Allora abbiamo parlato delle sfilate anzi parlava solo lei che aveva visto tutte le più importanti e io no e mi ha detto che tutti stavano scopiazzando Gucci male. E poi ha aggiunto che tutto questo clamore generato da Alessandro Michele proprio non le va giù. Secondo lei Anna Piaggi di cui non so nulla a parte le doppie pagine su Vogue aveva già anticipato tutto da un pezzo. Mi ha detto che quando Anna Piaggi arrivava alle sfilate molti la prendevano come una esibizionista all’ultimo stadio, mentre i suoi look erano molto più creativi di quelli in passerella….Cosa volevo dire…scusa mi sono persa…ah! Si, mi ha detto che le mie idea sulla sfilata sono interessanti e che c’è bisogno di una reazione contro la moda anfetaminica…Beh! Non ha usato proprio queste parole però il senso andava a parare proprio lì. Poi siamo andate a vedere la mostra…

 S.: A me Sarah Moon non fa impazzire. Ha uno stile troppo riconoscibile e ripetitivo…

 M.: Io adoro il suo stile…Comunque dovresti vedere la mostra. Sono immagini molto diverse da quelle che pensi tu rifacendoti al suo lavoro per la moda..

 Avete una monetina, una monetina prego dice qualcuno dietro di loro con una voce roca, facendole voltare di scatto e così incontrare la faccia sorridente di Johnny Scorreggia con la mano in avanti con il palmo all’insù…

 M.: Sei il solito cretino! Dove eri finito?

 S.: Sei sparito con quella ragazza…

 J.S.: Quale ragazza?

 S.: Quanto sei stupido…

M. ( rivolgendosi all’amica): Dai tempi della scuola sembra persino peggiorato…

 J.S.: Siete gelose…Vi capisco! Era bellissima…

 M.: Dovevo sentire anche questa…

 S.: Macché gelose, curiose piuttosto. Dove l’hai nascosta…

 J.S.: Abbiamo visto la mostra…

 S.: Epoi?

 J.S.: Alla terza telefonata del suo fidanzato le ho detto che Sarah Moon mi deprimeva e me ne sono andato…

 S.: Non ci credo! Però sei talmente fuori che potrebbe essere vero…

 M.: Cosa aveva fatto di male? Non è mica una colpa avere un fidanzato?

 J.S.: Non ha fatto proprio niente, è questo il problema…Comunque questa è la versione ufficiale e smentisco con la fermezza di chi fa della verità la stella polare della propria esistenza, qualsiasi altra informazione che non la confermi…

 M.: Ma sentilo…Smentisci questa: sei-un-cretino…

 S.: Ah!ah!ah!…Devi aver fatto proprio una figura di merda. Te lo meriti, così impari a trascurare le amiche…Potevi presentarcela e ci pensavamo noi a sistemarti ah!ah!ah!

 J.S.: Dai basta con gli scherzi. Domani rientro in ufficio e nel pomeriggio ho la riunione con colleghi che si aspettano da me…Ecco, il problema è proprio questo cioè non riesco a immaginare cosa cazzo vogliano sapere…

 M.: Perché secondo te me e Suzy ci hanno spedito a Milano per fare shopping? È naturale che si aspettino delle idee. Se invece di fare il cascamorto tu avessi aperto le orecchie forse ora qualche idea ti frullerebbe per il capo…per quanto mi riguarda so già cosa dire: basta sfilate tossiche, basta collezioni che imitano quello che fanno i pochi sulla bocca di tutti, guardiamo chi ci ha dato fiducia cioè i nostri clienti e chiediamoci cosa possiamo creare per farli vivere meglio… Comunque che cosa faremo per la prossima collezione mi compete fino a un certo punto. La mia capa vuole idee per la sfilata…Beh! Io sono decisa a difendere la mia idea. C’è bisogno di riscoprire il vero spirito  della sfilata cioè dare un’anima ad un look e non trasformarlo in una specie di luna park pieno di effetti speciali…

 J.S.: …..

 S.: Io credo invece che svilupperò il ragionamento sulla tecnologia che abbiamo fatto nel pomeriggio. La mia azienda tiene molto ai giovani. E i blogger con i quali ho parlato stasera me lo hanno confermato: il video saranno sempre più strategici. Quindi il mio problema è decidere come valorizzare la sfilata sparandola nel web…Oppure dedicarla solo alla rete come se fosse un film…Cosa ne pensi Johnny?

 J.S.: Penso che dovresti essere cosciente che tutto questo è già stato fatto. E quindi è il come farai cose che non solo più una novità a fare la differenza?

 S.: Cazzo se volevi smontarmi ci sei riuscito.

 J.S.: Ma no, ma no…sono un po’ ubriaco ma parlo seriamente. Io non sono uno di quelli che si illudono che si possa agire e pensare come se ogni sei mesi si potesse fare una rivoluzione. Lasciamo la retorica della moda rivoluzionaria alle giornaliste. Per me le deviazioni da un modello bastano e avanzano. Ecco perché mi sono permesso di dirti che è il come a essere interessante. Le cose che hai detto hanno senso, ma chi è nel settore seppur vagamente le sa. Però sono convinto che verranno ascoltate con più interesse se per esempio aggiungerai che hai parlato con molti blogger e questi ti hanno detto che per loro è più importante quello che pensano e fanno i loro pari piuttosto…che ne so…butto lì, testimonial solo famosi, esperti del cazzo eccetera eccetera. Quindi, prova a immaginare, la sfilata dovrebbe coinvolgere loro…Come? Per esempio rendendoli protagonisti..

 S.: Come se fosse facile! Scusa, vediamo se ho capito. Tu proponi di fare la sfilata in collaborazione con i blogger. Ma ai giornalisti veri interesserà? Oppure devo attendermi la loro reazione, cioè nessun ritorno stampa…E poi si fa presto a dire blogger, quali? E sei sicuro che sappiano gestire una sfilata?

 J.S.: Non mi sono spiegato bene. La sfilata la fai organizzare a chi la sa fare. Il concept invece può benissimo avere come tema il bloggerismo…

 S.: Cioè?

 J.S.: Libere interpretazioni checazzo! Oh! Ma a voi l’alcol fa male… Libere interpretazioni che poi mandi in orbita con il web…E qui viene il bello perché dovrai studiartelo bene il web con i suoi social e non pensarlo solo come un’estensione del tuo smartphone e delle tue personali vibrazioni emotive…Non penserai mica di cavartela con il documentarietto stile National Geographic per pensionati pronti per l’aldilà da postare su YouTube… Pensi forse che usare Istagram in modo strategico sia una cosa spontanea?

 S.: Povera me! O verrò licenziata subito dopo la riunione oppure dopo la fantasfilata dei blogger. In che guaio mi vuoi cacciare? Quasi quasi do ragione a Minnie, abbiamo un problema? Torniamo alle origini. C’è sempre qualcuno che ci casca e ci crede. Io però alla musica non rinuncio…e nemmeno a una location da brividi…

 J.S.: Ecco la solita markettara! Ti agiti tanto poi finisci col fare esattamente quello che fanno con successo quelli arrivati prima di te…

 S.:  E allora? Chiamami scema…

 M.: Tranquilla, non sei scema. È che tu pensi alla moda a partire dalla fine cioè dai fatturati. Io la guardo dalla parte opposta, dall’inizio, dalla creatività…

 S.: La sfilata dove sta? All’inizio o alla fine?

 J.S.: E perché non nel mezzo?

 M.: La sfilata sta dove decidiamo debba stare. È una scelta che ci deve rendere responsabili. Per me farne un fine, anche se funziona, è sbagliato. Significa dopare la moda. Non si può rinunciare alla fede che ci possa essere un inizio…infinito certo…Ogni stagione la moda ricomincia la sua avventura. Lo so che è una illusione, ma senza di essa potrà esistere ancora la moda? O dovremo inventarci un’altra parola? E prima di tutto ci sono gli abiti, e la sfilata dovrebbe mostrare questo inizio…

 S.: Quindi per te la sfilata è una specie di rito di iniziazione…

 M.: Uh! La parola mi piace. Ci clicco sopra tre volte like. Difendere la ritualità è l’unico modo per resistere al dominio dello spettacolo che riduce la moda a una farsa. Ritualità significa reverenza, rispetto, responsabilità…

 J.S.: È proprio vero che le stramberie dopo mezzanotte piovono a valanga. Ma perché poi trovi così attraente una ritualità che sacralizza la moda lo capisco fino a un certo punto. Ma non funzionava proprio così ai tempi di Balenciaga? Questa moda per nevrasteniche privilegiate mi pare pura archeologia. Quel tipo umano si è estinto e i sopravvissuti vanno soppressi subito. Se proprio devo usare la ritualità io penserei piuttosto al carnevale…

 M.: E perché a non al ballo in maschera? Possibile che quando parliamo seriamente tu te ne esci con solenni stronzate…

 J.S.: Cosa vuoi farci, quando sento cazzate mi viene da rispondere con cazzate più grosse. Tu vuoi ritualità? Okay, io invece propongo l’anti-rito cioè il carnevale…Tu vuoi il dramma, io dico che la moda è una commedia. Siamo più liberi con la tua moda che sprofonda nel mistico ma è di una noia mortale oppure quando giochiamo a liberarci dell’ossessione di una identità rigida, divertendoci?

 S.: Però, mica male l’idea dell’anti-rito carnevalesco! È divertente e quando la gente si diverte consuma di più…oh! Lo dicono le statistiche: divertimento uguale a più emozioni, risultato: più business…

 M.: Questa te la potevi risparmiare! Comunque sono contro alla moda vista come una mascherata. Per me è come una pelle divenuta necessaria per noi, per la gente…

 S.: Tipo seconda pelle e discorsi del genere?

 M.: No no no, è la pelle più importante, la prima, quella che ci fa essere, tanto per dirla con i filosofi…Ecco perché credo in una moda rigorosa e responsabile che deve essere celebrata da una sfilata che oggi deve disintossicarsi dal virus dello spettacolo indiscriminato… Dobbiamo ritornare al Fashion code che ci distingueva da un concerto rock o da una esibizione da cabaret. Dobbiamo ispirarci piuttosto all’arte, alle performance artistiche create con gli elementi base del nostro mestiere, abiti, colori, gesti,  espressioni…Il resto è un di più che alla lunga ci danneggia.

 J.S.: Boh! Per me la pelle come la pensi tu non c’è più. È caduta come quando tanto tempo fa abbiamo perso il pelo trasformandoci da scimmie in homo sapiens. In piena rivoluzione digitale esistono solo superfici sottoposte a continue trasformazioni. E devo dire che è un mondo che mi attira anche se di certo non lo amo…Forse perché è il mio mondo e non ne esiste un’altro…

 S.: Guardate! ci fanno facendo gesti per dirci che dobbiamo andarcene…Proviamo a sintetizzare le nostre idee etiliche…

 M.: Chissenefrega, qui si sta benissimo…Io sto con la sfilata che difende i valori della moda, quindi sono per semplificare la macchinosità degli effetti speciali e la celebrazione di atti creativi…

 J.S.: Guarda che fanno sul serio, sono stanchi e vogliono chiudere…Comunque ti rispondo dicendoti che invece io accetto la sfida della complessità. Detesto il romanticismo e la perdita di tempo nell’accanirsi su valori che alla fine risultano non ben definiti. Il valore è una costruzione della nostra mente e quindi cambia come cambiano le attese e le mentalità della gente, cambiano insieme alle tecnologie di cui non possiamo fare a meno…Ecco forse ci sono: io lavorerò per la sfilata integrata…

 M.: Allora stai con chi la pensa come uno spettacolo!

 J.S.: E chi lo dice? La sfilata integrata potrebbe benissimo non essere una sfilata come la pensate voi. Ma poi dove sta chi scritto che si debba necessariamente sfilare? Si può benissimo evitare questo rituale e fare qualcosa d’altro….un film, una performance come suggerisci tu, o addirittura niente…

 S.: Sono troppo stanca per seguirvi…la sfilata integrata proprio non ho voglia di sapere cos’è. Diciamo che io aspetterò di vedere chi tra voi due funziona meglio e poi deciderò come investire ah!ah ah!… Su andiamocene, 10 Corso Como chiude. Non vorrete dormire sotto le stelle!…Facciamoci un ultimo selfie tutti e tre per ricordarci di una settimana di sfilate. Non è mica detto che tra sei mesi ci rispediscano a fare gli osservatori di eventi che tutti continuano a fare senza in fondo crederci troppo. Forse ha ragione Minnie, la sfilata, quando funziona, è veramente un rito e riti non tollerano domande del tipo perché? Che senso ha? A cosa serve?

 M.: Brava, ben detto. Basterebbe rispettare il cerimoniale e aggiungervi un po’ d’amore per la moda autentica…

 J.S.: Macché amore! Tu ti appelli alla fede e alla creduloneria… A me la tua visione sembra un po’ oscurantista, però vista la prevalenza dei creduloni chissà potrebbe funzionare…

 M.: La bella sfilata non sarà mai oscurantista! Un abito creativo non c’entra nulla con i creduloni. Col fascino, piuttosto, con il piacere di sentirsi giusto, forse…

 S. (Indicando l’uscita): Su muovete il culo, vi porto in un locale dove non c’è problema di orari. È l’ultima notte no! Godiamocela. Comunque sono d’accordo con Minnie la bella sfilata non è oscurantista… soprattutto se mi fare un bel business ah!ah!ah

 

                          10-corso-como-terrazzo4                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    4- 5. Due immagini di 10 Corso Como, il set della festa alla quale partecipano i protagonisti del metalogo.

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ADDENDA

 

  1. Un testo, sia che l’autore ne abbia piena consapevolezza oppure no, esibisce sempre un “lettore modello” a cui preferibilmente sembra rivolgersi (chi desidera saperne di più su questo costrutto semiotico, può leggere il libro che Umberto Eco pubblicò quando da studente seguivo i suoi corsi, intitolato “Lector in fabula”, Bompiani, 1979). Naturalmente, l’assunzione teorica dalle quale sono partito, non esclude affatto l’uso di un testo da parte di soggetti eterogenei interessati a confrontarsi con esperienze di scrittura che per qualche ragione li hanno incuriositi, ai quali sta stretto il tipo di lettore implicito in un determinato testo. Vi faccio solo un esempio: compro e leggo con regolarità la rivista Le Science (edizione italiana di Scientific American), anche se non capisco praticamente nulla del 60-70% degli articoli: come definireste la mia lettura? E ciò che ne discende, l’interpretazione, voglio dire, secondo voi cosa rischia? Di essere aberrante, pura poesia visiva, surrealismo concettuale. Ma comunque la mettiate, siamo in presenza di una “lettura”, anche se per gli autori degli articoli risulta praticamente impossibile far coincidere il loro lettore modello con il lettore empirico, cioè me, salvo andare in deroga ai protocolli di scrittura degli articoli di divulgazione scientifica di alto livello, trasformandoli in informazioni giornalistiche. Ma a questo punto, probabilmente, non comprerei più la rivista. Ora, per nostra fortuna i fatti di moda che interessano la gente sono molto più comprensibili di quelli sottoposti al rigoroso vaglio delle lenti della scienza. Per i miei metaloghi la mia intenzione era rivolta alla costruzione di un lettore modello tra 20 e i 30 anni informato sui fatti di moda come può esserlo chi la studia per farne la propria professione. Tuttavia, il loro contenuto credo sia fruibile da chiunque abbia a cuore il senso della sfilata, interpretata come uno degli spettacoli divenuti tipici del nostro tempo, ovvero in un contesto storico nel quale la sua forma originaria sembra definitivamente smarrita.
  2. Lo stile conversazionale del metalogo deriva da un ragionamento che si è imposto alla mia attenzione da almeno una decina di anni. Mi accorsi infatti che la conversazione didattica con i miei allievi stava sparendo, sovrastata dalla presenza di computer e smartphone. Voglio dire che, da un certo punto in poi, cominciava a essere visibile la differenza in termini cognitivi tra le generazioni che avevano quotidiani, libri e quaderno degli appunti sul tavolo e quelle che si nascondevano dietro lo schermo del computer con un occhio sempre rivolto al cellulare. Definirei gli effetti di questa differenza che più mi inquietavano, crisi d’empatia con le parole del professore. Il bel libro di Sherry Turkle, “La conversazione necessaria” (Einaudi, 2016), spiega bene le conseguenze della rivoluzione digitale e i problemi degli studenti millennials. Sono d’accordo con l’autrice nel ritenere che la conversazione a ogni livello si stia trasformando in un lusso per pochi, ma anche che non la possiamo perdere. So benissimo che per i nemici della tecnologia, la soluzione di questo problema risulta estremamente semplice: proibiamo ai ragazzi l’uso del cellulare in aula; facciamogli aprire il computer solo quando lo decidiamo noi professori. Non credo che funzioni. E poi bisogna distinguere tra scuole dell’obbligo e la formazione di livello universitario o para universitaria dove i “ragazzi” dovrebbero essere considerati adulti a tutti gli effetti e quindi in parte responsabili della propria crescita culturale. Insomma, per farla breve, non volendo o potendo proibire nulla, decisi di utilizzare le armi del nemico Ecco perché mi sono convinto a creare i metaloghi pubblicati su MyWhere, chiedendo agli studenti di farne oggetto di un commento libero dopo la lettura. In questo modo mi rendevo disponibile a far entrare dalla porta principale della didattica il mezzo da loro privilegiato, a patto che si confrontassero con modi discorsivi/narrativi, molto diversi dall’internetese. Prima di tutto dovevano leggere un testo che nell’insieme di certo non assomigliava né a un noioso resoconto didattico né ai cinguettii di Twitter; poi dovevano capirlo cioè passare da una lettura empirica a una di secondo livello tale da consentirgli di scrivere un commento e non semplici impressioni/reazioni; infine dovendo scrivere enunciati più o meno articolati, calcolavo che avrebbero provato sulla propria pelle la differenza che c’è tra esprimere le proprie idee con la voce e metterle per iscritto (routine di lavoro non banale nelle scuole di moda, deplorevolmente arretrate su queste problematiche umanistiche). Se siete curiosi di sapere com’è andata, potete leggervi i commenti ai metaloghi che hanno preceduto quello sulla sfilata, postati dai miei recaltricianti studenti.
  3. Un metalogo presuppone l’invenzione di personaggi fittizi. All’inizio mi ero illuso di poter ricostruire un effettivo dialogo tra la tipologia di giovani menti con le quali ho interagito per almeno trent’anni. Ma ho capito subito che mi occorreva un compromesso. Da un lato, con un eccesso di realismo, il testo sarebbe divenuto troppo banale e forse offensivo: non piace a nessun guardarsi in una specie di specchio pubblico senza prima essersi truccato un po’. Dall’altro lato, la stupefacente superficialità dei discorsi a ruota libera dei miei studenti, intercettati dentro e fuori dall’aula, non escludeva affatto che su molte questioni indovinassero punti di vista per niente banali. Ci voleva tempo, capacità di ascoltarli e pochi pregiudizi del tipo di quelli che animano i professori troppo arroccati dietro il loro apparente ordine concettuale. Quindi mi occorrevano continue interferenze tra il linguaggio di soggetti che giustamente sentivo distanti dalla mia cultura e qualcosa che assomigliasse a capacitazioni teorico critiche, espresse in modo anticonvenzionale, ma pregnanti. Non pensavo affatto a intuizioni bensì a una sorta di ritorno del rimosso di lezioni disturbate da salti continui dell’attenzione, che in modo inatteso riemerge nei loro discorsi. Mi spiego meglio. Sono convinto che chi critica gli effetti della rivoluzione digitale sulle menti dei giovani abbia ragione nel segnalare la catastrofe dell’attenzione, l’incapacità di cogliere le contestualizzazioni giuste, la perdita di interesse per la storia profonda, la dipendenza da un presente sempre più vuoto di contenuto quanto gravido di eccitamento. Tutto vero, a patto però di riconoscere che mediamente ci troviamo di fronte a soggetti più veloci nell’apprendimento, multitasking ovvero solo per fare un esempio, abili nel guardare social e contemporaneamente ascoltare ciò che sta raccontando il prof.; hanno una messa a fuoco più rapida (proprio perché disinvestono il contesto), sono imprecisi e approssimativi con le sequenze concettuali ma sono più creativi nel loro uso (segnato dall’imperfezione, sempre a rischio di stronzate ma spesso paradossalmente catapultato nel campo dell’efficacia). Sanno riconoscere ciò che può loro servire anche se non capiscono il perché e il come. Evidentemente i personaggi del metalogo dovevano per così dire portarsi addosso queste caratteristiche. Solo così, pensavo, potevano risultare convincenti e nello stesso metacomunicare i valori che intendevo marcare: sono le conversazioni reali che cambiano la vita e incrementano il nostro sapere (ovviamente colloco tra esse anche le conversazioni didattiche come ultima linea di resistenza della vecchia lezione frontale, aggredita da ogni lato dal praticismo e dalla rivoluzione digitale).
  4. Nel metalogo in oggetto i protagonisti parlano sostanzialmente di 4 forme di sfilata: commerciale, rituale, spettacolo, evento. Esistono pochi saggi che esplorano in profondità questo tema. Quasi tutte le pubblicazioni che conosco, magnificano la sfilata con bellissime immagini, dedicando poche parole all’approfondimento teorico. Ho dedicato un saggio specifico all’impatto culturale ed emotivo delle sfilate intitolato “La sfilata da rito di passaggio (tra vecchie e nuove mode) a eventi del post-moderno” contenuto nel libro “Mode e modi” a cura di Simona Bulgari, edito da Clueb (Bologna, 2007). Nel metalogo in oggetto, Minnie, la creativa dei tre personaggi, sembra oscillare tra un nostalgico ritorno alle origini rappresentato dalla sfilata rituale, a fughe in avanti verso modi della sfilata che sconfinano nella performance artistica. Il lettore informato sa benissimo che queste diverse configurazioni appartengono da tempo alle pratiche e alla cultura della moda. Occorre tuttavia mettersi nei panni della protagonista: è alla sua prima partecipazione a una fashion week, gli è stato richiesto di trarre spunti per decidere quale forma di presentazione si adatti alla collezione che sta progettando l’azienda in cui lavora, e le informazioni che ha memorizzato durante le fasi di apprendimento si scontrano con il caos del reale (vivere dall’interno di una fashion week le emozioni e gli stress indotti dai numerosi eventi e dall’interazione con soggetti,in quella sede, a empatia ridotta, alle fashion week se la tirano tutti in modo ridicolo, non è una esperienza prima facie piacevole e appagante, soprattutto per giovani inesperti). Non dovrebbe sorprendere troppo scoprire che Minnie, sconcertata dall’ostentazione spettacolare della collezioni in sfilate strombazzate al popolo come la discesa degli dei, rivelatesi quasi sempre come noiosi pseudo eventi, subisca una sorta di alienazione del sé, alla quale reagisce cercando autenticità e purezza in ciò che crede sia la forma rituale delle origini e come unica alternativa alla tradizione, si rifugi nell’arte. Senza tirare in ballo Guy Debord e le sue note critiche contenute in “La società dello spettacolo”, libro che Minnie non ha letto ma può aver assorbito da uno dei tanti creativi sapientoni intercettati nelle nottate bohémienne da studentessa, senza perdersi in discorsi complicati dicevo, l’atteggiamento della protagonista possiamo considerarlo una reazione generazionale ben conosciuta da quando modernità, novità, moda hanno cominciato a demolire sistematicamente i codici della tradizione. In realtà Minnie pensa e agisce come se la sfilata rituale così come venne codificata dalla generazione di Coco Chanel e Balenciaga, trascini con sé qualcosa delle origini del patto non scritto tra creativo e committente (cliente). Questo anelito all’autenticità, alla purezza, senza che lei ne abbia coscienza, è un’arma puntata contro chi in quel momento occupa ogni spazio. Vale la pena di ricordare che la questione delle origini (della sfilata) è più intricata. Per farvene una idea potete leggere il saggio che ho postato in MyWhere qualche anno fa, intitolato “Origini della sfilata”.
  5. Se avete avuto l’interesse e la pazienza di leggere il metalogo e ci pensate un po’ su, concorderete sul fatto che i tre protagonisti ci parlano delle sfilate secondo un registro soggettivo dal quale emerge interesse per collezioni che diventano storie, ma alludono anche alla noiosità di sfilate che sembrano deja vu, spazi perturbanti, irritazioni per il caos e le fastidiose file eccetera eccetera. La loro inesperienza impedisce l’emersione alla coscienza del valore euristico e passionale di una fashion week di primo livello (New York, Londra, Milano, Parigi, tanto per intenderci). Posso dire di aver impiegato alcuni anni per capire che la settimana milanese, ad esempio, non è la somma di 50 e più sfilate, alle quali impegnandomi in estenuanti spostamenti posso partecipare. Insomma non è una questione aritmetica. Quando arriviamo a concepire la fiera come un tutto, comprendiamo facilmente i suoi effetti olistici sulle varie tipologie di pubblico, dagli addetti ai lavori alla gente, dai creativi ai buyer, dai comunicatori ai manager. Infatti a questa prospettiva una Fashion Week si presenta come un potente centro simbolico che, tra le altre cose, ha la proprietà di aumentare il valore di ogni singola percezione. I nostri tre amici, ma questo è un tratto che forse accomuna tutti i giovani in carriera, hanno difficoltà nel mettere a fuoco il contesto olistico, nel senso che non parlandone abduco in essi una sostanziale mancanza di consapevolezza nel cogliere un aspetto in verità sottovalutato spesso anche da chi ha dietro alle spalle una maggiore esperienza ovvero, il fatto che per avere successo non basta la creatività o il talento dello stilista, servono contatti e opportunità di relazioni non prevedibili (se preferite, potremmo anche chiamarli “colpi di fortuna”). Se ho ben capito quello che dice Minnie, non sorprendetevi se i personaggi di un testo a volte sembrano volare via dal loro autore e vivere autonomamente in un loro mondo possibile, penso di poter dire che ha ben chiara la via che porta alla soluzione del suo problema: per scoprire cose nuove bisogna pensare in modo diverso ( Minnie sa che non può tornare in azienda con le idee ordinarie che chiunque potrebbe inferire dalle informazioni che come un torrente in piena, durante la Fashion Week, debordano da tutte le parti). L’accesso privilegiato a esperienze prestigiose, non totalmente ri-traducibili  dai media le dà un vantaggio che sente di dover sfruttare. Minnie sa che i luoghi, gli spazi, gli eventi che riuscirà ad esplorare non rimarranno indifferenti nei confronti della tempesta di idee che le pioveranno addosso. Probabilmente all’inizio non sospettava che il valore percepito dopo una incessante, faticosa e stressante esposizione alla moda, potesse mettere in crisi la qualità di evento che le sembrava  appropriato e al tempo stesso generare ansia, nervosismo, persino panico. Le conversazioni ossessive e agonistiche con i colleghi ne sono il sintomo. Probabilmente è per mettere ordine al guazzabuglio interiore generato dal network di sfilate, che matura la decisione culminata nell’elogio della sfilata rituale. Una fashion week dunque, anche nel pieno della cosiddetta rivoluzione digitale, garantisce quantità e qualità di connessioni ad ogni livello come nessun altra strategia può sulla carta garantire. Questi link con i migliori addetti ai lavori, con gli intermediari della comunicazione moda, con esperti di tendenze, con eventi che irradiano ciascuno una luce diversa dall’altro, possono attivare il circuito della notorietà crescente e allargare l’orizzonte delle opportunità/possibilità delle aziende. Diciamo che i player accreditati della moda, anche se non perdono troppo tempo a concettualizzare i determinanti della fashion week come sto facendo, agiscono in questa direzione. Di fatto si può dire che i grandi brand della moda presidiano le fashion week alle quali partecipano innalzando il livello degli eventi configurando così uno scenario competitivo il cui fine è il rinforzo dei network che rinnovano i flussi di notorietà che in scala diversa ecciteranno le connessioni con vasti pubblici della moda. Naturalmente il potenziale delle fashion week più importanti che ho brevemente descritto è ben conosciuto dai protagonisti principali. Tuttavia non dovrebbe passare inosservato il fatto che oggi, aldilà dell’efficacia delle pratiche, esistono corrispondenze con le teorie scientifiche accreditate. Come esempio posso citare l’articolo pubblicato nel novembre 2018 da Science, intitolato “Quantifying reputation and success in art”, scritto da Samuel P. Freiberger, Roberta Sinatra, Magnus Resch, Christof Riedl e Albert Lazlo Barbasi. Gli studiosi hanno applicato la teoria dei Link di Barbasi a un campione formato dai dati di 16000 gallerie d’arte, 7500 musei, 1200 case d’aste (136 Paesi, 36 anni di dati), per studiare i percorsi professionali di circa mezzo milione di artisti. Dai calcoli effettuati emerge che il successo dipende meno dal talento che dai luoghi in cui essi hanno agito. In breve, le regolarità riscontrate ci dicono che il prestigio delle istituzioni (musei, gallerie) e la geografia in cui hanno compiuto i primi passi sono decisivi. Più che la qualità delle opere è il network di curatori e direttori che promuovono un artista piuttosto che un’altro ad essere il fattore che scatena le quotazioni e quindi il valore percepito delle sue opere. È interessante anche sottolineare la precocità del successo ovvero tutto succede molto in fretta. Infine, da non dimenticare l’impatto dell’evento clamoroso come moltiplicatore degli effetti. Naturalmente possiamo obiettare a Barbasi & Co, che la loro ricerca non ci dice nulla sulla qualità intrinseca di un’opera o di un artista. Ma sarebbe da sciocchi sottovalutare l’importante trasformazione del contesto allargato che chiamiamo mondo dell’arte, in traiettorie che manifestano un ordine sottostante il caos. Ora, a mio avviso, teoria dei Link e suoi algoritmi applicati all’arte presentano uno scenario avvicinabile a quello della moda. Suggeriscono che chi partecipa a una Fashion week di primaria importanza (cioè collocata nel geografia giusta dei flussi di moda) ha maggiori probabilità di successo per le connessioni che emergono, le relazioni intenzionali e inintenzionali che si attivano, per la dimensione che può assumere l’evento sfilata o simile. È dai tardi ottanta del novecento che un coro via via sempre più numeroso predice la morte della sfilata. Eppure Milano e le altre fashion week di primo livello, tra alti e bassi, sono sempre lì, semestre dopo semestre, ad attenderci. Grazie a Barbasi & Co ora abbiamo qualche certezza in più per rispondere alla domanda: Perché un rituale così banale sopravvive alle crisi i valori della società liquida, alla dominate spettacolarizzazione, alla rivoluzione digitale?
  6. In alcuni passaggi del metalogo, Johnny Scorreggia e il narratore, sparano fuori alcuni paroloni da neuroscienziati e/o psicologi della mente. Come ho già detto sopra, i personaggi di una fiction, è possibile che abbiano una vita propria sconosciuta all’autore, e quindi dicano cose non previste, persino sorprendenti. Avanzo l’ipotesi che Johnny Scorreggia abbia orecchiato qualcosa che assomiglia alle neuroscienze, trovando in esse una nuova prospettiva per indagare il rapporto tra emozioni e pensiero cosciente, un tema che stranamente lo attira. Vuoi perché stanco degli sproloqui continui e ossessivi che chiunque studi o lavori della moda profferisce evocando le emozioni a ogni piè spinto, come se l’abuso della parola fosse in sé la soluzione. Vuoi perché, Johnny Scorreggia non si è mai fidato ciecamente della scuola di moda che ha frequentato, troppo inquieto e curioso per i molti pseudo docenti spesso gettati nella mischia in quanto professionisti della moda ovvero uomini o donne del fare, dal sapere ossificato in schematizzazioni grossolane, finendo quindi per orientare le antenne della sua mente verso altre fonti declinate però secondo il registro anti intellettuale e anti umanistico che la scuola di cui non si fida fatalmente gli ha trasmesso: pochissime letture di libri seri, quindi noiosi, passeggiate veloci in labirinti di seducenti immagini analizzate come un driver guarda il paesaggio mentre guida la macchina sull’autostrada, troppe lezioni in powerpoint. Da come affronta il rapporto tra emozione e pensiero, escludo quindi che possa aver letto i libri di Antonio Damasio, uno dei neuroscienziati più preparati e brillanti in circolazione, autore per esempio di “Emozione e coscienza” (Adelphi,2000), “Il sé viene alla mente” (Adelphi, 2012) e “Lo strano ordine delle cose” (Adelphi, 2028). Tuttavia va detto che il suo maldestro tentativo di indagare l’interazione tra moduli emotivi e fenomeni di coscienza o auto-coscienza, va senz’altro nella direzione del paradigma di ricerca di neuroscienziati come il già citato Damasio, per non parlare di Jean-Pierre Changeux, del quale chiunque lavori in contesti come la moda, anche senza saper nulla della base biologica della mente, potrebbe leggere con profitto il suo ultimo “Neuroscienze della bellezza”. Nel metalogo la provocazione scientista di Johnny Scorreggia non viene raccolta dalle colleghe. Ma mentre per Minnie, la creativa del gruppetto, ogni riferimento a ciò che considera rozzo materialismo, e non c’è dubbio che la massa gelatinosa del cervello sia anche qualcosa di dannatamente fisico, le produce una reazione paragonabile a un attacco di emorroidi, e quindi il suo silenzio deriva da un disagio di fondo che prova da sempre per l’ordine scientifico delle cose, un sentimento ovviamente rinforzato dalla scuola per stilisti nella quale si è formata, mentre per Minnie, dicevo, i paroloni che evocano l’approccio della scienza sono vissuti come ospiti inattesi e perturbanti nelle stanze della creatività, per Suzy, fanatica del marketing, sembrava lecito aspettarsi maggiore partecipazione o interesse. In definitiva, per chi si sente proiettato a dominare strategicamente i processi che impongono un certo ordine ai fatti produttivi, lo statuto scientifico di essi dovrebbe rappresentare un bordo da tenere sempre in considerazione ogni volta che i suddetti fatti diventino un problema. Ma per Suzy il ricordo scolastico dell’immagine in powerpoint nella quale si leggeva [Più divertimento=più emozioni= più consumi], declamata a voce alta dal professore in una delle tante lezioni marketing, aveva assunto i contorni di una verità trasparente a se stessa che rendeva superfluo e a rischio di sterile intellettualismo ogni ulteriore approfondimento. La gente odia annoiarsi e quindi preferibilmente si concentra nei luoghi dove ci sono le situazioni che promettono dosi massiccie d’entertaiment, pensava, e che cos’è l’entertainment se non un concentrato di emozioni? Non è dimostrato che in queste situazioni la gente consuma di più? Cos’altro c’è da sapere? Avendo interiorizzato queste rozze semplificazioni come verità dimostrate, Suzy, rimane estranea agli sviluppi della ricerca di settore. Voglio dire che sono abbastanza sicuro che non conosce, solo per fare un esempio, i test che Steven Quartz e Annette Asp hanno progettato per capire come funziona il cervello di fronte a ciò che vorremmo o non vorremmo possedere. Il libro che riporta i loro esperimenti si intitola “Cool: How the Brain’s Hidden Quest for Cool Drives Our Economy and Shape our World” (Copyrighted Material, 2016). Seguendo le procedure delle ricerche neuroscientifiche Steven Quartz (il neurologo) ha indagato le reazioni delle reti neuronali in soggetti esposti a immagini di oggetti di moda. L’obiettivo era quantificare l’attività dei neuroni in gioco per trarne implicazioni utili (e a questo punto penso sia entrata in azione Annette Asp dal momento che di mestiere fa l’esperta di tendenze) per la comprensione più profonda del processo. D’altra parte, in difesa di Suzy, qualche lettore potrebbe pensare che l’informazione quantificata che ci indica con i criteri di certezza attribuiti alla scienza il fatto che quando siamo di fronte a un oggetto Cool si attivano le reti neuronali della corteccia prefrontale mediale, non sia poi cosi decisiva. Anche considerando che l’attivazione in rete delle citate posse neuronali significhi che quando vediamo l’oggetto dei desideri vengono implicate sia le attività con le quali riflettiamo su noi stessi o sogniamo a occhi aperti e sia quelle che ci consentono di fare delle ipotesi su ciò che frulla nella mente di chi ci sta di fronte, ebbene non è del tutto evidente quando queste implicazioni possano risultare utili ai fini della moda. Ciononostante, una manager in carriera come Suzy non dovrebbe sottovalutare il fatto che le ricerche dei neuroscienziati sono quelle che da un po’ di tempo a questa parte vanno per la maggiore e così come si parla di neuroeconomia, forse non è lontano il giorno in cui anche la neuromoda diverrà fonte di attenzioni e protocolli operativi. Ritornando al tema del metalogo bypassando le parole dei protagonisti, qualche volta frammentarie e confuse come lo sono quelle di una normale conversazione, se non ci credete provate ad ascoltarvi meglio mentre parlate in pubblico, relativamente alla sfilata dicevo, come possono essere utili le divagazioni scientiste alla Johnny Scorreggia? Io la metterei giù così: provate a immaginare la sfilata come un dispositivo di induzione passionale, uno dei più potenti a disposizione della moda; se è vero che è l’istanza emozionale a risultare efficace, allora, tutto ciò che di pregnante possiamo sapere su come funziona non è tempo sprecato. La gente di solito pensa di provare una sola emozione per volta. In realtà non si accorge di osservarla dal punto di vista dei ricordi. Non è così che funziona la nostra mente. Possono convivere nello stesso momento più di una emozione, una può sfumare velocemente nell’altra e in un’altra ancora. In realtà, quando siamo esposti a fenomeni di testualità sincretica come lo sono sfilate che raccontano storie, ci troviamo sottoposti a reazioni rapide e frammentarie di ogni genere. So benissimo che poi ci sbarazziamo dell’impatto emozionale mettendo al suo posto parole che, nel caso di intermediari della moda autorevoli, alla fine contano più delle emozioni. Ma rimane sempre il fatto che l’impatto e la contaminazione, dimensioni del senso tipico di una sfilata, hanno la natura dell’emozione. Quindi, un bravo configuratore di dispositivi passionali una qualche idea su come funzionino le emozioni quando devono supportare il racconto di storie, la deve per forza avere. Allora, tanto vale, aggiungo, fare uno sforzo per conoscere quello che ci dicono di esse chi le studia con rigore. Così la penso. Più o meno! Perdinci e poi perbacco! O se preferite dirlo in stile Johnny Scorreggia, cazzo e poi ricazzo!
  7. Rileggendo il metalogo prima della pubblicazione, ho pensato che la questione della guerra tra parole e immagini avrebbe meritato maggiore interesse. Tuttavia ciò che i tre protagonisti anno trascurato, posso aggiungerlo ora, dal momento che un testo può essere utile non solo per quello che dice ma anche per quello che sottintende o che lascia aperto agli insight di pensiero di chi lo legge. Per comprendere il punto di vista di Minnie, la creativa del gruppetto, dobbiamo partire dall’assunto che l’abito come oggetto non è completamente descrivibile. In altre parole, il linguaggio non è programmato per catturarlo una vota per tutte. Un oggetto-per-il-corpo, nel contesto nel quale l’ho inserito, la sfilata, è in prima battuta visto, guardato e osservato. Ovvero è percepito, implica una certa dinamica dello sguardo, infine se ci metto dell’attenzione, imprimo qualcosa di esso nella memoria dai contorni più precisi. Che ruolo svolgono le parole? Se assegno a un oggetto una parola (una categoria per un concetto, una frase…) e questa parola è condivisa, di conseguenza ripetuta in un numero crescente di occorrenze, allora, l’oggetto può acquisire un’aura mitica. Era più o meno quello che sosteneva Roland Barthes all’inizio dei sessanta quando stava scrivendo “Il sistema della moda”, dopo aver dedicato anni di riflessioni a svariate mitologie della società dei consumi. Rimane il fatto che la situazione zero ci presenta l’oggetto sottoposto alla presa di mezzi espressivi non sovrapponibili uno all’altro: per il senso comune si riducono a immagini V/S parole. Sembra di capire che secondo Minnie le parole non possano aderire in modo esaustivo con l’esperienza concreta dell’oggetto. Il costo della mitizzazione è infatti la scomparsa dell’oggetto concreto, delle emozioni che lo hanno trasformato in una esperienza interiore prima che fosse una parola, uno stile, un discorso, una storia. Come creativa dunque, Minnie difende un territorio della mente nel quale oggetti, forme e colori sono come in sospeso tra configurazioni instabili e i rumori di una coscienza verbale ancora in stato nebuloso come il brusio delle parole udite da lontano. Per difendere ciò che chiama lavoro dell’immaginazione, Minnie, assume una posizione ostile nei confronti delle parole preposte a mettere ordine nel guazzabuglio dei pensieri. Così diviene complice inconsapevole del regno dell’immagine che sorregge la società dello spettacolo che lei pur detesta. Rendendo autonomo dal discorso critico l’eccitamento di un oggetto trasformandolo in spettacolo, le agenzie per la massimizzazione del consumo, mettono in moto la triangolazione circolare tra desiderio, piacere e godimento che fa e disfa le soggettività della nostra forma di vita. La creatività (senza critica) è integrata al meccanismo. Se un tempo i visionari, salvo rare eccezioni, venivano richiusi o erano destinati a una vita di merda, oggi, spesso, sono giubilati dagli imprenditori e dal pubblico, nel doppio senso della parola: esaltati come eroi, espulsi e/o esautorati dal processo creativo. Cosa dire delle parole quando non recitano la parte del mito emergente? Le persone giovani, pensate al millennials e ai social, sembrano aver dimenticato che con le parole possiamo costruire enunciati sulle cose, che possono essere veri o falsi. Raccontare storie è certamente parte integrante della natura umana ma certamente è una gran cosa scoprire che con le stesse parole, organizzate diversamente, possiamo avvicinarci alla verità (qualsiasi sia l’idea che avete di essa). Inoltre con le parole possiamo effettuare un lavoro mentale precluso alle immagini. Per esempio possiamo dire: “Tra 6 mesi la nostra sfilata simulerà una giornata piovosa”. Oppure che in quella della scorsa stagione le modelle non erano all’altezza. Provate a dirlo con le immagini? Non so voi, io lo trovo improbabile. Non possiamo raffigurare frasi del tipo: “Non voglio sfilare come tutti gli altri”. La negazione non fa parte della cassetta degli strumenti con sopra l’etichetta con riportata la dicitura “immagini”. Possiamo facilmente produrre una serie infinita di enunciati su questa o quella collezione, sul loro significato, ma non potremo mai far coincidere in modo esauriente una descrizione con l’oggetto; non potremo mai con solo le parole far sorgere una collezione identica a quella che abbiamo davanti agli occhi. Possiamo dire che una collezione o una sfilata ci hanno colpito; possiamo descrivere i tratti che consideriamo pertinenti ai nostri interessi. Ma non possiamo dire, a meno che non siamo pazzi, che un abito e la parola che abbiamo scelto per classificarlo siano la stessa cosa. Come abbiamo visto per le immagini anche il linguaggio ha dei limiti. Tutti, nei momenti più significativi della nostra vita, abbiamo fatto esperienza del fatto che non ci è dato esprimere a parole la maggior parte delle cose che sentiamo. La lingua è fatta di universali cioè di concetti generali. Nella realtà ci scontriamo continuamente con singolarità. Gli uni fanno la guerra agli altri, cercano di ucciderli. Il campo di tensioni tra immagini e parole segnalato da Minnie e Johnny è nella moda fin troppo evidente. Esiste una alternativa alla loro guerra? Si esiste. La citata Anna Piaggi, nelle sue famose Doppie Pagine ha proposto soluzioni ingegnose. Il risultato sono state operazioni costruttive di scenari moda che senza alcun riferimento a tendenze, sono risultate più predittive delle ricerche di mercato del momento. Più che previsioni Anna Piaggi faceva estrapolazioni confidando nella sua non comune empatia con il livello molecolare della moda, corroborata dalla sua enorme cultura della moda. Insomma, voglio dire che le visioni grafiche che proponeva avevano le innervazioni immerse nel mondo nel quale viveva, le superfici nervose degli oggetti erano lì a disposizione di tutti, ma solo lei le vedeva. Come mai? Io credo che la risposta in qualche modo sia legate all’uso creativo di parole e immagini con le quali operava per trasfigurare oggetti. 
                                                                                                                                                                                                                       IMG_0494d-p-anna-piaggi-photography-alfa-castaldi-vogue-italia-december-1995-1011_o                                                                                                                                                                                                                6-7. Due esempi di Doppie pagine create da Anna Piaggi per Vogue


  8. Perché Minnie e Suzy non colgono al volo la pregnanza del riferimento al “gigantesco” di Johnny? Le congetture che propone, basate sul l’idea di una potente forza simbolica generata dalle dimensioni fuori dall’ordinario dell’oggetto innestato nel contesto della storia narrata dalla messa in scena della collezione, hanno una loro veridicità. Possiamo prendere come esempio la storia dell’arte. Il Mosè di Michelangelo che ho ammirato a più riprese nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma, è alto 2,47 m (o 2,35, se togliamo il basamento) e normalmente guarda verso sinistra da seduto. Se uno di questi giorni gli girasse di alzarsi proprio quando avete deciso di andare ad ammirare uno dei massimi capolavori scultorei del nostro rinascimento, vi trovereste di fronte a un gigante di quasi 3m ipermuscolato, dall’espressione incazzata e sono convinto che intimiditi non gli chiedereste mai se le corna gli pesano. Il David a Firenze è alto 4,10 m. Non incute paura ma pura ammirazione per una solida simmetrica bellezza. Provate ad immaginarli di una grandezza umana. Avrebbero lo stesso impatto? Sappiamo tutti che la risposta è no! Il Mosè non indurrebbe quel senso di reverenza per la forza inflessibile del profeta che intimidisce chiunque l’avvicini. Il David non ci trasmetterebbe con tanta forza l’ideale dell’uomo rinascimentale, il suo coraggio, la determinazione, la possente armonia delle proporzioni. In breve, la grandezza di un oggetto cambia il suo significato. I bambini quando disegnano alterano le proporzioni naturali degli oggetti raddoppiando l’altezza o i volumi di quelli che reputano più importanti. La loro mente crea attraverso contrasti accentuati e semplificazioni, un ordine di valori quindi di significati che possiamo monitorare facilmente osservando le loro attività grafiche. La coppia grande-piccolo gioca un ruolo importante nelle loro rappresentazioni. Questo tratto infantile si può dire che non venga più dimenticato anche quando, nell’età della ragione l’assiologia dei valori, compresi quelli dominati dalle percezioni visive, dovrebbe aver subito la pressione evolutiva prodotta dal pieno funzionamento delle reti neuronali che producono il linguaggio e la coscienza evoluta. Dal punto di vista della reazione, sono ben poche le persone che rimangono indifferenti al gigantesco. Questo mi fa pensare che a livello di primarie emozioni la dimensione fuori dall’ordinario provochi asimmetrie percettive che amplificano la nostra reazione passionale. Gli effetti emotivi evocati valgono per le Piramidi, per la torre Eiffel (soprattutto per il pubblico parigino che la vide completata nel 1889: le reazioni furono di una ambivalenza sconcertante; tantissimi impauriti dalla sua mostruosità, era di gran lunga la struttura più alta al mondo, erano ostili fino al vilipendio vagheggiando disastri rovinosi per la città), per la statua della libertà e i grattacieli di New York…e funzionano benissimo anche nella moda. Per limitarci alle sfilate, basta osservare gli incredibili entusiasmi che Karl Lagerfeld è riuscito a catalizzare anche grazie alla maestosità delle sue memorabili presentazioni. Se guardate le immagini 3;4;5 potete senz’altro farvi un’idea di quanto sia stato eccitante essere presenti a una sfilata sovrastata da uno Shuttle pronto a far arrivare Chanel nell’iperspazio; o soggiogati dal ruggito di un immenso Leone; o sbalorditi ma anche rassicurati da un immenso tailleur alto quanto un palazzo di 5/6 piani che riproduce la forma che gli diede Coco Chanel facendolo divenire uno degli oggetti d’abbigliamento più venduti e celebri della storia della moda. Non sono mancate certamente le voci che dissentivano dal gigantismo in stile Karl Lagerfeld, nel nome del minimalismo, della sobrietà, dell’arte fatta di concetti e non di coup de theatre. Ma se ci doveva essere una risposta da parte di chi opera con forme e configurazioni visivo spaziali alla provocazione di Roland Barthes là dove sosteneva che la dimensione mitica è essenzialmente un affaire di linguaggio, ebbene questa risposta non poteva avere una “voce” più autorevole di quella di Karl Lagerfeld e dei suoi show: avete dei dubbi sul dispositivo mitizzante delle sue sfilate? Se in guisa di risposta, mi rivolgo alle disposizioni del suo pubblico, direi che non ci sono dubbi sul fatto che i sintomi della mitizzazione ci sono tutti. Chanel a quasi mezzo secolo dalla scomparsa di Coco, continua a rimanere un mito malgrado siano oramai più di trent’anni che Karl Lagerfeld disegna collezioni molto lontane dalla cifra creativa della leggendaria fondatrice. Vorrei far notare che Coco non avrebbe mai autorizzato il gigantismo per eventi di Karl Lagerfeld. Infatti quando Minnie parla di sfilata rituale, illudendosi di conoscere la storia della moda non accorgendosi di avere la mente impregnata di storicismi perché è così che viene di solito insegnata nelle scuole dominate dai praticoni, intende riferirsi proprio ai modi imposti dalla couturiere, subito imitato da molti colleghi, al punto da erigersi a vero e proprio rituale. Domanda probabile: come mai allora Karl ha avuto tanto successo rovesciando il Vangelo moda di Coco? Ma i tempi cambiano, la gente cambia, il pubblico della moda anche….Lo so, lo so, avete ragione. Ma c’è un aspetto da considerare. Il mito di Chanel era essenzialmente Coco, l’avventura della sua vita, le sue scelte, i suoi amori, i suoi errori, il suo carattere. Quando Karl Lagerfeld diventò direttore creativo della maison, Coco non c’era più da oltre un decennio, il brand era in sofferenza. La sua missione aveva l’obiettivo di riportare il brand lassù in alto, in orbite raggiungibili solo da pochissimi altri protagonisti della modazione. Il restauro di un brand richiede strumenti molto diversi da quelli necessari per farlo nascere. A tal riguardo, Karl Lagerfeld è stato encomiabile, anche se fatalmente in più di una occasione, immagino, abbia dovuto lottare col fantasma di Coco. Azzardo una ipotesi audace: il successo del restauro richiedeva un sacrificio doloroso, ovvero il sacrificio dell’atto creativo che s’inscriveva nel suo brand, nel brand “Karl Lagerfeld” voglio dire, mai arrivato alle altezze vertiginose che il suo talento, la sua cultura, la sua maestria sembravano permettere e meritare. Per onorarlo e al tempo stesso scusarmi per averlo chiamato in causa, vi presento un’altra istantanea che raffigura una delle sue ultime sfilate. Io ci ho trovato atmosfere felliniane, una grandiosità ironica, divertente che ci riconcilia con un lusso troppo spesso arrogante e pieno di sè.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  download                                                                                                                                                                                                                                           c7450636a6a3dff80fb91dd6ec9fba8a
                                                               gallery-1499072207-gettyimages-649017366                                                                                                                                                                                        IMG_0478download                                                 France Fashion Chanel                                                                                                                                                                                                             8-9-10-11      Le stupefacenti messe in scena di Karl Lagerfeld per Chanel                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      9. Facciamo un gioco. Provate a dare un voto all’idea di sfilata che trasuda dalle parole dei protagonisti. Naturalmente, il primo a giocare sarà il sottoscritto. Se ho ben capito i personaggi che credevo di aver creato, prima di rendermi conto che stavano scappando dal bianco dello schermo del computer, costringendomi a ricorrerli, posso senz’altro cominciare col dire che Johnny Scorreggia mi sembra orientato a preferire la sfilata multimediale in stile Nick Knight e Gareth Pugh. Lo vedo interessato forse affascinato da fenomeni estetici come le sinestesie che implicano l’orchestrazione di percezioni eterogenee e dalle ineffabili relazioni che questi stati del corpo debbono avere con il linguaggio, il pensiero. L’immagine che ho scelto, può aiutarvi a indovinare il tipo di effetto a cui mi riferisco (ovviamente l’immagine non può trasmetterci i suoni dell’evento raffigurato, ma, non so voi, guardando la foto a me pare di sentirla la musica). Il fatto che Johnny non riesca a esprimere chiaramente ciò che lo interessa, dipende dalle troppe ore passate a surfare nel web guardando video e leggendo qui e là sintetiche frasi che lo colpiscono. La dabbenaggine dei programmi della scuola di moda frequentata, non lo ha aiutato né ad addestrarsi per organizzare ciò che vuole esprimere seguendo la logica lineare del discorso né a innalzare le sue cognizioni per dare a esse un formato teorico aperto a confronti, correzioni, perfezionamenti. Johnny si ciba troppo di rapide incursioni di immagini e pensieri, del Fashion implicato in parole alla moda assimilate come un/a fanatica dei look potrebbero desiderare un abito tagliato di sghembo e anomalo per proporzioni, solo per l’originalità bizzarra che promette.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               IMG_9367                       

                                                               12. Sfilata Gareth Pugh

                                                                                                                                                                                   

     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        download                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Suzy, per controla vedo ingravidata di quel gommoso buon senso che personalmente ascrivo agli imbecilli. Non è tutta colpa sua. Nella scuola che ha frequentato il marketing che lei adora veniva insegnato a blocchi di schede incapsulate nel software Power Point, rendendo la trasmissione del sapere a-critica e dogmatica. In alternativa, c’erano le fotocopie che riproducevano le stesse schede soporifere viste sullo schermo e ripetute pedissequamente dal docente come il prete in chiesa legge il Vangelo. Poi c’erano le prove pratiche, dove gli studenti appena un po’ svegli si rendevano subito conto che praticamente risultava impossibile cavarsela appellandosi al marketing anoressico trasmesso da Pawer Point. Ma Suzy non è mai arrivata a tanta “profondità”. Per lei tutto quello che non rientrava nel modello andava eliminato. Tanto che problema c’era? Le commissioni dei docenti, durante l’esposizione dei lavori, organizzate come un X Factor improvvisato alla meno peggio, era fatta di prof tristi e annoiati che guardavano come ebeti i contenuti raffigurati con lo stesso Power Point che le era stato imposto a lezione, e anche se avevano da eccepire qualcosa, non potevano certo mettere in discussione la sua dedizione, il metodo che proprio da alcuni di loro aveva appreso. Di conseguenza Suzy se l’era sempre cavata. Per farla breve, Suzy aveva introiettato il marketing come se fosse una specie di algoritmo da prendere e applicare senza porsi troppi problemi. Il tipo di soluzione che la scuola gli aveva trasmesso era di ordine proiettivo: dato un problema gli sparo contro il mio modello e lo forzo ad entrarci. Il problema mi resiste? Semplice, cambio modello mantenendo lo stesso tipo di azione proiettiva. Per Suzy i fattori portanti del marketing non erano di tipo intellettuale bensì caratteriali: determinazione, volontà nell’approccio e propensione a prendersi meno rischi possibile di fronte all’ignoto (alla complessità, che per lei era tutto ciò che stava fuori dalle modellizzazioni). Queste considerazioni, unitamente alle parole del metalogo mi portano a congetturare che la sua scelta si orienterà nell’imitazione dei modelli più sbandierati (che al suo sguardo ingenuo sembreranno quelli che hanno avuto più successo, e se l’ingenuità si sposasse alla cretineria allora questi modelli potrebbero evocargli persino qualcosa del futuro, cioè darle la sensazione della tendenza). Quindi applicando la media statistica, Suzy opterà per la forma di sfilata entertainment più gettonata, evitando a destra gli eccessi spettacolari e a sinistra gli, per lei, incomprensibili scivolamenti nell’arte. Non vi propongo nessuna immagine come sopra, dal momento che sarebbero del tipo di quelle che avrete visto stampate chissà quante volte e perché non voglio irritare il brand in essa rappresentato. Anche se non siete dei falchi avrete capito che apprezzo questo tipo di sfilate con la stesse emozioni che provo quando aspetto un treno in ritardo che non arriva mai. Perché le sfilate “nella media” sono dominanti? Costano il giusto, è più facile organizzarle, non si hanno le persone adatte a far altro, non presentano complicazioni e rischi. in genere lasciano tutti soddisfatti e felici perché dopo un paio di minuti nessuno ricorda più niente. Ho lasciato per ultima Minnie perché la sua semplificazione degli effetti percettivi è quanto di più improbabile possiamo incontrare oggi in una fashion week. In questo caso vi presento subito una immagine di riferimento.                                                                                                                                                                                                                   

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    13. Un esempio di sfilata in stile Christian Dior in pieno New Look                                        

                                          download                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La foto presenta un momento di una delle tante sfilate che contribuirono alla celebrità di Christian Dior nella prima meta degli anni cinquanta del novecento. Guardandola attentamente è facile abdurre la serena e reverente compostezza del pubblico, il silenzio punteggiato dai fruscii degli abiti che accompagnava la promenade delle modelle, i picchi dell’attenzione rivolta alle imago fluens per così trasformare la percezione dell’abito in motion nel flusso di emozioni pregnanti cioè utili a coglierne il concetto. Sono convinto che Minnie ha guardato a lungo foto del genere, facendo un sospiro. In realtà, l’immagine che avrei voluto presentarvi non era questa. Si perché il grande protagonista della ritualizzazione della sfilata in quel periodo non fu Dior ma Balenciaga secondo il quale, addirittura penserete, il collega era colpevole di aver volgarizzato le presentazioni, concentrando su di esse troppo clamore. Purtroppo l’ostilità di Balenciaga per la stampa e la sua anacronistica riservatezza, non hanno permesso il depositarsi di un repertorio di foto di sfilate ricco come quello di Dior. Mi correggo. È più corretto dire che su questo tema le immagini sono pochissime. L’unica che ho recuperato non trasmette a sufficienza l’atmosfera di sacra reverenza che doveva provare chi era introdotto in una delle Maison più inaccessibili di Parigi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

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                              14. Una rara immagine delle sfilate di Cristobal Belenciaga                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

    Comunque entrambe le immagini aiutano a capire cosa sta cercando Minnie. In un mondo nel quale sono saltate tutte le regole, intende scommettere sulla ricreazione di valori che per le nuove generazioni di intermediari non evocano sentimenti come la nostalgia bensì una severa compostezza emotiva tutta concentrata a generare empatia con l’oggetto-per-il-corpo messo in motion con armoniosa naturalezza (e non estasiato dalla musica). Minnie potrà sembrare una romanticona, ma non è scema. Ha percepito benissimo che una fashion week è una sorta di gara agonistica tra brand. Sa benissimo, anche se disprezza il marketing strategico alla Suzy, tutto scatoline contenenti parole e buoni propositi introiettate ed elevate a Vangelo, rinforzate da atteggiamenti del tipo “ora vediamo chi ha le palle più grosse”, Minnie sa benissimo dicevo, che nel tempo in cui tutte le regole sono saltate conviene rompere con le pseudo prescrizioni imposte da chi, rispetto ad altri, ha del margine (notorietà, fatturato, relazioni..). Giocare sul terreno dominato dall’avversario – pensa Minnie- significa quando va bene condannarsi alla sudditanza, all’anonimato. Conviene dunque percorrere strade diverse, Tuttavia, bisogna riconoscerlo, Minnie rischia grosso, ma ci mette la faccia. E proprio perché la sua scelta  può apparire temeraria, a farmi pensare che, tra i tre amici, è quella che concettualmente si muove nella direzione giusta nel contesto di una moda divenuta caotica; caotica come tutto nel mondo sociale, economico, politico al quale in definitiva appartiene. Prendersi dei rischi, a me pare un buon antidoto ( o se volete, una scelta adeguata al dilemma della decisione) in una forma di vita avvelenata dalla liquidità dei processi. Metterci la faccia significa non nascondersi dietro algli altri, prendersi delle responsabilità, agire per crescere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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4 Responses to "Sfilare o non sfilare?"

  1. ann   7 dicembre 2018 at 14:23

    dialogo divertente. il resto non l’ho letto ancora. Minnie mi piace. sei esagerato con gli extracomunitari. pero capisco cosa vuoi dire. Per i risvolti didattici devo leggermi gli addenda.

    Rispondi
  2. Mauro   7 dicembre 2018 at 15:56

    Jonny Scorreggia è un mito!

    Rispondi
  3. Antonio Bramclet
    antonio   13 dicembre 2018 at 17:53

    Il personaggio di Suzy, per me ne esce troppo male. In definitiva lei rappresenta il marketing. Può la moda fare a meno del marketing?

    Rispondi
  4. james   14 dicembre 2018 at 18:14

    per me la sfilata deve essere la presentazione di abiti a dei compratori. L’unico spettacolo dovrebbero essere i vestiti indossati con eleganza. Sono contro l’eccesso di spettacolo.

    Rispondi

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